E mentre la Nigeria è ancora in festa per la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio con sede a Ginevra, un gruppo di uomini armati ha sequestrato oltre 40 persone in una scuola secondaria nel Niger State.
Alcuni degli studenti rapiti hanno abbandonato i loro sandali nel cortile della scuola (fot0 di Afolabi Sotunde per Reuters
Abdullberqy Ebbo, direttore generale delle operazioni strategiche, ha fatto sapere che uno dei giovanissimi è morto. I banditi gli hanno sparato e non è sopravvissuto alle ferite riportate.
Oltre a 27 studenti, sono stati rapiti anche 3 membri dello staff e 12 dei loro familiari del Government Science College di Kagara, che dista 260 chilometri a nord-ovest dalla capitale Abuja.
I criminali indossavano uniformi militari e i loro visi erano coperti da mascherine. Alcuni studenti sono riusciti a scappare. Il collegio ospita un migliaio di studenti. Il fatto è avvenuto mercoledì alle due del mattino.
Finora il rapimento non è stato ancora rivendicato. Solo poche ore prima un gruppo di banditi ha rilasciato un video che mostra una ventina di persone, sequestrate nella città di Zungeru, che si trova anch’essa nel Niger State.
A dicembre il gruppo terrorista-jihadista aveva rapito oltre 300 studenti nel distretto di Katsina, che sono poi stati rilasciati dopo pochi giorni.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 17 febbraio 2021
Ebola, il terribile virus che a più riprese ha causato epidemie di febbre emorragica nel continente africano, è tornato in Guinea. “Davanti a questa situazione, conforme alle normative sanitarie internazionali, il governo guineano conferma un’epidemia di Ebola”.
Ebola, mappa dell’inizio contagio in Guinea (Courtesy GoogleMaps)
Queste le parole del ministro guineano della Salute, Rémy Lamah, in un comunicato stampa pubblicato il 14 febbraio dai media locali. Il Paese africano si trova a lottare, oltre che con il Coronavirus, con un nemico molto più mortale.
L’epidemia è stata localizzata nella prefettura di Nzerekoré e nella sotto-prefettura di Gouecké, nella parte meridionale, 80km dal confine con la Liberia. Sono subito partiti i controlli dell’area colpita e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sta lavorando con le autorità sanitarie anche in Liberia e Sierra Leone. L’Organizzazione ONU è in collegamento con il produttore dei vaccini in modo che le dosi necessarie siano rese disponibili il più rapidamente possibile.
Il contagio da un funerale
Tutto è iniziato dopo un funerale, lo scorso 1° febbraio. La persona sepolta era un’infermiera che lavorava in un centro sanitario locale ma è deceduta dopo essere trasferita per essere curata a Nzerekore.
Pipistrello della frutta testa a martello (Hypsignathus monstrosus) uno dei Pteropodidi che trasmettono il virus ebola
Dopo test clinici sono state trovate sette persone infettate da ebola, tre delle quali sono morte colpite da diarrea, vomito ed emorragia. Altre quattro sono sotto osservazione sanitaria ma si teme, visto l’attiguo confine, che l’epidemia si possa espandere anche nei Paesi vicini.
La mortale malattia, tra il 2013 e il 2016, era partita da Nzerekore e aveva contagiato soprattutto Guinea, Liberia e Sierra Leone. Non era stato facile fermarla visto il grande traffico fra i tre Paesi. Durante quell’epidemia ci sono stati 11.300 morti. L’ultima invadente apparizione di ebola è stata in Congo-K. Tra marzo 2018 e novembre 2020 ci sono state varie epidemia che hanno causato 3,600 contagi e 2.300 morti.
Un virus con il 90 per cento di letalità
Ebola è un agente patogeno zoonotico (passa da animali a umani) ed è uno dei quattro ebolavirus. Secondo gli scienziati i vettori sono varie specie di pipistrelli della frutta ( come l’Hypsignathus monstrosus) che vivono in Africa centrale e sub-sahariana. Tra gli ebolavirus è quello che ha il più alto tasso di letalità: 83 per cento. Però, tra 2002 e il 2003 la sua letalità è arrivata al 90 per cento. Ma ha anche un altro triste primato: il maggior numero di epidemie tra gli ebolavirus.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Cortina d’Ampezzo, 14 febbraio 2021
Non è facile trovarla ma c’è. In una Cortina d’Ampezzo sommersa dalla neve come non mai, con temperature polari (la notte scorsa la colonnina di mercurio è scesa a meno 21 gradi centigradi) lei svetta in cima: non alle classifiche, ma certo come una appassionata sportiva in una disciplina che non è certo congeniale alle sue connazionali: le ragazze del Kenya.
Lei è Sabrina Wanjiku Simader sciatrice esperta nelle specialità alpine, nata a Kilifi, sulla costa keniota, e venuta in Europa, in Austria, con la madre all’età di tre anni. Qui nelle Dolomiti è arrivata, accompagnata da sua mamma e da un allenatore, per partecipare al campionato mondiale di sci. E’ prevista la partecipazione di un’altra squadra africana, quella del Marocco. Ma arriverà per partecipare alle gare solo domani, martedì.
Sabrina Wanjiku Simader alle prime armi sui campi da sci
Purtroppo, durate gli allenamenti, Sabrina, che ha 22 anni, si è fatta male e per lei i campionati si sono chiusi immediatamente dopo lo slalom gigante dove, proprio per i suoi problemi, non ce l’ha fatta ed è stata squalificata. Ma, come diceva De Coubertin, “l’importante non è vincere ma partecipare”. E lei diligentemente ha partecipato.
