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Egitto, Etiopia e Sudan a rischio di guerra per lo sfruttamento delle acque del Nilo

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 9 aprile 2018

L’annosa questione che oppone l’Egitto a Etiopia e Sudan, è originata dalla costruzione della diga “Grand Ethiopian Renaissance” in territorio etiopico, a poca distanza dal confine con il Sudan. Cinque anni fa sono iniziati i lavori da parte della multinazionale italiana “Salini Impregilo” cui il governo etiope aveva affidato l’appalto dei lavori, oggi già realizzati per più di due terzi del piano concordato.

Si tratta di un progetto colossale che, una volta ultimato, renderà la diga etiopica, la più grande dell’intero continente africano, spodestando sia le due di Inga, in Congo – anche quelle costruite dall’Italiana “Gatsaldo ” – e sia quella di Assuan in Egitto. L’estensione del bacino e dell’intera area cantieristica equivale a quella della Great London, cioè la città di Londra con tutte le borgate periferiche annesse. Il bacino avrà una lunghezza di 18 mila metri e una profondità di 155,con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua che saranno sfruttati per la produzione di energia elettrica per oltre seimila megawatt, cioè un altro primato sulle centrali idroelettriche africane.

Ma mentre il Sudan plaude all’iniziativa della vicina Etiopia, con cui condividerà la produzione di energia, al progetto si oppone strenuamente l’Egitto che ha più volte minacciato anche un intervento militare per impedirne la realizzazione. “L’Egitto è un dono del Nilo”, diceva Erodoto. Il che significa che l’Egitto, senza il Nilo, non può sopravvivere. Enunciazione, questa, molto vicina al vero. “Il governo – ha detto un infuriato Mohamed Abdel Aty, ministro egiziano per le risorse naturali – ha la responsabilità di tutelare gli oltre cento milioni di suoi abitanti. Una minima riduzione del gettito delle acque del Nilo, anche solo del 2 per cento, significherebbe far perdere alla nostra agricoltura ben 83 mila ettari di terreno fertile”.

Etiopia: la diga sul Nilo di costruzione italiana
Etiopia: la diga sul Nilo di costruzione italiana (in ultimazione)

Dal canto suo, l’Etiopia, definisce questo allarme del tutto infondato. “La nuova diga – ha detto un portavoce del governo – non servirà per l’irrigazione agricola, ma esclusivamente per la produzione di energia e quindi neppure una goccia d’acqua verrà sottratta al flusso del Nilo”, ma oltre ai comprensibili dubbi che un’affermazione del genere può suscitare – anche perché il Sudan ha già resa nota la sua esultanza proprio per la possibilità di irrigare le propri colture – resta comunque il fatto che, anche se la quantità d’acqua non venisse realmente ridotta, si ridurrà certamente la sua portata, cosa più che sufficiente per creare drammatiche difficoltà all’agricoltura egiziana. Si è inoltre stimato che, appena la diga sarà ultimata, occorreranno non meno di tre anni per riempirne il bacino e pur se l’Etiopia assicura che durante il riempimento, sarà comunque consentita la prosecuzione di un ragionevole flusso d’acqua, è inevitabile che l’Egitto sia fortemente preoccupato da questa prospettiva.

Si è ripetutamente detto che la crescente scarsità d’acqua che affligge il pianeta, sarà la causa della terza guerra mondiale ed è significativo che le prime, accese tensioni che stanno verificandosi a causa dell’acqua, siano proprio riferite al fiume più lungo del mondo: il Nilo che nel suo percorso attraversa paesi prevalentemente condannati a una siccità endemica. Tra questi, indubbiamente l’Egitto, un popoloso e vasto territorio che oltre a due strisce di terra fertile lungo le sponde del grande fiume, non presenta altro che un territorio sterile e pressoché desertico.

Il percorso del Nilo
Il percorso del Nilo

La contesa non è certo di facile soluzione. Le ambizioni dell’Etiopia – favorite dal massiccio supporto cinese – la vedono lanciata verso una posizione dominante nel panorama continentale e i suoi progetti hanno necessariamente bisogno di una grande disponibilità energetica. (https://www.africa-express.info/2017/09/01/continua-inarrestabile-lavanzata-cinese-africa-ora-e-la-volta-delletiopia/) Si tratta indubbiamente di aspettative legittime. Anche l’Etiopia conta oltre 100 milioni di abitanti ed è tuttora afflitta da fame e povertà, accentuate anche dai lunghi conflitti con l’Eritrea e la Somalia. Non si può impedire a un Paese di avanzare verso il progresso, ma neppure si può consentire che questo progresso affligga o comprometta quello altrui.

Le Nazioni Unite, pur valutando che nel 2025 l’Egitto, a causa della diga etiopica, soffrirà di una grave penuria nell’approvvigionamento idrico, sembra non sapersi ben destreggiare con la patata bollente che gli è piombata tra le mani. “Una minaccia contro l’acqua che occorre all’Egitto – ha categoricamente detto l’accademico Rawia Tawfik – sarà considerata come una minaccia alla sovranità del nostro Paese”. Un chiaro monito rivolto all’Etiopia e al Sudan: l’Egitto non esiterà a impugnare le armi per proteggere i propri irrinunciabili interessi. Minaccia cui il governo sudanese ha ironicamente risposto: “La tracotanza egiziana è intollerabile. Vogliono impedire la costruzione della diga etiopica, mentre ne hanno costruita una similare ad Assuan”

Non è certamente facile confutare questa affermazione. La costruzione della diga di Assuan è tuttora uno dei più sentiti simboli dell’orgoglio nazionale egiziano, ma ora l’Etiopia sta facendo esattamente la stessa cosa: chi ha il diritto di impedirglielo? Qualche maligno osservatore insinua che la rabbia egiziana deriva dal fatto che, una volta ultimata la diga, quella di Assuan scivolerà in basso nella classifica africana, ma non pare che l’attuale confronto sia solo determinato da gelosie e ripicche. Un Egitto senz’acqua è un Egitto che non sopravvive ed equivale quindi a una bomba innescata. Purtroppo il tempo stringe e le negoziazioni tra Egitto ed Etiopia sembrano sempre più arenate creando l’incubo di un ennesimo conflitto in terra d’Africa.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

“Le amazzoni di Dahomey” serial TV di Nollywood che sbarca a Hollywood

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 aprile 2018

Nollywood (la versione nigeriana di Hollywood) inizierà presto una collaborazione con uno studio televisivo americano. La Sony Pictures Television e il network nigeriano EbonyLife, una delle maggiori reti televisive del continente africano, stanno progettando una coproduzione di tre serie TV. Una in particolare desta particolare interesse: Le amazzoni del Dahomey, un serial per la televisione, ambientato nel diciannovesimo secolo.

L'immagine usata per lanciare il serial televisivo "Le amazzoni di Dahomey"
L’immagine usata per lanciare il serial televisivo “Le amazzoni di Dahomey”

Le amazzoni di Dahomey erano un gruppo militare dell’Africa occidentale e gli sceneggiati racconteranno la storia di queste valorose donne, come hanno saputo proteggere il loro Paese.

Il Regno di Dahomey – l’attuale Benin –  durò dal 1600 al 1900. Il Regno ero conosciuto come il Paese più ricco e potente dell’Africa occidentale, perché i suoi soldati erano considerati invincibili.

Mosunmola Abudu, più conosciuta come Mo Abudu, è un'importante personalità del mondo dei media oltre che filantropa. Forbes l'ha descritta come "Africa's Most Successful Woman".
Mosunmola Abudu, più conosciuta come Mo Abudu, è un’importante personalità del mondo dei media oltre che filantropa. Forbes l’ha descritta come “Africa’s Most Successful Woman”.

Dahomey Gbêhanzin, incoronato nel 1880, anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey, forma un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Alcune delle attrici di EbonyLife
Alcune delle attrici di EbonyLife

Nel 2015 l’artista di strada francese XY Yseult, residente in Senegal, ha reso omaggio a queste donne con una serie di murales, intitolata: “Progetto amazzoni”.

“Vogliamo raccontare la storia dell’Africa dalla nostra prospettiva”, ha sottolineato in un comunicato Mo Abudu, amministratore delegato della EbonyLife, annunciano l’accordo con la Sony raggiunto sull’onda del crescente interesse di serie TV e film che raccontano storie dell’Africa. Lo ha dimostrato l’opera cinematografica della Marvel comics, diretto e co-scritto da Ryan Coogler, “Black Panther”, che ha letteralmente sbancato i botteghini in questi mesi.

Un messaggio di EbonyLife
Un messaggio di EbonyLife

EbonyLife è stata fondata nel 2013 e produce serie tv per un pubblico africano anglofono. Recentemente ha anche prodotto film come “The Wedding Party” e “Royal Hibiscus Hotel”, distribuito da Amazon.

L'annuncio dell'accordo
L’annuncio dell’accordo

Il nuovo partenariato USA-Nigeria potrà cambiare completamente i racconti sull’Africa. E Femi Odugbemi, un regista nigeriano, entusiasta del progetto, ha sottolineato: “E’ la prima volta che una compagnia di questa portata ha dimostrato interesse sedendosi al tavolo con noi per creare e sviluppare le storie dei popoli africani”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il premier dell’Etiopia visita le zone teatro delle violenze degli scorsi mesi

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 aprile 2018

Il neo-eletto primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, si è recato sabato a Giggiga, il capoluogo della regione somala, nella parte sud-orientale del Paese. La città dista solo una sessantina di chilometri dal Somaliland, mentre il territorio confina ad ovest con l’Oromia. La zona nel recente passato è stata teatro di feroci violenze che hanno causanto quasi un milione di sfollati.

I primi scontri sono scoppiati lo scorso settembre al confine tra le due regioni che si accusano reciprocamente delle brutalità. Le autorità dell’Oromia lamentano come il territorio sia stato attaccato più volte da forze paramilitari della regione vicina, che respinge le insinuazioni, anzi, punta il dito sugli oromo e denuncia che spesso i suoi residenti sono state vittime di incursioni aggressive.

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A Giggiga Abiy ha parlato in pubblico con la popolazione  e ha evidenziato che: “Una tragedia del genere non deve più verificarsi”. Ha chiesto la collaborazione di tutti per trovare in breve tempo una soluzione sostenibile e durevole. Il primo ministro ha inoltre promesso aiuti agli sfollati.

Somali e Oromia sono le due regioni più estese dell’Etiopia. I conflitti tra le due popolazioni nelle zone di confine – lungo oltre millequattrocento chilometri – per questioni di risorse, pozzi e pascoli non sono nuove. I somali sono per lo più allevatori e pastori, mentre la maggior parte degli oromo si occupano di agricoltura e le dispute tra popolazioni agro-pastorali non sono mai di facile risoluzione, proprio perché entrano in conflitto gli interessi degli uni con quelli degli altri.

Abiy Ahmed, presidente dell'Etiopia
Abiy Ahmed, presidente dell’Etiopia

Durante il suo primo discorso da premier dopo il suo giuramento che si è tenuto il 2 aprile ad Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia, Abiy ha richiamato l’attenzione degli etiopici sulla necessità dell’unità etnica.

Venerdì scorso il leader dell’Etiopia ha chiuso una volta per tutte la famigerata prigione Maekelawi, famosa per gli abusi contro i detenuti, comprese – come hanno denunciato spesso le organizzazioni per la difesa dei diritti umani – torture e umiliazioni corporali, chiusura già promessa dal suo predecessore Hailemariam Desalegn all’inizio dell’anno (https://www.africa-express.info/2018/01/04/etiopia-saranno-rilasciati-tutti-prigionieri-politici-e-chiusa-la-prigione-lager-di-addis-abeba/). L’edificio dovrebbe essere trasformato in un museo, secondo fonti governative. Il giorno precedente sono stati liberati undici giornalisti e blogger, arrestati il mese scorso per aver violato le norme dello stato d’emergenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
@cotoelgyes

Ha rubato 7 bottiglie di birra e un pacchetto di sigarette: condannato a morte in Nigeria

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 aprile 2018

Raji Babatunde è stato condannato a morte per aver rubato sette bottiglie di birra e un pacchetto di sigarette. Cornelius Akintayo, giudice della Corte suprema di Ado-Ekiti, capoluogo dell’Ekiti State nell’ovest del Paese, ha ritenuto l’accusato colpevole di rapina a mano armata e gli ha inflitto la pena capitale da eseguirsi tramite impiccagione.

L’accusato, al momento del furto, era in possesso di un’ascia e di un coltello e, secondo il giudice, la pubblica accusa avrebbe dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Babatunde.

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Secondo i capi d’accusa, Babatunde faceva parte di una banda composta da quattro balordi, che il 30 giugno 2014 hanno rubato in casa di un notabile del luogo tre cellulari e in casa di un’altra persona una bottiglia di birra Star lager, altre sei bottiglie di birra Trophy lager e un pacchetto di sigarette Rothmans. Mentre era in corso la seconda rapina, è sopraggiunta una pattuglia di agenti di polizia. Tre componenti della gang sono riusciti a dileguarsi, mentre Babatunde, con in mano birre e sigarette è stato arrestato.

Durante l’interrogatorio, l’accusato ha fatto il nome di un altro componente della banda, Adegboye Sunday, che è stato rintracciato e arrestato, ma durante l’udienza è stato prosciolto dal giudice per insufficienza di prove.

Purtroppo l’unica persona chiamata a testimoniare in favore del povero disgraziato è stata la madre, che ha giurato di essere stata in Chiesa con il figlio durante l’ora della rapina.

La Nigeria, il gigante dell’Africa, è piena di contrasti e la corruzione è endemica a tutti livelli. Questo giovane, per essere trovato in possesso di sette bottiglie di birra e un pacchetto di sigarette è stato condannato a morte, mentre altri, che indebitamente si sono appropriato di miliardi di dollari, o sono tranquillamente all’estero in un posto al sole, o se giudicati da un tribunale, saranno liberi dopo qualche anno di prigione. Questo è il Paese dove persino il giudice del Tribunale anti-corruzione è stato accusato di corruzione https://www.africa-express.info/2018/02/03/nigeria-il-presidente-del-tribunale-anti-corruzione-accusato-di-corruzione/, ma difficilmente per lui o altri illustri indagati, come Sambo Dasuki, ex consigliere speciale per la sicurezza nazionale (https://www.africa-express.info/2016/01/06/nigeria-spariti-due-miliardi-di-dollari-dovevano-servire-per-combattere-i-boko-haram/) saranno pronunciate pene terribili come quelle destinate ad un ladro di birre e sigarette.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea’s new normal: The tragedy and the struggle for change

Meron EstefanosMail and Guardian
Meron Estefanos
Stockholm, 25th March 2018

Thousands of African refugees and migrants are trapped in Libya, where they are exposed to enslavement, torture and rape. A vast network of militias, armed groups and smugglers inhumanely brutalise these refugees held captive, demanding ransom for their release. This Old-World experience might be new for the international community, but it is sadly normal for the Eritrean people, who have become accustomed such horrors. With the abuse against Eritrean refugees persisting on for almost 10 years, in Sudan, Egypt, Yemen, Israel, and now Libya, Eritreans have become desensitised; the slavery in Libya is “the new normal”.

Giovani donne eritree
Eritrean young women

In Sudan, we get kidnapped and sold; in Egypt we get auctioned and sold; in Libya we are sold over and over again; Israel pays Rwanda $5 000 for our resettlements; and worst of all, our president demands $50 000 from Israel for our deportation and torture. This is what it means to be an Eritrean refugee in 2018! It is an enigma that I fail to resolve.

Narrating the tragic, first-hand accounts of Eritrean refugees held in the hands of smugglers and armed militias can provide a clear picture as to why these refugees are willing to take such risks. As an activist and journalist, I have been reporting on the plight of Eritrean refugees around the world. While it was encouraging and vindicating to witness the international community’s outrage against slavery in Libya, still, every month, more than two thousand young people join the hundreds of thousands in refugee camps in Sudan and Ethiopia. Despite a population of only five million, Eritrea is one of the largest refugee-producing countries in the world.

Of all the atrocities taking place in Eritrea, be it against dissident politicians, independent media professionals, religious leaders and community elders, it is the plight of the youth that is the most harrowing. Eritrean youth are wrought with most horrifying and tragic obstacles on their way to Europe. A young Eritrean who gives up hope and leaves his native country, choosing the prospect of a dignified death abroad over an undignified life in Eritrea, is either tortured, raped or dies a slow agonising death. By fleeing the indefinite military conscription and human right abuses in their own country, they are exposed to a vicious cycle of tragedy.

In my years of activism, I have heard stories that shocked my conscience and made me question humanity. But there are few stories that remain glued to me always, that I am unable to erase from my memory. Here are three of them.

October 3rd 2013: shipwreck in Lampedusa
October 3rd 2013: shipwreck in Lampedusa

The biggest one is a story that shocked the world in 2013. On 03 October, a tragedy struck in the Mediterranean Sea, very near the idyllic Italian cost of Lampedusa. A refugee-carrying boat capsized, and more than 350 Eritrean men, women and children vanished within sight of safety.

Yohanna, a 22-year-old was among those who lost her life. Had she survived the tragic death in Mediterranean, she would have given birth to a child and enjoyed being a parent together with her fiancé in Italy. But as fate would have it, her child was born as she was sinking to her death. Both were found amidst the wreckage, with the umbilical cord still connecting them in death as they were in life.

The lives of Helen and her four children were also claimed by the tragedy of that day. She was on her way to join her mother in Europe and give her children a better future. Those who survived the tragedy remember how she had gathered all of her children near her, trying to hold them in embrace to save them. She screamed in agony as one after another slipped out of her arms to their deaths. She wailed in anguish, she cried her regret, and finally, she, too, was swept away, or maybe she decided there was nothing worth holding on for.

I am also left thinking of this horrifying story of torture and rape at the hands of the human traffickers in the Sinai Desert. Mulugeta, a former Eritrean freedom fighter, decided to abscond the country with his two teenage daughters, hoping for a better future and education for his girls in Europe. Within days, they reached a Sudanese camp. Hours after their arrival, soldiers came into the camp, and traffickers followed. Mulugeta was beaten, his legs were sliced and cut and he, along with his two daughters and a group of other refugees were taken to Sinai by force. For 15 days, they crossed the desert, with little food and water. When they arrived at a new camp, Mulugeta was forced to the ground, his face in the dirt while iron chains were roughly locked around his ankles and wrists. He was beaten over and over again. He witnessed the man next to him die from malnourishment and the beatings.

Mulugeta was helpless to intervene as his daughters were stripped, sexually violated and beaten. The traffickers used stones, chains, or tree branches to beat victims on their legs, back and even head, he explained. The pain was excruciating, but after a while, he admitted, he didn’t even feel it as his body became numb and it all became a blur. The traffickers demanded $40 000 for each of them. Mulugeta’s community in Eritrea raised the funds and gave them to his wife to transfer to the traffickers. He was released after three months with four others, was forced to abandon his daughters and arrived in Tel Aviv in November, where they were left out on the street.

Still, thousands of Eritreans perish at the hands of human traffickers in Libya or crossing the Mediterranean Sea. This situation is exacerbated by Europe’s attempt to contain African refugees in Africa and its push policy of external border protection and deportation. The failure to come up with policies to address the refugee issue is another problem. Providing development funds for countries like Eritrea in the hope of reducing the refugee crisis hasn’t worked. The Eritrean government has no intention to change the unlimited national service that pushes the youth out of the country. Until Europe and the international community proactively responds, it is not only Eritreans who will suffer from human trafficking but also other Africans, who are fleeing their countries in search of freedom and better life in Europe.

The question remains, what are Eritreans doing to change their plight to get rid of the root cause?

The dream of a prosperous Eritrea that respect the rights and dignity of its people still resonates with the youth. The resilience of this dream is instilled within them and they won’t give up fighting for it. They organise themselves and fight back. First, they fight their own bewilderment and then the system that has caused it. They organise solidarity marches and protests. They are the ones who marched in support of the finding of the Commission of Inquiry on human rights in Eritrea. They organise rescue missions and lobbying missions and try to organise mass phone contacts with their counterparts in Eritrea to keep the dream alive. They have made hundreds of thousands of calls as part of the Freedom Friday Movement. One-to-one calls and automated mass calls are made in an effort to engage Eritreans inside the country and encouraging them to show their resistance by taking actions that build their solidarity and confidence.

This relationship among the locals and across activists in the diaspora has encouraged a small but sturdy team to form inside the country. Their enthusiasm and boldness inspires everyone, including observers in the international community. They smuggled video clips, posted protest posters, launched and distributed an underground new paper. Recently, team Arbi Harnet were among those who shared several video clips and photos about the unprecedented 31 October 2017, protest staged by students Diae Al Islamai on Asmara.

This was a vindication and affirmation of what I said in 2013 at the Oslo Freedom Forum and I will reiterate it at next week’s Oslo Freedom Forum in Johannesburg on 26 March. “It is extremely early days and these are tiny baby steps, but the momentum of resistance doesn’t follow the normal stages of development, the Arab Spring has demonstrated that. I am fully confident that with time Eritreans, too, will rise and challenge the most brutal dictatorship in Africa.

As President Obama rightly articulated, “the refugee crisis is a test of our common humanity. We must recognise that refugees are a symptom of larger failures – be it war, ethnic tensions, or persecution.” Democracies do not produce refugees. If we need a permanent solution to the refugee crises, we need to address the root cause: democratisation and the violation of human rights in Africa. This is a global crisis, which needs global solution. Let the European countries and other international organisations use their leverage to push for change in Africa. Let the African people stand up against their own dictatorial regimes. It is through our combined effort that change can be real in Africa. Thus, on the occasion of World Refugee Day on June 20, let us all renew our commitments to fight for democracy and human rights all over the world. It only then that of tragedy of the refugee will come to an end! 

Meron Estefanos
meron.estefanos@gmail.com
@
meronina

Meron Estefanos is an Eritrean journalist and human rights activist. She is a contributor to the leading Eritrean diaspora news site Asmarino, and a presenter for Radio Erena (Tigrinya for “Our Eritrea”). She is also the co-founder of the International Commission on Eritrean Refugees, an advocacy organisation for the rights of Eritrean refugees, victims of trafficking, and victims of torture. Estefanos identifies families around the world who have been blackmailed into paying ransoms for their kidnapped family members, and she was a key witness in the first blackmail trial in Europe. Estefanos has been threatened and harassed for her work, especially her coverage of the case of Dawit Isaak, a Swedish-Eritrean journalist imprisoned without charge for more than 10 years in Eritrea. Despite the backlash, she continues to campaign for democracy in her country, which has suffered under the dictatorship of Isaias Afwerki since 1993. Estefanos has co-authored two books, “Human Trafficking in the Sinai: Refugees between Life and Death,” and “Human Trafficking Cycle: Sinai and Beyond.

Il presidente dello Zimbabwe visita la Cina e la Cina va alla conquista dello Zimbabwe

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 aprile 2018

“Sono qui in visita in Cina per invitare gli investitori cinesi in Zimbabwe e per dire loro che è un Paese pieno di opportunità. Con la Cina dobbiamo avere rapporti più profondi e maggiormente produttivi”.

In un’intervista alla China Global Television Network, il presidente dell’ex colonia britannica, Emmerson Mnangagwa, ha spalancato le porte a Xi Jinping per far rinascere il Paese dopo il disastro causato da 37 anni di dittatura di Robert Mugabe.

Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe e Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese (courtesy CGTN)
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe e Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese (courtesy CGTN)

Mnangagwa ha definito “un successo clamoroso” il suo primo viaggio estero da quando si è insediano come presidente dopo il “golpe soft” che ha esautorato Mugabe. Una settimana durante la quale ha parlato a lungo con il presidente Xi Jinping di questioni politiche, economiche, regionali e internazionali.

Tra i due Paesi sono stati firmati una decina di promemoria che riguardano cooperazione economica, sviluppo delle competenze, istruzione, costruzione di infrastrutture e altri aspetti dell’economia dello Zimbabwe.

Tra le opere che i cinesi eseguiranno nel Paese africano, la ristrutturazione (valore 1,5 miliardi di dollari) delle unità 7 e 8 della centrale elettrica a carbone di Hwange, in Matabeleland, 600km a ovest della capitale Harare. La struttura è la maggiore centrale a carbone del Paese e attualmente produce 320 megawatt. Con l’intervento cinese aumenterà la produzione di energia elettrica di 600 megawatt.

La centrale elettrica di Hwange
La centrale elettrica di Hwange

L’accordo prevede anche che, quando il memorandum d’intesa firmato sarà operativo, la China Communication Construction Company società di sviluppo delle infrastrutture più grande del mondo avrà un ufficio regionale in Zimbabwe. Servirà a realizzare progetti di costruzione di strade, ferrovie, aeroporti e dighe.

Dopo 18 anni di isolamento dovuto alle sanzioni e alla chiusura di Mugabe, con il viaggio in Cina, Mnangagwa vuole risvegliare l’economia dello Zimbabwe a tutto campo, anche nel settore dell’agricoltura da decenni in rovina. Nell’ultimo giorno di visita al gigante asiatico il presidente zimbabwiano è volato in Anhui, regione tra il fiume Azzurro e il fiume Huai, 1300 km a sud di Pechino. Qui ha visitato strutture agricole ad alta tecnologia interessanti per modernizzare e meccanizzare l’agricoltura del Paese africano.

Uno dei due Boeing 737-200 di Air Zimbabwe (Courtesy Air Zimbabwe)
Uno dei due Boeing 737-200 di Air Zimbabwe (Courtesy Air Zimbabwe)

Il viaggio del presidente Mnangagwa in Cina ha però creato polemiche per i costi sostenuti. Mnangagwa ha snobbato la compagnia aerea di bandiera Air Zimbabwe, sospesa varie volte dalla Iata per debiti, che nel 2004 ha inaugurato la rotta per Pechino e lo avrebbe portato da Xi Jinping per 1,9 milioni di dollari.

Il presidente, per 2,3 milioni di dollari, ha deciso di noleggiare un jet della compagnia aerea privata Comlux. Un aereo per clienti vip con camera da letto e bagno privato, ufficio, sala da pranzo e soggiorno e una sala per entourage e personale. Il jet ha spazio per oltre 250 bagagli e può trasportare diverse auto. C’è da dire che, nel 2017, delle 31 rotte in programma Air Zimbabwe ne ha chiuse 25. Delle sei rimaste tre sono interne: Bulawayo, Victoria Falls e Kariba. Le uniche rotte internazionali di Air Zimbabwe sono Lusaka in Zambia, Dar es Salaam in Tanzania e l’aeroporto sudafricano di Johannesburg.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Sudafrica: è morta Winnie Mandela eroina e madre della patria (ma non troppo…)

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 5 aprile 2018

Dopo una lunga e sofferta malattia, all’età di 82 anni, non ancora compiuti, si è spenta lunedì scorso, in un ospedale di Johannesburg, Winnie, la battagliera moglie di Nelson Mandela, uno dei più grandi uomini politici della storia, non solo africana, che ha pagato con 27 anni di prigionia, nelle carceri del regime razzista, il suo sogno di un Sudafrica libero e definitivamente sottratto all’iniquo giogo dell’apartheid. Winnie si era unita in matrimonio a Nelson nel 1958, cinque anni prima che il marito subisse una condanna all’ergastolo per rivolta armata.

Durante i lunghi anni della detenzione di Nelson, Winnie divenne l’eroina e l’interprete delle aspirazioni del popolo autoctono del Sudafrica. Fu ripetutamente celebrata da tutti i media internazionali; qualche giornale italiano la paragonò ad Anita Garibaldi e ricevette anche l’appassionato tributo di Paul Simon, in un celebre concerto, da lui organizzato, nel quale, tra i molti famosi artisti sudafricani, partecipò anche Miriam Makeba. Continuò con instancabile energia la battaglia iniziata dal marito, fu più volte processata e arrestata, ma non si diede mai per vinta. A chi le chiedeva un commento sulla sua vita con Mandela, lei rispondeva con una frase divenuta celebre: “My life with Nelson was a life without Nelson” (la mia vita con Nelson è stata una vita senza Nelson)

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Winifred Nomzamo Zanyiwe Madikizela in Mandela (nome che è quasi impossibile ricordare per intero) era nata nel 1936 a Mbizana, distretto orientale del Sudafrica. Ultima di otto sorelle, perse il padre quando aveva appena compito otto anni e affrontò subito una vita durissima dove il pasto quotidiano non era sempre assicurato. Ciò nonostante, mostrò subito una tenace volontà nel perseguire gli scopi che si era prefissata. Riuscì a diplomarsi in economia domestica e cominciò a svolgere piccoli lavori di segreteria finché approdò allo studio legale di Nelson Mandea e ne divenne la consorte quando lui aveva quarant’anni e lei solo ventidue.

Mentre Winifred (contratto in Winnie) è il nome cristiano assegnatole con il battesimo, “Nomzamo” – nome dell’etnia bantù, cui lei appartiene – sembra nato da un’ispirazione profetica dei suoi genitori, perché significa “vita difficile”, cioè, proprio quella vita che – nel bene e nel male, tra successi e cadute, glorie e vergogne – ha caratterizzato la sua intera esistenza.

Forse ubriacata dalla troppa popolarità, Winnie si lascia gradualmente andare ad atteggiamenti e azioni riprovevoli, cominciando a offuscare l’immagine di donna votata al perseguimento dei nobili principi di libertà e giustizia per i quali, fin dal 1941, il marito aveva combattuto. Si trova più volte coinvolta in scandali e i meriti da lei ottenuti quale consorte del grande Nelson Mandela, vanno via via appannandosi, fino a quasi scomparire.

Nelson e Winnie Mandela
Nelson e Winnie Mandela

Nel 1986, Winnie, assumendo le vesti di un oracolo cupo e spietato, si spinse a incoraggiare pubblicamente la pratica di punire i rei di un crimine bruciandoli vivi con al collo i copertoni incendiati. “Con qualche copertone di gomma e pochi fiammiferi, ripuliremo il nostro paese”, aveva detto. Ma non basta: solo un paio d’anni dopo, la sua personale guardia del corpo, Jerry Musivuzi, confessò che per ordine della sua protetta, dovette rapire quattro giovani che, a forza di botte e di torture, furono costretti a confessare di aver subito abusi sessuali da un pastore della chiesa metodista. Il corpo di uno di questi giovani, James Saipei, di soli quattordici anni, verrà poi trovato abbandonato in campagna con la gola tagliata.

Per questo crimine, Winnie verrà condanna nel 1969 a sei anni di carcere, singolarmente convertiti in un’ammenda e nel 1991 il suo ricorso al massimo grado di giudizio, le farà ottenere il proscioglimento da tutte le accuse, salvo quella di aver organizzato il rapimento. Winnie, però, non ha neppure il tempo di compiacersi per questa favorevole sentenza, perché solo un anno dopo, viene accusata di aver pagato ottomila dollari a un sicario, dotandolo anche delle armi necessarie, perché uccidesse Abu Baker Asvat, un medico che aveva visitato a casa Mandela il quattordicenne Saipei, prima della sua uccisione.

Johannesburg, Sputh Africa 1990-1993: Winnie Mandela, the wife of African National Congress leader Nelson Mandela is arrested by police in downtown Johannesburg during a protest. Photo / Joao Silva.
Uno degli arresti di Winnie Mandela avvenuto dopo la liberazione del marito nel 1990

Malgrado queste non edificanti vicissitudini, la carriera politica di Winnie non si arresta, fino a farle raggiungere, nel 1994, l’incarico di viceministro della Cultura. Incarico che solo un anno dopo le viene revocato per i suoi continui appelli alla violenza rivolti ai giovani neri più radicalizzati. Ma il nuovo Sudafrica non può mostrarsi troppo intollerante nei confronti dell’ex compagna di Nelson Mandela che, durante la prigionia del marito, era stata da tutti celebrata come l’inarrendevole eroina nazionale. E così, cinque anni dopo, viene nuovamente rieletta al parlamento, ma ancora una volta, nel 2003, è definitivamente costretta a dimettersi perché incriminata con ben 43 capi d’imputazione per furto e frode. Subisce una condanna a cinque anni di carcere duro, ma la pena sarà ridotta a tre anni e riesce anche a tenersi fuori dal carcere ottenendo la concessione della condizionale.

Per una nuova nazione che sorge dalle ceneri dell’apartheid, i comportamenti dell’ex compagna del grande presidente nero, non sono certamente esaltanti e offuscano un po’ anche la lungimirante umanità pacificatoria che Nelson Mandela mostra nell’assumere la carica di presidente. “Troppa immeritata magnanimità, nei confronti della Winnie criminale”, commentano i media internazionali e non è agevole smentirli. Del resto, anche la sempre celebrata relazione sentimentale tra Nelson e Winnie, che era stata diffusa nel mondo come una tenace condivisione d’amore e di battaglia, sembra naufragare miseramente quando lei rifiuta di andare a vivere con il marito nel momento in cui, negli ultimi anni di carcerazione, il governo De Klerk, concede a Mandela gli arresti domiciliari.

Nel 1992, due anni dopo la definitiva scarcerazione, Nelson Mandela si separa da Winnie che da quel momento in poi si chiamerà solo più Winnie Madikizela, anche se, fino alla sua morte, per tutti resterà sempre la coraggiosa e celebre Winnie Mandela. L’ex marito, non mancò tuttavia di criticarla pubblicamente e anche con una certa asprezza per i suoi continui comportamenti illegali o non trasparenti, come quello che le consentì di acquisire una prestigiosa residenza di estremo lusso, grazie a fondi di indubbia provenienza.

Ora Winnie Madikizela è morta e – come spesso accade – l’establishment, nei suoi apparati istituzionali e informativi, non sa liberarsi dalla retorica della sublimazione post-mortem che induce ad attribuire al defunto grandiosità e meriti in gran parte immeritati, glissando sugli aspetti negativi, oppure trattandoli in forma estremamente blanda. Ma come è sempre avvenuto, anche nei confronti della discussa Winnie, la storia, nel tempo, saprà fare giustizia del tutto.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1 

Liberati lunedì in Camerun dodici turisti europei (cinque italiani) rapiti a Pasqua

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Yaoundé, 4 aprile 2018

Dodici turisti europei sono stati rapiti nel Camerun il giorno di Pasqua e sono stati liberati lunedì scorso da truppe speciali dell’esercito. Lo ha reso noto questa mattina il governo di Yaoundé.

Sempre secondo fonti governative, i dodici sventurati europei – sette svizzeri e cinque italiani – sarebbero stati sequestrati da un gruppo di uomini armati a Moungo Ndor, nella regione di Nguti, nella parte anglofona del Paese, che da tempo è teatro di insurrezioni e violenze, perché la popolazione si sente discriminata dal governo centrale.

Laghi Gemelli in Camerun
I “Laghi Gemelli” in Camerun

Il luogo del rapimento non dista molto dal confine con la vicina Nigeria. La comitiva faceva parte di African Adventures, un tour operator esperto il viaggi difficili e remoti, ed erano diretti verso i Tween-Lakes (i “Laghi Gemelli”, quando sono stati catturati dai terroristi. Secondo un comunicato del ministero delle Comunicazioni del Camerun, le teste di cuoio avrebbero recuperato anche droga, armi e munizioni e neutralizzato una decina di assalitori. 

Durante la stessa operazione sarebbero stati liberati anche sei consiglieri municipali della regione Nordoccidentale.

camerun

Gli europei sono tutti in buona salute e, secondo il “Tagesanzeiger”, un noto quotidiano elvetico, gli svizzeri avrebbero già lasciato il loro albergo di Yaoundé. Il dipartimento federale per gli Affari esteri ha confermato la liberazione dei suoi cittadini e ha diramato un nuovo avviso: “Si sconsigliano i viaggi a destinazione delle regioni di Adamaoua, Nord e Extrême-Nord come pure i soggiorni di qualsiasi tipo”. Anche il sito della Farnesina consiglia di non andare in queste zone.

Ieri sera l’emittente nazionale del Camerun ha reso noto i nomi degli ex sequestrati: Enrico Manfredini, Andrea Calderato, Andrea Milliardi Gi di Carlo, Claudio Diego Pontremoli e Giafranco Brini  sono i cinque italiani, mentre i cittadini svizzeri, per lo più provenienti dal Canton Ticino, sono: Tiziana Ruotolo, Katia Emilia Gereghetti Soldini, Silvana Carla Quattrini, Fulvio Soldini, Numa Carlo, Alfrad Eggeman, Athos Ghiringhelli-Vandone. Sempre nella giornata di ieri, le vittime del rapimento, sono state ricevute al ministero delle Relazioni esterne, in presenza del ministro, Lejeune Mbella Mbella dei ministri delle Comunicazioni, Tchiroma Bakary, e dell’Amministrazione regionale, Paul Atanga Nji, del segretario di Stato presso il ministero della Difesa, incaricato della gendarmeria nazionale, Galax Yves Landry Etoga, del delegato per la Sicurezza nazionale, Martin Mbarga Nguele. Presente anche Marco Romiti, ambasciatore a Yaoundé, e Pietro Lazzeri, rappresentante della diplomazia della Confederazione elvetica nel Paese.

Il gruppo degli ostaggi liberati
Il gruppo degli ostaggi liberati

Solo una settimana fa è stato rapito un cittadino tunisino, rimasto ucciso durante la liberazione. Anche in quell’occasione erano intervenute le forze speciali dell’esercito camerunense.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone e solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era aggregata all’attuale Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sulla Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due ex colonie inglesi e francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma le parti ex-francese e ex-britannica hanno sempre mantenuto un alto grado di indipendenza.

Africa ExPress

Guinea: incontro tra presidente e opposizione per fermare le violenze di piazza

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Conakry, 4 aprile 2018

La Guinea è scossa da una crisi politica (con conseguenze violenze di piazza) venutasi a creare dopo le elezioni regionali dello scorso 4 febbraio (https://www.africa-express.info/2018/02/10/guinea-prime-elezioni-locali-dal-2005-con-morti-e-feriti-per-la-repressione-del-regime/). Finora si contano almeno venti morti e decine di feriti. All’ultima manifestazione del 22 marzo le forze dell’ordine sono intervenute pesantemente con gas lacrimogeno per disperdere i manifestanti.

Il leader del partito all’opposizione “Unione delle Forze democratiche della Guinea” (UFDG), Cellou Dalein Diallo ha accolto l’invito di Alpha Condé, presidente della ex colonia francese, per discutere le gravi divergenze che si sono venute a creare in questi mesi. I due leader, che non si incontravano dall’autunno del 2016 quando avevano un accordo politico per le elezioni regionali, si sono visti lunedì scorso.

Cellou Dalein Diallo, leader dell'opposizione a sinistra e Alpha Kondé, presidente della Guinea, a destra
Cellou Dalein Diallo, leader dell’opposizione a sinistra e Alpha Kondé, presidente della Guinea, a destra

Al termine della riunione, durata ben tre ore, il capo dell’opposizione ha fatto sapere che al momento attuale sono sospese tutte le manifestazioni già programmate, in attesa che vengano rispettati gli impegni presi. Entrambi hanno specificato di voler risolvere le divergenze politiche, e in particolare le questioni post-elettorali, con il dialogo.

L’elenco delle questioni aperte è molto lungo, tra quelle più urgenti ci sono la riforma della Commissione elettorale indipendente, la redazione di uno schedario elettorale e l’insediamento dell’Alta Corte, incaricata di giudicare le infrazioni commesse dai ministri in carica.

