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Ruanda: Kagame mette al bando seimila confessioni religiose e il loro business

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 29 aprile 2018

Solo nella capitale Kigali vi sono oltre 700 sette, cristiane e non, “molto più dei pozzi che darebbero acqua al nostro popolo”, ha commentato il presidente Paul Kagame. “Vorrei che al posto di questi inutili templi – ha aggiunto – potessimo avere altrettante imprese che diano lavoro alla nostra gente”. La decisione di Kagame di chiudere le case di culto di confessioni religiose, resa operativa dal “Ruanda Governance Board”, è un passo importante contro l’esagerata proliferazioni di conventicole – soprattutto evangeliche – molte delle quali hanno a cuore ben altro che la salvezza delle anime dei fedeli, ma usano le loro raffinate qualità di imbonitori per soggiogare le semplici menti dei seguaci e arricchirsi a dismisura con gli oboli da loro versati.

Chiesa evangelica in una zona rurale dell'Africa
Chiesa evangelica in una zona rurale dell’Africa

Il Ruanda è un piccolo Paese prevalentemente cristiano che conta solo 12 milioni di abitanti. Secondo la nuova disposizione governativa, ogni nascente comunità religiosa, dovrà ottenere d’ora in poi un’abilitazione per poter svolgere la missione pastorale. Dovrà dimostrare di poter disporre di sedi appropriate allo scopo e il suo fondatore, di avere una profonda conoscenza dei principi religiosi cui la sua dottrina si ispira, nonché un laurea in teologia. Saranno inoltre sanzionate le iniziative volte a far credere ai fedeli che attraverso donazioni in denaro, si possano ottenere successi nella vita professionale, affettiva e sociale.

Ammontano già a oltre seimila i sedicenti luoghi di culto che, grazie alle nuove disposizioni governative, sono stati chiusi in Ruanda, un centinaio di questi di fede islamica. Ma le verifiche proseguono e c’è da augurarsi che altri paesi africani imitino presto l’esempio ruandese perché l’intero continente pullula di sedicenti e auto-referenziati pastori evangelici che si dicono “chiamati da Dio” per diffondere la parola divina. In realtà si tratta spesso di furbastri animati da nient’altro che dalla voglia di arricchirsi rapidamente e con poca fatica alle spalle di poveri creduloni.

Il presidente del Ruanda Paul Kagame
Il presidente del Ruanda Paul Kagame

A riprova del detto che “sia nel bene che nel male, nulla si può fare o dire oggi che non sia già stato fatto e detto in passato”, già molti scrittori contemporanei, durante la grave recessione americana agli inizi del secolo scorso, raccontavano di abili pastori itineranti che, con la bibbia in mano e la parlantina sciolta, si saziavano al desco delle povere famiglie contadine che incontravano peregrinando nelle campagne e portando – insieme alla parola di Dio – anche le loro non esattamente spirituali necessità che – non raramente – si spingevano anche ad ottenere i favori delle giovani mogli degli agricoltori, mentre questi lavoravano i campi.

Solo pochi giorni fa, in Kenya, come dimostra il video qui sotto riportato, diffuso dalla KTN, un fedele seguace di una chiesa evangelica locale, rientrato a casa in anticipo rispetto all’orario usuale, trovava la pia moglie a letto con il pastore della chiesa anzidetta, entrambi occupati in una davvero poco ortodossa forma di preghiera. Inoltre, il marito becco e il pastore, oltre che confratelli nella stessa fede, erano anche legati da una lunga amicizia.

 

Del resto molti ricorderanno lo scandalo, esploso sempre in Kenya, tra il 1999 e il 2004, dei “Miracle babies”, operati dal sedicente “Vescovo di Peckam” Gilbert Deya che faceva ottenere alle donne sterili – in cambio di un ragionevole obolo – figli donati dallo “Spirito Santo”. Figli che si procurava, invece, sottraendoli alle madri naturali contro una manciata di scellini, facendo leva sulla loro estrema povertà. L’impostore fuggì in Gran Bretagna dove si difese accanitamente, ma fu poi arrestato dalla polizia britannica, processato, condannato e quindi definitivamente estradato in Kenya, dove ora sconta la pena che gli spetta.LAST MINUTE MIRACLE 2

Non che tutte le Chiese europee possano essere portate d’esempio, visti i troppo frequenti casi di pedofilia e di abusi sessuali in genere. Il tristemente celebre Gratien Alabi, in arte “Padre Graziano”, accusato dell’omicidio di Guerrina Piscaglia – con cui avrebbe avuto ripetuti rapporti sessuali – e dell’occultamento del suo cadavere, nel paesino di Ca Raffaello nell’aretino, fu condannato in appello a 27 anni di carcere, ma oltre a questo crimine, è emerso che il frate congolese era uso accompagnarsi abitualmente con prostitute utilizzando le elemosine della sua parrocchia e insieme ai suoi confratelli, anche loro congolesi, si rilassava guardando video hard core per recuperare le fatiche dell’attività pastorale. Ma almeno il proliferare delle Chiese europee, non è così rampante come avviene per quelle africane.

