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Reazione in Sudafrica: esplodono rabbia e intolleranza verso l’invasione cinese

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 aprile 2018

 Era fatale che prima o poi dovesse accadere. Visitare il centro commerciale di Amalgam – una borgata meridionale di Johannesburg – è come passeggiare in un mercato di Shangai. Vi sono più di 500 negozi gestiti dagli intraprendenti figli del dragone asiatico e non a caso, al complesso in questione è stato dato il nome di “China Mall”. In Sudafrica vivono oltre 500 mila cinesi che rappresentano la più corposa comunità dell’intero continente africano. Ma le cose stanno rapidamente cambiando e il paradiso cinese in Sudafrica, va miseramente deteriorandosi, spingendo gradualmente gli invasori orientali ad andarsene.

Il Capodanno cinese, che segue un complesso calcolo riferito alle fasi lunari, quest’anno si è tenuto verso la metà di febbraio. Si tratta di un evento cui i cinesi danno molto risalto e che di norma dà un poderoso impulso alle celebrazioni, agli acquisti e ai regali, un po’ come avviene per noi durante le festività natalizie. Quest’anno, però, i negozi di “China Mall” sono rimasti desolatamente vuoti o quasi. I sudafricani li hanno sdegnosamente disertati. Dei cinesi non ne possono davvero più e per dimostrare la loro insofferenza, non esitano a passare alle vie di fatto. Del resto la stessa intolleranza sta nascendo un po’ ovunque nel continente dove la micro-imprenditoria cinese entra in concorrenza con quella locale.

L'ingresso al China Mall di Johannesburg
L’ingresso al China Mall di Johannesburg

Gli attacchi xenofobi contro i cinesi si sono intensificati fino a rendere ad alto rischio il mantenimento della loro presenza in Sudafrica. Non tutti però, malgrado il forte desiderio di andarsene, lo possono fare. Per dar vita alle loro attività hanno contratto debiti ai quali la legge impone di far fronte, ma anche quando riusciranno a farlo, si tratterà di dover registrare un doloroso fallimento. I cinesi che espatriano sotto la spinta del piano di espansione del proprio governo, provengono in gran prevalenza dalle zone rurali più povere e il ritorno in patria significa gettarli in un’indigenza peggiore di quella che avevano lasciato, quando abbandonate le loro attività, si erano lasciati attrarre dall’effimero sogno dell’Eldorado africano.

Dal canto suo, Pechino, che sembra essere cieca di fronte al fenomeno, continua a investire miliardi di euro in Sudafrica, per infrastrutture, progetti agricoli ed estrazioni minerarie, ma gli africani, ormai hanno carpito ai cinesi le loro metodologie operative. Molti di loro sono in grado di sviluppare rapporti diretti con la Cina ed entrare quindi in concorrenza con gli stessi commercianti cinesi che, peraltro, stanno facendo i bagagli a migliaia per tornarsene a casa o migrare nei paesi africani confinanti, dove, molto probabilmente rivivranno, nel tempo, la stessa odissea.

Negozi nella China Town di Città del Capo
Negozi nella China Town di Città del Capo

“Sono arrivato in Sudafrica nel 1955 – ha confidato al corrispondente de La Stampa, il negoziante Qian, originario della provincia di Zhejiang – gli africani non avevano neppure le scarpe. Non c’erano negozi che fossero alla loro portata e siamo stati noi a vendergli tutto ciò che occorreva loro a basso costo”. Oggi, però, gli africani guardano ai prodotti cinesi con ostentato disprezzo. Le loro merci le chiamano “Fong-Kong”, cioè schifezze d’infima qualità e sono sempre più irritati che, durante la conduzione del deposto presidente Jacob Zuma, ai cinesi siano stati riconosciuti gli stessi incentivi governativi fino a quel momento riservati ai piccoli imprenditori africani.

Ingresso alla China Town di Johannesburg
Ingresso alla China Town di Johannesburg

Alle problematiche ambientali, che vedono al loro apice l’ostilità e l’insofferenza che i sudafricani mostrano verso di loro, si aggiungono anche quelle culturali. Sono infatti pochissimi i cinesi che riescono ad esprimersi in un inglese comprensibile e data la prevalente origine agricola, anche le loro capacità imprenditoriali sono drammaticamente scarse. Un altro aspetto che irrita fortemente la popolazione locale è dato dall’abitudine cinese – riscontrabile ovunque si creino loro comunità – a isolarsi completamente dagli altri, costituendosi come caste inaccessibili in cui viene attuata una totale autarchia che non è certo l’atteggiamento più adatto per portare benefici alla micro-imprenditoria africana.

L'accordo economico tra l'ex presidente sudafricano Jacob Zuma e il premier Cinese Xi Jinping
L’accordo economico tra l’ex presidente sudafricano Jacob Zuma e il premier Cinese Xi Jinping

Eppure, all’inizio di questo millennio, l’arrivo degli investimenti cinesi, pareva aver indiscutibilmente promosso un poderoso balzo verso il progresso del Sudafrica. Furono ben 18 gli enormi centri commerciali realizzati dai cinesi nelle città di Durban, Johannesburg e Città del Capo, senza contare la miriade di negozietti sparsi in tutto il territorio nazionale. Ora, questo complesso apparto che – come accaduto ovunque in Africa, all’arrivo del partner cinese, ha indubbiamente arricchito la classe dirigente – sta miseramente implodendo. Le strutture da loro create sono fatiscenti e deserte e quel poco che resta è continuamente soggetto a furti e atti vandalici, senza contare le aggressioni cui i cinesi si trovano soggetti.

Insomma, tutto questo è il segnale che la presenza cinese in Africa ha iniziato la sua danza del cigno? Forse no o, almeno, non in senso assoluto perché i grandi progetti infrastrutturali cui la Cina ha dato il via, non sono equiparabili alla piccola imprenditoria commerciale cui si dedicano i suoi più poveri cittadini, ma è certo un significativo segnale che la conquista dell’Africa non è poi quell’amena passeggiata che forse, il colosso cinese si era prefigurato.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

I cinesi sfruttano le miniere nel nord del Mozambico e distruggono la vita dei pescatori

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 aprile 2018

“Pescavamo abbastanza per il nostro sostentamento ma ora la nostra vita è peggiorata perché le macchine della miniera disturbano il mare e fanno sparire il pesce”. È la voce di uno dei pescatori di Nagonha, 1.329 anime, nella provincia mozambicana di Nampula, villaggio che si affaccia sul canale del Mozambico, oltre duemila km a nord-est della capitale Maputo.

Attività mineraria di Haiyu (Courtesy Amnesty International)
Attività mineraria di Haiyu (Courtesy Amnesty International)

È qui che dal 2011 opera la Haiyu Mozambique Mining Limitada, gigante minerario cinese che estrae ilmenite, titanio e zirconio ed è qui che nel 2015, gli abitanti di Nagonha hanno perso tutto ciò che avevano a causa di un’inondazione anomala.

I pescatori hanno scoperto che la società mineraria, è responsabile dell’alluvione che ha distrutto il loro villaggio. “Ho perso tutta la mia attrezzatura per la pesca, le boe della barca, due sacchi di riso, gli utensili da cucina, i vestiti dei miei cinque figli, di mia moglie e i miei. La mia casa era nuova – racconta un altro pescatore.

Lo hanno saputo grazie a un documento di Amnesty International: “Our lives mean nothing. The human cost of Chinese mining in Nagonha, Mozambique” (Le nostre vite non contano nulla. I costi umani dell’attività mineraria cinese a Nagonha, Mozambico). Il report svela come le attività di Haiyu abbiano probabilmente contribuito all’inondazione che ha distrutto 48 case e lasciato 270 persone senza tetto e senza strumenti di lavoro.

L’indagine è stata possibile grazie a foto satellitari, testimonianze di residenti di Nagonha e di esperti ambientali. Tutti i dati raccolti indicano chiaramente che le attività minerarie di Haiyu, e in particolare il modo in cui ha depositato la sabbia sul terreno, hanno esposto l’agglomerato costiero a un maggior rischio di inondazioni, contribuendo probabilmente al disastro avvenuto nel 2015.

Foto satellitare dell'attività mineraria di Haiyu Mozambique Mining Limitada (Courtesy Amnesty International)
Foto satellitare dell’attività mineraria di Haiyu Mozambique Mining Limitada (Courtesy Amnesty International)

L’attività mineraria sta velocemente distruggendo l’habitat. Haiyu ha iniziato a estrarre circa 3km a nord del villaggio avvicinandosi sempre più alla zona abitata. Ha raso al suolo dune di sabbia e vegetazione e scaricato rifiuti minerari sulla zona umida seppellendo due grandi lagune e le vie navigabili che collegavano la zona umida al mare.

Dalle immagini risulta che circa 280mila metri quadrati di zona umida, a nord del villaggio, erano ricoperti di sabbia e il canale che collegava le lagune a ovest e a nord del villaggio al mare era completamente ostruito. Amnesty accusa anche le autorità mozambicane per l’incapacità di regolamentare il settore che ha contribuito ad aumentare i rischi che derivano dalle attività minerarie in corso nell’area.

“L’inerzia delle autorità ha lasciato la popolazione di Nagonha in balia di un’azienda che pone la ricerca del profitto al di sopra della vita delle persone – ha affermato Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa australe – Senza controllo, le attività minerarie di Haiyu rappresentano un grave pericolo di ulteriori catastrofiche inondazioni che potrebbero cancellare Nagonha dalla carta geografica”.

Attività estrattiva di ilmenite, titanio e zirconio della Haiyu (Courtesy Amnesty International)
Attività estrattiva di ilmenite, titanio e zirconio della Haiyu (Courtesy Amnesty International)

E mentre i pescatori chiedono un risarcimento per tutto ciò che hanno perso, il ministero degli Affari esteri cinese ha contestato l’accusa di Amnesty. Haiyu, forte della presa di posizione del suo Paese, fa orecchie da mercante.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Manifestazione contro legge elettorale in Madagascar: morti e feriti

Loghino africa expressAfrica ExPress
Antananarivo, 22 aprile 2018

Un morto e almeno diciasette feriti sono il bilancio ufficiale degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante un corteo di protesta che si è svolto ieri ad Antananarivo, la capitale del Madagascar. Secondo l’opposizione, invece, sono quattro le persone che hanno perso la vita per le ferite causate da arma da fuoco.

I deputati del partito all’opposizione hanno voluto sfidare le autoità locali, che non avevano autorizzato la manifestazione e hanno chiesto ai loro sostenitori di esprimere ugualmente il loro malcontento contro la nuova legge elettorale. Migliaia di persone si sono riversate nella Piazza 13 Maggio, luogo storico di tutte le proteste importanti della capitale.

Manifestazione ad Antananarivo
Manifestazione ad Antananarivo

La risposta delle forze dell’ordine è stata immediata con l’utilizzo di gas lacrimogeni per disperdere la folla, mentre i manifestanti hanno reagito con il lancio di pietre.

Gli oppositori accusano il regime di Hery Rajaonarimampianina, il presidente dello Stato insulare, di voler mettere un bavaglio a tutti coloro che non approvano le decisioni del governo. Per la fine dell’anno sono previste le elezioni presidenziali e legislative.

Gli scontri tra polizia e manifestanti si sono protratti per oltre tre ore. Secondo alcuni testimoni oculari erano oltre mille i poliziotti impiegati per sedare diverse migliaia di manifestanti. Oltre ai gas lacrimogeni sono state utilizzate pallottole di gomma e granate stordenti. Solo verso mezzogiorno sarebbero stati sparati in aria proiettili di piombo. “Questo regime sporco di sangue malgascio, avrebbe potuto evitare tutto questo”, ha detto Hanitra Razasmanantsoa del partito TIM (abbreviazione per Tiako I Madagasikara, cioè “J’aime Madagascar”), considerato da un po’ di tempo come il portavoce di tutta l’opposizione.

Africa ExPress

Esercitazione nel Sahel sponsorizzata dagli USA ma anche con soldati italiani

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 aprile 2018

E’ terminata la maxi esercitazione millitare “Flintlock 2018”, un addestramento regionale tra Africa, alleati e  forze speciali del controterrorismo USA, che si svolge ogni anno dal 2005. Flintlock si svolge sotto la regia del Chairman of the Joint Chiefs of Staff (CJCS) (in italiano: capo degli Stati maggiori riuniti), che attualmente è Joseph Francis Dunford Jr. ed è sponsorizzata da The United States Africa Command (AFRICOM).

All’edizione di quest’anno hanno partecipato soldati delle forze armate di ben venti Nazioni. Oltre ai soldati africani dei cinque Paesi del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Mali e Niger), vi hanno fatto parte anche quelli di Camerun, Nigeria e Senegal, insieme a militari di Paesi partner occidentali, tra loro ovviamente italiani e altri, provenienti da Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.

I quasi millenovecento soldati che hanno partecipato all’esercitazione congiunta di questa edizione, hanno ricevuto un addestramento militare mirato per il respingimento dei gruppi terroristi jihadisti, particolarmente attivi in tutto il Sahel.

Flintlock 2018, soldati dei Paesi partecipanti
Flintlock 2018, soldati dei Paesi partecipanti

La cerimonia d’arpertura di quest’anno si è tenuta nella base militare di Tahoua, nel Niger, che nel luglio 2017 è stato teatro di un feroce attacco terrorista, rivendicato da “Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani”, capeggiato da Iyad Ag Ghali. Ed è proprio in questa ex colonia francese che quattro soldati statunitensi sono stati barbaramente ammazzati in un’imboscata lo scorso anno.

Washington è presente da tempo in Niger con ben due basi, una nella capitale Niamey, e un’altra ad Agadez, nel nord. I tedeschi, invece, stanno costruendo una base aerea all’aeroporto di Niamey per facilitare l’intervento delle proprie truppe in Mali. Anche i francesi dispongono di due basi: la prima nella capitale Niamey, mentre la seconda, a Madama, che dovrebbe servire da appoggio anche ai nostri soldati.  Ancora non è arrivato il via libera da parte del governo nigerino per il dispiegamento delle nostre truppe in questa ex-colonia francese. Angelino Alfano ha fatto sapere che le trattative con Niamey sono tutt’ora in corso. Certamente sarà compito del nuovo governo – se lo riterrà opportuno – portare avanti il dialogo con le autorità nigerine. Dall’altro canto però, il nostro Consiglio dei ministri aveva approvato tale missione alla fine dello scorso anno, mentre il Parlamento ha dato la sua approvazione poco più di un mese fa, senza che sul tavolo del nostro governo ci fosse una lettera di richiesta in tal senso da Niamey. Eppure Alfano aveva annunciato durante la cerimonia di inaugurazione della nostra ambasciata in Niger, il 3 gennaio 2018 che l’invio delle nostre truppe sarebbe stato imminente.

Come base per Flintlock 2018 è stata scelta proprio Agadez, ma le esercitazioni si sono svolte anche in Senegal e a Bangré de Kamboinsé, poco distante da Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso e Gilbert Ouedraogo, capo di Stato maggiore aggiunto burkinabè ha presieduto la ceromonia conclusiva il 19 aprile insieme al chargé d’affaires dell’ambasciata USA nel Paese.

Durante quasi due settimane (dal 9 al 20 aprile) le truppe, suddivise in piccoli gruppi, si sono esercitate in più discipline, dal paracadutismo al combattimento in zone urbane, alle tecniche di liberazione di ostaggi e molto altro ancora.  Secondo Ouedraogo le manovre hanno rinforzato le capacità delle unità speciali delle forze armate impegnate nella lotta contro il terrorismo.

