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Congo-K: risulta sempre più difficile sconfiggere la decima epidemia di ebola

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 agosto 2019

Ad un anno dalla comparsa della decima epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo le autorità di Kinshasa temono che possa durare altri due, se non tre anni. Si tratta della peggiore propagazione della malattia in termini di morti e durata della stessa nella ex colonia belga e a livello mondiale si posiziona al secondo posto, dopo la pandemia della febbre emorragica del 2014 -2016 che aveva colpito l’Africa occidentale, uccidendo oltre 11.000 persone.

In Congo-K ci sono state dieci epidemie da quando è scoppiata la prima nel 1976. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Allerta ebola in Congo-K

Secondo il bollettino epidemiologico nazionale di ieri, finora 1838 persone sono decedute a causa del letale virus, mentre 2741 hanno contratto la malattia e solamente 789 sono guarite. E proprio per il propagarsi della patologia, il 17 luglio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’attuale epidemia come “Emergenza di salute pubblica di interesse internazionale” (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern). E’ la quinta volta che l’OMS emette un’emergenza di tale gravità. Le precedenti quattro PHEIC erano realitive all’influenza suina del 2009, alla polio nel 2014, all’epidemia di ebola in Africa occidentale nel 2014 e a quella da Zika virus nel 2016.

Nel Nord-Kivu e Ituri, le due province colpite dalla patologia, la situazione geopolitica è assai complessa e ciò rende particolarmente difficile il lavoro degli operatori sanitari per contrastare la diffusione del virus. Gli attacchi continui di gruppi armati e il difficile accesso ad alcune aree impediscono l’organizzazione di un cordone sanitario.

Alle violenze si aggiunge l’ostruzionismo e la diffidenza di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

Proprio ieri sono state attaccate due vetture con a bordo tre medici del ministero della Sanità e un quarto dell’OMS, a Palatalisa, poco distante da Butembo, nel Nord-Kivu. Secondo quanto ha riferito una fonte dell’OMS, uomini armati avrebbero sparato contro le auto, per fortuna senza conseguenze per gli occupanti. I quattro medici lavorano nel centro per il trattamento di ebola di Butembo e sono tutti di nazionalità congolese.

Si intensificano i controlli ebola al confine tra Congo-K e Ruanda

La febbre emorragica ha raggiunto anche Goma, capoluogo del Nord-Kivu. La città è situata nella parte orientale del Congo-K, sulla riva settentrionale del Lago Kivu a poca distanza dalla città ruandese di Gisenyi. Già a metà luglio sono stati registrati casi nel capoluogo, ma dopo la morte di un’altra persona, un cercatore d’oro, il governo di Kigali aveva chiuso le frontiere con il Congo-K giovedì scorso Poche ore dopo il valico è stato riaperto, ma i controlli sanitari sono stati intensificati.

Le autorità congolesi stanno monitorando chi è entrato in contatto con il minatore, che proveniva da Ituri e aveva raggiunto Goma per far visita alla famiglia.  Finora solamente la vedova e la figlia di dodici mesi hanno riscontrato il virus mentre gli altri familiari sono stati vaccinati e sono sotto controllo in un appartamento a Goma.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Migranti africani: dal Camerun a Gibuti le difficili e mortali vie di fuga

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 agosto 2019

Un centinaio di migranti, provenienti dall’Africa occidentale sono stati salvati a largo di Kribi, Camerun, nel golfo di Biafra nell’Oceano Atlantico durante la notte tra il 29 e 30 luglio.

Sull’imbarcazione artigianale viaggiavano 107 persone, tra loro burkinabé, togolesi, nigeriani e ghanesi. Secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni, sarebbero partiti da Cotonou in Benin e diretti a Libreville, la capitale del Gabon. I sette membri dell’equipaggio hanno riferito di essere rimasti senza carburante a causa delle cattive condizioni del mare che li avrebbe costretti a diverse soste.

Naufragio migranti Camerun

I naufraghi sono stati soccorsi dal Battaglione d’Intervento Rapido (BIR) camerunense e da alcuni pescatori del luogo. I malcapitati sono stati trasferiti in seguito a Campo, cittadina al confine con la Guinea Equatoriale, nel sud del Camerun.

Una fonte locale ha fatto sapere che i presunti migranti “clandestini” avrebbero avuto un alterco con i membri dell’equipaggio, che avrebbe chiesto altri soldi ai viaggiatori per l’acquisto di altro carburante necessario a proseguire la traversata via mare.

In seguito i passeggeri, tra loro anche alcune donne e bambini, si sarebbero rivolti alle rispettive rappresentanze diplomatiche in Camerun per ottenere assistenza.

Pur di lasciare il proprio Paese in cerca di una vita migliore, i giovani africani sono disposti a tutto e i trafficanti di uomini trovano sempre nuove rotte per i loro “clienti”. Vie di fuga sempre più lunghe e pericolose.