Finora, i casi di frode a sfondo religioso scoperti in Africa, non rappresentano che la punta dell’iceberg e molti di questi restano sconosciuti per l’omertà che li circonda, sia da parte delle vittime, che delle partner spesso consenzienti. La situazione resta ancora priva di regolamentazione nella maggior parte dei Paesi africani, dove chiunque si svegli al mattino con la voglia di arricchirsi, non ha che da dotarsi di una bibbia e fondare la sua “Chiesa” anche nel recinto dei polli. Ecco perché l’iniziativa del presidente ruandese è interessante, perché rappresenta un importante passo verso la reale emancipazione sociale. Resta da vedere quanto gli altri governi africani saranno disposti a seguirne l’esempio, visto che da sempre, ignoranza, superstizione e divisioni religiose, sono l’umus su cui attecchisce, cresce e si rafforza la satrapia dei potenti.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

“Li bastoneremo come cani rognosi!”: la Tanzania contro le proteste per libertà sul web

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 28 aprile 2018

Si inasprisce il pugno di ferro del governo Magufuli contro la reazione popolare in opposizione alle nuove norme che controllano, limitano e sanzionano l’uso di internet. Si tratta di provvedimenti che non solo interferiscono con la libertà di espressione, ma impongono anche moraleggianti regole di sapore vittoriano sugli orientamenti sessuali dei cittadini, introducono pesanti tasse per le attività in rete e puniscono con l’arresto ogni espressione non allineata alle posizioni governative. Queste ultime iniziative del governo tanzaniano consacrano la conduzione del Paese in un vero e proprio regime autocratico.

La polizia arresta alcuni dimostranti a Dar es Salam
La polizia arresta un dimostrante a Dar es Salaam

L’idea di dar vita a generali manifestazioni di protesta contro la decisione del governo è stata lanciata da una ragazza tanzaniana, la bella attrice Mange Kimambi, residente a Los Angeles, che nel suo blog ha diffuso un filmato nel quale si vedono emigrati tanzaniani in Germania mentre dimostrano contro le limitazioni imposte dal presidente Magufuli e ha invitato i concittadini rimasti in patria a dar vita ad analoghe manifestazioni da tenersi giovedì scorso. Il blog di Mange ha quasi due milioni di followers ed è quindi naturale che il suo appello abbia subito avuto una vasta eco in Tanzania.

L'attrice tanzaniana Mange Kiamambi che da Los Angeles ha invitato alla protesta
L’attrice tanzaniana Mange Kiamambi che da Los Angeles ha invitato alla protesta

Lo stesso appello, però, è anche stato intercettato dal governo che ha subito disposto drastiche contromisure. “Non ci sarà alcuna manifestazione – ha detto il capo della polizia, Simon Sirro, alla stampa – le strade saranno massicciamente pattugliate e coloro che non rispetteranno il divieto saranno bastonati come cani rognosi”. La prima vittima di questa tracotante minaccia è stata Elizabeth Mambosho, leader del partito di opposizione “Whomen wing” che è stata immediatamente arrestata per aver rilanciato e sostenuto l’invito di Mange Kimambi via internet.

Il presidente tanzaniano Johon Magufuli, in visita a una nave ospedale della Marina Militare cinese
Il presidente tanzaniano Magufuli, in visita a una nave ospedale della Marina Militare cinese

Sin dal giorno precedente alla prevista manifestazione, i negozi e le varie attività di Dar es Salaam e Dodoma sono rimasti chiusi e le strade semideserte sono state occupate da ingenti forze di polizia la cui nota brutalità è stata sufficiente a creare un forte deterrente anche nei confronti dei cittadini più coraggiosi e determinati a dar vita alle dimostrazioni. Nove di questi, che avevano iniziato a raggrupparsi, sono stati immediatamente immobilizzati e arrestati dalle forze dell’ordine. Lo stato è così risultato vincente e le previste manifestazioni sono totalmente abortite.

Nella giornata di mercoledì scorso il presidente John Magufuli si trovava a Dodoma per elevare la città al rango di metropoli municipalizzata. Assicurando che, grazie alla sua posizione centrale, rispetto a quella costiera di Dar es Salaam, entro la fine del 2019 sarebbe diventata – anche sostanzialmente, ora lo è solo formalmente – la nuova capitale della Tanzania e tutti gli apparati governativi vi sarebbero stati trasferiti. Nell’occasione ha anche esortato i suoi concittadini a mantenere salda l’unione nazionale e non farsi trascinare in pericolose avventure dalle menzogne di quelli che lui ha definito “nemici della patria”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1  

Annegate almeno 47 persone in fuga da violenze nel nord-est del Congo-K

Loghino africa express 2Africa ExPress
Kinshasa, 27 aprile 2018

Almeno quarantasette persone sono annegate mentre fuggivano nel Congo-Brazzaville a causa  dalle violenze terribili che stanno insanguinando il nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Attualmente sono in corso scontri tra le forze armate regolari e gruppi armati a Dongo. Il bilancio dei morti è ancora provvisorio.

Un barcone stracarico di gente, per lo più abitanti di Dongo, si è rovesciato nel fiume Ubangi, un affluente del Congo, che divide i due Paesi. Joachim Taila Nage, governatore della provincia del Sud Ubangi, ha precisato che martedì scorso centinaia di residenti, presi dal panico dopo un possente attacco dei soldati delle forze armate nei confronti dei miliziani, sono fuggiti. Quattro testimoni hanno riferito di aver trovato i cadaveri di due militari e di quattro banditi dopo gli scontri di domenica scorsa.

