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Corte d’Appello di Mombasa: l’ispezione anale per i sospetti gay è illegale

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 26 marzo 2018

La pronuncia di giovedì scorso della Corte d’Appello di Mombasa, risponde al ricorso presentato da due uomini (di cui omettiamo i nomi) che a seguito di un ordine emesso lo scorso 16 giugno, dal magistrato di Kwale, Mathew Emukule, erano stati costretti a subire un’ispezione clinica del retto presso il Coast General Hospital di Mombasa, da cui sarebbero emerse evidenze di ripetuti rapporti di sodomia, reato per il quale i due erano stati sottoposti a un procedimento penale presso la stessa corte.

Il procedimento era poi stato interrotto, quando gli accusati erano ricorsi in appello all’Alta Corte di Mombasa che, non solo ha ora annullato l’iter accusatorio, ma ha definito illeciti e anticostituzionali gli esami clinici disposti dal primo grado di giudizio. “Nessuna prova ottenuta attraverso un atto forzato e illegale può essere assunta come elemento d’accusa”, ha detto il giudice della Corte d’Appello, Alnashir Visram, in rappresentanza della terna giudicante.

kenya gay

Questa sentenza ha ricevuto l’immediato plauso di tutte le organizzazioni per i diritti umani, ma benché si tratti di un significativo passo avanti nell’annosa questione dei diritti degli omosessuali, la vita dei gay keniani continua ad essere oltremodo difficile perché la sodomia resta un reato penale e come tale punito dalla legge, anche se, d’ora in poi, sarà difficile provarlo senza poter più ricorrere a esami clinici, ma soprattutto ciò che angustia maggiormente i gay è la feroce opposizione popolare che spesso si esprime con assalti violenti contro di loro. Attacchi che hanno anche prodotto più di una vittima.

I rapporti omosessuali, sono anche considerati “contro natura” dalla Chiesa cattolica e da altre confessioni protestanti, ma comunque la si pensi in proposito, l’assurdità di questo umiliante esame clinico – che fino all’attuale sentenza è stato ampiamente utilizzato – non solo ledeva la dignità di chi vi era forzatamente sottoposto, ma poteva colpire chiunque sulla base di un semplice sospetto della polizia. Infatti, oltre ai gay, l’avevano anche subita non pochi eterosessuali. D’ora in poi l’accusa di sodomia e di altri “atti contro natura”, tra cui il sesso orale tra uomini, potrà solo essere sostenuta in presenza di una denuncia o qualora chi li pratica sia stato colto in flagranza.

Una delle tante manifestazioni anti-gay in Africa
Una delle tante manifestazioni anti-gay in Africa

Non solo in Kenya, ma in quasi tutta l’Africa, l’omofobia resta accesa e agguerrita, sia da parte dei governi e sia da una gran parte della popolazione che spesso si lascia andare ad atti di giustizia sommaria contro i “colpevoli” (https://www.africa-express.info/2017/09/26/africa-sempre-piu-omofona-con-pene-fino-allergastolo-e-alla-morte/). Sul fenomeno gay si era anche espresso qualche anno fa il vicepresidente del Kenya William Ruto, con un commento davvero lapidario: “Il Kenya è una repubblica che rispetta i valori cristiani. Qui non c’è spazio per i gay e per i loro atti contro natura”. Del resto, la recente dichiarazione di Papa Bergoglio che, interrogato sui gay, aveva risposto: “Chi sono io per giudicarli?” ha sconcertato molti africani cattolici che la vedono come un vero e proprio tradimento contro i basilari principi del cristianesimo di cui la Chiesa di Roma dovrebbe essere il più autorevole custode.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

I falsari e i rapinatori del futuro che ingannano il Sahel e la sua gente

Mauro_ArmaninoAfrica ExPress
Mauro Armanino
Niamey 25 Marzo 2018

Johnson è uscito ieri di prigione dopo tre mesi di detenzione. Accusato di aver nascosto una macchina per fabbricare biglietti di banca clandestini. Nato “circa” nel 1963 in Liberia, lasciata nel 2007 per raggiungere il Gabon che in quel momento galleggiava sul petrolio. Passato poi nel Camerun, transita in qualche modo nel Burkina Faso e infine affonda nella polvere del Niger. Avrebbe voluto andare in Libia e forse da lì sbarcare nell’ Europa dei falsari.

Johnson è stato ingiustamente condannato per averli ospitati a casa sua. L’hanno arrestato con altri due per favoreggiamento nella fabbricazione di moneta falsa. Sono invece a piede libero i Grandi Falsari del futuro del Sahel. I rapinatori e i falsari hanno in comune la spoliazione di quanto di più sacro ci sia nella storia umana. Il sogno di un mondo differente che passa dai piedi alle mani che raccontano di sollevazioni e frontiere smantellate a colpi di utopie.

Prigione civile di Niamey, capitale del Niger
Prigione civile di Niamey,
capitale del Niger

Falsano la realtà e la storia che va dall’altra parte a ciò che i poteri propugnano. Circondano l’Occidente con un gran muro di falsità e fanno dei diritti una collezione per amatori di ruderi. Johnson è più onesto di loro e dei complici che li assecondano in ogni circostanza. Stamane torna in carcere per ritirare il suo passaporto e nel secchio porta un po’ di carbone, sapone, olio e un pacco di zucchero per i compagni rimasti in cella.

Johnson è onesto e non dimentica dove e come ha vissuto gli ultimi tre mesi. Ricorda a memoria i nomi dei compagni di cella della prigione civile di Niamey, affollata da oltre 1500 persone, per una capienza di 400. Non è un falsario come i ministri locali e i loro associati occidentali che passano da una conferenza all’altra. Assieme all’Alto Commissariato per i Rifugiati e all’Officina delle Migrazioni Intenazionali non fanno mai domande sul perché trovano così tanto lavoro nel Sahel. Rapinatori di sabbia e falsari di futuro, vergogna.

Deportano nel deserto i migranti espulsi dall’Algeria, Paese che rinnega la dignità della sua indipendenza. Creano ‘hot-spot’ battezzati Macron che tradisce il nome di Emmanuele che porta. Dio non è più con noi, si trova nelle agenzie umanitarie che lo assistono per salvare vite umane dai trafficanti che loro stessi pagano, armano e proteggono. Meglio Johnson, che esibisce il foglio di uscita dal carcere, col titolo ‘Avviso di Liberazione’.  Quello che i falsari della storia e i loro accoliti non possederanno mai. Loro si presentano come i nuovi salvatori del Sahel. Ignobili menzogne rispetto al diritto fondamentale alla mobilità umana e  impostori di un mondo aperto ai passi del futuro. Amministratori finti del sistema che congiura contro la coniugazione dell’uguaglianza con la libertà. Dimenticano che già nel 1889, nella Conferenza Internazionale sulle Migrazioni, si affemava la libertà di disporre della propria persona come meglio si crede.

Migranti nel deserto
Migranti nel deserto

Johnon esce con più dignità dall’accusa di falsario di quanti operano il falso nella politica di repressione della mobilità umana. Al diritto di lasciare un Paese non corrisponde quello di entrare in un altro. Solo perché resi poveri da decreti di espulsione o retenzione nelle maglie giuridiche di chi crede di avere il potere. La lista dei falsari è lunga e tortuosa. La dichiarazione di Niamey, siglata la settimana scorsa, ne è uno degli ultimi esemplari.

Il pretesto della lotta senza quartiere a trafficanti di migranti è la patente fasificazione del passato che ha prodotto e consolidati i trafficanti. I primi di questi sono nelle risorse, le armi e gli accordi di libera rapina delle economie rese fragili dalle multinazionali. Johnson torna al futuro e così, se vorranno imitarlo, potranno fare i falsari. Johnson porta ai compagni di cella un po’ di carbone e d’olio per cucinare, sapone per lavare le ferite e alcune zollette di zucchero per dare gusto al futuro.

Mauro Armanino

La Gran Bretagna nomina in Mozambico il suo primo ambasciatore donna di colore

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 24 marzo 2018

Per la prima volta, nella sua storia centenaria, il leone britannico affida una propria rappresentanza estera a una donna di colore, NneNne Iwuji-Eme, di origine nigeriana, che dal prossimo luglio è stata nominata ambasciatore di Sua Maestà Britannica a Maputo, in Mozambico, dove sostituirà l’ambasciatore uscente, Joanna Kuenssberg che ha ricoperto la carica fin dal 2014

La signora Iwuji-Eme ha speso sedici anni della propria carriera come alto funzionario presso il ministero degli Esteri britannico facendosi apprezzare per le capacità e il dinamismo. “Spero che questa mia nomina, di cui sono molto onorata – ha detto alla stampa – serva a spronare altri giovani talenti che, senza riguardo alla razza di appartenenza, perseguano le loro legittime ambizioni all’interno dello stesso dicastero da cui provengo”.

Il nuovo ambasciatore britannico in Mozambico NneNne Iwuji-Eme
Il nuovo ambasciatore britannico in Mozambico NneNne Iwuji-Eme

La nomina ha suscitato grande entusiasmo sia in Mozambico che in Nigeria perché dimostra che l’Africa, se vuole e si impegna, ha la forza e gli strumenti per ambire agli stessi traguardi perseguiti nel resto del mondo. Possibilità, questa, confermata dallo stesso ministro degli esteri britannico, Boris Johnson, che ha detto: “Non ho dubbi che Iwuji-Eme possieda la lungimiranza, l’esperienza e l’energia, per meritare ampiamente l’incarico che le è stato affidato”.

Boris Johnson ha anche aggiunto che: “le grandi diversità etniche del popolo britannico sono un prezioso valore aggiunto e ciò rende perciò imperativo che il governo di Sua Maestà ne tenga conto nello sviluppare i sui progetti a medio e lungo termine, soprattutto in Africa, dove vi è un’economia in forte crescita e dove Iwuji-Eme può certamente facilitare il nostro assetto post-brexit”.

cartina-mozambico

L’attuale composizione del Foreign Office (il ministero degli Esteri britannico) vede il 32 per cento di donne che ricoprono incarichi diplomatici. Una percentuale, forse, ancora troppo bassa, ma occorre rilevare che dal 2008 a oggi, vi è stato un incremento di questo dato pari al 200 per cento, mentre altre minoranze etniche, pur se composte da cittadini del Regno Unito, sono presenti per il 13,4 per cento del totale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

I janjawid in Sudan obbediscono all’Europa e terrorizzano i civili ai confini con l’Eritrea

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 marzo 2018

Gli abitanti e i leader dello Stato di Kassala, in Sudan, sono stanchi della presenza dei miliziani della Rapid Support Forces (il nuovo nome dato ai janjawid), e hanno chiesto nuovamente al governo che vengano ritirati quanto prima. L’ennesima richiesta è stata inoltrata a Khartoum dopo l’arrivo nell’omonimo capoluogo di Mohamed Hamdan ‘Hemeti’, comandante delle RSF, per un’ispezione.

Abdallah Musa, un capo civile della zona, ha raccontato ai reporter di Radio Dabanga, un’emittente ben informata che trasmette dell’Europa, che dal momento del loro arrivo, i paramilitari hanno iniziato ad ammazzare residenti durante attacchi contro le comunità locali. “Sono l’incubo della nostra gente, provocano il panico in ogni dove, con il pretesto di coinvolgimenti in traffici illeciti e tratta di esseri umani”, ha dichiarato Abdallah.

Oltre ai temibili janjawid, dai primi di febbraio è presente a Kassala anche un contingente della riserva delle forze centrali di polizia.

Truppe paramilitari RSF a Kassala, Sudan
Truppe paramilitari RSF a Kassala, Sudan

Alla fine dello scorso anno le truppe sudanesi hanno liberato novantacinque profughi, vittime dei trafficanti di esseri umani, in prossimità del confine con l’Eritrea. La nazionalità delle persone liberate non è stata resa nota e non è stato comunicato dove siano state portate. Subito dopo quest’episodio, Omar al Bashir, presidente del Sudan, ha imposto lo stato d’emergenza nel North Kordofan e nello Stato di Kassala dove, pochi giorni dopo, il governatore ha ordinato anche la chiusura della frontiera con l’ex colonia italiana.

Al Bashir non ha tardato ad inviare nella zona di confine le truppe paramilitari governative del Rapid Support Forces, nome ufficiale dei janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur. Il loro nome, janjaweed appunto, è un termine conato ad hoc e vuol dire più o meno diavoli a cavallo che bruciano i villaggi, stuprano le donne, uccidono gli uomini e rapiscono i bambini per renderli schiavi. Insomma, sono criminali, utilizzati da al-Bashir per respingere il flusso migratorio verso la Libia, grazie ad accordi firmati con l’Unione Europea. https://www.africa-express.info/2016/09/05/sudan-nella-guerra-contro-i-migranti-litalia-finanzia-e-aiuta-i-janjaweed/ e https://www.africa-express.info/2017/11/02/sudan-per-bloccare-migranti-leuropa-continua-finanziare-criminali-janjaweed/.

Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir
Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir

Ufficialmente lo stato d’emergenza e la chiusura della frontiera sarebbero stati imposti in seguito al ritrovamento di armi illecite e per combattere il traffico umano e di droga, motivo per il quale dallo scorso settembre Khartoum aveva già deciso di chiudere gli attraversamenti di confine con Libia, Sud Sudan e Ciad.

All’inizio di marzo il portavoce delle RSF, Abdul-Rahman Al-Gaali, ha annunciato l’arresto di Suleiman Marjan, ribelle del Darfur, perché avrebbe reclutato giovani e minori in Libia per il Justice and Equality Movement, un fronte politico e militare.

Già nel dicembre 2017 un gruppo di esperti indipendenti dell’ONU aveva fatto il nome di Marjan e altri ribelli del Darfur perché coinvolti nel traffico di esseri umani verso la Libia. Infatti il distretto di Malha, remota area del Nord Darfur, è uno dei punti di raccolta di migranti che intendono poi procedere  verso l’oasi di Kufra in Libia. E’ questa da anni la rotta tradizionale tra Khartum e le città libiche della costa.

L’incontro trimestrale dei responsabili per il controllo dei confini tra Sudan ed Etiopia si è svolto una decina di giorni fa a Kassala. Mahmoud Babiker Himad, dell’esercito sudanese e Michael Garma, di quello etiopico hanno discusso in particolare sulla messa in sicurezza delle frontiere dal contrabbando di armi e droghe e dalla tratta di esseri umani. Entrambi hanno fatto un appello ai residenti delle zone perché forniscano informazioni utili per poter contrastare tali traffici.

56488bc6c2966Nel 2009 Sudan ed Etiopia avevano firmato un protocollo militare della durata di tre anni per la messa in sicurezza del loro comune confine. Nel 2017 la commissione bilaterale ha sviluppato un nuovo piano di collaborazione quinquennale, seguendo il protocollo militare del 2009. Nell’ottobre 2017 i due Paesi hanno sottoscritto anche un Memoranum of Understanding per migliorare la cooperazione militare e della polizia  per contrastare il terrorismo. Mentre nel marzo 2016 il Sudan aveva proposto addirittura un’unità di frontiera comune.

Dopo le inaspettate dimissioni del primo ministro dell’Etiopia, Hailemariam Desalegn, a metà febbraio, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza in tutto il territorio nazionale (https://www.africa-express.info/2018/02/17/etiopia-stato-di-emergenza-dopo-le-dimissioni-del-primo-ministro/) e (https://www.africa-express.info/2018/02/15/dissensi-seno-al-governo-etiopia-si-dimette-il-primo-ministro-desalegn/), che ha causato molte proteste in diverse regioni del Paese. Dopo un raid delle forze dell’ordine per cercare componenti dell’Oromo Liberation Front, sarebbero stati uccisi “per errore”, secondo il governo, nove civili.  In seguito a questo grave fatto migliaia di persone si sono rifugiate nel vicino Kenya, ma, stando alle dichiarazione di Addis Ababa, molti sarebbero già ritornati in patria.

Malgrado la liberazione di migliaia di prigionieri politici e trattative in atto per le riforme, il clima è  teso e più incerto che mai. Si teme che qualsiasi misura prenda ora il governo di Addis Ababa per sopprimere il caos, possa sfociare in nuove violenze e causare altri morti. Dunque Sudan ed Etiopia sono ora più che mai interessati a controllare attentamente i loro comuni confini, per arginare il flusso migratorio verso le coste libiche e l’Europa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Kenya: farmaco antimalarico di produzione cinese, dichiarato falso e inefficace

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 marzo 2018

Si tratta del “duo-cotecxin”, un farmaco antimalarico importato dalla casa farmaceutica cinese Zhejiang Holley Nanhu Pharmaceutical che è tra i più diffusi in Kenya, usato sia come profilassi preventiva e sia come cura di attacco all’insorgere dell’infezione. Cleopa Mailu del ministero della salute ha ordinato ieri il ritiro di tutte le confezioni presenti nelle farmacie del paese in quanto, stando alle analisi effettuate, non solo si tratterebbe di un farmaco inefficace a combattere il morbo malarico, ma avrebbe anche gravi effetti collaterali mettendo così a rischio la salute dei cittadini.

Le analisi di laboratorio sono state eseguite dalla Drug Analysis and Research Unit (Daru), Department of Pharmaceutical Chemistry dell’Università di Nairobi che ne ha denunciato la pericolosità alle competenti autorità governative che hanno quindi ordinato il blocco immediato delle vendite del farmaco. “Il campione da noi esaminato – precisa il comunicato del laboratorio – presentava alcuni componenti non allineati agli standard sanitari previsti e quindi nocivi per gli utilizzatori”.

 

Il farmaco cinese antimalarico giudicato pericoloso
Il farmaco cinese antimalarico giudicato pericoloso

La notizia ha sollevato comprensibile preoccupazione nel Paese poiché, grazie al suo costo contenuto, si trattava di un farmaco ampiamente usato, soprattutto dalle classi sociali meno abbienti che lo preferivano ad altre più costose prescrizioni. Questa scoperta ha anche riportato alla ribalta la questione della vasta presenza in Kenya di farmaci di origine indiana e cinese, medicinali che vengono più spesso prodotti senza avere alle spalle un’adeguata struttura di ricerca e che penetrano nei mercati grazie al prezzo ridotto rispetto agli originali. Si tratta di prodotti che copiano quelli delle più blasonate case farmaceutiche e che, in Italia, vengono definiti “farmaci comparati”.

Benché negli ultimi anni l’affezione malarica abbia registrato un confortante calo nel numero dei decessi, essa continua tuttavia a imperversare in Africa, dove è tutt’altro che debellata e continua a mietere vittime soprattutto tra i bambini. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, stima che ogni anno, nel mondo, circa 500 mila persone muoiono per malaria e nel 66 per cento dei casi si tratta di bambini. Difficile è l’opera delle varie organizzazioni umanitarie che stentano a fare adottare alle popolazioni africane anche le più elementari precauzioni preventive. Qualche anno fa, le zanzariere donate alla popolazione di Zanzibar, anziché proteggere gli abitanti durante il riposo notturno, venivano utilizzate come reti da pesca.

Una zanzara anofele si sta servendo del sangue della sua vittima
Una zanzara anofele mentre si sta servendo del sangue della sua vittima

Molto dibattuta è anche la questione della profilassi antimalarica preventiva, adottata in prevalenza dai turisti durante i loro brevi soggiorni nelle zone a rischio. Intanto essa non garantisce una protezione totale, ma soprattutto, presenta così tali e tanti effetti collaterali che ne scoraggiano spesso l’assunzione. Infatti, ciò che salva dai disastrosi effetti dell’affezione malarica, è una pronta diagnosi all’insorgere dei primi sintomi e l’immediata adozione della cura necessaria che consente spesso di risolverla in pochi giorni, salvo la presenza di altre gravi patologie che possono creare complicanze sfociando, magari, nella forma più devastante che è data dalla cosiddetta malaria cerebrale.

