E’ avvolto nel mistero l’incidente che ha coinvolto un elicottero militare in Eritrea. Secondo le poche notizie che gli stringer di Africa ExPress sono riusciti a reperire, il velivolo dell’aeronautica militare sarebbe precipitato al suolo a causa del maltempo che imperversava giovedì in diverse zone della ex colonia italiana.
L’unica cosa certa è che i quattro militari che viaggiavano sul mezzo sono tutti morti: il pilota, il co-pilota, un tecnico e un membro della guardia del corpo di Isaias Afeworki, il feroce dittatore che governa il Paese con il pugno di ferro. Ma non si sa neppure dove si è verificato lo schianto.
Cerimonia funebre dei quattro militari morti nello schianto
I funerali degli sfortunati si sono svolti il 9 agosto. Come spesso accade, la dittatura di Asmara non ha rilasciato alcun comunicato ufficiale e dunque non sono assolutamente chiare le circostanze del disastro aereo. Nessuna nota nemmeno da parte degli alti ranghi della Difesa e a questo punto è lecito ritenere che forse non si saprà mai dove i quattro militari erano diretti e quale fosse la loro missione, tanto meno saranno rese pubbliche le vere cause della sciagura.
Ci risiamo. Ciclicamente riesplodono le violenze contro i migranti in Sudafrica. In questi ultimi giorni si sono nuovamente verificati attacchi xenofobi a Johannesburg nei confronti di residenti stranieri. Succede sempre quando cresce la disoccupazione, che ha raggiunto il 29 per cento e, secondo gli esperti, crescerà ancora nei prossimi mesi.
In un raid la polizia sudafricana ha arrestato oltre seicento migranti, per lo più etiopi a Johannesburg e confiscato i loro beni. La scorsa settimana, durante un primo raid, gli stranieri si sono ribellati, prendendo anche a sassate le vetture della forza pubblica.
Xenofobia in Sudafrica.
Questa volta le forze dell’ordine non si sono lasciate intimorire e sono andate a colpo sicuro. In alcuni negozi sono state anche trovate armi, oltre a prodotti non autorizzati. Il governo sudafricano ha elogiato l’operato della polizia. E Jackson Mthembu, ministro della presidenza del Sudafrica e parlamentare per l’African National Congress, ha fortemente condannato gli attacchi dei migranti nei confronti della polizia e ha sottolineato: “E’ necessario combattere coloro che violano le leggi del nostro Paese”.
La Deutsce Welle ha riportato sul suo sito in amarico, che questa settimana oltre seicento etiopi sarebbero stati arrestati; chiunque avesse le sembianze di un habesha (gruppo di popolazioni presenti nelle odierne Etiopia ed Eritrea), anche se in possesso di un regolare permesso di soggiorno, è stato fermato. Kidane Woldeyesus, un etiope residente a Johannesburg ha specificato che la polizia sudafricana ha effettuato arresti indiscriminati nei confronti della sua gente e che nemmeno il giorno seguente all’arresto, nessuno ha ottenuto il permesso di far visita a coloro che sono stati fermati e rinchiusi nella stazione di polizia John Fosta.
Come se non bastasse, anche comuni cittadini si sono riversati sulla Margaret Mcingana Street a Jeppestown, Johannesburg, armati di coltelli e bastoni urlando: “Gli stranieri che intendono uccidere i nostri poliziotti, se ne devono andare” e altro ancora. Durante la protesta alcuni manifestanti hanno saccheggiato negozi, distrutto le automobili dei migranti e infine hanno persino picchiato le loro mogli. Mentre diversi agenti che hanno partecipato alla manifestazione, sarebbero stati arrestati.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 8 agosto 2019
Oltre 2,3 milioni di zimbabwesi sono a rischio carestia. L’allarme è stato lanciato martedì scorso a Harare da David Beasley, direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale.
Beasly ha chiesto 331 milioni di dollari per far fronte a questa nuova emergenza che sta colpendo la popolazione delle zone rurali. L’Agenzia dell’ONU ha precisato: “E’ la peggior crisi alimentare mai vista finora nel Paese”.
Molte aree rurali sono state colpite da un’eccezionale ondata di siccità; i residenti necessitano di aiuti immediati perchè il rischio carestia è estremamente elevato. La produzione del mais è drasticamente scesa proprio per la mancanza di precipitazioni e il presidente del Paese, Emmerson Mnangagwa, lo considera ormai come disastro nazionale.
Siccità in Zimbabwe
La prognosi del direttore di PAM è poco rassicurante: “Se non si interviene subito, la situazione può solo peggiorare, anzi esiste il reale pericolo che il prossimo anno la popolazione a rischio carestia aumenti notevolmente, anzi potrebbe più che raddoppiare.
Già ad aprile, dopo il passaggio del devastante ciclone Idai, che ha toccato, seppur in forma minore, anche lo Zimbabwe, in diverse aree la situazione era già assai critica. Molti agricoltori avevano lanciato l’allarme nella regione di Mutoko (non colpita da Idai), a centocinquanta chilometri dalla capitale E il governo aveva inviato diversi convogli con farina di mais per venire incontro alla popolazione. Ma molte famiglie erano state escluse dalla lista di aiuti. Le richieste erano troppe e i tanti disperati che avevano perso buona parte del loro raccolto avevano espresso la loro preoccupazione: “Come facciamo a sfamare le nostre famiglie?”
Molti bambini sono già affetti da malnutrizione. Le famiglie non possono più permettersi di portare in tavola tre pasti al giorno. La popolazione è povera e i prezzi del mais alle stelle.
Nello Zimbabwe, l’ex granaio dell Africa australe, si consuma una crisi economica e finanziaria da oltre vent’anni, che ha portato una parte della popolazione allo stremo. Basti pensare alle folli spese di Robert Mugabe, l’ex presidente, deposto dopo 37 anni di governo alla fine del 2017. Nella primavera dello stesso anno Mugabe aveva festeggiato il suo 93esimo compleanno con un mega-party costato oltre due milioni di dollari, per non parlare delle spese assurde della moglie, soprannominata Gucci-Grace per il suo amore sfrenato per i beni di super lusso.
Attualmente l’anziano ex presidente, ormai novantacinquenne, è ricoverato da diversi mesi in una delle migliori cliniche di Singapore. Mnangagwa, il suo successore, ha fatto sapere qualche giorno fa che Mugabe risponderebbe bene alle cure, senza però precisare la natura della patologia. A fine novembre si era sparsa voce che soffrisse di problemi di deambulazione dovuti all’età.
Scambio di effusioni tra la coppia Mugabe
Il servizio sanitario nazionale è al collasso e chi ha i mezzi necessari va all’estero per farsi curare (come sta facendo per altro l’ex dittatore), mentre la maggior parte della popolazione è costretta a restare, si deve accontentare delle poche cure ancora messe a disposizione dallo Stato.
La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari
a continuare le inchieste giornalistiche.
Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress Clicca qui se vuoi aiutare l’indagine giornalistica
Dall’Inviato Speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano Massimo Alberizzi
Malindi, 5 agosto 2019
Il documento della polizia di Malindi è chiarissimo: gli imputati, Abdulla Gabara Wario e Moses Luwali Chembe, hanno rapito Silvia Romano per provocare gravi danni, ridurla in schiavitù e per costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto come condizione per il suo rilascio. Accuse gravissime che prevedono come pena massima anche l’ergastolo. Secondo gli inquirenti le autorità italiane non sono a conoscenza di questo capo di imputazione: “Qui nessuno si è fatto vivo. Né diplomatici, né i carabinieri (del ROS, incaricati delle idagini, che si sono fermati a Nairobi, ndr) né tanto meno le antenne dei servizi di intelligence – spiega un ispettore della polizia -. Qualcuno è arrivato subito dopo il rapimento di Silvia avvenuto il 20 novembre. Poi più niente”.
Alla cancelleria del tribunale rincarano la dose: “Visto che il processo è cominciato, i documenti sono pubblici, ma finora nessuno è venuto a prenderne visione”. Dichiarazioni che lasciano sconcertati, come quelle rilasciate a Roma, secondo cui non è mai stato chiesto un riscatto. Se i rapitori non si sono fatti mai vivi con gli italiani perché vengono processati – secondo le accuse – per aver chiesto un riscatto all’Italia?
Il documento con i capi d’accusa contro Abdulla Gabara Wario e Moses Luwali Chembe
Un altro mistero da aggiungere al castello degli allarmanti interrogativi che avviluppano la drammatica vicenda di Silvia Romano. Il silenzio stampa chiesto dalle autorità italiane (e rispettato da gran parte dei giornaloni) inquieta perché potrebbe nascondere altri obbiettivi e non quello dichiarato secondo cui parlare della vicenda farebbe deragliare le indagini. Indagini che non vengono svolte – è lapalissiano – non possono deragliare.