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L’arrivo di altri militari di rinforzo ha fatto scattare il panico tra i residenti. Gli abitanti di tutta questa zona, al confine tra il Congo -Brazzaville e la Repubblica centrafricana non hanno ancora dimenticato le violenze scoppiate nel 2009, causate da dispute relative a diritti di pascolo e pesca tra le comunità Enyele e Munzaya. L’intervento dell’esercito nel 2010 è costata la vita a ben duecentosettanta persone, mentre oltre duecentomila hanno dovuto lasciare le loro case, cercando rifugio nel vicino Congo Brazzzaville o in campi per sfollati.

Tutto il norde-est della RDC è scossa da anni da una serie di violenze e la pace è ancora lontana.

Africa ExPress

“Rafiki”, film keniota di un rapporto lesbico, è ammesso a Cannes ma proibito in Kenya

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 27 aprile 2018

Si tratta certamente di un evento sensazionale, prodotto interamente in un paese, il Kenya, la cui legge punisce con 14 anni di carcere i rapporti omosessuali. Il fim “Rafiki” – che in lingua swahili significa “amico” – è la libera versione del romanzo “Jambula tree” della scrittrice ugandese Monica Arak de Nyeko che racconta la storia appassionata di un amore lesbico.

Sulla spinta delle scandalizzate reazioni del presidente Kenyatta e del suo vice Ruto, oggi la Kenya Film Classification Board, ha immediatamente messo all’indice il film proibendone la circolazione sul territorio nazionale. Le autorità hanno anche ammonito che chiunque sarà trovato in possesso di una copia del film, sarà passibile di arresto.

E’ la prima volta, nella storia del prestigioso festival cinematografico di Cannes, che un film keniano viene invitato a partecipare alla competizione internazionale. Il debutto del film “Rafiki” è previsto entro maggio. Grande motivo di orgoglio per la produzione cinematografica dell’ex colonia britannica, ma anche rabbia enorme e notevole imbarazzo per l’estabilishment, sentimenti peraltro largamente condivisi anche da molti cittadini che lo giudicano un grave deterioramento dei costumi morali e cristiani cui la cultura del paese si riferisce.

Le due protagoniste Ziki e Kena in una scena del film "Rafiki"
Le due protagoniste Ziki e Kena in una scena del film “Rafiki”

“Sia la nostra legge, sia la nostra cultura – ha detto il portavoce del board, Nelly Muluka – riconoscono nella famiglia, la base dell’unità sociale del paese. Non potremo mai permettere che film o pubblicazioni di contenuto omosessuale, raggiungano i nostri bambini”. Di ben altro avviso è il regista del film, Wanuri Kahiu, che dice: “Con le televisioni satellitari e il web, film stranieri che trattano temi omosessuali, sono già liberamente presenti in Kenya e quindi accessibili a tutti. Questa proibizione non fa che danneggiare inutilmente l’industria cinematografica del nostro Paese con una motivazione del tutto ipocrita”.

Malgrado negli ultimi tempi le varie comunità di bisessuali, gay, lesbiche e transgender, abbiano cominciato a levare la propria voce per il riconoscimento dei loro diritti, queste preferenze sessuali restano largamente avversate in Africa, dove i non eterosessuali, sono discriminati e perseguitati, dai concittadini e dalla stessa legge che in qualche caso applica nei loro confronti, anche la pena capitale. (https://www.africa-express.info/2017/09/26/africa-sempre-piu-omofona-con-pene-fino-allergastolo-e-alla-morte/)

La sede del Festival Cinematografico di Cannes (Francia)
La sede del Festival Cinematografico di Cannes (Francia)

Un portavoce della delegazione di Nairobi dell’Unione Europea, ha invece condannato la messa al bando del film e ha espresso vive congratulazioni a produzione, regia e attori, per l’ottimo riconoscimento ottenuto con l’accesso alle selezioni della competizione cinematografica francese. “Un successo di cui tutto il Kenya deve andare orgoglioso”, conclude il messaggio europeo.

Se l’opposizione ai gay resta granitica in terra d’Africa, neppure in Occidente il riconoscimento dei loro diritti e delle loro preferenze sessuali, sono ancora compiutamente accettati da una parte della popolazione. Questo malgrado le varie legislazioni degli ultimi anni, abbiano fatto passi da gigante in quella direzione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Sud Sudan, dieci operatori umanitari dell’ONU spariti mentre erano in missione

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quratu Sant’Elena, 27 aprile 2018

L’ONU denuncia con grande preoccupazione la sparizione in Sud Sudan di dieci operatori umanitari, probabilmente rapiti anche se non si sa da chi. Il convoglio era partito mercoledì mattina all’alba da Yei verso Tore per un sopralluogo, indirizzato a una valutazione precisa delle necessità umanitarie della zona.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) in un comunicato ha precisato che non si hanno notizie del gruppo: non si sa dove siano finiti, né quali siano le loro condizioni e se sono ancora vivi. Ad ogni buon conto, Alain Noudehou, coordinatore di OCHA nel Sud Sudan, ha chiesto la loro liberazione immediata.

