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Guinea: un’ora dopo il parto studentessa torna al liceo per sostenere l’esame di Stato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 luglio 2019

“Avevo dolori al ventre già lunedì, non immaginavo che potessero essere le doglie”. Fatoumata Condé, maturanda, diciotto anni appena compiuti, al nono mese di gravidanza, si è presentata ugualmente la mattina del 16 luglio al liceo Grand-Ducal de Mamou, che dista più o meno 250 chilometri dalla capitale Conacry. Non voleva assolutamente perdere l’esame di fisica, perciò non ha detto nulla delle fitte alla pancia ai familiari, tanto meno alla commissione esaminatrice. Si è seduta al suo banco e ha iniziato a svolgere il compito.

Verso le 08.30 il presidente della commissione, Mohamed Diakité, si è reso conto che il parto era imminente e ha fatto accompagnare Fatoumata all’ospedale. Dopo solo dieci minuti di travaglio ha dato alla luce un bellissimo maschietto. La giovane mamma ha affidato il neonato alle cure dei genitori, che nel frattempo, avvisati dalla scuola, l’hanno raggiunta; e lei, come se nulla fosse accaduto, un ora dopo il parto è ritornata a scuola per riprendere la prova scritta di fisica.

Guinea: studentesse sui banchi di scuola

La determinazione della giovane di voler sostenere ad ogni costo l’esame di Stato per poter avere un futuro migliore lei e il suo bimbo esprime tutto il coraggio e la forza delle donne del continente africano.

Fatoumata, oltre a essere determinata e coraggiosa, è stata anche fortunata, perchè non in tutti i Paesi dell’Africa le ragazze incinte possono continuare a frequentare la scuola. Molti governi  puniscono duramente le studentesse madri. Tanzania, Guinea Equatoriale e Sierra Leone applicano punizioni severe e antiquate, specie se le ragazze sono minorenni e non sposate. In Malawi le giovani sono riammesse dopo una sospensione di dodici mesi. In Senegal possono riprendere gli studi previa presentazione di un certificato di buona salute. Solo pochi Paesi, tra loro il Ruanda e il Gabon, incoraggiano le studentesse incinte a non interrompere il loro percorso di studi; in altri ventiquattro Stati, invece, non esiste nessuna norma specifica e la sorte delle ragazze è affidata alle benevolenza di funzionari locali.

La Sierra Leone è particolarmente severa nell’applicare questa legge draconiana e Mariatu Sesay di soli 14 anni quando ha realizzato di aspettare un bambino è stata assalita dalla disperazione. Temeva di essere espulsa dalla scuola, non le importava di essere derisa dai compagni, di essere isolata e additata. Non voleva interrompere il suo iter scolastico e ha supplicato, pregato i suoi insegnanti di non privarla del diritto allo studio.

Il preside dell’istituto scolastico, Eric Conteh, a costo di perdere il posto di lavoro, ha sfidato lo Stato e questa ingiusta legge e finora risulta essere la sola scuola in tutto il Paese a non aver costretto una ragazza in stato interessante ad abbandonare gli studi.

Studentessa incinta

Lo scorso anno Equality Now, associazione per i diritti delle donne, ha depositato un ricorso contro questa legge della Sierra Leone al tribunale dell’ECOWAS (acronimo per Economic Community of West African States) in Nigeria; la Corte dovrebbe esprimere il suo parere entro la fine dell’anno.

Il governo di Freetown non vuole sentire ragioni. Difende la normativa, teme se dovesse essere abolita  molte ragazzine potrebbero sentirsi incoraggiate a restare incinte. Ma spesso dimenticano che alcune di queste giovanissime sono vittime di stupro. Ciononostante sono ugualmente costrette ad abbandonare la scuola. Oppressione, punizioni, per un maggiore controllo demografico: sembra che la causa della crescita smisurata della popolazione sia solamente colpa delle ragazze; dei giovanotti responsabili non si parla nemmeno.

Ultimamente sono state create alcune strutture nel Paese dove le giovani ragazze madri possono frequentare corsi part-time. Molti speravano che con l’elezione del nuovo presidente, Julius Maada Bio, le cose sarebbero cambiate, in quanto sua moglie, Fatima Jabbie-Bio, è un avvocato, specializzato nella protezione di vittime di violenza sessuale. Ma finora la normativa non è stata revocata.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’Algeria vince la Coppa d’Africa 2019, cocente delusione per il Senegal

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 20 luglio 2019

La festa appena cominciata è già finita.

La delusione per il Senegal calcistico è stata atroce. “Corriamo per le strade e mettiamoci a ballare.. E coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri, case vicoli e palazzi…” I festeggiamenti a Dakar e in molte altre parti del Senegal erano cominciati già prima… della festa. Sembrava che una indimenticabile canzone di Riccardo Cocciante avesse preso corpo. La gente sulle vie cantava e ballava, dipingeva i muri di verde giallo e rosso, i colori nazionali, il tam tam dei tamburi era assordante.

Ma la festa non c’è stata a Dakar e dintorni. C’è stata, invece, e sfrenata ad Algeri, Costantina e Parigi.

Le regine del calcio sono le Volpi del Deserto.

La nazionale di calcio algerina ha conquistato la 32° Coppa delle Nazioni Africane. Ieri notte, allo stadio Internazionale del Cairo davanti a 74 mila spettatori, gli uomini allenati da Djamel Belmadi, 43 anni, ex calciatore francese naturalizzato algerino, hanno piegato i Leoni della Teranga del Senegal: 1-0 è stato il risultato finale.

Algeria, campioni d’Africa

Autore del gol che incorona l’Algeria, per la seconda volta dopo 29 anni sovrana del mondo pallonaro continentale, è stato Baghdad Bounedjah, 27 anni, attaccante del Al-Sadd Sports Club, una squadra di Doha (Qatar). Per la verità a mettere materialmente la palla in rete è stato Salif Sanè, 28 anni, difensore dello Schalke 04 (Germania) deviando un tiro di Bounedjah. Dopo appena due minuti.

“Vittoria o non vittoria abbiamo già vinto per il solo fatto di essere arrivati in finale”, dicevano in tanti. La popolazione aveva già, per così dire, perso la testa, dopo il successo sulla Tunisia il 14 luglio nello stadio 30 giugno de Il Cairo davanti a poco più di 9 mila spettatori. Una vittoria sofferta, rocambolesca, incredibile: prima da entrambe le parte è stato sbagliato un calcio di rigore; poi il tunisino Dylan Bron all’11° minuto del primo tempo supplementare si è visto arrivare sulla faccia il pallone respinto dal suo portiere che è rimpallato nella porta vuota. I Leoni (verdi) del Taranga non avevano mai vinto una Coppa d’Africa e addirittura avevano dovuto aspettare 17 anni per tornare in Finale. Nel 2002, in Mali, erano stati sconfitti ai rigori dal Camerun. L’ultimo a tirare l’ultimo rigore e a sbagliarlo fu proprio l’uomo che oggi ha portato in finale il Senegal: Aliou Cissé. Quest’anno hanno sfiorato ancora il trionfo con una squadra i cui 23 componenti giocano tutti all’estero: 8 in Francia, 4 in Turchia, 3 in Italia e nel Regno Unito, 2 in Spagna, 1 in Grecia, Germania e in Belgio.

La partita di ieri notte lascia molto amaro in bocca. Hanno giocato meglio degli avversari, ma le Volpi algerine, tra falli e ostruzionismi, sono stati più astuti. Per giunta ai Leoni della Taranga è mancato un pilastro difensivo quale il napoletano Kalidou Koulibaly, squalificato, in tribuna a mangiarsi le unghie. Tanto più dopo un rigore concesso e poi negato.

L’Algeria era tornata in finale a distanza di 29 anni: nell’ormai lontano 1990, infatti, vinse, giocando in casa, la Coppa d’Africa.

Trofeo coppa d’Africa 2019

Era giunta alla finale di ieri notte dopo aver piegato la Nigeria al termine di un incontro non meno strambo di quello fra Senegal e Tunisia, giocato, sempre il 14 luglio, allo stadio Internazionale del Cairo davanti a quasi 50 mila persone: prima uno sfortunato autogol di Troost-Ekong, poi il pareggio su rigore di Ighalo, quindi nei minuti di recupero, al 95’,  Riya Mahrez, il fuoriclasse del Manchester City su calcio piazzato ha deciso il  match.

E’ curioso il pallone: Le Volpi algerine si erano scontrate con i Leoni della Taranga il 27 giugno scorso, durante il torneo eliminatorio, nel girone C, e l’avevano spuntata per 1-0 (con rete di Youcef Belaili). Le due nazionali si sono ritrovati ieri notte per la 23° volta nella loro storia a partire dal I maggio 1977 (come ha ricordato l’altro giorno JeuneAfrique). Il bilancio era favorevole agli algerini con 13 vittorie, 5 pareggi 4 sconfitte. E la statistica ancora una volta ha dato loro ragione. I senegalesi devono accontentarsi della medaglia d’argento per la seconda volta. E a Dakar la lunga notte è stata nera più del nero. Non resta che riprovare fra 2 anni in Camerun. Cantava sempre Cocciante: “Splendi sole domattina come non hai fatto ancora”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Antropologa tedesca: “E’ l’Europa, non l’Africa, la culla dell’uomo eurasiatico”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
19 luglio 2019

Tutte le scoperte scientifiche, hanno una costante di cui si può essere certi: l’ultima, in ordine di tempo, contraddice sempre le precedenti. Potrebbe essere questo il caso del ritrovamento in Grecia di resti umani che farebbero risalire l’esistenza dell’Homo Sapiens a ben 210 mila anni fa, cioè 160 mila anni prima dei reperti trovati in Africa, risalenti a 50 mila anni fa. Questa scoperta, se confermata dalla comunità scientifica internazionale, sconvolgerebbe tutte le precedenti teorie, che vedevano la comparsa del primo Homo Sapiens nel continente africano.

Il teschio dell’ultimo Homo Sapiens, recentemente scoperto nella Grecia meridionale

I fossili del nostro antico progenitore greco, erano stati trovati nel corso di scavi archeologici effettuati verso la fine degli anni ’70 all’interno delle grotte di Apidima, nella Grecia meridionale, ma non avendo tale ricerca, finalità paleontologiche o antropologiche, non erano stati esaminati con la necessaria accuratezza, fino a che, poche settimane fa, la dottoressa Katerina Harvati dell’università tedesca di Tübingen, rilevava nei reperti in questione, le inconfondibili caratteristiche dell’uomo moderno. I reperti consistono in due teschi, uno appunto risalente a 210 mila anni fa e l’altro a “soli” 170 mila. In sostanza, i due ritrovamenti sarebbero riferiti rispettivamente all’Homo Sapiens e all’uomo di Neanderthal, confermando così la teoria che le due specie dell’evoluzione umana si fossero trovate a convivere nello stesso periodo.

Ricostruzione grafica dell’Homo Sapiens europeo realizzata sul ritrovamento in Grecia

Gli esiti di questa classificazione, non lascerebbero dubbi, poiché eseguiti con le più avanzate tecnologie a disposizione della scienza che consentono una radiodatazione certa e una ricostruzione tridimensionale attraverso l’impiego della tomografia computerizzata. Il teschio attribuito all’Homo sapiens, spiega la dottoressa Harvati, presenta le inconfondibili caratteristiche che lo qualificano come tale. Tra queste un cranio più sporgente e arcuato, mentre quelle del secondo reperto, presentano arcate sopraccigliari molto più spesse e pronunciate, con un volume cranico ridotto.

Ricostruzione dell’Homo Sapiens effettuata sui ritrovamenti africani risalenti a 50 mila anni fa

Tuttavia, nel riferire in merito alla sua scoperta, la dottoressa Harvati, non esclude affatto l’origine africana della razza umana. La stessa resterebbe confermata dall’ormai acclarato processo evolutivo che ha avuto inizio da una specie animale – la scimmia, o il suo più simile antenato – esclusivamente presente nel continente africano. “La dispersione dell’Homo Sapiens dall’Africa, verso il continente europeo – ha detto la scienziata in una conferenza tenuta l’otto luglio scorso – ha avuto inizio molto tempo prima di quanto si era finora ritenuto”. La sua impressione, condivisa dal gruppo che l’ha assistita nella ricerca, è che il capostipite dell’Homo Sapiens, abbia fatto la sua comparsa in terra d’Africa, almeno 300 mila anni fa, benché, fino ad ora, non siano ancora stati rinvenuti resti che lo confermino.

La professoressa Katerina Harvati paleontropologa dell’università tedesca di Tübingen

La scoperta dei ricercatori tedeschi ha già ottenuto consensi internazionali tra cui quelli dell’autorevole professor Eric Delson, paleontropologo della City University di New York, ma al di fuori dell’ambiente scientifico occidentale, che si basa esclusivamente sull’oggettività dei propri riscontri, alcuni Paesi asiatici, sembrano non gradire molto che la loro origine sia fatta risalire a un capostipite africano. Tra questi primeggia la Cina che, mostrando un agguerrito sciovinismo, si sta dando da fare per trovare reperti umani nel proprio territorio, nella speranza che questi possano attribuire loro un antenato con indiscutibili occhi a mandorla.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Fonti:
The Journal Nature
Sciencenews.org
Sciencemag.org

Vince il mercato e il capitalismo sfrenato: in Africa disuguaglianze ormai abissali

Mauro Armanino
Niamey, luglio 2019

Il capitalismo ha vinto dappertutto. Anche l’Africa nel suo complesso ha scelto di adeguarsi alla dittatura del capitale. Questo a una settimana dalla dodicesima sessione straordinaria della Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana celebrata a Niamey.

Quel giorno c’è stata la ratifica dell’accordo e il varo degli strumenti operativi della Zona di Libero Scambio che era già stato adottato a Kigali, la capitale del Rwanda, il 21 marzo dell’anno scorso. Praticamente tutti i paesi del continente hanno firmato l’accordo meno l’Eritrea che ha comunque lasciato intendere una sua prossima adesione. Una grande zona commerciale, il più grande mercato del mondo secondo le ultime proiezioni. In Africa, con l’attuale incremento demografico, si  passerebbe dall’attuale popolazione stimata ad un miliardo e 270  milioni a due miliardi e mezzo di persone nel 2050. I cittadini si sono trasformati in consumatori, il continente africano in un grande fiera commerciale e il panafricanismo delle indipendenze politiche in una società per azioni. Il tutto sotto i riflettori indifferenti dei popoli del continente, da subito esclusi da ogni dibattito e partecipazione alle scelte. Africa addio.

Summit dell’Unione Africana a Niamey, Niger

Il recente rapporto di Oxfam, nota ONG umanitaria che opera in oltre 90 Paesi del mondo, non lascia dubbi a proposito. In Africa Occidentale e in particolare nel Sahel, le disuguaglianze hanno raggiunto un livello critico. Mentre un esiguo e crescente numero di persone si arricchisce in modo inaudito, l’immensa maggioranza della popolazione è privata degli elementi essenziali di una vita degna di questo nome.

Il cibo, l’acqua, i servizi come l’educazione, la salute, il lavoro e dunque l’assenza alla vita politica, sono stati presi in ostaggio da un sistema che prima esclude e poi cancella gli indesiderati. L’indice scelto da Oxfam per determinare il grado di disuguaglianza dei Paesi in questioni si basa su tre elementi: le spese pubbliche, la fiscalità e il mercato del lavoro. Il rapporto considera anche un’analisi regionale nell’ambito agricolo e del diritto fondiario.

La Nigeria, la Sierra Leone e il Niger figurano tra gli ultimi della classifica mentre la Mauritania e il Senegal primeggiano. In Nigeria, ad esempio, 5 persone possiedono una fortuna più consistente del bilancio dello Stato. L’Africa, un continente tra i più poveri è anche tra i continenti con più disuguaglianze. Africa addio.

Peccato davvero. Sarà stato il colonialismo, poi il neoliberismo e infine la Zona di Libero Mercato Africano per chiudere il cerchio e confermare la scelta capitalista. Non l’inclusione ma l’esclusione ne sono la filosofia portante che grazie alla globalizzazione trasforma i cittadini in mercanzie e le mercanzie in veri e unici cittadini liberi di circolare.

Si bloccano i pochi migranti in legittimo transito verso il nord del continente e nel contempo si rivendicano mercati per tutti e a giusta misura dei vincitori. Quanto ai vinti, confiscati della parola e della visibilità, si troveranno confinati in riserve gestite dalla Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e affidati alle mani prodighe delle Agenzie Umanitarie. Finirà così la Zona di Libero Mercato e cioè, com’è noto, di libere volpi in liberi pollai, che fin dall’inizio della storia capitalista ha caratterizzato l’economia politica dello sfruttamento. Nel sistema così organizzato non c’è fatalità e neppure destino manifesto, solo piccole o grandi scelte di una classe ben visibile che forma l’élite che organizza, governa e perpetua la guerra contro i poveri. Il capitalismo ha vinto dappertutto. Non in Africa.

