Comore: le tragedie del mare dimenticate da tutti (50 mila morti dall’indipendenza)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 ottobre 2015

Si stima che dal 1975 ad oggi nell’Oceano Indiano, più precisamente nel Canale del Mozambico, dove si trovano le Isole Comore e l’isola francese di Mayotte, siano annegate oltre cinquantamila persone.

L’Unione delle Comore, formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – hanno avuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri dall’isola di Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza dalla Francia.

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I giovani comoriani sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese, in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

Nouriati el Hairia Houmadi, originaria da Anjouan, viveva da tempo a Mayotte con la sorella maggiore, quando è andata a prendere il fratellino di quattordici anni. Le sorelle volevano offrigli un’istruzione migliore, un futuro meno incerto. Quella mattina Nouriati e Ahmed sono saliti su una piccola imbarcazione insieme ad altre persone verso le otto. Alle dieci e trenta, a poche miglia da Mayotte, un’onda enorme ha capovolto la piccola imbarcazione, stracarica di persone. Ahmed è annegato. Ora giace negli abissi del Canale del Mozambico, diventato il cimitero di decine di migliaia di persone.

Sì, è proprio la fotocopia di ciò che succede nel mar Mediterraneo, attraversato da profughi, persone alla ricerca di una vita migliore. Con la differenza che i giornali parlano abbondantemente delle morti atroci sotto casa nostra, mentre nell’oceano Indiano, i massacri si consumano nell’assoluto silenzio dei media, della comunità internazionale e in particolare della Francia.

Pochi mesi fa, Anissi Chamsidine, governatore di Anjouan ha dichiarato: “Abbiamo la triste reputazione di avere il più grande cimitero marino del mondo. Dall’indipendenza sancita da un referendum nel 1975, oltre cinquantamila persone sono annegate e pochi, forse nessuno, ha parlato di questa immensa tragedia che si consuma nella totale indifferenza verso la sofferenza umana”.

La situazione è precipitata nel 1995, quando l’allora primo ministro francese Edouard Balladur per frenare il flusso migratorio, ha introdotto l’obbligo del visto per chi si vuole recare a Mayotte. Di fatto tutti potrebbero richiederlo, ma spesso chi vuol lasciare le Comore viene da villaggi dell’interno, senza documenti e senza i requisiti necessari per ottenerlo. Dunque la maggior parte delle persone entra in territorio francese illegalmente.

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Per attraversare il breve tratto di oceano chi scappa utilizza i kwassa kwassa, tradizionali imbarcazioni da pesca il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? Che cos’è questo?) come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente e parecchio. Basta poco per trasformare la danza dei kwassa kwassa in naufragio. Per evitare le motovedette, poi, si viaggia soprattutto di notte e i natanti sono strapieni: si sa, i trafficanti vogliono trarre il maggior profitto possibile, esattamente come succede nel Mediterraneo.

Secondo i dati delle autorità francesi, ogni anno vengono presentate centomila richieste – compresi i rinnovi – per ottenere il permesso di soggiorno; solo diciottomila sono state concesse nel 2014 e quasi ventimila persone sono state rimpatriate.

I comoriani sono attratti da Mayotte perché offre una maggiore qualità di vita. Ad Anjouan c’è poco lavoro all’infuori dell’agricoltura: ci sono grandi piantagioni di vaniglia e di ylang ylang (albero della famiglia delle Anonacee, con fiori dai quali si estrae un’essenza profumata). Anche i servizi pubblici essenziali scarseggiano. Qualche anno fa è stato costruito un ospedale, finanziato dai cinesi. A tutt’oggi è chiuso per mancanza di medici.

Da qualche anno le leggi francesi sull’immigrazione sono cambiate. Ora si procede alla deportazione immediata, senza dover ricorrere alla sentenza di un giudice. La giurisdizione francese non permetteva di rimpatriare forzatamente i minori, a meno che non viaggiassero con almeno uno dei genitori o un tutore. Ora, invece, basta che sullo stesso barcone nel quale sono imbarcati ci siano degli adulti, anche non legati da parentela, e le autorità di Mayotte respingono tutti senza alcuna distinzione.

L’anno scorso oltre cinquemila minori sono stati detenuti in centri prima del rimpatrio forzato.

Amirdine Mohamed, il neo-eletto sindaco di Mutsamudu, capitale di Anjouan, ha commentato la migrazione verso Mayotte: “Le ragioni sono principalmente due. La prima è puramente psicologica. Chi se ne va da qui, è convinto che la vita su un’isola francese sia migliore, come del resto in tutta l’Africa si crede che si viva meglio in Europa. Ma spesso, chi riesce ad arrivare, alla fine è deluso, si rende conto di essersi sbagliato. La seconda riguarda lo stato dei servizi pubblici, come gli ospedali. Qui ad Anjouan non possiamo offrire un’assistenza adeguata: i centri sanitari sono inesistenti”.

Nel 2013 è stato istituito un comitato franco-comoriano per la sicurezza marittima, con la speranza di evitare le tragedie nell’Oceano Indiano. Un portavoce del ministero degli Esteri dell’arcipelago ha fatto sapere ai reporter della BBC: “Come per il Mediterraneo, bisogna trovare una soluzione, combattere i trafficanti di uomini”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi