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Malgoverno, sfruttamento e corruzione, ecco perché l’Africa non decolla

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
14 luglio 2019

Depredata per secoli delle sue immense risorse; ancora oggi sfruttata dalle potenze economiche mondiali; assoggetta a una classe dirigente avida, insaziabile e corrotta, l’Africa, pur con un prodotto interno lordo in consistente crescita, vede la povertà e il degrado incrementarsi a dismisura, causa l’incontrollato aumento demografico, le guerre fratricide, il fanatismo religioso e un inestirpabile sistema di corruttela, tenacemente radicato nella mentalità e nei costumi delle sue genti, dal più umile servitore dello stato al più autorevole capo politico.

Denaro per ottenere un servizio o un privilegio, un abituale tipo di transazione in Africa

Situazione, questa, che già dal secolo scorso, ha provocato un esodo di bibliche proporzioni verso lidi, (spesso esageratamente idealizzati) in cui si riponevano le speranze di una vita decorosa, protetta dalla legalità e dal diritto. Ma come dimostra un recente rapporto dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) questo esodo non riguarda i più poveri dell’Africa, bensì, al 65 per cento del totale, la sua borghesia medio-bassa. Giovani uomini sotto i quarant’anni, in eccellenti condizioni fisiche e adeguata scolarizzazione, i quali fuggono sperano di poter mettere a frutto altrove quelle capacità che nel Paese d’origine non potevano essere realizzate.

Giovani africani che cercano lavoro in Europa

Si tratta indubbiamente di un’aspettativa legittima, ma questa diaspora – che anno dopo anno subisce un incremento esponenziale – quali effetti produrrà sulla Nazione africana che ne diventa oggetto? Chi l’abbandona sono le sue migliori forze lavorative e scolarizzate. Quelle che dovrebbero determinare la futura gestione del Paese. Quelle in cui sarebbe lecito riporre le concrete speranze per quel cambiamento di cui l’Africa ha disperato bisogno. Invece, queste preziose risorse umane, fuggono lasciando nei propri Paesi, le classi più indigenti, relegate in sacche di degrado e analfabetismo, sempre più indifese di fronte al vorace strapotere dei leader che le dissanguano.

Come gli aiuti internazionali non vadano mai a beneficio dei popoli cui sono destinati

Proprio nei giorni scorsi, sono stati pubblicati i risultati di un’indagine congiuntamente condotta da due autorevoli istituti internazionali di ricerca: Transparency International (TI) e Global Corruption Barometer (GCB), da cui emerge che in Africa, un cittadino su due è costretto a soggiacere alla corruzione per ottenere un servizio cui ha diritto, mentre il settantacinque per cento ritiene che i governi facciano poco o nulla per contrastare efficacemente il rampante vezzo della bustarella. Il rapporto dimostra anche che, vittime prevalenti di questo indebito onere, sono proprio le classi meno abbienti, che si trovano a pagare il doppio rispetto a quelle più agiate, le quali godono spesso di privilegi per vicinanza o appartenenza all’entourage del palazzo. L’indagine dei due istituti menzionati appare sufficientemente credibile perché condotta su trentacinque dei cinquantaquattro Paesi africani, nei quali sono state intervistate oltre quarantasette mila persone.

Come mostra la cartina, il Sudafrica è il Paese più corrotto, seguito da Kenya, Tanzania, Uganda e altri

In questo scenario di diffuso malcostume, emerge, come Nazione africana più corrotta il Sudafrica, mentre, in quanto a categorie, ancora una volta, sono le forze di polizia a salire sul podio, seguite a breve distanza dai funzionari addetti alle strutture sanitarie e alla pubblica istruzione. Naturalmente – e benché non avvertita dall’uomo comune – sul tutto sovrasta l’enorme e indegno accaparramento delle pubbliche risorse, praticato dalla classe politica al potere che, proprio per questa sua ignobile tendenza, si mostra spesso riluttante a intervenire con risolutezza, là dove minori episodi di corruzione vengono denunciati. Il farlo, potrebbe scatenare un effetto domino, con il rischio di scardinare l’intero sistema del malaffare, nel cui liquame, tutti i corrotti, piccoli e grandi, hanno da tempo imparato a nuotare abilmente.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Silvia Romano: summit in Rome with Kenyan detectives that are keeping the direction of the investigation secret

From our Special Correspondent
Massimo A. Alberizzi
Nairobi/Rome, 13th July 2019

The special Summit on the kidnapping of Silvia Romano, the young woman from Milan abducted by a commando of five people on the evening of the 20th of November last year in Chakama, a village about 80 kilometres from Malindi, at the public prosecutor’s office in Rome has lasted three days. Not only were the Italian investigators and the anti-terrorism group of the special operations Italian policemen present, but also the Kenyan detectives, who came from the African country through the recent connection by a direct flight Nairobi-Roma.

Furthermore, the national Prosecutor anti-mafia and anti-terrorism Federico Cafiero de Raho, the attorney general of Rome, Giovanni Salvi, and the substitute chief of investigations, Sergio Colaiocco. For Kenya, among the other, the attorney general Noordin Mohamed Haji. During the meetings a discussion took place on Silvia Romano’s case and the outrage on the supposed tangents paid by CMC, a firm from Ravenna, paid to build three dams in Kenya.
Alfred Scott and Silvia Romano. The picture was taken in Mombasa
The decisions on Silvia Romano were surprising: the special operation anti terrorist Italian group will go back to Kenya, but the investigations will remain in the hands of local investigators. We hope that the Italian policemen will finally be given the permission to investigate on the coast and not only in Nairobi, as there investigations were limited in March.
The alleged crime is terrorism, even if sources who wish to stay anonymous suggest the existence of “other investigation hypothesis”.
Through the exchange of information between the investigators it was shown that the young woman was seen on Christmas day, still in the hands of the kidnappers, by two Kenyan citizens who were arrested the following day. They were probably two of the perpetrators of the abduction. According to them she was then sold to a different criminal group. Frankly, it does seem a bit odd that this piece of information , now almost eight-months old, was shared only recently.
During the meeting between the two groups of investigators all phases of the kidnapping were reconstructed (again, it needs to be stressed, why eight months later?). A description that does not match with those mapped out by Africa ExPress and Il Fatto Quotidiano (an Italian newspaper ndr) through testimonies gathered in Kenya. In Rome they said that the kidnappers (eight, but to us they appear to have been five) were armed with a machine gun and ran away on motorcycles. In Africa they exclusively talked about guns and a grenade, which was thrown more to scare than to kill, and that they escaped by picking up Silvia and bringing her into the savanna, the motorcycles were on the other side of the river, about a kilometre away.
Among those arrested (three, according to Africa Express and Il Fatto Quotidiano) were Moses Luali Chende, a young man with a troubling past as a smuggler, known for his angry and aggressive behaviour, of giriaman ethnicity and from the Kwamwanza village, in the district of Chakama.
The house where Silvia Romano has been kidnapped
Moses is the spouse of Elizabeth Kasena, who lives close to the Africa Milele house (non-profit that Silvia worked for), she was also arrested and then released on bail. Elizabeth is a waitress in a café where the Italian woman had breakfast every day. And Moses is related to Ronald, the young man who was violently hit during the kidnapping of Silvia. If at first it was believed that Moses had only helped the aggressors, now it seems that he slept at the guesthouse Togo of Chakama the night of the 13th of November with Said Adhan Abdi, identified as the leader of the gang. Furthermore, he is a bodaboda moto-taxi driver, and it seems that he brought taxi said to Malindi and took part in the kidnapping on November 20th. Why is Moses free? He is waiting on the trial starting on July 29th.
During the meetings in Rome, the Kenyan representatives asked for information on the outrage in Kenya about the Italian firm suspected of corruption, the CMC, entrusted with the construction of three dams: in Kimwarer, in Arror, in the Elgeyo Marakwet county, and in Itare, in the Nakuru county. A business of 870 million euros. The construction sites of the CMC in Kenya have been closed and confiscated.
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

with contribution of
Hillary Duenas
hillary.duenas@gmail.com

Video e foto false: gli aiuti del Cremlino al Sudan per screditare l’opposizione

Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
11 luglio 2019

Nonostante l’accordo raggiunto tra i dimostranti della società civile, che da dicembre protestano per le strade, e i generali dell’esercito – residui dei militari golpisti (che avevano preso il potere il 30 giugno 1989) e da allora non l’hanno più mollato – per un governo di transizione che organizzi elezioni generali tra tre anni e tre mesi, il Sudan è ancora nel caos.
Il cambio di alleanze internazionali sta giocando un ruolo piuttosto perverso. Mentre gli Stati Uniti hanno sempre mostrato la loro ostilità verso la dittatura sudanese del generale Omar Al Bashir, la Russia che all’inizio delle manifestazioni aveva cautamente simpatizzato con i dimostranti, ora ha cambiato campo e si è schierata apertamente dietro ai generali. Mosca teme che un cambio di regime possa farle perdere quella posizione di favore che le consente di avere voce in capitolo nello sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, prima di tutto il petrolio.

Omar Al Bashir, ex presidente sudanese con Vladimir Putin, leader russo

Non è un mistero che le navi militari russe godano inoltre di un attracco privilegiato a Port Sudan, lo scalo situato in una posizione strategica a metà del Mar Rosso. La partita che si sta giocando a Khartoum non è più quindi solo una questione interna dell’ex protettorato anglo-egiziano, ma si è spostata nel più ampio scacchiere dell’antagonismo tra Washington e Mosca nell’area mediorientale.

I documenti pubblicati dal Guardian e dal sito di notizie in lingua russa, MHK Media, elaborati da “Dossier Centre”, un gruppo investigativo finanziato dall’imprenditore russo in esilio, Mikhail Khodorkovsky, sono piuttosto inquietanti e hanno rivelato il ruolo svolto finora dalla Russia in Sudan.

I documenti – che sembrano all’apparenza del tutto veri –  mostrano come Mosca abbia messo a punto piani per rafforzare la posizione della Russia in tutta l’Africa, costruendo relazioni con i governi, stringendo accordi militari con diversi Paesi, sostenendo una nuova generazione di leader e infiltrando una rete di agenti sotto copertura. Il dossier riporta anche i dettagli di una campagna russa per diffamare i manifestanti anti-governativi in ​​Sudan.

Il piano contiene anche rielaborazioni della campagna del governo moscovita per combattere l’opposizione al presidente Vladimir Putin, addirittura in un documento con riferimenti alla Russia erroneamente non sostituiti con il Sudan.

Yevgeny Prigozhin

Così si apprende che la Russia per screditare i manifestanti ha consigliato alle forze armate sudanesi di usare notizie e video falsi per dipingerli come anti-islamici, pro-israeliani e pro-LGBT. Il piano suggerisce inoltre di aumentare il prezzo della carta da giornale per rendere più difficile la stampa e la diffusione delle notizie sulle dimostrazioni. Di infiltrare poi nelle manifestazioni individui europei e mostrare le loro foto per denunciare “gli stranieri” ai raduni anti-governativi.

Tra i documenti del “Dossier Centre” c’è anche una lettera di Yevgeny Prigozhin, un uomo d’affari di San Pietroburgo stretto collaboratore di Putin, che si lamenta con il dittatore sudanese Omar Al Bashir, prima che fosse rovesciato l’11 aprile scorso,  perché non segue i suoi consigli, di non essere abbastanza attivo e di adottare una “posizione estremamente cauta”.

Prigozhin, incriminato a suo tempo dal consigliere speciale statunitense Robert Mueller per aver gestito sui social media la diffusione di fake news per favorire la campagna presidenziale di Donald Trump nel 2016, è stato, secondo i documenti, un attore chiave negli sforzi per rafforzare l’influenza russa in Africa.

Effettivamente sembra ora che i suggerimenti russi siano stati accolti. La scorsa settimana i militari hanno invitato in Sudan un gruppo di giornalisti stranieri perché si rendessero conto della situazione. Per prima cosa sono stati accompagnati in alcuni ospedali saccheggiati, secondo le guide, dai manifestanti e come stessero tornando alla normalità. In realtà quelle strutture erano state attaccate dai famigerati paramilitari del Rapid Support Forces (gli ex janjaweed).