Sahel: siccità, fame, sete, conflitti

E’ proprie lei che si è messa all’avanguardia delle resistenze. A Niamey, malgrado i nuovi alberghi a 5 stelle, I semafori in genere non funzionano e si arriva puntualmente in ritardo agli appuntamenti decisivi. Tutto si ferma per un funerale e per i battesimi del sabato mattina non c’è ordinanza municipale che tenga. Le tende e le sedie per gli invitati occuperanno la strada e all’ora della preghiera l’autista del bus scende e con lui tutti i passeggeri. I contratti di lavoro sono orali oppure scritti e poi abbandonati nelle mani dei sindacalisti nel frattempo partiti in viaggio o in ferie non retribuite. Quando piove si allaga l’unico sottopassaggio de Paese e malgrado gli avvisi e le ingiunzioni c’è gente che abita vicino al fiume che prima o poi strariperà. Si possono demolire i negozi vicino alla strada e dopo una settimana rispuntano poco lontano con altri materiali di scarto. Azzardatevi poi a pulire le strade dalla sabbia e tornate dopo una mezz’ora. La sabbia vi guarderà sorridendo.

Mauro Armanino   

Sudan: militari e civili firmano dichiarazione politica congiunta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 luglio 2019

Dopo dieci giorni dall’annuncio di aver trovato un compromesso, il Consiglio Militare di Transizione (TMC) e Alleanza Freedom and Change (FFC) – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – il 17 luglio hanno finalmente firmato un accordo politico di 22 punti che determina la suddivisone dei poteri fino alle prossime elezioni.

Ci sono voluti giorni e giorni di trattative e una discussione finale, una vera e propria maratona durata ben quattordici ore, per l’attuazione di un accordo di massima, volto a consolidare l’intesa raggiunta all’inizio del mese.

Firma di una dichiarazione politica della Giunta militare e Freedom and Change

I punti chiave dell’accordo sono:

  • Il Consiglio Sovrano, composto da 11 membri, che resterà in carica per poco più di tre anni, sarà incaricato di governare il Paese.
  • L’organo di governo comprenderà 5 militari, scelti dal TMC e 5 civili, nominati da FFC.
  • L’undicesimo membro sarà un civile, che dovrà godere del consenso di entrambe le parti.
  • Per i primi 21 mesi il Consiglio Supremo sarà guidato da un militare, mentre i rimanenti 18 da un civile.
  • Un mediatore dell’Unione Africana ha specificato che una dichiarazione costituzionale, volta a determinare i poteri e le effettive funzioni del Consiglio Sovrano, sarà siglato venerdì.
  • FFC sceglierà il primo ministro in conformità con le condizioni stipulate nella dichiarazione costituzionale.
  • Il primo ministro nominerà un gabinetto di 20 ministri; il ministro della Difesa e degli Interni, sarà invece scelto dai membri militari del Consiglio Sovrano.
  • Ministri e membri del Consiglio Sovrano non potranno partecipare alle prossime elezioni
  • Entro tre mesi dalla firma dell’accordo dovrà essere istituito anche un consiglio legislativo. Nel frattempo tali funzioni saranno svolte dal consiglio dei ministri, ma dovranno essere approvate dal Consiglio Sovrano.
  • Una commissione d’inchiesta indipendente nazionale dovrà far luce e determinare le responsabilità del massacro del 3 giugno 2019.
  • Nei prossimi sei mesi dovranno essere formulate nuove politiche in collaborazione con tutti i gruppi armati nelle regioni del Darfur, Blue Nile e South Kordofan, per poter finalmente attuare e concretizzare un accordo di pace globale.

Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hemetti, attuale capo delle forze paramiliatri di Rapid Support Forces (ex janjaweed) e attualmente numero due del TMC ha definito come “momento storico” la dichiarazione politica di ieri, mentre Ibrahim al-Amin, uno dei membri di FFC ha precisato che: “Venerdì riprenderemo i negoziati per il documento costituzionale, ”.

Questo accordo rappresenta il primo passo verso un governo civile, tanto auspicato e fortemente voluto dai sudanesi da oltre sette mesi. Il testo del trattato è stato realizzato dopo le mediazioni dell’UA e dell’Etiopia. E anche negli ultimi giorni i negoziati sono stati rinviati svariate volte perchè i militari, che, malgrado scontri e violenze durante le manifestazioni, avevano preteso l’immunità totale. Ismaïl Al-Taj, portavoce dell’Associazione dei professionisti, ha fatto sapere ai giornalisti proprio poco prima dell’incontro di ieri, che non avrebbero mai accettato una tale richiesta.

Le donne in prima fila durante le contestazioni

La contestazione in Sudan è iniziata il 19 dicembre 2018, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Ben presto le dimostrazioni si sono diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum, sfociate con la caduta di Omar Al Bashir dopo il colpo di Stato dei militari dell’11 aprile di quest’anno.

Sudanese Professional Association, che aveva diretto in clandestinità tutte le manifestazioni di questi mesi,  a gennaio aveva elaborato un documento, Freedom and Change (Libertà e Cambiamento), con il quale si proponeva la formazione di un governo di transizione, composto da tecnocrati, il cui mandato doveva essere concordato da rappresentanti di tutta la società sudanese. Freedom and Change era stato firmato anche da alcuni gruppi dell’opposizione.

Durante tutto questo periodo, il ruolo delle donne è stato fondamentale. Hanno partecipate alle manifestazioni in prima fila e si sono esposte come non mai. Chissà se tra i ministri e/o nel Consiglio Sovrano spiccherà anche il nome di qualche signora sudanese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Video e foto false: gli aiuti del Cremlino al Sudan per screditare l’opposizione

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld): Sudafrica blocca estradizione a Maputo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 luglio 2019

L’ex ministro delle Finanze mozambicano, Manuel Chang, indagato per corruzione, non sarà più estradato a Maputo. La decisione di bloccare l’estradizione del politico è stata presa da Ronald Lamola, neo ministro della Giustizia del Sudafrica.

Manuel Chang a giudizio a Johannesburg
Manuel Chang in tribunale a Johannesburg. È indagato per corruzione in Mozambico e per frode in USA

Una decisione che azzera quella di Michael Masutha che l’ha preceduto, presa alla fine di maggio scorso. Masutha aveva disposto l’estradizione verso il Mozambico affinché venisse processato nel suo Paese.

Il motivo del rifiuto di Lamola all’estradizione di Manuel Chang è semplice: in Mozambico l’ex ministro gode ancora dell’immunità. “L’estradizione di Chang non sarà consentita fino a quando la sua immunità non verrà revocata e le accuse non saranno presentate” – ha detto il ministro.

“Tutti devono essere uguali davanti alla legge” ha dichiarato Ronald Lamola fresco di nomina nella sua prima intervista televisiva alla SABC, l’emittente pubblica sudafricana. La dichiarazione del nuovo titolare sudafricano del ministero della Giustizia pare quindi valida anche per il politico mozambicano.

Manuel Chang era stato arrestato dall’Interpol nel dicembre scorso, all’aeroporto di Johannesburg, su richiesta USA con l’accusa di frode a cittadini americani. Il Mozambico, subito dopo, ne aveva chiesto l’estradizione. Lo vleva a giudizio per aver firmato illegalmente la garanzia del prestito di 1,9 miliardi di euro per il Credit Suisse.

L’importo, che doveva servire per l’ampliamento della flotta dell’azienda pubblica mozambicana Ematum (oggi Tunamar) per la pesca del tonno, è stato invece utilizzato per l’acquisto di navi militari. Un’operazione che ha portato 190 milioni di euro nelle tasche dell’ex ministro e di altre quattro persone.

Motovedette nel porto di Maputo
Motovedette nel porto di Maputo

La decisione presa dal nuovo ministro della Giustizia sudafricano fa tremare le alte sfere mozambicane. Infatti, quando Chang era ministro delle Finanze, Armando Guebuza era il Capo dello stato (fino al 2015) e l’attuale presidente della Repubblica, Filipe Nyusi, era ministro della Difesa.

Secondo gli osservatori, un processo in Mozambico coprirebbe le probabili implicazioni di alcuni membri anziani del partito Frelimo, al potere dal 1975. E gli Stati Uniti lo vogliono. Un processo negli USA farebbe emergere anche le responsabilità di altri politici mozambicani. Esattamente ciò che Maputo vuole evitare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Arrestato da USA ex ministro mozambicano accusato di frode da 1,9 miliardi di euro

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Libia: monito ONU alla Francia “Spieghi perché ha fornito missili a Haftar”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
16 luglio 2019

Ancora una volta la Francia è sotto accusa per sospette interferenze nel conflitto libico e per la disinvoltura con cui attua la sua politica d’influenza in terra d’Africa, condotta spesso in aperto spregio agli accordi internazionali da lei stessa sottoscritti. Ora è accaduto qualcosa che ha provocato l’intervento delle Nazioni Unite. Riguarda un lotto di missili anticarro Jevelin di produzione americana che, dai codici identificativi stampati sugli stessi, risultano acquistati dal governo francese nel 2010. Circostanza, questa, riconosciuta dall’Eliseo, che ha anche precisato di averli pagati 150 mila dollari ciascuno.

I missili Jevelin di proprietà francese trovati in un deposito del generale Haftar

La presenza dei missili è stata scoperta dalle truppe fedeli al governo di Tripoli, retto dal presidente Al Sarraj – in campo internazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite – in occasione della riconquista della città di Gharyan, in precedenza occupata dalle forze del generale Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi, nel nord-est del Paese, che non ha mai accettato l’ufficiale riconoscimento del rivale. Il ministro degli esteri libico, Mohamed Taher Siala, ha perentoriamente chiesto al suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, di “Spiegare urgentemente quando e perché Parigi ha deciso di fornire tali missili alle forze ribelli del generale Haftar” in contrasto alle sue dichiarate intenzioni di non intervenire in supporto a nessuna delle parti in lotta e al suo “ufficiale riconoscimento del governo di Tripoli come legittimo governo della Libia”.

Il complesso dell’Eliseo, sede del governo francese

La risposta del governo francese, per bocca del suo ministro degli Esteri, è stata fornita in due contradditorie dichiarazioni che lasciano chiaramente trasparire l’imbarazzo dell’Eliseo sulla questione. Secondo la prima, i missili Jevelin, erano stati “smarriti” in circostanze non precisate e si trattava comunque di “ordigni difettosi” che non potevano essere utilizzati, ma, la seconda dichiarazione rilasciata dallo stesso ministro alla stampa, riferiva trattarsi di un “armamento fornito a protezione dei militari francesi dispiegati in Libia per operazioni anti-terrorismo” e che, rilevato che i missili erano danneggiati e inutilizzabili, si era deciso di “stoccarli in un deposito, in attesa di essere distrutti”.

Forze speciali francesi dispiegate in Libia

Davvero curiose queste doppie spiegazioni che si contraddicono l’una con l’altra. Inoltre, nella foga di trovare una giustificazione al ritrovamento dei missili, il ministro Le Drian, si esibiva in un clamoroso autogol, riconoscendo, per la prima volta, dal 2016, che la Francia disponeva di un proprio contingente militare in territorio libico, di cui non si conosce tuttora né la reale consistenza né l’effettivo scopo. Un inatteso contropiede che non conferisce certo credibilità alla politica estera di Parigi, ormai da troppo tempo caratterizzata da ombre e pesanti ambiguità. Tanto più criticabili perché espresse da un Paese cui sono attribuite le maggiori responsabilità dell’odierna situazione libica, per l’intervento promosso nel 2011 dall’allora presidente François Sarkozy, che portava al rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi.

Il generale Khalifa Haftar “Uomo forte di Bengasi” che ha attaccato Tripoli

I cadaveri nell’armadio francese, prodotti dalle sue continue ingerenze negli affari africani, cominciano davvero a essere troppi. Sono ormai accertate le gravi responsabilità nell’orrendo genocidio Ruandese, dove le autorità diplomatiche di Parigi, fornirono supporto e protezione ai miliziani hutu nel massacro perpetrato contro l’etnia tutsi. Il giogo del franco CFA sulle sue ex colonie, non si limita solo a fornire alla Francia il controllo su quelle economie, volto a tutela dei propri interessi, ma si esplicita anche nel controllo politico, che offre o toglie sostegno a quelle leadership che gli sono o no favorevoli, com’è avvenuto nel Congo-Brazzaville, dove l’ex presidente Pascal Lissouba, democraticamente eletto nell’agosto 1992, fu sostituito nel 1997 con un colpo di stato – pare favorito dalla Francia – dall’attuale Denis Sassou-Nguesso, che ha imposto al Paese uno spietato regime autoritario, non esitando a ricorrere all’eliminazione, anche fisica, degli avversari.

Il centro di detenzione dei migranti dopo il bombardamento che ha causato 44 vittime. Non si sa chi sia stato il separabile del massacro Al Serraj accusa Haftar e Haftar A Serraj

Proprio sul Congo-Brazzaville e sulle collusioni di Parigi con il suo attuale leader, un recente assassinio avvenuto in Francia, ha fatto emergere gravi preoccupazioni sulla disinvoltura con cui l’Eliseo può agire a sostegno delle proprie scelte geopolitiche. L’agente Daniel Forestier del DGSE, (Direzione Generale Spionaggio Estero) è stato ucciso con cinque colpi di pistola, in un villaggio dell’Alta Savoia, da uno sconosciuto. Forestier, si era da poco dimesso dal servizio, senza aver portato a compimento l’incarico di uccidere il generale Ferdinand Mbaou, un oppositore del regime di Denis Sassou-Nguessu. Con quest’omicidio, le indagini della Procura di Lione, relative al progetto di eliminare il generale Mbaou, non potranno approdare a nulla essendo venuto a mancare il più importante testimone dell’accusa.

Veduta di Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo

Insomma, i comportamenti della Francia odierna, non sembrano più molto in sintonia con i valori propugnati dal suo trinomio repubblicano, Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, né ispirati ai suoi grandi filosofi, scrittori e umanisti, come Voltaire, Victor Hugo e Anatol France. La Francia di oggi è un Paese che si mostra sempre più votato a un pragmatismo utilitaristico che non esita, ove occorra, a vestirsi di cinismo, spesso anche fastidiosamente sussiegoso e sprezzante.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

Congo-Brazzaville: il pugno duro del regime colpisce dissidenti e oppositori

 

Eritreo scagionato: “Non è un trafficante, ma deve essere espulso”

Africa ExPress
Palermo / Caltanisetta / Khartoum, 15 luglio 2019

Questa mattina la magistratura ha confermato il provvedimento emesso venerdì dalla questura di Palermo, che aveva predisposto il trasferimento di Medhanie Tesfamariam Berhe a Pian del Lago, Caltanisetta, Centro di Permanenza per i Rimpatri. Se non succede qualcosa di straordinario il giovane sarà espulso.

Dopo tre lunghi anni passati nella casa circondariale di Palermo, una giuria ha finalmente ridato l’identità a Medhanie Tesfamariam Berhe. Il giovane eritreo era stato estradato dal Sudan nel giugno 2016, perchè ritenuto essere Medhanie Yedhego Mered, uno dei più grandi trafficanti di esseri umani, soprannominato “il generale” e tutt’ora a piede libero in qualche parte del mondo.

Medhanie Tesfamariam Berhe, a sinistra, Medhanie Yedhego Mered, il vero trafficante di uomini, a destra

Uno scambio di persona evidente e palese – basta solo guardare le fotografie – ma ci sono volute decine di udienze, un défilé infinito di testimoni, test di DNA, per emettere infine la sentenza. Il giovane è stato  condannato a cinque anni di detenzione – nulla in confronto ai quattordici richiesti dal pubblico ministero, se fosse stata confermata l’accusa di essere un trafficante – perchè ritenuto responsabile del reato di agevolazione dell’ingresso di “clandestini”. La sentenza sarà depositata nei prossimi mesi e certamente aiuterà capire il perché di questa condanna.

Sempre venerdì, i giudici della seconda Corte d’Assise di Palermo avevano predisposto la scarcerazione immediata di Medhanie. Ma le sue lacrime di gioia ben presto si trasformano in quelle della disperazione. Il giovane infatti viene riaccompagnato al carcere Pagliarelli per raccogliere le sue poche cose e il suo avvocato, Michele Calantropo l’aspetta fuori.

Ma quando esce il ragazzo non è un uomo libero. Nuovamente in manette, è scortato dalla polizia che l’accompagna a Caltanisetta a Pian del Lago, un centro di permanenza per i rimpatri. Medhanie infatti è inseguito da un provvedimento di espulsione, emesso dal questore. Provvedimento previsto per la condanna di cinque anni, inflitta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo la questura di Palermo si tratta di un soggetto “pericoloso”, e senza esitazioni ha applicato immediatamente il decreto sicurezza (L.132/2018). Medhanie non sapeva cosa gli stesse succedendo, finchè non ha potuto parlare con il suo avvocato. Il provvedimento gli era stato consegnato in arabo e in italiano, lingue che non conosce.

Medhanie Tesfamariam Berhe

Una nuova battaglia da affrontare, ma l’avvocato Calantropo sottolinea: “Non ci arrendiamo, non ci fermiamo, ricorreremo in Cassazione”. Intanto il giovane è nuovamente dietro le sbarre, stavolta in un CPR. Ora le possibilità sono due: trattenerlo a tempo indeterminato o espellere Medhanie. Soluzione poco probabile e poi dove?

A Khartoum, capitale del Paese dove è stato arrestato, picchiato, torturato prima della sua estradizione in Italia, è impossibile, in quanto non è cittadino sudanese. In Eritrea? Il giovane è fuggito proprio dalla sua patria, considerata la peggiore dittatura del continente africano e proprio in questi giorni , durante la 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite è stato confermato che nella nostra ex colonia i diritti umani continuano essere violati. Certamente non verrebbe accolto con un tappeto rosso nel suo Paese. In quanto disertore lo aspetterebbero anni di galera e forse altro.

Insomma dalla padella alla brace; dopo anni di angoscia, ansia, privato persino della propria identità, oggi Medhanie, un semplice profugo eritreo, arrestato a Khartoum, è considerato un soggetto pericoloso perchè condannato per favoreggiamento di immigrazione clandestina. Nessuno ha chiesto scusa al giovane, anzi, ora è in atto un accanimento nei suoi confronti senza pari.

Africa ExPress
@africexp

 

Tranello agli italiani: per arrestare il falso trafficante eritreo pagato del denaro

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

 

Eritrea: la pace con l’Etiopia non ha frenato la continua violazione dei diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 giugno 2019

Giovedì scorso, in occasione della 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra, è stato esteso per un altro anno il mandato di monitoraggio a Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea.

Ventuno Stati hanno votato in favore, tredici si sono astenuti e altrettanti si sono espressi contro il rinnovo del mandato. Casualmente nessun Paese africano ha espresso parere positivo. Eritrea, Camerun, Burkina Faso, Somalia e Togo sono stati eletti nel Consiglio solamente lo scorso anno con mandato triennale. La rappresentanza dei primi tre è stata fortemente criticata, visto il loro scarso rispetto dei diritti fondamentali.

“Il tanto atteso e sospirato trattato di pace con l’Etiopia, l’ex arcinemico storico, non ha portato i desiderati benefici alla popolazione eritrea. I diritti umani continuano a essere violati”,  ha sostenuto Daniela Kravetz, avvocato cileno, inviato speciale delle Nazioni Unite, nel suo suo rapporto sull’Eritrea presentato all’ultimo Consiglio per i Diritti umani. Questo organo sussidiario dell’Assemblea generale del Palazzo di Vetro, è composto da 47 Stati membri dell’ONU con la responsabilità di promuovere il rispetto universale per la protezione dei i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti, senza distinzione alcuna.

Daniela Kravetz, inviato Speciale dell’ONU durante la presentazione del rapporto sull’Eritrea, alla 41esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, Ginevra

La Kravetz, che ha ricevuto questo incarico lo scorse ottobre, ha sottolineato che finora le autorità di Asmara non hanno dimostrato nessuna volontà di voler cambiare lo stato delle cose. A tutt’oggi la libertà di parola non viene tollerata e centinaia di giovani continuano a fuggire dal Paese.

E che dire delle persecuzioni religiose nell’ex colonia italiana? L’inviata speciale dell’ONU ha menzionato la confisca delle cliniche e ambulatori di proprietà Chiesa cattolica, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Ma non solo i cattolici sono sotto attacco, il regime ha imprigionato anche molti musulmani, tra loro Said Mohammed, morto il 13 giugno per maltrattamenti subiti durante la detenzione e per mancanza di assistenza sanitaria. La Kravetz ha detto di essere stata informata qualche settimana fa dell’arresto di altri cristiani, tra loro donne e bambini, per essersi radunati in preghiera in diversi luoghi della capitale. Nello stesso periodo sono stati fermati anche cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen.

Infine l’inviata speciale ha evidenziato che senza riforme sostanziali, in particolare per quanto concerne il servizio militare/civile, le persone continueranno a fuggire.

E’ tacito che Tesfamichael Gerahtu, diplomatico eritreo accreditato al Palazzo di Vetro, abbia criticato aspramente il rapporto della Kravetz, qualificandolo come “inaccettabile”, volto solamente a screditare, isolare e destabilizzare il suo Paese.

Tesfamichael Gerahtu, ambasciatore dell’Eritrea all’ONU

Ma è risaputo che nel piccolo Paese africano i diritti umani sono per lo più assenti: arresti arbitrari, detenzioni in incommunicado, sparizioni forzate e un’organizzazione del servizio militare/civile (ancora) senza fine. Il governo non si è ancora pronunciato se ripristinare o meno la durata della leva obbligatoria a soli 18 mesi, anche se recentemente aveva promesso di voler esaminare la questione. Finora sono state fatte concessioni solo a alcune reclute che percepiscono un salario e è consentito loro di lavorano negli uffici governativi, invece di dover prestare servizio in basi militari in mezzo al deserto.

Anche Sheila B. Keetharuth, precedente special rapporteur dell’ONU per i diritti umani in Eritrea, nelle sue relazioni aveva fatto le stesse osservazioni della collega Kravetz, con la differenza che allora il trattato di pace con l’Etiopia non era ancora stato siglato. Ci si auspicava una maggiore apertura dopo i dialoghi di pace con Ahmed Abiy, il giovane primo ministro etiope, al potere dall’aprile del 2018. Evidentemente ci eravamo illusi tutti – la popolazione eritrea, la diaspora e la comunità internazionale –  perchè ancora una volta il governo ha vietato l’ingresso a esperti internazionali per controllare lo stato delle cose. Per stilare la sua relazione, la Kravetz si è dovuta basare su testimonianze e missioni in altri Paesi.

 

Umkulu, campo per profughi somali in Eritrea

Solo pochi giorni fa la dittatura della nostra ex colonia ha invitato i rifugiati somali, che vivono da 20 anni e più a Umkulu, l’unico campo per profughi nel Paese, situato a una decina di chilometri da Massawa, di lasciare l’insediamento, perchè la chiusura sarebbe stata imminente. Finora 1.300 persone, sulle oltre 2.100 presenti a giugno, hanno abbandonato l’Eritrea e raggiunto il nord dell’Etiopia. Raouf Mazou, Direttore dell’Ufficio Regionale per l’Africa dell’UNHCR, ha espresso grande preoccupazione e ha chiesto ad Asmara di collaborare con l’Agenzia delle Nazioni Unite per garantire protezione ai profughi somali nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

 

 

Silvia Romano: vertice a Roma con i kenioti che conservano la direzione delle indagini

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Speciale per Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi e Saul Caia
13 luglio 2019

E’ durato tre giorni il vertice straordinario alla procura di Roma sulle indagini per il rapimento di Silvia Romano, la ragazza milanese sequestrata da un commando di cinque persone la sera del 20 novembre dell’anno scorso a Chakama, un villaggio a un’ottantina di chilometri da Malindi. Presenti agli incontri non solo gli inquirenti italiani, il gruppo antiterrorismo dei carabinieri del  ROS, ma anche investigatori kenioti, giunti dal Paese africano che da qualche giorno è collegato all’Italia da un volo diretto Nairobi-Roma.

Inoltre il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho, il procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, e il sostituto Sergio Colaiocco titolare delle indagini. Per il Kenya, tra gli altri, il procuratore generale Noordin Mohamed Haji. Durante gli incontri si è parlato di Silvia Romano e di uno scandalo che sta emergendo in Kenya sulle supposte tangenti pagate per costruire tre dighe dalla CMC, ditta di Ravenna.

Alfred Scott e Silvia Romano fotografati a Mombasa

Su Silvia Romano si è deciso qualcosa di sorprendente: i ROS torneranno in Kenya, ma l’impianto investigativo resterà nelle mani degli inquirenti locali. Speriamo che finalmente i carabinieri ottengano il permesso di indagare anche sulla costa e non siano costretti a restare solo a Nairobi, come è successo in marzo.

Il reato che viene ipotizzato finora è quello di terrorismo anche se fonti che vogliono restare anonime, parlano dell’esistenza di “altre ipotesi investigative”.

Dallo scambio di informazioni tra gli inquirenti è emerso che la ragazza il giorno di Natale è stata vista, ancora nelle mani dei rapitori, da due cittadini kenioti arrestati il giorno dopo. Probabilmente due degli esecutori materiali del sequestro. Secondo il loro racconto era poi stata ceduta ad un’altra banda criminale. Francamente suona piuttosto curioso che questa  notizia, ormai vecchia di quasi otto mesi venga comunicata soltanto ora.

Durante gli incontri tra i due gruppi di inquirenti sono state ricostruite le fasi del sequestro (ancora, occorre ribadirlo, perché otto mesi dopo?). Una descrizione che però non collima con quella tratteggiata da Africa ExPress e dal Fatto Quotidiano in base a testimonianze raccolte in Kenya. A Roma hanno raccontato che i rapitori (otto, ma a noi risultano cinque) erano armati di mitra e sono scappati in moto. In Africa hanno parlato solo di pistole e di una granata fatta esplodere più per spaventare che per uccidere e che la fuga è avvenuta portando la ragazza in spalla nella savana e le moto erano al di là di un fiume distante poco meno di un chilometro.

La casa dove è stata rapita Silvia Romano

Tra gli arrestati (tre come risulta dalle testimonianze raccolte da AfricaExPress e del Fatto Quotidiano) spunta fuori il nome di Moses Luali Chende, un giovane dal passato turbolento come contrabbandiere, noto per il suo carattere irascibile e aggressivo, di etnia giriama e proveniente dal villaggio di Kwamwanza, nel comprensorio di Chakama.

Moses è marito di Elizabeth Kasena, residente proprio vicino alla casa di Africa Milele (la onlus per cui lavora Silvia), anche lei arrestata e poi rilasciata su cauzione. Elisabeth fa la cameriera in un bar dove l’italiana andava tutti i giorni a fare colazione. E Moses è imparentato con Ronald, il ragazzo che si è preso una forte bastonata durante l’aggressione e il rapimento di Silvia.  Se dapprima si pensava che Moses avesse solo aiutato i rapitori, dagli elenchi delle presenze alla guest house Togo di Chakama, emerge che la notte del 13 novembre insieme a Said Adhan Abdi, identificato come il capo della banda, il ragazzo ha dormito lì. Inoltre è autista di bodaboda, cioè mototaxi, e avrebbe trasportato il giorno successivo a Malindi Said e infine il 20 novembre avrebbe partecipato al rapimento. Perché Moses è a piede libero? Comunque è atteso a giudizio in tribunale per il processo che comincia il 29 luglio.

Il registro delle guesthouse Togo a Chakama mostra che Moses Luali Chende e Said Adhan Abdi hanno dormito lo stesso giorno (foto in esclusiva di Africa ExPress)

Durante gli incontri a Roma, i kenioti hanno chiesto agli italiani informazioni su uno scandalo scoppiato in Kenya e che riguarda una società italiana sospettata di corruzione, la CMC, incaricata di costruire tre dighe: a Kimwarer, a Arror, nella contea di Elgeyo Marakwet, e a Itare, nella contea di Nakuru. Un business di 870 milioni di euro. I cantieri della CMC in Kenya sono stati chiusi e i suoi beni messi sotto sequestro.

Massimo A. Alberizzi e Saul Caia
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi

 

Dal Nostro Archivio l’Inchiesta sul Rapimento di Silvia Romano

https://www.africa-express.info/2019/06/09/silvia-romano-africa-express-lancia-raccolta-fondi-per-indagare/

 

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

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Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

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