Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, intervistato da Articolo 21, si domanda perché le autorità non vogliono che si parli del caso della ventitreenne volontaria italiana rapita in Kenya nove mesi fa

Dal Sito www.articolo21.org
Norma Ferrara e Luca Salici
Roma, 14 agosto 2019

Sono passati quasi nove mesi dal rapimento di Silvia Romano, la giovane cooperante italiana portata via da un commando armato lo scorso 20 novembre nel villaggio di Chakama, a un centinaio di km da Malindi in Kenya. E mentre in Africa per il suo rapimento sono appena iniziati due processi, dall’Italia non sembra cercarla più nessuno. E sul suo caso è calato uno strano silenzio. “L’aula del tribunale dove si è svolta l’udienza del primo processo era piena di gente – dichiara Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress (www.africa-express.info) ad Articolo21 – Ma c’erano solo due bianchi: oltre a me, l’attento e bravo corrispondente della Rai (Enzo Nucci, ndr). Ci saremmo aspettati di vedere qualche diplomatico italiano o qualcuno dei carabinieri del Ros o magari uno degli uomini dei servizi segreti”. Con Alberizzi, che in questi mesi ha seguito dalle colonne del quotidiano online Africa ExPress in collaborazione con Il Fatto Quotidiano, abbiamo parlato di tutti gli sviluppi del caso di Silvia Romano.

Di Silvia Romano non ci sono più tracce. A Malindi però è partito un primo processo agli imputati Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Quali sono le accuse nei loro confronti?

I due sono accusati di avere pianificato il rapimento, di averlo organizzato proprio dal punto di vista logistico. Gli imputati, secondo un documento della polizia di Malindi, hanno rapito Silvia Romano per provocare gravi danni, ridurla in schiavitù e per costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto come condizione per il suo rilascio. Il prossimo 19 agosto inizia il secondo processo, in cui è imputato Ibrahim Adan Omar, trovato in possesso di armi da fuoco e all’inizio non direttamente imputato per il rapimento. A mio avviso invece la sua figura è assai importante: su ordine di qualcuno, infatti, sarebbe colui che ha messo a punto il piano del rapimento, reclutando i due Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, che sarebbero semplicemente degli esecutori. Insomma, una pedina fondamentale per avvicinarsi ai mandanti di questo rapimento. In questi giorni saranno depositati i documenti del processo e cercheremo di raccontare questa ulteriore parte della vicenda che riguarda Silvia Romano.

Silvia assieme ai ragazzini che stava assistendo

In uno dei pezzi di Africa ExPress escludi la pista terrorismo. È così?

Lo escludo al 90 percento. Penso che Silvia non sia stata portata in Somalia: anche io sono stato rapito in quel paese e conosco bene il contesto. Ho svolto un’indagine, sentendo leader governativi, “signori della guerra” e capi islamici. Tutto porta a una sola conclusione: Silvia Romano non è mai stata portata in Somalia.

Puoi ricostruirci i fatti ancora da accertare su questo rapimento?

Diciamo che il rapimento di Silvia Romano può essere nato da motivi diversi, dai più banali a quelli più complessi come appunto il terrorismo. Non è un rapimento per riscatto o per contropartite politiche. Partiamo dall’inizio: non conosciamo il movente e non conosciamo il mandante del rapimento. In questi mesi abbiamo cercato di battere alcune strade. Tra le piste quella della denuncia di Silvia nei confronti di un pastore anglicano per molestie verso alcune bambine. Negli archivi della polizia di Malindi non c’è traccia. L’ispettrice l’ha annotata sul bloc notes e non l’ha mai trascritta sui faldoni perché Silvia non aveva dato i nomi del pastore e dei bambini molestati. L’altra pista: Silvia è stata a Likoni a sud di Mombasa, ospite da un ragazzo Davide Ciarrapica, 31enne di Seregno che gestisce un centro per bambini. Una persona che ha frequentazioni di alto livello e gode di protezione: il suo socio, nonché proprietario della villa che ospita il centro, Rama Hamisi Bindo, è fratello del marito di un’importante membro del parlamento keniota. Abbiamo raccontato il viaggio di Silvia a Likoni. Anche in quel centro probabilmente Silvia si era resa conto che le cose non erano limpide come sembravano. Probabilmente ha litigato con Ciarrapica. Di sicuro c’è qualcosa di strano: all’aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano (ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che riguarda tutti, Silvia compresa). Perché?

Perché nessuno sta più cercando dall’Italia Silvia Romano? Perché tutto questo silenzio?

Io non sono favorevole al silenzio stampa imposto dall’alto sui rapimenti. Posso capire nei giorni immediatamente successivi al fatto, ma sono passati davvero tantissimi mesi. L’opinione pubblica è all’oscuro di tutto quello che sta avvenendo. E ciò non è positivo. Su altri due italiani, Luca Tacchetto e Gigi Maccalli, sta accadendo lo stesso: scomparsa, segreti, silenzio. Negli ambienti si dice che più si parla di questi rapimenti e più si rischia di far deragliare le indagini. Ma come si fa a far deragliare delle indagini che non vengono svolte?

Dal punto di vista dell’informazione e dei media. Quanti colleghi stanno seguendo la vicenda?

Io l’ho seguita con la giornalista americana Hillary Duenas (venuta apporta in Kenya da New York) fin dall’inizio. Un altro cronista di un giornale di Nairobi, Nehemiah Okwembah, è stato fondamentale con il suo aiuto. Poi tutta la redazione di Africa ExPress e in particolare Franco Nofori, che vive a Mombasa, Sandro Pintus che si è occupato del crowdfunding con cui sono stati raccolti (e stiamo raccogliendo) e fondi che stanno permettendo quest’inchiesta. E poi Cornelia Toelgyes che è la mia vice e se non ci fosse lei non uscirebbe nulla. Grazie alla Rai è stata realizzata da Anna Mazzone una inchiesta del Tg2 e nei giorni scorsi è andato in onda un servizio per Unomattina. Enzo Nucci aveva seguito i primi due giorni di processo a fine luglio. Finito. Un caso così importante (non solo dal punto giornalistico, ma anche, soprattutto, da quello umano) merita sicuramente più attenzione. Anche quella dei grandi giornali.

Se ci fosse più attenzione mediatica cambierebbe qualcosa?

La funzione della stampa non è quella di prendere ordini dalla Farnesina o dai servizi segreti. Se tutti i giornali fossero qui in Kenya avremmo più notizie, molta più gente parlerebbe, si sbottonerebbe. Invece continua l’ordine di non far parlare nessuno. Sembra non c’entri nulla ma quello che è avvenuto in Italia con il caso Cucchi e l’ostinazione della famiglia è una lezione importante che tutti dovremmo imparare.

Quali sono gli interessi italiani, anche privati, nell’area?

Ci sono interessi enormi. Per quanto riguarda il pubblico c’è una base spaziale poco a nord di a Malindi. Poi sono tanti gli interessi privati: sulla costa ci sono numerosi hotel, ristoranti e agenzie turistiche e immobiliari. Non è un caso che nei ristoranti di Malindi i menu siano anche in italiano oltre che in swahili. Insomma il “basso profilo” su questo caso è un grande conflitto di interessi. Un silenzio che fa comodo a tanti.

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi