Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 26 febbraio 2021
L’invasione delle cavallette nel continente nero questa volta sembra non finire più. Soprattutto nel Corno d’Africa la situazione sta peggiorando nonostante i pesanti interventi per fermare i famelici insetti.
Le locuste del deserto (Schistocerca gregaria) ormai da oltre un anno continuano l’invasione dal Corno d’Africa fino all’Oceano Atlantico attraversando tutto il Sahel. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) la prossima generazione di cavallette porterà ulteriori danni ai raccolti. L’area maggiormente colpita continua ad essere il Corno con il Kenya che ha la maggiore affluenza di sciami. Il picco maggiore si è registrato il 1° febbraio scorso.
Mappa degli sciami di cavallette in Africa dal 1 gennaio al 25 febbraio 2021 (Courtesy FAO)
La FAO dà l’allarme
L’Agenzia ONU per l’alimentazione e l’agricoltura avverte che in Etiopia, Yemen, Somalia, Sudan e Kenya sono a rischio fame. In questi quattro Paesi le locuste possono minacciare i mezzi di sussistenza di oltre 39 milioni di persone. Negli ultimi mesi, nel Corno d’Africa, questi parassiti sono stati combattuti su un totale di 1,3 milioni di ettari. Ma nonostante gli sforzi, a causa dell’habitat favorevole per il cambiamento climatico, l’impatto di questi ortotteri non si ferma.
Le previsioni FAO parlano di condizioni meteo più secche del normale nelle aree di nidificazione primaverile del Corno d’Africa e Africa nord-occidentale. Nei giorni scorsi però nel Kenya settentrionale e nell’Etiopia meridionale è piovuto moderatamente. Piogge che potrebbero essere sufficienti per consentire agli sciami presenti in entrambi i paesi di maturare e deporre le uova.
Questo significa avere un’altra generazione di cavallette affamate e divoratrici. Solo la mancanza di pioggia a marzo e aprile porterebbe una stagione secca che potrebbe limitarne la riproduzione. Alcuni piccoli sciami si sono spostati dal Kenya meridionale al nord-est della Tanzania, dove sono stati segnalati vicino al monte Kilimangiaro.
Mappa degli sciami di cavallette in Africa 17-23 febbraio 2021 (Courtesy FAO)
Servono ancora 150 milioni di dollari
Per continuare a combattere le insaziabili locuste del deserto, la FAO ha lanciato un appello: raccogliere 150 milioni di USD. Una cifra che serve per sostenere la risposta contro le cavallette in dieci paesi. Il finanziamento è urgentemente necessario per le operazioni di controllo e il sostegno ai mezzi di sussistenza.
Secondo i risultati provvisori del ballottaggio che si è svolto domenica scorsa in Niger Mohamed Bazoum, ha vinto con il 55,75 per cento delle preferenze. L’oppositore, Mahamane Ousmane, che si è fermato al 44,23 per cento ha subito contestato la vittoria del suo avversario, e ha parlato di irregolarità, in particolare nella regione di Tahoua nel sud-ovest della ex colonia francese. La partecipazione al voto è stato del 62,91 per cento. Al primo turno delle presidenziali, che si è svolto alla fine di dicembre 2020, Bazoum aveva raccolto il 39 per cento delle preferenze, mentre Ousmane il 17.
Mohamed Bazoum, nuovo presidente del Niger
I supporter dell’opposizione non hanno accolto di buon grado “la sconfitta” e all’indomani della proclamazione dei risultati, sono scesi nelle strade e nelle piazze della capitale Niamey. Nel centro della città sono stati bruciati pneumatici e alcune stazioni di servizio sono state vandalizzate. Le autorià hanno immediatamente ridotto l’accesso a internet. Ieri sera è poi ritornata la calma e il procuratore generale ha fatto sapere che in seguito ai disordini sono state fermate diverse persone. Tra questi anche Moumouni Boureima, detto Tchanga, ex capo di Stato maggiore dell’ex presidente Mamadou Tandja (al potere dal 1999 al 2000, deposto da un golpe militare). Secondo le autorità Tchanga sarebbe uno dei fautori dei disordini.
Bazoum, delfino del Capo di Stato uscente, Mahamadou Issoufou, entrambi del partito al potere Parti Nigérien pour la Démocratie et le Socialisme (PNDS-Tarayya), mentre Ousmane, ex presidente in carica dal 1993-1996, è il fondatore del raggruppamento politico Renouveau Démocratique et Républicain (RDR Tchanji). L’opposizione sostiene di essere in testa al ballottaggio con il 50,3 per cento e che userà tutti mezzi legali per far riconoscere la propria vittoria.
I risultati, ha sottolineato Issaka Souna, presidente di CENI (Commissione elettorale nazionale indipendente) restano provvisori finchè non si pronuncerà la Corte costituzionale.
Agguato agli scrutatori durante il ballottaggio in Niger
Durante il ballottaggio, che in gran parte del Paese si è svolto nella calma, nella regione di Tillabéri, zona delle tre frontiere (Niger, Mali, Burkina Faso), già fortemente scossa da frequenti attacchi dei terroristi del Sahel, sono morti 7 scrutatori di CENI (presidenti di seggi e rispettivi segretari) e altri 3 sono rimasti feriti, mentre si recavano al lavoro). Di conseguenza alcuni uffici elettorali non sono stati aperti e i cittadini non hanno potuto recarsi alle urne. La vettura degli impiegati di CENI è esplosa dopo aver urtato una mina nel territorio del comune di Dargol.
