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Stampa in Mozambico: cacciati giornalisti stranieri che indagavano su guerra

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 marzo 2021

Peggiora la situazione della libertà di stampa in Mozambico e questa volta ne fa le spese Zitamar News con redazione a Maputo e Londra. Un altro giro di vite che ha portato all’espulsione di due giornalisti britannici: Tom Bowker e Leigh Elston residenti a Maputo da cinque anni.

Libertà di stampa Zitamar News
Libertà di stampa, homepage di Zitamar News

Bowker, già corrispondente di Bloomberg, è direttore responsabile di Zitamar News. È una testata online britannica nota per l’ottima copertura della guerra a Cabo Delgado in lingua inglese. Leigh Elston è sua moglie oltre che socia del giornale. Amade Miquidade, ministro degli Interni, ha espulso dal Paese la coppia di giornalisti che ha lasciato il Mozambico con i due figli. Al giornalista è stato vietato l’ingresso nel Paese africano per 10 anni.

Formalmente, l’espulsione di Tom Bowker è stata motivata con il fatto che, nel Regno Unito, Zitamar non è una testata registrata quindi “non riconosciuta” in Mozambico. Di fatto è un cavillo perché in Gran Bretagna non c’è bisogno registrazione, ma con questo pretesto Bowker non può lavorare come giornalista.

Il giornalista ha annunciato la sua espulsione con un tweet ringraziando tutti coloro che lo hanno aiutato.

Vietato fare i giornalisti a Cabo Delgado

I giornalisti che parlano di Cabo Delgado sono in pericolo. Nel 2019 i militari mozambicani hanno arrestato Amade Abubacar e Germano Daniel Adriano, giornalisti di emittenti radio TV locali. Dopo tre mesi in carcere senza capi d’accusa sono stati rilasciati su cauzione. Sorte peggiore invece quella di Ibraimo Mbaruco, giornalista radiofonico scomparso nell’aprile 2020 dopo aver chiamato i colleghi avvisandoli che era circondato da militari. Da quel momento è sparito e non ci sono sue notizie.

Una voce scomoda sulla guerra nel nord del Mozambico

Tentativo per mettere il bavaglio a Zitamar News perché voce scomoda? Tom Bowker, che si è trasferito in Francia, non si scompone. “Possiamo fare il nostro lavoro da qualsiasi parte del mondo. In particolare, coprendo Cabo Delgado” – ha dichiarato a DW . “Da Maputo dista almeno 2.000km, possiamo coprire il conflitto anche dalla Francia”. E aggiunge: “Sembra che il governo voglia avere un maggiore controllo nel settore dei media. Questo è preoccupante”.

La reazione contro l’espulsione di Bowker

Sono molte le voci critiche riguardo alla cacciata di Bowker, anche a livello internazionale. “L’espulsione del giornalista Tom Bowker invia un messaggio agghiacciante alla comunità dei media mozambicani”, ha commentato il Comitato protezione giornalisti (CPJ) di New York.

L’Istituto per la comunicazione sociale dell’Africa australe (MISA-Moçambique) ha espresso “Profonda preoccupazione e raccapriccio  per la decisione del governo di espellere il giornalista. Un ordine impartito in modo arbitrario senza seguire le procedure legali”.

Il commento più duro è però quello di Joseph Hanlon, accademico della Open University (GB) e grande conoscitore del Mozambico. “Il Frelimo (partito al potere, ndr) continua a dipingere la guerra come una destabilizzazione dall’esterno dello Stato islamico. Non vuole che si riferisca che l’avidità dell’élite e la cattiva condotta dell’esercito e della polizia stanno spingendo le persone a unirsi all’insurrezione”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico: Amnesty protesta per l’arresto di un giornalista che lavorava su terrorismo

 

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Macron ammette l’assassinio del leader nazionalista algerino Ali Boumendjel nel 1957

Speciale per Africa ExPress
Mohammed Alguzo
3 marzo 2021

L’Eliseo ha annunciato che il presidente francese Emmanuel Macron ha ammesso che l’avvocato algerino e leader nazionalista Ali Boumendjel è stato “torturato e ucciso” dall’esercito francese durante la guerra algerina nel 1957.

In una dichiarazione, l’Eliseo ha detto: “Questa confessione fatta da Macron” in nome della Francia “è arrivata di fronte ai quattro nipoti di Ali Boumendjel  ricevuti da Macron martedì 2 marzo all’Eliseo ed è uno dei segni di pacificazione raccomandati dallo storico Benjamin Stora nel suo rapporto sul colonialismo e la guerra algerina, al fine di risolvere le tensioni tra i due paesi sulla memoria di questo conflitto “.

La vedova e nipoti di Boumendjel

Durante la battaglia di Algeri, Boumendjel fu arrestato dall’esercito francese, messo in isolamento, torturato per poi essere assassinato il 23 marzo 1957. E Paul Aussaresses, l’allora capo dei servizi francesi, aveva già ammesso nel 2000 di aver ordinato lui stesso l’esecuzione e di farla passare come suicidio.

Macron ha promesso che tale gesto non resterà un fatto isolato. “Nessun crimine, nessuna delle atrocità commesse durante la guerra d’Algeria potranno essere scusati e tanto meno occultati” ha ben chiarito Macron ieri.

Mohammed Alguzo

Accuse ai militari: omicidi extragiudiziali nelle zone anglofone del Camerun

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 marzo 2

Continua l’ondata di violenze e violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari nella zona anglofona del Camerun. Human Rights Watch, nonché Stand Up For Cameroon – una piattaforma di partiti politici e organizzazioni della società civile – hanno accusato l’esercito di aver barbaramente ucciso almeno 9 persone e ferito altre 3 a Mautu, nella Regione del Sud-Ovest.  Tra le vittime, tutti civili, anche una donna e un bambino. I soldati non si sono accontentati degli omicidi extragiudiziali, hanno anche minacciato gli abitanti del villaggio e incendiato decine di abitazioni.

Uccisioni extragiudiziali in Camerun

Il portavoce dell’esercito camerunense, Cyrille Serge Atonfack Guemo, ha ammesso che gli uomini del 21° battaglione di fanteria motorizzata (BIM) hanno condotto un’operazione a Mautu, ma ha fermamente negato che le truppe abbiano ucciso e ferito civili.

Dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya, presa nel 2016, di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone del Camerun, del nord-ovest e del sud-ovest, è in atto conflitto tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Gruppi di separatisti operano spesso nell’area attorno a Mautu e, secondo i racconti degli abitanti, i ribelli entrano nel villaggio per approvvigionarsi di cibo e acqua. Dunque l’operazione militare era certamente volta a catturare militanti.

“Uccidere civili e saccheggiare le loro case in nome della sicurezza sono gravi violazioni dei diritti umani e non fanno altro che alimentare il ciclo di violenze e abusi nella parte anglofona del Camerun”, ha sottolineato Ida Sawyer, vicedirettrice della divisione Africa di Human Rights Watch. La Sawyer ha poi aggiunto che “le autorità di Yaoundé dovrebbero controllare le unità responsabili di questi abusi e aprire un’inchiesta credibile e imparziale su queste esecuzioni, in collaborazione e l’aiuto dell’Unione Africana e dell’ONU. I responsabili devono essere giudicati davanti a un tribunale per i crimini commessi”.

HRW ha ascoltato molti testimoni, tra questi anche parenti delle vittime. E la ONG Medici senza Frontiere ha curato ben 4 persone con ferite da arma da fuoco. HRW ha ottenuto l’elenco dei 9 morti da quattro fonti diverse e ha potuto parlare anche con residenti del villaggio, che hanno partecipato al funerale o che hanno trasportato le salme alla camera mortuaria dell’ospedale di Muyaka.  I dettagli così raccolti corrispondevano con altre testimonianze.

In un altro recente rapporto HRW ha denunciato violenze commesse dai militari camerunensi nelle zone anglofone, reati che risalgono allo scorso anno. A tutt’oggi le vittime sopravvissute attendono giustizia,

Anche i gruppi armati secessionisti non sono senza colpe in questo conflitto interno. Stand Up For Cameroon ha recentemente pubblicato un fascicolo che non risparmia nessuna delle due fazioni e contiene anche testimonianze delle atrocità commesse dai terroristi Boko Haram durante le loro incursioni nella Regione dell’Estremo Nord. Il documento della piattaforma critica anche il sistema giudiziario del Paese.

Un’altra piaga che affligge il Camerun è l’odio e l’intolleranza nei confronti della comunità LGBT (acronimo per indicare collettivamente la comunità Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender n.d.r.).  Alla fine del mese scorso sono stati arrestati 9 giovani nella regione dell’Ovest, con l’accusa di essere omosessuali.

Secondo l’avvocato Alice Nkmo, che difende i diritti LGBT per Association pour la Défense des Droits des Homosexuels (ADEFHO) ha riferito che le persone sono state fermate dalla polizia nella sede di Colibri, organizzazione che si occupa di persone affette da HIV.

Nel frattempo sette degli arrestati sono stati rilasciati, ma due sono ancora in galera e l’avvocato ha precisato: “Non sapevano se inserire i miei clienti nel reparto uomini o in quello delle donne. Nel primo avrebbero certamente subito gravi violenze. Bisognava dunque trovare un modo per proteggerli, trovare un altro detenuto che li prendesse sotto la sua “ala protettrice”.

In passato gli arresti per “reati di omosessualità” erano frequenti nel Paese, poi la morsa si era un pochino allentata. Ultimamente gli interventi delle forze dell’ordine sono nuovamente più frequenti. Basti pensare che due persone transgender sono state arrestate persino a Douala, la capitale economica del Camerun. Il processo a loro carico è iniziato il 10 febbraio, riprenderà il 10 marzo.

In Camerun l’omosessualità è vietata dalla legge e sono previsti da 6 mesi a 5 anni di detenzione, oltre a ammende che possono arrivare fino a 300 dollari.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Denuncia di Amnesty International:”Omofobia in aumento nell’Africa sub sahariana”

 

Afghanistan: continue violazioni dei diritti umani nel silenzio anche dei militari italiani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2021

Le accuse di torture, lanciate dai detenuti nelle prigioni dell’Afghanistan continuano ad essere numerose e i diritti procedurali dei carcerati sono in gran parte ignorati. Lo afferma l’ultimo rapporto sulla tortura pubblicato nei giorni scorsi dalla missione Onu nel Paese (UNAMA) e dall’Ufficio dei diritti dell’uomo ONU.

La tortura e i maltrattamenti, vietati dalla legge afghana e dal diritto internazionale, continuano nelle strutture delle agenzie governative, tuttavia UNAMA ha registrato una leggera riduzione del numero di accuse rispetto al passato. Il rapporto riassume le conclusioni della sorveglianza ONU sulle persone detenute per accuse relative alla sicurezza o al terrorismo, nel periodo 1°gennaio 2019-31 marzo 2020. Il documento si basa sulle interviste a 656 detenuti. Ovviamente non sono considerate le prigioni dei talebani e degli altri movimenti antigovernativi, vista l’impossibilità di accedervi.

Afghanistan, talebani

E’ fonte di grave preoccupazione, per l’ONU, che oltre il 30 per cento dei carcerati interrogati abbia fornito informazioni credibili sulla tortura e sui maltrattamenti subiti. A quasi la metà dei detenuti dalle forze di sicurezza e dai servizi segreti sono stati sottoposti documenti da firmare di cui non conoscevano il contenuto. L’Onu è preoccupata anche della detenzione in isolamento ed in segreto praticata dalla Direzione Nazionale della Sicurezza (DNS).In quasi tutti i casi i prigionieri non sono stati informati dei loro diritti, non hanno potuto consultare un avvocato o essere sottoposti ad una visita medica prima di essere interrogati, inoltre, in molti casi non hanno potuto contattare i familiari nei giorni successivi all’arresto.

Nell’ex carcere di Bagram (ora denominato Parwan) la detenzione segreta è ancora ampiamente utilizzata, così come la privazione sensoriale, anche per tutta la durata della carcerazione.

Anni fa il presidente Ashraf Ghani Ahmadzai affermava: “Il mio governo non tollera la tortura”. In realtà, come ha scritto Human Right Watch, il rapporto “documenta l’incapacità del governo di attuare le garanzie più elementari contro la tortura e i maltrattamenti in Afghanistan”. Evidentemente l’esecutivo di Kabul ha condotto ben poche inchieste e pochi di quelli accusati sono stati indagati, alimentando la cultura dell’impunità.

Non è una novità, purtroppo, secondo il rapporto 2015-2016 di Amnesty International “la tortura e altri maltrattamenti, così come la detenzione in incommunicado, sono rimasti la norma in tutto il sistema carcerario”, nel successivo rapporto 2017-2018, l’organizzazione confermava la situazione: “In tutto il Paese gli afghani sono a rischio di tortura e di altri maltrattamenti”.

L’uso della tortura da parte di talebani non può essere un alibi per non cambiare le cose.

Ma le violazioni dei più elementari diritti umani nel Paese asiatico sono anche molte altre. I rapporti del Segretario generale dell’Onu, denunciano, da anni, il reclutamento e l’utilizzo di bambini come soldati da parte di vari corpi di sicurezza: la polizia nazionale afghana è stata addestrata dai carabinieri fino alla fine del 2016, nell’ambito di una missione europea; la polizia locale è di fatto una milizia filogovernativa. Anche nel Paese asiatico, sconvolto da un conflitto sempre più totale, che dura da oltre 40 anni, non esistono più luoghi sicuri, mentre donne e bambini diventano obiettivi privilegiati da parte di eserciti e guerriglie.