I dieci operatori scomparsi sono tutti di nazionalità sud sudanese: uno di loro è un impiegato di OCHA, due lavorano per l’UNICEF, un quarto per la ONG sud-sudanese per lo Sviluppo (SSDO), due sono di ACROSS, altri tre della ONG Plan international e il decimo per Action Africa Help (AAH).

Convoglio ONU in Sud Sudan
Convoglio ONU in Sud Sudan

Noudehou condanna fermamente l’attacco contro i suoi colleghi, impegnati in Central Equatoria nella valutazione delle necessità urgenti e chiede a tutte le parti coinvolte nel conflitto del Sud Sudan la messa in sicurezza delle vie d’accesso per portare aiuti alla popolazione.

Lem Paul Gabriel, vice portavoce del gruppo ribelle Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition (SPLM-IO), il maggiore partito all’opposizione, ha fatto sapere giovedì che è stata aperta un’indagine per capire cosa sia successo e ha precisato: “Stiamo cercando di capire. Noi controlliamo questo territorio, ma non possiamo escludere la presenza di altri gruppi armati. Il rapporto del comandante responsabile delle investigazioni, dovrebbe essere pronto tra qualche ora”.

In aprile è il secondo incidente che vede coinvolti operatori umanitari in Sud Sudan. Il terzo in sei mesi. All’inizio di questa settimana la Croce Rossa Internazionale dopo un attacco a un suo campo a Leer ha interrotto i propri interventi . Tutto il personale è stato evacuato a Juba, la capitale del più giovane di tutti gli Stati. Mentre una decina di giorni fa sono stati liberati sette operatori umanitari arrestati in Central Equatoria: erano accusati di essere spie del governo.
In passato ci  sono stati molti altri rapimenti(https://www.africa-express.info/2016/11/14/rapiti-sud-sudan-venti-operatori-umanitari-stranieri/). Nel Sud Sudan non si ammazza solo la popolazione civile, anche giornalisti e operatori umanitari, sono oltre ottanta impiegati di ONG che hanno perso la vita dall’inizio del conflitto.

L’attuale situazione nel Sud Sudan è il risultato di una guerra civile iniziata ormai più di quattro anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, aveva accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan

Da anni si susseguono inconcludenti dialoghi di pace, anche ieri il team di mediatori dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai paesi del Corno d’Africa, fondata nel 1986, ha rinviato a metà maggio il prossimo incontro per forti divergenze sorte nuovamente tra le parti.

All’inizio della settimana il presidente Kiir ha respinto la richiesta di alcuni gruppi dell’opposizione di rassegnare le dimissioni nell’ambito dell’acordo di pace.

Donne sud sudanesi
Donne sud sudanesi

Mentre i politici e mediatori litigano per la pace, la popolazione continua a morire di fame, di stenti, di pallottole. I diritti umani sono praticamente inesistenti e anche l’apposita commissione delle Nazione unite ha più volte sottolineato come in Sud Sudan venga colpita la popolazione civile a seconda della sua origine etnica.

Dall’inizio del conflitto ad oggi sono state uccise migliaia di persone, comprese donne e bambini. Oltre quattro milioni hanno dovuto abbandonare le loro case, due milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, un milione e più si sono rifugiati nel vicino Uganda. Oltre un terzo dell’intera popolazione – 4,8 milioni di abitanti – necessita di assistenza umanitaria. La siccità non ha certamente contribuito a migliorare la già precaria situazione alimentare. Il nuovo sequestro non colpisce solamente gli operatori umanitari rapiti, ma anche la popolazione che con questo gesto viene privata di cibo. La fame diventata ormai da tempo un’arma micidiale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Disoccupazione e aumento del costo della vita: continua l’esodo dei giovani tunisini

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 aprile 2018

I tunisini continuano a lasciare il loro Paese: nel 2017 il  numero di chi fugge si è quintuplicato rispetto al 2016. Un esodo inarrestabile. Secondo la ONG tunisina, Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux, oltre novemila giovani avrebbero cercato di lasciare la Tunisia. Il sessantasei per cento è riuscito nell’intento e ha raggiunto le nostre coste, mentre i restanti sono stati bloccati dalle autorità di Tunisi.

Il Viminale ha confermato l’arrivo di seimila tunisini durante l’anno passato. Il ministro degli Interni, Marco Minniti, ha precisato durante il question time del 20 dicembre 2017 che i migranti provenienti dalla Tunisia rappresentano il cinque per cento degli arrivi. Grazie agli accordi firmati con il governo tunisino nel febbraio 2017, le procedure per il rimpatrio sono state semplificate cosicchè Roma ha potuto rispedire ben 2.193 migranti nella ex colonia francese. Poco più di un anno fa il responsabile degli Esteri Angelino Alfano e il suo omologo tunisino, Khemaies Jhinaoui, hanno firmato una dichiarazione congiunta, volta al consolidamento del partenariato tra i due Paesi. Gli interventi del nostro governo sono mirati ad estirpare le cause profonde della migrazione irregolare; prevede anche una efficacie cooperazione per quanto concerne il controllo delle frontiere, in particolare quelle marittime.

