Eritrea: la pace con l’Etiopia non ha frenato la continua violazione dei diritti umani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 giugno 2019

Giovedì scorso, in occasione della 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra, è stato esteso per un altro anno il mandato di monitoraggio a Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea.

Ventuno Stati hanno votato in favore, tredici si sono astenuti e altrettanti si sono espressi contro il rinnovo del mandato. Casualmente nessun Paese africano ha espresso parere positivo. Eritrea, Camerun, Burkina Faso, Somalia e Togo sono stati eletti nel Consiglio solamente lo scorso anno con mandato triennale. La rappresentanza dei primi tre è stata fortemente criticata, visto il loro scarso rispetto dei diritti fondamentali.

“Il tanto atteso e sospirato trattato di pace con l’Etiopia, l’ex arcinemico storico, non ha portato i desiderati benefici alla popolazione eritrea. I diritti umani continuano a essere violati”,  ha sostenuto Daniela Kravetz, avvocato cileno, inviato speciale delle Nazioni Unite, nel suo suo rapporto sull’Eritrea presentato all’ultimo Consiglio per i Diritti umani. Questo organo sussidiario dell’Assemblea generale del Palazzo di Vetro, è composto da 47 Stati membri dell’ONU con la responsabilità di promuovere il rispetto universale per la protezione dei i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti, senza distinzione alcuna.

Daniela Kravetz, inviato Speciale dell’ONU durante la presentazione del rapporto sull’Eritrea, alla 41esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, Ginevra

La Kravetz, che ha ricevuto questo incarico lo scorse ottobre, ha sottolineato che finora le autorità di Asmara non hanno dimostrato nessuna volontà di voler cambiare lo stato delle cose. A tutt’oggi la libertà di parola non viene tollerata e centinaia di giovani continuano a fuggire dal Paese.

E che dire delle persecuzioni religiose nell’ex colonia italiana? L’inviata speciale dell’ONU ha menzionato la confisca delle cliniche e ambulatori di proprietà Chiesa cattolica, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Ma non solo i cattolici sono sotto attacco, il regime ha imprigionato anche molti musulmani, tra loro Said Mohammed, morto il 13 giugno per maltrattamenti subiti durante la detenzione e per mancanza di assistenza sanitaria. La Kravetz ha detto di essere stata informata qualche settimana fa dell’arresto di altri cristiani, tra loro donne e bambini, per essersi radunati in preghiera in diversi luoghi della capitale. Nello stesso periodo sono stati fermati anche cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen.

Infine l’inviata speciale ha evidenziato che senza riforme sostanziali, in particolare per quanto concerne il servizio militare/civile, le persone continueranno a fuggire.

E’ tacito che Tesfamichael Gerahtu, diplomatico eritreo accreditato al Palazzo di Vetro, abbia criticato aspramente il rapporto della Kravetz, qualificandolo come “inaccettabile”, volto solamente a screditare, isolare e destabilizzare il suo Paese.

Tesfamichael Gerahtu, ambasciatore dell’Eritrea all’ONU

Ma è risaputo che nel piccolo Paese africano i diritti umani sono per lo più assenti: arresti arbitrari, detenzioni in incommunicado, sparizioni forzate e un’organizzazione del servizio militare/civile (ancora) senza fine. Il governo non si è ancora pronunciato se ripristinare o meno la durata della leva obbligatoria a soli 18 mesi, anche se recentemente aveva promesso di voler esaminare la questione. Finora sono state fatte concessioni solo a alcune reclute che percepiscono un salario e è consentito loro di lavorano negli uffici governativi, invece di dover prestare servizio in basi militari in mezzo al deserto.

Anche Sheila B. Keetharuth, precedente special rapporteur dell’ONU per i diritti umani in Eritrea, nelle sue relazioni aveva fatto le stesse osservazioni della collega Kravetz, con la differenza che allora il trattato di pace con l’Etiopia non era ancora stato siglato. Ci si auspicava una maggiore apertura dopo i dialoghi di pace con Ahmed Abiy, il giovane primo ministro etiope, al potere dall’aprile del 2018. Evidentemente ci eravamo illusi tutti – la popolazione eritrea, la diaspora e la comunità internazionale –  perchè ancora una volta il governo ha vietato l’ingresso a esperti internazionali per controllare lo stato delle cose. Per stilare la sua relazione, la Kravetz si è dovuta basare su testimonianze e missioni in altri Paesi.

 

Umkulu, campo per profughi somali in Eritrea

Solo pochi giorni fa la dittatura della nostra ex colonia ha invitato i rifugiati somali, che vivono da 20 anni e più a Umkulu, l’unico campo per profughi nel Paese, situato a una decina di chilometri da Massawa, di lasciare l’insediamento, perchè la chiusura sarebbe stata imminente. Finora 1.300 persone, sulle oltre 2.100 presenti a giugno, hanno abbandonato l’Eritrea e raggiunto il nord dell’Etiopia. Raouf Mazou, Direttore dell’Ufficio Regionale per l’Africa dell’UNHCR, ha espresso grande preoccupazione e ha chiesto ad Asmara di collaborare con l’Agenzia delle Nazioni Unite per garantire protezione ai profughi somali nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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