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Con 5,6 milioni di alberi abbattuti ogni giorno, il Kenya corre verso la desertificazione

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 2 Aprile 2018

Non è solo l’Amazzonia il luogo in cui si fa strage di foreste, anche in Africa avviene lo stesso scempio, anche se per ragioni alquanto diverse. Un recente rapporto dell’Africa Green Foundation, ha rivelato che solo in Kenya, vengono abbattuti ogni giorno 5,6 milioni di alberi. Una quantità stupefacente se rapportata allo sforzo degli ambientalisti che, pur dedicandosi alla riforestazione con enorme energia e determinazione, riescono appena a ripiantare un misero 12 per cento del totale di alberi abbattuti. E’ come continuare a riversare acqua in una vasca bucata dove il getto d’ingresso è molto inferiore a quello d’uscita.

kenya forest

A differenza dell’Amazzonia, in Kenya le cause dell’abbattimento di alberi sono soprattutto dovute alle necessità domestiche e a quelle della mini-imprenditoria. Nelle zone dell’altipiano, dove il freddo notturno è sempre costante e pungente, l’unica possibilità di riscaldarsi è quella di accendere fuochi, usando il legno come combustibile. Ma il legno viene anche usato per cucinare dal 90 per cento dell’intera popolazione sub-sahariana, mentre rappresenta ben il 52 per cento dei combustibili utilizzati per la produzione di energia elettrica. Secondo la World Bank, la deforestazione in atto in Africa ha raggiunto livelli di assoluta drammaticità e il Kenya, in particolare, rischia di essere trasformato in pochi decenni, in una landa brulla e desolata, come, negli ultimi trent’anni, è avvenuto per il Samburu National Park, un tempo verde e rigoglioso e oggi ridotto a una vasta distesa di terra grigia, arida e polverosa.

L’elevato tasso d’incremento demografico in Africa, ha anche aumentato la necessità di un maggiore sviluppo agricolo che rispondesse alle esigenze alimentari della crescente popolazione, sviluppo che ha sempre più richiesto l’acquisizione di terreni fertili, troppo spesso strappati alle foreste. Secondo la FAO, Food and Agriculture Organisation, è infatti proprio nell’agricoltura che risiede ben il 60 per cento dell’intera deforestazione africana, mentre un 20 per cento è utilizzato dal commercio e dall’industria e il rimanente 20 per cento per l’utilizzo domestico. Tra gli usi commerciali è inclusa la produzione del Charcoal un carbone di legno che si ottiene attraverso una lunga fumigazione dei ciocchi d’albero ridotti poi a pezzi, utili per cucinare alla brace. I popoli swahili lo chiamano chacol e per cucinare è preferito al legno perché la sua combustione e molto lenta, facendolo durare a lungo.

Ragioni, quelle elencate, del tutto comprensibili perché rispondono alle basilari necessità di popoli ancora troppo poveri per poter accedere a sistemi più avanzati. Tuttavia le foreste africane diminuiscono a vista d’occhio e sono in grave pericolo di estinzione. Basti pensare che nel decennio compreso tra il 1980 e il 1990 la FAO ha stimato che l’Africa perdeva ogni anno oltre 15 milioni di ettari di foreste per sostenere le necessita dello sviluppo umano. Situazione, questa, che ha messo in allarme la fondazione a tutela delle foreste il cui presidente, Isac Kalua, ha detto “I miei compatrioti keniani, devono rendersi conto che l’abbattimento degli alberi crea gravissimi danni all’ecosistema e continuando in questo modo metteranno a rischio il futuro dei propri figli”.

Donna trasporta il legname raccolto per usi domestici
Donne trasportano il legname raccolto per usi domestici

Certo è che, oltre a questi legittimi moniti, si dovrebbero anche poter proporre valide alternative che, almeno fino ad oggi, sono mancate. Al momento, l’iniziativa che appare più realistica, è quella intrapresa dall’organo ONU che si occupa dei cambiamenti climatici del pianeta il quale, in collaborazione con la Green Foundation, ha presentato un massiccio piano di riforestazione che interesserà inizialmente nove zone pilota: Tharaka, Kituy, Machakos, Embu, Siaya, Homabay, Laikipia, Turkana e Marsabit. Il progetto sarà poi gradualmente esteso a tutte le foreste del paese. Ma questo progetto, per essere attuato, richiede inevitabilmente la partecipazione del governo del Kenya che per bocca del ministro dell’ambiente, Judi Wakhungu ha annunciato la messa a punto di un piano che, nell’anno corrente, consentirà al suo dicastero di piantare oltre 50 milioni di nuovi alberi.

Risposta certamente positiva, ma che resta del tutto insufficiente visto che l’attuale abbattimento annuale sfiora già i 2 miliardi di alberi. Inoltre, è questa una promessa su cui il Kenya può contare? C’è davvero da sperarlo perché il Paese si trova in piena emergenza e il tempo minimo perché un albero appena piantato possa portare il suo contributo all’equilibrio climatico, richiede almeno sette anni. Se questa promessa del governo farà la fine di molte altre che non si sono mai realizzate, non si tratterà più di confrontarsi con cittadini che, se pur se mugugnando, restano impotenti. Significherà adottare un atteggiamento di spavalderia contro le forze della natura. Natura che l’uomo, pur se con la sua più sofisticata tecnologia, non è mai riuscito e mai riuscirà a sconfiggere.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Tre condanne per schiavismo in Mauritania: inasprite le pene dopo proteste internazionali

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 aprile 2018

La Corte di Nouadhibou, nel nord-ovest della Mauritania, ha pronunciato sentenze storiche qualche giorno fa: due persone sono state condannate per schiavismo. Hamoudi Ould Saleck dovrà scontare vent’anni di prigione. A suo padre, deceduto poco prima della fine del processo, è stata inflitta la stessa pena post mortem. Entrambi avevano ridotto in schiavitù un’intera famiglia, che comprende anche due bambini.

Mentre una donna, Revea Mint Mohamed, dovrà passare i prossimi anni in galera per aver ridotto in schiavitù ben tre persone. Tra loro anche una giovane di ventinove anni, al servizio di Revea da quando aveva pochi anni. Le presone processate dai giudici sono state denunciate alle autorità da ex schiavi.

Nel recente passato pochissimi mauritani sono stati condannati per questo grave reato e le pene inflitte erano minori. E’ probabile che le queste severe condanne siano da ricollegarsi ad un appunto dell’Unione Africana, che ha chiesto alla Mauritania un inasprimento delle pene per questo tipo di reato.

Schiave in Mauritania
Schiave in Mauritania

La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito la schiavitù nel 1981, ma solo sulla carta. Una delle forme di schiavitù maggiormente praticata nel Paese è il matrimonio coatto, praticato sin dal XI secolo. Una tradizione talmente radicata nella cultura mauritana, che una prima legge emanata nel 2007, dietro forti pressioni della comunità internazionale, non ha per nulla intimorito gli schiavisti. Le punizioni per il reato commesso erano infatti troppo miti e, tra l’altro, non venivano quasi mai applicate e i reati non denunciati.

In seguito la schiavitù è stata abolita nuovamente il 12 agosto 2015 e la nuova legge considera ora la schiavitù come un reato contro l’umanità. Peccato che denunce e relativi processi siano ancora troppo pochi e non di rado sono i militanti antischiavisti a finire nelle luride galere (https://www.africa-express.info/2016/05/19/la-corte-suprema-della-mauritania-ordina-scarcerate-i-due-militanti-antischiavismo/).

Mani in catene

Secondo The Global Slavery Index, in Mauritania almeno l’uno per cento della popolazione è a tutt’oggi ridotta in schiavitù. La società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beydens”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore” e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. Difficilmente riescono ad avere accesso ai servizi essenziali dello Stato, come scuole o servizio sanitario nazionale e sono le prime vittime della schiavitù, anche se abolita. Le autorità continuano chiudere spesso entrambi gli occhi di fronte a queste pratiche e negano che lo schiavismo esista nei territori della Mauritania.

Schiavitù in Mauritania
Schiavitù in Mauritania

In un recente rapporto di Amnesty si legge come i difensori dei diritti umani che denunciano la schiavitù, vengono perseguitati e spesso sono vittime di campagne diffamatorie, aggressioni, minacce di morte e altro che non di rado provengono proprio dalle alte sfere governative o da gruppi religiosi.

Nella sua relazione la ONG con base a Londra, ha evidenziato che ancora oggi i diritti umani vengono poco rispettati in questo Paese del Sahel. Le manifestazioni sono praticamente vietate, disperse oppure represse con forza eccessiva. Moltissime organizzazioni, attive nella lotta contro la schiavitù e/o altre discriminazioni, non hanno mai ottenuto le autorizzazioni per registrarsi. In questo modo risultano fuorilegge e i membri corrono il rischio di essere arrestati da un momento all’altro.

Amnesty ha sottolineato e documentato che molti membri appartenenti ad associazioni per i diritti umani negli ultimi anni sito stati nessi in carcere  o hanno subito processi irregolari, dopo confessioni estorte con violenza. (https://www.africa-express.info/2014/07/03/mauritania/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

“No alle basi USA in Ghana”: proteste contro la presenza delle truppe americane

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° aprile 2018

Migliaia di persone sono scese in piazza ad Accra, la capitale del Ghana, mercoledì scorso per protestare contro un controverso Memorandum of Understanding militare siglato tra il governo ghanese e gli Stati Uniti, al centro di molte polemiche nel Paese e contestato dall’opposizione.

La maggior parte dei manifestanti indossavano le magliette con i colori (nero e rosso) del maggiore partito all’opposizione, il National Democratic Congress. Gli striscioni di protesta mostravano scritte come: “Akufo-Addo (Nano Akufo-Addo è il presidente del Ghana, eletto nel gennaio 2017, ndr) non deve vendere il Ghana” e ancora “Governo incompetente, accordo incompetente”. E tramite twitter, il vecchio presidente, John Mahama ha supportato i manifestanti e le forze democratiche del Paese.

esercitazioni militari congiunte Ghana-US
Esercitazioni militari congiunte Ghana-US

Il MoU è stato ratificato la scorsa settimana dal Parlamento della ex colonia britannica, ma il voto è stato boicottato dall’opposizione perchè rappresenterebbe una violazione alla sovranità del Paese.

Secondo questo documento, gli USA sarebbero disposti ad investire venti milioni di dollari per addestrare e equipaggiare i militari ghaneani e organizzare esercitazioni congiunte. Per poter raggiungere le basi dell’Africa occidentale, gli USA chiedono di poter utilizzare le strade e di usufruire dei canali radio del Paese, come ha chiarito anche in una nota dell’Ambasciata USA ad Accra  https://gh.usembassy.gov/statement-status-forces-agreement/.

“Nessuna base militare americana sarà costruita in Ghana!”, è quanto sostengono le autorità di Accra e Washington. Cosa peraltro non prevista nell’accordo firmato pochi giorni fa.

Proteste in Ghana contro il MoU tra Accra e Washington
Proteste in Ghana contro il MoU tra Accra e Washington

Ghana e USA collaborano da decenni sul piano militare e regolarmente vengono effettuate esercitazioni congiunte. A questo proposito il viceministro per l’Informazione, Kojo Oppong Nkrumah, ha specificato: “Questo nuovo accordo non è altro che l’estensione di quelli precedenti, ma viene ostacolato per motivi politici dall’opposizione”.                                                       

Samuel Okudzeto Ablakwa, un parlamentare che ha partecipato alla dimostrazione di mercoledì scorso, ha sottolineato che Akufo-Addo dovrebbe ascoltare la sua gente. E’ il presidente del Ghana, non il co-presidente di Trump.

Mentre Koku Anyidoho, vice segretario generale dell’NDC, è stato interrogato dalla polizia ed accusato di tradimento per aver dichiarato in una radio locale che le proteste potrebbero sfociare in una rivolta civile

Il capo della Casa Bianca aveva umiliato gli africani e tutto il continente all’inizio dell’anno con considerazioni piuttosto volgari (https://www.africa-express.info/2018/01/14/donald-trump-perde-frani-frase-volgare-e-razzista-contro-gli-stati-da-cui-vengono-migranti/), ma sono in molti ad averlo dimenticato. Il presidente del Ghana stesso allora aveva scritto via twitter: “Non accetto tali insulti, anche se provengono dal leader di un Paese amico, non importa quanto potente sia”.

Poco dopo le parole sconcertanti di Trump, l’allora segretario di Stato Rex Tillerson si è recato per una breve visita in Africa, quasi per scusarsi, ma al suo ritorno è stato silurato dal suo presidente.

Negli ultimi anni gli USA hanno intensificato la loro presenza in Africa per contrastare il terrorismo, i jihadisti come i Boko Haram e altri gruppi attivi nel Sahel (https://www.africa-express.info/2018/01/16/pronta-la-missione-e-italiana-niger-e-rapitori-di-rossella-urru-rivendicano-omicidio-di-4-marines/), in particolare in Niger, dove gli americani hanno ben due basi,  una ad Agadez, nel nord del Paese, l’altra nella capitale Niamey. https://www.africa-express.info/2014/09/07/niger-pronta-una-nuova-base-per-droni-usa/.

Cornelia I. Toelgyes
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Polemiche per un Gesù bianco scelto in Uganda per festeggiare la Pasqua

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 28 marzo 2017

Nella cittadina di Munyonyno – grosso sobborgo di Kampala, nel sud dell’Uganda – il locale Tempio dei Martiri della Fede, ha reclutato un sacerdote bianco, di origine polacca, per rappresentare il Gesù a dorso di un asino durante la celebrazione della Domenica delle Palme. La cosa ha provocato accese reazioni sia da parte dei media locali che della popolazione, che ha mostrato di non averla gradita.

La scelta di far rappresentare il Dio dei cristiani da un uomo di pelle bianca è stata definita come la volontà di riaffermare l’inferiorità degli africani nei confronti dei bianchi. “Perché dev’essere un uomo bianco a rappresentare Gesù, nel nostro paese? – si è chiesto Vincent Johnson, nel suo commento su un giornale locale – Aspiriamo forse a una nuova era coloniale?” Le foto che mostrano il sacerdote polacco, paludato da Gesù Cristo, che avanza in mezzo all’esultanza dei fedeli ugandesi, ha anche indispettito un altro lettore, Damulira William, che ha scritto: “Stupidi africani! Pensano che tutto ciò che è buono e bello debba per forza essere bianco!”

