John Magufuli, il presidente della Tanzania, rieletto lo scorso ottobre per un secondo mandato, non vuole sentir parlare di vaccini per arginare la pandemia.
Senza menzionare dettagli e fornire prove, il capo di Stato ha affermato che il vaccino potrebbe essere addirittura nocivo, esortando i tanzaniani di fare piuttosto uso, come terapia, di piante medicinali, del resto non approvate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mesi fa il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, aveva proposto una cura a base di erbe, Covid-Organics, prodotto nel Paese. L’intruglio non ha avuto però il successo desiderato.
John Magufuli, presidente della Tanzania
Non è chiaro perchè il presidente tanzaniano sia contrario al vaccino, ma durante il suo discorso ha sottolineato che il popolo non è disposto a fare da cavia. “Se l’uomo bianco è in grado di trovare immunizzazioni, avrebbe già dovuto preparare quelli contro il cancro, la tubercolosi e altre patologie gravi”, ha spiegato Magufuli.
Dal canto suo l’OMS, tramite Matshidiso Moeti, direttore per l’Africa, ha esortato il governo della Tanzania a preparare un piano vaccini covid quanto prima e ha aggiunto: “L’immunizzazione funziona e siamo pronti a sostenere il Paese”.
A tutta risposta il ministro della sanità di Dodoma, Dorothy Gwajima. Non ha fatto altro che confermare la posizione del presidente, sottolineando che: “Abbiamo la nostra procedura per i medicinali e li ordiniamo solamente quando siamo soddisfatti del prodotto”.
La Gwajima ha rilasciato le dichiarazioni durante una conferenza stampa qualche giorno fa, durante la quale è intervenuto anche un funzionario del ministero che ha spiegato come preparare un intruglio a base di zenzero, cipolle, limoni e pepe. E, senza fornire prove, i due hanno affermato che la bibita miracolosa protegge dal contagio del micidiale virus.
Il ministro ha anche raccomandato ai cittadini di lavarsi spesso le mani con sapone e acqua corrente, utilizzare fazzoletti, fare vapori a base di piante e aumentare l’esercizio fisico quotidiano, consumare alimenti nutritivi, bere molta acqua, utilizzare rimedi naturali che si trovano sul territorio. “Ma non perché il virus abbia colpito il nostro Paese, dobbiamo prepararci, in quanto è presente nelle nazioni limitrofe”.
E’ evidente che molti medici non approvano le scelte del governo; non possono però esporsi, nessuno può fare dichiarazioni sulla pandemia, eccetto il presidente, il ministro della Sanità e tre alti funzionari.
Malgrado non si voglia ammettere la presenza della pandemia nel Paese, Mabula Mchembe, segretario permanente del ministero della Sanità, pochi giorni fa ha incoraggiato la popolazione a indossare le mascherine, ovviamente non a causa del coronavirus, ma per prevenire malattie respiratorie.
Ufficialmente la Tanzania registra 509 casi di covid-19 con 183 guarigioni e 21 decessi. E a gennaio la Danimarca ha denunciato che due suoi concittadini di ritorno dalla Tanzania sono risultati positivi al test.
Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
6 febbraio 2021
Nel 2019 quasi ottomila minori, alcuni anche di sei anni, sono stati arruolati ed utilizzati in tanti conflitti, per lo più in Africa. Lo afferma il Segretario generale dell’ONU in un rapporto dedicato alla situazione dell’infanzia nei conflitti. I Paesi interessati sono: Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar, Nigeria, Filippine e coinvolge decine fra guerriglie ed eserciti regolari, puntualmente elencati nel predetto Rapporto.
Bambini soldato
Uccidere o essere uccisi, questo il tragico dilemma cui sono costretti tanti piccoli innocenti, rapiti da scuole e villaggi. I minori trasformati in combattenti sono sottoposti a violenze di ogni tipo: uccisioni, torture, mutiliazioni, violenze sessuali ed uso di droghe, somministrate per eliminare dolore e paura. Il loro compito non è solo quello di essere guerrieri, ma anche cuochi, facchini, messaggeri; un particolare aspetto riguarda anche le ragazze, reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati, con gravidanze indesiderate e rischio AIDS.
Le ragazzine sono utilizzate anche per attentati suicidi, ad esempio in Nigeria da Boko Haram.”I bambini, spiegava in passato Olara Otunnu, Rappresentante Speciale del Segretario Generale Onu per i bambini nei conflitti armati “non sono ancora pienamente coscienti delle loro azioni: possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietate macchine belliche”.
Inoltre conflitti sempre più sanguinosi richiedono sempre nuova carne da cannone ed i fanciulli non disertano, non chiedono paghe e spesso, per loro l’esercito rappresenta l’unico modo per potersi nutrire. In estrema sintesi fra i motivi che aiutano la diffusione del problema vi sono: l’enorme disponibilità di armi leggere (mitra, fucili, ecc) ampiamente fruibili nei Paesi più poveri del mondo; la mancata registrazione dei bambini alla nascita, che nega il diritto all’identità anagrafica; la facilità di indottrinamento dei più piccoli e il terrorizzare le popolazioni civili, obiettivo di tante guerre in corso.
Quando i piccoli combattono, le forze in campo tendono a considerare tutti i bambini come potenziali nemici, con conseguenze prevedibili. I combattimenti, inoltre, prendono di mira ospedali e scuole, in spregio di convenzioni internazionali, nell’adozione delle quali l’Italia ha svolto un ruolo significativo, impedendo diritti fondamentali come salute e istruzione a molte migliaia di persone. Nel solo 2019 l’ONU ha accertato almeno mille attacchi contro scuole ed ospedali, con il raddoppio di quelli operati dagli eserciti, soprattutto in Somalia.
La Somalia è fra i Paesi più interessati: secondo i dati Onu nel 2019 con 1.500 ragazzini utilizzati ed arruolati, per lo più rapiti dalle milizie di Al Shebab, ma utilizzati anche da esercito e polizia, in quasi 200 casi. Nell’ex colonia italiana siamo presenti con una missione militare europea (EUTM Somalia), composta anche da un centinaio di nostri soldati con la finalità di formare l’esercito di Mogadiscio e una missione di addestramento delle forze di polizia somale (MIADIT), ma non sembra che dal nostro Governo o Parlamento siano giunte parole di condanna per questi crimini.
Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) 2.506 minori sono stati reclutati dal 2008 e utilizzati fino al loro rilascio, nel 2019, da ben 38 guerriglie. Preoccupa anche il Sahel: nella Repubblica Centrafricana l’ONU ha accertato almeno 200 nuovi casi di minorenni utilizzati come soldati e altrettanti nel Mali, alle prese con il terrorismo.
Il diritto internazionale considera i minori utilizzati nelle guerre vittime della ferocia degli adulti, tuttavia in molti casi sono detenuti, privati delle cure parentali, sanitarie del cibo e sottratti ai propri genitori a causa dell’ appartenenza a gruppi terroristici. A tutto ciò va aggiunto lo stigma sociale, che colpisce soprattutto le ragazze costrette a fare le “schiave sessuali” e pur essendo vittime incolpevoli, poste ai margini della società. Le violenze sessuali, del resto, sono ampiamente usate non solo dai guerriglieri ma anche dagli eserciti nella Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Repubblica Centrafricana, Sudan e Sud Sudan.
Nel 2019, grazie all’Unicef, oltre 13.000 minori sono stati separati da eserciti e guerriglie, però gli ostacoli maggiori al reinserimento sono costituiti da una smobilitazione duratura. Si corre il rischio, infatti, che dopo la smobilitazione, in mancanza di programmi duraturi nel tempo e per scarsità di fondi, gli ex bambini soldato possano essere riarruolati o dedicarsi al banditismo, ad esempio nel Sud Sudan.
Il diritto internazionale punisce questo fenomeno aberrante: ad esempio il Corte Penale Internazionale (CPI) considera l’arruolamento di bambini al di sotto dei 15 anni come un crimine di guerra, mentre l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) definisce il reclutamento una delle peggiori forme di lavoro minorile. Alcuni signori della guerra della RDC sono stati condannati e l’ex presidente del Sudan Omar al Bashir è incriminato da CPI per i reati commessi in Darfur. Non basta, tuttavia, un Trattato per rendere effettivo un diritto e, quindi, la mobilitazione della società civile è essenziale, così come il ruolo degli organi di informazione.
Omar Al-Bashir
Il rispetto delle Convenzioni internazionali dovrebbe essere posta alla base delle relazioni fra i Paesi. In particolare dovrebbe essere vietata ogni sorta di aiuto militare. Chi si macchia dei crimini in questione deve essere punito, ponendo fine al muro dell’impunità. I governi responsabili di tali reati dovrebbero essere posti ai margini della comunità internazionale, imponendo nei loro confronti una serie di sanzioni.