Manifestanti in Sudan
Foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

“Portarci lì deve essere sembrata a qualcuno una buona idea, anche se non riesco a immaginare perché – ha commentato il giornalista della BBC Fergal Keane – . Il piano era di mostrarci quanto i manifestanti si fossero comportati in modo terribile. Se il mondo potesse vedere come sono andate realmente le cose, capirebbe che il regime non ha avuto altra scelta che mandare la milizia. Ma non è così. I paramilitari, guidati dal generale Mohammad Hamdan Daglo detto Hemetti, sono dappertutto anche negli ospedali “saccheggiati”  e appaiono più un esercito di occupazione che una forza di sicurezza interna”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Camerun: via al dialogo con la mediazione svizzera per sventare la guerra civile

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 luglio 2019

Sei membri della sicurezza del presidente del Camerun Paul Biya, ospite abituale dell’albergo Intercontinental di Ginevra, città che considera la sua seconda casa, sono stati arrestati la scorsa settimana dalla polizia giudiziaria elvetica, perchè accusati di  aver partecipato all’aggressione di un giornalista della Radio Televisione Svizzera.

I sei protagonisti del pestaggio sono stati giudicati per direttissima. Quattro di loro sono stati condannati a quattro mesi di prigione, altri due a tre; a tutti è stato concessa la condizionale e dunque sono nuovamente a piede libero.

Paul Biya, presidente del Camerun con la moglie

Le bodygard del presidente si sono scagliate contro il giornalista, perchè stava filmando un piccolo gruppo di persone della diaspora camerunense mentre manifestava davanti all’albergo di lusso ginevrino contro l’anziano patriarca Paul Biya, al potere dal ben 37 anni. Biya viene spesso a Ginevra e la cifra giornaliera per ospitare lui e il suo staff all’Intercontinental si aggira sui 40.000 dollari. Ovviamente a spese delle casse dello Stato, mentre la maggior parte della popolazione camerunense vive in miseria.

L’aggressione è avvenuta in pieno centro ed è durata non più di 30-40 secondi, ma ha provocato un incidente diplomatico tra la Svizzera e il Camerun non di poco conto. Il ministero degli Esteri elvetico ha convocato immediatamente il rappresentante diplomatico camerunense accreditato nella Confederazione, comunicandogli che tali episodi sono inaccettabili, in quanto qui la libertà di stampa è un diritto fondamentale e come tale va rispettato.

L’episodio è accaduto in un momento davvero delicato, visto che la Svizzera ha assunto il ruolo di mediatore tra il governo di Yaoundé e le due regioni anglofone (Nord-Ovest e Sud Ovest), dove si consuma un sanguinoso conflitto dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Crisi nelle zone anglofone del Camerun

Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre minimizzato il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con la popolazione anglofona. Anzi, a maggio, poco prima che la “questione Camerun” approdasse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il primo ministro Joseph Dion Ngute, si era recato nella zona anglofona. In tale occasione aveva fatto sapere che Yaoundé era pronta al dialogo, ma ha escluso trattative su secessione e separazione. Mentre il ministro per l’Amministrazione territoriale, Paul Atangana Nji, uomo di fiducia del presidente, ritiene che i separatisti non avrebbero nessun mandato per poter parlare a nome della popolazione anglofona. Infine il ministro ha apostrofato i secessionisti come “impostori”.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha salutato positivamente la proposta di mediazione della Confederazione elvetica. In una nota del 27 giugno 2019 il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha spiegato che, insieme al Centro per il dialogo umanitario (HD Centre) tenterà di trovare “una soluzione negoziata, pacifica e duratura della crisi”.

E anche Tibor Nagy, Assistente Segretario di Stato degli Stati Uniti per gli affari africani, ha fatto sapere che Washington approva la mediazione elvetica. Bisogna ricordare a questo punto che dall’inizio dell’anno il Pentagono ha ridotto i suoi aiuti militari al governo di Yaoundé per gravi violazioni dei diritti umani commessi dalle forze dell’ordine e aveva preteso che i responsabili di questi delitti venissero processati.

Alla fine di giugno il ministero della Difesa camerunense annesso che sette militari, accusati di  esecuzioni extragiudizali, saranno processati. La data dell’udienza non è ancora stata fissata. Dopo la diffusione di un video che dimostrano le barbarie commesse da alcuni soldati dell’esercito di Yaoundé, inizialmente il governo aveva negato tutto, bollando il filmato come “fake news”. Solo dopo l’indignazione e le pressioni della comunità internazionale sembra che ora i colpevoli debbano rispondere dei crimini commessi.

La crisi anglofona ha causato la morte di quasi duemila persone, mentre ben più di mezzo milione di residenti hanno lasciato le loro case a causa di scontri e violenze. Un conflitto che potrebbe sfociare in una guerra civile, se i dialoghi in atto dovessero fallire.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Maglia nera: le atlete rosanere vincono ma l’Italia dello sport è campione di razzismo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
11 luglio 2019

Venne presa a uova in faccia perché era nera. E per poco non ci rimise un occhio e la carriera. Vi ricordate di Daisy Oyemvenosa Osakue, la discobola, oggi ventiquattrenne, al centro lo scorso anno di quell’episodio di razzismo, a Moncalieri, nel Torinese? E vi ricordate di Ayomide Temilade Folorunso, 23 anni, oggi super ostacolista tricolore, che nel luglio 2018 divenne simbolo dell’Italia multiculturale dopo la conquista di una medaglia d’oro nella staffeta ai Giochi del Mediterraneo?

Daisy e Ayomide oggi risplendono d’oro. L’oro di Napoli, sono state subito rinominate. Daysi Osakue ha vinto, l’8 luglio, la prima medaglia dell’Atletica leggera alla 30° edizione delle Universiadi in svolgimento a Napoli dal 2 al 14 luglio.

L’azzurra, che studia criminologia alla “Angelo State University” (ASU) , in Texas, ha conquistato il titolo con il primato personale di 61,69 nel lancio del disco. Ha allungando la gittata di 34 centimetri rispetto al 61,35 che aveva realizzato nella stagione del college USA. E’ la settima misura italiana di ogni epoca. La torinese delle Fiamme Gialle  (Guardia di Finanza) al quinto turno di lanci ha scalzato la più quotata tedesca Claudine Vita (61,52) e ha superato per la seconda volta la misura richiesta per i Mondiali di Doha del prossimo autunno. Dove, quindi, la vedremo raggiungere il sogno della sua vita.

Ayomide Temilade Folorunso fotografata durante una corsa ad ostacoli da Jesus Diges per EPA-EFE durante i XVIII giochi del Mediterraneo a Tarragona, Spagna, il 27 giugno 2018.

Ayomide Folorunso, nel tardo pomeriggio del 10 luglio, ha ottenuto la medaglia d’oro nei 400 ostacoli femminili, col tempo di 54″74. Il bis del 2017  di Taipei.  Al traguardo, nella pista dello stadio San Paolo rimessa a nuovo per i Giochi Universitari mondiali, ha preceduto la sudafricana Zeney Van der Walt (55″73) e la norvegese Amalie Iuel (56″13). Il suo è il secondo tempo italiano di ogni epoca, dicono gli esperti, e l’ottavo al mondo dell’anno. Purtroppo è mancato il grande pubblico ad assistere a questa performance e all’undicesima medaglia d’oro per l’Italia a queste Universiadi: poco più di mille spettatori! Anche Ayo, che studia Medicina (altrimenti non avrebbe potuto partecipare alle Universiadi) per diventare pediatra, mira ai mondiali di Doha di fine settembre e lancia uno sguardo anche più in là: verso le Olimpiadi di Tokio del 2020.

Daysi e Ayomide, (detta “Ayo”), due stelle “nere” nel firmamento atletico italiano, per qualche aspetto hanno vicende biografico-sportivo simili. Entrambe sono figlie di genitori nigeriani, entrambe hanno “faticato” a diventare cittadine italiane, pur brillando nello sport fin da ragazzine.

Daisy Oyemvenosa Osakue

La seconda è nata proprio in Nigeria, ad Abeokuta, villaggio del Sud-Ovest del Paese, fondato dalla popolazione in fuga dai commercianti di schiavi. “Ayo” (che vuol dire “gioia”) dal 2004 si è stabilita con i genitori – la mamma Mariam e il papà Emmanuel, geologo minerario – a Fidenza. Qui è stata notata e valorizzata nelle competizioni scolastiche e dopo anni di attesa è entrata in Nazionale. E nella Fiamme Oro della Polizia.

Daysi, invece, è nata e cresciuta a Torino e si è sempre sentita parte naturale dello Stivale, anche se la cittadinanza italiana la ha avuta solo nel 2014, al compimento dei 18 anni. Lei stessa, sul tema dello “ius soli” più di una volta ha raccontato le difficoltà incontrate nel corso della sua carriera agonistica e gli episodi di discriminazione subiti.

Daisy Oyemvenosa Osakue davanti all’ospedale dove è stata operata dopo essere stata colpita da un uovo in un occhio

 

Daysi e Ayo fanno parte di quella onda rosa (o rosanera) che si è abbattuta sulle Universiadi di Napoli. Le donne, infatti, hanno conquistato due terzi del bottino (oltre 33 medaglie). Sarebbe, però, ingiusto trascurare un altro atleta figlio dell’Italia multicolore, che ha sfiorato il podio. Delle nostre due campionesse, infatti, abbiamo già parlato anche su questo quotidiano online per le loro capacità agonistiche e il loro impegno civile. Merita (ri)conoscenza e amirazione anche Iliass Aouani, che non è da meno in pista e nella vita.

Iliass, italo marocchino, nella finale dei 10.000 metri, dominata dal sudafricano Mokofane Kekana (29:29.43) ha perso il podio per soli 5 secondi.  Iliass Aouani ha 24 anni, vive a Milano nel quartiere periferico di Ponte Lambro e da 10 anni è tesserato  per l’Atletica Riccardi 1946.

Iliass Aouani

Dopo aver iniziato gli studi universitari al Politecnico di Milano, nel 2015 si era  trasferito in Texas alla Beaumont University grazie ad una borsa di studio ricevuta dal college americano per meriti sportivi. L’anno successivo aveva però deciso di cambiare università, passando alla Syracuse University nello stato di New York. Gli studi non lo hanno distolto dalla pista, la pista non lo ha alienato al punto da trascurare i libri.

“Parallelamente agli studi – ha scritto tempo fa la Gazzetta dello Sport – , non sono mancati nell’ultimo triennio importanti risultati cronometrici. Una scelta di studio e di vita coraggiosa e controcorrente la sua, rispetto a tante altre che vedono solo nell’entrata in un gruppo militare la possibilità di fare atletica ad alto livello”.

“Fare solo atletica non mi assicura il futuro – aveva commentato Iliass – . Qui in America ho trovato le condizioni ottimali per far coesistere gli studi universitari con l’atletica di alto livello. In Italia era impossibile”.

Costantino Muscau

Morte di una suora in Sud Sudan nel 2016 diventa un giallo. Era un agguato?

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 luglio 2019

“Ero a Yei quando è stata uccisa suor Veronika. Molte porcate del vescovo, di associazioni italiane e il commercio di attrezzature ospedaliere. Le falsità di ogni articolo pubblicato provano che è stata attirata in un agguato”.

Parole forti, concise, plumbee sulla morte di suor Veronika Racková in Sud Sudan nel 2016 a Yei, 150km a sud-ovest della capitale, Giuba. È l’accusa di Giorgio Pizzotti, artigiano edile volontario italiano che ristrutturava alcuni locali del Centro sanitario di Santa Bakhita di Yai. Non ci sta alle versioni ufficiali passate dai giornali ecclesiastici all’epoca dei fatti. Non ci sta alle azioni di alcuni personaggi italiani e sudsudanesi. E vuole denunciarne le azioni ad Africa ExPress.

Centro sanitario Santa Bakhita, a Yei, Sud Sudan
Centro sanitario Santa Bakhita, a Yei, Sud Sudan

Suor Veronika, slovacca, era un medico e direttrice del Santa Bakhita. La versione ufficiale dice che la sera del 15 maggio 2016, verso le 20, era al volante di un’ambulanza, dopo aver portato una partoriente all’ospedale.

Mentre era alla guida era stata investita da una raffica di proiettili sparati da una ronda anticrimine dell’esercito sud-sudanese (SPLA). Portata subito all’ospedale locale, per la gravità delle ferite, era stata trasportata d’urgenza in elicottero a Nairobi e operata. La religiosa era morta qualche giorno dopo, il 20 maggio.

Mappa del Sud Sudan e suor Veronika, morta il 20 maggio 2016
Mappa del Sud Sudan e suor Veronika, morta il 20 maggio 2016

Secondo Pizzotti, alcune cose non tornano. Innanzi tutto l’ora della sparatoria. “Quando suor Veronika è partita io ero lì nel mio alloggio. È uscita verso le 19 per accompagnare la partoriente ma è tornata poco dopo le 20” – racconta. “Verso la mezzanotte ho sentito l’ambulanza partire ma non sono riuscito a raggiungerla per accompagnarla. Qualcuno le aveva telefonato per un appuntamento che l’ha portata verso la morte?”.

Ma c’è altro: un container che l’operaio edile ha visto caricare con attrezzature medicali usate è arrivato a Yei pieno di cianfrusaglie. Niente strumenti che sarebbero serviti per la sala operatoria del Centro, tra l’altro inesistente. “All’arrivo del container, preparato da Antonio Carovillano, missionario laico, mancavano molte cose, le più preziose” – scrive Pizzotti. “In compenso era pieno di immondizia varia dovuta allo svuotamento dell’alloggio della sua defunta suocera”.

Parte delle attrezzature caricate su un camion all'ospedale di Rapallo. Foto di Pizzotti, scattata il 17 febbraio 2016
Parte delle attrezzature caricate su un camion all’ospedale di Rapallo. Foto di Pizzotti, scattata il 17 febbraio 2016

“Parte del materiale mai arrivato era stato ritirato all’ospedale di Rapallo, assieme al frate francescano Emilio Ratti. Con la dottoressa incaricata, abbiamo sempre parlato di Sud Sudan. Ma dalle bolle d’accompagnamento ho scoperto che è stata donata alla onlus del frate”.

Dove sono finiti i macchinari per la sala operatoria di Santa Bakhita? Nel suo profilo Facebook, il muratore era infuriato per essere stato “complice” a sua insaputa. “Il fatto che le attrezzature per la sala operatoria da me ritirate in diversi ospedali del Piemonte e Liguria, assieme a Carovillano e Ratti, non fosse nel container, mi rende furioso. Ho partecipato ad un’azione spregevole”.

https://www.facebook.com/giorgiopizzotti57/posts/967808973574069

Per il volontario c’è di mezzo una truffa e forse la suora l’aveva scoperta. Pizzotti lo aveva scritto anche alle Suore Missionarie dello Spirito Santo di Roma (SSpS), ordine di suor Veronika, senza ricevere risposta. “Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare la verità” – scrive sulla sua pagina FB. “Sarebbe stato imbarazzante, chissà quante storie si sarebbero scoperte. Anche l’ordine delle Suore Missionarie, ha archiviato tutto definendola ‘martire’. Serviva il suo silenzio. E silenzio eterno si è avuto”.

Antonio Carovillano e Gianangelo Ghidotti hanno risposto alle dichiarazioni di Pizzotti. “Voglio soltanto ricordare che suor Veronika è stata uccisa tre giorni prima dell’arrivo del container a Yei” – afferma Carovillano. “Ho un documento redatto da Padre James Ojet, segretario generale di tutte le chiese del Sud Sudan”. Il documento asserisce che le notizie al riguardo “sono solamente ed esclusivamente notizie false”. Carovillano dichiara che a settembre prossimo può documentare con foto, testimonianze e documenti vari, che quanto scritto da Pizzotti non contiene un minimo di verità.

Anche Ghidotti, collaboratore di Carovillano per il Centro Santa Bakhita non concorda con l’ipotesi dell’agguato. “La morte di Suor Veronika è stata una tragedia figlia della guerra, come purtroppo ve ne sono quotidianamente lì. Non c’entrano nulla qualche ecografo scassato mai partito (per fortuna!) e destinato al macero”.

E prende le difese del frate: “Scrivete citando Emilio Ratti, medico, missionario francescano che opera in Congo. Lasciate intuire che lui si sarebbe impadronito di parte delle attrezzature destinate a Yei. Esistono dei regolamenti regionali precisi. Stabiliscono che possono accedere ai beni dismessi solo organizzazioni religiose o non profit  riconosciute dalle Regioni e ivi residenti”. Ci ha detto che provvederà all’invio in redazione delle fotografie scattate, proprio a Yei, del materiale inviato e arrivato.

Africa Express rimane in attesa dei documenti e delle foto per scoprire la verità su una storia che appare poco trasparente.

(ultimo aggiornamento 18 agosto 2019)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, June 2019

On the 6th of April 2019, more than six months after her abduction, somebody turned on Silvia’s phone which was connected to a Kenyan Safaricom Company SIM card. They logged into Whatsapp and abandoned a work group chat that the twenty-three year old was part of with some of her friends. The other participants (5 people) received a message: “Silvia Romano has abandoned the group”. That African phone number now results as inexistent, the phone is turned off. But who had Silvia’s phone in their hands? Who is it that used it to abandon the group chat? Above all, why did this person make Silvia leave the Whatsapp account? This caused the deletion of all the vocal messages that Silvia had exchanged with her friends.

La custodia della scheda Airtel usata da Silvia. Ora è scaduta

The twenty-three year old Italian volunteer had two Kenyan numbers and one Italian number. The Airtel number has expired, but, up until a few days before my arrival with my American colleague Hillary Duenas at the Malindi police station, Silvia’s phone had been seen on Inspector Peter Murithi’s desk who was then supposed to have given it to his colleagues in Nairobi who manage the Silvia Romano file. However, there is no trace of the telephone and sim card in the capital.
In Nairobi they pass the buck back. “ We don’t know anything about it…” states an employee at the training centre for investigators on Mombasa Road. “ …isn’t the phone in Malindi?

When Silvia was kidnapped, she left her phone in her room in Chakama in the unnamed 7 room guest house. During the following days the phone was given to the police in Malindi when they arrived to investigate the place. It contained a Safaricom sim card. But what had happened to the other two sim cards, the Airtel one and the Italian one?

La macchina fotografica di Silvia recuperata nella sua stanzetta alla Guest house di Chakama

Chakama is a small village. The phone line only works in some places. Silvia used that SIM card because it was cheaper than using Safaricom phone company. She used to find the spot where her phone would get some signal, so she could talk well enough.

The young volunteer bought her SIM card on November the 5th, as we know from the office’s file, after she landed in Mombassa airport. the Fatto Quotidiano newspaper tells us how nobody, either Italian or Kenyan, has verified this particular matter.

Lo screenshot nel quale c’è scritto che Silvia ha abbandonato. Qualcuno quindi ha usato il suo account whatsapp

In Kenya you can use your phone as cash machine, something is not possible to do in Italy. You can send and receive money via an app called M-pesa (“pesa” means money). People use their phones to pay bills, restaurant bills, shopping in every store. Even in the smallest village in the African savannah like Chakama, ir is through phones that Silvia and other volunteers receive money to pay for staff, children’s school and to buy food.

But some of the vocal messages Silvia used to send have been deleted whilst other messages are very clear. Silvia clearly critiqued Davide Ciarrapica, the man she went to volunteer for a year ago, in July 2018, at Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre.
The young volunteer sent this message: “the thought that he (Davide) is working so badly… wasting so much money, ruining this kids, because he is ruining them, he is deceiving them. He is making them living in a different world which is not those children’s world. When those children will leave the orphanage at eighteen years of age they will find a completely different lifestyle and this is wrong, it is so wrong for them. Davide is wasting so much money in bullshit instead of accommodating other kids, instead of doing new projects and this is torturing my head more every day, I am even doing some calculation, he has taken so much money from me and other volunteers, where the hell did the money went? He is such an unstable person. He, like others should not have a children’s home because he needs to sort himself out before solving other people’s problems”.

In order to stay at Davide’s children home, Silvia had to pay 10 euros a day, so in a month time that was 300 euros. Silvia also paid for some presents (she even bought a goat) but she was not happy with how the money from all the donation was managed. She also complained of Davide’s personality as being grumpy and short-tempered.
Davide always profusely thanked people who would make donations through his website or people who would bring presents there.

L’annotazione di Silvia sui soldi versati a Davide Ciarrapica

“I remember this couple who just got married, they arrived with some of their wedding presents and Davide thanked them so enthusiastically” Silvia’s friend reports. But for Silvia never a line, never a word. And she was very, very upset.

Massimo A. Alberizzi

 

With contribution of 
Hillary Duenas

 

 

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

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Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

https://www.africa-express.info/2019/06/09/silvia-romano-africa-express-lancia-raccolta-fondi-per-indagare/

Malawi: proteste contro rielezione del presidente Mutharika

Africa ExPress
Lilongwe, 10 luglio 2019

Nuove proteste in Malawi: il 6 luglio, giorno dell’indipendenza, migliaia di cittadini hanno manifestato disappunto e rabbia contro la rielezione di Peter Mutharika, leader del raggruppamento politico al potere, Democratic Progressive Party, che ha vinto la tornata elettorale dello scorso 21 maggio con il 38,57 per cento delle preferenze. Mentre Lazarus, candidato del partito all’opposizione, Malawi Congress Party, ha perso per una manciata di voti, aggiudicandosi “solamente” il 35,41 per cento.

Tra gli organizzatori della manifestazioni anche ONG e gruppi per la difesa dei diritti umani, accusati di voler rovesciare il governo. Domenica la polizia ha comunicato che durante le dimostrazioni, che si sono svolte in varie città del Paese, sarebbero state arrestate una settantina di persone, incriminate per atti di vandalismo e altri reati simili.

Proteste in Malawi contro la rielezione di Peter Mutharika, presidente del Paese

Subito dopo la chiusura delle urne e ben prima che Malawi Electoral Commission pubblicasse i risultati, supporter dei partiti all’opposizione avevano protestato, denunciando brogli elettorali: avevano rilevato gravi irregolarità durante il processo del voto, tra cui anche l’uso di correttori. Malgrado ciò MEC ha dichiarato Mutharika vincitore delle presidenziali.

Dopo essere stata informata della questione da un tribunale di primo grado, la Corte costituzionale ha stabilito che la disputa elettorale sarebbe dovuta essere discussa in aula. Ancor prima che venisse aperto il processo, Mutharika è stato insediato per il suo secondo mandato il 31 maggio scorso.

Peter Mutharika, presidente del Malawi

Anche Chakwera, malgrado il ricorso del suo partito, ha accettato la carica di deputato dell’opposizione in Parlamento. E, secondo The Nation, un quotidiano malawiano, avrebbe prestato giuramento accompagnato da molti sostenitori del suo raggruppamento politico.

E infine, il 19 giugno è stata eletta per la prima volta una donna come presidente del Parlamento: Catherine Gotani Hara, del maggiore partito dell’opposizione, l’MCP.

In occasione del cinquantacinquesimo anniversario dell’indipendenza, il segretario di Stato statunitense, Michael Pompeo, ha inviato gli auguri a Mutharika per la sua rielezione e ha sottolineato: “Il Paese deve progredire, Mutharika è il nostro presidente per i prossimi cinque anni”.

Il Malawi è uno dei Paesi più densamente popolato di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti, oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Africa ExPress
@africexp

Sospetto brogli in Malawi: la Corte suprema ordina il riconteggio dei voti

Coppa d’Africa, sorprese emozionanti: battuti i più quotati, vincono le matricole

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 9 luglio 2019

La disperazione dei Faraoni corre sul Nilo per colpa dei Bafana Bafana

I Leoni Indomabili sono stati domati dalle Super Eagles. I leoni di Atlantide sono stai divorati dai vegetariani Scoiattoli. Le Aquile di Cartagine volano sulle Stelle Nere. I miti Zebù hanno incornato i Leopardi.Nel mezzo del cammin della sua vita, la Coppa d’Africa di calcio esibisce un campo di appassionanti e clamorose sorprese.

La caduta di alcune big negli ottavi di finale conferma che la palla è rotonda e che – ricordando la saggia massima di Giovanni Trapattoni – “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

Illustri e titolate nazionali calcistiche africane, i quarti di finale della Coppa delle Nazioni Africane, (o – più precisamente –  Total Africa Cup of Nations), che si giocheranno il 10 e l’11 luglio, li soffriranno davanti al teleschermo.

Ma – per il lettore non avvezzo a mangiare pane e pallone – vediamo di sciogliere quello che sembra un enigma di appellativi o soprannomi.

I padroni di casa dell’Egitto, noti come i Faraoni, sabato sera, sono stati fatti fuori dal Sud Africa, ovvero i Bafana Bafana. E pure in modo ignominioso. Per diverse ragioni: il team della terra del Nilo ospita la 32° edizione del torneo, quindi giocava in casa; era tra i maggiori favoriti alla vittoria finale ed era guidato da Mohamed Salah Galy, detto Momo. Questi – ne abbiamo parlato anche su questo quotidiano online  – è uno dei più celebri attaccanti del Liverpool e dell’intero football africano. Senza dimenticare che i Bafana Bafana erano giunti alla competizione quasi per miracolo. La sconfitta per 1-0, subita davanti al pubblico di casa ad opera dei meno titolati sudafricani, ha tolto a Momo la possibilità di vincere il pallone d’oro (e infatti ha dichiarato di essere devastato). Ma ha portato anche all’immediato licenziamento dell’allenatore, Javier Aguirre Onaindia, 61 anni, ex calciatore messicano e alle dimissioni del presidente dell’Egypt Football Association, Hani Abo Rida.

Insomma un lutto e un disastro nazionali all’ombra delle Piramidi.

Il Camerun, i cui giocatori sono soprannominati “i Leoni Indomabili”, campioni in carica, a sorpresa sono stati mandati a casa dai Super Eagles nigeriani, allenati dall’ex giocatore olandese del Milan, Clarence Seedord, al termine di un emozionante incontro finito 3-2. Tra i nigeriani hanno fatto festa anche gli “italiani” Aina del Torino e Troost-Ekong dell’Udinese, schierati titolari dal commissario tecnico tedesco Gernot Rohr. Nei quarti di finale, domani 10 luglio, si sfideranno tra loro proprio Nigeria e Sudafrica.

Restando nel campo dei Leoni, quelli di Atlantide, (appellativo dei marocchini), sono stati beffati dagli scoiattolini del Benin, che, quattòn quattoni, si sono qualificati con tre pareggi, e con l’unica vittoria, contro il  Marocco il 5 luglio, ottenuta ai rigori dopo l’ennesima parità ai tempi supplementari.

Ma torniamo alle Aquile. Ieri notte, “Le Aquile di Cartagine”, come è definita  la nazionale di calcio della Tunisia, sono volate ai quarti di finale alla conclusione di un match contro il Ghana, ribattezzato “Stelle nere”.

Un match che è poco definire folle, con un epilogo da infarto nello stadio di Ismailia. Le due squadre sono andate ai tempi supplementari su 1-1, si sono sfiancate per un’altra mezz’ora e alla fine si sono confrontate con i calci di rigore. E ha vinto per 6 – 5 la Tunisia, che se la vedrà con la grandissima, inattesa new entry: il Madagascar.

Proprio i malgasci, noti in Africa come  Barea o Zebu, alla prima presenza nel più importante torneo continentale.

Prima di elogiare i Barea è opportuno un attimo di pausa per il riassunto delle puntate perdute.

La Coppa delle Nazioni Africane è in svolgimento dal 21 giugno scorso e per la prima volta vi partecipazione 24 squadre, purtroppo nel periodo più caldo dell’anno! Le 24 nazionali sono state suddivise in sei gironi Al termine della prima fase, in tutto 36 partite giocate fino al 2 luglio) le prime due di ogni gruppo e le quattro migliori terze sono andate agli ottavi di finale. In tutto 16 compagini che si sono sfidate a eliminazione diretta (dal 5 all’8 luglio), con supplementari e rigori in caso di parità. E qui è venuto il bello (o il brutto) a seconda dei punti di vista. Ai rigori si è qualificato il Benin (che il 10 luglio se la vedrà col Senegal), e ai rigori il Madagascar ha piegato la Repubblica Democratica del Congo.

Afocon 2019: giocatori malgasci esultano

Ha scritto Walter Perosino di Tuttosport: “Il Madagascar non si ferma più e continua a stupire un continente. Questa matricola terribile rappresenta un’isola e conta qualcosa come un milione di abitanti, nazionale a quota 108 nel ranking Fifa. Eppure ad Alessandria idealmente sugli spalti (quasi vuoti ndr) era accomodata tutta la nazione, un’onda travolgente di passione contagiosa confermata dalla presenza in tribuna d’onore del presidente nazionale Andry Rajoelina. Di solito i politici si fanno vedere quando si celebra l’ultimo atto, ma in Madagascar ogni partita vale come una finale. Le Barea sono diventati degli idoli nazionali, così come il tecnico che li ha ispirati, il francese Nicolas Dupuis, un part-time che divide il suo impegno tra la nazionale malgascia e la squadra francese Football Club Fleury 91, specializzata nel crescere giovani calciatori. La nazionale che si ispira agli zebù, animale che appare stilizzato nello stemma ufficiale e sulle maglie, allinea giocatori dai cognomi impossibili da memorizzare – esempio la stella Charles Andriamanitsinoro, attaccante dei sauditi dell’Al-Adalah -, ma sta tenendo fede allo slogan coniato dai tifosi accorsi in Egitto, never give up, non mollare mai, per proseguire un sogno che nessuno all’inizio del cammino avrebbe potuto immaginare”.

La collega del Guardian, Amy Lawrence, non è stata da meno. Ha ricordato che la quarta isola più grande del mondo è ricca di natura ma anche di… povertà e povera di impianti calcistici nonostante il pallone sia lo sport nazionale.

E ha fatto conoscere episodi toccanti. Quando nel 2001 la nazionale alloggiava in un albergo in costruzione, i giocatori stavano attenti a non disturbare gli imbianchini, a non inciampare nei cavi elettrici e nelle galline che circolavano starnazzanti in quella che doveva essere la reception. Eppure oggi i Barea possono sognare. Dopodomani, allo stadio Al Salam, del Cairo, si opporranno alla Tunisia, una delle formazioni più quotate del Continente nero. Ha vinto la Coppa d’Africa nel 2004 e si è qualificata per ben 5 volte alla fase finale dei Campionati del Mondo.

Insomma Golia contro Davide. Ma i miti Zebù vogliono stupire ancora.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Silvia Romano le nuove indagini e i messaggi alle sue amiche

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Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, luglio 2019

“Appena letto. Bellissimo. Grazie di aver pensato a me. Anche io mi ci sono rispecchiata tanto. E più passano i giorni, più sono convinta della mia scelta di andare contro corrente. Contro gli schemi della società che ti impongono tanti limiti. Ma io non voglio seguire il giudizio di persone care, un papà o un’amica, che non possono capire questa scelta e non la comprenderanno mai. Non gliene faccio una colpa. Mi dispiace, per loro che non immaginano quanta vita si perdono a fare del bene. A entrare nella quotidianità di altri popoli. A viaggiare, avere nuovi amici splendidi di un altro continente. Come fratelli. Incontrare la luce che hanno questi bimbi. E vorrò continuare a seguire questa strada finché lo sentirò.

Questo è il messaggio whatsapp scritto da Silvia a una delle sue migliori amiche. Era felice di andare ad aiutare i meno fortunati di lei

Negli ultimi quattro mesi ho incontrato così tante persone straordinarie. Tra cui anche tu. Che mi hai regalato il viaggio e sono sicura che ne incontrerò ancora tante. E così diventerò una persona migliore”.
Così l’11 novembre, cioè nove giorni prima di essere rapita, e subito dopo aver letto il libro “Bianco come Dio” di Nicolò Govoni, Silvia Romano scriveva a una sua amica. “Un messaggio che trasuda determinazione, caparbietà e tanta intelligenza. Una capacità di andare contro corrente per capire il mondo e non farsi travolgere da esso. Lei ci provava con tanto cuore e braccia aperte verso gli altri, i meno fortunati di lei – spiega Anna (il nome è di fantasia per rispettare la privacy in un momento tanto delicato) la ragazza che era l’amica del cuore di Silvia – . Lei rappresenta l’Italia migliore di cui andare orgogliosi.”

Dopo che per settimane le indagini sul rapimento di Silvia Romano, sequestrata il 20 novembre in un piccolo villaggio keniota, erano ferme, ora finalmente qualcosa si sta muovendo. I carabinieri del ROS hanno convocato altre persone ascoltate come “informate dei fatti”. Amiche di Silvia, volontari e volontarie che hanno lavorato a Chakama per l’organizzazione Africa Milele, dove la giovane milanese rapita prestava la sua opera di aiuto ai bambini locali. Ma non solo. Anche gli inquirenti kenioti hanno finalmente dato segni di vita. A Chakama, il villaggio dove la giovane italiana è stata portata via da un commando di uomini armati solo di pistole e di una granata lanciata più per spaventare che per uccidere, sono ricomparse le camionette della polizia.

“La violenza al momento del ratto – commenta un ispettore di polizia a Nairobi – sembrava più una messa in scena teatrale. I rapitori hanno portato via Silvia in spalla, hanno raggiunto il fiume Athi Galana Sabaki, poco lontano, quasi in secca. L’hanno guadato a piedi e quindi raggiunto le motociclette che avevano lasciato al di là. Avrebbero potuto agire di sorpresa, arrivare a Chakama direttamente in sella dei loro mezzi, prendere Silva e allontanarsi così. Invece hanno scelto una strada più complicata e difficile dove qualcuno avrebbe potuto seguirli e individuarli. Nessuno invece gli è andato dietro”. L’ispettore e ottimista: “Se dovessi scommettere direi che Silvia è viva e tenuta da qualche parte”.

La ventitreenne milanese Silvia Costanza Romano

Indagini effettuate in loco da Africa ExPress e dal Fatto Quotidiano hanno chiarito alcune cose sul conto di Francis Kalama, il pastore anglicano che Silvia aveva denunciato alla polizia per molestie nei confronti di alcune bambine. In realtà il religioso si chiama Francis Kahindi Charo, è originario di Malindi, dove vive con la sua famiglia. Ora risiede a Marafa, un altro piccolo villaggio dell’interno (guarda caso al di là del fiume Athi Galana Sabaki) dove è stato inviato come sacerdote a guidare la comunità dell’ACK, African Churches of Kenya, in quell’area.

Sabato scorso, stava celebrando un funerale. Nessuno dei partecipanti sapeva della denuncia fatta da Silvia. Lo stringer del Fatto Quotidiano domenica mattina ha avuto modo di scambiare poche parole direttamente con lui: “La polizia non mi ha cercato e non so di nessuna denuncia nei miei confronti. A novembre, quando ho conosciuto Silvia – ha continuato – sono andato a Chakama per la prima volta. Ero stato mandato lì dal mio superiore per organizzare la nostra comunità. Ci tornerò tra poco – ha aggiunto -. Ho saputo del rapimento della ragazza dalla radio nazionale. E, ripeto, non so nulla della denuncia”.

Al villaggio dove la ventitreenne milanese è stata rapita è arrivata la notizia che le indagini sono riprese in maniera assidua. Pattuglie della polizia continuano a muoversi per i polverosi sentieri del centro abitato. Venerdì gli agenti hanno prelevato alcune persone che sono state portate alla centrale di Malindi per nuovi interrogatori. Si tratta di Ronald Karissa, il ragazzo che si trovava in casa con Silvia al momento del rapimento e si è preso una bastonata perché non si muovesse, e, di nuovo, Elizabeth Kasena, la ragazza dal cui telefono risultano partite delle chiamate ai cellulari dei rapitori. Con loro è stato portato a Malindi per essere interrogato come testimone anche l’area chief (una sorta di sindaco) di Chakama. Moses Lwali Chende, l’uomo arrestato subito dopo il rapimento di Silvia e marito di Elizabeth Kasena, accusato di avere partecipato alla logistica del rapimento è a breve (fine luglio primi d’agosto, la data non è stata ancora fissata) atteso al tribunale di Malindi per essere processato.

La polizia keniota sospetta che tra le persone interrogate ci sia qualcuno che da giorni stava monitorando in maniera insospettabile i movimenti di Silvia e delle persone addette alla sicurezza e che, in qualche modo, abbia fatto da “palo”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi

Dal Nostro Archivio l’Inchiesta sul Rapimento di Silvia Romano

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

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Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”