La femmina della zanzara anofele è la portatrice di questa sgradita affezione e soprattutto nello scenario africano non c’era certo bisogno di scoprire che uno dei farmaci, distribuiti per debellarla, non solo non serve allo scopo, ma addirittura mette a rischio la salute di chi l’assume.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Profughi africani detenuti in un magazzino nello Yemen senza cibo e senza acqua

Loghino africa express 2Africa ExPress
Sana’a, 22 marzo 2018

La foto potrebbe sembrare uno dei tanti lager della Libia, ormai i più si sono abituati a vedere i migranti adagiati uno accanto all’altro per terra nei squallidi centri di detenzione della nostra ex colonia. Questi poveracci, tutti provenienti dall’Africa subsahariana, per lo più dal Corno d’Africa, sono invece capitati in un luogo ancora più terribile, se possibile: il suolo libico. Sono nello Yemen, dove si consuma un sanguinoso conflitto interno dal marzo del 2015.

I migranti sono stipati in una specie di magazzino senza tetto ad Aden, città portuale nel sud del Paese. Sono scappati dalla loro patria alla volta dell’Arabia Saudita o in altri Stati del golfo in cerca di lavoro e fortuna; strada facendo si sono trovati intrappolati nello Yemen in guerra, prigionieri, perché considerati migranti clandestini, affamati e terrorizzati, in attesa di essere deportati.

Migranti africani detenuti nello Yemen
Migranti africani detenuti nello Yemen

I seicento e più disperati, sorvegliati a vista, da giorni non ricevono più cibo, sono allo stremo. Hanno paura di morire di fame, altri ancora – come per esempio gli eritrei – sono terrorizzati al pensiero di essere deportati. Ad Asmara non sarà certo un tappeto rosso ad attenderli.

Già ben prima della guerra lo Yemen era un Paese pericoloso. https://www.africa-express.info/2014/06/09/dallafrica-alla-yemen-la-vita-dei-migranti-fuga-tra-angherie-e-torture/. Spesso i migranti venivano rapiti, picchiati, torturati da bande criminali, rilasciati solamente dietro pagamento di un lauto riscatto, potevano proseguire il loro viaggio verso gli Stati confinanti dove molti dei loro conterranei lavorano da anni, spesso maltrattati, peggio degli schiavi.

Ma chi è disperato, chi ha fame, affronta ugualmente un simile viaggio, pur conoscendo i rischi che esso comporta e il numero dei migranti verso queste mete è in continua crescita. Secondo i dati forniti dall’UNHCR, nel 2015 poco più di 92 mila, nel 2016, invece,  100.117 africani hanno tentato questa via di fuga.

Un ufficiale del luogo ha specificato che quindicimila “illegali” vengono fermati mensilmente ai checkpoint di Aden e d’intorni, zone controllate dal governo. Tutti i servizi dello Stato sono allo sfascio per la grave crisi economica, conseguenza del conflitto interno. Dunque, procurare del cibo per i migranti è l’ultimo dei problemi delle autorità.

Il conflitto interno dello Yemen vede contrapposto due fazioni: da un lato gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita entra nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato. Il vecchio leader Saleh è stato ucciso a metà dicembre dello scorso anno dagli huti, con i quali lui era alleato.

Africa ExPress

Nigeria, i dati Amnesty contro Eni e Shell su inquinamento del Delta del Niger

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 marzo 2018

Grazie alla tecnologia Amnesty International smentisce i dati diffusi per anni da Eni e Shell sull’inquinamento da petrolio nel Delta del Niger. Le prove di gravissime negligenze delle due multinazionali sono state scoperte grazie al progetto “Decode Oil Spills”, piattaforma sviluppata dall’ong per condividere la ricerca sui diritti umani.

ENI e SHELL
ENI e SHELL

Coinvolti oltre tremilacinquecento decoders di 142 Paesi

Nel progetto sono stati coinvolti attivisti e volontari: 3.545 ricercatori specializzati – chiamati “decoders” (decodificatori) – di 142 Paesi, soprattutto Francia, Olanda, Nigeria, Regno Unito e Svezia che hanno portato avanti un’investigazione innovativa sulle fuoriuscite di petrolio nell’ex colonia britannica. Le indagini mettono le compagnie petrolifere di fronte alle loro gravi responsabilità sul devastante inquinamento causato dalle “disattenzioni” e il deturpamento di un territorio immenso con incalcolabili danni alle popolazioni.

I decodificatori di dati hanno analizzato quasi 3 mila documenti e fotografie che riguardano le fuoriuscite di greggio nel periodo che va dal 2011 al 2017. I risultato dell’indagine sono quindi stati verificati da Accufacts, organismo indipendente di esperti petroliferi.

Le accuse a Shell ed Eni

Amnesty accusa Shell ed Eni di dare informazioni fuorvianti riguardo al pesantissimo inquinamento causato. Per esempio Shell, dai suoi pozzi e oleodotti, nel 2011 ha segnalato 1.010 con fuoriuscite per oltre 110 mila barili che corrispondono a circa 17,5 milioni di litri. Eni invece ha dichiarato 820 fuoriuscite di petrolio con oltre 26 mila barili equivalenti a oltre 4 milioni di litri di greggio.

Secondo i due giganti dell’industria petrolifera la maggior parte delle perdite dalle pipeline sono causate da furti della popolazione. Le analisi dei dati dei decoder smentiscono e le fotografie mostrano fuoriuscite dovute alla corrosione degli impianti.

Inquinamento da petrolio nel Delta del Niger (Courtesy Amnesty International)
Inquinamento da petrolio nel Delta del Niger (Courtesy Amnesty International)

La maggioranza dei ricercatori ha identificato 89 fuoriuscite di greggio (46 di Shell e 43 di Eni) che dipendevano da problemi tecnici al gasdotto più che da ruberie della popolazione. Inoltre, attribuire le perdita di petrolio a un furto evitava alle compagnie di pagare i risargimenti alle decine di comunità colpite dal disastro ambientale.

“A peggiorare le cose è il fatto che Shell ed Eni paiono pubblicare informazioni non credibili sulle cause e le dimensioni delle fuoriuscite – ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore su imprese e diritti umani di Amnesty International – La popolazione del Delta del Niger paga da troppo tempo il prezzo della sconsideratezza di Shell ed Eni. Grazie ai Decoders, siamo un passo più vicini all’obiettivo di chiamare le due aziende a rispondere del loro operato”.

I ritardi nell’intervento aumentano l’inquinamento

Amnesty denuncia anche i ritardi nell’intervento in caso di perdita di greggio. Secondo i regolamenti vigenti in Nigeria le aziende devono recarsi sul sito dove è avvenuta la fuoriuscita entro 24 ore dalla segnalazione per un sopralluogo e quindi ripulire l’area prima che il petrolio contamini terra e falde acquifere. Secondo i documenti analizzati, se Eni ha rispettato quel termine temporale nel 76 per cento dei casi, Shell lo ha fatto solo nel 26 per cento. Non solo, la compagnia petrolifera anglo-olandese – con la riduzione delle fuoriuscite riportate – ha reagito più lentamente. È stato segnalato anche un incredibile ritardo: prima di visitare uno dei siti contaminati sono passati 252 giorni.

Mappa delle fuoriuscite di petrolio dal 2011 (fonte https://oilspillmonitor.ng)
Mappa delle fuoriuscite di petrolio dal 2011 (fonte https://oilspillmonitor.ng)

Poca cosa rispetto ad Eni che invece, prima di reagire, ha fatto registrare la reazione più lenta mai documentata: 430 giorni per una perdita nella provincia di Bayelsa, 700 km a sud della capitale Abuja. “C’è un motivo per cui ci sono quei regolamenti: più le aziende ci mettono a reagire alle fuoriuscite, più aumenta il rischio che il petrolio finisca per inquinare le fonti alimentari e idriche – ha commentato Dummett – Shell lo sa bene. Di sicuro, se il loro petrolio inquinasse terreni in Europa, non si comporterebbero in un modo così irresponsabile”.

Le compagnie petrolifere non accettano le accuse

Eni e Shell, come prevedibile, hanno rispedito le accuse al mittente. Secondo Shell le informazioni pubblicate da Amnesty sono false e non tengono conto della complessità del territorio e del contesto in cui l’azienda opera. Invece Eni ha respinto l’accusa di non prendere misure immediate per prevenire l’inquinamento.

Mappa delle fuoriuscite di petrolio da gennaio a marzo 2018 (fonte https://oilspillmonitor.ng)
Mappa delle fuoriuscite di petrolio da gennaio a marzo 2018 (fonte https://oilspillmonitor.ng)

In una lettera di risposta, l’azienda italiana afferma che il 13 per cento delle perdite di greggio degli anni recenti sono da attribuire a ragioni operative. Spiega che utilizza tecnologie innovative per il monitoraggio dell’integrità dell’oleodotto compresa l’osservazione aerea del territorio con i droni. I dati del 2017 rispetto al 2014 sulle fuoriuscite di petrolio registrano -74 per cento e un abbattimento del volume (-51 per cento).

Amnesty ha deciso di presentare i risultati dello studio al governo nigeriano e di chiedergli di rafforzare la normativa sull’operato delle aziende petrolifere. Suggerisce anche di fornire maggiori strumenti al Nosdra, l’agenzia governativa che si occupa delle fuoriuscite di petrolio, per fare in modo che le multinazionali petrolifere prendano tutte le possibili misure per prevenire o bonificare i danni causati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 marzo 2018

Amnesty International accusa nuovamente l’esercito e il governo nigeriano: i militari avrebbero ignorato l’avviso – lanciato più volte poche ore prima del rapimento delle alunne della scuola di Dapchi – che lo Yobo State si era riempito di terroristi pronti a effettuare qualche azione. (https://www.africa-express.info/2018/03/06/nigeria-attentati-continui-di-boko-haram-mentre-pastori-e-contadini-continuano-combattono/). Un atteggiamento del genere e cioè la sottovalutazione di un pericolo imminente si era già manifestato nel 2014 per il sequestro delle studentesse di Chibok #BringBackOurGirls. (http://www.africa-express.info/2014/05/10/amnesty-quattro-ore-prima-avevamo-avvisato-militari-che-avrebbero-tentato-di-rapire-le-300-ragazze/).

Ragazzine sequestrate nello Yobe State
Ragazzine sequestrate nello Yobe State

In entrambi i casi le autorità nigeriane hanno riconosciuto il rapimento solo qualche giorno dopo. Nel primo caso il presidente in carica era Goodluck Jonathan, mentre ora il capo di Stato è Muhammadu Buhari, ma come si può vedere chiaramente, nulla è cambiato. Eppure Buhari, golpista del 1983, aveva fatto della lotta contro i jihadisti il suo cavallo di battaglia durante la sua campagna elettorale e, appena nominato sommo leader del suo Paese aveva promesso che entro il 31 dicembre 2015 i terroristi sarebbero stati annientati completamente.

Amnesty dalla sua sede centrale di Londra ha chiesto al governo di Abuja di aprire immediatamente un’inchiesta per determinare gli errori nella gestione della crisi e Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International Nigeria, ha precisato: “Le autorità paiono non aver appreso affatto la lezione del rapimento delle 276 studentesse di Chibok e non hanno fatto niente per garantire protezione alla popolazione civile del nordest della Nigeria, soprattutto alle studentesse”.

Scuola di Dapchi, Nigeria
Scuola di Dapchi, Nigeria

Nel suo rapporto di oggi Amnesty chiede al governo nigeriano perché non ci fossero truppe sufficienti sul posto al momento del rapimento delle ragazzine di Dapchi. Quali misure sono state prese per proteggere le scuole nel nord-est del Paese dopo i fatti di Chibok?

La ONG ha precisato che i servizi di sicurezza avrebbero ricevuto almeno cinque avvisi nel pomeriggio, poche ore prima dell’attacco. E’ stata ignorata la segnalazione che miliziani Boko Haram si stavano dirigendo verso Dapchi nello Yobe State. Alcuni residenti confermano di aver visto ben nove autovetture con a bordo una cinquantina di terroristi quando distavano ancora una trentina di chilometri dalla cittadina, dove sono giunti alle 18.30. I jihadisti si sono diretti subito verso il pensionato della scuola. Alle 21.00 sono stati avvistati con le ragazze rapite e anche qui i residenti hanno immediatamente allertato le forze di sicurezza.

La denuncia di Amnesty si basa sulla testimonianza di ben ventitré persone e di tre responsabili della sicurezza – che si sono avvalsi della facoltà dell’anonimato – di Geidam, poco distante dalla frontiera con il Niger. Secondo le informazioni raccolte, nel fascicolo viene evidenziato che i comandanti militari di Geidam e Damaturu sono stati allertati proprio al momento dell’attacco. I residenti di Dapchi e Geidam hanno raccontato di aver sentito il rombo di un aereo militare mentre sorvolava i cieli della zona. solamente un’ora dopo la partenza dei terroristi.

boko-haram

Per le studentesse rapite a Chibok nel 2014 il mondo intero aveva preso posizione. L’hashtag #BringBackOurGirls era presente ovunque in rete e anche l’allora first lady americana Michelle Obama, come molte altre personalità della politica e dello spettacolo, si erano strette attorno a Chibok e i suoi abitanti, alle madri delle ragazze sequestrate. Questo rapimento di massa, invece, si sta consumando nel totale silenzio e nell’indifferenza del mondo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

“La bellezza oltre la pelle”, concorso per eleggere la più bella albina dello Zimbabwe

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 marzo 2018

La ventiduenne Sithembiso Mutukura è stata incoronata Miss Albino ad Harare, la capitale dello Zimbabwe venerdì scorso.

E’ la prima volta che in questo Paese si svolge una selezione per giovanissime affette di albinismo. L’organizzatrice, Brenda Mudzimu, aveva programmato questo evento già lo scorso anno, ma per mancanza di fondi non ha potuto realizzare lo spettacolo. Non che quest’anno sia andato molto meglio: né il governo e nemmeno società private hanno contribuito alla realizzazione della serata. Una sola ditta ha sposato la causa. Infatti la vincitrice ha portato a casa solamente ottantacinque dollari e un cesto alimentare.

Incoronazione di "Miss Albino" nello Zimbabwe
Incoronazione di “Miss Albino” nello Zimbabwe

Il senso di un tale evento va ben oltre un premio, specie in un Paese africano, dove gli albini sono spesso costretti all’isolamento, emarginati dalla società. In particolare nei Paesi vicini, come in Mozambico, Malawi e Tanzania la vita di queste persone è un vero e proprio calvario. Ogni anno decine e decine di loro spariscono, vengono attaccati, subiscono violenze di ogni genere, vengono uccise e parti del loro corpo utilizzate per pratiche rituali di stregoneria (https://www.africa-express.info/2017/05/26/tanzania-continua-leccidio-degli-albini-per-foraggiare-riti-tribali-degli-stregoni/), (https://www.africa-express.info/2017/07/27/dopo-gli-albini-tanzania-e-sacrifici-umani-kenya-ora-la-volta-dei-calvi-mozambico/), (https://www.africa-express.info/2016/06/10/in-malawi-gli-albini-cacciati-come-animali-per-pratiche-rituali/) e ( https://www.africa-express.info/2010/08/22/superstizioni-africane-tanzania-un-albino-fatto-pezzi-e-bollito-vale-220-mila-euro/), perché secondo antiche credenze, difficile da estirpare in questo continente, il sangue e/o le parti del corpo di un albino porterebbero salute e ricchezza.  

Lo Zimbabwe conta quasi quarantamila persone affette di albinismo e Sithembiso, la reginetta del concorso racconta: “Quando ero piccola, la gente mi evitava, credevano che se mi avessero toccata, sarebbero diventate bianche anche loro dall’oggi al domani. Per strada gli altri ragazzi mi prendevano in giro, mentre gli uomini fischiavano. Vivo in una periferia di Harare, dove la gente è molto povera e noi albini non abbiamo nemmeno i soldi per comprare una protezione solare”.

Venerdì sera le tredici ragazze che hanno partecipato al concorso, hanno avuto la loro piccola rivincita: truccate, ben pettinate, vestite come regine hanno colto gli applausi del pubblico. Per una volta si sono sentite accettate come persone. E una di loro ha precisato: “Dobbiamo essere coraggiose e perseveranti”.

Mentre la vincitrice ha puntualizzato: “dobbiamo difendere i nostri diritti e spero che la mia vittoria dia una nuova speranza ai più piccoli. Non bisogna sottovalutare le persone portatori di handicap”.

Ho voluto creare questa manifestazione per dare fiducia a queste ragazze e per ridurre i pregiudizi associati a questa malattia. Le persone che soffrono di questa patologia ereditaria che consiste nella mancata formazione del pigmento melaninico con conseguente depigmentazione, sono piene di talento, intelligenti, belle come qualsiasi altro essere umano”, ha spiegato l’organizzatrice e ha aggiunto infine: “Vorrei davvero che questo evento possa svolgersi ogni anno”.

Sithembiso Mutukura, la vincitrice del concorso di bellezza "Miss Albino"
Sithembiso Mutukura, la vincitrice del concorso di bellezza “Miss Albino”

Anche una delle madrine del concorso, Pauline Gundidza, una cantante famosa nello Zimbabwe, si è espressa così: “Se una persona sogna di diventare una reginetta di bellezza, l’albinismo non deve rappresentare un problema e nessuno al mondo ha il diritto di impedirlo. Anzi, deve essere un motivo per festeggiarla, perché Dio l’ha creata così”.

Molti zimbabwesi manifestano tuttavia sensibilità per i loro concittadini meno fortunati. Lo ha dimostrato un’altra manifestazione che si è svolta qualche anno fa ad Harare. Durante tale occasione si sono esibiti sulla passerella i più brutti del Paese e a fine serata è stato incoronato “Mister brutto”.  Tutte iniziative meritevoli, improntate a non stigmatizzare le diversità. (https://www.africa-express.info/2015/11/26/specchio-specchio-delle-mie-brame-chi-e-il-piu-brutto-del-reame/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

L’ennesimo ciclone tropicale si abbatte sul Madagascar: morti e sfollati

GiorgioDal nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 28 marzo 2018
 
Il ciclone Eliakim ha colpito la costa nord-est del Madagascar nei pressi della penisola di Masoala alle nove del mattino di sabato 17 marzo, provocando morti e feriti. La perturbazione è tutt’ora attiva  in prossimità del porto di Tamatave, la seconda città del Madagascar.

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Elikiam si è abbattuto con un’intensità media sullo Stato insulare, ma i problemi sorgeranno nei prossimi giorni con le inondazioni che le piogge cadute in questa settimana provocheranno, soprattutto a livello della città di Marontsetra, già colpita negli ultimi 12 mesi da altri due cicloni.

A Sonierana-Ivongo, villaggio noto a livello turistico per essere il punto di partenza delle navette che collegano l’isola di Sainte Marie, almeno una trentina di case sono state distrutte e un centinaio di persone evacuate. Nella famosa isola turistica di Nosy Be, un uomo di una trentina d’anni è morto in seguito al crollo di una casa; nella stessa isola il vento ha raso al suolo una trentina di case, soprattutto nei villaggi di Dzamandzary e Tanambao.

Si segnala anche la scomparsa di un uomo in mare. Allo stato attuale tutti gli spostamenti via mare sono vietati dalle capitanerie di porto.

Il vero problema rimane comunque la difficoltà da parte delle autorità di seguire in tempo reale il succedersi degli eventi; si dovranno attendere parecchi giorni per avere un quadro completo dei danni provocati dal passaggio di questo ennesimo ciclone.

Le previsioni meteorologiche sono confortanti:  lunedì mattina la tempesta uscirà completamente dal territorio del Madagascar per terminare  la sua corsa nell’Oceano indiano a sud-est dell’isola.

Una piccola curiosità: il nome dei cicloni viene sempre dato da uno degli undici centri allerta uragani presenti nel mondo. Questa volta è stato scelto il nome Eliakim, un nome biblico, che significa: “Alzato da Dio”

Giorgio Maggioni
giorgio@mymadagascar.it
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