Morte di una suora in Sud Sudan nel 2016 diventa un giallo. Era un agguato?

Nel 2016, a Yei, una suora moriva in una sparatoria. Un incidente? Alcuni dettagli sul fatto di sangue non tornano: un container che arriva senza attrezzature medicali, l’orario diverso dello scontro a fuoco. Un volontario non crede all’incidente e racconta

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 luglio 2019

“Ero a Yei quando è stata uccisa suor Veronika. Molte porcate del vescovo, di associazioni italiane e il commercio di attrezzature ospedaliere. Le falsità di ogni articolo pubblicato provano che è stata attirata in un agguato”.

Parole forti, concise, plumbee sulla morte di suor Veronika Racková in Sud Sudan nel 2016 a Yei, 150km a sud-ovest della capitale, Giuba. È l’accusa di Giorgio Pizzotti, artigiano edile volontario italiano che ristrutturava alcuni locali del Centro sanitario di Santa Bakhita di Yai. Non ci sta alle versioni ufficiali passate dai giornali ecclesiastici all’epoca dei fatti. Non ci sta alle azioni di alcuni personaggi italiani e sudsudanesi. E vuole denunciarne le azioni ad Africa ExPress.

Centro sanitario Santa Bakhita, a Yei, Sud Sudan
Centro sanitario Santa Bakhita, a Yei, Sud Sudan

Suor Veronika, slovacca, era un medico e direttrice del Santa Bakhita. La versione ufficiale dice che la sera del 15 maggio 2016, verso le 20, era al volante di un’ambulanza, dopo aver portato una partoriente all’ospedale.

Mentre era alla guida era stata investita da una raffica di proiettili sparati da una ronda anticrimine dell’esercito sud-sudanese (SPLA). Portata subito all’ospedale locale, per la gravità delle ferite, era stata trasportata d’urgenza in elicottero a Nairobi e operata. La religiosa era morta qualche giorno dopo, il 20 maggio.

Mappa del Sud Sudan e suor Veronika, morta il 20 maggio 2016
Mappa del Sud Sudan e suor Veronika, morta il 20 maggio 2016

Secondo Pizzotti, alcune cose non tornano. Innanzi tutto l’ora della sparatoria. “Quando suor Veronika è partita io ero lì nel mio alloggio. È uscita verso le 19 per accompagnare la partoriente ma è tornata poco dopo le 20” – racconta. “Verso la mezzanotte ho sentito l’ambulanza partire ma non sono riuscito a raggiungerla per accompagnarla. Qualcuno le aveva telefonato per un appuntamento che l’ha portata verso la morte?”.

Ma c’è altro: un container che l’operaio edile ha visto caricare con attrezzature medicali usate è arrivato a Yei pieno di cianfrusaglie. Niente strumenti che sarebbero serviti per la sala operatoria del Centro, tra l’altro inesistente. “All’arrivo del container, preparato da Antonio Carovillano, missionario laico, mancavano molte cose, le più preziose” – scrive Pizzotti. “In compenso era pieno di immondizia varia dovuta allo svuotamento dell’alloggio della sua defunta suocera”.

Parte delle attrezzature caricate su un camion all'ospedale di Rapallo. Foto di Pizzotti, scattata il 17 febbraio 2016
Parte delle attrezzature caricate su un camion all’ospedale di Rapallo. Foto di Pizzotti, scattata il 17 febbraio 2016

“Parte del materiale mai arrivato era stato ritirato all’ospedale di Rapallo, assieme al frate francescano Emilio Ratti. Con la dottoressa incaricata, abbiamo sempre parlato di Sud Sudan. Ma dalle bolle d’accompagnamento ho scoperto che è stata donata alla onlus del frate”.

Dove sono finiti i macchinari per la sala operatoria di Santa Bakhita? Nel suo profilo Facebook, il muratore era infuriato per essere stato “complice” a sua insaputa. “Il fatto che le attrezzature per la sala operatoria da me ritirate in diversi ospedali del Piemonte e Liguria, assieme a Carovillano e Ratti, non fosse nel container, mi rende furioso. Ho partecipato ad un’azione spregevole”.

Per il volontario c’è di mezzo una truffa e forse la suora l’aveva scoperta. Pizzotti lo aveva scritto anche alle Suore Missionarie dello Spirito Santo di Roma (SSpS), ordine di suor Veronika, senza ricevere risposta. “Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare la verità” – scrive sulla sua pagina FB. “Sarebbe stato imbarazzante, chissà quante storie si sarebbero scoperte. Anche l’ordine delle Suore Missionarie, ha archiviato tutto definendola ‘martire’. Serviva il suo silenzio. E silenzio eterno si è avuto”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Giornalista pubblicista dal 1979, ha iniziato l'attività con Paese Sera. Negli anni '80/'90, in Africa Australe con base in Mozambico e in seguito in Australia e in missioni in Medio Oriente e Balcani. Ha lavorato per varie ong, collaborato con La Repubblica, La Nazione, L'Universo, L'Unione Sarda e altre testate, agenzie e vari uffici stampa. Ha collaborato anche con UNHCR, FAO, WFP e OMS-Hedip.