Il programma sicuramente non è stato scelto a caso,  visto che sarà sopratutto compito del nuovo contingente tutto africano “Forces G5 Sahel” a dover contrastare e combattere i terroristi attivi nell’area, in particolare nelle zone di frontiera in special modo il triangolo Mali, Niger, Burkina Faso.

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Per quanto concerne il nuovo contingente del Sahel, fortemente voluto dalla Francia e dall’UE, gli USA restano prudenti, come si evince dalle parole di Marcus Hicks, comandante di AFRICOM: “Il G5 Sahel ha recentemente effettuato le sue prime operazioni; dal punto di vista delle nostre forze armate avremo occasione di collaborare con ciascuno degli Stati che ne fanno parte, fornendo assistenza e formazione. Resteremo reattivi e flessibili mentre il G5 Sahel sarà in azione”. Flessibili, ma sopratutto prudenti, gli USA non vogliono impegnarsi in iniziative non loro. Malgrado ciò, il governo di Washington ha contribuito con un finanziamento di sessanta milioni per il nuovo corpo militare tutto africano.

Mentre le forze speciali erano intente ad esercitarsi, è stata attaccata la base della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite a Timbuctu, nel nord del Mali e un operatore umanitario è stato rapito vicino a Inatès nel Niger, a pochi chilometri dal confine con il Mali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Zimbabwe: sanità allo sbando, licenziati in tronco oltre quindicimila infermieri

Loghino africa express 2Africa ExPress
Harare, 20 aprile 2018

Infermiere e infermieri proclamano uno sciopero a oltranza e il governo di Harare silura oltre quindicimila lavoratori della sanità pubblica.

La protesta è iniziata lo scorso lunedì perchè il personale adetto alla cura dei pazienti è sottopagato e per le pessime condizioni di lavoro. Il servizio sanitario nazionale dello Zimbabwe è al colasso, grazie a passato regime autoritario di Mugabe. La maggior parte degli ospedali non ha a disposizione nemmeno i medicinali essenziali, strumenti sanitari di prima necessità e altro. Spesso le casse governative non dispongono del denaro necessario per pagare gli stipendi dei medici e del personale paramedico, che sono spesso in sciopero per questo motivo. Vista la precaria situazione del servizio sanitario nazionale, vengono anche precettati i medici dell’esercito, ma ovviamente non riescono a far fronte alle esigenze e richieste della popolazione, già duramente provata.

Lo sciopero ha lasciato a corto di personale nuovamente tutti gli ospedali pubblici , ma tutto sommato non è una novità, visto che i giovani medici si sono astenuti dal lavoro per oltre un mese e hanno ripreso servizio solamente il 2 aprile.

La protesta delle infermiere è un duro colpo per Emmerson Mnangagwa, il presidente del Paese e rappresenta la più grande azione di massa da quando ha preso il potere dopo la caduta di Robert Mugabe.

Sciopero infermiere nello Zimbabwe
Sciopero infermiere nello Zimbabwe

Martedì scorso il vice presidente Constantino Chiwenga ha licenziato tutto il personale ospedaliero in sciopero, accusandolo che la loro astensione dal lavoro rappresenta un’ azione politica. Chiwenga, un ex generale, ha assicurato che avrebbe richiamato personale già in pensione e nuove leve, che hanno appena terminato il corso infermieristico per sostituire in breve tempo i lavoratori licenziati.

In un comunicato rilasciato mercoledì in tarda serata la Zimbabwe Nurses Association (ZiNA) ha fatto sapere che nessuno ha ricevuto finora una lettera di licenziamento dal ministero della Salute.

Simangaliso Mafa, presidente di ZiNA ha detto di aver appresso dalla televisione del licenziamento di massa.

Negoziati riguardanti il pagamento di retribuzioni non versate dal 2010 sono in corso. “Ma l’attuale protesta non ha nulla che vedere con gli arretrati” – ha precisato ZiNA.

Le rimostranze si riferiscono alle pericolose e cattive condizioni di lavoro. In molti ospedali pubblici i pazienti stessi devono provvedere all’acquisto di guanti in lattice, garze, disinfettanti e quant’altro. Una situazione molto simile a quella del Togo.

Africa ExPress

Kenya: il vicepresidente Ruto compra il suo quarto elicottero da 9 milioni di euro

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 19 aprile 2018

Ebbe il suo primo paio di scarpe a quindici anni, quando iniziò a frequentare le scuole secondarie. Oggi, dopo 36 anni, possiede un patrimonio stimato in due miliardi di euro, oltre a diverse auto di lusso e quattro elicotteri personali. Tra questi, l’ultimo acquisto: l’avanzatissimo e sofisticato Chopper H145 dell’Airbus francese, che porta otto persone ed è abilitato anche al volo notturno. Il costo? Una vera inezia per l’enfant prodige che detiene la seconda carica dello stato: solo nove milioni di euro.

William Samoei Ruto, di etnia kalenjin, è nato nel dicembre del 1966, da una famiglia poverissima a Kamagut, nella contea di Usain Gushu. Quinto di otto fratelli (tre maschi e cinque femmine), affrontò con ammirevole determinazione e alto profitto il suo processo educativo. Nel 1990 conseguì la laurea in botanica e zoologia presso l’Università di Nairobi e nel 2011 completò un master nelle stesse discipline. Nel 1991 contrasse matrimonio con l’attale moglie Rachel da cui ebbe sei figli. Il suo attaccamento alla famiglia è ritenuto tra i più esemplari dell’intera nazione.

Il sofisticato Chopper Airbus H145 acquistato da William Ruto
Il sofisticato Chopper Airbus H145 acquistato da William Ruto

Tenace alleato di Raila Odinga durante la campagna elettorale del 2007, si scontrò aspramente con Uhuru Kenyatta. Confronto che valse a entrambi l’incriminazione presso l’ICC (Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità) a causa dei sanguinosi scontri tra i diversi raggruppamenti politici che causarono oltre mille vittime. I due furono poi prosciolti per insufficienza di prove, ma recentemente è stata richiesta la riapertura del caso. (https://www.africa-express.info/2018/03/18/colpo-di-scena-in-kenya-il-tribunale-internazionale-riapre-il-procedimento-contro-kenyatta-e-ruto/)

Nel 2013, William Ruto – dimostrandosi tanto abile quanto spregiudicato – salì al potere come vice presidente a fianco del vecchio avversario e da quel momento il rafforzamento del suo patrimonio fu vertiginoso, fino a farlo ritenere uno degli uomini più ricchi della nazione. Non sono però in pochi a domandarsi quali sono le fonti di tali arricchimenti. I siti online, VenasNews e BusinnessToday, ne forniscono una curiosa disamina sintetizzata qui di seguito.

Ruto sembr tergersi il sudore per l'oneroso acquisto del suo Chopper, ma non lasciamoci ingannare...
Ruto sembra tergersi il sudore per l’oneroso acquisto del suo Chopper, ma non lasciamoci ingannare…

Posto che nella sua qualità di vicepresidente del Kenya, William Ruto percepisce uno stipendio mensile di 20 mila euro, VenasNews si domanda in quale forma effettuerà il pagamento dell’ultimo elicottero acquistato, visto che anche utilizzando a questo scopo, la metà della sua remunerazione, impiegherebbe 75 anni per saldare il conto del suo prestigioso gioiello. Come ha potuto, allora, permettersi questo acquisto? E come ha potuto crearsi il citato patrimonio di due miliardi di euro?

Le domande sono ovviamente retoriche, visto che William Ruto, oltre ad essere considerato un padre amorevole, un marito fedele, un buon cristiano timorato di Dio, un politico ricchissimo, è anche largamente ritenuto l’uomo più corrotto del Kenya. Non ci si sorprenda per queste apparenti contraddizioni. Anche le residenze dei boss mafiosi nostrani sono costellate d’immagini sacre e le loro famiglie sono tenute in un palmo di mano e anche a loro, una gran parte del popolo, tributa riverenza, timore e rispetto.

William Ruto è cresciuto politicamente grazie al costante supporto del suo potente tribesman Daniel arap Moi che dopo la morte di Jomo Kenyatta gestì ininterrottamente il potere fino al 1997, ma come si è visto, l’ecletticità di Ruto, gli ha consentito di ritagliarsi un prestigioso spazio sul ponte di comando, anche quando il potere è passato nelle mani dei (fino ad allora) odiati kikuyu e coltiva ora il progetto di candidarsi alla presidenza nelle prossime elezioni del 2022. Del resto come saggiamente consiglia l’adagio inglese: “If you can’t beat them, join them” (se non puoi batterli, unisciti a loro). William, il poliedrico enfant prodige del Kenya, sembra aver saputo far tesoro di questo suggerimento.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Darfur, continuano gli stupri e le violenze, ma l’occhio del mondo è lontano

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu sant’Elena, 19 aprile 2018

Nel Darfur le donne non hanno vita facile. Seppur in misura minore, non si fermano le violenze sessuali e gli stupri. Nel suo rapporto annuale all’attenzione del Consiglio di Sicurezza, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guteress, ha puntualizzato che molte donne e ragazze sono ancora vittime di stupri e violenze sessuali originati dai conflitti.

Secondo le informazioni in posseso della missione ibrida dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite denominata UNAMID United Nation Africa Mission In Darfur) nel 2017 si sono verificati centocinquantadue stupri. Le vittime erano per lo più donne (ottantaquattro), sessantasei ragazzine e due ragazzini. Il numero di violenze dichiarate è diminuito rispetto all’anno precedente, ma sono sempre troppe e chissà quante altre vittime non hanno potuto, o non hanno trovato il coraggio di denunciare le violenze subite.

Donne nel Darfur, Sudan
Donne nel Darfur, Sudan

I responsabili di queste brutali aggressioni sono per il settanta per cento dei casi uomini armati o miliziani in abiti civili; mentre nel trenta per cento dei casi è imputabile a militari, agenti di sicurezza, guardie di confine e membri delle Rapid Support Forces (RSF), ha spiegato Guteress nella sua relazione. Sarebbe davvero un’inversione di tendenza, visto che fino a poco fa i fautori della maggior parte degli stupti erano le forze regolari sudanesi  http://www.africa-express.info/2015/02/15/ordine-ai-soldati-sudanesi-stuprate-tutte-le-donne-di-quel-villaggio/ e i famosi janjaweed, i diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi, oggi ricomparsi con il nome, appunto di RSF il cui comandante è appunto Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti) uno dei capi dei janjaweed.