Barca con a bordo giovani tunisini in rotta verso le nostre coste
Barca con a bordo giovani tunisini in rotta verso le nostre coste

Con la caduta del regime corrotto di Zine El-Abidine Ben Ali nel 2011, il Paese è diventato più democratico, ha conquistato la libertà d’espressione e altri diritti, ma il malessere finanziario e sociale è rimasto tale e quale; la sua economia non è ancora in grado di ristabilire tassi di crescita adeguati per attenuare le tensioni sociali. La disoccupazione giovanile ha raggiunto ormai il trenta per cento, i salari continuano ad essere bassi, malgrado l’elevato costo della vita.

Tra i molti giovani arrivati in Italia nel 2017, settecento di loro provengono da Redeyef, nella regione di Gasfa. La città si trova in uno dei più importanti bacini minerari di fosfato al mondo. Ma l’industria estrattiva della zona non riesce a creare nuovi posti di lavore o occupazioni alternative e ciò alimenta il disagio sociale in tutta l’area. E qui tutti giovani vorrebbero partire, scappare. In arabo si dice haraga: bruciare. Prendere la barca, significa “bruciare le frontiere”, “bruciare i documenti in mare” per non lasciare tracce di sè, per complicare un eventuale respingimento o rimpatrio. A Redeyef la gioventù parla solo di questo: haraga, “bruciare i limiti”.

A Bir Ali Ben Khalifa, una città nel governatorato di Sfax, sulla costa orientale, le cose non vanno molto meglio.
In questa regione gran parte della popolazione vive della coltivazione di ulivi. Un lavoro duro e faticoso e i più riescono a racimolare a malapena cento euro al mese. A Bir Ali Ben Khalifa è stato inaugurato due anni fa un nuovo ospedale, una struttura moderna, equipaggiato di tutte le attrezzature all’avanguardia, ma a tutt’oggi è ancora chiuso al pubblico. La popolazione mormora che i fondi per lanciare il nosocomio siano stati utilizzati per altro. Qui, come altrove, manca il lavoro. Le donne trovano a volte impiego nelle fabbriche tessili presenti sul territorio, mentre gli uomini, se non riescono o non vogliono imbarcarsi, per arrotondare, si dedicano al contrabbando.

Uliveto in Tunisia
Uliveto in Tunisia

In molti, però, non hanno una visione chiara di ciò che li attende in Europa, in Francia e in Italia, le mete più ambite. Non si rendono conto che la vita nel vecchio continente è cara, che anche da noi la disoccupazione è piuttosto elevata. A questi giovani non importa, vogliono andarsene a tutti costi, perché nel loro Paese, al momento attuale, non hanno futuro.

E Beji Caid Essebsi, il presidente, e il suo governo che cosa fanno per arrestare questo esodo?  Sapranno rispondere alle esigenze dei giovani, creando occupazione, sostenendo l’imprenditoria? Saranno in grado di ridare sogni e speranze alla popolazione? Oppure si cercherà di fermare l’immigrazione solamente con la forza? Lo scorso ottobre  una nave della marina militare tunisina ha speronato una barca di legno con a bordo una settantina di persone. Parecchi i morti e i dispersi. Le autorità parlano di un incidente, i sopravvissuti, per lo più provenienti dalla zona di Sfax, sono convinti del contrario. Le indagini per far luce su questa tragedia sono ancora in corso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 aprile 2018

“D’ora in poi il nostro Paese riprenderà il suo nome antico. Si chiamerà eSwatini”, ha annunciato Mswaiti III, l’unico monarca assoluto dell’Africa ancora al potere, in occasione dei festeggiamenti per cinquant’anni di indipendenza dalla Gran Bretagna. “Swaziland è troppo simile a Switzerland, spesso all’estero ci confondono”, ha aggiunto infine il re. (eSwatini, tradotto dalla lingua swati significa, “luogo degli swazi” n.d.r.). Il sovrano però non ha fatto bene i conti: il battesimo costerebbe milioni di euro.

La piccola nazione, situata tra il Mozambico e il Sudafrica, rispetto ad altri Paesi, non ha cambiato il nome una volta ottenuta l’indipendenza, come, per esempio, hanno fatto lo Zimbabwe sotto i britannici si chiamava Rhodesia del Sud, il Malawi, che si chiamava Nyasaland, e il Botswana, ex Bechuanaland. Mentre Kenya, Uganda e Gambia non hanno sentito la necessità di ribattezzarsi. Ma il nome “Swaziland” a quanto pare, dava fastidio a non pochi sudditi, in quanto composto da una parola inglese e da una in lingua swati.

Il cambiamento del nome del Paese era già stato ventilato svariate volte in passato e il monarca ha utilizzato “eSwatini” in due momenti ufficiali: la prima volta nel 2014, durante la cerimonia d’aperura del Parlamento e poi nel 2017 in occasione di un suo discorso all’ONU.

 Mswati III, re dello Swaziland
Mswati III, re dello Swaziland

Mswaiti III è stato incoronato nel 1986 a soli diciotto anni. In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria. Lo Swaziland conta solamente 1 milione e duecentocinaquantamila  abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Alle elezioni possono partecipare solamente candidati scelti dai fedelissimi del re, mentre i partiti politici ne sono completamente esclusi.