La pace resta il mezzo più potente, per eliminare tante sofferenze, ma è necessario passare dalle parole ai fatti. La pandemia offre la grande opportunità di cambiare i paradigmi, mettiamo al primo posto la tutela dei diritti umani, tagliamo drasticamente le spese militari, investiamo ad esempio nei vaccini gratuiti anche nei Paesi in via di sviluppo e ridurremmo le tensioni internazionali e faciliteremmo i processi di pace nel mondo.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 5 febbraio 2021
“La Nigeria è disposta a condividere con il Mozambico l’esperienza maturata nella lotta al gruppo armato Boko Haram”. Lo ha detto Geoffrey Onyeama, ministro degli Esteri nigeriano durante lo scorso fine settimana a Maputo.
Il ministro della Nigeria, nella capitale mozambicana, ha incontrato anche il premier, Carlos Agostinho do Rosario. Ha affermato che il suo Paese è pronto a sostenere le Forze armate mozambicane (FADM) per contrastare i jihadisti.
Gli assalti jihadisti del gruppo Al Sunnah wa-Jammà, affiliato allo Stato islamico, si sono ampliati in intensità e armamenti mettendo a dura prova le FADM. Ad agosto scorso hanno occupato il porto strategico di Mocimboa da Praia, città occupata per diverso tempo. Ancora oggi non si capisce se sia stata liberata dalle Forze armate mozambicane appoggiate dai mercenari di Dyck Advisory Group (Dag) e Paramount Group.
Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico
Duemilacinquecento morti e 560 mila sfollati
Una guerra che fino ad oggi ha causato 2.500 morti, soprattutto civili, anche decapitati, e 560 mila sfollati. In questi giorni a Palma, i mercati alimentari sono vuoti e il governo centrale ha mandato viveri per la popolazione. Ai profughi di Cabo Delgado se ne aggiungono almeno 10 mila causati del ciclone tropicale Eloisa che ha colpito 250 mila persone di cinque province nel centro del Mozambico.
Quattro soldati tunisini hanno perso la vita ieri in una zona montagnosa al centro della Tunisia, mentre erano impegnati in un’operazione antiterrorista.
Secondo Mohamed Zekri, portavoce del ministero della Difesa, i quattro sono rimasti uccisi dalla deflagrazione di una mina artigianale sul Monte Mghila, massiccio montagnoso vicino alla frontiera con l’Algeria. La zona viene utilizzata dai jihadisti come nascondiglio, una sorta di base per la retroguardia di gruppi armati.
L’esercito tunisino è alla caccia di miliziani del gruppo armato locale, Okba Ibn Nafaa, affiliato ad Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), responsabile dell’attacco sul monte Chambii nel 2014, durante il quale morirono 15 militari.
Esplosione mina artigianale, Tunisia
Alla fine di dicembre è stato decapitato un giovane pastore, assassinio classificato come atto terroristico dal procuratore generale, Mohsen Dali.
Dal 2011 la Tunisia è soggetta a ripetuti attacchi da parte di estremisti islamici, responsabili della morte di decine e decine tra soldati e agenti di polizia. Anche se ultimamente la situazione di sicurezza è migliorata in tutto il Paese, è ancora in vigore lo stato di emergenza, imposto nel 2015, dopo l’attentato kamikaze che ha fatto saltare per aria un pullman della guardia presidenziale nell’ avenue Mohamed V, una delle principali arterie del centro di Tunisi.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
3 febbraio 2021
Nei giorni scorsi è stato firmato a Doha un accordo tra i manager di Leonardo e la Qatar Foundation for Education, Science and Community Development (organizzazione presieduta da Mozah bint Nasser al-Missned, madre dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani), per avviare l’addestramento di studenti ed operatori di cyber security presso l’Istituto di ricerca informatica del Qatar. Il contratto rientra nel quadro dei recenti accordi di cooperazione tra Italia e Qatar è ha come obiettivo la formazione e l’aggiornamento di “team qualificati, pronti a prevenire e affrontare minacce e attacchi informatici”.
Mozah bint Nasser al-Missned
Eldorado Qatar per Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), è la holding a capo del complesso militare-industriale nazionale, controllata in parte dallo Stato.
Leonardo fornirà alle autorità qatarine il sistema Cyber Range & Training che consentirà la simulazione di scenari reali di attacco/difesa di varia complessità. “La soluzione permette, inoltre, di valutare la resilienza ad attacchi cyber, analizzando software, procedure e organizzazione adottati per la gestione delle infrastrutture informatiche”, ha spiegato Tommaso Profeta, managing director della divisione Cyber Security di Leonardo. “La scelta della piattaforma di Cyber Range & Training da parte di Qatar Computing Research Institute rappresenta un riconoscimento importante, sia perché si tratta di una soluzione affidabile e innovativa, sia perché conferma la fiducia dei clienti e l’efficacia della strategia di Leonardo sui mercati internazionali in ambito Cyber Security”.