A Cortina, bianca come non mai per le abbondanti precipitazioni nevose (le gare dei mondiali sono cominciate con tre giorni di ritardo, perché le piste erano impraticabili per la troppa neve), è praticamente impossibile incontrare gli atleti, blindati come sono dagli organizzatori a causa della pandemia di Covid-19. Così per parlare con Sabrina – nonostante siamo a meno di 500 metri di distanza uso una video telefonata: “Ho imparato a sciare in Austria e mi sono subito appassionata. Purtroppo però questo è uno sport che costa caro e non potevo scendere sugli scii tutte le volte che avrei voluto”.
Comunque per la sua bravura e il suo coraggio è stata notata dai maestri delle scuole di scii austriache che hanno insistito con la madre perché la iscrivesse a corsi agonistici e le permettesse di partecipare alle competizioni: “Ho cominciato da piccola e mi sono appassionata subito. Ogni inverno passavo tutti i weekend sulla neve, questo è quello che potevo permettermi”.
Così pian piano sei andata in giro e hai partecipato a varie gare: “Certo – risponde Sabrina –. Serbia, Slovacchia, Svizzera e anche Italia. Ho ottenuto anche buoni piazzamenti che mi hanno permesso di partecipare a questi mondiali. Sono felice di essere qui. Cortina è splendida e ho conosciuto altre atlete veramente straordinarie che mi hanno fatto sentire a casa”.
Purtroppo per lei il campionato mondiale è finito presto, a causa del doloroso infortunio, per fortuna non grave, per cui è stata squalificata nello slalom gigante e, successivamente, non le ha permesso di partecipare alla gara di discesa libera.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
14 febbraio 2021
Una cinquantina di micidiali missili da crociera a lungo raggio SCALP, prodotti dal consorzio industriale europeo MBDA, sono stati acquistati segretamente dal regime di Al-Sisi e sono stati testati a bordo dei cacciabombardieri “Rafale” egiziani nel corso di una recente esercitazione con le forze armate francesi. Lo ha reso noto la rivista specializzata Janes pubblicando le immagini di un video realizzato dal Ministero della difesa dell’Egitto in cui si vedono alcuni missili SCALP mentre vengono montati a bordo di un velivolo Rafale all’interno di un hangar della base aerea di Gebel el-Basur, utilizzata in occasione dell’esercitazione franco-egiziana.
Missili di coproduzione italiana per l’Eegitto
I nuovi missili da crociera del consorzio MBDA (controllato dai colossi del complesso militare-industriale Airbus Group, BAE Systems e Leonardo-Finmeccanica) sarebbero stati esportati in Egitto nell’autunno 2020. La loro piena operatività con i 24 cacciabombardieri “Rafale” acquistati in Francia è stata confermata dalle autorità militari egiziane al sito specializzato sudafricano Defenceweb.
Il trasferimento di questa sofisticatissimo sistema di guerra al regime nord-africano è stato particolarmente travagliato per il consorzio MBDA. Gli SCALP erano stati ordinati nel 2015 congiuntamente ai 24 cacciabombardieri “Rafale” ma Washington aveva posto il proprio veto all’export da parte del governo francese, in quanto i missili utilizzavano tecnologie progettate e prodotte in parte in America. Per aggirare l’opposizione USA, il ministro della Difesa francese Florence Parly aveva chiesto a MBDA di utilizzare componenti di produzione europea.
“L’unica cosa che possiamo fare – aveva dichiarato Parly – è che il gruppo industriale faccia qualche investimento in ricerca e sviluppo per essere in grado di produrre componenti simili che non sono coperti dall’International Trade in Arms Regulation sul commercio internazionale di armi degli Stati Uniti”. L’amministrazione Trump ha comunque revocato il veto nell’aprile 2019 e MBDA ha potuto concludere l’affaire con il dittatore militare al-Sisi.
Secondo i manager di MBDA, lo SCALP (acronimo di Système de croisière conventionnel autonome à longue portée) è un missile da crociera aviolanciabile aria-superficie a lungo raggio, armato con testata convenzionale, “che può colpire il nemico in profondità, a prescindere dalla difesa aerea, grazie alle sue caratteristiche stealth”. E’ stato progettato per essere impiegato contro un ampio spettro di obiettivi: posti di comando, infrastrutture aeroportuali e portuali, ponti, depositi di munizioni, navi e sottomarini attraccati, ecc..
Il sistema d’arma, il cui costo unitario è stimato in 1,35 milioni di euro, pesa 1.300 kg, è lungo 5,10 metri e ha un raggio operativo sino a 500 km, anche se nel caso dei modelli esportati all’Egitto sarebbe stato ridotto a 300 km per renderlo compatibile con i sistemi di controllo a disposizione dell’Aeronautica egiziana. Alimentato da un piccolo motore, il missile da crociera può raggiungere la velocità massima di 800 km/h. Completamente autonomo, lo SCALP si dirige sulle coordinate impostate prima del volo e una volta sganciato non ha bisogno di ulteriori controlli.
Il missile può essere impiegato da diversi velivoli da guerra (cacciabombardieri “Rafale”, “Tornado”, “Mirage 2000” ed “Eurofighter Typhoon”) e potrà essere montato anche sotto le ali dei caccia di quinta generazione F-35 “Lighning II”. Questo sistema bellico è già stato utilizzato in alcuni dei più sanguinosi conflitti internazionali, come in Iraq, Siria, Libia e Yemen. Lo SCALP è in dotazione alle Aeronautiche militari di Francia, Grecia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Italia. Il nostro paese si è dotato degli SCALP nel 2006; dopo averli testati la prima volta con i “Tornado IDS” del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) nel poligono sudafricano di Overberg, li ha impiegati massicciamente nella primavera del 2011 durante i bombardamenti in Libia (Operazione Unified Protector).
Caccia da combattimento Rafale con missili Scalp
Il consorzio industriale MBDA è il maggiore produttore di sistemi missilistici a livello europeo e il secondo a livello mondiale. Con quartier generale a Le Plessis-Robinson, nei pressi di Parigi, esso è controllato per il 75% da Airbus Group e BAE Systems e per il restante 25% dal gruppo Leonardo (ex Finmeccanica). La controllata MBDA Italia S.p.A. impiega 1.300 lavoratori negli stabilimenti di Roma, Fusaro (Bacoli, Napoli) e La Spezia.
Al sanguinario regime del Cairo, MBDA ha pure fornito i missili MICA multi-bersaglio aria-aria per i cacciabombardieri “Rafale” e “Mirage 2000-5” e i sistemi missilistici superficie-aria VL-MICA SAM destinati alle nuove corvette della Marina militare. I VL-MICA armeranno anche le nuove quattro fregate “Meko A200” che l’Egitto ha ordinato in Germania. MBDA starebbe negoziando con il Cairo pure la fornitura della versione navale del missile guidato MMP a corto raggio e altri sofisticati sistemi di difesa aerea e costiera.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
14 febbraio 2021
Cento giorni di guerra. Cento giorni di terrore, fame, stupri, morte. Il Tigray si è trasformato in un immenso campo di battaglia dove il prezzo più alto, ma non è una cosa nuova, è pagato dai civili. Il conflitto è cominciato il 4 novembre con l’invio nella provincia del nord del Paese dell’esercito di Addis Ababa, su ordine del primo ministro e premio Nobel per la Pace 2019 Abiy Ahmed.
Secondo l’UNHCR sono oltre 61mila coloro che sono fuggiti dal Tigray per cercare protezione e sicurezza nel vicino Sudan. La popolazione sudanese li ha accolti bene. Gran parte di essi – quasi 43mila – hanno attraversato il fiume Tekeze per raggiungere Hamdayet, una tranquilla cittadina nello stato di Kassala.
Rifugiati etiopici in Sudan
I profughi, tra loro anche centinaia di minori non accompagnati, hanno raccontato storie terrificanti. Una uomo, ancora terrorizzato, ha spiegato ai reporter del New York Times: “Tutti noi abbiamo temuto per le nostre vite. Bombardamenti, uccisioni indiscriminate, saccheggi, e durante la fuga abbiamo visto morti ovunque”.
UNHCR ha scortato gran parte rifugiati nei campi, altri hanno preferito restare nella cittadina di frontiera, approfittando dell’ospitalità degli abitanti, con la speranza di poter ritornare presto a casa.
Ad Hamdayet i residenti sono per lo più musulmani, commercianti di lingua araba, mentre gli etiopi sono cristiani, agricoltori e la loro lingua è diversa, ma i residenti hanno aperto senza esitazioni le proprie case, si sentono responsabili della vita di coloro che hanno dovuto abbandonare tutto pur di salvarsi. Eppure anche il Sudan non sta attraversando un periodo felice dal punto di vista economico. Il rincaro dei prezzi ha portato nuovamente la popolazione nelle piazze e sulle strade per chiedere migliori condizioni di vita. In passato le proteste sono sfociare poi in un golpe militare che ha deposto il dittatore Omar al-Bashir, rimasto al potere per oltre 30 anni.
Nel Tigray stesso la situazione si complica di giorno in giorno. Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshia, ha denunciato il rimpatrio forzato di migliaia di eritrei che avevano cercato protezione in Etiopia. I più vivevano nei campi per profughi di Schimelba e Hitsats. L’Etiopia ne ospitava 96mila in 4 campi. Tutti erano scappati dalla dittatura di Asmara che ancora oggi impone il servizio militare/civile senza fine. Chi ora è stato costretto a ritornare in patria, certamente non è stato accolto con un tappeto rosso. Sono tutti considerati disertori.
Don Moussie Zerai
Don Zerai ha precisato che più o meno 5mila sono riusciti a scappare nel campo profughi Mai-Aini, ma altri 5mila risultano dispersi e ha aggiunto: “Sappiamo che ci sono state violenze e anche omicidi. E’ una grave violazione della Convenzione di Ginevra del 1951 (statuto dei rifugiati, del quale UNHCR è il “guardiano” n.d.r.). Il sacerdote di origini eritree dice che non è dato sapere cosa sia successo esattamente ai 5mila spariti nel nulla, alcune informazioni hanno però rivelato che molti sono stati arrestati e si trovano attualmente nelle putride galere della ex colonia italiana.
E giovedì scorso l’Agenzia di stampa Reuters ha comunicato che Addis Ababa ha chiuso i campi di Shimelba and Hitsats. I profughi sarebbero stati ricollocati in altre strutture. Infatti oltre che don Zerai, anche UNHCR aveva denunciato l’attacco ai campi e del rimpatrio forzato di migranti da parte di truppe eritree.
Ormai nessuno può più negare la presenza di truppe eritree in Tigray e il diretto coinvolgimento di Asmara nel conflitto. iniziato il 4 novembre con l’invio dell’esercito di Addis Ababa dietro ordine del primo ministro e premio Nobel per la Pace 2019 Abiy Ahmed.
