Antropologa tedesca: “E’ l’Europa, non l’Africa, la culla dell’uomo eurasiatico”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
19 luglio 2019

Tutte le scoperte scientifiche, hanno una costante di cui si può essere certi: l’ultima, in ordine di tempo, contraddice sempre le precedenti. Potrebbe essere questo il caso del ritrovamento in Grecia di resti umani che farebbero risalire l’esistenza dell’Homo Sapiens a ben 210 mila anni fa, cioè 160 mila anni prima dei reperti trovati in Africa, risalenti a 50 mila anni fa. Questa scoperta, se confermata dalla comunità scientifica internazionale, sconvolgerebbe tutte le precedenti teorie, che vedevano la comparsa del primo Homo Sapiens nel continente africano.

Il teschio dell’ultimo Homo Sapiens, recentemente scoperto nella Grecia meridionale

I fossili del nostro antico progenitore greco, erano stati trovati nel corso di scavi archeologici effettuati verso la fine degli anni ’70 all’interno delle grotte di Apidima, nella Grecia meridionale, ma non avendo tale ricerca, finalità paleontologiche o antropologiche, non erano stati esaminati con la necessaria accuratezza, fino a che, poche settimane fa, la dottoressa Katerina Harvati dell’università tedesca di Tübingen, rilevava nei reperti in questione, le inconfondibili caratteristiche dell’uomo moderno. I reperti consistono in due teschi, uno appunto risalente a 210 mila anni fa e l’altro a “soli” 170 mila. In sostanza, i due ritrovamenti sarebbero riferiti rispettivamente all’Homo Sapiens e all’uomo di Neanderthal, confermando così la teoria che le due specie dell’evoluzione umana si fossero trovate a convivere nello stesso periodo.

Ricostruzione grafica dell’Homo Sapiens europeo realizzata sul ritrovamento in Grecia

Gli esiti di questa classificazione, non lascerebbero dubbi, poiché eseguiti con le più avanzate tecnologie a disposizione della scienza che consentono una radiodatazione certa e una ricostruzione tridimensionale attraverso l’impiego della tomografia computerizzata. Il teschio attribuito all’Homo sapiens, spiega la dottoressa Harvati, presenta le inconfondibili caratteristiche che lo qualificano come tale. Tra queste un cranio più sporgente e arcuato, mentre quelle del secondo reperto, presentano arcate sopraccigliari molto più spesse e pronunciate, con un volume cranico ridotto.

Ricostruzione dell’Homo Sapiens effettuata sui ritrovamenti africani risalenti a 50 mila anni fa

Tuttavia, nel riferire in merito alla sua scoperta, la dottoressa Harvati, non esclude affatto l’origine africana della razza umana. La stessa resterebbe confermata dall’ormai acclarato processo evolutivo che ha avuto inizio da una specie animale – la scimmia, o il suo più simile antenato – esclusivamente presente nel continente africano. “La dispersione dell’Homo Sapiens dall’Africa, verso il continente europeo – ha detto la scienziata in una conferenza tenuta l’otto luglio scorso – ha avuto inizio molto tempo prima di quanto si era finora ritenuto”. La sua impressione, condivisa dal gruppo che l’ha assistita nella ricerca, è che il capostipite dell’Homo Sapiens, abbia fatto la sua comparsa in terra d’Africa, almeno 300 mila anni fa, benché, fino ad ora, non siano ancora stati rinvenuti resti che lo confermino.

La professoressa Katerina Harvati paleontropologa dell’università tedesca di Tübingen

La scoperta dei ricercatori tedeschi ha già ottenuto consensi internazionali tra cui quelli dell’autorevole professor Eric Delson, paleontropologo della City University di New York, ma al di fuori dell’ambiente scientifico occidentale, che si basa esclusivamente sull’oggettività dei propri riscontri, alcuni Paesi asiatici, sembrano non gradire molto che la loro origine sia fatta risalire a un capostipite africano. Tra questi primeggia la Cina che, mostrando un agguerrito sciovinismo, si sta dando da fare per trovare reperti umani nel proprio territorio, nella speranza che questi possano attribuire loro un antenato con indiscutibili occhi a mandorla.

Franco Nofori
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Fonti:
The Journal Nature
Sciencenews.org
Sciencemag.org