Con il cambiamento del nome del Paese, sarà necessario anche riscrivere, almeno in parte, la Costituzione, dove la parola “Swaziland” appare almeno duecento volte; le denominazioni di polizia, forze armate, università e di altre istituzione dovranno essere aggiornate. Il nuovo nome dovrà essere registrato presso le Organizzazioni internazionali, come l’ONU e il Commonwealth, del quale le Swaziland fa parte. Per non parlare di internet o delle targhe automobilistiche, che utilizzano alcune lettere di Swaziland. Anche l’adozione di un nuovo dominio internet non è tanto semplice, senza dimenticare che vanno cambiati i francobolli, i passaporti del Paese e quant’altro. Per fortuna nell’inno nazionale non viene nominato “Swaziland”, altrimenti si dovrebbe adottarne un altro.

A questo proposito il ministero degli Interni di Mbabane ha comunicato che non è possibile cambiare il nome di una Nazione dall’oggi al domani, in quanto implica dei costi non indifferenti. E Alvit Dlamini, leader del partito Ngwane National Liberatory Congress ha espresso le sue perplessità in questi termini: “E’ nello stile autocratico del monarca. Non può cambiare il nome senza consultare la popolazione. E’ una spesa molto elevata per lo Swaziland”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Bolloré sotto custodia tutelare per tangenti in Togo e Guinea: crollano i suoi titoli in Borsa


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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 aprile 2018

Prima o poi doveva succedere. Il miliardario bretone Vincent Bolloré è inciampato sul Togo e sulla Guinea Conakry. La magistratura francese ha interrogato e messo il finanziere sotto custodia tutelare per tangenti pagate dal suo gruppo nel 2010 nei due Paesi africani.

Il miliardario francese Vincent Bolloré
Il miliardario francese Vincent Bolloré

La notizia divulgata dal quotidiano francese Le Monde ha scosso i mercati causando alla Borsa di Parigi in poche ore un crollo dei titoli Bolloré di quasi 7,5 punti percentuali. La sua filiale africana SDV Afrique ha smentito irregolarità nonostante ciò la caduta non si è arrestata.

Le perdite di Bolloré in borsa
Le perdite di Bolloré in borsa

Con affari in oltre quaranta stati africani dove in molti di questi l’alto livello di corruzione è universalmente riconosciuto è difficile pensare che qualche tangente non sia scappata. L’inchiesta, avviata nel 2014 dal dipartimento di lotta alla corruzione e all’evasione, riguarda le concessioni del porto guineano di Conakry e quello di Lomè in Togo.

Secondo i magistrati di Parigi, Havas, agenzia di comunicazione del Gruppo Bolloré avrebbe aiutato alcuni politici africani alla scalata del potere. Tra questi l’attuale presidente della Guinea, Alpha Condé, che nel 2010 era esilio a Parigi. Havas avrebbe sostenuto la campagna per la sua presidenza e in cambio Condé avrebbe garantito il porto della capitale.

Da sinistra: Faure Gnassingbé, presidente del Togo e Alpha Condé, capo dello stato della Guinea
Da sinistra: Faure Gnassingbé, presidente del Togo, e Alpha Condé, capo di Stato della Guinea

Anche l’odierno presidente togolese Faure Gnassingbé – il cui padre era il dittatore Gnassingbé Eyadéma noto per avere al suo seguito centinaia di danzatrici che cantavano le sue lodi – ha avuto l’ “assistenza” di Havas. Faure diventato amico di Vincent Bolloré, per la sua rielezione nel 2010 sarebbe stato aiutato nella comunicazione dal capo di Havas, Jean-Philippe Dorent.

Secondo l’indice di percezione della corruzione 2017, pubblicato nel febbraio scorso da Transparency international, su 180 paesi la Guinea si piazza al 148° posto mentre il Togo al 117°.

Mappa della corruzione in Africa (Courtesy Transparency international)
Mappa della corruzione in Africa. Il colore più scuro indica maggiore indice di corruzione  (Courtesy Transparency international)

In Italia il “Paperone” francese è andato sotto i riflettori dei media a causa di Vivendi, che detiene quasi il 24 per cento delle azioni Telecom e ha cercato di scalare Mediaset costringendo l’antitrust ad intervenire per bloccare l’arrampicata poco pulita nei confronti del biscione.

Il Bolloré Group è fra i primi 500 gruppi economico-finanziari leader del mondo e le sue aziende sono presenti in 130 Paesi. Havas è uno dei più grandi gruppi di consulenza di comunicazione globale di cui il Gruppo Bolloré, dal 2005, detiene il 60 per cento del capitale. Presente in 100 Paesi è strutturato in due divisioni: Havas Creative Group e Havas Media Group.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Vedi anche:

Bolloré (Vivendi): assalto all’Africa e all’Italia

Bolloré (Vivendi) il francese Paperone africano che vuole comprare Mediaset

Crediti foto:
– Alpha Condé
Di U.S. Department of State – https://www.flickr.com/photos/statephotos/15490916962/, Pubblico dominio, Collegamento

– Faure Gnassingbé
Di Amanda Lucidon / White House – File:Faure Gnassingbé with Obamas 2014.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34985155

Pechino all’assalto dell’Africa: dopo Zambia e Zimbabwe altra università cinese in Tanzania

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 26 aprile 2018

La filosofia confuciana lascia la sua terra d’origine e diventa anche patrimonio culturale delle nuove generazioni tanzaniane. I lavori per la costruzione di due strutture universitarie, nella capitale economica Dar Es Salaam, sono già in avanzato stato di realizzazione e si stima saranno completate entro il prossimo giugno. Subito dopo arriverà nel Paese uno stuolo di docenti cinesi che insegneranno ai giovani africani la cultura, la storia, la letteratura e la lingua del rampante colosso asiatico. Gli analoghi esperimenti già realizzati con successo in Zambia e Zimbabwe hanno convinto gli strateghi orientali che per ottenere una colonizzazione che risponda alla necessità di esercitare un totale dominio in terra d’Africa, non possono limitarsi a investire, in infrastrutture, ma – sull’esempio del celebre libretto del loro leader ideologo, Mao Tse Tung – devono anche plasmare le menti grezze degli africani al modus operandi dei nuovi conquistatori.

Bimbi tanzaniani sventolano bandierine cinesi di benvenuto al loro partner orientale
Bimbi tanzaniani sventolano bandierine cinesi di benvenuto al presidente Xi Jinping

Una delle due strutture in corso di realizzazione diventerà un’enorme biblioteca per la quale la Cina ha speso oltre 40 milioni di euro. L’altra sarà destinata all’università vera e propria cui è stato dato il nome di “Confucian University”. Il progetto è stato finanziato e gestito dalla società “Hanban”, controllata del Ministero per l’Istruzione di Pechino. Dall’inizio del 2000, la Cina ha già realizzato oltre 500 di queste università in 140 paesi esteri. 40 di queste nel continente africano. Dai duemila iniziali, gli studenti africani che ora studiano la lingua e la cultura cinesi, sono arrivati a sfiorare i cinquantamila. A inaugurare la posa della prima pietra del complesso di studi sorto a Dar es Salaam è stato il puritano (e bacchettone) presidente tanzaniano John Magufili che si è mostrato grato ed entusiasta dell’iniziativa, sentimenti, però, scarsamente condivisi dal suo popolo.

Il nuovo complesso universitario cinese di Dar es Salaam
L’inaugurazione del nuovo complesso universitario cinese di Dar es Salaam in Tanzania

Gli operai africani che lavorano per le imprese cinesi, sono sottopagati e quasi sempre senza contratto e tra qualche anno – visto che la lingua inglese è poco diffusa tra i cinesi – chi vorrà lavorare per loro dovrà anche passare attraverso una severa selezione in cui, tra le altre attitudini, verrà anche valutato il grado di conoscenza della lingua e della cultura degli arroganti datori di lavoro. Secondo un recente rapporto della Human Right Watch, i cittadini africani che lavorano nelle miniere per le società cinesi di estrazione, operano in condizioni disumane per la mancanza di qualsiasi tipo di protezione e senza neppure sistemi di ventilazione (https://www.africa-express.info/2018/04/23/attivita-mineraria-cinese-distrugge-la-vita-dei-pescatori-nel-nord-del-mozambico/). Condizioni, queste, che fanno diffondere tra le maestranze di colore, gravi patologie polmonari. Del resto la disinvoltura cinese, circa la salute del proprio personale, non deve sorprendere troppo visto che le città più inquinate del mondo sono quelle cinesi dove si respira costantemente il venefico ossido di carbonio.

La distribuzione degli investimenti cinesi in Africa
La distribuzione degli investimenti cinesi in Africa

L’enorme disoccupazione di cui soffre il continente africano, spinge le sue genti ad accettare qualsiasi lavoro. Fino ad ora la “preda” africana, è costata al gigante asiatico, oltre 200 miliardi di euro in investimenti, non certo effettuati per filantropia. Del resto, la spinta di 500 milioni di cinesi che vivono sotto la soglia di povertà, costringe il loro governo a non farsi distrarre da troppe quisquiglie umanitarie e – benché sul piano morale sia amaro doverlo ammettere – la sua spregiudicatezza e la sua audacia, finora gli hanno dato ragione e l’hanno reso indiscutibilmente vincente.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

In un villaggio del Kenya escogitato un sistema per smascherare mogli infedeli

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 24 aprile 2018

Si tratta della curiosa trovata di un membro anziano del villaggio di Chinche, nella Contea di Kisii. Secondo quanto riportato dal sito online Kenya Today, l’uomo, di nome Gekone, constatato che alcuni abitanti erano tormentati dal sospetto che le proprie mogli li tradissero, ha deciso di risolvere il problema con un guizzo d’ingegno che si è rivelato vincente. L’infedeltà coniugale, in quasi tutta l’Africa, è attuta con una certa disinvoltura, ma trattandosi di una società ancora fortemente maschilista, è di norma l’uomo che ha la peggiore fama di fedigrafo. A quanto pare, però, anche le donne non sono da meno, solo che quando tradiscono lo fanno con molta più discrezione.

In gran parte dell’Africa, compresa quella mediterranea e soprattutto nelle più remote comunità rurali, la donna è proprietà dell’uomo. Prima del padre, poi del fratello e infine del marito. Secondo alcuni costumi tribali egli la può cedere, come nella cultura Masai, le cui mogli sono tenute a giacere con tutti i guerrieri che sono stati iniziati insieme al coniuge (https://www.africa-express.info/2018/04/10/il-destino-delle-donne-dafrica-una-principessa-suicida-e-una-moglie-ceduta-per-scommessa/). Ma salvo questi doveri che la tradizione le impone, la moglie deve essere sempre ed esclusivamente fedele all’uomo che l’ha sposata, pena severe punizioni, anche corporali. Tutt’altro discorso vale per il marito, il cui status d’indiscussa “superiorità” gli permette di fare ciò che vuole, meritandosi anche il plauso della comunità maschile quando la sua virilità si esprime attraverso molteplici rapporti con altre donne, oltre ad avere la facoltà di prendersi tante mogli quante ne desidera e può permettersi di mantenere.

Gruppo di donne della tribù kisii
Gruppo di donne della tribù kisii

Ovvio che all’interno di una simile mentalità, gli uomini del villaggio di Chinche si siano preoccupati di verificare se le loro mogli erano fedeli o no. Si sono rivolti quindi allo mze Gekone (mze sta per uomo anziano e saggio) il quale ha assicurato che avrebbe senz’altro scoperto se le moglie si erano macchiate di tradimento o se erano rimaste fedeli ai rispettivi mariti. Poi ha chiesto a tutti i maschi sposati del villaggio di versare 500 scellini a testa (poco più di quattro euro) in una cassa comune e quindi, attingendo da questa, ha acquistato e macellato cinque capre adulte, imponendo agli uomini di non far parola a nessuno, soprattutto alle mogli, di questo loro accordo. Fatto questo, l’astuto vecchietto ha annunciato che nello spiazzo centrale del villaggio sarebbe stato organizzato un grande party aperto a tutte le coppie sposate della comunità.

Gli africani sono per indole festaioli e non era certo il caso di lasciarsi scappare l’opportunità di ballare, bere e mangiare gratuitamente. Così nel giorno stabilito la piazzetta si riempie di folla. Gekone ordina quindi portare al centro della piazza un pentolone e una grossa griglia appoggiata su alcuni blocchi di pietra, sotto cui fa accendere  un crepitante fuocherello. In attesa che la legna si trasformi in brace, il vecchio ordina agli uomini di separarsi delle donne e di formare due gruppi distinti, Poi li arringa così: “A voi donne spetta la cura dei figli, la raccolta del legname, il lavoro nei campi, l’approvvigionamento dell’acqua e dovete cucinare due volte al giorno per sfamare la vostra famiglia. Ma oggi è un’occasione speciale in cui questo villaggio vuole premiare la vostra dedizione. In questo pentolone ci sono i pezzi già tagliati di cinque mbuzi (capre). Oggi però, a cucinarli non sarete voi, ma, una volta tanto saranno i vostri mariti. Voi gustatevi il pombe (sorta di bevanda alcolica prodotta artigianalmente) e l’ujie (specie di porrige casalingo) e lasciate che i vostri mariti lavorino per voi”.

Il popolare "ghama Choma" keniano (carne cucinata alla griglia
Il popolare “ghama Choma” keniano (carne cucinata alla griglia

Questo inatteso annuncio viene accolto dalle donne con alte grida di giubilo: con ironici sorrisetti di rivincita, guardano i mariti intenti a cucinare. Quando i pezzi di capra sono ben rosolati sulla griglia, con aggiunta di salse e spezie, Gekone parla di nuovo: “Questo gnama choma (carne alla griglia) è solo per voi donne. Ai vostri mariti non sarà consentito toccarla. Andate, quindi e servitevi a piacere”. Come un fiume in piena le donne si lanciano verso l’enorme grigliata, lanciando gridolini di gioia pronte ad accaparrarsi le parti migliori, ma Gekone le ferma con un imperioso gesto della mano. “Attenzione, però – avverte  con voce austera –. Questa carne è stata cucinata con una spezia particolare che contiene poteri magici. Se qualcuna di voi avesse peccato di adulterio, diventerebbe un veleno mortale che non conosce antidoti”.

A quelle parole, il gruppo di donne si arresta sbigottito. Dopo una breve esitazione le giovani moglie danno precipitosamente alla fuga. Di tutte, solo due rimangono al loto posto e – forti delle proprie virtù – si servono tranquillamente del cibo arrostito. I mariti traditi, dopo un attimo di smarrimento, partono di gran carriera all’inseguimento delle mogli infedeli. Kenya Today non dà notizia dell’esito di questo inseguimento, ma è certo che l’orgoglio per la sempre vantata virilità maschile, quel giorno, nel piccolo villaggio di Chinche, ha ricevuto un sonoro schiaffone.

In Europa le rappresentanti del gentil sesso, ma anche i loro partner, non cadrebbero certo in un così banale tranello, basato sull’ignoranza e su ancestrali superstizioni, ma la tecnologia dei telefonini e del social network, costituiscono una “magia” di gran lunga più efficace per smascherare eventuali tendenze verso flirt extra-coniugali. Lo dimostra la pioggia di sentenze che concedono divorzi, proprio sulla base delle prove fornite da questi indiscreti se pur utilissimi strumenti di comunicazione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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