Mentre durante il naufragio che si è consumato a largo del Camerun non ci sono state vittime, lo stesso giorno sono morti almeno 15 migranti etiopi nel tratto di mare che separa Gibuti dallo Yemen. Sono morti di fame e sete, perchè l’imbarcazione sulla quale viaggiavano una novantina di persone, è rimasta bloccata per una settimana e forse più in mezzo al mare a causa di un’avaria del motore. La tragica notizia è stata diffusa sull’account twitter dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che ha preso in carico i sopravvissuti.

Sono oltre cinquemila i migranti intrappolati attualmente nello Yemen, Paese che tentavano di attraversare malgrado la sanguinosa guerra che si consuma dal 2015 e dove i morti civili non si contano più. La maggior parte dei migranti in Yemen provengono dall’Etiopia, scappano da povertà, in cerca di una vita migliore; tentano di raggiungere l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti in cerca di un lavoro. Non dimentichiamo che il grande Paese, il secondo più popoloso dell’Africa, detiene il triste primato mondiale per numero di sfollati, che attualmente sono quasi tre milioni. Altri provengono della Somalia, in guerra da oltre venticinque anni. Altri ancora dall’Eritrea per fuggire alla più crudele delle dittature africane.

Campo di detenzione per migranti nello Yemen

Abiy Ahmed, il primo ministro dell’Etiopia aveva annunciato all’inizio del mese di aver trovato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti che sarebbero pronti ad accogliere 50.000 lavoratori etiopi già a breve, mentre sarebbero in atto trattative per il trasferimento di altre 200.000 persone nei prossimi anni. Il governo di Addis Ababa ha aggiunto che dialoghi in tal senso si stanno svolgendo anche con il Giappone e alcuni Paesi dell’UE.

I lavoratori disponibili all’espatrio potranno frequentare corsi in diverse discipline (licenza di guida, baby sitter e altro, secondo le proprie capacità).

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita cercano di rafforzare i rapporti e approfondire la loro influenza nei Paesi del Corno d’Africa. Infatti lo scorso anno i due Paesi  sono stati tra i mediatori  dell’accordo di pace tra l’Etiopia e l’Eritrea. Un secondo trattato tra i due Paesi era stato firmato proprio a Jeddah nel settembre 2018.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Yemen: bombe italiane lanciate dai sauditi provocano ondata di migranti

Nuovo trattato di pace tra Etiopia ed Eritrea firmato in Arabia Saudita

Migranti interni in Africa: andavano in Sudafrica ma sono morti annegati in Tanzania

Contro la deforestazione in Costa d’Avorio biocarbone da bacelli del cacao

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1 agosto 2019

Le donne ivoriane chiamano il biocarbone “Effery Mboby”. Un combustibile che ha caratteristiche eccezionali per cucinare. Senza fumo e con un fuoco forte è un tipo di materiale prodotto dai baccelli vuoti dei semi di cacao.

Braciere con il biocarbone derivante daresidui del frutto del cacao (Courtesy APFNP)
Braciere con il biocarbone derivante da residui del frutto del cacao (Courtesy APFNP)

L’idea della rivoluzionaria biocarbonella è dell’Associazione dei proprietari delle foreste naturali di Effery (APFNP), ong che raccoglie trentatre produttori di cacao, nel sud del Paese. Dopo mesi di ricerca e sperimentazione l’ong è giunta alla soluzione ideale che salva le foreste e permette di cucinare senza intossicarsi di fumo.

Chi è stato in Africa conosce bene il problema del combustibile utilizzato dalle donne africane per cucinare. Nell’ex colonia francese, quotidianamente, ogni famiglia usa 4 kg di legna o 2 kg di carbonella.

Effery Mboby, biocarbone derivante da residui del frutto del cacao (Courtesy APFNP)
Effery Mboby, biocarbone derivante da residui del frutto del cacao (Courtesy APFNP)

Questo quantitativo va moltiplicato almeno per tre milioni di famiglie. Un volume di legna che contribuisce pesantemente al disboscamento delle poche preziose foreste del Paese rimaste e generando fumo e inquinamento.

Coné Gaoussou, segretario generale dell’APFNP, ha raccontato alla testata online ivoriana EburnieToday.com come sono arrivati al biocarbone. “Abbiamo cominciato con le bucce di banana. Venivano schiacciate e la pasta era messa a seccare ma la carbonella prodotta faceva troppo fumo. Poi abbiamo utilizzato le scorie del riso e del caffè, fino ad arrivare ai residui del cacao”.

Ma come si crea l’ecocarbone? I baccelli del cacao, di cui la Costa d’Avorio è grande produttrice, vengono chiusi in bidoni. Lì sono lasciati per otto ore, in modo da avere una combustione parziale. Quindi passano al compostaggio dove il materiale carbonizzato è unito all’amido di manioca e messo ad essiccare al sole.

Interno del frutto del cacao
Interno del frutto del cacao

Con 205kg di bucce di caffé vengono prodotti 50kg di carbonella e con lo stesso quantitativo di residui di riso si riescono ad avere 75kg di biocarbone.

Invece, con 118kg di residui dei semi del frutto del cacao si riescono a produrre 40kg di biocarbonella di ottima qualità. Un sistema che elimina scorie inutilizzabili, salva le foreste ed evita intossicazioni da fumo, soprattutto a donne e bambini.