L’accordo per l’addestramento alle moderne cyber war segue di solo due mesi il contratto firmato da Leonardo con l’Autorità per l’Aviazione civile del Qatar per la fornitura di un sistema radar di sorveglianza per le operazioni di avvicinamento nell’aeroporto internazionale di Hamad. Le apparecchiature consentiranno di monitorare i movimenti degli aeromobili nello spazio aereo e processare ed elaborare i dati per un “tracciamento accurato degli obiettivi”, potenziando i dispositivi di controllo in vista dei mondiali di calcio del 2022. Leonardo è pure responsabile dell’elettronica per la gestione del traffico aereo e delle apparecchiature meteorologiche dello scalo di Hamad.
Cyber Range & Training, Leonardo
A metà dicembre l’holding italiana ha pure reso noto l’avvio dei test di volo dei prototipi di elicottero NH90, prodotti dal consorzio europeo NHIndustries (costituito da Airbus Helicopters, Leonardo e GKN Fokker) e destinati alle forze armate del Qatar.
Nello specifico è stato sperimentato nello stabilimento Leonardo di Venezia–Tessera un velivolo versione “NFH” per gli impieghi navali, mentre dal sito industriale di Airbus Helicopters a Marignane (Francia) è decollato un elicottero versione “TTH” destinato all’Esercito.
Il programma NH90 per il Qatar prevede la consegna di 16 elicotteri per la variante navale e 12 per quella terrestre, più un pacchetto completo di supporto, manutenzione e addestramento, per un importo complessivo di 3 miliardi di euro. Il programma potrebbe essere ulteriormente ampliato in futuro con l’aggiunta di altri 12 elicotteri, 6 TTH e 6 NFH.
“L’NH90 doterà un importante cliente come il Ministero della Difesa del Qatar di capacità operative straordinarie per un’ampia gamma di missioni”, ha dichiarato Gian Piero Cutillo, managing director di Leonardo Helicopters. “Insieme ai nostri partner industriali siamo impegnati a lavorare al completamento del programma e all’introduzione in servizio di elicotteri che rappresentano un fattore abilitante essenziale per la difesa e la sicurezza del cliente”. In questo affaire, Leonardo agisce in qualità di prime contractor con responsabilità per la gestione del programma, l’assemblaggio finale e la consegna dei 12 velivoli versione NFH, la fornitura di simulatori, sistemi avionici, sensori elettro-ottici, sistemi video e di identificazione e servizi per equipaggi e tecnici addetti alla manutenzione. I primi velivoli saranno consegnati alle autorità militari qatarine entro la fine del 2021.
Ulteriori affari potrebbero giungere per il gruppo leader del comparto militare-industriale nazionale con l’accordo tecnico stipulato a Doha il 10 novembre 2020 tra l’Aeronautica Militare italiana e quella del Qatar che consentirà ai piloti di guerra del paese arabo di addestrarsi nei prossimi cinque anni nelle maggiori basi in Italia e di accedere in particolare al nuovo polo integrato di addestramento al volo costituito dall’International Training Flight School di Galatina (Lecce), dallo scalo di Decimomannu (Cagliari) e dal poligono di Salto di Quirra, ancora in Sardegna.
La Scuola di formazione internazionale di Galatina, in particolare, vede operare a fianco dei militari del 61° Stormo dell’Aeronautica i tecnici di Leonardo S.p.A., società produttrice del caccia-addestratore impiegato, il T-346A “Master”. Questo velivolo, utilizzabile anche le operazioni di combattimento ed attacco, è stato acquistato da Israele, Singapore e Polonia e nei mesi scorsi è stato più volte oggetto d’interesse delle forze aeree del Qatar.
Secondo il sito specializzato Ares Difesa l’ufficializzazione della vendita dei M-346 “Master” al Qatar dovrebbe avvenire a brevissimo “come parte di un accordo molto più ampio”. “Nel 2018 – spiega Ares – l’M-346 è stato presentato in Qatar come parte di un tour organizzato in collaborazione tra Aeronautica e Leonardo che ha aperto la strada nel 2019 ad una duplice visita dei qatarioti in Italia: ad aprile a Galatina per assistere alle operazioni addestrative degli M-346 ed a luglio sempre a Galatina presso l’IFTS”.
Al Qatar il gruppo italiano ha già venduto pure 40 elicotteri AW139 e AW189 impiegati sia in ambito civile che militare, mentre a breve fornirà i sistemi di puntamento e i sensori di nuova generazione che saranno posti a bordo delle diverse unità da guerra (valore 4 miliardi di euro) che la Marina qatarina ha ordinato a Fincantieri S.p.A..
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
2 febbraio 2021
Continuano le manovre militari lanciate dall’esercito senegalese il 26 gennaio scorso in Casamance per neutralizzare, secondo lo Stato maggiore, elementi armati che ancora si nascondono nella regione meridionale del Senegal.
Gli armamenti pesanti hanno suscitato non poco spavento in alcuni villaggi della Guinea Bissau, situati poco lontano dal teatro delle operazioni nel Paese confinante.
L’azione militare si sta svolgendo su una superficie di 150 chilometri quadrati, tra Bissine, a sud del capoluogo Ziguinchor e la frontiera della Guinea Bissau e proprio nel villaggio di Nhalom, distante solo 1,5 chilometri dal confine con il Senegal, gli abitanti si sono terrorizzati a morte quando in piena notte sono stati svegliati da boati e hanno visto arrivare in paese dal cielo bombe e altri esplosivi, lanciati da artiglieria pesante. Per fortuna non ci sono state vittime. I soldati guineani stanno sorvegliando l’area per proteggere chi vive laggiù. Sembra che finora nessun militante del movimento ribelle si sia fatto vedere oltre forntiera.
L’esercito ha utilizzato mezzi importanti per stanare elementi del Movimento delle Forze Democratiche di Casamance, nascosti nella foresta. Sono ormai quasi 40 anni che in Casamance si sta consumando un conflitto tra le autorità senegalesi e MFDC.
Basta prendere come esempio l’area di Djibanar, dove ben 23 comuni sono disabitati da 20 anni. Recentemente alcuni residenti sono tornati, scortati dall’esercito. Ma l’insicurezza permane. “E’ ora che cessi”, ha detto il sindaco, Ibou Diallo Sadio.
Tutti i presidenti, a partire da Abdou Diouf, Abdoulaye Wade, per non parlare dell’odierno Macky Sall, hanno conosciuto e/o conoscono la situazione. Eppure questa guerra non è mai cessata veramente e l’insicurezza c’è sempre.
L’esercito cerca di rastrellare i ribelli secessionisti del MFDC, ma non solo loro. C’è anche chi si arricchisce di banditismo e altri sono trafficanti di cannabis e legno pregiato. E Moussa Bocoum, presidente del Consiglio del dipartimento di Goudomp, ha specificato in diverse occasioni che Casamance ha bisogno di pace per uno sviluppo sostenibile.
Senegal
Nessun commento da Dakar sugli ultimi avvenimenti, eppure anche dopo essere stato rieletto per il suo secondo mandato, Salle aveva detto che la pace definitiva in Casamance era una delle sue priorità.
Per comprendere cosa succede nella provincia meridionale del Senegal, bisogna fare qualche passo indietro. ll conflitto è scoppiato nel lontano 1982, quando questa regione ha rivendicato la sua indipendenza. La zona confina a nord con l’enclave del Gambia, mentre a sud con la Guinea Bissau e la Guinea e a est con il Mali. E’ abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile e con molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura di sussistenza rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e l’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.
Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico.
Dal 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese sta tentando una pacificazione con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente gambiano Yahya Jammeh, ora è in esilio in Guinea Equatoriale.
Dal Nostro Corrispondente Michael Backbone
Nairobi, 1° febbraio 2021
Mbuvi Gideon Kioko Mike Sonko, l’ex governatore della contea di Nairobi, capitale del Kenya, è nato da una famiglia modesta a Mombasa nel 1975, ma si è presto spostato a Nairobi in cerca di opportunità per emanciparsi. La sua fulminante carriera politica ha stupito tanta gente per i suoi comportamenti frivoli ed eccentrici. Un esempio è il video che presentiamo qui sotto.
Nel 2010 Sonko si era candidato come MP (Membro del Parlamento, ossia “Onorevole” in Italia e Mweshimwa in Kiswahili) per la sezione di Nairobi chiamata Makadara, un distretto popolare in cui è stato all’età di 35 anni eletto per una prosa populistica finanziata dai suoi affari vagamente opachi. Ma la sua carriera era cominciata prima:
Inizia vendendo da giovane i terreni di suo padre, per circa 50.000 euro che investe nei trasporti, diventando proprietario di una serie di mezzi collettivi, cioè minibus, chiamati localmente matatu, utilizzati dai pendolari che si spostano su Nairobi per andare al lavoro. Prima cinque veicoli che aumentano pian piano per diventare il triplo. Con questo giro d’affari comincia ad acquisire un certo agio, che non riservava esclusivamente a se stesso, ma che spende anche per sostenere le cause delle classi meno agiate. Quelle che poi sarebbero divenute il suo serbatoio elettorale. Si presenta in località visibilmente disagiate, prendendo in carico le spese di molti e creando proseliti che costituiscono la base della piramide sociale di Nairobi.
Con un voto popolare massiccio, Sonko si trova nel 2010 eletto deputato e inizia a prenderci gusto: la sua spirale sempre sostenuta dalle classi più basse, contribuisce a innalzare le sue ambizioni, al punto che concorre per le elezioni senatoriali del 2013, dove, con una proporzione massiccia (800.000 voti), viene eletto per la circoscrizione di Nairobi.
La sua ascesa pare a quel punto inarrestabile, contrappuntata da apparenze molto populiste e una vulgata che ha sempre molta presa sulle fasce basse del popolo di Nairobi.
Più di una volta nelle sue rare apparizioni al parlamento, viene redarguito dal presidente del Senato del Popolo Keniota per i suoi abiti eccentrici, corredati da dettagli surreali anelli, orecchini o catene di gusto molto personale. Rifiuta i vestiti formalI, utilizzati anche in Kenya dai rappresentanti del popolo.
Imperturbabile e forte di un sostegno assai consistente, nello stesso periodo fonda un’organizzazione non governativa, regolarmente registrata, la “Sonko Rescue Team” che dal 2014 intasa spesso le strade della capitale per sostenere i suoi elettori. Composta di “raddrizzatori di torti” alla maniera di un moderno Robin Hood, offre gratuitamente servizi che la Contea di Nairobi non può o non vuole fornire.
Queste sue spavalde irruzioni nella vita pubblica, valgono però forti conflitti con l’allora Governatore di Nairobi, Evans Kidero, assurto a notorietà per avere gestito (malissimo) uno dei fallimenti industriali/agricoli in Kenya, lo zuccherificio Mumias. Non si capiva perché Kidero, dottore in medicina dovesse meritare lo scranno più alto della Contea. Infatti gli attriti con Sonko si manifestano ben presto e terminano nel 2017 con lo scontro elettorale per il rinnovo del posto di governatore nel 2017. A mani basse, forte del suo consenso popolare diffuso, Mike Mbuvi Sonko viene eletto non senza drammi al pinnacolo del Governo Locale.
A quel punto il gioco è fatto. Il populismo aveva vinto contro un presunto corrotto Kidero (adesso perseguito dalla giustizia locale per appropriazione indebita, evasione fiscale e corruzione) e Sonko poteva fruire della sua popolarità per instaurare una politica composta da endecasillabi di poca comprensione, risoluzioni sempre nella linea di un populismo sfrenato fatto non di sostanza per le masse ma di una retorica prorompente con una forte presa popolare. Inoltre può contare per certi versi sul sostegno della presidenza del Paese con cui millanta un credito illimitato.
Senonchè anche la leadership keniota, in particolare il presidente Uhuru Kenyatta, comincia a manifestare un certo disagio per le continue strumentalizzazioni di Sonko, che a più riprese sbertuccia i suoi oppositori politici, per esempio diffondendo registrazioni di conversazioni avvenute con lui, che provocano non pochi scandali.
Il governatore si sente così intriso di consenso, che dopo meno di tre mesi silura il suo vice, Polycarp Igathe, ex direttore generale della Shell in Kenya, proposto alla gestione degli affari correnti che Sonko era incapace di gestire.
Il solco si va allargando. Sonko, che licenzia frotte di servitori dello Stato dipendenti del governatorato continua ad avere il consenso degli stolti ma perde quello dell’establishment politico del Paese, corrucciato dal danno di immagine di una capitale che si proponeva come porto di approdo di investimenti sul Paese.
Ed è stato così che cominciano varie inchieste sul suo conto: per appropriazione indebita, abuso d’ufficio ed evasione fiscale, culminate nel 2019 in un mandato di arresto, cui il governatore cerca di sfuggire scappando in auto a Voi (230 chilometri a sud di Nairobi), sperando di poter poi fuggire in aereo chissà dove, perché ricercato per una questione di fondi neri (circa 3 milioni di dollari.
In questo filmato, si vede come il Governatore usi di tutta la sua influenza per fuggire, tuttavia verrà fermato e portato in prigione, laddove il giudice istruttore gli notificherà il mandato d’arresto per un altro crimine: evasione da una prigione senza avere totalmente scontato una condanna risalente a prima della sua meteoritica carriera politica.
Mike Sonko finirà per subire l’ onta dell’impeachment da parte del suo governo, il secondo governatore dopo Waititu della vicina Kiambu a subire questa sorte.
Cosa pensare di questo privilegiato? L’abuso della coscienza popolare che ha utilizzato sfacciatamente per raggiungere i suoi fini personali (e certamente non del suo popolo) potrebbe essere la drammatizzazione di molti altri personaggi di minor o uguale calibro dei nostri Paesi, che abusando della credulità popolare si sono costruiti un profilo di salvatore degli oppressi e dei poveracci.
Rimane da ricordare che al di là delle congiure politiche che potrebbero avere accelerato il tramonto di questo fanfarone, non solo gli è stato permesso di attizzare i carboni del sostegno popolare, ma altresì gli è stato anche permesso di arricchirsi alle spalle dei suoi stessi sostenitori, drogando un dialogo politico con una dose eccessiva di populismo che qui come in altri Paesi del mondo, ha presa come la benzina sul fuoco.
Certe espressioni tipicamente locali e forse folcloristiche di una gestione ignorante del potere sono l’espressione di una vulgata che si è ritorta proprio contro la stessa persona che le ha fomentate.
Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 gennaio 2021
Nella Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore è vietato parlare di Covid-19. A Niumadzaha ya Bambao, un villaggio a una manciata di chilometri dalla capitale Moroni, la comunità femminile ha deciso di escludere una signora dalla vita sociale per ben cinque anni. La donna non potrà apparire in pubblico e partecipare a tutte le attività socio-culturali e religiose.
Il suo grave peccato? La signora in questione, tra l’altro una volontaria della Mezzaluna Rossa, ha dichiarato in un video, ampiamente visualizzato, di essere positiva al coronavirus. Secondo le sue compaesane tale fatto getta disonore sul villaggio.
Moroni, Comore
Nel video si vede Amina, ricoverata in ospedale, sotto ossigenoterapia, che si presenta con il suo nome e cognome e il suo villaggio di origine, secondo le usanze comoriane. A Niumadzaha ya Bambao, se una donna sbaglia, viene punita dalle altre, che non hanno gradito che Amina abbia dichiarato la presenza della pandemia a Niumadzaha ya Bambao.
Con il suo filmato la poveretta non voleva fare altro che allertare la popolazione delle Comore sui reali rischi del Coronavirus e chiedere alla gente di applicare le norme igienico-sanitarie per evitare il contagio. Insomma, i comoriani non hanno ancora accettato il fatto che anche lo Stato insulare è stato colpito dalla pandemia. Eppure anche i numeri ufficiali parlano chiaro: 2718 casi, tra questi 90 persone sono decedute e 1.678 sono state dichiarate guarite.
Amina è ora guarita ed è rientrata a casa. Meglio, è una reclusa in casa. I notabili maschi, compreso il capo del villaggio e il sindaco, avrebbero potuto far opposizione alla decisione delle donne, ma hanno preferito non immischiarsi nella faccenda, visto che proprio pochi giorni fa il governatore dell’isola di Anjouan ha dichiarato di essere positivo. Anche tra l’esecutivo del governo si ignora di proposito l’espandersi del virus; pare che questo governatore sia stato il primo politico ad aver ammesso di essere stato contagiato.
La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.
Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E sono molti i comorani che cercano di raggiungere Mayotte, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate da tutti.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 30 gennaio 2021
“Il governo, con il pretesto del segreto di Stato, ha utilizzato, milizie private per aiutare a combattere l’insurrezione a Cabo Delgado. Senza dover rendere conto ai cittadini, sia in termini di spese che di benefici, utilizzando personale militare privato”. È la denuncia del Centro de Integridade Pública (CIP) che senza peli sulla lingua accusa l’amministrazione del presidente Filipe Nyusi.
Due compagnie di mercenari contro i jihadisti e le critiche CIP
Oggi nell’ex colonia portoghese sono presenti due compagnie di mercenari sudafricani che combattono contro Al Sunnah wa-Jamma, da agosto 2020 associati a Daesh. Dyck Advisory Group (DAG), dopo il fallimento dei mercenari russi di Wagner Group, opera con mezzi aerei a Cabo Delgado da febbraio 2020. Il governo mozambicano ha esteso il contratto a DAG aggiungendo, a novembre scorso, anche Paramount Group, cartello di società sudafricane specializzate nella difesa globale.
