17.7 C
Nairobi
giovedì, Aprile 30, 2026

Angola eldorado africano per Leonardo SpA, leader italiano delle armi

Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo 30 aprile 2026 Il...

Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

  Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 28 Aprile 2026 Sette...

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...
Home Blog Page 352

Kenya, testimoni corrotti: riaperto il processo internazionale contro Kenyatta e Ruto

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 18 marzo 2018

La notizia – diffusa nel tardo pomeriggio di ieri da un quotidiano online – rimbalza oggi su tutte le testate nazionali: l’ICC (International Criminal Court) ha incaricato tre giudici, Robert Fremer, Alapini Gansou e Kimberly Prost, di riaprire il procedimento penale contro il presidente e il vicepresidente del Kenya per crimini conto l’umanità in conseguenza delle gravi violenze esplose nel dopo elezioni 2007 quando oltre 1300 persone persero la vita e altre 600 mila furono costrette ad abbandonare i propri luoghi di residenza.

I due, insieme al giornalista Joshua Sang, accusato d’incitamento alla violenza, furono prosciolti con formula dubitativa nel 2014 con gran disappunto degli accusatori, incaricati di produrre le evidenze per le imputazioni a loro carico. Questo avvenne perché, uno dopo l’altro i testimoni a supporto delle accuse, sparirono, ritrattarono o risultarono inattendibili. La formula pronunciata dalla corte fu infatti di proscioglimento per insufficienza di prove.

Il triibunale ONU per i crimini conto l'umanità
Il tribunale internazionale per i crimini conto l’umanità

Venerdì scorso il Tribunale Internazionale, sul suo sito ufficiale, ha annunciato la nomina del nuovo team di accusatori e la costituzione del collegio giudicante la cui composizione sarà completata entro il prossimo 20 marzo. Benché a fronte del precedente giudizio, gli allora incaricati dell’accusa, espressero riserva di fare ricorso in appello, nessuno si attendeva che la procedura di incriminazione sarebbe ripresa, tant’è che la prima e discussa intenzione, annunciata dal governo, di revocare il riconoscimento della Corte Internazionle, rientrò subito dopo il proscioglimento dei due accusati e fu l’allora Procuratore Generale del Kenya, Githu Muigai, a riconfermare il supporto del suo paese all’alto tribunale .

Fatou Bensoda, capo del team dell'accusa nel precedente procedimento
Fatou Bensoda, capo del team dell’accusa nel precedente procedimento

Al momento in cui scriviamo, le grandi testate internazionali non si sono ancora espresse al riguardo della decisone dell’ICC, né lo hanno fatto i due principali indiziati che detengono le più alte cariche dell’esecutivo. Certo è che, dopo gli allarmanti eventi che hanno fatto seguito alle recenti elezioni presidenziali, finalmente superati con la collaborazione espressa pochi giorni fa dagli schieramenti opposti, pareva che il Kenya potesse avviarsi più serenamente verso un futuro di stabilità, concentrandosi sui più urgenti affari di stato a beneficio del paese. Oggi, invece, tutto ripiomba nell’apprensione e nell’incertezza.

Del resto, che la corte avesse mal digerito gli esiti dei primo processo contro Kenyatta e Ruto, lo dimostravano le dichiarazione allora espresse senza perifrasi dal capo del team dell’accusa, signora Fatou Bensouda: “gli imputati hanno minacciato, intimidito o corrotto, tutti i testimoni a loro carico”. Non è chiaro su quali nuovi elementi la Corte abbia ora deciso di riaprire il caso contro gli accusati, ma è ragionevole assumere che l’abbia fatto in ragione di altre circostanze non note nel primo procedimento e che ora sono venute alla luce a fronte di ulteriori investigazioni.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Vertice a Niamey tra europei e africani per bloccare i migranti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 marzo 2018

Ieri mattina si sono riuniti a Niamey, la capitale del Niger, il nostro ministro degli Interni e il direttore generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie del ministero degli Esteri, Luigi Maria Vignali insieme ai ministri degli Interni e degli Esteri di Germania, Spagna, Francia, Guinea, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Libia, Mauritania, Niger, Ciad, UE e rappresentanti delle Nazioni Unite, della Commissione dell’Unione Africana, del G5 Sahel e della Comunità degli Stati sahelo-sahariani (CENSAD). Tutto l’incontro era naturalmente improntato sul flusso migratorio, l’adozione di una linea comune da perseguire per contrastare tale fenomeno.

Da un lato i rappresentanti di quattro Paesi dell’UE – Italia, Francia, Germania e Spagna – che esigono un maggiore controllo delle frontiere e dall’altro i ministri di nove Stati africani che tentano di trovare una soluzione alla crisi migratoria adeguata alla loro realtà.

Vertice a Niamey, Niger, 16 marzo 2018
Vertice a Niamey, Niger, 16 marzo 2018

Le riunioni tra le parti si susseguono senza sosta e le misure adottate finora non dissuadono le partenze dei disgraziati, oppressi dalla fame e da governi tirannici. https://www.africa-express.info/2017/07/16/alleanza-per-il-sahel-un-tentativo-di-parigi-e-berlino-per-rilanciare-lo-sviluppo-africa/.

Il Niger, da un lato Paese di transito e dall’altro di partenza dei migranti (https://www.africa-express.info/2017/02/03/il-risultato-dellaccordo-con-il-niger-sui-migranti-aumentati-prezzi-della-traversata-verso-leuropa/) da tempo applica una legge severa contro i trafficanti, arrestando tutti i sospettati, sequestrando le loro vetture e quant’altro. Se questa strategia ha portato dei frutti, sta mettendo in grave pericolo coloro che fuggono dal proprio Paese. I mercanti di uomini hanno aumentato i prezzi del viaggio con la scusa che diventa sempre più difficile trovare nuovi itinerari per evitare i controlli, riempendo le loro tasche a spese dei poveracci. Le nuove vie di fuga sono diventate ancora più pericolose, perchè spesso si viaggia solo di notte su piste e sentieri quasi impraticabili e non di rado i disperati muoiono già prima di raggiungere la Libia, ma non viene uccisa la speranza di una vita migliore.

A Niamey i convenuti al tavolo delle trattative hanno deciso in comune accordo queste nuove linee:

  • Rinforzare le leggi nazionali per quanto riguarda la lotta contro i traffici illeciti e la tratta di esseri umani.
  • Rinforzare altresì gli strumenti nazionali per la lotta operativa contro il traffico illegale dei migranti e la tratta di esseri umani e un migliore coordinamento degli strumenti nazionali a livello regionale.
  • Rinforzare le capacità tecniche e materiali delle forze di difesa e di sicurezza ingaggiati nella lotta contro il traffico illegale dei migranti e la tratta di esseri umani nei Paesi di origine e di transito.
  • Rinforzare la collaborazione giuridica
  • Rinforzare il controllo delle frontiere
  • Proteggere le vittime della tratta e i migranti irregolari.
  • Assicurare uno sviluppo sostenibile e promuovere un’economia alternativa per arginare il flusso migratorio.
  • Verifica costante degli impegni assunti

Il meeting ha permesso di identificare dei punti d’azione comuni per arginare il flusso migratorio. Un nuovo incontro è previsto per il prossimo giugno a Kigali, la capitale del Ruanda, a margine di una riunione straordinaria dell’Unione Africana.

Durante la giornata di ieri i rappresentanti della Libia hanno mostrato un elenco con ben duecentocinque nomi di trafficanti nazionali e stranieri, contro i quali sono stati spiccati i relativi mandati d’arresto pochi giorni fa. Nella lista figurano personaggi importanti, come alti funzionari di ambasciate africane in Libia, membri dell’organismo statale per la lotta contro la migrazione clandestina nella nostra ex colonia, addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti e altre figure di spicco insospettabili.

Al di là di questo, Al-Siddik al-Sour, capo dell’ufficio investigativo della procura di Tripoli, ha evidenziato che esiste un legame tra il traffico di migranti e i jihadisti dello stato islamico. Al-Sour ha fatto anche il nome di due fratelli, Moussa et Ahmad Diab, a capo di una grossa organizzazione di mercanti di esseri umani a Beni Walid, situata nell’interno della Tripolitania a circa 150 km a sud-est di Tripoli. “Queste indagini sono state svolte in collaborazione con la procura italiana”, ha sottolineato il rappresentante libico. Sembra che i guadagni illeciti dei due criminali siano ben custoditi in banche maltesi, conti correnti che presto saranno congelati, a detta di Al-Sour. Chissà se, almeno in parte, questi soldi saranno restituiti alle famiglie dei poveracci, che magari hanno anche perso la vita durante la detenzione o durante la traversata nel Canale di Sicilia.

Mentre era in corso il vertice, altri infelici hanno rischiato di annegare o di essere riportati a Tripoli dalla Guardia costiera libica. Il 15 marzo il coordinamento dei salvataggi in acque internazionali era stato affidato a loro, visto che sono già in possesso di quattro imbarcazioni consegnate dal nostro governo al presidente libico Fayez al-Sarraj la scorsa primavera e diverse unità dei loro marinai hanno goduto di addestramenti ai quali ha dato un importante contribuito anche l’Italia (https://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica importante-ruolo-dellitalia/).

un migrante appena salvato
un migrante appena salvato

Due giorni fa si sono create forte tensioni tra la ONG spagnola Proactiva Open Arms, impegnata nelle operazioni di soccorso e la guardia costiera libica, che avrebbe addirittura minacciato l’equipaggio. In seguito la nave della ONG ha atteso per ore istruzioni dalla nostra Guardia costiera che per voce di Graziano del Rio, ministro delle Infrastrutture ha fatto sapere a Luigi Maconi, che si era interessato per districare la complessa situazione: “Il governo spagnolo deve chiedere a quello italiano la concessione di un porto d’approdo”.

Una procedura inedita, ma confermata anche da Minniti direttamente dal Niger. Una nuova formula per dissuadere gli operatori umanitari di intervenire nei salvataggi. A scapito sempre di poveracci e disperati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Epidemia di listeria in Sudafrica: responsabili würstel contaminati da un batterio

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 marzo 2018

Il Sudafrica sta combattendo contro il peggiore focolaio di listeria mai esistito al mondo. Dal gennaio 2017 ad oggi sono decedute almeno centottanta persone.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso la sua preoccupazione per l’espandersi della malattia, che ha colpito finora novecentosettantotto persone. Il National Institute for Communicable Diseases (in italiano, l’Istituto nazionale per le malattia trasmissibili) registra nuovi casi quasi quotidianamente.

Wurstel prodotti in Sudafrica incriminati di contenere il batterio killer
Wurstel prodotti in Sudafrica incriminati di contenere il batterio killer

Della listeriosi è responsabile il batterio Listeria monocytogenes, presente nell’acqua, nel terreno e nelle piante. Anche gli animali, come bovini, caprini e ovini possono essere portatori del batterio. Il consumo di cibo o mangime contaminato è la principale causa d’infezione, ma può avvenire anche tramite il contatto tra persone e animali infetti. La cottura ad oltre 65 °C uccide il batterio. A differenza di molti altri microrganismi, tollera molto bene le basse temperature e i cibi salati, e pertanto lo si può riscontrare in cibi pronti.

Nelle persone infette i sintomi variano, da lievi avvisaglie di tipo influenzale, come nausea, vomito e diarrea, a infezioni più gravi, quali meningite e altre complicazioni a volte con esito letale. Le persone più sensibili alle infezioni da listeria sono gli anziani, le donne in gravidanza, i neonati e le persone con deficit del sistema immunitario.

All’inizio del mese, Aaron Motsoaledi, ministro della Sanità sudafricano, ha fatto sapere che secondo le analisi effettuate da NICD, il ceppo ST6 del batterio killer è stato trovato in una fabbrica che produce wurtsel e altre salsicce, la Tiger Brands’s Enterprise di Limpopo, capoluogo del Polokwane. Finora l’industria incriminata ha ritirato tremilacinquecento tonnellate di cibo, come, appunto wurstel, carni fresche e surgelate; questi alimenti dovranno essere inceneriti e l’intero stabile e le varie catene di lavorazione dovranno essere disinfettati. Attualmente sono al lavoro anche esperti locali e internazionali, ingaggiati dalla compagnia, per analizzare i prodotti e per capire se effettivamente la Tiger Brand’s è responsabile del focolaio di listeria nel Paese, come sostiene NICD.

Aaron Motsoaledi, ministro della sanità del Sudafrica
Aaron Motsoaledi, ministro della sanità del Sudafrica

L’Istituto nazionale ha puntato il dito contro la fabbrica di prodotti alimentari, dopo aver analizzato campioni di cibo dei pasti consumati da bambini di un asilo nido, ora tutti ricoverati e sotto terapia, perché affetti di listeria.

La Tiger Band’s non ha più messo sul mercato altri alimenti di questo tipo e con una campagna a larga scala ha chiesto ai consumatori di consegnare ai rivenditori il cibo incriminato.

Per precauzione anche la Rainbow Chicken Limited ha ritirato i suoi salsicciotti dal mercato.

Nel frattempo Kenya, Zimbabwe e Zambia hanno bloccato l’importazione di carni lavorate, latticini, frutta e verdure dal Sudafrica; Namibia e Mozambico finora si sono limitati a quella dei wurstel e prodotti simili, il Malawi, invece, sta effettuando controlli supplementari sugli alimenti sudafricani importati e anche il Botswana sta ritirando tali i prodotti dal mercato.

Nell’Africa australe la popolazione è ghiotta di salsicciotti viennesi e alimenti simili; ora anche la Namibia, una ex colonia tedesca, ha dovuto registrare il suo primo caso di listeria. Si tratta di un uomo sulla quarantina, ora ricoverato in ospedale.

Anche in Italia sono decedute tre persone di listeria nelle Marche nel 2016, allora responsabile dell’infezione batterica era un salume, confezionato ad Ancona.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libertà di stampa: Corte di giustizia africana condanna il Gambia a risarcire i giornalisti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 marzo 2018

La legge del Gambia sulla diffamazione, sedizione e diffusione di fake news viola il diritto di libera espressione. È la sentenza del 14 febbraio scorso della Corte di giustizia africana della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas). La Corte, presieduta dal giudice Chijioke Nwoke, ha anche ordinato al governo della Gambia “di modificare o abrogare le leggi odiose con le quali sono stati incarcerati i querelanti”.

Ecowas Court
Ecowas Court

Il governo di Banjul è stato condannato a pagare a quattro giornalisti la somma di sei milioni di dalasi, valuta gambiana, (€ 102.000) “per violazione dei loro diritti umani e sottoponendoli a trattamenti degradanti”. Una sentenza storica secondo Amnesty International. Decisione che mette un punto fermo sulla situazione dei diritti umani e sul diritto alla libertà di espressione nel piccolo Paese africano, enclave anglofona del Senegal.

Il caso nasce nel 2015 quando il Gambia era ancora sotto la presidenza del dittatore Yanya Jammeh, tristemente famoso per aver minacciato di tagliare la testa dei gay che vivono nel paese e per gli arresti arbitrari e le torture agli oppositori e ai giornalisti.

Tre dei quattro reporter dell’ex colonia britannica erano stati costretti ad andare in esilio perché temevano la persecuzione e per paura di danni fisici e mentali, come conseguenza del loro lavoro di giornalisti.

Il danni fatti dal predecessore Jammeh dovrà risolverli Adama Barrow, riuscito ad insediarsi faticosamente alla presidenza nel gennaio 2017 dopo aver vinto le elezioni del 2016. Il dittatore, al potere dal 1994 con un colpo di Stato, si è dimesso solo dopo la minaccia di un intervento militare dell’ Ecowas ma è scappato con la cassa: 12 milioni di euro, l’1 per cento del PIL. Si è rifugiato in Guinea Equatoriale appoggiato dal dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

L'area dei Paesi menbri Ecowas
L’area dei Paesi membri Ecowas

L’Ecowas è una Organizzazione internazionale nata nel 1975 e composta da 15 Paesi (Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo). Dal 2 dicembre 2004 ha lo status di osservatore dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

I Paesi dell’Ecowas hanno firmato due protocolli di non aggressione (1978 e 1990) e un protocollo di assistenza difensiva reciproca (1981) per la costituzione delle forze armate alleate della Comunità (Ecomog). L’Ecomog è intervenuta in operazioni di peacekeeping in Sierra Leone, Guinea Bissau, Liberia e Mali.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:

– Mappa Ecowas
Di CarportFile:BlankMap-Africa2.svg, Pubblico dominio, Collegamento

Kenya, prima destinazione in Africa per il turismo sessuale femminile

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 7 marzo 2018

L’organizzazione Mondiale del turismo, l’AMPIA (Associazione Nazionale Italiana Antropologi) e vari altri ricercatori che indagano sul fenomeno del turismo sessuale, si trovano d’accordo: sarebbero oltre 600 mila le donne occidentali che ogni anno partono verso lidi esotici per dare sfogo alle proprie fantasie erotiche. Di queste, 30 mila sarebbero italiane. L’emancipazione femminile, che ha portato le donne a conseguire molti e legittimi traguardi sociali, ha anche spazzato via ogni residua inibizione. Così, ciò che un tempo era esclusivo retaggio maschile, è oggi anche entrato nelle prerogative dell’altro sesso, pronto alle esperienze sessuali con i fusti dalla pelle nera, a volte ricercando l’amore vero, altre volte accontentandosi anche solo del sesso mercificato in fugaci relazioni vacanziere.

donna sex

A detta degli esperti, i paesi più gettonati, per questo tipo di turismo, sarebbero, nell’ordine, la Giamaica, Kenya, Santo Domingo, Cuba e molti altre zone dell’Africa centrale e del Maghreb. Queste cacciatrici in gonnella, secondo l’americana Deborah Pruitt che sin dal 1995 si è occupata di una specifica ricerca in merito, sono mosse dalla voglia di “rapporti inusuali” verso queste parti del mondo. E’ stato proprio il libro della Pruitt, divenuto un’autorevole icona in questo settore letterario, a coniare le espressioni beach-boy e rent-a-rasta. Le più attive in questa attività sarebbero le signore ultracinquantenni, ma non mancano anche le giovani e le giovanissime se pur in quantità meno significativa. Tutte, secondo gli esperti, sarebbero comunque pronte ad aprire il borsellino per concedersi una nuova emozione anche se mercenaria.

In Kenya, soprattutto sulla costa, l’approccio risulta facilitato grazie ai nerboruti giovanotti – i beach-boy appunto – che calcano i bagnasciuga offrendo, souvenir, safari, servizi taxi e (soprattutto) se stessi. Quindi non c’è neppure l’imbarazzo di andare a cercarli giacché si appiccicano alla turista di turno come una mosca sul miele e per la malcapitata che non ceda a pulsioni erotiche e voglia leggersi in pace il best seller che si è portata da casa, possono diventare un vero tormento biblico.

Il ministro per il turismo del Kenya, Najib Balala, ha recentemente promesso che nel giro di tre mesi i beach-boy saranno rimossi dalle spiagge con l’ausilio del corpo speciale della polizia turistica, ma chi risiede o frequenta il Kenya da tempo, rimane un po’ scettico di fronte a queste promesse, visto che i beach- boy – pur se la loro attività è stata reiteratamente dichiarata illegale dalle autorità – continuano tranquillamente, sin dagli anni ’80 a esercitare la “professione” alla quale hanno dato il pomposo nome di “beach operator” al fine di auto-conferirsi una sorta di legittimazione. Non solo: spesso la polizia turistica interviene in loro supporto quanto nascono contestazioni con i “clienti” in merito al compenso pattuito.

3201988_1910_paradise_love_640Nel suo interessante libro “In cerca del Big Bamboo”, l’antropologo Klaus de Albuquerke, fornisce anche un identikit delle turiste sessuali, dividendole in quattro tipologie: le “neofite”, alla loro prima esperienza; le “situazionali” cioè quelle che pur non essendo arrivate nel luogo esotico a scopi sessuali, colgono l’occasione che si presenta; le “veterane”, il cui preciso scopo e proprio quello del sesso in vacanza e infine le “reduci” che, soddisfatte delle esperienze assaporate, instaurano rapporti, con uno o più partner, che si rinnovano ogni anno quando lasciano il loro Paese d’origine per venire in vacanza all’equatore. Spesso è il personale delle strutture alberghiere a offrirsi come “agente”per reperire maschi, ma anche ragazze, adatti alla bisogna ed è singolare che, pur ricorrendo a compensi in denaro o a costosi regali, molte “utenti” di queste prestazioni continuino a definire i rapporti instaurati come “relazioni romantiche”.

Diverso è il caso delle giovani turiste bianche che hanno una più spiccata tendenza a innamorarsi per davvero. “Alcune di loro restano incinte – spiega l’antropologo Davidson – e tornano in Europa con il ragazzo conosciuto in vacanza. Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, però, o al sorgere dei primi contrasti, queste unioni in molti casi naufragano e le donne che pensavano di aver trovato l’amore, scoprono dolorosamente di aver avuto a che fare con uomini che agivano solo per tornaconto personale”.

Per quanto riguarda il sesso con minori, pur se non ai livelli maschili, secondo l’UNICEF, vi ricorrono anche alcune donne – vere e proprie predatrici – che con l’ausilio d’intermediari, vanno alla ricerca di ragazzi giovanissimi per le loro avventure sessuali, spesso favorite da familiari consenzienti che cedono i propri figli/fratelli contro pagamento. I due Paesi che secondo il rapporto dell’ECPAT (End Child Prostitution Asia Tourism), una NGO originariamente dedicata al solo continente asiatico, ma che ha ora esteso la sua attività a tutto il globo, le due destinazioni in cui l’abuso sessuale di minori risulta più agevole, sono – per quanto riguarda le “utenti” femminili – il Kenya ed i Caraibi.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

I farmaci contraffatti invadono l’Africa: quattro condanne in Benin

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 marzo 2018

L’Organizzazione mondiale della Sanità denuncia i falsi medicinali che mietono oltre centomila morti ogni anno in Africa. Cure farmaceutiche che dovrebbero guarire e salvare vite, non di rado si rivelano come veri e propri killer. A livello mondiale un medicinale su dieci è contraffatto, mentre nel continente africano lo sono ben sette su dieci.

Nel Benin sono stati condannati oggi a ben quattro anni di galera nove imbroglioni, responsabili di case farmaceutiche del Paese, responsabili per l’approvvigionamento di medicinali e un responsabile del ministero della Sanità di Cotonou.

Traffico di farmaci contraffatti in Africa
Traffico di farmaci contraffatti in Africa

Questo processo, il primo di questa portata, è stato seguito in tutto il continente con molto interesse, perché malgrado denunce e avvisi a ripetizione, il mercato illecito dei farmaci si sta intensificando in tutta l’Africa.

Da qualche anno la lotta contro i medicinali contraffatti si è intensificata e le organizzazioni regionali, come la Comunità economica dell’Africa occidentale (ECOWAS) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) hanno adottato politiche comuni per quanto riguarda i farmaci.

Grazie ad una recente cooperazione istituita tra le dogane, sono stati ottenuti diversi risultati. Lo scorso giugno, per esempio, l’Organizzazione mondiale delle dogane, in collaborazione con diciotto Paesi africani, ha sequestrato duecentosessanta milioni tra medicinali falsi e illeciti.

Questi farmaci provengono per lo più dalla Cina e dall’India ed entrano in Africa dai porti principali, come Cotonou, per poi essere distribuiti in tutto il continente.

Sandra Waynes, esperta in tecniche doganali, ha spiegato che i sequestri possono essere veramente impressionanti, ma spesso sono assolutamente inutili, perchè i farmaci vengono in seguito consegnati alle autorità sanitarie, che dovrebbero distruggerli. Ma l’inerzia delle autorità e una legislazione inadeguata fanno sì che ciò spesso non avvenga. Con il pretesto della penuria di medicinali, le autorità dimenticano che quelli sequestrati spesso non sono preparati terapeutici, ma veri e propri veleni che possono mettere in pericolo la salute di chi li assume.

E poi i trafficanti conoscono bene le falle del sistema. In molti Paesi, per esempio, le autorità doganali possono aprire i container per un controllo solamente in presenza dell’importatore. In assenza di una convenzione internazionale, simile a quella dell’ONU riguardante la lotta contro la criminalità transnazionale del traffico della droga, i magistrati hanno sovente le mani legate per poter intervenire in modo incisivo e smantellare le filiere. Raramente i sequestri hanno un seguito processuale. Finora solamente Benin, Camerun e Costa d’Avorio sono impegnati in una riforma della legislatura vigente in tal senso.

Pubblicità contro medicinali illeciti
Pubblicità contro medicinali illeciti

Mettere un punto finale a questo traffico illecito ed estremamente dannoso per la salute delle popolazioni africane non è semplice, perché subentra anche un problema finanziario: analizzare una sola pasticca comporta una spesa di ben cinque euro e l’acquisto di un Truscan, apparecchio utilizzato nei Paesi industrializzati in grado di rivelare e individuare immediatamente i medicinali contraffatti, costa ben quarantamila euro. Nessuno dei governi africani ha i mezzi per sostenere le spese per l’acquisto di questi equipaggiamenti.

Il Consiglio europeo aveva già proposto nel 2011 la convenzione internazionale “Medicrime” per risolvere una volta per tutte il problema del traffico dei farmaci illeciti. Dogane, polizia, magistrati e le autorità politiche avrebbero in tal modo i mezzi ed il potere di applicare ciò che è stato deciso e siglato nella convenzione, vale a dire il traffico di farmaci contraffatti diventa un crimine e come tale può essere perseguito penalmente.  

A livello mondiale finora solamente ventisette Paesi hanno aderito alla convenzione Medicrime, tra loro tre Stati africani: Burkina Faso, Marocco e Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Kenya: licenziati in tronco 400 poliziotti del traffico (su 4 mila) corrotti

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 13 marzo 2018

Li incontriamo immancabilmente ogni volta che percorriamo le strade del Kenya. Si distinguono dai loro colleghi, impegnati in altri servizi, perché indossano un cappello a visiera di colore bianco. Appartengono alla “Traffic Police”, il corpo temuto da tutti gli automobilisti del Kenya. Telefonini dalle mille e più funzioni, telecamere non più grosse di uno spillo e la sempre più marcata intolleranza dei cittadini ai loro frequenti soprusi, hanno finito per metterli davvero in croce.

Nel pomeriggio di ieri il capo della National Police Service Commission (NPSC), Johnston Kavoludi, ha annunciato il licenziamento in tronco di oltre 400 agenti del traffico sorpresi con le dita nella marmellata, cioè colti ad estorcere il famigerato Kitu-Kidogo (bustarella) ai malcapitati utenti stradali. Per il Kenya, si tratta di una decisione davvero epocale poiché il numero degli agenti colpiti dal provvedimento rappresenta circa il dieci per cento dell’intera forza del corpo in questione.

Agente del traffico alle prese con il conducente di un tuk-tuk che cerca di scappare
Agente del traffico alle prese con il conducente di un tuk-tuk che cerca di scappare

“E’ una decisione che doveva già essere presa da tempo – ha precisato Kavoludi – poiche il dipartimento della polizia stradale è risultato essere quello più corrotto dell’intero corpo di polizia”. L’alto funzionario ha inoltre aggiunto che, d’ora in poi, “a nessun agente saranno riconosciuti passaggi di grado né benefici di pensionamento, se non in presenza di un certificato che attesti la loro assoluta integrità nello svolgimento del servizio”. L’iniziativa di Kavoludi ha creato un vero e proprio terremoto tra le forze di polizia, ma non c’è dubbio che costituirà un poderoso deterrente affinché il malvezzo di estorcere denaro, agli spesso incolpevoli automobilisti, possa finalmente cessare.

Disparate e anche contrastanti le reazioni del pubblico a questa inattesa decisione. I più si complimentano con Kavoludi per aver finalmente messo mano a un’intollerabile a piaga che affligge il paese e che denigra un corpo posto al servizio dei cittadini e della giustizia. Altri obiettano che il capo del NPSC non ha l’autorità di licenziare nessuno, ma solo funzioni di monitoraggio. Altri ancora temono che i poliziotti licenziati vadano ad ingrossare le file della criminalità, tendenza, questa, che si è peraltro già verificata in passato, non solo con poliziotti congedati, ma anche con altri in regolare servizio.

Questa disdicevole pratica, benché sia purtroppo ampiamente diffusa tra le forze dell’ordine al punto da far loro meritare una ben poco onorevole classifica internazionale (https://www.africa-express.info/2017/11/14/la-polizia-del-kenya-secondo-un-rapporto-tra-le-tre-peggiori-al-mondo/) nuoce soprattutto a quei pochi agenti onesti che, pur nella difficoltà di operare in un ambiente profondamente aggredito dalle metastasi della corruzione, non rinunciano alla propria integrità, come mostra il video qui sotto riportato ed è soprattutto a protezione della loro dignità che l’azione intrapresa da Kavoludi esprime la sua efficacia.

[embedplusvideo height=”412″ width=”550″ editlink=”http://bit.ly/2paL4Sq” standard=”http://www.youtube.com/v/zcIbasc_l4g?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=zcIbasc_l4g&width=550&height=412&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep3106″ /]

Comunque sia, dopo ben sei differenti governi che, dopo Jomo Kenyatta, si sono installati al potere e malgrado le ripetute asserzioni di voler combattere con fermezza la corruzione che affligge ogni pubblica funzione del paese, questa è la prima volta – se la decisione avrà il seguito annunciato – che è stata effettuata una scelta pratica, passando dalle mere promesse alle attuazioni. Un importante segnale per la nazione, utile a rafforzare la fiducia nelle istituzioni e un più sereno percorso verso la legalità e la reale emancipazione.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Mombasa, sequestrati 34 container in transito per Hong Kong carichi di palissandro

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 maro 2018

La scoperta è stata fatta ieri dagli agenti del Kenya Wildlife Service (KWS), insospettiti dalla falsa dichiarazione del contenuto dei container riportata sulla polizza di carico. Il palissandro (rosewood in inglese) è uno tra i legni più pregiati del mondo e il suo commercio è severamente regolamentato dalle leggi internazionali al fine di preservarlo. Tutti e 34 i container da venti piedi erano pieni di tonchi per un valore complessivo – alla sua origine grezza – stimato in oltre cinque milioni di euro.

Uno dei 34 container contenenti gli alberi di palissandro
Uno dei 34 container contenenti gli alberi di palissandro

La nave che li trasportava, Kota Hapas, era approdata a Mombasa proveniente dal porto tanzaniano di Zanzibar. Su un’altra nave da carico i container avrebbero quindi dovuto proseguire verso Hong Kong, loro destinazione finale. I documenti che accompagnavano il carico illegale, dichiaravano trattarsi di legname ordinario di origine keniana ed è stata appunta questa dicitura a insospettire gli addetti al controllo. Perché legname originato in Kenya doveva essere esportato a Zanzibar per poi far ritorno in Kenya?

Sempre stando ai documenti di carico, i tronchi sarebbero stati imbarcati a Zanzibar, loro luogo d’origine, ma questo viene contestato dal signor Tuda, dirigente del locale dipartimento della KWS, in quanto gli alberi di palissandro crescono in Madagascar, paese che li esporta in ogni parte del mondo e dove sono già messi gravemente a rischio per il continuato e illecito sfruttamento. Dopo lo scarico dei container ai dock di Mombasa, la nave aveva ripreso la navigazione ed è comunque probabile che la compagnia di navigazione fosse del tutto estranea al tentativo di esportare il legname protetto.

Un rigoglioso albero di palissandro in piena fioritura
Un rigoglioso albero di palissandro in piena fioritura

Sempre stando ai documenti che accompagnavano il carico, il palissandro era destinato alla ditta importatrice cinese, HK Trading Limited di Hong Kong, mentre l’agenzia di spedizioni incaricata era, la PIL di Zanzibar. Le autorità del Kenya hanno preso ora contatto sia con le autorità tanzaniane che con quelle del Madagascar per appurare la reale origine del legname e se l’abbattimento dello stesso era stato stato autorizzato.

Il palissandro è un legname molto pregiato e benché sia piuttosto duro da lavorare, è proprio in questa durezza che esprime la sua migliore qualità, oltre a quella data dalla calda venatura. E’ di norma usato per costruire chitarre, pezzi degli scacchi, biliardi, pavimenti e boiserie, infine – per chi se lo può permettere – anche mobili di alto lusso.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Gentili lettori,
nel pubblicare questo articolo, sono stato indotto in errore da una breaking news di Google alert apparsa una decina di giorni fa.
I fatti sopra riportati sono tutti corretti, ma non lo è la collocazione temporale in quanto si tratta di un evento occorso nel maggio 2014 e non nella data da me indicata.
Mi scuso con i lettori per la svista e li ringrazio per la comprensione.
Franco Nofori

Presidenziali in Sierra Leone: a oltre metà scrutinio forse ballottaggio tra i primi due

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 marzo 2018

Oltre tre milioni di cittadini della Sierra Leone sono stati chiamati alle urne mercoledì scorso per le elezioni generali. Il presidente in carica, Ernest Bai Koroma, dopo due mandati, non si è ricandidato, non ha chiesto di cambiare la Costituzione per potersi ripresentare per un terzo, come lo hanno chiesto molti suo omologhi africani negli ultimi anni.

Finora è stato scrutinato il settantacinque per cento delle schede e, secondo un comunicato di poche ore fa della Commissione elettorale, sembra che sia necessario ricorrere al ballottaggio, perché risulta praticamente impossibile che uno dei due favoriti riesca a superare la soglia del cinquantacinque per cento delle preferenze, necessarie per essere proclamato presidente.

Elettori in fila davanti ai seggi
Elettori in fila davanti ai seggi

Julius Maada Bio, il più popolare dei dodici candidati – tra loro anche due donne – alla poltrona più ambita del Paese, ha cinquantatre anni; è già stato alla guida della Sierra Leone alla fine della guerra civile per pochi mesi nel 1996, quando era alla guida della giunta militare, prima di passare le redini ai civili. Bio si era  presentato anche alle presidenziali del 2012. Oggi ci ha riprovato come candidato del maggiore partito all’opposizione, il Sierra Leone People’s Party e finora è in testa con il 43,3 per cento delle preferenze, malgrado sia stata molto criticata la sua gestione dei fondi destinati alla lotta contro l’ebola.  

Samura Kamara, un diplomatico ed ex ministro degli Esteri, è meno conosciuto dal grande pubblico. E’ laureato in economia e dal 2007 al 2009 ha ricoperto il ruolo di governatore della Banca centrale della Sierra Leone.  E’ il candidato del partito al potere, il All People’s Congress, designato dal presidente uscente come suo successore, ha raccolto solo una manciata di voti in meno di Bio, vale a dire il 42,6 per cento.

Elezioni in Sierra Leone: I due sfidanti : Julius Mada-Bio, a sinistra e Samura Kamara, a destra
Elezioni in Sierra Leone:
I due sfidanti : Julius Mada-Bio, a sinistra e Samura Kamara, a destra

Gli altri due principali attori in questa tornata elettorale, Kandeh Yumkella, un ex sottosegretario delle Nazioni Unite e Samuel Sam-Sumana, che ha ricoperto la poltrona come vicepresidente del Paese dal 2007 al 2015 hanno raggiunto una soglia molto bassa: il 6,7 per cento delle preferenze il primo e solamente il 3,4 il secondo. (https://www.africa-express.info/2015/03/21/tangenti-e-lotta-per-il-potere-ecco-la-lite-tra-presidente-e-vicepresidente-sierra-leone/)

La Sierra Leone è tra i Paesi più poveri del mondo: occupa il 179° posto su 188 secondo l’indice di sviluppo umano stilato dal Programma per lo sviluppo dell’ONU. Questo Stato africano figura anche tra i primi per quanto riguarda la corruzione.

Il sistema sanitario è più che carente, disoccupazione e povertà hanno ormai colpito i due terzi della popolazione. La corruzione è endemica; tangenti e giochi di potere sono al centro della politica sierraleonese.

L’aspettativa di vita è di cinquantuno anni e la natalità infantile risulta essere la più alta a livello mondiale e anche quella delle gestanti è tra i primi tre in questa triste classifica.

Dunque le sfide che dovrà affrontare il nuovo presidente sono molteplici, dovrà essere soprattutto in grado di sollevare la disastrosa situazione economica del Paese, in ginocchio dopo la terribile epidemia di ebola che ha causato oltre quattro mila morti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mauritius: usava per fini personali una carta di credito non sua. La presidente si dimette

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 marzo 2018

Ameenah Gurib-Fakim, presidente dello Stato insulare Mauritius, implicata in uno scandalo finanziario, è costretta a dare le dimissioni, che presenterà lunedì, 12 marzo, in occasione della festa dell’indipendenza, ottenuta cinquant’anni fa dalla Gran Bretagna.

La Repubblica Mauritius è una democrazia parlamentare. In base alla Costituzione il governo è responsabile nei confronti dell’Assemblea nazionale, che elegge il presidente. Dunque la funzione della Gurib-Fakim, in carica dal 2015, è puramente rappresentativa.

Ameenah Gurib-Fakim, presidente della Repubblica di Mauritius
Ameenah Gurib-Fakim, presidente della Repubblica di Mauritius

La presidente, una biologa di fama internazionale è la prima donna nella storia dell’Isola di Mauritius ad aver occupato quella poltrona. La signora Gurib-Fakim è sotto forte pressione dal 28 febbraio, data nella quale l’Express, un quotidiano locale, ha pubblicato gli estratti bancari che dimostrano come la prima donna del Paese abbia utilizzato una carta di credito del Planet Earth Institute, un’Organizzazione non governativa con base a Londra, per fini personali.

Tale ONG è finanziata dal miliardario angolano Alvaro Sobrinho, molto vicino al potere di Luanda, ma indagato sia in Svizzera che in Portogallo, perché accusato di aver sottratto oltre seicento milioni di dollari al Banco Espirito Santo Angola che ha diretto fino al 2012. E proprio a metà febbraio di quest’anno il nuovo presidente angolano, João Lourenço, aveva firmato una sanatoria dalla durata i sei mesi per far rientrare i capitali depositati in modo fraudolento su conti all’estero (https://www.africa-express.info/2018/02/21/angola-sanatoria-per-far-rientrare-nel-paese-capitali-trasferiti-allestero/).

Secondo l’Express, la presidente avrebbe utilizzato la carta di credito per acquisti personali all’estero per venticinquemila euro, forse più. Il governo mauriziano ha subito condannato con forza il fatto che la scienziata abbia rapporti con Sobrinhio e la sua ONG.

In un primo momento la presidente ha cercato di difendersi, ma quando si è vista abbandonata dal primo ministro, Pravind Jugnauth e da tutto il governo, ha cambiato idea e ha accettato di lasciare la presidenza.

Location-map-of-Mauritius-in-the-Indian-ocean

La Repubblica di Mauritius si trova nell’Oceano indiano, a cinquecentocinquanta chilometri a est del Madagascar. Oltre all’isola principale Mauritius, comprende anche le Agalega, Cargados Carajos e Rodrigues.

Mauritius non ha una lingua ufficiale; quella maggiormente parlata è il creolo mauriziano, basato sul francese, con influssi sudafricani, inglesi e indiani, mentre gli atti parlamentari vengono redatti in inglese, essendo stata una ex colonia britannica. Solo il quattro per cento della popolazione è francofona.

Non esiste nemmeno una religione di Stato, quella più praticata è l’induismo. Questo perché il settanta per cento della popolazione è di origine indiana, pronipoti di immigrati portati dagli inglesi durante il periodo coloniale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes