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Sudan: l’incubo dei janjaweed sulla strada verso la pacificazione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 luglio 2019

Le forze politiche e i gruppi ribelli che aderiscono a Freedom and Change – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – hanno finalmente trovato un accordo. In un comunicato  si legge: “Le parti hanno superato i dissensi e collaboreranno insieme per la pace”.

I gruppi ribelli non hanno partecipato al tavolo delle negoziazioni tra il Consiglio Militare di Transizione (TMC) e FFC, che hanno firmato un accordo politico lo scorso 14 luglio. Ora resta da definire il “documento costituzionale”. Le trattative sono ancora in atto.

Manifestazioni Sudan

Nel frattempo continuano le purghe all’interno delle Forze armate sudanesi. La giunta militare attualmente al potere mercoledì scorso ha arrestato il capo di Stato maggiore, Hachim Abdel Mottalib, alcuni agenti del NISS (intelligence sudanese), dirigenti dei movimenti islamisti e del partito Congresso Nazionale dell’ex presidente Omar Al Bashir. Su tutti pende l’accusa di aver partecipato al tentato golpe dell’11 luglio. Altri ufficiali, tra loro anche qualcuno già in pensione, erano stati imprigionati il giorno del fallito putch, con il quale si voleva riportare al potere l’ancien régime.

Uno degli uomini di spicco di TMC è Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hemetti, attuale capo delle forze paramiliatri di Rapid Support Forces (ex janjaweed) e numero due della giunta militare. Le RFS sono state accusate di abusi su ampia scala in tutto il Sudan e sono stati anche accusati di aver partecipato al massacro del 3 giugno scorso.

Secondo Alex de Waal (ricercatore britannico di politica delle élite africane,  il direttore esecutivo della World Peace Foundation presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University), le RFS, guidate appunto da Hemetti, rappresentano un nuovo tipo di regime: un miscuglio di milizie etniche, imprese commerciali e forza mercenaria transnazionale.

Le RFS sono state fondate ufficialmente nel 2013 dall’ex presidente Omar Al Bashir, deposto l’11 aprile con un colpo di Stato e attualmente detenuto in una prigione a Khartoum. Su di lui pende ancora un mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini commessi nel Darfur. Molti suoi oppositori chiedono con insistenza che venga estradato e consegnato alla CPI.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Ma la storia delle RSF comincia ben prima, nel 2003 con il nome di janjaweed, quando il governo Al Bashir aveva mobilitato gli allevatori arabi di cammelli, per lo più di etnia Rizeigat del Nord-Darfur e del vicino Ciad. E’ così che sono nati i janjaweed, che hanno commesso crimini indescrivibili contro gli insorti africani neri del Darfur.

Infatti, nella prima parte degli anni Duemila la guerra del Darfur, scoppiata nel 2003, è stata sulle pagine di tutti i giornali e l’ONU ha inviato anche gruppi di investigatori che hanno confermato il carattere omicida delle milizie accusate di genocidio. Allora il capo dei janjaweed più conosciuto era Musa Hilal, della tribù dei Rizeigat/Mahamid, caduto in disgrazia e arrestato nel novembre 2017, perchè si era opposto alla fusione della sua milizia tribale con le RSF.

I comandanti dei paramilitari sudanesi sono tutti Rizeigat/Mahariya, la tribù di Hemetti, ma l’organizzazione arruola uomini di tutti gruppi etnici del Paese. E il loro ruolo è stato essenziale nell’ambito del “Processo di Khartoum”, fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per la stabilità, e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa, lanciato nel novembre 2015 al Summit de La Valletta. Il governo sudanese utilizzava per lo più i famigerati janjaweed, miliziani sanguinari, assassini, stupratori e rapitori di bambini, per controllare i confini con la Libia e l’Egitto.

Nell’ambito del Processo di Khartoum l’UE aveva anche finanziato un progetto per l’addestramento e equipaggiamento delle guardie di confine e della polizia sudanese per il controllo dell’immigrazione irregolare. Secondo quanto ha riportato da Deutsche Welle in questi giorni, l’UE avrebbe sospeso per il momento tale programma, perchè si teme che le forze di sicurezza in questione possano aver partecipato alle repressioni durante le manifestazioni in Sudan durante gli ultimi sette mesi.

Lutz Oette, esperta di diritti umani della School of Oriental and African Studies, ha spiegato a DW che tale misura è la logica conseguenza del cambiamento delle circostanze. Continuare una collaborazione in questo senso con il Sudan non è compatibile con la posizione dell’UE per quanto concerne i diritti umani.

Secondo un portavoce dell’Unione anche il Centro di intelligence, conosciuto come Regional Operational Center in Khartoum (ROCK), che condivideva informazioni sui network di contrabbando di persone e il traffico di esseri umani alle forze di sicurezza di diversi Paesi del Corno d’Africa, è stato chiuso a giugno. Il personale è stato trasferito in altri centri, mentre Better Migration Management (BMM) è già stato sospeso a marzo; altre attività finanziate da Bruxelles, come il sostegno alle persone vulnerabili nel Paese, non sono state interrotte.

Lo stesso portavoce ha sottolineato che il governo sudanese non avrebbe mai ricevuto finanziamenti diretti da Bruxelles. Sarebbero sempre stati affidati a agenzie di sviluppo degli Stati membri dell’UE, Organizzazioni internazionali o ONG. Ciò vuol dire che da parte europea è mancato il controllo sulla destinazione finale dei fondi.

Mentre un portavoce della tedesca GIZ (acronimo per Deutsche Gesellschaft fuer Internationale Zusammenarbeit GmbH) ha precisato che la lista dei partecipanti al programma di addestramento è sempre stato  coordinato con il governo sudanese, precisamente con National Committee for Combating Human Trafficking (NCCHT), per evitare la partecipazione di uomini dei paramilitari di RSF.

Paramilitari RSF in Libia

Queste milizie non sono solamente attive nell’ex dominio anglo-egiziano. Sono presenti nello Yemen, in quanto il Sudan è tra i Paesi che sostengono la coalizione saudita. E, secondo quanto riporta The Libya Observer in un suo articolo del 25 luglio, i primi mille paramilitari sudanesi sarebbero arrivati nella Libia centrale per proteggere i pozzi petroliferi. In questo modo gli uomini fedeli a Khalifa Haftar possono concentrarsi sulla “offensiva su Tripoli”.  Altri tre mila uomini delle RFS sono attesi nei prossimi mesi per supportare le forze del maresciallo della Cirenaica. Tale notizia è stata confermata anche da Radio Dabanga, emittente generalmente ben informata.

Documenti ottenuti da Al Jazeera proverebbero inoltre l’utilizzo dello spazio areo sudanese per inviare i paramilitari in Libia e nello Yemen via l’Eritrea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Sudan: nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

 

 

Silvia Romano: dopo l’inchiesta di Africa ExPress sono ripartite le indagini. Aiutateci a continuare

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intestato a Senza Bavaglio Centro Studi per il Giornalismo
Nella causale scrivi “Silvia Romano”

Da oltre cinque anni Africa ExPress porta sui vostri computer notizie che nel nostro Paese pochi diffondono.

Grazie al vostro generoso aiuto, sul rapimento di Silvia Romano, abbiamo pubblicato una serie di articoli di inchiesta  corredati da audio, video e fotografie) in cui abbiamo svelato alcuni risvolti finora segreti. Il risultato è che qualcosa si è mosso. Le indagini, almeno apparentemente, dopo alcuni mesi di completa stagnazione, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sono riprese con un certo vigore. 

Crediamo sia importante continuare a scavare sul caso anche se non intendiamo dimenticare gli altri due italiani tenuti in ostaggio in Africa Occidentale. Luca Tacchetto (rapito con la sua compagna canadese Edith Blais) e Pierluigi Maccalli.

Il nostro interesse giornalistico di approfondire con un’inchiesta seria il caso di Silvia Romano, è nato quando ci siamo resi conto che la vicenda è piena di depistaggi, silenzi immotivati, notizie false, probabilmente diffuse ad arte, misteri da scoprire e rivelare.  Ma per questo ci serve il vostro aiuto.

Per fare un buon giornalismo occorre investire risorse e noi siamo un quotidiano autorevole e professionale fatto da giornalisti che conoscono bene l’’Africa, ma purtroppo con risorse più che limitate.

Aiutateci ad approfondire e a trovare il bandolo della matassa di questa dolorosa storia. Vi chiediamo aiuto: se ritenete che ne valga la pena, dataci una mano versando quello che potete sul conto corrente qui sotto. Leggerete i risultati della nostra inchiesta su www.africa.express.info. Non vi deluderemo. Diffondete per favore anche questo messaggio il più possibile. Grazie a quanti ci hanno aiutato finora e grazie anticipato a chi ci aiuterà.

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ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO  PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS

Silvia Romano: dopo l’inchiesta di Africa ExPress sono ripartite le indagini. Aiutateci a continuare

17 maggio 2019

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

21 giugno 2019

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

29 giugno 2019

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

2 luglio 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

7 luglio 2019

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

13 luglio 2019

Silvia Romano: vertice a Roma con i kenioti che conservano la direzione delle indagini

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

 

2 agosto 2019

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

4 agosto 2019

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

14 agosto 2019

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

HOUR ARTICLES TRANSLATED IN ENGLISH

21st June 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

29th June 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

2nd July 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

13th July

Silvia Romano: summit in Rome with Kenyan detectives that are keeping the direction of the investigation secret

3rd August 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

2nd August 2019

At Silvia’s House: the Number 1 Suspect Knows too Much and Risks Being Killed

 

 

 

 

2nd July 2019

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

Africa ExPress
Cabo Delgado, 26 Luglio 2019

Sono iniziati i lavori di assemblaggio dello scafo dell’ENI dell’unità Coral-Sul FLNG (liquidificatore galleggiante di gas naturale) che sarà varato nel 2020. Si tratta di un impianto inaffondabile che verrà utilizzato per il trattamento e la liquefazione del gas naturale (LNG) degli immensi giacimenti off-shore del Mozambico.

Coral Sul FLNG, liquidificatore di gas naturale
Immagine del Coral Sul FLNG, liquidificatore galleggiante di gas naturale dell’ENI

Il comunicato ENI parla di misure extralarge per la speciale imbarcazione: una volta montata avrà 432 metri di lunghezza e 66 di larghezza con un peso totale di circa 220mila tonnellate. Il modulo degli alloggi sarà composto da 8 piani e potrà ospitare fino a 350 persone.

Il liquidificatore sarà ancorato a circa 2000 metri di profondità, con l’ausilio di 20 linee di ormeggio dal peso complessivo di 9000 tonnellate. La capacità di liquefazione del gas sarà di 3,4 milioni di tonnellate all’anno. Una volta terminato avrà un record: il primo liquidificatore galleggiante di gas naturale in acque profonde del continente africano.

A settembre 2019 inizieranno le attività di perforazione e completamento dei sei pozzi sottomarini che alimenteranno l’unità di liquefazione. I pozzi avranno una profondità media di circa 3000 metri e saranno perforati in circa 2000 metri di profondità d’acqua. Le attività saranno eseguite dall’impianto di perforazione SAIPEM 12000 e verranno completate entro fine 2020. La produzione di LNG avrà inizio nel 2022.

Saipem 12000 utilizzata per le perforazioni off-shore
Impianto Saipem 12000, utilizzato per le perforazioni ENI off-shore

ENI è presente in Mozambico dal 2006 per l’acquisizione di un permesso esplorativo denominato Area 4 ubicato nel bacino offshore del fiume Rovuma nel nord del Paese. Dal 2011 al 2014 sono state scoperte immense risorse di gas naturale nei giacimenti di Coral, Mamba Complex e Agulha, stimate in 2.400 miliardi di metri cubi di gas in posto.

Dall’ottobre 2017, nella provincia di Cabo Delgado, cellule jihadiste hanno attaccato villaggi isolati causando oltre 200 morti. Tra gli ultimi assalti quello del 26 giugno scorso non distante da Palma, dove offshore opera ENI e onshore Exxon Mobil. I terroristi, chiamati dalla popolazione al Shabab, hanno assaltato un villaggio di pescatori uccidendo undici persone, alcune delle quali decapitate.

Vista l’importanza economica e strategica dell’area, il governo mozambicano ha mandato le Forze speciali a protezione della provincia di Cabo Delgado.

Africa ExPress
@africexp

Ennesimo attacco jihadista in Mozambico pericolosamente vicino all’ENI: 11 morti

 

Alice Mabota, la prima donna che si candida alla presidenza in Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 luglio 2019

Si chiama Maria Alice Mabota. È la prima donna della storia dell’ex colonia portoghese che si candida alla presidenza della repubblica alle elezioni che si terranno il prossimo 15 ottobre. Competizione elettorale nella quale l’attuale presidente, Filipe Nyusi, si presenta per il secondo mandato.

Maria Alice Mabota, prima donna mozambicana che si presenta alle elezioni presidenziali
Maria Alice Mabota, prima donna mozambicana che si presenta alle elezioni presidenziali (Courtesy @CAD.MZ)

“So di essere piccola e che dovrò affrontare ciottoli, pietre e massi” – ha dichiarato in una conferenza stampa. “Il desiderio di cambiare il corso del paese, di rimetterlo sulla via del progresso è molto più forte e non mi permette di arrendermi”.

Bisogna dire che la signora Mabota ha un grande coraggio. Infatti, sfida il FRELIMO (Frente de Libertaçao de Moçambique), partito già filosovietico che ha lottato, e ottenuto, l’indipendenza del Mozambico.

Un monolite di granito, al potere dal 1975, che negli ultimi anni ha ceduto alla corruzione vedendo coinvolti politici ai livelli più alti. Tra questi anche Manuel Chang, ex ministro delle Finanze, attualmente detenuto in Sudafrica, accusato per uno scandalo da 1,9mld di euro.

La neo candidata sfida anche il maggior partito di opposizione, RENAMO (Resistencia National Moçambicana), oggi in parlamento. Prima di diventare un partito, per quasi due decenni è stato protagonista della guerriglia armata antigovernativa finanziata dal Sudafrica dell’apartheid e dagli USA.

Maria Alice Mabota durante una manifestazione contro l'intolleranza
Maria Alice Mabota durante una manifestazione contro l’intolleranza (Courtesy (Courtesy @CAD.MZ))

Alice Mabota, alle presidenziali mozambicane si presenta con la Coalizione per l’Alleanza Democratica (CAD) composta da sei partiti che attualmente sono all’opposizione. Ha fondato la Lega per i diritti umani del Mozambico e ne è stata la prima presidente per più di due decenni.

Dei diritti umani ne fa una bandiera del suo programma elettorale. “Il Paese sta andando indietro in termini dello stato di diritto” ha affermato. Lo confermano le restrizioni dello scorso anno alla libertà di stampa indipendente varate lo scorso 22 agosto. Un bavaglio subdolo, pochi mesi prima delle elezioni amministrative, che impone tasse di licenza e rinnovo annuale elevatissime alle testate libere.

Anche i freelance mozambicani che collaborano per le testate straniere sono costretti a pagare allo stato delle tasse salate per poter lavorare. Mentre alla stampa viene impedito di indagare sul terrorismo jihadista a Cabo Delgado, nel nord del Paese.

La sfida di Maria Alice Mabota e del CAD allo strapotere del FRELIMO al governo da 44 anni potrebbe cambiare molte cose.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

Silvia Romano, Africa ExPress lancia una raccolta fondi per indagare

 

Editoriale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 giugno 2019

Da oltre cinque anni Africa ExPress compare sui vostri computer con notizie che nel nostro Paese pochi diffondono. E anche quelle poche pubblicate sui grandi giornali sono trattate da noi in un modo diverso, spesso più approfondito o viste da un angolo differente e/o inconsueto.

L’intervista nel programma di Radio24 “Uno, nessuno, 100Milan” (6 giugno 2019) di Alessandro Milan

È il caso della tragica vicenda di Silvia Romano. Una vicenda che va indagata e di cui si deve scrivere solamente quando si hanno notizie certe e verificate. Per tenere alta l’attenzione non ci si può inventare informazioni inesistenti e non controllate con attenzione.

È stato ormai accertato che il rapimento della giovane volontaria milanese, non ha motivazioni terroristiche e questo solleva altre inquietanti ipotesi che sarebbe doveroso verificare sul campo.

Quello che abbiamo scritto finora purtroppo non è molto. Sul web circolano parecchie informazioni spesso non verificate. Quelle che noi abbiamo cercato di accertare si sono dimostrate false. Ci sono stati poi depistaggi e sciacallaggi: i primi inquietano chi vuol cercare la verità, i secondi mostrano come non ci sia limite alle miserie umane.

Per fare un buon giornalismo occorre investire risorse e noi siamo un quotidiano autorevole e professionale ma purtroppo con risorse più che limitate.

Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura. Foto in esclusiva per Africa ExPress

La nostra voglia di approfondire il caso di Silvia Romano, dove ci siamo resi conto oltre ai depistaggi, ci sono silenzi immotivati e notizie false, probabilmente diffuse ad arte, ci impone di fare partire un’investigazione giornalistica seria. Ci occorre per questo un finanziamento e ci appelliamo ai nostri lettori.

Aiutateci ad approfondire e a trovare il bandolo della matassa di questa dolorosa storia. Vi chiediamo aiuto: se ritenete che ne valga la pena, dataci una mano versando quello che potete sul conto corrente che segue.

IBAN: IT10B0311101603000000000413 – UBI Banca, Sede di Milano
intestato a Senza Bavaglio Centro Studi per il Giornalismo
Nella causale scrivi “Silvia Romano”

Se non riusciremo a raggiungere la cifra sufficiente per inviare un nostro team in Africa Orientale vi restituiremo il denaro raccolto. Se invece riusciremo a ricavare il budget necessario, potrete leggere i risultati della nostra inchiesta su Africa ExPress. Contiamo su di voi.

Da sin. Luca ed Edith, rapiti in Burkina Faso e padre Maccalli, rapito in Niger

Ma oltre a Silvia Romano non dimentichiamo Padre Pierluigi Maccalli, rapito in Niger nel settembre 2018, e Luca Tacchetto e la compagna Edith Blais, rapiti lo scorso dicembre in Burkina Faso. Anche per lavorare su questi casi abbiamo intenzione di aprire una raccolta fondi. Vogliamo contare sui nostri lettori. Grazie.

Massimo A. Alberizzi
direttore di Africa ExPress
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

 

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

 

Sud Sudan: l’inno nazionale si canta solo in presenza del presidente Salva Kiir

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 luglio 2019

Vietato cantare l’inno nazionale in Sud Sudan in assenza del presidente Salva Kiir. La nuova normativa è stata approvata dal Consiglio dei ministri venerdì scorso.

Secondo il ministro dell’Informazione, Michael Makuei, l’inno sud sudanese – scritto e composto in tutta fretta poco prima dell’indipendenza nel 2011 – sarebbe stato fatto suonare e/o cantare da alcune istituzioni durante cerimonie anche quando erano presenti solamente ministri, governatori, sotto-segretari.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan

“L’inno è un canto riservato al presidente e in sua assenza potrà essere ascoltato solamente nelle rappresentanze diplomatiche sud sudanesi all’estero o durante le prove di canto nelle scuole”, ha precisato il ministro.

Durante lo stesso Consiglio dei ministri è stata approvata anche la costruzione di un nuovo stadio sportivo nella capitale Juba per almeno quindicimila spettatori. Il governo ha stanziato la somma di 25 milioni di dollari e l’opera dovrebbe essere realizzata da Metallurgical Company of China (MCC). In aprile Makuei aveva annunciato che i barili di greggio destinati alla Cina in cambio di progetti di sviluppo aumenteranno da 10.000 a 30.000 al giorno.

Molti impianti petroliferi sono andati distrutti durante la guerra civile esplosa nel 2013. Attualmente il Paese è in grado di produrre 175.000 barili di greggio al giorno.

Poco meno di un anno fa è stato firmato l’ennesimo trattato di pace. Ma la gente continua a morire. Proprio all’inizio di luglio la Missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite per il Sud Sudan (UNMISS) ha fatto sapere che in particolare nella regione Central Equatoria sono stati attaccati parecchi villaggi.

Nel suo ultimo rapporto UNMISS ha documentato 95 violazioni e abusi nel periodo da settembre 2018 a aprile 2019. Oltre cento persone sono state brutalmente ammazzate durante attacchi da parte di gruppi armati in una trentina di villaggi.

Donna sud sudanese

Un centinaio di donne e ragazze sono state violentate, 187 persone sono state rapite e altre 35 sono state ferite, alcune in modo grave. Per fuggire alle violenze, almeno 56.000 abitanti della regione hanno cercato rifugio in altre zone del Paese, mentre 20.000 sono scappate in Uganda o nel Congo-K.

Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Il conflitto ha portato con sé abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili. A farne le spese sono sopratutto donne e bambini. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bimbi soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all’ordine del giorno. E secondo un rapporto di Famine Early Warning Systems Network alcune migliaia di persone sono esposte allo spettro della carestia.

In questi anni di guerra sono stati barbaramente ammazzati anche 101 operatori umanitari, altri sono stati sequestrati  e molte donne sono state stuprate, tra loro anche un’italiana, che con molto coraggio ha reso testimonianza durante il processo a carico di una dozzina di militari dell’esercito sud sudanese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

Sud Sudan: processo per stupro contro 5 straniere, solo un’italiana testimonia

Kenya: dopo la truffa, anche la bigamia a carico di Roberto Ciavolella del Karen Blixen di Malindi

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
26 luglio 2019

Roberto Ciavolella, l’ex promoter finanziario, indagato dalla Procura di Latina, per truffa e frode ai danni dello Stato, è ora oggetto di un’altra denuncia (questa volta per bigamia), presentata dalla sua legittima consorte, causa il successivo matrimonio da lui contratto in Kenya con Mariangela (Alias Tiziana) Beltrame con cui gestisce il popolare bar-ristorante Karen Blixen nella cittadina costiera di Malindi ed è con lui indagata per gli stessi reati di frode. Lo riferiscono le edizioni del Messaggero e di Latina Oggi dei giorni scorsi, secondo cui quest’ultima denuncia, includerebbe anche il reato di abbandono di minori, perché i due figli, frutto della precedente unione, sarebbero stati lasciati in Italia, privi di sostegno finanziario.

Veduta esterna del Bar-Ristorante Karen Blixen di Malindi

Roberto Ciavolella e la sua co-indagata Mariangela Beltrame, sono scomparsi da Latina nel 2013, dopo aver messo a segno – secondo l’accusa – una serie di truffe ai danni d’ignari investitori: questi versavano nelle mani di Ciavolella somme che lui avrebbe dovuto far gestire dalla banca per cui operava, ma che, stando alle imputazioni degli inquirenti, tratteneva a proprio beneficio. L’ammontare totale di queste truffe è ancora in fase di accertamento, ma è già stimato in cifre a sei zeri, mentre la frode ai danni dello Stato, risulterebbe intorno ai due milioni e trecentomila euro. A seguito di tali comportamenti, la Consob ha radiato Ciavolella dall’Album dei Promotori Finanziari, ma il procedimento nei suoi confronti non è ancora approdato alla prima udienza, causa l’irreperibilità dell’indagato che si protrae ormai da sei anni. L’ultimo rinvio, ha aggiornato il procedimento e la comparizione in aula degli indagati, al 6 giugno 2020.

Il Procuratore di Latina Giuseppe Cairo che accusa Roberto Ciavolella

Molto improbabile che i due si presentino, visto che in Kenya hanno trovato un lido compiacente che ha finora potuto metterli al sicuro delle proprie (finora ancora presunte) malefatte. Non sarebbero del resto i primi ad aver goduto di questa “protezione” che la terra d’Africa dispensa a chiunque possa permettersela a suon di soldoni. Ma mentre il Kenya può considerarsi estraneo alle frodi commesse in Italia, la nuova imputazione di bigamia, lo vede, invece, direttamente interessato, poiché il secondo matrimonio – sempre che sia stato compiuto attraverso le preposte autorità distrettuali – è avvenuto in Kenya e per poterlo celebrare, Ciavolella ha dovuto dichiarare il falso, sostenendo di essere libero da precedenti vincoli coniugali.

E’ utile non confondere le varie modalità di matrimonio presenti in Kenya, alcune delle quali consentono, sì, la bigamia, ma solo in forza di riti tribali che, pur producendo obblighi riconosciuti anche dalla legge, non sono assimilabili al matrimonio civile che si basa, come il nostro, sulla monogamia.

Il Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Latina, Michele Bosco, che indaga sui reati finanziari imputati alla coppia del Karen Blixen

“Benché ancora legittimamente coniugato, contraeva matrimonio con un’altra donna”, recita il capo d’imputazione a carico di Roberto Ciavolella, prodotto dal procuratore Giuseppe Cairo, a seguito della denuncia della prima moglie. Tuttavia, sia Roberto Ciavolella, sia Mariangela-Tiziana Beltrame, sembrano non preoccuparsi troppo dei procedimenti in corso presso la loro città d’origine. I loro affari, ora, li hanno in Kenya e benché alcuni di questi “affari” avrebbero prodotto, anche lì, alcune liti giudiziarie, i due malindo-latinesi, mostrano di aver saputo mettere a frutto i “proventi” ricavati dalle loro (ancora presunte) frodi italiche. Il Bar-Ristorante-Pizzeria, Karen Blixen, resta il punto di ritrovo più frequentato e prestigioso del centro turistico keniano. Alcuni mesi fa, la sua improvvisa chiusura, aveva fatto circolare voci che parlavano di un dissesto, ma si trattava semplicemente di lavori di rinnovamento e ora il Karen Blixen è risorto più attivo e più bello di prima.

Un esempio, questo, che conferma l’allettante opportunità offerta dal Kenya a potenziali investitori che vogliono riciclare ai Tropici proventi quantomeno discutibili. Gli accertamenti sulle truffe in Italia, sono tuttora in svolgimento da parte della Guardia di Finanza di Latina, condotta dal suo comandante provinciale, Michele Bosco.  Prima di pubblicare quest’articolo, abbiamo contattato Roberto Ciavolella, per offrirgli la possibilità di esprimere il suo punto di vista circa la denuncia in oggetto, ma non abbiamo ricevuto risposta. Naturalmente siamo sempre disponibili a recepire le sue spiegazioni.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Kenya, lo scandalo delle presunte tangenti CMC investe la politica italiana

Dal Nostro Corrispondente
Micheal Backbone
Nairobi, 23 luglio 2019

Il 14 luglio 2015 l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi arrivò tardi, attorno alle 22 alla residenza dell’Ambasciatore Italiano a Nairobi nel quartiere di Muthaiga.

Ad aspettarlo nella fredda notte invernale degli altipiani di Nairobi, parecchi connazionali che per la prima volta avrebbero avuto l’opportunità di discutere nel giardino della residenza le vicende italiane e keniote con il Primo Ministro attorniato da una nutrita delegazione tra cui Claudio Descalzi, presidente ENI e Francesco Venturini, AD di Enel Green Power e ovviamente Francesco Macri, AD di CMC.

Era palpabile l’eccitazione dei connazionali per la vicinanza del Premier, non circondato da guardie del corpo e molto alla mano con tutti, attento nell’ascolto e molto attivo nelle risposte in una surreale posizione di parità: era forse la prima volta che non si percepiva distacco tra rappresentanti delle istituzioni e cittadini.

Dighe in Kenya: scandalo CMC

Quella sera, Matteo Renzi annunciò la firma di un contratto importante di circa 300 milioni di euro tra la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna e il Governo del Kenya per la costruzione di tre dighe, nella contea di Nakuru a Itare e due nella contea vicina di Elgeyo Marakwet a Kimwarer e Arror. Nella genealogia dell’aggiudicazione, a Itare si sono poi aggiunte le due altre dighe in Aprile 2015.

Queste dighe avrebbero rappresentato una migliore distribuzione delle risorse idriche in una regione del Kenya che ospita circa il 40 per cento delle popolazione totale.

A quattro anni di distanza, è di ieri la notizia sui media locali che dopo indagini protrattesi per circa due anni, il Ministro delle Finanze Henri Rotich, il suo braccio destro Kamau Thugge e parecchi altri dignitari tra cui il pari grado di Thugge al Ministero delle Comunità est-Africane, sono stati arrestati con l’accusa di tentata frode, abuso d’ufficio e comportamenti finanziari scorretti. Tra gli inquisiti a piede libero, anche il nuovo AD di CMC Paolo Porcelli nonché i responsabili italiano e keniota della Joint Venture siglata da CMC con il Gruppo Gavio chiamato Itinera.

E’ triste osservare quanto il nostro Paese sia chiamato a rispondere di malefatte compiute in Kenya, soprattutto perché a quattro anni di distanza dal pomposo annuncio, il progetto caro ad una parte dell’etnia kalenjin rappresentata al potere locale dal Vice Presidente William Ruto, altro non ha visto che sostanziosi movimenti di fondi dal Kenya verso l’Italia per il versamento della garanzia di Stato sottoscritta tramite la SACE, la quale ha poi tramite Banca Intesa e BNP Paribas Fortis fatto transitare verso il Kenya i fondi necessari per l’inizio dei lavori delle commesse.

Nemmeno un piccone ha scalfito il terreno dei progetti.

Senonché i fondi sembra siano serviti in parte per l’acquisto di generi non propriamente compatibili con la natura della commessa: all’incirca 50 automezzi di vario tipo, ma in maggioranza SUV di gamma alta nonché generi alimentari (vini e alcolici tra l’altro, non esattamente atti a movimentare terreni) che sono stati ovviamente riportati in modo scandalistico sulle testate dei media avversi al progetto caro al Vice Presidente Ruto.

Nel contesto keniota, William Ruto è attualmente l’esponente di spicco della minoranza kalenjin, un’etnia creata formalmente dal secondo Presidente Daniel Arap Moi alla fine della seconda Guerra Mondiale per contrastare la dominanza kikuyu e offrire un posto durevole nella coalizione di governo a questa (e sua) minoranza.

Tuttavia, William Ruto non corrisponde alla visione secolare della distribuzione del potere nel Paese dettata dalle due famiglie che se lo sono spartito negli anni, Kenyatta (attuale presidente, figlio del presidente fondatore e di etnia kikuyu) e Moi (secondo presidente, padre padrone della patria per 23 anni e di etnia kalenjin): il progetto è stato osteggiato non tanto dall’etnia antagonista, ma soprattutto dalla sua propria gente.

Oggi, alla luce dello scandalo che lo ha visto coinvolto sui giornali e dal quale si è sempre difeso vigorosamente, questi arresti di personalità di spicco nel governo in posizioni chiave per il futuro del Paese, lo mettono in un imbarazzo evidente.

La trama dei finanziamenti pervenuti da banche consorziate europee con capofila l’italiana Intesa segue lo schema dei finanziamenti bilaterali per favorire i Paesi in via di Sviluppo, una pratica corrente per blindare l’accesso alle sole aziende nazionali a commesse in quei Paesi: nel caso del Kenya, la SACE ha sottoscritto un accordo con il Ministero delle Finanze Keniota mediante il quale una linea di credito veniva concessa al Ministero locale per l’esecuzione delle dighe da parte del consorzio Itinera, formato tra CMC e Gavio, dopo il versamento da parte del Tesoro del Kenya di un acconto di garanzia verso la SACE.

I fondi poi messi a disposizione dal consorzio sono coperti da garanzia di Stato, il che equivale a dire che si tratta di un assegno in bianco che viene fornito dal Paese sottoscrittore alle ditte che vincano queste commesse.

Sembra inoltre che il bando per competere abbia avuto una gestazione al minimo strana, poiché da asta internazionale si è passati a un accordo bilaterale tra i governi italiano e keniota: si tratta dunque di introiti sicuri perché garantiti dal Paese richiedente, finanziati dal Paese offerente e non sorprende vi possano essere state delle trame per “favorire” un’azienda piuttosto che un’altra a seconda dell’affiliazione politica, il che potrebbe spiegare perché la CMC ha ottenuto questa commessa in tempi di potere targato PD mentre possibilmente già versava in cattive acque.

La costellazione di imprese affiliate a CMC che hanno avuto un ruolo nell’esecuzione del contratto è anche interessante:

CMC South Africa Ltd. rispose alla gara d’appalto, il consorzio CMC-Itinera firmò il contratto, CMC Itinera JV Kenya Branch emise le fatture, e CMC Ravenna incassò gli anticipi versati dal Tesoro Keniota.

Rimane da chiarire perché il consorzio Itinera sia poi subentrato al vincitore dichiarato della gara ossia CMC, poiché non risulta nessun atto ufficiale che lo spieghi visto che gli aggiudicatari di concorsi non possono cambiare assetto societario una volta la commessa aggiudicata.

Dal momento in cui i fondi erano stati approvati nel 2015 verso SACE, il consorzio ha stanziato parte dei fondi necessari secondo il piano di finanziamento (e di fatturazione) stabilito, tuttavia questi fondi non solo sono atterrati in Kenya per contrarre ulteriori prestiti locali a finanziamento delle prime attività, ma sono anche solo “transitati” dal Kenya verso un percorso tracciato dalle Autorità Italiane e Inglesi verso il Regno Unito e poi di nuovo in Italia. Si parla di circa 200 Milioni di Euro che hanno preso questo tortuoso e inspiegabile cammino, mentre l’ammontare della commessa, all’origine di 304 milioni di euro lievitava sino a circa 600 milioni di Euro con persino l’aggiunta a posteriori di una copertura assicurativa contratta dal Tesoro Keniota a protezione dei famosi “cambiamenti in corso d’opera”, una pratica diffusa per gonfiare la fatturazione.

In parallelo, nel 2018 CMC avviava in Italia la procedura di concordato preventivo per potere proseguire l’attività senza l’assillo dei numerosi creditori e per quanto si possa offrire una visione garantista della vicenda, i torbidi movimenti finanziari venuti alla luce dall’inchiesta lasciano presagire lo spettro di una bancarotta fraudolenta, laddove mediatori inglesi e altri presenti sul territorio africano operanti per conto della CMC, hanno unto molti ingranaggi dell’Amministrazione Keniota per trarre un chiaro vantaggio personale senza muovere un solo camion di terra.

Si parla di circa 20 milioni di Euro rimasti nelle tasche di numerosi esponenti politici kenioti o nelle mani dei faccendieri rappresentanti la CMC in Kenya, Sudafrica e altrove.

Henri Rotich, ministro delle Finanze del Kenya

Si può tristemente osservare che esiste un certo masochismo tutto italiano ai piani cosiddetti alti della politica, poiché l’avvicendamento della coalizione Lega-5Stelle al potere dal marzo scorso ha di fatto volutamente affondato il sistema delle cooperative, con CMC come convitato di pietra saldamente controllata dallo schieramento rappresentato dal Primo Ministro uscente Matteo Renzi.

Rimane che per quanto lo scandalo sia stato abbondantemente martellato sui media locali per almeno due anni, ne’ la CMC né tantomeno i rappresentanti del governo italiano in Kenya si sono mai prestati alla difesa del progetto, quantomeno a difesa dell’immagine del nostro Paese gettando un’ombra cupa sulle aziende nostrane che ancora operano secondo le regole in Kenya.

Ad oggi, parecchi punti rimangono da chiarire, tuttavia questo impeto giustizialista in Kenya traccerà un nuovo solco della politica locale, mentre l’immagine dell’Azienda Italia rimane nel suo cono d’ombra in questa parte del mondo

Michael Backbone

British Airways sospende voli per e dal Cairo fino a sabato prossimo

Africa ExPress
Il Cairo, 22 luglio 2019

Lufthansa, la compagnia aerea tedesca, ha ripreso domenica i voli per il Cairo, mentre British Airways ristabilirà i collegamenti con la capitale egiziana solamente fra sei giorni, come annunciato sabato scorso.

I voli di entrambe le compagnie sono stati sospesi per motivi di sicurezza. I voli della Lufthansa che raggiungono il Cairo dagli aeroporti di Monaco e Francoforte sono stati interrotti solamente sabato. British Airways, invece, dopo un comunicato del Foreign Office, ha informato i propri passeggeri di un momentaneo stop dei propri aerei dall’aeroporto di Heathrow per la capitale egiziana. Sabato il Foreign Office aveva emesso un allerta rischio azioni terroristiche contro mezzi aerei.

Il portavoce della British Airways ha precisato che la sicurezza dei passeggeri e dell’equipaggio sono la loro priorità. La compagnia britannica non ha però sospeso i voli verso altre località in Egitto e gli aerei di Egyptair non hanno interrotto la tratta Cairo-Heathrow.

Simon Calder, un giornalista indipendente esperto in viaggi ha giustamente precisato: “A questo punto sembra che l’allerta concerne solamente la Britisch Airways e l’aeroporto di Heathrow.

La cancellazione improvvisa dei collegamenti Londra – Cairo – Londra ha creato scompiglio tra i passeggeri e molti si sono lamentati della scarsa assistenza del vettore britannico. Altri hanno acquistato nuovi biglietti presso altre compagnie, pagando ovviamente di tasca propria, per raggiungere la capitale egiziana.

Insomma una gran confusione. I passeggeri sono furenti e si chiedono perchè, se si tratta davvero di un problema legato alla sicurezza, altre compagnie aeree non abbiano seguito l’esempio della British Airways. A questo proposito, Alex Macheras, esperto in materia di aviazione, ha sostenuto che nessun vettore è tenuto dare informazioni sui servizi di sicurezza. Machera ha precisato che la decisione di sospendere i voli è stata presa autonomamente dalla compagnia, non è stata imposta dal governo di Londra e ha aggiunto: “Forse la British Airways è a conoscenza di informazioni riservate che altri non hanno ricevuto”.

Infine l’esperto ha aggiunto: “E’ inoltre significativo che la compagnia britannica non abbia semplicemente vietato di portare apparecchiature elettroniche o bagaglio a mano in cabina invece di sospendere tutti i voli.

Il ministero egiziano dell’Aviazione civile ha confermato di essere stato informata dall’ambasciata britannica delle intenzioni del vettore e ha aggiunto che l’Egitto incrementerà i voli giornalieri per Londra da domenica, per facilitare il trasporto dei passeggeri durante questo periodo.

Aereo della compagnia russa Metrojet esploso nel Sinai nel 2015

L’allerta del Foreign Office di Londra concerne diverse località egiziane, in particolare i voli verso Sharm el-Sheikh, dove nel 2015 è esploso un aereo russo della Metrojet. Il velivolo precipitò nel Sinai poco dopo il decollo dall’aeroporto internazionale di Sharm el-Sheikh. Allora morirono 224 persone. L’attentato fu rivendicato dall’ISIS e per diverso tempo alcune compagnie aeree avevano sospeso i propri voli verso tale destinazione.

Africa ExPress
@africexp

I troppi debiti fanno abortire il progetto ferroviario della “Belt Road” cinese in Kenya

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
21 luglio 2019

Si potrebbe definirla “la ferrovia che non c’è”, parodiando la celebre canzone sull’inesistente isola di Edoardo Bennato. Un tronco di strada ferrata che, nell’ambizioso progetto cino-keniano, doveva congiungere Nairobi all’Uganda e da qui dividersi in altri due tronconi, per raggiungere anche Ruanda e Sud Sudan. Quattro Paesi coinvolti nel progetto (di cui tre senza accesso al mare). Un totale di undici importanti centri urbani serviti dalla ferrovia SGR a gestione cinese in compartecipazione con la Kenya Railways. Il suo completamento avrebbe dato al porto di Mombasa uno straordinario sviluppo, consentendogli di costituirsi come il più importante polo di smistamento merci di tutta l’Africa centro-orientale.

La desolante immagine della strada ferrata che doveva condurre da Nairobi a Kampala e che invece si estingue nel nulla

Invece, due parallele e desolate strisce di ferro, si perdono nel nulla, a soli 110 chilometri da Nairobi nei pressi di un insignificante villaggio rurale. Questo perché la China Import-Export Bank, controllata da Pechino, ritiene a rischio ulteriori finanziamenti al Kenya, che già oggi si classifica come il più indebitato Paese al mondo nei confronti del gigante asiatico. A confermarlo è lo stesso Ministero delle Finanze del Kenya che stima il debito verso la Cina nel 60 per cento del debito globale che il Paese ha nei confronti di finanziatori esteri. Così – almeno per ora – il Kenya dovrà accontentarsi della tratta già in servizio da Mombasa a Nairobi. Una tratta che in luogo di produrre profitti, sta però producendo costanti perdite.

La linea arancione mostra i propositi del progetto ferroviario cinese in Kenya. Quella bianca mostra dove si è arrestato

Per il completamento della tratta, almeno fino a Kampala, servirebbe un altro finanziamento di circa cinque miliardi di dollari che, negli accordi originari, la Cina avrebbe dovuto erogare al Kenya estendendo il suo debito nei confronti del partner orientale, ma Pechino non si mostra ora disposto a questo nuovo esborso, rendendosi forse conto che, facendolo, estenderebbe un credito che molto difficilmente potrà essere onorato. In questa decisione, non è indifferente il fatto che gli sperati profitti, della gestione congiunta della tratta Nairobi-Mombasa, già in esercizio, sono stati falcidiati dalle tristemente note patologie africane: corruzioni, nepotismi e inefficienze.

Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta al viaggio inaugurale del treno Nairobi-Mombasa

Così, come sta già avvenendo in altri Paesi africani, Zambia, Tanzania, Zimbabwe, Uganda, Egitto, Etiopia, Angola… e l’elenco potrebbe continuare, anche il Kenya si ritrova come il classico poveretto, un po’ sprovveduto, che ha un piede sul molo e l’altro sulla barca che va allontanandosi. Finirà a mollo? Sembra del tutto probabile salvo che non intervenga un miracolo che possa salvarlo da questa fine ingloriosa. La Cina, in questo genere di affari, mostra tutto il suo pragmatico e spietato cinismo, favorito da una classe dirigente africana, avida e corrotta, che pensa solo a rimpinguare le proprie tasche, del tutto indifferente alla sorte del popolo che governa.

Il grafico mostra i livelli dell’indebitamento estero del Kenya. Come si vede il credito cinese è in testa alla lista con oltre 5 miliardi di dollari

Allo stato attuale delle cose, il Kenya, si trova già fortemente indebitato con la Cina, senza peraltro poter contare sui proventi che, il completamento del progetto in questione, gli avrebbe assicurato. In un suo rapporto del marzo 2018, il Center for Global Development di Washington, aveva già avvisato il Kenya, che la sua partecipazione al progetto cinese Belt and Road, l’avrebbe messo in serio rischio di default finanziario, ma quest’avviso, come tutti gli altri forniti dai vari organismi finanziari internazionali, è rimasto del tutto ignorato. “La Cina – osserva Jaques Nel, della NKC African Economics di Oxford – ha oggi posto un freno alla sua espansione internazionale, rendendosi finalmente conto che l’esagerato indebitamento dei suoi partner africani, li poneva in una trappola finanziaria senza via d’uscita” e soprattutto, aggiungiamo noi,  senza poter garantire la restituzione di quanto ricevuto.

Personale cinese in servizio presso la ferrovia SGR in Kenya

Una valutazione senz’altro giusta, ma drammaticamente tardiva e di cui la Cina, insieme ai suoi corrotti sodali africani, resta moralmente responsabile. I Paesi vittime del pathos, del tutto illusorio, di poter facilmente accedere – grazie a Pechino – all’Eden dei “Grandi del Pianeta”, si trovano ora condotti, da quello stesso “benefattore”, sull’orlo del precipizio, senza alcuna possibilità di retrocedere e costretti così a cedere, a uno a uno, i propri gioielli nazionali per tacitare quel “benefattore” che li ha portati al disastro finanziario e che si mostra ora ben poco disposto a sentimenti d’indulgenza nei confronti delle proprie vittime.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Allarme in Kenya: la Cina potrebbe impossessarsi del porto di Mombasa

 

La Cina strangola il Kenya: settanta milioni di dollari è il nuovo debito con Pechino

Il treno Nairobi-Mombasa, orgoglio del Kenya, registra pesanti perdite a ogni viaggio