Un mistero invece è stato svelato: secondo le ricostruzioni di qualche giorno fa Silvia aveva sporto una denuncia verso un pastore anglicano accusandolo di molestie verso alcune bambine. In un messaggio vocale a una sua amica, la ventitreenne volontaria milanese aveva spiegato di essere andata dalla polizia e di aver raccontato a un’agente che si occupa della difesa dei minori la vicenda. Aveva poi ricevuto assicurazioni che il pastore sarebbe stato arrestato il giorno successivo.
La prima pagina del rapporto della polizia. In basso la seconda
Ma negli archivi della polizia di Malindi di quella denuncia non è stata trovata traccia. Ieri Mariam, l’investigatrice che si era occupata della vicenda, ha confermato il colloquio con Silvia ma ha spiegato di aver raccolto la sua denuncia sul suo bloc notes personale e non averla poi trasferita sul faldone ufficiale: “Silvia non ha potuto fare i nomi delle bambine e neppure quello del sacerdote, individuato solo più tardi. La sua storia non aveva i dettagli necessari per poterla indagare. Quindi non l’abbiamo riportata”. Una spiegazione convincente?
Una soffiata in tribunale spiega che il procedimento del 19 agosto, che coinvolge Ibrahim Adan Omar, è assai importate perché investe un altro aspetto del sequestro, con risvolti anche in questo caso inquietanti. Ibrahim è sospettato di aver ideato e pianificato il rapimento: è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte alla casa dove abitava Silvia. Testimoni interrogati dalla polizia keniota ci hanno raccontato che non aveva grandi impegni. Siamo convinti che fosse andato lì per controllare la situazione”. Ibrahim Adan Omar è un cittadino somalo che era in possesso di una carta di identità keniota autentica. “La nostra cittadinanza si può ottenere solo dopo il parere positivo di una commissione di 5 membri. Lui l’ha ottenuta con il parere positivo di un solo membro e la commissione non si è mai riunita. Si vede che possiede protezioni potenti. E’ stato arrestato vicino Garissa (città dove gli shebab terroristi somali nel 2015 hanno massacrato 147 studenti, ndr) ed era in possesso di armi da fuoco”.
Massimo A. Alberizzi Twitter: @malberizzi
ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 7 agosto 2019
Il sogno di Maria Alice Mabota, prima e unica donna mozambicana di candidarsi alle elezioni presidenziali, si è fermato prima ancora di cominciare. Il Consiglio Costituzionale del Mozambico l’ha esclusa dalle liste dei candidati “per non aver soddisfatto i requisiti previsti dalla legge”. Oltre alla signora Mabota sono stati esclusi altri due candidati: Eugénio Estêvão e Hélder Mendonça.
Maria Alice Mabota, Il Consiglio Costituzionale del Mozambico ha rifiutato la sua candidatura alle elezioni presidenziali di ottobre 2019
La legge mozambicana prevede che, per candidarsi alla presidenza della repubblica, occorrono almeno 10mila firme di cittadini aventi diritto al voto. E Alice Mabota ne ha raccolte 13.160. Ma, secondo il Consiglio, sono state riscontrate varie irregolarità che hanno determinato l’annullamento di 5.611 firme. Di queste, oltre 3mila avevano il certificato elettorale “non corretto” e più di un migliaio il numero di certificato elettorale era “non valido”.
Durissima la reazione della candidata: “Questo è un rifiuto amministrativo e politico. La mia candidatura ha scosso molto il sistema, anche i partiti di opposizione, perché hanno visto che avevo una forte candidatura – ha dichiarato a DW-Africa. “Li ho spaventati. Non è vero che le firme sono false. Sono tutte reali. Non esiste una firma che non sia stata riconosciuta dal notaio. Sto raccogliendo i dati e li pubblicherò per mostrare dove il CC si è sbagliato”.
A sin. l’attuale presidente del Mozambico, Filipe Nyusi e, a destra, Ossufo Momade del RENAMO, dopo la firma degli accordi di pace
La forza di Mobota sta nella sua esperienza per la difesa dei diritti umani, cosa che negli ultimi anni, nel Paese lusofono è andata peggiorando. È lei che ha fondato la Lega per i diritti umani del Mozambico e ne è stata la prima presidente per più di vent’anni.
Inoltre, ai giornalisti viene impedito di indagare sugli attacchi jihadisti nella provincia di Cabo Delgado, al confine con la Tanzania. In un contesto simile, la candidatura di una donna, che per giunta ha grande esperienza di diritti umani, pesta troppi piedi.
Alla fine i candidati alla presidenza sono i soliti due: il presidente attuale, Filipe Nyusi, del FRELIMO, che punta al secondo mandato e Ossufo Momade, che corre per il RENAMO. Gli altri candidati – Daviz Simango e Mario Albino – in questo scenario contano poco.
peciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 6 agosto 2019
Il primo agosto, Filipe Nyusi, presidente mozambicano per il FRELIMO, e Ossufo Momade, leader della RENAMO, hanno firmato per la terza volta gli accordi di pace. Subito dopo, alla fine della cerimonia, un caldo, e pare sincero, abbraccio porta speranza dopo decenni di guerra civile prima e ostilità armata poi, nell’ex colonia portoghese.
Morto Afonso Dhlakama, leader storico della Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), la trattativa con il Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) diventa più facile. Prima la firma della pace di Roma tra Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, nel 1992, con il supporto della Comunità di Sant’Egidio e dell’allora sottosegretario agli affari esteri, Mario Raffaelli. Poi, nel 2014 la firma per la cessazione delle ostilità nel centro del Paese tra Dhlakama e Armando Guebuza, allora presidente. La terza sarà pace vera? Non ci credono in molti visto che si parla di pace dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo.
L’intesa è stata siglata nel Parco Nazionale di Gorongosa nella provincia di Sofala, nel centro del Paese, storico quartier generale RENAMO. È la conclusione delle trattative iniziate nel 2018 tra Nyusi e il neo leader Momade.
Quest’ultimo accordo mette fine a 25 anni di conflitto che è continuato dopo il termine della guerra civile durata 17 anni con la firma del 1992. Prevede, come per gli altri accordi, il disarmo del RENAMO ed elezioni politiche che come previsto si tengono il prossimo ottobre. Questa volta si tratta di 5200 uomini armati, alcuni dei quali irriducibili.
La morte di Dhlakama ha portato confusione e conflitti nel RENAMO, maggior partito di opposizione. Non è stato facile sostituire il leader storico e, dopo faticose negoziazioni, il congresso del partito ha deciso di passare la leadership a Ossufo Momade.
Il neo capo RENAMO, con 200mila firme (la legge ne prevede 20mila), è anche stato nominato candidato alla presidenza alle elezioni che si terranno il prossimo 15 ottobre.
A destra: Mariano Nhungue Chissinga con alcuni miliziani RENAMO. Ha minacciato di morte il leader del suo partito se non si dimette (Courtesy Miramar)
Ma, oltre la firma che dovrebbe fermare le ostilità, in lontananza si vede una nuvola nera. Una minoranza dei miliziani armati non ci sta. È il gruppo guidato da Mariano Nhungue Chissinga, con il grado di maggiore generale della milizia del partito. Definisce il suo gruppo armato “giunta militare RENAMO”.
Chissinga, a giugno, in un video con miliziani armati di kalashnikov, ha accusato Momade di essere una spia e ha minacciato di ucciderlo se non si dimette dal partito. Pochi giorni prima della firma degli accordi, il 25 luglio, lo ha accusato di isolare gli ufficiali vicini al defunto Afonso Dhlakama.
La consegna delle armi deve essere conclusa entro il prossimo 21 agosto e si sa che non tutti le consegneranno. “Chiunque sparerà un colpo sarà nemico della pace – ha dichiarato il presidente Nyusi -. Noi del governo, insieme alla RENAMO, lo andremo a cercare”.
Se l’ala intransigente dei miliziani RENAMO si rifiuterà di rinunciare alle armi, il Mozambico, oltre ai jihadisti di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Paese dovrà fronteggiare un’altra linea di fuoco.
Speciale per Africa ExPress Isidore Senghore
5 agosto 2019
Il 3 agosto 1979 il regime dittatoriale della Guinea Equatoriale facente capo a Francisco Macias Nguema, primo presidente della piccola nazione africana indipendente dalla Spagna nel 1968, tramontava in seguito a un colpo di Stato.
Quel golpe fu condotto con i moschetti dei militari guidati dal nipote del dittatore, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che ribattezzò quell’evento “Colpo della Libertà”, a sua volta sostenuto dal Gabon del neo-dittatore Omar Bongo. Macias fu destituito il 5 agosto, arrestato, accusato per 101 volte di genocidio, deportazione di massa e rapina, processato sommariamente e condannato a morte. Il 29 settembre fu giustiziato nel carcere di Black Beach a Malabo, isola di Bjoko, tramite fucilazione avvenuta per mano di truppe marocchine assoldate per l’occasione. Nessuno in Guinea Equatoriale avrebbe avuto mai il coraggio di uccidere chi, si diceva, possedeva poteri magici. Macias fu sostituito dopo l’arresto dal leader della rivolta, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che il 10 ottobre istituì il Consiglio Militare Supremo da lui stesso presieduto.
Teodoro Obiang Nguema, presidente della Guinea Equatoriale
Il periodo tra agosto e ottobre del 1979 fu in un certo senso un tragico presagio per gli anni a venire della Guinea Equatoriale: con 40 anni di carriera alle spalle oggi Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è ufficialmente il leader africano e mondiale più longevo attualmente in carica, esclusa la regina d’Inghilterra Elisabetta II. È stato riconfermato alle elezioni del 1989, del 1996, del 2002, del 2009 e del 2016 e ne sono stati denunciati ripetutamente e da più voci gli abusi: i diritti umani violati, la cleptocrazia, la repressione di qualsiasi opposizione politica, il nepotismo, la violenza sono parole che a malapena aiutano a descrivere l’agire di Obiang e della sua famiglia.
Giunto al potere Obiang si trovò tra le mani un’economia disastrata e un Paese sull’orlo del collasso finanziario e demografico: durante la dittatura dello zio Macias oltre 100.000 guineani, su una popolazione di 300.000 persone, fuggirono per le persecuzioni del gruppo di potere facente capo al clan di Mongomo (di etnia Fang) e altri 50.000 furono brutalmente ammazzati, un sesto del totale della popolazione. Un genocidio, in termini relativi e non assoluti, secondo solo a quello attuato da Hitler in Europa una trentina di anni prima. Tuttavia Obiang non si è certamente dimostrato, nei successivi 40 anni, migliore dello zio: il clan di Mongomo oggi controlla tutti i centri di potere politico, giudiziario ed esecutivo, l’esercito e la polizia e le ambasciate in giro per il mondo, Italia compresa. Cecilia Obono Ndong, ambasciatrice della Guinea Equatoriale in Italia e decano del Corpo Diplomatico Africano, è nipote del Presidente Obiang. Nei primi anni Novanta il paese scoprì di galleggiare sulle riserve petrolifere più importanti del continente africano. L’arrivo delle Sette Sorelle del petrolio non ne ha tuttavia migliorato l’economia, se non nelle statistiche: il clan al potere, dal Presidente in giù, si è infatti accaparrato la maggior parte delle risorse economiche derivanti dalla vendita delle concessioni petrolifere (e delle foreste e dei minerali e degli appalti) dimostrandosi sempre non solo famelica ma insaziabile.
Oggi Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha 77 anni, 40 dei quali trascorsi al potere. Ha denunciato, nel corso degli anni, almeno una decina di tentativi di colpi di Stato a suo danno, tutti falliti. Ha una guardia presidenziale composta da forze speciali marocchine, la sua sicurezza personale è garantita da ex-agenti del Mossad israeliano e l’imbarazzo della scelta quando deve decidere in quale palazzo andare a riposare la sera. Un vero potere assoluto, ripetuto come un matra dalle radio e dalle televisioni che lo collocano persino “sopra a Dio”. La moglie, Constancia Mangue, detiene una buona fetta del potere economico nel ramo degli appalti pubblici e il suo nome è persino più temuto di quello del marito presidente. Il figlio Teodorin, 51 anni e vicepresidente in lizza per il trono, è noto in mezzo mondo per le sue scorribande: riciclaggio di denaro, traffico di droga, affari poco puliti e amici importanti, come il rapper Akon e l’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy, giusto per citarne due dei più noti. L’altro figlio, Gabriel, è alla guida di una fazione numerosa inversa al fratello Teodorin e detiene anch’egli un potere enorme, come ministro e uomo di Stato. E poi c’è l’intera corte degli Obiang: migliaia di persone tra parlamentari, ministri, uomini politici, imprenditori, magistrati e chi più ne ha più ne metta, che si spartiscono una torta (economica e di potere) che in realtà è sempre meno succulenta.
Teodorin Nguema Obiang nel suo jet privato. Fonte Instagram.
Tra due anni Teodoro Obiang raggiungerà Muammar Gheddafi al primo posto della classifica dei leader politici più longevi di sempre in un Paese non monarchico e il terrore del presidente guineano è di fare la stessa fine del suo collega. Quarant’anni di terrore e violenza, cercando di mantenere nell’ignoranza la popolazione, giocano tutti a suo favore: nessuno, in patria, sembra essere in grado di far breccia nel complesso e avido sistema di potere da lui creato. I guai peggiori potrebbero arrivare dalla sua stessa famiglia, nella guerra intestina tra Gabriel e Teodorin ma forse, se mai si arriverà allo scontro, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo sarà già morto.
Special for Africa ExPress
Nehemiah Okwembah
Malindi, 1st August 2019
The hearing of the case involving the kidnapping of Italian aid worker Silvia Romano continued yesterday at the Malindi law courts with witnesses recounting how the incident took place.
Before Malindi chief magistrate was Chakama chief Macdonald Ngowa said that the incident had left many beneficiaries of the Africa Milele organization stranded.
“I was at a shop with Silvia and I left her after two minutes and went to watch the evening news at another shop. A loud bang then was heard followed by several bullet sounds,” he said.
He added that people were very scared and he ordered them to lie down for their safety as the shooting continued for five more minutes.
Silvia con un’anziana signora
He also said that Silvia cried out his name for help saying ‘Macdonald come and help me’ and her voice continued to fade indicating that the attackers had carried her away.
The attackers headed towards the Galana River on foot while carrying Silvia.
“Immediately the gunshots stopped I called my Deputy County Commissioner John Kamau and told him that an Italian aid worker had been abducted by unknown people. I also called the chief inspector of Lango Baya,” he said.
He added that police officers from the Lango Baya Administration Police post arrived at Chakama after two hours of the incident and that it was too late to pursue the attackers who had already crossed the river and that the police said that it was too dark to cross the river.
The chief then went back to the Chakama shopping centre where he called the ambulance services to ferry four kids and a woman who had been shot.
A police reinforcement arrived from Malindi at around 11 pm but could cross the river hence opted to drive back to Malindi then cross the Sabaki bridge to Marafa and then to Matolani village where the attackers had vanished to.
The chief added that the following morning he mobilized three of youthful villagers and crossed the river. They started following up the foot tracks and motorcycle prints.
It was at that time that a helicopter hovered over them and when it landed, Kenya Defense Forces (KDF) soldiers disembarked and told them that they had joined the search.
The soldiers then flew again and the chief and his team continued and met a Kenya Wildlife Services (KWS) team in a vehicle.
“We joined them and after about 30 kilometers we found a motorcycle stuck in the mud at Visiki Sub location. The KWAS officers then told us to go back since we were hungry and exhausted but I left them with two of the boys,” he said.
He also added that the other motorcycle was found hidden in a bush by the KDF and his two boys and that he suspected that they might have been used by the attackers.
He said that Silvia had stayed at her rented room in Chakama for two months.
Another witness told the court how he sold his motorbikes to the accused persons saying that he never knew that they were criminals.
John Karani said that he sold the two bikes to Said Adan Abdi for Sh. 40,000 and another one for Sh. 35,000 shilling.
He also provided sale agreements in court that showed that one of the suspected in court Moses Luwali Chembe was a witness.
The other sale witnesses were Abdi Aziz Adan and Harith Adan.
Moses Luwali and Adulla Gababa Wario have been charged with the kidnapping of the Italian aid worker.
Uno dei testimoni interrogato dalla pubblica accusa
They are accused that on the 20th day of November 2018 at Chakama area in Malindi Sub County within Kilifi County together with others not before court, kidnapped Silvia Constanza Romano in order to cause grievous harm, slavery, ramsom by compelling the Italy embassy to pay ramsom as an explicit condition for release.
They also faced the charge of conspiracy to effect unlawful purpose and that they were found to have organized a meeting with a view to kidnap Silvia.
They were also found to have conspired with Said Adan Abdi and others to kidnap Silvia by holding meetings to plan how to kidnap her and also were found to have supported Said Adan Abdi to commit the offence of kidnapping Silvia.