Marauder, blindato della Paramount (Courtesy Paramount Group)
“L’utilizzo del governo di compagnie militari private per combattere l’insurrezione a Cabo Delgado si rivela una decisione ad alto rischio e inefficace – commenta il CIP. – Oltre alla mancanza di trasparenza e responsabilità sui contratti, le compagnie militari private non sono in grado di fermare l’avanzata dei ribelli. Questi hanno guadagnato più spazio sul terreno con l’attacco e l’occupazione dei quartier generali del distretto”.
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Qualcosa non torna a livello militare mozambicano
Il Centro, nel suo comunicato, rivela i cattivi rapporti tra i mercenari e le Forze armate mozambicane (FADM). “La causa – sostiene il CIP – dipende dal fatto le compagnie militari private stanno operando con la Polizia. E la vocazione della polizia non è quella di combattere l’insurrezione armata di Cabo Delgado”.
Il Centro de Integridade Pública (CIP) è nato nel 2005 con l’obiettivo di promuovere la trasparenza e le politiche contro la corruzione e l’integrità in Mozambico. La sua missione è la promozione dell’onestà e rettitudine nella società attraverso la denuncia della corruzione. Sostiene la consapevolezza pubblica e lavora a favore di buone pratiche nella gestione del bene comune.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 29 gennaio 2021
Sabato 23 gennaio il ciclone tropicale Eloisa con la sua potenza distruttiva e venti fino a 167km orari ha colpito Beira, seconda città mozambicana nella provinciadi Sofala. Proveniente nord-est del Canale del Mozambico ha continuato il suo percorso devastante verso ovest su altre quattro province nell’area centro-meridionale del Paese.
Esondati tre fiumi per le pesanti piogge
In poche ore la quantità di pioggia portata da Eloisa è arrivata fino a 200mm ingrossando i fiumi Buze, Save e Ponguè. Le piogge e le esondazioni dei corsi d’acqua hanno causato frane di fango e la distruzione dei villaggi toccati dal ciclone tropicale.
Colpite quasi 40mila famiglie
L’impatto lasciato da Eloisa è stato pesante, per fortuna non grave come quello del ciclone Idai del marzo 2019. Secondo dati provvisori dell’Istituto nazionale per la gestione e riduzione del rischio da disastri (INGD) sono state colpite oltre 176 mila persone. I morti sono sei e 12 i feriti. Trentacinquemila e settecento famiglie, tra cui 90mila bambini, hanno perso tutto. Secondo le Nazioni Unite servono tende, ripari di emergenza, coperte, acqua potabile, prodotti per l’igiene, servizi igienici, mascherine anti covid.
In percorso distruttivo del ciclone tropicale Eloisa (Courtesy UNOSAT-Reliefweb)
Ma Myrta Kaulard, coordinatrice ONU in Mozambico ha dichiarato ad al-Jazeera che Eloisa ha investito una popolazione di 250 mila persone. Molte famiglie stanno cercando di uscire dalle aree alluvionate. La furia del ciclone ha distrutto oltre 7.200 abitazioni, 26 ambulatori sanitari, strade, abbattuto ponti, scuole, linee elettriche e telefoniche.
Alluvionate cinque province
Eloisa, nel suo percorso di distruzione ha continuato con le province di Gaza, Inhambane, Zambezia e Manica, nella parte centro meridionale del Mozambico. Un’area di 1.400 kmq Nel momento in cui scriviamo 8.500 persone sono ospitate in 28 centri di accoglienza, soprattutto nella provincia di Sofala.
Secondo Tomson Phiri, portavoce del Programma alimentare mondiale ONU (WFP), il Mozambico è in grande crisi sia nella aree urbane che rurali. “Prima del ciclone quasi 3 milioni di persone stavano già affrontando alti livelli di insicurezza alimentare. Eloisa ha allagato vaste aree di terreno coltivato e distrutto strumenti e sementi. Una situazione che impedisce il raccolto annuale previsto per aprile e per la semina che ne segue”.
Casa alluvionata a causa del ciclone tropicale Eloisa in Mozambico
Eventi meteo estremi causati dal cambiamento climatico
Il 30 dicembre l’ex colonia portoghese è stata colpita dal ciclone Chalane. Una tempesta tropicale che ha colpito le province di Sofala and Manica. Due cicloni tropicali cronologicamente così vicini, secondo i metereologi, sono un’anomalia per il Canale del Mozambico. Anche se con minore intensità, si è ripetuto un evento meteo simile a quello 2019 con il ciclone Idai (circa mille morti) seguito dal ciclone Kenneth qualche settimana dopo. La causa è sempre la stessa: il cambiamento climatico in atto.
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