Dal rapporto del segretario generale dell’ONU si evince che gli sfollati lo scorso anno sono diminuiti. Ma la guerra in questo angolo di terra non è ancora terminata, anche se non si parla quasi più della sofferenza di questo popolo. Le scaramucce e attacchi si susseguono con una certa regolarità. Il sito di Radio Dabanga, un’emittente solitamente ben informata, riporta che la scorsa domenica alcuni pastori armati in sella a moto, cavalli e camelli hanno sparato contro alcune agricoltori a Sankta, nel Sud Darfur. Diversi dei malcapitati sono stati feriti. Ieri invece un uomo e suo figlio sono stati brutalmente ammazzati; gli assassini hanno portato via la loro mandria di cammelli, quasi duecento capi. Mentre un altro uomo e un soldato dell’esercito regolare sono stati rapiti da uomini armati dopo un assalto agli operai di un fabbrica di carbone. Altri incidenti si sono verificati nel nord Darfur dove un uomo è stato colpito da una pallottola mentre stava raccogliendo legna per la sua famiglia. Diversi morti e feriti sono stati registrati all’inizio del mese vicino a Dubo El Omda, che si trovano nella stessa regione.

Per porre fine al conflitto che perdura ormai da ben quindici anni, nei giorni scorsi a Berlino si sono svolti nuovi colloqui per un accordo preliminare di pace tra il governo di Khartoum e due gruppi ribelli del Darfur: il Sudan Liberation Movement (SLM-MM) e il Justice and Equality Movement (JEM). Anche questa volta nessun accordo è stato raggiunto tra le parti. Ai negoziati hanno partecipato Minni Minnawi, il leader di SLM-MM, il rappresentante per il JEM, funzionari del governo tedesco, Jeremiah Mamabolo, capo di UNAMID,  Amin Hassan Omar, rappresentante di Khartoum e una delagazione degli Stati Uniti, scelta nell’ufficio inviati speciali per Sudan e Sud Sudan. Nessuno accordo perché, secondo il governo, l’impegno per la costruzione del processo di pace deve basarsi unicamente sul Doha Document for Peace in Darfur (DDPD) siglato nel luglio 2011 a Doha, Qatar.

Reclutamento di giovani nel Darfur per la guerra nello Yemen
Reclutamento di giovani nel Darfur per la guerra nello Yemen

Nelle ultime settimane nel Darfur ufficiali dell’esercito degli Emirati Arabi hanno reclutato centinaia di giovani al di sotto dei trent’anni. Saranno inviati in Yemen per combattere nella guerra civile che si sta combattendo laggiù. Le reclute dopo aver ricevuto un primo addestramento nei campi militari del Darfur occidentale e centrale, sono stati trasferiti da Nyala in Arabia Saudita per ulteriori esercitazioni.

Il Sudan People’s Liberation Movement-North ha fatto sapere che membri degli RSF stanno reclutando giovani nel Blue Nile, nella regione delle Montagne di Nuba. Il Movimento ha chiesto alla popolazione di non aderire a questa campagna di reclutamento.

Tra i Paesi che sostengono la coalizione saudita, c’è anche il Sudan con le Rapid Support Forces. Dopo la visita del presidente sudanese Omar al Bashir in Russia alla fine dello scorso anno, circolava voce che il leder dell’ex dominio anglo-egiziano avrebbe ritirato i suoi uomini dalla guerra in Yemen. D’altronde anche Abdullah Saleh, il vecchio presidente dello Stato della penisola arabica prima di essere ammazzato, si era appellato a Sudan ed Egitto affinchè uscissero dalla coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita. (https://www.africa-express.info/2017/12/14/al-bashir-pronto-ritirare-le-truppe-sudanesi-dallo-yemen/)

A quanto pare Khartoum ha cambiato opinione e malgrado le forti perdite in vite umane – in queste ultime settimane durante una battaglia nel deserto di Rubʿ al-Khali in Yemen, al confine con l’Arabia saudita, gli RSF hanno perso decine di uomini, moltissimi altri sono stati feriti – al Bashir sta inviando rinforzi per sostenere la coalizione impegnata in questa sanguinosa assurda guerra.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Norme bigotte su internet in Tanzania: arrestati due famosi cantanti per le foto postate

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 18 aprile 2018

Si tratta del ventottenne e popolare cantante Nassib Abdul (in arte “Diamond Platnumz”) con oltre quattro milioni di fans e di una sua collega Faustina Charles (in arte Nandy) arrestati ieri per essersi fatti ritrarre in atteggiamenti definiti osceni e aver quindi postato le foto su instagram e wathsapp. Nelle immagini, Nassib sta baciando una ragazza diversa dalla sua compagna Zari Hassan, mentre Faustina appare in una posa ritenuta “indecente”, dai pubblici censori, con un musicista del suo gruppo. I due, cui erano stati sequestrati i cellulari, sono stati rilasciati poche ore dopo su cauzione e dovranno ora rispondere dei loro “crimini” davanti ai giudici della corte penale dove rischiano una multa di circa duemilacinquecento euro, oltre a un minimo di dodici mesi di carcere.

Il popolare cantante tanzaniano Diamond Platnumz
Il popolare cantante tanzaniano arrestato, Diamond Platnumz

Verso la metà degli anni novanta, finita l’era conservazionista di Nyerere, la Tanzania, sotto la spinta del nuovo presidente, Benjamin Mkapa, pareva essersi costituita come una nuova destinazione degli investimenti occidentali. Non furono pochi gli imprenditori keniani – soprattutto di origine europea – che decisero di trasferirvi, in tutto o in parte, le proprie attività. Era una prospettiva di rinascita che, insieme alla nuova Uganda di Yoweri Museveni, vedeva i due Paesi africani uscire da un tetro periodo di autarchia, povertà e sopraffazione.

La giovane cantante tanzaniana arrestata, Nandy
La giovane cantante tanzaniana arrestata, Nandy

Ma la Tanzania di oggi sembra proprio aver perso quella benefica spinta iniziale. Non solo per quanto concerne il suo progresso economico, ma anche per il rispetto dei diritti umani e delle fondamentali libertà di espressione. Le nuove norme emanate il marzo scorso sull’uso di internet, hanno assoggettato il Paese a una sorta di moderna inquisizione che punisce e mette rigorosamente all’indice ogni opera che, a giudizio dell’élite al potere non si allinei, alla nomenclatura di Stato.

In esecuzione a quelle norme, i blog e tutti i sottoscrittori dei vari forum e social network, dovranno registrarsi presso un apposito ufficio governativo e pagare una tassa di accesso di quasi novecento euro, oltre a imposizioni annuali variegate a seconda dello specifico utilizzo del web. Ma la questione più problematica è che dovranno assoggettarsi alle rigide limitazioni imposte dall’ente di controllo il quale ha disposto che non saranno tollerati contenuti che offendano la morale, con esposizione di nudi, atti sessuali o espliciti atteggiamenti che li richiamino, argomenti che trattino temi omosessuali o che siano comunque contrari alla cultura del Paese, compresa la violenza, il linguaggio scurrile e le affermazioni irrispettose nei confronti del presidente John Magufuli e del suo “Partito Rivoluzionario” di appartenenza.

L'attuale presidente della Tanzania, John Magufuli
L’attuale presidente della Tanzania, John Magufuli

In un Paese povero come la Tanzania, basterebbero i soli balzelli fiscali per ridurre drasticamente l’accesso a internet di gran parte della popolazione, ma oltre al costo, al controllo e alle limitazioni imposte agli operatori della rete, il governo si è anche riservato il diritto di scrutinare i media affinché non diffondano notizie che – a insindacabile giudizio dell’autorità preposta – siano giudicate lesive alla sicurezza nazionale. Tra il 2015 e il 2016 (fonte Reuters) almeno quattordici cittadini tanzaniani sono stati arrestati per aver “insultato” il presidente sui social media. Tutto questo grazie al fatto che la Costituzione della Tanzania consente la libertà di parlare, ma pone i media sotto il controllo e le restrizioni decise dal governo.

Questa inarrestabile escalation verso la soppressione delle libertà individuali, mostra che, in luogo di procedere verso l’emancipazione e l’ammodernamento delle relazioni sociali, ancora troppi paesi africani scelgono il percorso inverso. Trionfano il tribalismo, le superstizioni e il feudale esercizio del potere, mentre i popoli soggiogati dall’ignoranza, dall’impotenza e dalla paura, finiscono di essere sempre meno cittadini e sempre di più sudditi.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Zimbabwe, Mugabe deve testimoniare su diamanti spariti per 15 miliardi di dollari

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 aprile 2018

“È una leggenda metropolitana”, ha affermato l’ex presidente-dittatore Robert Mugabe riguardo alla sparizione di 15 miliardi di dollari USA di introiti provenienti dai diamanti.

Kimberlite con diamante
Kimberlite con diamante

Il Comitato dei legislatori dello Zimbabwe però vuole saperne di più e ha deciso di sentire cosa racconta su questo tesoro svanito nel nulla. Eppure, nel febbraio 2016, alle celebrazioni per il suo noventaduesimo compleanno, alla tv di stato ZBC egli stesso aveva lanciato pubblicamente l’accusa dicendo che nelle casse dello stato erano entrati solo due miliardi di dollari.

La causa era la corruzione e lo sfruttamento incontrollato dei giacimenti di diamanti. E aveva lanciato una pesante accusa: “Le società minerarie ci hanno praticamente derubato della nostra ricchezza”. La commissione parlamentare che sta indagando sul saccheggio di diamanti della miniera di Marange – giacimento a 400km a sud-est dalla capitale Harare – ha interrogato diversi alti funzionari e subito dopo è arrivata la smentita dell’ex dittatore.

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe
Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

Al quotidiano Zimbabwe Independent ha dichiarato che l’informazione sulla sparizione dei 15 miliardi di dollari gli era stata data da qualche funzionario governativo all’epoca ma in realtà non era mai stata confermata.

Mugabe viene però smentito da un rapporto dell’ong britannica Global Witness, pubblicato lo scorso 11 settembre. Con il titolo “An inside job. Zimbabwe: the state, the security forces, and a decade of disappearing diamonds” (Un affare interno. Lo stato, le forze di sicurezza e un decennio di diamanti scomparsi) mette a fuoco come l’entourage di Mugabe – con la complicità dei servizi di intelligence – si sia appropriato di parte degli introiti provenienti dai diamanti.

L’ONG accusa il regime dell’ex presidente di aver utilizzato i fondi provenienti dalle pietre preziose per finanziare le sue campagne elettorali ed eliminare l’opposizione politica. Ma va oltre: afferma di aver scoperto nuove prove che rivelano come la Central Intelligence Organization (servizi segreti dello Zimbabwe), i militari, contrabbandieri ed elite politiche hanno acquisito il controllo o la proprietà di società che operano nei campi di diamanti dell’ex Rhodesia.

Zimbabwe Mining Development Corporation e la percentuale di partecipazione nelle compagnie minerarie (Courtesy Global Witness)
Zimbabwe Mining Development Corporation e la percentuale di partecipazione nelle compagnie minerarie (Courtesy Global Witness)

Secondo Global Witness nelle joint venture che operano a Marange ci sono una serie di legami tra i servizi di intelligence dello Zimbabwe, l’esercito e le società minerarie che hanno la concessione per l’estrazione di diamanti: Kusena Diamonds, Anjin Investments, Jinan Mining. Attraverso questi collegamenti, il CIO e i militari dell’ex colonia britannica si sono assicurati una fonte di lucro ad alto potenziale fuori bilancio.

Nel 2008 a Marange ci fu una carneficina: 200 minatori privati vennero uccisi dalla polizia e allo Zimbabwe venne imposto l’embargo sulla vendita dei diamanti per gravi violazioni dei diritti umani. Nonostante il divieto, le pietre preziose hanno continuato ad essere scambiate liberamente sui mercati internazionali, soprattutto ad Anversa, in Belgio con il sigillo di approvazione del Kimberley Process.

A questo punto, viste le implicazioni con gli apparati del potere, bisogna vedere quanto e a chi conviene scoprire il coperchio della pentola che potrebbe causare una potente esplosione a livello istituzionale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti foto:
– Diamante
Di StrangerThanKindnessOpera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento
-Robert Mugabe
Di Tech. Sgt. Jeremy Lock (USAF) – dodmedia.osd.mil, Pubblico dominio, Collegamento

Kenya, 3 membri della commissione elettorale sfiduciano il suo presidente e si dimettono

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 17 aprile 2018

Le dimissioni sono state annunciate ieri, in una conferenza stampa presso lo Stanley Hotel di Nairobi, da Connie Nkatha (vicepresidente della Commissione elettorale) e dai membri Paul Kurgat e Margaret Mwachanya. La loro fuoriuscita lascia l’organo che gestisce il processo elettorale del Paese, con soli due componenti: Abdi Guliye e Boya Molu, oltre al presidente Wafula Chebukati. L’IEBCE resta quindi priva del quorum necessario per deliberare.

La notizia di queste dimissioni non ha troppo sorpreso gli osservatori poiché erano mesi che, all’interno dell’organo in questione, si erano evidenziati forti tensioni e dissapori. “Il grave deterioramento della nostra fiducia nella conduzione del presidente Chebukati – hanno detto i tre dimissionari per bocca della loro portavoce Connie Nkatha – ci ha costretti, se pur spiacenti, a dimetterci dall’incarico con effetto immediato”.

Queste dimissioni, dopo quelle di Roseline Akombe, che aveva sollevato gravi perplessità nella pubblica opinione per la sua fuga negli Stati Uniti – a suo dire motivata da seri rischio per la propria incolumità – e la sospensione dell’idolo delle signore Ezra Chiloba, gettano una luce sempre più sinistra sulla conduzione della Commissione elettorale da parte del presidente Chebukati, il quale, tuttavia, afferma di voler continuare a condurre l’attività dell’organo cui presiede nella formula del “business as usual”, cioè: tutto come normalmente previsto.
I tre dimissionari nella loro conferenza stampa di ieri
I tre dimissionari nella loro conferenza stampa di ieri

Non è di questa idea il senatore James Orengo dell’alleanza NASA di Raila Odinga. “Questa Commissione elettorale è maledetta – ha lapidariamente affermato – le dimissioni di tre dei suoi membri sono il sintomo del cancro incurabile da cui è affetta e mette in seria discussione la legittimità dell’attuale amministrazione dell’alleanza Jubilee (quella che fa capo all’attuale presidente Uhuru Kenytta) confermando che i risultati delle scorse elezioni sono il frutto di una gigantesca frode”. Alle proteste di Orengo si sono unite anche quelle di Paul Muite e Nzamba Kitonga, due famosi avvocati impegnati da anni nella difesa dei principi della democrazia, solidali nell’affermare che l’IEBC è impossibilitata ad operare e deve quindi essere sciolta per poter essere validamente riformata.

Da parte sua, il presidente Chebukati, si mostra ben intenzionato a voler mantenere la carica e accusa invece i tre dimissionari. “La loro scelta – afferma in un comunicato rilasciato la notte scorsa – dimostra l’incapacità a gestire e a conciliare le naturali divergenze che possono sorgere all’interno della commissione nei più critici momenti della sua esistenza”. Chebukati ha anche sollecitato il parlamento a pronunciarsi quanto prima per nominare quattro nuovi membri che riportino a sette le cariche previste per l’attività della commissione.

Il presidente della Commissione Elettorale Wafula Chebukati
Il presidente della Commissione Elettorale Wafula Chebukati

Le accuse dei tre dimissionari sono comunque inequivocabili: “La commissione elettorale – si afferma nel loro comunicato – è diventata la sede in cui si spaccia disinformazione; il luogo di produzione di sfiducia e lo spazio favorevole alle arrampicate individuali per i propri interessi e la propria gloria. Abbiamo assistito alla sparizione di documenti ufficiali e a continue decisioni arbitrarie che non ci sentiamo più di condividere”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1