Il Gesù "bianco" nella celebrazione della Domenica delle Palme in Uganda
Il Gesù polacco nella celebrazione della Domenica delle Palme in Uganda

In effetti la scelta dei religiosi del Tempio di Munyonyo è stata piuttosto infelice. E’ vero che il cristianesimo era stato esportato nel mondo dalle legioni romane sotto la guida dell’imperatore Costantino nel 306 d.C. mentre un gran numero dei suoi predecessori si era invece ferocemente dedicato alla persecuzione dei seguaci di tale fede, ma è altrettanto vero che il figlio di Dio fatto uomo, era nato in Giudea e non poteva quindi essere né bianco né nero, ma doveva per forza avere tratti mediorientali.

 La sede universale del cristianesimo è Roma, città da cui il proselitismo ha avuto origine e questo rende anche comprensibile che i primi proseliti fossero di razza bianca e tendessero quindi a rappresentare Gesù con sembianze simili alle proprie. Compromesso, questo, piuttosto fragile, giacché Dio – uno e trino – non è composto da materia, ma solo da Spirito e la raffigurazione di Gesù Cristo (Dio fatto uomo) non è altro che un simulacro di questo Spirito – sostengono i fedeli – il quale ha adottato le vesti e i modi dell’epoca in cui aveva deciso di dar luogo alla sua temporanea incarnazione.

Forse, malgrado le conflittualità originate dalle ali integraliste, sembra più giusta la regola islamica che rinuncia alla raffigurazione grafica di Allah: uno Spirito Divino non ha forma umana e quindi non può essere raffigurato in alcun modo. L’occidente, invece, presentò Gesù Cristo al mondo, più spesso come un giovane bello e aitante, con una lunga chioma bionda e gli occhi d’intenso azzurro. Un Dio assolutamente bianco, di chiare fattezze centroeuropee, che ben poco aveva a che fare con le razze asiatiche e africane.

Una delle diffuse immagini di Gesù Cristo nel mondo
Una delle più diffuse immagini di Gesù Cristo nel mondo

Perché, allora, un Dio con un simile aspetto – radicalmente diverso dal loro – fu così rapidamente accettato dagli africani? Al tempo dei primi contatti con gli esploratori bianchi, le tribù africane erano di fede animista e veneravano un largo spettro di divinità, attribuendo a ciascuna di loro determinati poteri. I loro riti e i loro sacrifici erano attuati per compiacere tali divinità e ingraziarsene i favori, sottraendosi così ai terribili effetti della loro ira.

Lo strano uomo pallido che era piovuto nella loro terra, da un luogo lontano e sconosciuto, era dotato di poteri straordinari: aveva un lungo bastone che produceva lo strepito di un tuono e un fuoco capace di uccidere a grande distanza; si spostava su strane buffe case viaggianti che, con uno strepito terrorizzante, si muovevano da sole, senza l’ausilio di asini o buoi che le trainassero; aveva bottigliette contenenti liquidi miracolosi che in un istante guarivano anche le malattie più resistenti; aveva strumenti che marcavano il tempo, prevedendo la pioggia e la siccità… Il dio bianco doveva quindi essere di gran lunga più potente di quelli in cui loro credevano e sarebbe stato da stolti non venerarlo.

Se questa è stata l’originaria motivazione che aveva spinto le tribù africane ad abbracciare il cristianesimo, l’ingresso nella loro terra della cultura e della tecnologia europee, ingresso che risale ormai a quasi due secoli, ha anche inevitabilmente portato alla crescente alfabetizzazione e all’educazione scolare. Per cui, a molti degli africani di oggi – certamente più colti ed evoluti dei loro antenati di cultura tribale – l’immagine di questo dio dalle fattezze ariane, crea un certo disturbo perché sembrerebbe voler sancire la loro inferiorità rispetto all’etnia bianca. E le animose reazioni al Gesù polacco di Munyonyno, ne sono la migliore evidenza.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua

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Loghino africa express 2Africa ExPress
Addis Ababa, 31 marzo 2018

Lunedì prossimo, il giorno dopo la Pasqua cattolica, Abiy Ahmed, giurerà come Primo ministro del governo etiopico. Il nuove leader dell’ex colonia italiana presterà giuramento durante una sessione straordinaria di The House of People’s Representatives (la Camera bassa). La coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, lo ha disegnato successore di Hailemariam Desalegn, dimessosi a metà febbraio. Martedì scorso Abiy Ahmed era stato nominato capo dell’EPRDF, preludio della sua nomina a primo ministro. 