They had been released on a Sh. 3m bond with two sureties of similar amount but only Luwali managed to pay and he is out while his co accused is remanded at the Malindi GK prison.
The accused lawyer Tonia Mwania requested the court to adjust the bond terms to give her client an opportunity to pay.
Oseko agreed to her request and said that the bond terms remained the same and that the sureties had been reduced to one from two.
La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari
a continuare le inchieste giornalistiche.
Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress Clicca qui se vuoi aiutare l’indagine giornalistica
Dall’Inviato Speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano Massimo A. Alberizzi
Malindi, 2 agosto 2019
“Che i rapitori cercassero Silvia e solo lei non c’è dubbio. Quando si sono avvicinati all’edificio dove c’è la sua stanza mi hanno chiesto se c’era Silvia e dov’era. Gli ho indicato la porta numero 7. Quindi cercavano proprio la mia amica”. Chi parla è Ronald un ragazzo che conosceva bene la giovane milanese. Il suo racconto è avvalorato dal capovillaggio, Mac Donald Ngowa Mwaringa, che conferma e aggiunge: ”Qualcuno deve aver chiesto agli uomini del commando di portare via Silvia. Questo qualcuno deve aver fornito anche il denaro per organizzare l’operazione”.
La misera stanzetta dove abita la giovane milanese è una celletta di tre metri di larghezza per quattro di lunghezza: due letti a castello, con i materassi piuttosto malconci, e senza corrente elettrica, solo una lampadina con luce fioca grazie all’energia solare. Dovrebbero venire a vivere qua dentro un mese, come ha fatto Silvia, quei soloni che stravaccati sulle loro poltrone pontificano sparando giudizi critici su chi ha scelto di aiutare gli altri in questo inferno. La descrizione della toilette la lascio all’immaginazione dei lettori.
A Chakama sono in pochi a conoscere i tre indiziati, Moses Luari Chende, Abdulla Gababa Wari (le udienze che li riguardano sono state celebrate il 29 e 30 luglio e la prossima è prevista il 21 agosto) e Ibrahim Adan Omar (che sarà processato il 19 agosto). Solo il primo è un po’ più noto perché viveva con una ragazza del villaggio, Elisabeth Kasena, e poi il 17 e il 18 novembre, due giorni prima del rapimento, aveva dormito in una guest house di fronte alla casa di Silvia. Moses è a piede libero perché ha pagato una cauzione di 25 mila euro, una cifra enorme da queste parti. Secondo il capo villaggio “ora rischia di essere ucciso da chi ha ordinato il sequestro. Lui sa troppe cose e conosce i mandanti. Se lo ammazzano si porterà il suo segreto nella tomba. Come avrà fatto a pagare la cauzione?”, si domanda poi Mac Donald.
Una visita al tribunale di Malindi permette di scoprie come ha fatto a pagare. Due persone che sostengono di essere lo zio e il nonno di Moses hanno dato in pegno altrettanti terreni.
Il primo si chiama Charles Kazungu Ngala e dichiara di guadagnare 60 mila scellini (520 euro) all’anno, il secondo George Karisa Kitsao, sempre secondo i documenti che riusciamo a visionare, 1.048 euro all’anno. Ciascuno dei due si impegna ad andare in prigione se il loro protetto non si presenterà in tribunale per il giudizio e ciascuno dei due risponde per 25 mila dollari. Inoltre George Kitsao è di Marafa, lo stesso villaggio di Francis Kalama, il pastore anglicano che Silvia aveva denunciato alla polizia per pedofilia. Semplice coincidenza?
“Siamo scioccati – spiegano due amici che conoscono bene Moses –. I suoi genitori sono poverissimi, ai limiti della sopravvivenza”. Secondo quanto emerso durante le due udienze del processo gli accusati, tramite loro complici, per arrivare a Chakama avrebbero acquistato due motociclette per 40 mila e 35 mila scellini, rispettivamente 350 e 300 euro.
Durante il sopralluogo alla centrale di polizia di Malindi salta fuori un particolare sconcertante. Il 21 novembre, cioè il giorno dopo il rapimento di Silvia, i ranger del KWS (Kenya Wildlife Service, una sorta di guardie forestali) avevano individuato il luogo dove la ventitreenne milanese era tenuta prigioniera. Ma per paura che con le poche armi in dotazione non sarebbero stati in grado di contrastare i banditi, gli è stato impartito l’ordine di fermarsi in attesa della polizia. Nel frattempo gang e ostaggio si sono allontanati facendo perdere le tracce.
Il faldone con i documenti del caso Silvia Romano
Dall’incartamento processuale emergono almeno altri due fatti inquietanti. Il rapporto della polizia mette in guardia dalle conseguenze provocate dal rilascio su cauzione dei due indiziati che potrebbero sottrarsi alla giustizia. E poi, tra i capi d’accusa, l’organizzazione del rapimento per costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto “come esplicita condizione per il rilascio della ragazza”. Particolare finora inedito. Mai si è saputo di una richiesta di riscatto.
Infine risulta frutto della fantasia di chi l’ha messa in circolazione la notizia secondo cui gli indiziati hanno confessato e collaborato con la giustizia. Al tribunale sono stati categorici: “Si sono dichiarati innocenti e all’oscuro di tutto”.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS
From our Special Correspondent Massimo A. Alberizzi
Chakama and Malindi, 2 august 2019
Without a doubt, the kidnappers were looking for Silvia and she alone. When they approached the building where her room was, they asked me if there was Silvia and where she was. I pointed to door number 7. Then they were looking for my friend. ” This is explained by Ronald, a boy who knew the young Milanese woman well. His story is corroborated by the village chief, Mac Donald Ngowa Mwaringa, who confirms and adds: “Someone must have asked the men of the commando to take Silvia away. This someone must also have provided the money to organize the operation “.
The rundown little room where the young Milanese girl lived is a cell three meters wide by four long: two bunk beds, with rather battered mattresses, without electricity, only a bulb with dim light thanks to solar energy. I leave the description of the toilet to the imagination of readers. Those who choose to critique her should come and live here for a month, as Silvia did, with the idea of helping others.
Few people in Chakama know the three suspects, Moses Luari Chende, Abdulla Gababa Wari (the hearings concerning them were celebrated on 29 and 30 July and the next is scheduled for 21 August) and Ibrahim Adan Omar (who will be tried on 19 August). Only the first is a little better known because he lived with a girl from the village, Elisabeth Kasena, and then on the 17 and 18 November, two days before the abduction, he slept in a guest house opposite Silvia’s house. Moses is on the loose because he paid a bail of 25 thousand euros, a huge sum in these parts. According to the village chief, “now he risks being killed by those who ordered the kidnapping. He knows too much and knows the principals. If they kill him he will take his secret to the grave. How did he pay the bail? “Mac Donald asks.
A visit to the Malindi court allows you to find out how he managed to pay. Two people who claim to be the uncle and grandfather of Moses pledged many plots of land to account for bail.
The first is named Charles Kazungu Ngala and claims to earn 60,000 shillings (520 euros) a year, the second George Karisa Kitsao, again according to the documents we can see, earns 1,048 euros a year. Each of the two undertakes to go to prison if their protégé does not appear in court for the trial and each of them responds for $ 25,000. In addition, George Kitsao is from Marafa, the same village as Francis Kalama, the Anglican pastor whom Silvia had reported to the police for pedophilia. Simple coincidence?
“We are shocked” – explain two friends who know Moses well -. “His parents are very poor, at the limits of survival “. According to what emerged during the two hearings of the trial, the accused got to Chakama through purchase of two motercycles for 40 thousand and 35 thousand shillings, respectively 350 and 300 euros.
During the inspection at the Malindi police station, a disconcerting detail emerges. On November 21st, the day after the abduction of Silvia, the KWS (Kenya Wildlife Service) rangers had identified the place where the 23-year-old Milanese was held captive. But for fear that with the few weapons supplied they would not have been able to counter the bandits, THEY were given the order to stop waiting for the police. Meanwhile, gang and hostage have moved away, losing track.
The cover of the file documents of Silvia Romano casa
At least two other disturbing facts emerge from the trial paperwork. The police report warns of the consequences caused by the release on bail of the two suspects, who could escape justice. And then, among the charges, the organization of the kidnapping to force the Italian embassy to pay a ransom “as an explicit condition for the release of the girl”. Detail of the ransom request are unpublished.
Finally – perhaps the the fruit of the imagination of those who put it into circulation- the news that the suspects confessed and collaborated with justice. The court was categorical: “They declared themselves innocent and unaware of everything”.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
with contribution of Hillary Duenas hillary.duenas@gmail.com
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.