Il ministro degli Interni, Alkache Alhada, ha duramente condannato l’agguato, apostrofando i responsabili come antidemocratici, gente che vuole instaurare terrore e ha aggiunto: “Non accettiamo in questo Paese una dittatura medievale”.
Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano Massimo A. Alberizzi
23 febbraio 2021
Esecuzione per ritorsione, tentato rapimento per vendetta e/o riscatto, addirittura errore e fuoco amico. Le teorie su come e perché l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Mialmbo, impiegato dell’ONU, siano stati barbaramente uccisi in un’imboscata sulla strada che da Goma porta a Rutshuru, nella parte orientale della Repubblica del Congo, sono tante e varie. Nessuna ovviamente è suffragata da una prova concreta. Sull’auto dell’ambasciatore, che non era blindata, viaggiava anche Rocco Leone, vice capo del PAM (Programma Alimentare Mondiale) in Kivu, rimasto illeso. Leone aveva organizzato il viaggio. Ora è in stato di shock profondo e tutti i tentativi per contattarlo sono andati e vuoto.
Rocco è un esperto d’Africa che frequenta da una ventina d’anni, quando era in Sudan, sempre per un’agenzia dell’ONU. Conosce bene il territorio e quanto fosse pericolosa quella strada che aveva percorso parecchie volte.
Se ha deciso di tornarci accompagnando l’ambasciatore è perché deve aver avuto assicurazioni dall’intelligence e dall’esercito congolesi che in questi giorni la zona era stata messa in sicurezza. Perde valore l’ipotesi che il gruppo si sarebbe messo in viaggio senza prima accertarsi delle condizioni della strada e non avesse avvisato le autorità, secondo cui, invece, gli italiani sono stati stupidi e imprudenti.
La strada Goma-Rutshuru è assai pericolosa e non è difficile imbattersi in cadaveri di miliziani abbandonati sull’asfalto (foto Massimo Alberizzi per Africa ExPress
Tra l’altro, l’ambasciata italiana a Kinshasa aveva richiesto un’auto blindata per il capo della delegazione, ma la pratica, con i tempi della burocrazia, è ancora lì giacente. Nessuna sorpresa giacché qualche anno fa le fotocopiatrici della legazione si erano rotte una via l’altra e nessuno da Roma si sognava, nonostante fossero passati mesi, di fare arrivare i pezzi di ricambio. Ci volle un mio articolo che segnalava il fatto per fare smuovere i funzionari della Farnesina che conclusero poi in fretta la spedizione.
Le salme di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci sono sono arrivate con un aereo militare da Goma a Ciampino ieri sera tardi.
I miliziani di etnia hutu dell’FDLR (Fronte Democratico di Liberazione del Ruanda) subito dopo l’attentato accusati di essere i responsabili dell’agguato, hanno fermamente smentito. Un loro portavoce, Cure Ngoma, in un comunicato inviato anche ad Africa ExPress, ha spiegato che nella regione operano più di 100 gruppi armati. “Non capisco perché le autorità congolesi hanno puntato il dito contro di noi. Non abbiamo svolto alcun ruolo in quell’odioso omicidio”
Nonostante sia pericolosa la strada che collega Goma a Rutshuru è assai frequentata anche dalle truppe dell’ONU che la pattugliano con blindati. Qui siamo nel villaggio di Kiwanja. L’auto che si vede sulla destra mostra la bandiera italiana, perché a bordo viaggiava la troupe di Africa ExPress. (foto Massimo Alberizzi per Africa Express)
Il Kivu, sia la parte settentrionale sia quella meridionale, è da anni teatro di bellicose contese tra i gruppi etnici hutu e tutsi, una guerra che ha avuto il suo apice nel 1984 con il genocidio in Ruanda. Il feroce antagonismo, che in Europa viene spesso presentato come un conflitto etnico ma che invece nasconde interessi economici enormi, dal Ruanda si è spostato in Congo, dove l’esercito hutu si è rifugiato dopo la sconfitta da parte dei tutsi.
Gli hutu che controllano a macchia di leopardo parte del territorio del Congo orientale non tollerano la presenza dei ruandesi tutsi.
Nell’abitato di Rutshuru restano i segni degli scontri dovuti alle incursioni dei miliziani (foto Massimo Alberizzi per Africa Express)
In questo quadro forse si può collocare l’assassinio dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci.
“Il governo congolese – ci scrive un intellettuale di Goma che per motivi di sicurezza vuole restare anonimo – ha appena firmato con il Ruanda un accordo che permette all’esercito di Kigali di entrare in Congo per combattere le milizie tutsi. E’ già successo 25 anni fa e allora ci siamo ritrovati con le truppe ruandesi che hanno controllato tutte le zone minerarie per più di due lustri. Sono state uccise milioni di persone (affermazione un po’ esagerata, ndr) e sono stati creati nuovi gruppi di ribelli pro tutsi. Quindi oggi, probabilmente, questi pro hutu vogliono mostrare i muscoli, far vedere che sono pronti a combattere e mettere di nuovo paura. La domanda da porsi è questa: perché il governo ha lasciato di nuovo entrare le truppe ruandesi dopo che la loro presenza ha causato per tanti anni guerre, distruzione e morte? E poi: chi ci guadagnerà a tornare all’instabilità in quella zona con il petrolio, le preziose miniere e tutto il ben di Dio che contiene il sottosuolo? Ci sono troppe cose non dette in questa storia”.
Nascosto nella foresta a poche centinaia di metri dalla strada Goma-Rutshuru, il quartier generale di una milizia filo tutsi (foto Massimo Alberizzi per Africa ExPress)
Per altro che l’esercito ruandese sta conducendo operazioni militari sul territorio del KIvu, in violazione delle misure prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, viene denunciato dal gruppo di esperti dell’ONU incaricato di controllare il rispetto dell’embargo sulle armi in Congo-K. Secondo un rapporto pubblicato il 23 dicembre scorso le attività ruandesi sarebbero riprese alcuni mesi fa, in accordo con il governo di Kinshasa.
E’ probabile che i nostri connazionali siano stati tirati dentro, loro malgrado, in questa storia, capri espiatori di un gioco perverso più grande di loro.
È la dodicesima epidemia che investe l’Africa equatoriale con il letale virus dove in passato ha colpito altri quattro Paesi africani. Ora la prima preoccupazione è fermare la possibilità di contagio in Liberia e Sierra Leone confinanti con la Guinea.
Immagine al microscopio del virus Ebola
Proprio perché il focolaio che ha attivato l’epidemia in Guinea, a Nzerekoré, è a 80km dal confine con i due Paesi, area di intenso traffico transfrontaliero. Ma anche in due province della Repubblica Democratica del Congo (RDC), sono stati confermati casi di Ebola.
E questo desta molta preoccupazione in un continente già pesantemente toccato dal Covid-19. Dopo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO), per arginare il mortale virus si muove anche l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM-IOM).
“Abbiamo bisogno di una rapida azione di contenimento su tutti i fronti per salvare quante più vite possibile – ha affermato António Vitorino, direttore generale dell’OIM -. Dobbiamo ridurre al minimo gli impatti negativi sulla salute, sul benessere sociale ed economico delle persone. Entrambi i paesi sono già alle prese con Covid-19, la salute e altri servizi essenziali sono al limite”.
OIM nel focolaio Ebola di Nzerekoré
L’OIM ha un ufficio a Nzerekoré e si sta coordinando con il ministero della Salute guineano. In loco c’è un team di sanità pubblica che include due medici e un epidemiologo. All’organizzazione ONU per le migrazioni è stato chiesto di intensificare le attività di sorveglianza sul controllo delle infezioni. Utilizzerà personale nei punti di ingresso lungo i confini utile alla ricerca dei contatti, mappatura della mobilità della popolazione e altre attività critiche.
Mappa dell’Africa equatoriale con i focolai di virus Ebola aggiornata al 19 febbraio 2021 (Courtesy GoogleMap)
Governo guineano e OIM, dal 2014, lavorano insieme su Ebola rinforzando i punti di ingresso in valichi di frontiera terrestri, aeroporti e porti. L’OIM Guinea attua la sorveglianza in tempo reale sulla comunità con una rete di oltre 9.000 volontari e ha donato attrezzature a oltre 80 centri sanitari.
Anche MSF si prepara al nuovo impatto di Ebola
Intanto, mentre scriviamo, anche Medici Senza Frontiere (MSF) si sta preparando ad affrontare Ebola in Guinea. Sta organizzando un team d’emergenza per supportare la risposta del Ministero della salute alla nuova epidemia. “È ancora presto per fornire un quadro epidemiologico” – afferma Frederik van der Schrieck, capomissione di MSF in Guinea -. Sappiamo che sono stati registrati 7 casi, tutti all’interno di una stessa famiglia che stava partecipando a una festa locale. Tre persone sono morte. Questa volta è diverso rispetto all’epidemia del 2014. Abbiamo vaccini e cure disponibili e dobbiamo usarli”.
In Congo-K difficili condizioni per la guerra
Diversa la situazione in Congo-K che ha un ambiente operativo difficile a causa del conflitto in corso. Nelle province di Equateur e Nord Kivu c’è una difficile condizione oltre a una protratta crisi umanitaria.
Sono però presenti in prima linea oltre 1.500 operatori. Negli anni hanno condotto 194 milioni di screening sanitari in 169 località critiche nella RDC e nei paesi limitrofi. La mappatura della mobilità della popolazione all’interno e oltre i confini in Sud Sudan, Burundi, Ruanda e Uganda facilita le operazioni sul territorio.
Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano Massimo A. Alberizzi 22 febbraio 2021
L’attacco è stato improvviso in pieno parco nazionale del Virunga ed è sembrato un’esecuzione in piena regola. L’auto su cui viaggiava l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, è caduta in un’imboscata tesa dai ribelli dell’FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda) sulla strada che collega Goma (città rivierasca sulla sponda nord del lago Kivu) a Rutshuru, in direzione del Lago Alberto, zona ricca di petrolio ancora non del tutto sfruttato.
Una delle entrate del parco nazionale Virunga, in Congo-K
La dinamica dell’aggressione non è ancora chiara ma dai primi riscontri – come ha raccontato lo stringer del Fatto Quotidiano a Goma – non sembra ci siano dubbi che l’obbiettivo fosse l’ambasciatore italiano. Un commando di miliziani ha assalito il piccolo convoglio sparando all’impazzata sull’auto. Il nostro rappresentante diplomatico e il carabiniere di scorta, Vittorio Iovacci, sono rimasti gravemente feriti. Morto sul colpo, invece, l’autista congolese, dipendente dell’ONU.
Questo video è stato girato immediatamente sul luogo dell’incidente, che viene chiamato
dalla gente “Le tre antenne”. Un grande quotidiano italiano l’ha pubblicato sostenendo
proditoriamente di averlo in esclusiva. Falso: il video circola da ieri sera sui social e sui siti
congolesi e ruandesi
Via walkie-talkie i passeggeri delle altre auto del piccolo convoglio hanno avvisato sia i ranger del parco, sia i militari del contingente Monusco. Intanto l’ambasciatore e la sua guardia del corpo sono stati caricati su un pick-up e trasferiti all’ospedale da campo delle Nazioni Unite (gestito dall’esercito indiano a Goma) ma sono spirati durante il tragitto.
“E’ come se gli aggressori sapessero già chi viaggiasse in quell’auto – ha spiegato il nostro stringer -. Attanasio il giorno prima era stato a Bukavu (altra città sul lago Kivu, ma sulla sponda sud, ndr) e aveva incontrato i maggiorenti e i leader della zona. Era un uomo cordiale e molto alla mano, per cui era stato accolto con simpatia. Anche a Ritshuru, dove era diretto, avrebbe dovuto vedere i capi locali e inaugurare alcune strutture donate dall’ONU, tra cui una scuola.
Vettura sulla quale viaggiava l’ambasciatore italiano ucciso in Congo-K
“Ma tra la popolazione qualcuno ce l’aveva con gli italiani. Molta gente qui è convinta che siano stati firmati dei contratti di estrazione petrolifera tra ENI e governo centrale di Kinshasa. E i notabili del posto, rimasti a bocca asciutta, hanno minacciato ritorsioni e vendette”. Una motivazione agghiacciante
L’ambasciatore Attanasio, che era originario di Saronno e si era laureato in Bocconi, viaggiava su una 4×4 del World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata di combattere la fame, sulla pista che da Goma porta a Ritshuru, attraverso il parco nazionale del Virunga, una zona incantevole e surreale, circondata da vulcani attivi, come l’imponente e spettacolare Nyiragongo.
L’area è pattugliata delle forze del contingente internazionale della Monusco (la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo) ma non è per niente sicura. La foresta tropicale pullula di gruppi di ribelli, per lo più criminali assassini senza scrupoli, il cui compito principale è taglieggiare le popolazioni locali assalendo i poveri villaggi, ammazzando gli uomini, stuprando le donne e rapendo i bambini che vengono arruolati di forza nelle milizie.
Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, (nella foto) ha viaggiato in lungo e in largo in quelle zone del Congo-K. Questa fotografia è stata scattata all’entrata di Virunga, proprio sulla strada Goma-Ritshuru dove ha perso la vita l’ambasciatore Attanasio
“Sembra un attentato ben organizzato e pianificato – è stato il commento di un italiano raggiunto per telefono a Goma -. Chi sapeva che l’ambasciatore sarebbe passato di lì questa mattina? E’ vero che quella strada è pericolosa e non si capisce bene perché l’ambasciatore l’ha percorsa senza scorta”.
A questa domanda risponde un documento diffuso dal WFP: “L’attacco è avvenuto su un percorso dove era stata concessa l’autorizzazione di viaggiare senza scorta di sicurezza”.
Dura e critica la replica del generale Aba Van Ang, commissario provinciale della polizia congolese, che accusa il nostro diplomatico: “Un ambasciatore, non può venire in un Paese straniero e muoversi senza avvisare i servizi di sicurezza per provvedere alla sua protezione”.
la strada Goma-Rutshuru è infestata da milizie e irregolari sbandati, banditi, tagliagole e assassini, che controllano piccole porzioni di territorio lucrando su piccoli e grandi traffici. Percorrendo la strada è facile imbattersi in gruppi di miliziani armati di tutto punto. anche con armi pesanti (foto Massimo Alberizzi/africa ExPress)
Da parte sua, il governo congolese comunica che seguirà con diligenza il caso: “Prometto al governo italiano che faremo tutto il possibile per scoprire chi c’è dietro questo spregevole omicidio”, ha detto Marie Ntumba Nzeza, capo della diplomazia congolese, nel primo pomeriggio.
Quel tratto di strada è battuto dalle milizie ruandesi dell’ FDLR, i resti dell’esercito, formato da hutu, responsabile del genocidio del 1994. Sconfitti allora dai ribelli del FPR (Fronte Patriottico Ruandese a maggioranza tutsi), si erano rifugiati in Congo e da lì avevano lanciato attacchi verso il loro Paese. Ma non solo: in questi anni si sono dedicati ad attività di sfruttamento delle risorse minerarie del territorio congolese: oro, diamanti, coltan e altro.
La strada è comunque pattugliata dai militari del contingente dell’ONU. Qui un blindato entra a Rutshuru (foto Massimo Alberizzi/Africa ExPress)
Ma sono rimasti tagliati fuori dal ricco business del petrolio, gestito direttamente dal governo centrale congolese. L’assassinio del nostro ambasciatore – se l’ipotesi dell’attacco mirato fosse confermata – sarebbe un messaggio diretto: “O parlate anche con noi e ci date parte delle royalty, oppure non riuscirete mai a sfruttare i giacimenti”.
L’ambasciatore italiano Luca Attanasio accreditato nella Repubblica Democratica del Congo, è stato brutalmente ammazzato poche ora fa, durante un attacco al convoglio del Programma Alimentare Mondiale (PAM), scortato dai militari della di MONUSCO (Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), vicino a Goma, nell’Est del Paese.
Vettura sulla quale viaggiava l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, ucciso in Congo-K
Djike Guillaume, portavoce dell’esercito nel Nord-Kivu, ha specificato che insieme al nostro diplomatico hanno perso la vita altre due persone.
Secondo alcune notizie frammentarie raccolte da reporter di Reuters dai ranger del Parco Nazionale Virunga, il convoglio sarebbe stato attaccato nei pressi della città di Kanyamahoro verso le 10.15 ora locale. Non si sa bene a quale scopo.
Il nostro rappresentante diplomatico non è morto sul colpo. E’ stato evacuato proprio dai ranger, ma è poi morto a causa delle gravissime ferite riportate.
Fonti ufficiali hanno fatto sapere che insieme a Attanasio hanno perso la vita anche la sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci, un carabiniere di soli 30 anni e l’autista congolese di PAM
Luca Attanasio aveva 43 anni e era a capo della diplomazia italiana nella ex colonia belga dall’ottobre 2019. Lascia moglie Zakia Seddiki, originaria del Marocco, e tre bambini piccole.
La zona del Parco Nazionale Virunga, il più antico di tutta l’Africa, noto in precedenza con il nome di parco nazionale Albert, che si trova nella regione del nord Kivu. è considerata molto insicura e pericolosa, dove si consumano sanguinari conflitti da oltre 25 anni. Basti pensare che nella primavera del 2018 sono stati rapiti due turisti britannici, poi liberati poco dopo. Lo stesso direttore del parco, Emmanul de Mérode, aveva subito un attentato nell’aprile 2014.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
21 febbraio 2021
“Per giocare a cricket non è necessario essere stupidi. Esserlo, però, aiuta molto”.
Non è molto fine cominciare un articolo sul cricket con questa micidiale battuta di George Bernard Shaw. Si rischia di offendere gli oltre due miliardi (stimati) di fanatici di questo sport. E – Dio non voglia – di passare per razzisti. Sì, perché il cricket negli ultimi anni sta diventando sempre più popolare anche in Rwanda. E fra le donne, a smentire G. B. Shaw.
Come mai?
Nella narrazione comune, questo sport è considerato un lascito per eccellenza del colonialismo britannico. E’ infatti, praticato in India, Pakistan, Sri Lanka Sud Africa, Zimbabwe, Australia, Nuova Zelanda, Indie Occidentali Britanniche e più recentemente perfino in Afghanistan.
Ruanda: stadio di cricket
Invece in una nazione emergente come il Ruanda, non legata al British Empire, il cricket ha origini diverse: la spaventosa e ripugnante guerra civile fra Hutu e Tutsi, non a torto considerata la più grave forma di genocidio dalla Seconda Guerra Mondiale. E sta diventando l’attività ludica con la crescita maggiore nella “terra dalle mille colline”. Chi l’avrebbe mai detto che il secondo sport più diffuso al mondo (e anche il più aristocratico) avrebbe avuto un così rigoglioso sviluppo?
Lo dice Emmanuel Byiringiro, 42 anni general manager del Rwanda Cricket Association, intervistato da Al Jazeera. Il canale satellitare del Qatar nei giorni scorsi ha dedicato un ampio servizio a quello che per noi europei continentali è uno sport tra i più incomprensibili e noiosi sulla faccia della Terra. “Inizialmente il cricket era praticato da un gruppo di studenti della ex Università Nazionale di Butare – ha dichiarato Byiringiro, già campione nazionale di cricket – La maggior parte di questi giovani era rifugiata in Paesi vicini come il Kenya, Tanzania, Uganda. A essi si sono uniti altri studenti provenienti dall’India. Ora abbiamo un programma di sviluppo incentrato su scuole di cricket e sul coinvolgimento delle comunità. E’ lo sport che sta registrando la maggior crescita nel Paese”. Secondo il sito Visitrwanda.com nel 1999 è stata fondata la Rwanda Cricket Association e si calcola che siano ben 5 mila i praticanti impegnati, per 11 mesi l’anno, in competizioni nazionali, scolastiche e universitarie.
Secondo Al Jazeera, l’ampia diffusione del cricket e il coinvolgimento della popolazione un tempo profondamente e tragicamente divisa, lacerata, è un modo di seppellire il terribile passato. Per incrementare questo piano – soprattutto fra le donne – è stato appena assunto un coach di livello internazionale, Leonard Nhamburo, 40 anni, dello Zimbabwe. Il suo obiettivo primo è quello di preparare il team nazionale femminile per il torneo annuale che si svolge a giugno a Kwibuka (sede di un memoriale del genocidio) e per le qualificazioni ai mondiali di novembre in Botswana.
Negli ultimi 2 anni il Rwanda’s national women Cricket team è riuscito, per la prima volta, a qualificarsi ai mondiali dello Zimbabwe. Diane Ishimwe Dusabemungu, 26 anni, giocatrice della nazionale femminile (ma attrice di professione), conferma: “Noi mandiamo, con questo nostro impegno sportivo, un messaggio di unità in modo che ciò che è avvenuto non abbia mai più a ripetersi. Io sono nata per miracolo dopo che mia madre sopravvisse a una sparatoria all’acme del genocidio nel 1994. Ho cominciato a praticare questo sport a 10 anni e ho appreso a essere paziente e perseverante, responsabile. Quanto è successo è passato e da esso dobbiamo imparare. E’ come il cricket: se la tua squadra perde non devi continuare a pensare alla sconfitta. Il cricket dà un senso di calma, pace, unione, e gioia: sentimenti e sensazioni di cui ogni famiglia è stata privata durante i massacri”.
Concorda Clinton Rubagumya, 25 anni, della nazionale maschile: “Io sono nato dopo il genocidio , ma so che non c’è famiglia in Rwanda che non pianga un suo caro. E’ giunto il momento di guardare avanti e ho visto con i miei occhi come il cricket contribuisca a unire chi ha bisogno di aiuto a chi l’aiuto può darlo”. Di sicuro, Paul Kagame, il padre-padrone del democraticissimo (si fa per dire) Ruanda usa politicamente con estrema disinvoltura questo antico passatempo made in England. In Ruanda di genocidio è proibito parlare, chi si mette contro il potere ha qualche difficoltà (si veda il processo in corso in questi giorni contro il dissidente Paul Rusesabagina, quello del film Hotel Rwanda).
Non è un caso che Kagame, nel 2017, abbia partecipato in pompa magna all’inaugurazione del primo grande Gahanga Cricket Stadium, gentile omaggio – come ricorda il sito Visitrwanda.com – della British charity Rwanda Cricket Stadium Foundation.
Che cosa abbia scatenato la febbre nazionale per mazze, palle, guantoni in un paese come il Ruanda resta, comunque, un mistero, come quello che circonda lo svolgimento degli interminabili incontri. Per l’India, una delle massime potenze mondiali del cricket, si tratterebbe di “un esempio di come la decolonizzazione si riveli una forma dialettica di dialogo con la precedente epoca coloniale”. Lo afferma l’antropologo Arjun Appadurai, studioso del postcolonialismo, che al cricket ha consacrato un capitolo del suo volume “Modernità in polvere” (Raffaello Cortina).
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa
Ma per il Ruanda? Forse perché impone delle rigide regole di gioco e di condotta, quali il rispetto assoluto verso gli umpires (arbitri), il divieto rigido di lanciare parole offensive verso gli avversari, o le loro mogli, mamme, fidanzate come si usa nei nostri campi di calcio. Intendiamoci: gli insulti ci sono, ma devono essere intelligenti. La pratica di schernire gli avversari e di disturbarli in questo sport già pieno di parole strane come innings, wicket, boulers, fielders, batsman si chiama, ad esempio, “sledging”. Dicono gli esperti di cricket (definito da Robin Williams “baseball al valium”) che in questa pratica i maestri siano gli australiani. E citano quanto avvenne nel 1991 durante il cosiddetto “Test match” (partita di 5 giorni!): il pachistano Javed Miandad apostrofò la leggenda australiana Merv Hughes dandogli del “grasso autista d’autobus”. Hughes poco dopo eliminò Miandad e, passandogli oltre, disse con un sorriso: “Biglietti prego”..
Che stile, che finezza in questo sport, per il quale – ne restiamo convinti – vale quanto dichiarò un celeberrimo giocatore e manager di baseball, l’americano Tommy Lasorda: “Ci sono tre tipi di giocatori. Quelli che fanno quel che succede, quelli che guardano quel che succede, e quelli che si chiedono che cosa succede”. E volete che non valga anche per il cricket e per buona parte di noi?
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 20 febbraio 2021
Un nuovo ciclone tropicale sta passando sopra l’Africa australe e sta colpendo ancora una volta l’ex colonia portoghese. È stato chiamato Guambe ed il terzo nel giro di sei settimane, un’anomalia stagionale sul Canale del Mozambico. Il cambiamento climatico sta scaldando eccessivamente le acque dell’Oceano Indiano che sviluppano maggiori correnti causando un numero più alto di cicloni.
Il ciclone tropicale Guembe visto dai satelliti (Courtesy Wundermap)
L’allerta è stata data dalla Protezione civile dell’Unione Europea e ripresa da Reliefweb, struttura dell’Ufficio ONU che coordina le emergenze umanitarie (OCHA). La tempesta tropicale, il 17 febbraio ha colpito la provincia di Inhambane, nel centro del Paese, con venti a 85 km orari. Le previsioni meteo dicono che Guambe si sta spingendo verso il Mozambico meridionale. È previsto un aumento della violenza dei venti che possono arrivare a 150 km orari.
Il Mozambico centrale e meridionale, il 23 gennaio, è stato colpito da Eloisa su un’area popolata da 250 mila persone. Le forti piogge hanno fatto esondare i fiumi Buze, Save e Ponguè lasciando quasi 12 mila persone senza casa.
Ciclone Guambe, mappa di allerta della Protezione civile dell’Unione Europea
Le province di Sofala, Inhambane, Manica e Zambezia sono in allerta rossa per per forti piogge, forti venti e temporali. Il 30 dicembre c’era stato il primo ciclone tropicale della stagione, Chalane, che ha colpito le province di Sofala and Manica.
Nel 2019, due cicloni, Idai e Kenneth, hanno devastato l’area centro settentrionale del Mozambico causando un migliaio di morti.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
19 febbraio 2021
“Voglio parlarvi di un’ Africa che non conoscete, ma che esiste. Non quella delle malattie, della povertà estrema, della fame, dei conflitti. Questo è un continente che offre infinite opportunità e gran parte delle persone sono desiderano essere indipendenti, essere responsabili del proprio destino, sono stanche di corruzione, la loro tolleranza nei confronti dei criminali, terroristi, di tutto il malessere che li circonda, è zero. E’ una strada lunga, lo so’, ma la volontà c’è.
Ngozi Okonjo-Iweala, direttore generale di WTO
Sono parole di Ngozi Okonjo-Iweala, pronunciate nel lontano 2008 durante una sua apparizione pubblica, quando lavorava alla Banca Mondiale come economista, dove ha ricoperto posizioni di importanti. E pochi giorni fa la Okonjo-Iweala nigeriana di nascita, ma con in tasca anche la nazionalità statunitense dal 2019, è stata incoronata direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (acronimo inglese WTO) con sede a Ginevra. E’ la prima donna africana a ricoprire un tale incarico.
L’economista di fama internazionale prenderà servizio il 1°marzo 2021 e resterà in carica fino al 31 agosto 2025. Il suo nome circolava da molto tempo e fino ai primi di febbraio oltre a lei, c’era in lizza anche la sudcoreana Yoo Myung-hee, ministro del Commercio del suo Paese. Myung-hee, ha rinunciato alla corsa verso WTO dopo aver discusso con Washington e altre grandi potenze economiche. E non per ultimo perché l’attuale situazione economica mondiale ha toccato ovviamente anche l’Organizzazione con sede a Ginevra, che sta attraversando un momento non facile perché la crisi ha diminuito il suo ruolo nel sistema commerciale mondiale.
Molti ex governatori e alti funzionari USA hanno fatto pressioni sul nuovo presidente americano Joe Biden affinché approvasse la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, dopo che l’amministrazione Trump aveva bocciato la sua candidatura nel 2020.
Il futuro direttore generale di WTO, oggi 66enne, oltre a rappresentare l’Africa del riscatto e della rinascita, ha un background di tutto rispetto: si è laureata a pieni voto a Havard, ha poi conseguito un dottorato in economia regionale e sviluppo presso il Massachusetts Insitute of Technology (MIT). Ha tre figli maschi e una femmina, tutti laureati a Havard e è sposata con Ikemba Iweala, un neurochirurgo.
E’ stata insignita di oltre 10 lauree ad honorem dalle maggiori università del mondo e ha ricoperto per ben due volte il ruolo di ministro delle Finanze della Nigeria. Dal 2003-2006 con Olusegun Obasanjo e dal 2011-2015 con Goodluck Jonathan, il predecessore dell’attuale presidente, Muhammadu Buhari .
Durante i suoi due mandati come ministro, Okonjo-Iweala non è riuscita a raggiungere tutti i suoi obiettivi: l’economia è rimasta stagnante e non ha creato i posti di lavoro per i giovani. Ma certamente non per negligenza, bensì per mancanza di volontà di tutto il governo. E non bisogna dimenticare che nel 2012 è stata anche rapita sua madre, un medico in pensione, ultraottantenne. Allora la figlia aveva detto che i rapitori le hanno chiesto di rassegnare immediatamente le dimissioni e solo in un secondo tempo hanno parlato del pagamento di un lauto riscatto. “Era un chiaro messaggio”, ha specificato l’allora ministro delle Finanze e ha aggiunto: “La mia campagna e politica contro la galoppante corruzione non erano apprezzate da tutti”.
Malgrado le critiche, è solo grazie a lei e le sue riforme che la Nigeria si è salvata in quel periodo critico, ha specificato Bismarck Rewane, illustre economista nigeriano.
La numero uno di WTO ha avuto un’infanzia non facile. Aveva solo sei anni quando il suo Paese ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna. E’ cresciuta con la nonna insieme ai fratelli e sorelle nel Delta State, ex Biafra, giacché i genitori studiavano all’estero grazie a borse di studio. Ha dovuto cercare la legna, ha imparato a cucinare da piccola. Ma ha sofferto anche la fame, ha visto i suoi amici morire durante gli anni della guerra del Biafra. E non dimentica mai le sue origini. Ancora oggi si presenta in tutte le occasioni con i vestiti tradizionali della sua gente.
Ora la Okono-Iweala dovrà affrontare una nuova sfida come direttore generale del WTO, i cui Stati membri sono oggi 164 (più 22 osservatori). L’ organismo regola le relazioni commerciali fra gli Stati; tutte le decisioni importanti sono negoziate tra i membri, in condizioni il più trasparente possibile, e sono generalmente adottate sulla base del consenso, in occasione della Conferenza Ministeriale alla quale partecipano i ministri delle Finanze dei Paesi membri. L’organo esecutivo è costituito dal direttore generale e dai vari segretari.
L’Organizzazione Mondiale del Commercio non è un’agenzia dell’ONU.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
18 febbraio 2021
Ora che finalmente hanno ripreso a funzionare i telefoni, ad Aksum altri testimoni oculari hanno potuto raccontare ciò che è successo veramente nella città santa, dove, secondo la tradizione, in una cappella accanto alla cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion sarebbe custodita l’arca dell’Alleanza, la cassa di legno con coperchio d’oro contenente le Tavole dei dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè sul monte Sinai.
Aksum, Tigray. In questa cappella nel grande compound, dove è ospitata anche la cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion, è sistemata l’Arca dell’Alleanza
Associated Press (AP) ha potuto parlare con alcuni testimoni, ancora scossi da quanto hanno visto e vissuto e le loro voci tremano al ricordo di quei giorni. “Ovunque c’erano morti, corpi mutilati da colpi di arma da fuoco. Durante la notte si sentiva una sorta di risata e l’ululato tipico delle iene, mentre si cibavano dei cadaveri. Ci è stato tassativamente vietato di seppellire i nostri cari, i nostri amici e conoscenti”.
Da tempo si sapeva che alla fine di novembre dello scorso anno qualcosa di terribile era successo nella chiesa Nostra Signora Maria di Sion, si parlava di centinaia di morti. Ma non c’erano testimoni e nessun giornalista della stampa libera aveva avuto accesso alla zona di guerra dall’inizio del conflitto.
Wolbert Smidt, un etnostorico tedesco e professore all’università di Makallè, aveva ammonito: “Se attaccate Aksum, attaccate non solo l’identità di tutti gli ortodossi del Tigray, ma anche quella di tutti gli etiopi cristiano-ortodossi”.
A fine novembre di ogni anno il santuario di Aksum ospita migliaia di pellegrini per celebrare l’anniversario dell’arrivo dell’arca nella Chiesa di Nostra Signora Maria di Sion, dopo che la cassa contenete le tavole era sparita da Gerusalemme in tempi remoti.
Ma quest’anno il luogo di culto è diventato rifugio per coloro che scappavano dai combattimenti, per salvarsi la vita. Le truppe etiopiche e quelle eritree erano già arrivate una settimana prima con armi pesanti, c’erano stati anche bombardamenti. Poi gli eritrei sono tornati per uccidere membri delle milizie locali, mobilitate per contrastare il nemico a Aksum e nei villaggi vicini.
Anche Africa ExPress aveva dato notizia di una possibile mattanza a Aksum. Ora finalmente sono emersi dettagli, spaventosi e terribili. E l’anziano, che ha parlato con AP, ha preferito mantenere l’anonimato per paura di ripercussioni, visto che si trova ancora in città. Ha raccontato che sono state ammazzate 800 persone, forse più, durante quel fine settimana di novembre.
L’uomo ha raccontato che c’erano morti vicino alla chiesa e nella città. “Ho aiutato a contare i cadaveri o di quello che era rimasto dei poveri corpi. Ho cercato di prendere le loro carte d’identità per poterli identificare. Infine abbiamo tumulato i poveri resti in fosse comuni”. La mattanza continua ancora in questi giorni. L’AP ha potuto verificare che la settimana scorsa sono stati seppelliti 3 cadaveri, e, secondo l’agenzia che ha citato alcuni testimoni, nelle zone rurali la situazione sarebbe ancora peggiore. Secondo quanto raccolto da AP nei villaggi attorno ad Aksum gli eritrei hanno ammazzato oltre mille persone .
Un altro testimone, Mhretab di 39 anni che è riuscito a scappare negli Stati Uniti qualche settimana fa, ha affermato che la polizia etiopica non è assolutamente intervenuta per fermare le truppe eritree.
Grazie a testimonianze come queste, emerge tutta la crudeltà di questa guerra, di quanto è successo e succede ancora nel Tigray. Il 4 novembre 2020 il premier etiopico Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019 per aver siglato un accordo duraturo con l’Eritrea, l’acerrimo nemico di sempre, ha ordinato l’intervento delle truppe di Addis Ababa dopo l’assalto a una base militare a Makallé, capoluogo del Tigray, da parte dei soldati a servizio del governo della regione. Le tensioni tra la leadership di Makallè e il governo centrale si erano già acuite in settembre, quando il Tigray ha indetto le elezioni locali – sospese dalle autorità di Addis Ababa a causa della pandemia – ampiamente vinte dal partito al potere, il TPLF (acronimo inglese per Tigray People’s Liberation Front).
Già a fine novembre Abiy aveva annunciato la sua vittoria e aveva precisato che nessun civile era stato ucciso. Ha sempre perfino negato un coinvolgimento di truppe eritree nel conflitto. Ma gli annunci di Addis Ababa si stanno lentamente sbriciolando come un castello di carte, anche grazie a testimonianze come quelle raccolta dall’Associeted Press. La scorsa settimana il governo etiopico ha dovuto ammettere che in Tigray sono stati commessi stupri e violenze.
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