La Costituzione dell’Etiopia stabilisce per il Paese un’organizzazione di tipo parlamentare e non presidenziale. Il presidente ha una funzione unicamente di rappresentanza e non ha praticamente nessun potere politico, che invece viene concentrato nelle mani del Primo ministro.Abiy-Ahmed-2

Abiy Ahned è di etnia oromo, è anche a capo di Oromo Peoples’ Democratic Organization (OPDO), uno dei partiti della coalizione di governo. Ahmed, classe 1976, è nato in una famiglia di agricoltori, di Agaro da padre musulmano e madre cristiana protestante. Agaro è nota per la produzione di caffè.

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Oromo e protestante, Abiy Ahmed nuovo leader della coalizione al potere in Etiopia

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Loghino africa express 2Africa ExPress
Addis Ababa, 30 marzo 2018

Lunedì prossimo, il giorno dopo la Pasqua cattolica, Abiy Ahmed giurerà come Primo ministro del governo etiopico. Il nuove leader dell’ex colonia italiana presterà giuramento durante una sessione straordinaria di The House of People’s Representatives (la Camera bassa). La coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, lo ha disegnato successore di Hailemariam Desalegn, dimessosi a metà febbraio. Martedì scorso Abiy Ahmed era stato nominato capo della coalizione al potere, preludio della sua nomina a primo ministro. 

Il nuovo leader dell’EPRDF, di etnia oromo, è anche a capo di Oromo Peoples’ Democratic Organization (OPDO), uno dei partiti della coalizione. Ahmed, classe 1976, è nato in una famiglia di agricoltori, di Agaro da padre musulmano e madre cristiana. Agaro è nota per la produzione di caffè.

Abiy Ahmed, leader della coalizione di governo dell'Etiopia
Abiy Ahmed, leader della coalizione di governo dell’Etiopia

All’età di quattordici anni si unisce alla resistenza per combattere il Derg (dittatura militare etiopica di ispirazione comunista) che dal 1977 fino alla sua caduta, nel 1991, è stato guidato da Mènghistu Hailè Mariàm, oggi è in esilio in Zimbabwe.

Ahmed fa una rapidissima carriera nell’intelligence dell’esercito. E’ laureato e specializzato in crittologia. subito dopo il master completa il suo dottorato in studi sulla risoluzione dei conflitti. E’ sposato e ha tre figlie. Nel 2010 inizia anche la sua carriera politica come membro dell’OPDO.  Dopo essere stato eletto nel The House of Representatives, diventa ministro della Scienza e tecnologia nel 2016, poltrona che lascia dopo poco.

E’ la prima volta in ventisette anni che un membro di etnia oromo, accede alla testa dell’esecutivo. Potrebbe essere un segno di distensione nei confronti della più grande comunità del Paese, che rappresenta un terzo della popolazione di centoquattro milioni di abitanti. Gli oromo si sentono emarginati.I tigrini, pur costituendo solamente il sei per cento della popolazione, detengono  tutti i posti chiave nell’ammnistrazione.

In tutti i casi la nomina di Ahmed dovrebbe ridare un po’ di fiducia, almeno ad una parte degli oromo. Secondo un analista politico etiopico, Hallelujah Lulie, l’investitura a primo ministro di un membro dell’etnia oromo dovrebbe dare una stabilità a breve termine. Mentre una pace sostenibile dipende dalla capacità di governo e la volontà di voler risolvere i problemi che stanno alla base.

Il nuovo leader avrà il difficile compito di traghettare l’Etiopia fuori da una profonda crisi politica che dura dal novembre 2015. Insieme agli amhara, che rappresentano poco più di un quarto della popolazione, gli oromo sono stati in prima linea nelle proteste anti-governative e la conseguente repressione tra il 2015 e il 2016 ha causato la morte di oltre mille persone.

Dopo le dimissioni di Desalegn, l’attuale governo non ha mostrato nessun segno di apertura reale, anzi con la dichiarazione dello stato d’emergenza (https://www.africa-express.info/2018/02/17/etiopia-stato-di-emergenza-dopo-le-dimissioni-del-primo-ministro/) ha ridotto ancora di più la libertà individuaie.

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Botswana, al summit sugli elefanti i leader africani bacchettano Europa e Usa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 marzo 2018

Ogni anno i bracconieri massacrano fra i 20 e i 30 mila elefanti per il contrabbando di avorio. Una piaga che va fermata prima che scompaia un’intera specie. Ne hanno parlato i leader africani con le associazioni ambientaliste e rappresentati europei al Giants Club Summit 2018 che si è tenuto a Kasane, nel nord del Botswana, dal 15 al 17 marzo scorsi.