La presidenza della Guinea ha fatto sapere che sia Kondé che Diallo hanno espresso le loro condoglianze alle famiglie delle vittime civili e militari, causate dalle violenze politiche. Entrambi hanno convenuto sulla necessità di aprire un’inchiesta per poter identificare i responsabili delle morti e degli ingenti danni materiali occorsi durante le manifestazioni e dell’urgenza di assistere le vittime e i familiari.

Infine il presidente e il leader dell’opposizione hanno chiesto ai guineani di restare uniti e di non lasciare spazio all’odio, alle divisioni tra le diverse comunità del Paese.

Africa ExPress    

Con 5,6 milioni di alberi abbattuti ogni giorno, il Kenya corre verso la desertificazione

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 2 Aprile 2018

Non è solo l’Amazzonia il luogo in cui si fa strage di foreste, anche in Africa avviene lo stesso scempio, anche se per ragioni alquanto diverse. Un recente rapporto dell’Africa Green Foundation, ha rivelato che solo in Kenya, vengono abbattuti ogni giorno 5,6 milioni di alberi. Una quantità stupefacente se rapportata allo sforzo degli ambientalisti che, pur dedicandosi alla riforestazione con enorme energia e determinazione, riescono appena a ripiantare un misero 12 per cento del totale di alberi abbattuti. E’ come continuare a riversare acqua in una vasca bucata dove il getto d’ingresso è molto inferiore a quello d’uscita.

kenya forest

A differenza dell’Amazzonia, in Kenya le cause dell’abbattimento di alberi sono soprattutto dovute alle necessità domestiche e a quelle della mini-imprenditoria. Nelle zone dell’altipiano, dove il freddo notturno è sempre costante e pungente, l’unica possibilità di riscaldarsi è quella di accendere fuochi, usando il legno come combustibile. Ma il legno viene anche usato per cucinare dal 90 per cento dell’intera popolazione sub-sahariana, mentre rappresenta ben il 52 per cento dei combustibili utilizzati per la produzione di energia elettrica. Secondo la World Bank, la deforestazione in atto in Africa ha raggiunto livelli di assoluta drammaticità e il Kenya, in particolare, rischia di essere trasformato in pochi decenni, in una landa brulla e desolata, come, negli ultimi trent’anni, è avvenuto per il Samburu National Park, un tempo verde e rigoglioso e oggi ridotto a una vasta distesa di terra grigia, arida e polverosa.

L’elevato tasso d’incremento demografico in Africa, ha anche aumentato la necessità di un maggiore sviluppo agricolo che rispondesse alle esigenze alimentari della crescente popolazione, sviluppo che ha sempre più richiesto l’acquisizione di terreni fertili, troppo spesso strappati alle foreste. Secondo la FAO, Food and Agriculture Organisation, è infatti proprio nell’agricoltura che risiede ben il 60 per cento dell’intera deforestazione africana, mentre un 20 per cento è utilizzato dal commercio e dall’industria e il rimanente 20 per cento per l’utilizzo domestico. Tra gli usi commerciali è inclusa la produzione del Charcoal un carbone di legno che si ottiene attraverso una lunga fumigazione dei ciocchi d’albero ridotti poi a pezzi, utili per cucinare alla brace. I popoli swahili lo chiamano chacol e per cucinare è preferito al legno perché la sua combustione e molto lenta, facendolo durare a lungo.

Ragioni, quelle elencate, del tutto comprensibili perché rispondono alle basilari necessità di popoli ancora troppo poveri per poter accedere a sistemi più avanzati. Tuttavia le foreste africane diminuiscono a vista d’occhio e sono in grave pericolo di estinzione. Basti pensare che nel decennio compreso tra il 1980 e il 1990 la FAO ha stimato che l’Africa perdeva ogni anno oltre 15 milioni di ettari di foreste per sostenere le necessita dello sviluppo umano. Situazione, questa, che ha messo in allarme la fondazione a tutela delle foreste il cui presidente, Isac Kalua, ha detto “I miei compatrioti keniani, devono rendersi conto che l’abbattimento degli alberi crea gravissimi danni all’ecosistema e continuando in questo modo metteranno a rischio il futuro dei propri figli”.

Donna trasporta il legname raccolto per usi domestici
Donne trasportano il legname raccolto per usi domestici

Certo è che, oltre a questi legittimi moniti, si dovrebbero anche poter proporre valide alternative che, almeno fino ad oggi, sono mancate. Al momento, l’iniziativa che appare più realistica, è quella intrapresa dall’organo ONU che si occupa dei cambiamenti climatici del pianeta il quale, in collaborazione con la Green Foundation, ha presentato un massiccio piano di riforestazione che interesserà inizialmente nove zone pilota: Tharaka, Kituy, Machakos, Embu, Siaya, Homabay, Laikipia, Turkana e Marsabit. Il progetto sarà poi gradualmente esteso a tutte le foreste del paese. Ma questo progetto, per essere attuato, richiede inevitabilmente la partecipazione del governo del Kenya che per bocca del ministro dell’ambiente, Judi Wakhungu ha annunciato la messa a punto di un piano che, nell’anno corrente, consentirà al suo dicastero di piantare oltre 50 milioni di nuovi alberi.

Risposta certamente positiva, ma che resta del tutto insufficiente visto che l’attuale abbattimento annuale sfiora già i 2 miliardi di alberi. Inoltre, è questa una promessa su cui il Kenya può contare? C’è davvero da sperarlo perché il Paese si trova in piena emergenza e il tempo minimo perché un albero appena piantato possa portare il suo contributo all’equilibrio climatico, richiede almeno sette anni. Se questa promessa del governo farà la fine di molte altre che non si sono mai realizzate, non si tratterà più di confrontarsi con cittadini che, se pur se mugugnando, restano impotenti. Significherà adottare un atteggiamento di spavalderia contro le forze della natura. Natura che l’uomo, pur se con la sua più sofisticata tecnologia, non è mai riuscito e mai riuscirà a sconfiggere.

Franco Nofori
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