Almeno 50 i morti della diga esplosa in Kenya ed emergono gravi responsabilità

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 11 maggio 2018

L’ultimo bollettino della Croce Rossa keniota sulla diga esplosa ieri mattina a Silao, parla oggi di cinquanta vittime, ma vi sono ancora vaste zone sommerse dal fango dove si continua alacremente a scavare e questo fa temere che il tragico bilancio non sia ancora definitivo. Al momento, alle vite perse, si aggiungono duemilaseicento sfollati e circa ottanta feriti ricoverati nei vari ospedali di contea, alcuni in condizioni gravi, ma almeno per ora definiti stabili.

Alcuni abitanti di Silao mettono in salvo le poche cose risparmiate dall'acqua
Alcuni abitanti di Silao mettono in salvo le poche cose risparmiate dall’acqua

Il disastro, fino a ieri attribuito a cause naturali, pur se di eccezionale portata, fa invece emergere oggi, l’inquietante possibilità di gravi negligenze, omissioni e corrotte complicità. La diga Patel di Solai, che prende il nome dal suo proprietario, Patel Mansukul, venne costruita nel 1980 ed è la più grande delle sette realizzate dall’imprenditore indiano nel vasto territorio in suo possesso. Erano state costruite allo scopo di servire un impianto di irrigazione per piantagioni di caffe, serre di fiori da esportazione, pascoli per il bestiame e altre colture agricole.

La portata della diga era di 200 milioni di metri cubi d’acqua, di questi, ben 180 sono tracimati creando a valle un flusso impetuoso che ha travolto ogni cosa: case, animali, persone. Le autorità governative dichiarano ora che la diga era illegale e questo singolare annuncio – se la portata della tragedia lo consentisse – sarebbe da definire del tutto ridicolo. Perché solo dopo trentotto anni, e solo a fronte di questo immane disastro, gli enti proposti al controllo di simili realizzazioni escono allo scoperto per dichiarare un’illegalità che poteva essere rilevata con molto anticipo?

La poca acqua rimasta nell'invaso della diga dopo l'esondazione
La poca acqua rimasta nell’invaso della diga dopo l’esondazione

Gli organi deputati a monitorare realizzazioni di questo tipo, sono due: la NEMA (National Environment Management Authority) e la WARMA (Water Resources Management Authority). Il direttore regionale di quest’ultima, Simon Wang’ombe, ha dichiarato alla stampa che il suo ente “ha tentato da oltre un anno di indurre l’azienda di Mansukul a regolarizzare la sua posizione in relazione alla diga in questione, ma l’interessato si è sempre mostrato riluttante a farlo”.

Riluttante? La WARMA non aveva sufficiente autorità per costringerlo a rispettare i disposti di legge? E perché, per sollecitare questa “regolarizzazione”, ha atteso trentasette anni? Si sa che la burocrazia keniana soffre di acuto bizantinismo, ma trentasette anni sono troppi anche per la più dissestata amministrazione borbonica. E’ infine, cosa significa (anche nel lessico più elementare) l’esortazione rivolta a Mansokul di “regolarizzare la sua posizione”? Cosa si poteva “regolarizzare” in una diga costruita trentasette anni fa, senza che nessuna autorità pubblica avesse esaminato e approvato il progetto costruttivo?

Un'immagine dello scempio causato dallo straripamento della diga
Un’immagine dello scempio causato dallo straripamento della diga

A rendere la pubblica ignavia ancora più colpevole, c’è il fatto che già nel 2015 una di queste sette dighe aveva ceduto, causando ingenti danni pur se, fortunatamente, senza causare vittime. In quell’occasione le proteste e le dimostrazioni messe in atto dai residenti locali, erano cadute nel vuoto. Se tutto questo non legittima maleodoranti sospetti di collusione tra le autorità e l’azienda di Mankusul, significa che siamo davvero nel surreale.

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Ma occorre parlare anche della NEMA, l’ente che ha creato un regime di vero terrore, soprattutto nei confronti degli investimenti nel settore turistico, verso il quale i solerti funzionari di questo organo imperversano incessantemente, imponendo ogni sorta di obblighi bizzarri e in gran parte irragionevoli, arrivando al blocco di strutture ricettive, anche se già in avanzato stato di realizzazione, con disinvolta sicumera. Cosa ha fatto le NEMA – il cui compito precipuo è quello di salvaguardare l’ambiente – nei confronti della diga Patel? La risposta e semplice: non ha fatto assolutamente nulla.

Un'altra immagine del disastro
Un’altra immagine del disastro

La NEMA ispezionò la diga Patel, solo nel 2003, quando l’opera era già in funzione da ventitré anni. Quando, cioè, era del tutto impossibile, verificare se erano stati rispettati i criteri costruttivi previsti dalla legge. In quella data, pur se nell’impossibilità di accedere a questa verifica, gli ineffabili funzionari della NEMA, consacrarono la diga rilasciando ipso facto la licenza che la legittimava. La stupefacente spiegazione per questa incredibile procedura, la fornisce il portavoce dell’ente, Evans Nyabuto: “La NEMA procede all’ispezione solo quando sia invitata a farlo”.

La figura di Mansukul Patel, il sessantenne proprietario della diga incriminata, è avvolta da un alone di mistero. Dagli abitanti del luogo è definito un ricco misantropo, poco propenso alle relazioni interpersonali, benché si avvalga di oltre mille dipendenti che lavorano quotidianamente nella sua tenuta di circa ottocento ettari. L’accesso alla proprietà è severamente regolamentato ed è concesso solo su appuntamento. La maggior parte dei visitatori autorizzati sono di origine indiana, come lui. I ripetuti tentativi, svolti da un corrispondente del quotidiano Standard, per visitare il complesso, sono risultati infruttuosi e tutto ciò che è riuscito ad ottenere, dall’irremovibile guardiano, è stato un numero di telefono che per l’intera giornata di ieri è risultato spento.

Uno dei feriti ricoverato presso un ospedale di Nakuru
Uno dei feriti ricoverato presso un ospedale di Nakuru

Mansukul Patel, come si conviene a ogni facoltoso imprenditore che vuol farsi benvolere, non rinuncia però a gesti di filantropia. E’ infatti la sua famiglia che ha finanziato la costruzione di una nuova aula per le scuole secondarie di Solai, nonché l’intero equipaggiamento sanitario per il locale centro di assistenza medica. Ma, in modo abbastanza paradossale, Mansukul, si è sempre e tenacemente rifiutato di consentire un se pur controllato accesso a una delle sue dighe per i bisogni idrici degli abitanti locali.

Ora una sua diga, per la seconda volta da che l’attività esiste, ha causato distruzione e morte. Anche questa tragedia, come molti altri scandali precedenti, finirà nell’oblio generale? Oppure, una volta tanto, si individueranno i responsabili – che certamente ci sono – e saranno resi pubblici i provvedimenti presi nei loro confronti? Staremo a vedere, rilevando che un governo non è solo legittimato dal consenso popolare, ma lo è anche e soprattutto, da come agisce in esecuzione di quel consenso.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

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