Elefante delle foreste in Botswana (Courtesy The Giant Club)
Elefante delle foreste in Botswana (Courtesy The Giant Club)

Un attacco diretto a Donald Trump è arrivato dal padrone di casa, Ian Khama, presidente del Botswana: “L’atteggiamento del presidente Trump che ha cancellato il divieto dell’importazione di trofei di caccia, incoraggia il bracconaggio”, ha accusato Khama. E alla Bbc, qualche settimana prima del summit, aveva confessato di essere preoccupato non solo per la condotta del presidente Usa riguardo alle posizioni sulla fauna selvatica ma anche per il suo comportamento verso l’intero pianeta.

Al summit l’Unione Europea ha annunciato un finanziamento di 1,5 milioni di euro entro tre anni per la creazione di una rete transnazionale di polizia per la protezione della fauna selvatica. I fondi serviranno a ridurre del 50 per cento il traffico di frodo in cinque Paesi: Angola, Botswana, Namibia, Zambia e Zimbabwe.

Cucciolo di elefante delle foreste in Botswana (Courtesy The Giant Club)
Cucciolo di elefante delle foreste in Botswana (Courtesy The Giant Club)

La bacchettata è arrivata anche all’UE da Tshekedi Khama, ministro dell’Ambiente del Botswana: “Se l’Europa ci offre i fondi per addestrare i ranger ma consente comunque l’uscita dell’avorio verso i suoi Paesi membri è un’ipocrisia”.

Gran Bretagna e UE, infatti, sono i maggiori esportatori di avorio legale, compreso quello etichettato come antico e visto che la priorità è fermarne il commercio anche in Unione Europea qualcosa si muove. Francia e Regno Unito, all’inizio di marzo, hanno chiesto alla Commissione Ue di vietare il business interno di avorio sia per quello di recente intaglio che per quello grezzo.

La petizione firmata anche dai ministri africani (Courtesy The Giant Club)
La petizione firmata anche dai ministri africani (Courtesy The Giant Club)

Per concludere il cerchio, i presidenti di Botswana, Uganda e Gabon, a decine di ministri presenti al summit, hanno fatto firmare una petizione proposta da Avaaz.org affinché l’UE chiuda il mercato dell’avorio e lavori verso un divieto dell’importazione e la vendita a livello globale.

Uganda, Kenya, Botswana e Gabon sono gli Stati che fanno parte Giants Club. Insieme ospitano più della metà degli elefanti della savana africana e tre quarti dei suoi elefanti delle foreste. Queste popolazioni di pachidermi e i loro habitat rappresentano un patrimonio naturale inestimabile non solo per questi Paesi ma per il mondo intero.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Arginare il flusso migratorio ad ogni costo: l’Italia addestra truppe in Africa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 marzo 2018

Fermare il flusso migratorio! Sono queste le parole d’ordine ormai. Lo scorso settembre Italia ed Egitto hanno sottoscritto un protocollo per la lotta contro il traffico illegale di esseri umani e la criminalità organizzata. Tale documento è stato siglato a Roma da Ahmed el Emary, viceministro dell’Interno egiziano e da Massimo Bontempi, consigliere ministeriale presso la Direzione Centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere.

Il progetto, denominato International training at egyptian police academy (Itepa), entrato nel vivo in questi giorni con un workshop al Cairo, prevede la formazione di trecentosessanta funzionari di polizia e ufficiali di frontiera, che, una volta terminato l’addestramento, saranno in grado di formare i loro colleghi nei ventidue Paesi africani che hanno aderito all’iniziativa. All’apertura dei lavori ha partecipato anche Franco Gabrielli, capo della nostra polizia di Stato.

ITEPA - workshop al Cairo, Egitto con la partecipazione della nostra Polizia di Stato
ITEPA – workshop al Cairo, Egitto con la partecipazione della polizia italiana

La durata del corso è di due anni e dovrebbe terminare alla fine del 2019 con una conferenza in Italia.  Esperti della nostra polizia e di quella egiziana, nonché personale competente in materia di Organizzazioni internazionali ed Agenzie europee cureranno in questi due anni l’addestramento del personale di Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Morocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia, Egitto e Italia.

Risulta chiaramente che i partecipanti a questo progetto pilota provengono per lo più dai maggiori Paesi di origine o di transito dei migranti che cercano di raggiungere le nostre coste, l’Europa.  

L’intero corso si svolgerà presso il Centro di ricerca dell’Accademia di Polizia egiziana ed è cofinanziato dall’Italia e l’UE.

In questi giorni è anche terminata la seconda fase di addestramento per una trentina di marinai libici, finanziato dall’Italia nell’ambito del Memorandum of Understanding, siglato nel febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni e il suo omologo libico Fāyez al-Sarrāj. Un accordo volto ad arginare il flusso migratorio verso le nostre coste e fortemente sostenuto dall’Unione Europea durante il vertice informale dei Capi di Stato e di Governo europei, tenutosi a Malta il 3 febbraio 2017.https://www.africa-express.info/2017/01/10/15831/

Alla piccola cerimonia tenutasi alla base navale Abu Seta di Tripoli lunedì, hanno partecipato, oltre ad alti ufficiali libici, anche rappresentanti del nostro ministero della Difesa. La terza e ultima fase di questo corso di addestramento – tutti e tre sono stati diretti da istruttori italiani – inizierà i primi di aprile e si terrà nel nostro Paese per la durata di sei settimane.