E finalmente, dopo testimonianze e denunce, il governo di Addis Ababa , tramite il ministro per le Donne, Filsan Abdullahi, ha ammesso che sono stati commessi stupri e violenze nel Tigray. Persino Ethiopian Human Rights Commission ha precisato che sono stati segnalati 108 stupri negli ultimi due mesi e metà di questi sono stati consumati nella zona del capoluogo Makallè. Ma l’istituzione governativa ha anche detto che sicuramente molte altre violenze nei confronti delle donne non sono state denunciate. Il governo ha promesso tolleranza zero per coloro che hanno commesso questi efferati crimini, certamente si tratta di militari delle truppe governative o di forze alleate.
Intanto il ministero delle Donne ha promesso di inviare esperti in tutto il Tigray e, anche secondo il portavoce Adinew Abera, certamente verranno alla luce altre violenze sessuali.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
12 Febbraio 2021
“Clamoroso al Cibali”, verrebbe da gridare pensando a un evento fuori dalla logica e, soprattutto, dalla realtà. Eppure la realtà a volte supera l’immaginario.
In uno degli Stati (se Stato si può definire la Somalia) più disastrati del pianeta, dove le donne sono tra gli obiettivi primi dell’organizzazione islamico-criminale Al Shebab, una studentessa, Aisha Muhyadin, 22 anni, ha sfidato tutto e tutti: ha aperto, e dirige, un impianto sportivo, il Binish Gym, in cui la parte femminile della società possa tenersi in forma e acquistare fiducia in se stessa. Una sala per “belle di giorno”, verrebbe da dire (senza offesa), dato che di sera la struttura è only for men.
Donne somale si allenano in palestra
Alle nostre latitudini, palestre, palestrati e palestrate sono un fatto scontato (a parte la chiusura causa pandemia). In Somalia, è diverso: qui solamente nel 2018 le ragazze hanno dato vita al primo club calcistico, il Globe Girls Center, cui si sono iscritte in 60. Poco dopo l’alba, ogni giorno, molte di esse hanno preso a ritrovarsi nel campo sportivo, si sono liberate dell’Hijab, (ma restando sempre coperte senza mai mostrare braccia e gambe) e hanno cominciato ad allenarsi).
E appena lo scorso anno, nel 2020, le ragazze somale hanno dato il via a tornei di pallavolo e pallacanestro. Intervistate dalla Reuters, le giocatrici hanno dichiarato: “Infiliamo le divise negli zaini che usiamo per andare a scuola o all’università in modo da non destare sospetti”. Inutile dire che il campo di gioco è protetto da alti muri di cinta per evitare sguardi indiscreti e, soprattutto, attacchi mortali da parte di Al Shebab. Per questi fanatici terroristi, lo sport in genere è considerato una forma di divertimento del diavolo: immaginiamoci se praticato dalle donne. Che devono guardarsi anche da biasimo e derisione di amici, parenti e conoscenti.
Intervistata da Africanews, Najma Sufi Abdi, una delle giovani che frequenta la palestra Binish Gym, ha raccontato: “In tanti, a cominciare da mio marito, mi hanno chiesto: stai male? Ha il diabete? Perché vai in palestra? E io ho dovuto spiegare che volevo perdere peso per stare meglio e acquisire una bella linea…”
“In una società conservatrice come la Somalia – sottolinea l’istruttrice sportiva Ahisha Muhyadin – la palestra ha cambiato la vita di molte donne, ha dato vita a una piccola rivoluzione”
In attesa di una rivoluzione più grande. In gennaio il primo ministro Mohamed Hussein Roble, 58 anni, ha annunciato le quote rosa in Parlamento: un terzo dei deputati sarà riservato alle donne nelle elezioni che erano previste l’8 febbraio scorso. Alcuni gruppi femminili hanno accolto con piacere la proposta, ma anche con molta diffidenza, timorose dei condizionamenti dei clan tradizionalisti e misogini.
Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, presidente della Somalia
Intanto le elezioni sono saltate: rinviate a causa dei contrasti fra il governo federale e gli stati regionali. Tanto che l’altro giorno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per bocca di Barbara Woodward, presidente di turno del Consiglio, ha invitato le parti a riprendere urgentemente il dialogo. Al centro del contendere, l’intenzione del presidente uscente Mohamed Abdullah Mohamed, detto Farmajo, 59 anni, di ricandidarsi. Nel settembre scorso tra le forze in campo era stato raggiunto un accordo per andare alle urne l’8 febbraio, appunto.
Farmajo ha accusato due dei 5 stati regionali, lo Jubbaland e il Puntland, di aver violato l’intesa mentre l’opposizione ha contestato la legittimità di un suo secondo mandato e lo ha invitato a rispettare la Costituzione e a creare un Consiglio di Transizione per andare a nuove elezioni.
Questa incertezza favorisce, ovviamente, il gruppo estremista Al-Shebab, che non solo ha diffuso documentari contro il presidente e il processo elettorale, ma ha anche organizzato un attentato la notte dell’8 febbraio per boicottare gli incontri in vista del voto. Non ci sono state vittime civili, ma quattro terroristi sono stati uccisi dall’esercito somalo. In gennaio, oltretutto, da quello che è stato ribattezzato “Stato fallito” si sono ritirati 700 militari americani, mentre a fine anno se ne andranno i 20mila soldati dell’Unione Africana, che dovrebbero garantire la sicurezza. In una situazione del genere ci vuole veramente molto coraggio femminile per fare sport e andare in palestra.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 12 febbraio 2021
Si chiamano Wagner Group, Dyck Advisory Group (DAG), Blackwater, STTEP International, Executive Outcomes, Paramount Group, Beijing Security Service, DeWe Security. Sono i nomi di alcune delle molteplici aziende che vendono servizi di sicurezza a multinazionali e a governi di tutto il pianeta.
Mappa dell’Africa dove opera Dyck Advisory Group (Courtesy DAG)
Business globale miliardario
Africa compresa. Un business globale che oscilla tra 42 e 50 miliardi di euro generato da oltre un migliaio di agenzie. Il termine “servizi di sicurezza” è ampio e ambiguo ma si può definire eufemisticamente come “rapida soluzione dei problemi sul territorio di intervento”.
Un concetto che va dalla formazione militare e di intelligence allo sminamento, dalla sicurezza specializzata alla lotta al bracconaggio. Ma che è anche forza di reazione rapida e negoziazione di ostaggi, missioni di rilascio e stabilizzazione di bersagli strategici. Insomma uomini d’arme con alta specializzazione militare e ampie capacità per governi o aziende che lo richiedono.
Le “guerre ibride” africane
Molti Stati africani interpellano questi professionisti della guerra per combattere soprattutto quelle che vengono chiamate “guerre ibride”. Quei conflitti che gli Stati non sono in grado di vincere con le proprie forze armate o non vogliono utilizzarle. Oppure perché non possono o non vogliono esporsi.
Le maggiori aziende che portano i mercenari in giro per il mondo sono sudafricane, russe, tedesche, statunitensi, cinesi. Anche se queste ultime si occupano di proteggere la “Via della seta”. Questi moderni soldati di ventura, in Africa, li troviamo dove ci sono risorse minerarie e conflitti locali. Dalla Nigeria al Ruanda, dal Mozambico al Centrafrica, dal Congo-K, alla Libia, dal Camerun al Sahel.
Ma perché il continente africano è terra per mercenari? I confini odierni sono stati tracciati dai colonialisti europei a loro uso e consumo senza tener conto delle etnie presenti. Moltissimi gruppi etnici, si sono trovati divisi da una frontiera coloniale oppure obbligati a convivere con i loro nemici storici.
È il caso dei tutsi e gli hutu in Ruanda, shona e ‘ndebele nell’ex Rhodesia, oggi Zimbabwe. Oppure gli scontri tra le etnie hema e lendu nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di confini di stato che ormai sono consolidati. O in situazioni odierne come il Camerun che vede la maggioranza francofona contro la minoranza anglofona. Quest’ultima vuole l’indipendenza e ha creato delle milizie ingaggiando mercenari nigeriani.
Nel video: Elicottero Gazelle utilizzato dai mercenari di DAG a Cabo Delgado, Mozambico
In Mozambico tre compagnie di mercenari
Altro esempio è Cabo Delgado, nord del Mozambico, ricco di gas e rubini, dove la popolazione, a maggioranza islamica, non ha accesso ia proventi delle risorse. Cittadini mozambicani che si sentono abbandonati dal governo centrale che dista 2.500 km. Una condizione che ha creato spazio per il terrorismo jihadista di Al Sunnah wa-Jammà, oggi affiliato allo “Stato Islamico in Africa Centrale”, in Congo-K. E il presidente Filipe Nyusi, per combattere i jihadisti, si è affidato a tre compagnie di mercenari. Situazioni che creano conflitti locali soprattutto in territori con ricche risorse minerarie: pietre preziose, idrocarburi, minerali strategici, terre rare.
In queste situazioni molti leader africani che vincono le elezioni in fragili democrazie sanno di non poter contare su un esercito nazionale ma solo su fedelissimi che lo proteggono. E di solito sono della sua stessa etnia oppure mercenari. Non a caso Faustin-Archange Touadéra, presidente della Repubblica Centrafricana, avrebbe affidato la sua difesa personale ai pretoriani russi di Wagner Group.
Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes 10 febbraio 2021
Il coronavirus ha paralizzato i lavori del parlamento del Ghana. Il portavoce dell’Assemblea nazionale, Alban Bagbin, ha annunciato ieri che le sedute non riprenderanno prima del 2 marzo prossimo.
Una pausa necessaria, visto che 17 onorevoli e ben 151 membri dello staff sono risultati positivi a covid-19. “E, d’accordo con il presidente, Nana Akufo-Addo, rieletto lo scorso dicembre, le sedute dell’Assemblea saranno sospese per ben tre settimane, mentre continueranno le consultazioni con il comitato parlamentare per la formazione del nuovo governo”, ha specificato Bagbin.
Il presidente ghaniano, Akufo-Addo
Il mese scorso, durante le fasi dell’elezione del portavoce parlamentare, è dovuto intervenire l’esercito per sedare una bagarre scoppiata tra i vari partiti. Il nuovo Parlamento è praticamente diviso tra i due principali partiti, in quanto quello del presidente, New Patriotic Party si è aggiudicato 137 seggi, mentre quello dell’opposizione, National Democratic Congress, 136 e tale situazione rischia comunque di rallentare, se non portare a una fase di stallo i lavori, a prescindere dalle attuali “vacanze” forzate.
Il Paese ha registrato ben 72.328 casi positivi, tra questi oltre 65mila sono guariti, mentre i morti sono stati finora 472. La situazione nel Paese è preoccupante e il 31 gennaio il presidente, in un discorso alla nazione, ha vietato assembramenti ovunque. Chiusi teatri, cinema, concerti, spiagge, night club, pub, mentre il limite massimo per i funerali privati è stato fissato a 25 partecipanti ai funerali privati e vietati i matrimoni fino a data da definire.
I casi di covid-19 sono in aumento in tutto il continente. Infatti, Felix Tshisekedi – capo di Stato della Repubblica Democratica del Congo, in occasione del 34esimo vertice dell’Unione Africana dove è stato incoronato presidente di turno per l’anno 2021 dell’istituzione, succedendo al sudafricano Cyril Ramaphosa – durante il discorso d’apertura ha sottolineato che la lotta contro la pandemia è tra le priorità che il continente dovrà affrontare.
Il vertice dell’UA si è tenuto lo scorso fine settimana in video conferenza, proprio a causa della pandemia e durante questo meeting è stato rieletto per un secondo mandato Moussa Faki Mahamat come presidente della Commissione dell’UA.
Solo un anno fa, all’inizio della pandemia che ha registrato il primo contagio in Egitto – un turista tedesco, deceduto in un ospedale di Hurghada, città balneare sul Mar Rosso – si era temuto che nel continente potesse verificarsi uno scenario apocalittico per via del sistema sanitario fragile e vulnerabile in molti Paesi. Per fortuna le peggiori previsioni non si avverate. Secondo il Centro di controllo e la prevenzione delle malattie dell’UA (Africa CDC), l’incidenza dei casi covid-19 è del 3,5 per cento a livello mondiale e quella dei decessi del 4 per cento.
Unione Africana
In una recente intervista, il presidente della Commissione ha denunciato l’accaparramento dei vaccini. Molti Stati ricchi cercano di accaparrarsi il maggior numero possibile di dosi, anche più di quante ne necessitano effettivamente. Il continente africano ha comunque bisogno di 1,5 miliardi dosi per vaccinare almeno il 60 per cento degli abitanti, ossia 1,3 miliardi di persone, sperando in una immunizzazione collettiva.
Ma l’Africa ha molti altri problemi da risolvere in questo preciso momento storico. Certo, la pandemia è al primo posto, ma la crisi che attualmente ha colpito il Corno d’Africa no va assolutamente sottovalutata. La guerra nel Tigray non è di facile soluzione, visto che il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, ha rifiutato qualsiasi mediazione da parte dell’UA.
Il Consiglio di Pace e Sicurezza ha finora affrontato solo marginalmente il conflitto che si sta consumando nelle due province anglofone del Camerun e così pure la questione dei jihadisti nel nord del Mozambico. Insomma sarà un anno di lavoro intenso per i dirigenti dell’Unione Africana.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
9 febbraio 2021
Guerra in Yemen, terribile tragedia umanitaria, migliaia di civili uccisi nei bombardamenti aerei della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, caccia e bombe made in Europe. Meglio tardi che mai, l’Italia ha finalmente detto stop all’ignobile export di armi alle forze armate dei due Paesi arabi coinvolti. Il Governo Conte, alla vigilia delle sue dimissioni, ha revocato le autorizzazioni per il trasferimento di missili e bombe d’aereo ad Arabia Saudita ed Emirati. La revoca delle licenze rilasciate dalle autorità italiane tra il 2016 e il 2018 è giunta dopo la “sospensione per 18 mesi” decisa dall’esecutivo l’11 luglio 2019, grazie alla campagna di denuncia e mobilitazione che ha visto protagoniste decine di associazioni pacifiste e ONG dei diritti umani.
Entrata dello stabilimento della RWM di Domusnovas, Sardegna, Italia
Secondo la Rete Italiana Pace e Disarmo e Opal, l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia, il provvedimento riguarda perlomeno sei diverse autorizzazioni di esportazione, tra le quali la licenza del Ministero degli Affari esteri del 2016 (premier Matteo Renzi), relativa ad oltre 19.600 bombe aeree della serie Mk 82, Mk 83 ed Mk 84 del valore di oltre 411 milioni di euro, a favore del regime saudita. A produrre gli ordigni, lo stabilimento di RWM Italia S.p.A. di Domusnovas, in Sardegna.
Portata storica
“Si tratta di un atto di portata storica che avviene per la prima volta nei 30 anni dall’entrata in vigore della Legge n.185 del 1990 sull’export di armi”, hanno commentato Amnesty International Italia, Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo e Save the Children. “Questa decisione pone fine – una volta per tutte – alla possibilità che migliaia di ordigni fabbricati in Italia possano colpire strutture civili, causare vittime tra la popolazione o possano contribuire a peggiorare la già grave situazione umanitaria nel Paese”.
La campagna di mobilitazione per imporre l’embargo di bombe made in Italy alla coalizione militare internazionale responsabile del bagno di sangue in Yemen si è allargata dopo le risultanze di un’inchiesta di un gruppo di ricercatori delle Nazioni Unite che nel gennaio del 2017 aveva bollato come “crimini di guerra” le operazioni aeree condotte da Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Nel corso della loro missione, i ricercatori ONU avevano individuato i frammenti di alcune bombe utilizzate contro obiettivi civili, la cui produzione era stata individuata in Italia, confermando quanto era già stato anticipato in Sardegna dalle organizzazioni No War e da Opal. A settembre 2000, il Parlamento Europeo aveva poi approvato ad ampia maggioranza una Risoluzione che condannava l’intervento militare in Yemen di Arabia Saudita ed Emirati Arabi e invitava la Commissione ad avviare nei confronti di questi due paesi “un processo finalizzato ad un embargo dell’UE sulle armi”.
Licenze revocate
Come hanno rilevato Amnesty International Italia e le associazioni partner, la decisione di revoca delle licenze “conferma la necessità di indagare sulla responsabilità penale di UAMA – l’Autorità responsabile delle autorizzazioni presso la Farnesina – e RWM Italia nelle esportazioni di bombe della serie Mk durante il periodo del conflitto, come denunciato alla magistratura da alcune delle nostre organizzazioni ora in attesa di una decisione del GIP in merito al proseguimento dell’indagine”.
Nell’aprile del 2018, la Rete Pace e Disarmo, l’European Center for Constitutional and Human Right (Ecchr) di Berlino e l’ONG yemenita Mwatana for Human Rights avevano presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma in cui s’ipotizzavano i reati di abuso di ufficio da parte di UAMA e di omicidio colposo da parte di RWM Italia, a seguito del rilevamento nel 2016 di frammenti di bombe e un anello di sospensione con numero di serie della produzione nello stabilimento Domusnovas di RWM Italia, dopo un bombardamento aereo del villaggio yemenita di Deir Al-Hajari, in cui avevano perso la vita sei persone, tra cui quattro bambini. Secondo i legali delle tre associazioni, l’esportazione di queste bombe avrebbe palesemente violato la legge italiana 185/90, la Posizione Comune 2008/944 dell’Ue e il Trattato Onu sul commercio delle armi. Dopo la richiesta di archiviazione del procedimento da parte del Pubblico ministero del Tribunale di Roma, il 26 gennaio 2021 le ONG hanno presentato opposizione e ora si attende la decisione del GIP.
Denuncia alla Corte Penale Internazionale
L’11 dicembre 2019, Rete Pace e Disarmo, Ecchr e Mwatana for Human Rights, insieme ad Amnesty International, Campaign Against Arms Trade e Centre Delàs hanno anche presentato una Comunicazione alla Corte Internazionale dell’Aia chiedendo un’indagine sulla responsabilità delle autorità governative di Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito e delle aziende esportatrici di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati. Le associazioni hanno documentato ben 26 attacchi aerei in cui sono stati impiegati ordigni prodotti in Europa.
Secondo Amnesty International Italia e le associazioni partner, tra il 2015 e il 2019 il nostro Paese ha autorizzato l’export di armamenti per un valore complessivo di circa 845 milioni di euro verso l’Arabia Saudita e per oltre 704 verso gli Emirati Arabi Uniti. “Sebbene da metà 2019 non sia stata rilasciata alcuna autorizzazione sui materiali specificamente indicati nella decisione governativa, su altri tipi di materiali d’armamento è stato invece dato il via libera nel secondo semestre 2019 a 6 autorizzazioni verso l’Arabia Saudita per un valore complessivo di circa 105 milioni di euro e a 25 autorizzazioni verso gli Emirati Arabi Uniti per un valore di circa 79 milioni di euro”, aggiungono le ONG. “Le stime per i primi sei mesi del 2020 segnalano infine spedizioni definitive per poco meno di 11 milioni di euro in armi e munizioni di tipo militare verso gli EAU e 5,3 milioni di euro all’Arabia Saudita (dei quali 4,9 milioni riguardano pistole o fucili semiautomatici che possono essere state destinate anche a militari o corpi di sicurezza pubblici o privati)”.
Fabbriche contro la revoca dei permessi
Contro la revoca dell’export di bombe ai due Paesi arabi, l’amministratore delegato di RWM Italia, Fabio Sgalzi, ha annunciato di voler presentare un ricorso al TAR. “Siamo di fronte ad un provvedimento ad aziendam, che di fatto colpisce duramente solo RWM Italia”, ha dichiarato Sgalzi all’AGI. “L’azienda assicura che farà l’impossibile per ottenere l’annullamento di un provvedimento ingiusto e punitivo, a tutela delle centinaia di lavoratori, molti dei quali già finiti in cassa integrazione. Pur riconoscendo la complessità della situazione yemenita, il periodo 2019-2020 ha registrato molti passi concreti nella direzione di una stabilizzazione e pacificazione dell’area, contrariamente a quanto accaduto negli anni precedenti. Troviamo, quindi, la decisione del governo contraria alla verità dei fatti”.
Guerra in Yemen
RWM Italia SpA è interamente controllata dal colosso tedesco Rheinmetall AG, uno dei maggiori produttori d’armi leggere e pesanti a livello internazionale. L’azienda italiana ha due stabilimenti, uno a Domusnovas-Iglesias e uno a Ghedi (Brescia), dove si trova anche la sede principale. “Il core business di RWM Italia è basato principalmente sulle attività di bombe d’aereo general purpose e da penetrazione; caricamento di munizioni e spolette; sviluppo e produzione di teste in guerra per missili da crociera, siluri, mine marine, cariche di demolizione e controminamento”, riporta il sito web dell’azienda. A Domusnovas, in particolare, vengono prodotte le famigerate Mk81, Mk82, Mk83 ed MK84 impiegate in Yemen e le devastanti bombe d’aereo di penetrazione BLU 109, BLU 130, BLU 133 e Paveway IV.
Piano di investimento
Per ampliare le infrastrutture e potenziare la produzione di sistemi di morte nello stabilimento sardo, nel 2017 il colosso Rheinmetall ha predisposto un piano di investimento finanziario di 35 milioni di euro. RWM Italia ha poi richiesto la concessione edilizia per la costruzione di nuovi reparti e per il Campo Prove R140, un poligono per prove esplosive all’aperto, nell’area territoriale che ricade nel Comune di Iglesias.
Le autorità locali hanno rilasciato le autorizzazioni secondo modalità di “dubbia legittimità”, come affermato da Italia Nostra e dal Comitato per la Riconversione della RWM, che hanno presentato ricorso al TAR. “Nella prima metà di marzo 2020, in piena pandemia, gli uffici del Comune di Iglesias sono stati più che mai attivi nell’istruire numerose pratiche relative all’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas”, spiega Graziano Bullegas, Presidente di Italia Nostra Sardegna. “La strategia utilizzata è quella dello spezzatino, ormai collaudata negli anni. Non si presenta un’istanza univoca e un piano attuativo, ma più richieste per singoli interventi in modo da impedire una visione generale, eludere pareri di natura regionale molto più complessi e soprattutto esigenti dal punto di vista delle documentazioni aggiunte”.
Pericolo per l’incolumità pubblica
“La fabbrica di RWM rappresenta un serio pericolo per la pubblica incolumità e per la salvaguardia dell’ecosistema in quanto stabilimento ad elevato rischio di incidente rilevante, con un Piano di Sicurezza Esterno scaduto da quasi 10 anni e mai aggiornato all’attuale produzione di ordigni bellici”, aggiunge Bullegas. “Il tutto reso ancor più insostenibile dal rilascio da parte della provincia di una autorizzazione ambientale semplificata simile a quella che viene rilasciata a una piccola attività artigianale, anziché l’autorizzazione Integrata Ambientale più rigida e meno permissiva. Così la più grande fabbrica di bombe d’Europa ha un’autorizzazione pari a quella che ha un’autofficina!”.
Contemporaneamente alla richiesta d’embargo dell’export ad Arabia Saudita, EAU e Turchia e contro l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas, una ventina di associazioni hanno dato vita al Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile con lo “scopo di promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro, nell’ottica di uno sviluppo del territorio che sia pacifico e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e come segno di volontà di pace dal basso”. Il Comitato ha lanciato una campagna di crowfunding per sostenere le spese legali nei ricorsi amministrativi contro l’espansione della produzione di bombe (dopo il rigetto del TAR del primo ricorso nel luglio 2020, la sentenza è stata impugnata davanti al Consiglio di Stato).
Intanto, per martedì 9 febbraio, la Campagna Stop RWM e il Cagliari Social Forum hanno indetto un sit-in di sensibilizzazione nella città capoluogo della Sardegna. No alla produzione di bombe – Stop alla vendita di armi, le richieste al centro dell’iniziativa che intende pure stigmatizzare le recentissime affermazioni dall’amministratore delegato di RWM, dal sindaco di Domusnovas e di alcune organizzazioni sindacali, fortemente critici della “storica” pur se tardiva decisione governativa di revoca delle licenze d’esportazione.
Da KmetrO Fabrizio Federici
L’Aja, 4 febbraio 2021
La Corte Penale Internazionale dell’Aja – informa Keystone-ATS – ha stabilito di avere pienamente giurisdizione sui territori occupati di Palestina, e, quindi di avere il diritto d’aprire un’inchiesta penale sia contro Israele che contro Hamas, per “crimini di guerra” in Cisgiordania, Gerusalemme est e a Gaza. La decisione – presa a maggioranza di due a uno dai giudici dell’organismo – ha scatenato l’ira di Israele e il plauso dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp): la quale aveva fatto del ricorso alla Corte dell’ Aja, uno dei punti essenziali dell’”intifada diplomatica” aperta, contro Israele, negli ultimi 5 anni.
Fatou Bensouda, procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja
Una scelta che accoglie, in sostanza, la tesi di base dell’inchiesta preliminare del 2019 del procuratore della Corte, Fatou Bensouda, decisa a perseguire ambo le parti, israeliani e Hamas, per il conflitto del 2014: anno che vide soprattutto l’ultima, pesante offensiva militare di Israele contro le posizioni di Hamas a Gaza. E che rigetta le posizioni di Tel Aviv: che non riconosceva alla Corte la potestà di intervenire sostenendo che la Palestina non è uno Stato (come invece riconosciuto sul piano internazionale, negli ultimi anni, ormai da molti governi).
“Oggi – ha accusato ilpremier dello Stato ebraico, Benyamin Netanyahu – si è dimostrato ancora una volta che la Corte è un’istanza politica e non giudiziaria. Ignora i crimini di guerra veri e perseguita invece lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo stato di diritto”. Una mossa, ha concluso Netanyahu, che “va contro il diritto dei Paesi democratici di difendersi dal terrorismo”.
Opposta la reazione dell’Anp: “Una vittoria – ha esultato il ministro degli affari civili Hussein Al-Sheikh – della verità, della giustizia, della libertà e dei valori morali del mondo”. La Corte nella sua sentenza ha stabilito che “la Palestina si qualifica come lo Stato sul cui territorio” sono avvenuti i fatti in questione. E che inoltre “la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato membro dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, si estende ai territori occupati da Israele dal 1967”.
Le motivazioni di oggi hanno accolto il punto di vista del procuratore Bensouda: che nel 2019 – pur convinta che la Corte avesse per diritto quella giurisdizione, in base al Trattato di Roma del 1998 – chiese un giudizio dirimente. Ora toccherà a lei decidere se dare seguito all’inchiesta preliminare del 2019 e incriminare Israele e Hamas per crimini di guerra: tutto lascia pensare che lo farà. Il mandato della Bensouda come procuratore scade a giugno prossimo.
Human Rights Watch ha definito la decisione “fondamentale” e Balkees Jarrah, direttore associato per la giustizia internazionale, ha affermato che “si offre finalmente alle vittime di gravi crimini una reale speranza di giustizia dopo mezzo secolo di impunità”.
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