E visto che il progetto funziona con ottimi risultati, l’APFNP ha inventato anche degli speciali bracieri adatti all’uso di quel tipo di combustibile. Foreste, donne e bambini ringraziano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
-Interno del frutto del cacao
Di മലയാളം: കൊക്കോ ഉൾഭാഗം – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Silvia Romano: via al processo, uno degli accusati libero su cauzione di 25 mila euro

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a continuare le inchieste giornalistiche.
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Dall’Inviato Speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 30 luglio 2019

È cominciata la sfilata dei testimoni (una trentina) al processo per il rapimento di Silvia Romano. In realtà i processi sono due. Alla sbarra, in quello di ieri, Moses Luari Chende, un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, e Abdulla Gababa Wari, anche lui keniota, ma della tribù orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala.

Un terzo accusato di aver preso parte al sequestro, Ibrahim Adan Omar, sarà giudicato a parte in un caso differente. Secondo gli inquirenti perché è stato catturato lontano da Chakama, e vicino a Garissa, durante un’altra operazione di polizia ed è stato trovato in possesso di armi da fuoco. Il suo processo comincerà il 19 agosto.

Silvia Romano accanto a uno dei tucul tipici delle comunità orma

L’udienza di ieri si è svolta in swahili, difficile (anzi impossibile) quindi da seguire, nonostante alcuni interpreti messi all’opera da Africa ExPress e dal Fatto Quotidiano. I due indiziati erano presenti: Abdulla Gababa Wari, veniva dal carcere dove è rinchiuso, Moses Luari Chende invece è arrivato (e finito il processo è andato via) con le sue gambe. Secondo gli atti a disposizione era stato arrestato subito dopo il sequestro di Silvia, il 20 novembre dell’anno scorso, ma subito rilasciato dopo aver pagato un’ingente cauzione: tre milioni di scellini, l’equivalente di 25 mila euro.

Una cifra enorme da queste parti, particolarmente depresse, dove il salario medio sfiora i mille euro all’anno. Alcuni giornalisti kenioti presenti al processo si domandavano come Moses avesse potuto raccogliere quella montagna di denaro. Un interrogativo che fa supporre che ci sia qualcuno di ricco e forse importante dietro la manovalanza che ha compiuto il sequestro. Qualcuno che ha ordinato il rapimento e ora paga la cauzione. Ma che potrebbe farlo tacere per sempre.

Ieri nell’aula giudiziaria sono state mostrate ai  testimoni, tra i cui McDonald Mwaringa, il capo villaggio di Chakama, dove Silvia lavorava ed è stata rapita, due motociclette. Sono quelle con cui i banditi sono arrivati e con le quali dovrebbero essere andati via con la ragazza. Dovrebbero, condizionale d’obbligo, perché qualcuno ieri ha raccontato invece che l’ostaggio è stato portato via a spalla.

Uno dei testimoni interrogato dalla pubblica accusa

La pubblica accusa è affidata a una donna, Alice Mathangani, che incalzava i testimoni con domande precise e pertinenti. Anche la giudice, signora Dr. Julie Oseko, sembrava soddisfatta, mentre l’avvocato di Moses, Tonia Mwania, una signora elegantissima con un paio di scarpe tacco 15, sembrava piuttosto contrariata. Il particolare delle scarpe non vuol essere un pettegolezzo ma piuttosto un dettaglio per indicare  come la parcella della legale debba essere piuttosto consistente. Alla mia richiesta di parlare con il suo assistito la legale ha acconsentito ma alla prima domanda: “A chi avete consegnato Silvia”,  gli ha intimato di non rispondere e di troncare la brevissima conversazione.

L’aula del tribunale dove si è svolta l’udienza era piena di gente. Ma c’erano solo due bianchi: oltre a me, il corrispondente della RAI, Enzo Nucci. Ci saremmo aspettati di vedere anche qualche diplomatico italiano o qualcuno dei carabinieri del ROS o magari uno degli uomini dei servizi segreti. Nulla di tutto questo. Sarebbe stato interessante per loro riuscire a capire se dietro questo caso di sequestro anomalo si celano interessi diversi da quelli della giustizia.

Infine sembra che gli inquirenti kenioti si siano finalmente impegnati seriamente sulla questione. Questo solo perché hanno bisogno della collaborazione degli italiani per svelare il caso di corruzione che sta inquietando la politica dell’ex colonia britannica, quello delle tre dighe che la CMC di Ravenna avrebbe dovuto costruire. Per ora – secondo le accuse –  è stata abile soltanto a fare sparire 600 milioni di dollari. Ieri i giudici di Nairobi hanno emesso un mandato di cattura contro Paolo Porcelli, amministratore delegato dalla CMC. Un segnale che in cambio i kenioti sono pronti a consegnare alla giustizia italiana i rapitori di Silvia?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

 

ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO  PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

17 maggio 2019

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

21 giugno 2019

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

29 giugno 2019

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

2 luglio 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

7 luglio 2019

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

13 luglio 2019

Silvia Romano: vertice a Roma con i kenioti che conservano la direzione delle indagini

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

 

2 agosto 2019

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

HOUR ARTICLES TRANSLATED IN ENGLISH

21st June 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

29th June 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

2nd July 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

13th July

Silvia Romano: summit in Rome with Kenyan detectives that are keeping the direction of the investigation secret

3rd August 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

2nd August 2019

At Silvia’s House: the Number 1 Suspect Knows too Much and Risks Being Killed

 

 

Silvia Romano: at trial, accused free on bail of 25 thousand euros

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From our Special Correspondent
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 31st august 2019

The parade of witnesses, about thirty in total, began at the trial for the abduction of Silvia Romano. There are two processes-Moses Luari Chende, a Kenyan giriama, the ethnic group that lives on the country’s coast, and Abdulla Gababa Wari, also from Kenya, but of the original tribe (the one accused of having organized the kidnapping) of Somalian. A third accused of taking part in the kidnapping, Ibrahim Adan Omar, will be judged separately in a different case. According to investigators, he was captured far from Chakama, near Garissa, during another police operation, and found in possession of firearms. His trial will begin on August 19th.

Yesterday’s hearing was held in Swahili, difficult to follow, despite interpreters set to work by Africa ExPress and Fatto Quotidiano. The two suspects were present: Abdulla Gababa Wari, he came from the prison where he is imprisoned, and Moses Luari Chende, who arrived, finished the trial walked away. According to the documents available, he was arrested immediately after Silvia’s kidnapping on November 20 last year, but was immediately released after paying a large bail: three million shillings, the equivalent of 25 thousand euros. A huge figure in these parts, particularly economically depressed, where the average salary is close to a thousand euros a year.
Silvia Romano accanto ai uno dei tucul tipici delle comunità orma
Kenyan journalists present at the trial wondered how Moses could have collected that mountain of money. A question that suggests that there is someone rich and perhaps important behind the labor that carried out the kidnapping. Someone who ordered the kidnapping and now pays the bail, but who could also silence him forever. Yesterday in the courtroom witnesses were shown, including McDonald Mwaringa, the village chief of Chakama, where Silvia worked and was kidnapped, two motorcycles. They are the ones with whom the bandits arrived and with whom they should have left with the girl. However, someone yesterday stated instead that the hostage was taken away by shoulder.
The prosecution is entrusted to a woman, Alice Mathangani, who pressed witnesses with precise and pertinent questions. Even the judge, Mrs. Dr. Julie Oseko, seemed satisfied, while Moses’ lawyer, Tonia Mwania, a very elegant well dressed lady with a pair of delicate heeled shoes, seemed rather annoyed. At my request to speak with his client, the lawyer agreed, but at the first question he cut off the brief questioning- “To whom did you deliver Silvia?”. He told him not to answer.
The courtroom where the hearing took place was full of people. But there were only two whites: besides me, the RAI correspondent, Enzo Nucci. We would have expected to see even some Italian diplomats or some of the ROS carabinieri, or maybe one of the secret service men. None of this. It would have been interesting for them to be able to understand if behind this case of anomalous seizure there are hidden interests different from those of justice.
Hearing in Malindi

Finally, it seems that Kenyan investigators have finally seriously engaged in the matter. This is only because they need the collaboration of the Italians to reveal the case of corruption that is disturbing the policy of the former British colony, that of the three dams that the CMC of Ravenna should have built. For now – according to the accusations -the company was able to make 600 million dollars disappear. Yesterday the judges of Nairobi issued an arrest warrant against Paolo Porcelli, managing director of the CMC. A signal that in return the Kenyans are ready to hand over Silvia’s kidnappers to Italian justice?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malbrizzi

with contribution of
Hillary Duenas
hillary.duenas@gmail.com

 

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo Alberizzi
Malindi, 30 luglio 20

È cominciata la sfilata di testimoni al processo per il rapimento di Silvia romano.Purtroppo l’udienza si svolge in lingua swahili ed è quindi difficile, anzi incomprensibile, sapere cosa si dicono.

Alla sbarra ci sono due indiziati: Moses Luari Chende, un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, e Abdulla Gababa Wari, keniota, della tribù orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala.

Nell’aula del giudizio sono state mostrate le motociclette che sono servite ai rapitori per portar via Silvia. La giudice è la signora Dr. Julie Oseko. Anche la pubblica accusa è affidata a una donna, Alice Mathangani.
Uno dei testimoni interrogato dalla pubblica accusa
L’aula del tribunale di Malindi è piena di gente. Ci saremmo aspettati di vedere anche qualche diplomatico italiano o qualcuno dei carabinieri del ROS o magari uno degli uomini dei servizi segreti.

Invece non c’è nessuno. Sarebbe stato interessante per loro ma anche per noi, riuscire a capire se dietro questo caso anomalo si celano interessi diversi da quelli della giustizia.

http://https://youtu.be/AsEwfBvE7-Y

Il processo, comunque, è stato aggiornato al 31 agosto. Informeremo i lettori di Africa ExPress sugli sviluppi della situazione.