Arginare il flusso migratorio risulta essere tra le priorità delle politiche dell’UE, dell’Italia e non si badano a spese per l’addestramento della Guardia costiera libica, la formazione dei corpi della polizia di frontiera di ben ventidue Paesi africani e, non dimentichiamo, finanziare la nuova Force G5 Sahel, composta da sole truppe africane di cinque Stati (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad).  (https://www.africa-express.info/2018/02/28/altri-50-milioni-della-ue-per-finanziare-la-caccia-ai-migranti-nel-sahel-bilico-la-missione-italiana/).

E la criminalizzazione della solidarietà fa parte del piano dei respingimenti. Ne è un esempio la ONG spagnola Proactiva Openarms (https://www.africa-express.info/2017/09/28/flussi-migratori-e-stragi-lungo-la-rotta-libica-a-cagliari-se-ne-parla-con-africa-express/), tra l’altro firmataria del Codice di condotta per le ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio in mare, introdotto dall’allora ministro degli interni Marco Minniti.

Sbarco di migranti in un porto italiano
Sbarco di migranti in un porto italiano

Lo scorso 15 marzo la nave della ONG spagnola interviene in un salvataggio in acque internazionali, a settantatré miglia dalle coste libiche, durante il quale si sono create forte tensioni tra la ONG spagnola Proactiva Open Arms e la Guardia costiera della nostra ex colonia, che avrebbe addirittura minacciato l’equipaggio. L’avvicinamento dei libici è avvenuto con una delle quattro motovedette di classe “Bigliani”, riparate e riconsegnate alla guardia costiera di questo Stato nord-africano dal ministro Minniti un anno fa e, secondo l’ASGI, i lavori per la rimessa in sesto di queste imbarcazioni sarebbero stati finanziati con il Fondo per l’Africa (https://www.africa-express.info/2017/11/13/il-fondo-per-lafrica-finanzia-la-guardia-costiera-libica-denuncia-dellasgi/).

Una volta giunti in Italia, la Procura di Catania ha messo sotto sequestro l’imbarcazione e tre membri dell’equipaggio – il capitano Marc Reig, capa missione Ana Isabel Montes Mier e il coordinatore generale dell’organizzazione Gerard Canals sono stati accusati di associazione a delinquere, perché si erano rifiutati di riconsegnare i migranti salvati alla guardia costiera libica. Tale terribile e infamante accusa non è stata convalidata dal Gip di Catania e dunque il fascicolo torna al giudice di Ragusa. Per ora è stato confermato il sequestro della nave, che resterà nel porto di Pozzallo.

Nave della ONG spagnola sequestrata a Pozzallo
Nave della ONG spagnola sequestrata a Pozzallo

Indagati come veri criminali per aver protetto i migranti, che, se fossero stati consegnati agli uomini della Guardia costiera libica, sarebbero ritornati nell’inferno. https://www.africa-express.info/2017/11/21/nigeria-linferno-da-dove-vengono-gli-schiavi-venduti-allasta-libia/.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Google censura la Reed Dance per i seni nudi. Protesta delle donne zulu e swazi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 marzo 2018

“I miei seni non sono inappropriati”, “Orgogliose delle nostre tradizioni e della nostra cultura”, “Google razzista”, “La mia cultura, il mio orgoglio”. Con questi cartelli le donne sudafricane di etnia zulu e quelle di etnia swazi del vicino Swaziland, a Durban, hanno voluto protestare a seno nudo, come quando danzano per la Reed Dance (la Danza delle Canne).

La protesta delle donne swazi e zulu contro social (Courtesy TV Yabantu)
La protesta delle donne swazi e zulu contro social (Courtesy TV Yabantu)

Nel mirino Google, Facebook, YouTube, Instagram per la cancellazione delle foto sui social perché l’algoritmo considera il seno nudo come immagine inappropriata o pornografica. La campagna che ha fatto esplodere la forte reazione delle donne zulu e swazi di tutte le età è stata portata avanti da TV Yabantu, una rete locale che produce contenuti che “proteggono, preservano e ripristinano i valori africani” e inserisce i video sul suo canale YouTube.

Mappa del Sudafrica
Mappa del Sudafrica

Anche Facebook e Instagram hanno censurato tutte le immagini attinenti alla Reed Dance delle donne e ragazze a seno nudo inserite dai propri utenti. Come risultato, sui social sono arrivate valanghe di proteste per la scarsa considerazione riguardo la cultura tradizionale dei due Paesi africani.

Lazi Dlamini, responsabile di TV Yabantu, ha cercato di convincere la direzione di Google che si trattava di contenuti culturali ma l’azienda di Mountain View ha risposto che il materiale in questione violava gli standard della piattaforma.

Dlamini ha quindi organizzato una serie di proteste collaborando con oltre 200 gruppi culturali dello Swaziland. A questo punto Google ha deciso di revocare le restrizioni su YouTube (acquisito da Mountain View nel 2006) ma è necessario superare un paio di ostacoli con gli “avvisi ai navigantori”. Nella finestra di accesso all’account di TV Yabantu è necessario confermare la propria età, quindi leggere l’avviso: “Questo video potrebbe essere inappropriato per alcuni utenti” dove è necessario cliccare il pulsante “Capisco e desidero procedere”.

“Come sudafricana intendo celebrare la mia cultura ha chiarito una ragazza – Considerare le mie foto come inappropriate o pornografiche lo considero un attacco al mio patrimonio culturale”.

La principessa swazi Sikhanyiso Dlamini (al centro) durante da Reed Dance
La principessa swazi Sikhanyiso Dlamini (al centro) durante da Reed Dance

La Reed Dance (Umhlanga) è una cerimonia tradizionale annuale dei popoli Zulu e Swazi che dura otto giorni e si tiene tra la fine di agosto e i primi di settembre. In Swaziland, decine di migliaia di ragazze e donne non sposate e senza figli si muovono dai loro villaggi per andare al Ludzidzini Royal Village, residenza della famiglia reale, e partecipare alla danza.

La cerimonia è nata negli anni Quaranta sotto il regno di Sobhuza II come adattamento dell’antica cerimonia “Umcwasho”, un rito tradizionale swazi di castità. In Sudafrica, la Reed Dance, è stata introdotta da Goodwill Zwelithini, attuale re degli Zulu, nel 1991 e si svolge a Nongoma in Zululand nella regione KwaZulu-Natal, 300 km a nord di Durban.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Principessa swazi Sikhanyiso Dlamini
By Amada44Own work, Public Domain, Link

– Mappa Sudafrica
By OCHA, CC BY 3.0, Link

“Ha rubato milioni di dollari”: sotto accusa il figlio dell’ex presidente dell’Angola

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 marzo 2018

Il figlio dell’ex presidente dell’Angola, José Filomeno dos Santos, è indagato per appropriazione indebita. Nel 2013 il padre, Edoardo dos Santos aveva affidato al suo secondogenito la presidenza del fondo statale petrolifero, incarico che il nuovo presidente ed ex delfino del leader uscente, João Lourenço, gli ha tolto all’inizio dell’anno, dopo aver rimosso la primogenita Isabel già nel novembre 2017 da presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera di Stato. (https://www.africa-express.info/2017/11/16/lourenco-il-nuovo-presidente-dellangola-silura-isabel-dos-santos/)

José Filomeno dos Santos
José Filomeno dos Santos

Ora José Filomeno è accusato di frode per aver autorizzato un versamento ritenuto sospetto e che si aggira sui cinquecento milioni di dollari, mentre era presidente del fondo statale petrolifero. E durante una conferenza stampa il procuratore generale aggiunto, Luis Benza Zanga, ha fatto sapere: “Dos Santos è indagato per frode, appropriazione indebita di fondi, traffico di influenze illecite, riciclaggio di denaro, associazione criminale”. “Degli stessi reati è stato accusato anche l’ex direttore della Banca centrale dell’Angola, Valter Filipe da Silva”, ha specificato il procuratore aggiunto.

La somma in questione era depositata presso la banca centrale di Luanda ed è stata versata su un conto di una delle succursali londinesi del Credito Svizzero nel settembre 2017, poco dopo l’insediamento del nuovo presidente Lorenço.

“Nessuna indulgenza”, ha dichiarato il procuratore generale aggiunto. I due indagati sono sotto sorveglianza giudiziaria e ad entrambi è stato ritirato il passaporto.

Eduardo Dos Santos, ex-presidente dell'Angola
Eduardo Dos Santos, ex-presidente dell’Angola

Le autorità britanniche avevano congelato i cinquecento milioni di dollarI perché sospettavano che dietro questa transazione ci fosse un illecito. Ora hanno fatto sapere all’Angola che il denaro è a disposizione del governo della ex colonia portoghese.

Solo poche settimane fa, Luanda aveva annunciato una sanatoria di sei mesi per far rientrare nel Paese capitali – miliardi e miliardi di dollari – trafugati all’estero. La decisione è stata presa durante il consiglio dei ministri il 7 febbraio scorso. Ovviamente l’appropriazione indebita di fondi pubblici non rientra nella sanatoria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes