Ieri mattina, poco prima delle 08.00 ore locali, un cittadino tedesco è stato rapito a Kano, capoluogo dell’omonimo Stato federale nigeriano. Le generalità del tedesco non sono state rese note.
L’uomo, un ingegnere, impiegato di un’impresa di costruzioni, si stava recando al lavoro in macchina, scortato dalla polizia, quando un gruppo di cinque uomini armati hanno aperto il fuoco, uccidendo uno degli agente di sicurezza. Testimoni oculari hanno confermato che una banda criminale composta da quattro-cinque elementi, avrebbe ingaggiato una sparatoria prima di portare via il cittadino tedesco.
Il barbaro rapimento, nonchè la morte dell’agente, è stato confermato da Magaji Musa Majia, portavoce della polizia di Kano, mentre finora nè l’ambasciata tedesca in Nigeria, nè il ministero degli Esteri di Bonn hanno rilasciato dichiarazioni in merito. Immediatamente dopo il sequestro è stata aperta una caccia all’uomo in tutto lo Stato per stanare i criminali con il loro ostaggio.
In Nigeria i rapimenti di cittadini stranieri è frequente. Generalmente vengono rilasciati dopo breve tempo dietro il pagamento di un lauto riscatto. La ex colonia britannica è considerato un Paese ad alto rischio, dove i rapimenti si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per sviluppo e la crescita economica delle comunità sono certamente alla base di questi atti criminali.
Nel Delta State, nel sud del gigante dell’Africa, ad ottobre erano stati rapiti quattro missionari britannici, impegnati nel campo medico. Tre di loro sono stati rilasciati, mentre il quarto, un medico, è stato brutalmente ammazzato.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 16 aprile 2018
Si chiamano Ngila, Simotua, Alamaya. Sono alcuni dei 230 elefantini salvati da morte sicura dal Centro per cuccioli orfani di Nairobi. Con il suo orfanotrofio Daphne Sheldrick ha fatto un salto di qualità nella protezione della fauna selvatica africana.
Non è un caso che la Smithsonian Review, abbia riconosciuto Daphne tra delle 35 persone in tutto il mondo che hanno fatto la differenza tra allevamento e conservazione della fauna selvatica.
Gli elefanti li conosceva bene. E li amava al punto di prendersene cura e proteggerli per evitare la loro estinzione. Secondo dati di varie associazioni ambientaliste in Africa vengono uccisi tra 20 e 30 mila elefanti all’anno e la causa è sempre la stessa: il contrabbando di avorio.
“Gli elefanti sono intelligenti e soffrono come gli esseri umani” aveva detto Daphne. Alcuni di loro sono tornati “in visita”, con i propri cuccioli, al centro dove erano stati salvati. Motivo di grande gioia e orgoglio per lei e per il personale che li aveva allattati e curati fino alla loro indipendenza e alla libertà nella grande savana africana.
Di origini britanniche era nata in Kenya nel 1934, per una ventina di anni aveva lavorato insieme al marito David, fondatore e direttore del Tsavo East National Park, più grande parco nazionale del Kenya. Proprio in questo parco trovò un elefantino ferito di sei mesi che la coppia decise di salvare e di adottare. Era un cucciolo di un centinaio di chili chiamato Dika e che ha dato inizio al loro impegno per salvare i piccoli orfani.
Alla morte di David, nel 1977, in suo onore Daphne a Nairobi aveva deciso di fondare il David Sheldrick Wildlife Trust e l’orfanotrofio. Meta di studiosi e ambientalisti ma anche scolaresche e turisti provenienti da tutto il mondo, l’orfanotrofio, ospita elefantini orfani a causa del bracconaggio o cuccioli vittime di incidenti.
Il suo impegno per la protezione della natura e degli animali africani le ha fatto meritare vari riconoscimenti. Tra questi, nel 1989, Elisabetta II l’ha insignita dell’Ordine dell’Impero Britannico e nel 2006 la sovrana britannica l’ha nominata Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico, il primo cavalierato dall’indipendenza del Kenya nel 1963.
La vita di Daphne è stata una lunga storia d’amore con gli elefanti e con l’Africa e la sua scomparsa è una grande perdita per il Kenya e per tutto il continente africano. Il suo importante lavoro continua attraverso l’orfanotrofio.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 aprile 2018
Il governo zambiano continua a spendere e a spandere e finora non esiste un piano concreto per dare un taglio a questo sperpero. Contemporaneamente i debiti crescono a dismisura.
Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto chiarimenti a Lusaka, perché si teme una crisi economica e valutaria. Per uscire dall’attuale problematica congiuntura economica, Edgar Lungu, presidente dello Zambia, aveva avviato le trattative con il FMI per beneficiare di un programma di assistenza finanziaria. Lo scorso febbraio il Fondo ha rigettato il piano di gestione del debito proposto dal governo africano.
Fondo monetario internazionale
Questa risposta negativa ha ovviamente generato una certa inquietudine sui mercati finanziari, visto che il Paese non ha onorato alcuni suoi debiti già giunti a termine e molti analisti ritengono che questo contesto presenti alcune similitudini con ciò che è accaduto in Mozambico nel 2016.
Ufficialmente il debito pubblico del Paese a fine agosto 2017 era di 12,45 miliardi di dollari, ossia il quarantasette per cento del prodotto interno lordo. Ma attenzione, non bisogna confondere il debito pubblico con il debito estero, che riflette impegni presi in valuta del settore privato e pubblico e deve essere onorato con entrate in valuta estera.
Ci sono forti sospetti che Lusaka abbia contratto un debito nascosto; finora non ci sono ancora le prove, ma secondo alcuni dati svelati ultimamente dal governo zambiano, il debito estero potrebbe essere il doppio di quello ufficiale, ha rivelato l’agenzia di informazioni economiche ECOFIN.
Edgar Lungu, presidente dello Zambia
Secondo Gregory Smith, incaricato della strategia in materia di debiti sovrani presso la Renaissance Capital (una banca di investimento specializzata in mercati di frontiera fondata in Russia nel 1995), invece non ci sono prove sufficienti che Lusaka abbia contratto debiti nascosti. Dal canto suo Peter Attard Montalto, responsabile per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa presso Nomura International (una multinazionale giapponese di servizi finanziari, gestione finanziaria con sede nel distretto di Nihombashi a Tokyo), ritiene sia possibile che il Paese si trovi in difficoltà proprio a causa di prestiti contratti non rivelati.
Lo Zambia, pur essendo il secondo produttore di rame al livello mondiale, ha abusato dell’indebitamento per sostenere i suoi progetti di infrastrutture. Il suo debito estero è letteramente esploso in questi ultimi anni, passando da due miliardi di dollari nel 2011 a 8,7 a fine 2017.
Gli investimenti potrebbero anche generare profitti in futuro, ma i debiti rischiano di danneggiare fortemente e in modo duraturo le finanze pubbliche.
Infine, messo alle strette, il governo è ora costretto a rivedere i piani di rimborso del debito contratto con la Cina, idem per il prestito di tre miliardi di dollari tramite gli eurobond tra il 2012 e il 2015.
Il settanta per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, tra loro oltre il quaranta per cento è in stato di indigenza estrema. Lo stipendio medio annuale pro capite si aggira sui 395 dollari.
L’aspettativa di vita dei zambiani è piuttosto bassa. Si colloca sui 49 anni, a causa dell’infezione da HIV / AIDS, che nel Paese assume risvoltii drammatici. Si stima che oltre il 12,9 per cento la popolazione adulta tra i 15 e i 49 anni ne sia colpita.
Eppure fino a non molti anni fa lo Zambia era considerato uno dei Paesi africani emergenti dal punto di vista economico. Con la caduta del prezzo del rame, le sue entrate si sono ridotte notevolmente. La chiusure di diverse miniere ha prodotto migliaia di disoccupati. La siccità e la carenza nell’ approvvigionamento di corrente elettrica hanno avuto un ulteriore grave impatto negativo sull’economia.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 aprile 2018
La base della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite a Timbuctu,nel nord del Mali, è stata attaccata ieri pomeriggio da uomini armati.
Le notizie sono ancora frammentarie. Su Twitter MINUSMA conferma l’aggressione, specificando che ora la situazione è sotto controllo.
Attentato alla base di MINUSMA a Timbuctu, Mali
Secondo una prima ricostruzione dei fatti un veicolo con a bordo un kamikaze è esploso nei pressi della base, sono seguiti tiri di mortaio e un intenso scambio di pallottole. Un casco blu è stato ucciso, mentre almeno una ventina i militari feriti tra caschi blu e soldati francesi della missione Barkhane.
“La base di Timbuktu non ha mai subito un assalto di tale portata”, hanno riferito le autorità locali.
La situazione in Mali e in tutto il Sahel è sempre più incandescente. Mercoledì scorso, in Niger al confine con il Mali, è stato rapito anche un operatore umanitario tedesco (https://www.africa-express.info/2018/04/12/operatore-umanitario-tedesco-rapito-niger/). Finora non è stato rivendicato il suo sequestro, ma si punta il dito su “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, alleato di al-Qaeda e dei talebani afgani, che detiene anche altri ostaggi occidentali.
Una settimana fa a Aguelhok, nel nord-est della ex colonia francese, durante un attacco terrorista sono stati uccisi altri due soldati della Missione ONU in Mali. Anche in tale occasione sono state utilizzate armi pesanti da parte dei jihadisti. Sono oltre cento i caschi blu che hanno perso la vita dall’inizio della missione in Mali dal luglio 2013 ad oggi . Un bilancio piuttosto elevato, senza contare le morti dei soldati della missione francese.
Timbuctu, Mali
La Francia ha lanciato dapprima l’operazione “Several” nel solo Mali, poi, per contrastare il terrorismo in tutto il Sahel, nel 2014 è stata sostituita dalla missione Barkhane, con base a N’Djamena, la capitale del Ciad. Barkhane conta quasi quattromila militari; in Mali sono stanziati millesettecento uomini, per lo più a Gao. Altri militari francesi si trovano a Kidal e a Tessalit, nel nord-est del Paese.
Timbuctu è stata fondata dai toureg nel quinto secolo d.C. ed è soprannominata la città dei 333 santi e dal 1988 è considerata dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità. Nel 2012 una parte dei luoghi sacri della città sono stati distrutti dai jihadisti. Uno di loro, Ahmad Al Faqi Al-Mahdi, alias Abu Tourab, un ex miliziano di Ansar Dine, è stato condannato nel 2016 a nove anni di galera dalla Corte dell’Aja.
Nel reparto neonatale del Centre Hospitalier Universitaire Sylvanus Olympio di Lomé, la capitale del Togo, il caldo è soffocante, l’aria condizionata è fuori uso. Nella rianimazione per i piccoli c’è una sola infermiera per prestare le cure a oltre venti malati gravi.
Nella sala d’attesa le mamme disperate implorano parenti e amici di acquistare medicinali di base, guanti di lattice, soluzione fisiologica, confezioni di acqua potabile e quant’altro nelle farmacie della capitale, semplicemente perché il più grande ospedale del Paese è sprovvisto di tutto.
Sciopero dei medici a Lomé, Togo
Uno dei piccoli pazienti del reparto è affetto di gastroschisi (un difetto di formazione della parete addominale che determina la non completa chiusura dei muscoli e della cute dell’addome e ha come conseguenza lafuoriuscita dei visceri addominali all’esterno) e la parte inferiore del suo addome è avvolto semplicemente con garze. Condivide la culla con alcuni altri neonati.
Se in Occidente le possibilità di sopravvivenza di un paziente affetto di una tale patologia è del novanta per cento, qui, in questo sovraffollato nosocomio, dove manca tutto, dal personale ai medicinali, i rischi di un’infezione sono molto elevati ed è molto probabile che il piccolo non sopravvivrà a lungo.
Il personale, allo stremo, stanco, inorridito e disgustato del livello di prestazioni terapeutiche della clinica universitaria e di tutti gli ospedali dell’ex colonia francese, sta utilizzando lo sciopero per esprimere il proprio disappunto contro il governo. Medici e personale paramedico hanno aggiunto la loro voce alla crescente ondata di proteste politiche che scuote il Paese dalla scorsa estate.
Tutto il personale dell’ospedale universitario negli ultimi mesi ha scioperato almeno sei, sette volte, impedendo ai pazienti di entrare e incoraggiando quelli ricoverati di farsi ricoverare in strutture private.
Medici e paramedici in sciopero a Lomé
David Dosseh, medico uno degli organizzatori degli scioperi ha puntualizzato: “Se si accetta di lavorare in queste condizioni, si è complici di una situazione che potrebbe causare morti inutili. Ad un certo punto è bene chiedersi se non è meglio smettere di lavorare”.
I più critici ritengono che i problemi della sanità pubblica togolese, come la mancanza cronica di acqua, corrente elettrica, il malfunzionamento delle apparecchiature mediche e diagnostiche e dove i nuovi medici guadagnano meno di un tassista, siano il risultato di un governo incapace e corrotto.
Ma gli attuali disordini e proteste vanno ben al di là dei problemi del sistema sanitario. Dosseh e i suoi colleghi ritengono di essere perfettamente in sintonia con gli studenti universitari, gli insegnanti e tutte le altre persone che sono scese nelle piazze in questi mesi per protestare contro il presidente Faure Gnassingbé, la cui famiglia di cleptocrati che ha saccheggiato il Paese, governa questo Stato dell’Africa occidentale da ormai cinquant’anni.
I medici non sono scesi nelle strada, hanno limitato la loro protesta allo sciopero, ma, coinvolti in prima persona con la quotidiana sofferenza delle persone, si sono uniti al movimento che chiede le immediate dimissioni del presidente.
L’attuale capo dello Stato è succeduto al padre nel 2005 con elezioni marcate da violenze e brogli , ha appoggiato la nuova legge che pone limiti ai mandati presidenziali, ma escludendo i suoi mandati. Lui potrà ripresentarsi all prossime tornate elettorali del 2020 e 2025.
Il governo non sopporta critiche, gli oppositori politici vengono arrestati, sbattuti in luride galere, dove non mancano le torture inflitte dalla polizia federale. Il blocco di internet e dei social network sono all’ordine del giorno. La corruzione è endemica.
Lo scorso febbraio il governo ha accettato una negoziazione con l’opposizione grazie alla mediazione di Nana Akufo-Addo, presidente del Ghana. In attesa dei risultati di questi colloqui, gli attivisti avevano rallentato le proteste. Ora, dopo la calma delle scorse settimane, mercoledì le persone sono nuovamente scese nelle strade per manifestare il loro disappunto. La manifestazione non era stata autorizzata, e il corteo è stato disperso dalle forze dell’ordine. L’opposizione non molla e ha indetto una nuova protesta per questo oggi.
Il personale medico e paramedico non ha mai interrotto gli scioperi. A volte sono solo i medici a interrompere la loro attività, altre volte, invece, partecipa anche lo staff..
Recentemente è stato arrestato e trattenuto in prigione per alcuni giorni il vice rettore della facoltà di medicina di Lomé, Ihou Majesté, perché accusato di aver diffuso una audio-clip nella quale il ministro della Sanità veniva paragonato ad una vettura rotta. Le autorità avevano attribuito la voce della clip a Majesté.
Esperti dell’ONU sostengono che la mortalità neonatale, ventisei su ogni mille, sia ben al di sopra di quella della Sierra Leone, ma anche Niger e Burkina Faso, Paesi meno sviluppati, si posizionano molto meglio in questa classifica.
Ma spesso le statistiche ufficiali in Togo sono poco attendibili. Secondo Agbessi Amouzou, togolese, professore alla Johns Hopkins University, il più grande ospedale di Lomé è semplicemente un disastro. Basti pensare che recentemente un neurochirurgo, specializzato in Francia, ha dovuto usare il suo cellulare per illuminare il campo operativo di un paziente, perché all’improvviso è mancata l’energia elettrica.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 13 aprile 2018
Non che lo slittamento dei due blocchi continentali lungo la linea del Rift Valley non sia in atto. Lo è, ma procede con estrema lentezza. Si stima trattarsi di uno slittamento di pochi millimetri all’anno che – tra cinquanta milioni di anni circa – provocherà il completo distacco di una larga parte dell’Africa orientale. Questo remoto evento interesserà principalmente la Somalia, il Kenya, l’Uganda, la Tanzania, il Mozambico e frazioni minori di altre nazioni limitrofe. Questo, nella davvero improbabile ipotesi che, alla data prevista per il distacco, la configurazione politica dell’area in questione, sia ancora uguale quella di oggi.
La lunga frattura della crosta terreste a Narok
Insomma, una larga parte dell’Africa si staccherà dal continente d’origine diventando un’enorme isola che andrà a piazzari a metà strada tra la sua matrice mutilata e il Madagascar. Per quanto si possieda, quindi, uno spirito lungimirante e si abbia a cuore il futuro dei posteri, cinquanta milioni di anni sono davvero troppi perché oggi ci si debba preoccupare. Ecco perché la spaccatura che si è recentemente creata sulla superstrada Narok-Naiorbi, ha creato sorpresa e allarme. Perché il distacco continentale si stava verificando con così enorme anticipo sui tempi stimati?
Così è previsto, si separerà, tra 50 milioni di anni, l’Africa Orientale dal resto del continente
La voragine, in effetti, era davvero impressionante, lunga oltre dieci chilometri, con dimensioni che in certi punti superavano i dieci metri di profondità e i cinquanta di larghezza. Tanto è bastato perché molti mezzi d’informazione, locali e internazionali, parlassero subito di un inizio del fenomeno di frattura tettonica che avrebbe separato l’Africa orientale dal resto del continente. Ovviamente si è subito diffuso un comprensibile allarme in tutti i residenti dell’area in questione, allarme che gli stessi mezzi d’informazione hanno ulteriormente enfatizzato.
In realtà, è poi stato dimostrato che non si è trattato di un inizio del fenomeno geologico temuto, ma di un semplice effetto delle forti piogge che, agendo su un terreno di prevalente origine vulcanica e di scarsa compattezza, ne hanno eroso gli strati inferiori facendo sprofondare la superficie. Rientrato allarme, quindi, almeno in relazione a questo fenomeno. Chi, in questo ambito, volesse proprio dilettarsi con reportage catastrofistici, dovrà così rassegnarsi a pazientare per altri cinquanta milioni di anni.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 12 aprile 2018
Un operatore umanitario tedesco dell’organizzazione non governativa tedesca “Help” con sede a Bonn, è stato sequestrato mercoledì pomeriggio nel Niger, nel nord di Ayourou, venticinque chilometri a sud di Inatès, poco distante dal confine con il Mali.
Il rapimento è stato confermato dal procuratore generale di Niamey, Cheibou Samna. Anche Bianca Kaltschmitt, vice direttrice della ONG tedesca, ha fatto sapere di essere stata informata durante la notte del sequestro di un collega in Niger, ma non ha reso noto la sua identità.
L’uomo, mentre era alla guida della sua vettura in compagnia di persone del luogo, è stato affiancato da alcuni uomini armati in sella alle loro moto. Il gruppo ha rapito l’operatore umanitario, ha lasciato sul posto, illesi, i due nigerini. Sembra comunque, che il tedesco avesse sempre rifiutato una scorta per i suoi spostamenti per prestare aiuto agli sfollati della zona.
Finora non sono stati resi noti ulteriori dettagli e anche Bonn non ha ancora commentato l’accaduto.
I confini tra Mali, Burkina Faso e Niger sono zone divenute da anni instabili, perchè “frequentate” da gruppi terroristi. E proprio per questo motivo i presidenti dei cinque Paesi del Sahel hanno lanciato lo scorso anno l’idea di formare un nuovo contingente tutto africano, Force G5 Sahel, composto da truppe mauritane, nigeriane, maliane, burkinabé e ciadiane. Il compito della nuova forza alleata sarà quello di contrastare il terrorismo islamico nel Sahel. (http://www.africa-express.info/2017/07/04/il-g5-sahel-bamako-lancia-un-nuovo-contingente-africano-contro-jihadisti/)
L’Europa è un attore chiave nel settore della sicurezza nel Mali e in tutta la regione del Sahel con la presenza di ben tre missioni nel quadro della “Politica per la sicurezza e difesa comune” (PSDC): EUCAP Sahel Niger (formazione e consigli alle forze di sicurezza del Niger per la lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato); EUCAP (European union external action) Sahel Mali (formazione e consigli alle forze di sicurezza maliane per garantire l’ordine democratico) e la missione di formazione dell’UE nel Mali (EUTM) (sostegno e addestramento del personale di comando dell’esercito maliano). Un processo di regionalizzazione delle tre missioni è in corso.
Il Niger è già fortemente militarizzato. I soldati d’Oltralpe sono presenti con l’Operazione Barkhane nel Sahel con quasi quattromila uomini. La base operativa a N’Djamena, la capitale del Ciad. Millesettecento soldati della missione francese si trovano a Gao, nel centro del Mali, inoltre dispongono di due basi aeree, la prima nella capitale Niamey, mentre la seconda, appunto a Madama. Gli Stati Uniti (https://www.africa-express.info/2014/09/07/niger-pronta-una-nuova-base-per-droni-usa/), ne hanno un’altra coppia, una ad Agadez, nel nord del Paese, l’altra nella capitale. I tedeschi, invece, stanno costruendo una base aerea all’aeroporto di Niamey per facilitare l’intervento delle proprie truppe in Mali.
All’inizio di luglio il nuovo raggruppamento, che unisce diverse formazioni armate, denominato “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” e guidato da Iyad Ag-Ghali, alleato di al-Qaeda e dei talebani afgani, ha rilasciato un video mostrando sei ostaggi: Oltre la Stoeckly e la Pétronin, ci sono la suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, il chirurgo australiano Arthur Kenneth Elliott, rapito nel Burkina Faso nel gennaio 2016 insieme alla moglie, rilasciata poco settimane dopo, il rumeno Iulian Ghergut, sequestrato nel 2015 sempre nel Burkina Faso. Mentre Stephen McGown, sudafricano, nelle mani dei suoi aguzzini dal 2011 e stato liberato nell’agosto del 2017
Julius Maada Bio, l’anziano ex ufficiale putschista è il nuovo presidente della Sierra Leone. Bio si è aggiudicato il 51,8 per cento delle preferenze al secondo turno della tornata elettorale (https://www.africa-express.info/2018/03/12/presidenziali-sierra-leone-oltre-meta-scrutinio-si-prevede-ballottaggio-tra-primi-due/), che si è svolta il 31 marzo scorso. Samura Kamara, ministro degli Esteri uscente e candidato del partito al potere All People’s Congress , ha riportato a casa il 48,19 percento dei voti. Mohamed Conteh, presidente della Commissione elettorale ha annunciato i risultati mercoledì
Bio aveva partecipato come giovane ufficiale ad un colpo di Stato il 29 aprile 1992 per rovesciare Saidu Momoh. Dopo il golpe, gli ufficiali hanno dato in mano il potere a un giovanissimo capitano, Valentine Strasser, di soli ventisei anni. Siamo già in piena guerra civile, iniziata il giorno di Natale del 1989 e protrattasi fini al 2002.
Nel gennaio 1996 Maada Bio, allora vicepresidente, caccia il suo compagno d’armi con un colpo di Stato “democratico”. Resta al potere per pochi mesi, perché dopo le elezioni presidenziali di marzo, consegna lo scettro a Ahmad Tejan Kabbah, un anziano funzionario delle Nazioni Unite.
Julius Maada Bio, il nuovo presidente della Sierra Leone
Ironia della sorte, quando Bio era a capo della giunta militare per due mesi, aveva nominato Samura Kamara, il suo avversario di oggi, a capo del ministero delle Finanze.
Negli anni a seguire Bio emigra negli Stati Uniti e si laurea in relazioni internazionali. Nel 2005 fa ritorno nel suo Paese e si butta nella politica. Si iscrive al Sierra Leone People’s Party e diventa il loro candidato alle elezioni presidenziali del 2012, ma, come oppositore di Ernest Baï Koroma, il presidente uscente, si aggiudica solamente il trentasette per cento delle preferenze.
Appena eletto presidente pochi giorni fa, ha subito lanciato un appello all’unità nazionale: “Siamo un solo Paese, la Sierra Leone e noi siamo un solo popolo”.
Kamara, invece, non accetta il risultato elettorale. Grida ai brogli e fa sapere tramite un messaggio televisivo che lui e il suo partito, l’APC, faranno ricorso in tribunale.
Bio non ha peli sulla lingua ed è conosciuto per il suo linguaggio chiaro e franco. Durante la sua campagna elettorale ha garantito che avrebbe rivisto le concessioni minerarie e i vantaggi fiscali accordati alle compagnie straniere. Inoltre ha promesso scuole primarie e secondarie gratuite. Con sua moglie ha già creato una fondazione nel 2014 per venire in contro ai bambini svantaggiati, ai giovani, alle donne.
La Sierra Leone è tra i Paesi più poveri del mondo: occupa il 179° posto su 188 – secondo l’indice di sviluppo umano stilato dall’UNDP (United Nation Development Programme, il programma per lo sviluppo dell’ONU – e figura anche tra i primi per quanto riguarda la corruzione.
Il sistema sanitario è più che carente, disoccupazione e povertà hanno ormai colpito i due terzi della popolazione. La corruzione è endemica; tangenti e giochi di potere sono al centro della politica sierraleonese.
L’aspettativa di vita è di cinquantuno anni. La mortalità neonatale risulta essere tra le più alta a livello mondiale, altrettanto quella delle gestanti.
La già povera economia del Paese è ancora in ginocchio dopo la terribile epidemia di ebola del 2014. La ripresa è lenta e la disoccupazione giovanile ha raggiunto ormai il settanta per cento. Il lavoro non mancherà al neo-eletto presidente.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 10 aprile 2018
Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU, l’anno scorso, solo nella Repubblica Democratica del Congo, sono state stuprate 15 mila donne. Poco meno di due ogni ora. Ma la cosa più sconvolgente è che si è trattato in gran parte di bambine. Se si rapporta questo dato all’intero continente africano, i casi di questo triste fenomeno si contano in svariate centinaia di migliaia. Donne costrette con la forza a sottostare alla volontà del maschio. Donne oggetto, trattate come semplici strumenti di piacere. Donne che, dopo l’intollerabile oltraggio subito, vengono anche ripudiate dalle famiglie ed escluse dalle comunità cui appartengono.
Alcune di loro, partoriranno i figli degli stupratori e resteranno sole a doversene prendere cura. Se si tratta di adolescenti, ancora in età scolare, saranno spesso cacciate dalla scuola perché non forniscano un “cattivo esempio” alle compagne. Infine, per poter sopravvivere insieme alle proprie creature, non avranno altra alternativa che prostituirsi. Ma se nel tempo, a seguito di questa sventurata scelta, si troveranno a vivere in condizioni un po’ più agiate, ecco che allora le famiglie – ora non più bacchettone – si faranno vive per appellarsi alla solidarietà di quelle figlie un tempo ripudiate: una mucca da comprare, un tetto che fa acqua, un fratello più giovane da sostenere negli studi…
Un gruppo di donne congolesi
L’ipocrisia è purtroppo imperante nella società africana. Uno smisurato perbenismo di facciata impone regole severissime contro la fornicazione e la lascivia in genere, benché si tratti di regole che sono largamente trasgredite nei fatti, ma l’importante è sempre che non se ne parli. Il silenzio, in Africa, è la panacea per tutti i mali, tanto quanto lo era nel medioevo europeo, dove un qualsiasi modesto signorotto, poteva dare tranquillo sfogo alla propria libidine, certo di averne l’indiscusso diritto e l’assoluta impunità, salvo poi far mettere al rogo quelle donne – perversi strumenti di satana – che mettevano in tentazione i probi cittadini del regno, mentre nei monasteri, monaci e suore votati alla castità, si abbandonavano ai più fantasiosi atti di lussuria.
Il sovrano dello Swaziland Mswati III
Le giovani donne dello Swaziland hanno recentemente inscenato una serie di proteste contro l’intenzione di oscurare i video delle loro danze tradizionali nelle quali si esibivano a seno nudo. “E’ un oltraggio alla nostra cultura”, riportavano i cartelli orgogliosamente esibiti alle telecamere. Nessuna minaccia all’orgoglio, però, che la loro verginità fosse pubblicamente accertata in modo da potersi presentare, nella cerimonia annuale, davanti al panciuto sovrano, Mswati III, che, placidamente seduto sul trono, ne sceglie una, come al mercato del bestiame, concedendole l’onore di accedere all’ambito talamo reale. Che importa se la minuscola popolazione dello Swaziland è ridotta alla miseria e presenta la più alta percentuale al mondo dell’infezione HIV? L’importante è salvare, sempre e comunque, i costumi e le tradizioni della propria terra.
La principessa suicida Senteni Masango (37 anni)
Sembra che alcune famiglie, desiderose di far partecipare la propria figlia alla selezione reale, la tengano segregata in casa fino all’età prevista in modo che mantenga intatta la propria verginità per il sovrano. Ma il talamo reale, una volta raggiunto, non pare tuttavia essere così stupendo come si poteva ipotizzare, visto che domenica scorsa, la bella Senteni Masango, ottava moglie di Mswati III, afflitta da una grave forma di depressione, si è tolta la vita con un eccesso di barbiturici. Perdita, questa, non poi troppo grave per il re che invece delle ventisette mogli acquisite, dovrà – almeno fino al prossimo anno – accontentarsi delle rimanenti ventisei.
L’incredibile contratto che cede in uso una moglie a saldo di una scommessa
Il fatto più bizzarro e sconcertante – almeno tra quelli rilevati più recentemente – sembra però quello avvenuto in Tanzania a seguito di una singolare scommessa tra due fratelli; Amani Stanley e Shilla Tony, rispettivamente tifosi del Manchester City e del Manchester United. I due, non disponendo di denaro contante, decidevano di offrire come posta per la scommessa le rispettive mogli, da cedere al vincitore per un’intera settimana di libero “utilizzo”. L’accordo veniva anche messo per iscritto alla presenza di due testimoni che lo confermavano sottoscrivendolo a loro volta. La partita tra le due squadre, tenutasi sabato scorso, si è conclusa con la vittoria della squadra ospite, il Manchester United. In ossequio all’accordo concluso, Amani Stanley, sarà ora tenuto a cedere la propria moglie al fratello. Il sito Nairobinews, che ha diffuso l’incredibile notizia, afferma di non averla potuta verificare, ma è stato in grado di pubblicare l’accordo autografo sottoscritto dalle parti. Accordo che anche noi riportiamo in questa pagina.
Forse questo episodio è vero o forse no. Sta comunque a indicare con quale disinvoltura si possa disporre della donna in Africa, senza alcun riguardo per la sua volontà. Ma le parole che meglio esprimono questa condizione sono quelle scritte da Giorgio Torelli in una lettera indirizzata all’amico Luca Goldoni. Ecco cosa diceva: “Guardavo le donne africane con avido occhio latino. E come mi seducevano! Flessuose, altere, un lampo degli occhi bianchissimi e quell’incedere con il molleggio dei fianchi, le giare sulla fierezza del capo, le cotonate come mantelli biblici… E quanto ci ho messo per capire definitivamente che la donna africana è una vittima totale davanti al mondo perché s’ammazza di fatica, si schianta di zappa in mezzo alla penuria del mais mentre regge una creatura mocciosa sul dorso, attinge acqua al fiume più remoto, fa legna sotto lo scudiscio barbaresco del sole, partorisce sulla stuoia e si dissangua. E ancora: quella donna subisce il maschio che non intende ragione e la monta come un caprone irrefrenabile, viene torturata da bambina, le tagliano e cuciono il sesso, deve sempre tacere, il suo ruolo e la soma”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 10 aprile 2018
Questa volta lo scandalo Eni, dopo le accuse di corruzione in Algeria e Nigeria, arriva in Congo Brazzaville. Documenti di Paradise Papers hanno svelato che tre italiani e un loro socio britannico, tutti collegati all’azienda petrolifera di stato, controllano un enorme giacimento di gas dell’ex colonia francese.
Di questo nuovo caso che coinvolge il colosso italiano dell’energia, il numero de L’Espresso uscito l’8 aprile, ne parla in un’inchiesta che ricostruisce la vicenda della quale sta indagando la Procura di Milano.
Eni
L’accusa contro Eni è di corruzione internazionale e i magistrati vogliono indagare sull’importo delle presunte tangenti pagate a “pubblici ufficiali stranieri” per capire come hanno fatto tre italiani e il loro socio britannico a diventare proprietari del giacimento di gas del Paese africano.
L’Espresso ha realizzato il reportage sull’analisi di oltre 700 documenti estratti da Paradise Papers condivisi dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung con l’International Consortium of investigative journalists (Icij) del quale fa parte anche il settimanale italiano.
L’inchiesta giudiziaria coinvolge Roberto Casula, responsabile dello Sviluppo Eni e già consigliere di amministrazione di Eni Foundation; Andrea Pulcini, procuratore Eni ed ex alto dirigente Agip a Londra; Maria Paduano che ha forti legami d’affari con Roberto Casula e Alexander Haly, fornitore di Eni Congo, cittadino britannico residente a Montecarlo.
Il giacimento congolese off-shore si chiama Marine XI e vale due miliardi di dollari. Nel 2013 la WNR-World Natural Resources, con sede alle Mauritius – paradiso fiscale con tassazione massima al 3 per cento – ha acquisito il 23 per cento dell’immenso deposito di gas naturale. La quota gli è stata ceduta dal Groupe Africa Oil & Gas Corporation (Aogc), primo gruppo petrolifero privato congolese nato nel 2003.
Il giacimento off-shore della Repubblica del Congo, Marine XI
Aogc, a livello internazionale, è però conosciuta anche come azienda accusata di essere la cassaforte del “cerchio magico” del presidente Denis Sassou-Nguesso. Viene utilizzata dai plutocrati congolesi per esportare valuta e acquistare ville e beni di lusso fuori dal Paese. Dai documenti risulta che il valore di mercato della fetta di Marine XI acquistata da WNR nel 2013 era di 430 milioni di dollari ma è stata pagata solo 15 milioni. Perché un prezzo stracciato davanti al suo reale valore?
Secondo la ricostruzione nell’inchiesta pubblicata da L’Espresso dopo un lungo lavoro di sfoltimento di carte sulle società anonime che nascondevano la proprietà, la WNR risulta appartenere a Pulcini e alla moglie Rita che controllano il 49,9 per cento, e a Paduano e Haly che hanno il rimanente 50,1 per cento diviso per due.
Eni sull’indagine della magistratura ha dichiarato che continuerà a fornire la propria collaborazione alla magistratura affinché possa essere fatta la massima chiarezza sulla vicenda e “la propria totale estraneità da presunte condotte illecite in relazione alle operazioni oggetto di indagine, operando nel pieno rispetto delle leggi stabilite da Stati sovrani”.
In un’intervista rilasciata a Repubblica poche settimane fa Jean Luc Malekat, ex ministro dell’Economia nel governo di transizione del premier André Milango, ha affermato che Eni ha fatto accordi con l’attuale amministrazione per il rinnovo illegale dei contratti di concessioni scadute. Conferma che c’è stato anche un accordo per l’installazione di centrali a gas in Congo “in modalità assolutamente non trasparente”.
Mappa del Congo-B e la sua posizione nel continente africano
Nella Repubblica del Congo c’è una brutta situazione sui diritti umani. Secondo il rapporto 2017-2018 di Amnesty International le autorità hanno vietato raduni e assembramenti pubblici limitando l’esercizio del diritto alla libertà di riunione e anche il diritto alla libertà d’espressione ha subìto limitazioni.
Di fatto il Congo-B è conosciuto come uno dei Paesi con il livello di corruzione più alto al mondo dove il presidente-dittatore Dennis Sassou-Nguesso (al potere da 34 anni, tranne per una breve parentesi quando fu eletto Pascal Lissouba che lui cacciò con l’aiuto dei francesi dopo aver scatenato una feroce guerra civile), e il suo entourage spendono a piene mani mentre la popolazione vive con un dollaro al giorno. Transparency International sulla corruzione piazza l’ex colonia francese al 161° posto su 180 e dà il punteggio di 21 su una scala di cento.
È bene infine ricordare che l’attuale amministratore delegato dell’ENI, Claudio Descalzi, è sposato con una donna congolese, Marie Madeleine Ingoba, che fa parte dell’intimo entourage di Sassou-Nguesso. Un piccolo insignificante tassello che può ed è in grado di aprire parecchie porte.
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