Alla fine dell’udienza odierna ci siamo fatti spiegare (nel video qui sopra) da Okwemba, collega dello Standard, un quotidiano keniota cosa è successo oggi. Terremo informati i lettori di Africa ExPress degli sviluppi della situazione.

Massimo Alberizzi
@malberizzi

Nigeria: nuova strage di Boko Haram, i loro “cugini” vogliono uccidere gli ostaggi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 luglio 2019

Ed è di nuovo strage in Nigeria. Di ritorno da un funerale, oltre sessanta persone sono state brutalmente ammazzate da miliziani di Boko Haram in un villaggio non lontano da Maiduguri, capoluogo del Borno State,  nel nord-est della ex colonia britannica.

Una vera e propria esecuzione. I terroristi sono arrivati in sella alle loro moto, altri in macchina, e hanno aperto il fuoco sul folto gruppo di persone che avevano partecipato alla cerimonia funebre di un loro concittadino. Alcuni sono morti sul colpo, altri sono stati uccisi mentre inseguivano i miliziani.

Secondo Mohammed Bulama, un alto funzionario del governo locale, si tratterebbe di una vendetta, in quanto solo due settimane fa i residenti del villaggio aveano ucciso undici terroristi di Boko Haram. Gli attacchi dei jihadisti si sono nuovamente intensificati in tutta la regione negli ultimi mesi.

L’Agenzia internazionale Action Against Hunger (ACF) con base a Parigi e attiva in 47 Paesi, ha confermato il sequestro di sei operatori umanitari, tra loro autisti, sanitari e un membro del loro staff. I sei sono stati rapiti vicino Damasak, nel Borno State una decina di giorni fa quando un convoglio dell’organizzazione è stato attaccato da un gruppo armato. Uno degli autisti è stato ucciso.

Mercoledì scorso il rapimento è stato rivendicato da ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da qualche mese da un nuovo leader, Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi. Quest’ultimo è stato nominato direttamente da Abubakar Al Baghdadi, che ha dato il ben servito a Abu Mus’ab Al Barnawi, conosciuto anche come Habib Yousuf, secondogenito di Mohammed Yusuf, che aveva fondato il gruppo Boko Haram nel 2002. Habib Yousuf si era staccato nel 2016 dal nucleo storico guidato dal 2009 da Abubakar Shekau.

Immagine del video trasmesso da “The Cable” Grace, operatrice umanitaria rapita, chiede aiuto

Pochi giorni dopo il sequestro è stato rivendicato in un video da The Cable, un’agenzia di informazioni nigeriana. Nel filmato sono state riprese sei persone, cinque uomini, alcuni con il capo abbassato, e una donna, che indossa un hijab azzurro. La signora, che si esprime in inglese, dice di chiamarsi Grace. “Siamo stati rapiti da un gruppo che sostiene di chiamarsi Calipha”. In seguito la donna si rivolge al governo nigeriano e a ACF affinchè intervengano per il loro rilascio. Grace ha specificato di non sapere dove siano stati portati  e infine ha aggiunto: “Alcuni mesi fa sono stati rapiti altri operatori umanitari. Sono stati uccisi, perchè le autorità di Abuja non hanno fatto nulla per la loro liberazione. Chiedo ai nigeriani di non permettere che una simile tragedia possa consumarsi nuovamente”.

Alcuni esperti ritengono che il gruppo venga trattenuto in un campo dei terroristi di ISWAP sulle sponde del lago Ciad. Il giorno seguente al loro sequestro, alcuni residenti dei villaggi di Chamba and Gatafo, a sud-ovest di Damasak, avrebbero visto passare gli ostaggi con i loro aguzzini.

Garba Shehu, un portavoce del presidente Muhammadu Buhari, ha fatto presente giovedì scorso che l’intelligence è in contatto con i rapitori, informazione confermata anche da un suo tweet del 25 luglio scorso.

ISWAP ha attaccato ripetutamente basi militari nel nord-est del Paese e nell’autunno scorso sono state brutalmente ammazzate due levatrici che lavoravano per il Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Abubakar Shekau, leader del gruppo storico di Boko Haram

Entrambe le fazioni di Boko Haram continuano mietere vittime e terrore nel nord-est della Nigeria e nei Paesi limitrofi. La setta, fondata nel 2002 da Mohammed Yusuf, alle origini era un movimento molto meno violento di quello attuale. Nonostante Yusuf fosse contrario ai modelli di vita dell’Occidente, sostenesse che a Terra non è sferica ma piatta e che la pioggia fosse un dono e creazione di Allah e non il risultato della condensazione dell’acqua, cose per altro sostenute dal Corano. Bisogna anche sottolineare che inizialmente la setta aveva anche mezzi militari limitati; infatti solo dopo la morte del vecchio leader, nel 2009, i Boko Haram si sono trasformati in una vera e propria macchina da guerra.

Dal 2009 ad oggi sono morte oltre ventisettemila persone, oltre 2 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa di Boko Haram. I sequestri sono frequenti e il denaro che viene chiesto per il riscatto serve per il finanziamento delle operazioni criminali. Altre volte gli ostaggi vengono rilasciati in cambio della liberazione di miliziani catturati e arrestati dalle autorità nigeriane.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria investita dalla violenza: scontri etnici e Boko Haram tra le maggiori piaghe

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

 

 

 

Notte tragica per i passeggeri del volo Ethiopian abbandonati a se stessi a Malpensa

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano Malpensa, 28 luglio 2019

Notte tragica all’aeroporto di Malpensa per i passeggeri del volo Ethiopian 0735 diretto ad Addis Abeba. Il volo è stato cancellato ma i viaggiatori, lasciati senza informazioni, sono stati abbandonati a se stessi. L’aereo sarebbe dovuto partire  alle 23:20 e invece 8 ore dopo nessuno aveva riprotetto i passeggeri su un altro volo. Gli impiegati che si impegnavano a rassicurare i passeggeri erano in evidente stato di disagio, perché non avevano ordini precisi. L’acqua e alcune paste dolci sono state portate alle 3. Poi più nulla.

L’Ethiopian Airlines è una compagnia prestigiosa ma in questa occasione ha peccato fortemente di professionalità. L’hub di Addis Abeba viene poi utilizzato come snodo importante dell’Africa centrale per la distribuzione dei passeggeri che dalla capitale etiopica si spostano in varie direzioni.

Sul volo di stanotte avrebbero dovuto viaggiare passeggeri diretti oltre che ad Addis Abeba, a Nairobi, Mombasa, Kinshasa, Victoria Falls, Città del Capo, Johannesburg e perfino in Africa Occidentale, a Lomé, in Togo.

Il disagio del passeggeri è stato accentuato anche dalla cattiva organizzazione del terminal 1 di Malpensa, dove le prese per ricaricare cellulari e computer sono scarsissime e alcune sono sfondate, ma nessuno le ripara.

E’ bene far notare poi che Malpensa è uno dei pochissimi aeroporti al mondo dove si paga il noleggio dei carrelli per trasportare i bagagli (ben 2 euro, spesso per due minuti). Un bruttissimo biglietto da visita per uno scalo che mira a diventare un prestigioso hub dell’Europa meridionale.

Aggiornamento: Alle 10.26 in punto l’aereo, che doveva partire alle 23.20 di ieri sera, ha lasciato la pista. Dopo poco più di sei ore atterrerà ad Addis Ababa, ma molti passeggeri avranno perso la loro coincidenza.

Massimo A. Alberizzi

 

 

Ruanda e Uganda ai ferri corti: e rullano i tamburi di guerra

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
28 luglio 2019

Fino a qualche anno fa l’alleanza tra Ruanda e Uganda, pareva solida e indistruttibile, ma la costante precarietà delle situazioni africane, anche in questo caso, vince sulle più realistiche attese. Le crescenti tensioni tra i due Paesi, sono soprattutto dovute all’accesa rivalità che si è sviluppata tra i suoi leader: il ruandese Paul Kagame e l’ugandese Yoweri Museveni che mostrano di non voler recedere di un millimetro dalle rispettive posizioni. I motivi del dissidio risalgono al marzo scorso, quando il governo ugandese indirizzò a quello di Kigali, una vibrata protesta, per lo sconfinamento di sue truppe nel proprio territorio e la conseguente uccisione di due civili, ma se Museveni si aspettava delle scuse, ricevette invece l’altrettanto piccata risposta di Kagame che accusava a sua volta l’Uganda di aver permesso l’ingresso di contrabbandieri oltre il proprio confine.

Il posto di confine tra Uganda e Ruanda, oggi chiuso

I fatti in questione si sarebbero svolti nella città ugandese di Rukiga, adiacente al confine con il Ruanda, ma il deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, risalgono in realtà al dicembre 2018, quando, stando a fonti ruandesi, sarebbe stato scoperto che una formazione di ribelli, opposti al governo Kagame, erano stati addestrati e armati da istruttori ugandesi con lo scopo di rovesciare il governo del Ruanda. In effetti, si tratta di una situazione alquanto sospetta poiché il gruppo ribelle, autonominatosi “Platform 5” o più semplicemente “P5”, è al comando del generale Kayumba Nyamwasa, fino a qualche anno fa alto ufficiale delle truppe ugandesi, poi passato, con un equivalente incarico, alle forze armate del Ruanda. Il sostegno alla formazione ribelle, non sembra limitarsi a quello ugandese, ma vi concorrono anche il Burundi e il Congo-Kinshasa. Stando così le cose, l’irritazione di Paul Kagame sarebbe più che giustificata.

Il generale ugandese Kayumba Nyamwasa, oggi a capo del movimento ribelle “Platform 5” in Ruanda

Oltre al loro comandante, sembra inoltre accertato, anche da un recente rapporto ONU, che tra i militanti del “P5” ci sarebbero molti altri ex ufficiali dell’esercito ugandese che nello stesso mese (dicembre 2018) tentarono un fallito colpo di stato per rovesciare il governo ruandese in carica. Paul Kagame, nel febbraio di quest’anno, rispose chiudendo i confini con il Paese vicino. I più recenti fatti di Rukiga, non sono quindi altro che l’espressione di una pericolosa escalation delle tensioni tra i due Paesi, i quali stanno ammassando truppe ai rispettivi confini, dando così luogo a un temibile confronto che qualsiasi scintilla è ora in grado di far esplodere. Ad aggravare la situazione ci sono le belluine dichiarazioni di tutti gli attori coinvolti nella vicenda che, in luogo di esortare alla calma, gettano benzina sul fuoco, mettendo così a rischio la stabilità dei rispettivi Paesi.

Truppe ugandesi dispiegate lungo il confine con il Ruanda

Sia il Ruanda e sia l’Uganda, sono stati entrambi deferiti dalle società civili, alla Corte di Giustizia dell’Africa Orientale, con l’accusa di mettere a rischio l’incolumità dei propri cittadini, destabilizzando così l’intera regione, che ha già subito orrendi massacri la cui memoria resta tuttora vivissima nella popolazione. Nel frenetico scambio di accuse tra i due contendenti, c’è anche l’imputazione rivolta a Paul Kagame, dal generale ribelle Kayumba Nyamwasa, di voler sponsorizzare un colpo di stato nel vicino Burundi. Davvero difficile, discernere cosa sia vero da cosa sia falso in questo bailamme di rispettivi addebiti, ma resta almeno credibile, il rapporto dell’ONU che conferma la coalizione di Uganda, Congo e Burundi, volta a destabilizzare il governo ruandese.

Ricordando l’amicizia di un tempo. Il presidente Ugandese Yoweri Museveni conferisce un’alta onorificenza a Paul Kagame allora suo fidato capo dei servizi d’intelligence

Qual è l’obiettivo di quest’aspro confronto tra i due contendenti? Difficile vederne altri, all’infuori di quello di poter conquistare una posizione egemonica nella regione, ma è un confronto che mostra anche quanto siano labili, in Africa, i sentimenti di amicizia, anche quando questi appaiano così consolidati da poter essere definiti fraterni. Paul Kagame e Yoweri Museveni, intrattenevano stretti legami e affinità caratteriali fin dai tempi delle rispettive frequenze alla prestigiosa scuola Ntare High School di Kampala e l’attuale presidente ruandese, rafforzò quest’amicizia, servendo per sette anni Museveni come vice comandante dei servizi ugandesi d’intelligence e fu proprio lui a sconfiggere numerosi movimenti che si opponevano alla sua leadership e a potenziare così la sua presidenza. Come si vede oggi, questa lunga amicizia mostra di avere ben poca influenza nella contesa odierna.

Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi

Malgrado alcuni suoi trascorsi – che restano controversi – è comunque d’obbligo riconoscere a Paul Kagame la capacità e la costanza di aver condotto il martoriato Ruanda a una nazione che può oggi porsi, a pieno diritto, come esempio per tutta l’Africa ed è davvero avvilente doverla vedere ora sull’orlo di un altro conflitto che, come tutte le guerre, si rivelerebbe certamente distruttivo e sanguinoso. Un conflitto che, come sempre avviene quando, la ragione si arrende alle armi, vedrebbe tutti (ma soprattutto i popoli) come i maggiori sconfitti.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Fonte: africacenter.org

Dal Nostro Archivio:

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

 

Sudan: l’incubo dei janjaweed sulla strada verso la pacificazione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 luglio 2019

Le forze politiche e i gruppi ribelli che aderiscono a Freedom and Change – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – hanno finalmente trovato un accordo. In un comunicato  si legge: “Le parti hanno superato i dissensi e collaboreranno insieme per la pace”.

I gruppi ribelli non hanno partecipato al tavolo delle negoziazioni tra il Consiglio Militare di Transizione (TMC) e FFC, che hanno firmato un accordo politico lo scorso 14 luglio. Ora resta da definire il “documento costituzionale”. Le trattative sono ancora in atto.

Manifestazioni Sudan

Nel frattempo continuano le purghe all’interno delle Forze armate sudanesi. La giunta militare attualmente al potere mercoledì scorso ha arrestato il capo di Stato maggiore, Hachim Abdel Mottalib, alcuni agenti del NISS (intelligence sudanese), dirigenti dei movimenti islamisti e del partito Congresso Nazionale dell’ex presidente Omar Al Bashir. Su tutti pende l’accusa di aver partecipato al tentato golpe dell’11 luglio. Altri ufficiali, tra loro anche qualcuno già in pensione, erano stati imprigionati il giorno del fallito putch, con il quale si voleva riportare al potere l’ancien régime.

Uno degli uomini di spicco di TMC è Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hemetti, attuale capo delle forze paramiliatri di Rapid Support Forces (ex janjaweed) e numero due della giunta militare. Le RFS sono state accusate di abusi su ampia scala in tutto il Sudan e sono stati anche accusati di aver partecipato al massacro del 3 giugno scorso.

Secondo Alex de Waal (ricercatore britannico di politica delle élite africane,  il direttore esecutivo della World Peace Foundation presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University), le RFS, guidate appunto da Hemetti, rappresentano un nuovo tipo di regime: un miscuglio di milizie etniche, imprese commerciali e forza mercenaria transnazionale.

Le RFS sono state fondate ufficialmente nel 2013 dall’ex presidente Omar Al Bashir, deposto l’11 aprile con un colpo di Stato e attualmente detenuto in una prigione a Khartoum. Su di lui pende ancora un mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini commessi nel Darfur. Molti suoi oppositori chiedono con insistenza che venga estradato e consegnato alla CPI.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Ma la storia delle RSF comincia ben prima, nel 2003 con il nome di janjaweed, quando il governo Al Bashir aveva mobilitato gli allevatori arabi di cammelli, per lo più di etnia Rizeigat del Nord-Darfur e del vicino Ciad. E’ così che sono nati i janjaweed, che hanno commesso crimini indescrivibili contro gli insorti africani neri del Darfur.

Infatti, nella prima parte degli anni Duemila la guerra del Darfur, scoppiata nel 2003, è stata sulle pagine di tutti i giornali e l’ONU ha inviato anche gruppi di investigatori che hanno confermato il carattere omicida delle milizie accusate di genocidio. Allora il capo dei janjaweed più conosciuto era Musa Hilal, della tribù dei Rizeigat/Mahamid, caduto in disgrazia e arrestato nel novembre 2017, perchè si era opposto alla fusione della sua milizia tribale con le RSF.

I comandanti dei paramilitari sudanesi sono tutti Rizeigat/Mahariya, la tribù di Hemetti, ma l’organizzazione arruola uomini di tutti gruppi etnici del Paese. E il loro ruolo è stato essenziale nell’ambito del “Processo di Khartoum”, fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per la stabilità, e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa, lanciato nel novembre 2015 al Summit de La Valletta. Il governo sudanese utilizzava per lo più i famigerati janjaweed, miliziani sanguinari, assassini, stupratori e rapitori di bambini, per controllare i confini con la Libia e l’Egitto.

Nell’ambito del Processo di Khartoum l’UE aveva anche finanziato un progetto per l’addestramento e equipaggiamento delle guardie di confine e della polizia sudanese per il controllo dell’immigrazione irregolare. Secondo quanto ha riportato da Deutsche Welle in questi giorni, l’UE avrebbe sospeso per il momento tale programma, perchè si teme che le forze di sicurezza in questione possano aver partecipato alle repressioni durante le manifestazioni in Sudan durante gli ultimi sette mesi.

Lutz Oette, esperta di diritti umani della School of Oriental and African Studies, ha spiegato a DW che tale misura è la logica conseguenza del cambiamento delle circostanze. Continuare una collaborazione in questo senso con il Sudan non è compatibile con la posizione dell’UE per quanto concerne i diritti umani.

Secondo un portavoce dell’Unione anche il Centro di intelligence, conosciuto come Regional Operational Center in Khartoum (ROCK), che condivideva informazioni sui network di contrabbando di persone e il traffico di esseri umani alle forze di sicurezza di diversi Paesi del Corno d’Africa, è stato chiuso a giugno. Il personale è stato trasferito in altri centri, mentre Better Migration Management (BMM) è già stato sospeso a marzo; altre attività finanziate da Bruxelles, come il sostegno alle persone vulnerabili nel Paese, non sono state interrotte.

Lo stesso portavoce ha sottolineato che il governo sudanese non avrebbe mai ricevuto finanziamenti diretti da Bruxelles. Sarebbero sempre stati affidati a agenzie di sviluppo degli Stati membri dell’UE, Organizzazioni internazionali o ONG. Ciò vuol dire che da parte europea è mancato il controllo sulla destinazione finale dei fondi.

Mentre un portavoce della tedesca GIZ (acronimo per Deutsche Gesellschaft fuer Internationale Zusammenarbeit GmbH) ha precisato che la lista dei partecipanti al programma di addestramento è sempre stato  coordinato con il governo sudanese, precisamente con National Committee for Combating Human Trafficking (NCCHT), per evitare la partecipazione di uomini dei paramilitari di RSF.

Paramilitari RSF in Libia

Queste milizie non sono solamente attive nell’ex dominio anglo-egiziano. Sono presenti nello Yemen, in quanto il Sudan è tra i Paesi che sostengono la coalizione saudita. E, secondo quanto riporta The Libya Observer in un suo articolo del 25 luglio, i primi mille paramilitari sudanesi sarebbero arrivati nella Libia centrale per proteggere i pozzi petroliferi. In questo modo gli uomini fedeli a Khalifa Haftar possono concentrarsi sulla “offensiva su Tripoli”.  Altri tre mila uomini delle RFS sono attesi nei prossimi mesi per supportare le forze del maresciallo della Cirenaica. Tale notizia è stata confermata anche da Radio Dabanga, emittente generalmente ben informata.

Documenti ottenuti da Al Jazeera proverebbero inoltre l’utilizzo dello spazio areo sudanese per inviare i paramilitari in Libia e nello Yemen via l’Eritrea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

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