Torture nelle galere afghane

UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) ha registrato nel solo periodo 2009-19 centomila vittime tra la popolazione civile – di cui 35.000 morti e 65.000 feriti, in maggioranza donne e bambini – per lo più causatE dai guerriglieri, ma anche dalle forze di sicurezza afghane e internazionali. Sempre secondo l’UNAMA, nel 2019 le forze filogovernative hanno provocato circa 1.500 morti e altrettanti feriti, con un notevole incremento sul 2018. “Gli attacchi aerei – c’è scritto – nel 2019 hanno causato 700 morti e 345 feriti fra la popolazione civile, causando il 10 per cento dei decessi  e dei ferimenti di civili”. Concetti quali “guerre umanitarie” o “bombardamenti chirurgici” sono, quindi, parole prive di significato.

Anche gli ultimi dati relativi ai primi nove mesi del 2020 confermano questo trend. Non solo, secondo UNAMA le forze filogovernative hanno ucciso 246 minori e ne hanno feriti 476, per lo più ad opera dell’esercito afghano mentre le forze internazionali ne hanno uccisi 35 e feriti 9. In alcuni casi i militari hanno impedito l’accesso agli aiuti umanitari, moltiplicando le sofferenze di tanti bisognosi. Nel periodo gennaio-settembre 2020 i bombardamenti aerei delle forze internazionali  hanno causato, la morte di 83 civili ed il ferimento di 30 persone.

Un accordo raggiunto con i talebani prevede che gli americani si ritireranno gradualmente dal Paese. L’Italia, pur avendo uno dei contingenti più numerosi, non ha negoziato alcun ritiro.

Un ulteriore contraddizione è costituita dal fatto che il nostro Paese è stato fra i protagonisti dell’adozione in ambito Onu di convenzioni contro l’uso di scuole e ospedali a fini militari. Accordi che, comunque, sono rimasti sulla carta. Per altro il trattato di pace USA-talebani sembra non tutelare i diritti delle donne, che faticosamente si stavano affermando.

Non sembra che davanti a tante sofferenze di innocenti l’Italia abbia sollecitato gli alleati a comportamenti più corretti per evitare le vittime causate dai “danni collaterali” (civili inermi uccisi da droni ed aerei), a condurre indagini sugli abusi commessi, a garantire indennizzi alle vittime e processi equi ai responsabili di tali crimini.

Ma non siamo andati nel Paese asiatico nel 2001 anche per ripristinare i diritti umani? Non è per questo che siamo presenti con un migliaio di soldati, che abbiamo speso molti miliardi di euro per il loro utilizzo e pianto decine di morti? Possibile che salvo rarissime eccezioni nessun politico abbia sollevato il problema? Eppure i rapporti delle Nazioni Unite si susseguono regolarmente nel denunciare i crimini di cui si sono macchiati esercito, polizia afghane e forze internazionali, ma nessun governo, in venti anni, ha chiesto spiegazioni agli alleati.

Non è casuale, quindi, che il Tribunale Penale internazionale (TPI) abbia deciso, nella primavera 2020, di avviare un’indagine sui crimini di diritto internazionale commessi in Afghanistan. Per Amnesty International, si tratta di “una decisione storica con cui il massimo organo di giustizia internazionale, rimediando a un suo terribile errore, si è posto dalla parte delle vittime dei crimini di guerra e di quelli contro l’umanità commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto afgano“.

Pur in presenza di tante violazioni dei diritti umani, il nostro Paese sostiene economicamente le forze di sicurezza e di difesa afghane, con un contributo pari a 120 milioni annui. La decisione assunta nel 2012, in sede NATO, di finanziare il rafforzamento delle forze armate di Kabul non appare eticamente corretta, visto che i fondi sono erogati senza porre alcuna condizione.

In Afghanistan sono stati spesi per la guerra centinaia di miliardi di dollari e solo le briciole di questa enorme somma sono state destinate allo sviluppo. Il Paese è, infatti, agli ultimi posti in tutte le classifiche mondiali dei principali indicatori socioeconomici. Del resto l’economia del Paese si regge, in gran parte, sulla coltivazione del papavero da oppio.

Dopo 20 anni dall’intervento militare italiano andrebbe fatto un esame a consuntivo, che il Parlamento, però, non ha ancora fatto. La domanda fondamentale è quali interessi nazionali abbiamo tutelato, inviando tanti soldati a migliaia di chilometri dall’Italia? Purtroppo una risposta non sembra esserci.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

Cinque stilisti africani i “Fab Five” alla conquista di Milano

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Speciale per Africa-ExPress
Luisa Espanet
Milano, 28 febbraio 2021

Cinque stilisti africani con We are made in Italy The fab Five Bridge Builders sono stati tra i protagonisti della piattaforma digitale di Camera Nazionale della Moda Italiana, durante la Milano Fashion Week.  Dietro all’evento, il progetto Black Lives Matter in Italian Fashion, curato oltre che da CNMI  dal designer Edward Buchanan, dalla fondatrice dell’Afro Fashion Week Michelle Ngomo e da Stella Jean, la stilista di padre italiano e madre haitiana, da vari anni presenza fissa con il suo brand alle settimane della moda milanesi.

L’iniziativa, come anticipa il nome legato al movimento di protesta nato nel 2013,  vuole ribadire i valori dell’inclusione e della multiculturalità, oltre ovviamente mettere in risalto i talenti di cinque POC (People of Colors). Di cinque diversi Paesi africani, ognuno di loro ha maturato esperienze diverse in Italia e propone stili diversi.

Un abito di Claudia

Fabiola Manirakiza, nata in Burundi ma cresciuta in Congo-K, ha creato  Frida Kiza, omaggio alla più nota Kahlo, in cui propone capi in seta con stampe tipo Masai che guardano però alla pittura di Botticelli. Claudia Gisèle Ntsama del Cameron, arrivata in Italia ha fatto i più disparati lavori prima di prendere il diploma in design a Bologna e creare un brand attento alla sostenibilità.

La sfilata di Joy
Un modello di Mokudu

Pape Mokodu Fall del Senegal, figlio di un diplomatico, ha vissuto tra Roma e Dunkirk, è stato attore, è  illustratore e pittore e  negli abiti del marchio, che porta il suo nome, mette i suoi dipinti. La nigeriana Joy Meribe ha lasciato il suo Paese giovanissima. Ha studiato in Italia dove ora produce una collezione ispirata alla forza e all’intelligenza delle donne africane, come sua nonna.

un modello Frida

Il marocchino Karim Daoudi è approdato nelle Marche con la sua famiglia a 13 anni. A 17 ha iniziato a realizzare scarpe per aziende importanti. Ora a 27 ha una sua collezione con colori forti e brillanti, ricordo del Marocco.

Luisa Espanet

Gli stivaletti di Karim Daudi

L’ambasciatore ucciso in Congo orientale: emergono documenti inquietanti

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 febbraio 2021

Il ministero degli Esteri del Congo era perfettamente informato che l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e la sua guardia del corpo Vittorio Iacovacci erano diretti a Goma e, poiché sarebbero andati a Bukavu, avrebbero viaggiato nella zona orientale del Paese. Con loro c’era anche il console italiano a Kinshasa, Alfredo Russo.

Un documento di cui è venuto in possesso Africa ExPress, e che riproduciamo qui, mostra come la nostra ambasciata avesse chiesto alle autorità congolesi le garantige diplomatiche per il suo personale che si sarebbe imbarcato all’aeroporto N’Djili di Kinshasa. La nota chiedeva espressamente l’uso della sala diplomatica dello scalo e il rispetto della convenzione di Vienna secondo cui i bagagli dei diplomatici non vanno ispezionati. E probabile che nelle loro valigie si prevedeva di sistemare le armi del nostro carabiniere.

I nostri tre sarebbero partiti per Goma con un volo dell’ONU. In Africa è normalissimo per diplomatici, operatori umanitari ma anche giornalisti utilizzare gli aerei delle Nazioni Unte. Spesso sono gli unici disponibili e sono anche i più sicuri. Infatti le compagnie locali sia per motivi logistici (ritardi cronici) sia, soprattutto, per quelli di sicurezza (scarsa manutenzione) , sono battezzate sarcasticamente Maybe Airilines o Air Peut-être, cioè linee aeree “forse”, a seconda che ci si trovi in Paesi anglofoni o francofoni.

Come mostra il documento nelle nostre mani, l’ambasciatore italiano e i suoi due compagni erano prenotati su un volo UNHAS (che sta per United Nations Humanitarian Air Service), normalmente schedulato come un normale volo di linea. Non era stato organizzato per loro. Il pilota quindi si dovrebbe essere attenuto ai protocolli di sicurezza normali.

E’ sorprendente che alla nota verbale dell’ambasciata italiana, il ministero degli Esteri congolese abbia fatto seguire ieri sera un secco comunicato in cui si dice che l’ambasciatore, il console e il carabiniere non si sono mai presentati alla sala diplomatica dell’aeroporto N’Djili di Kinshasa e che gli addetti ai controlli non “li hanno mai visti imbarcare” su quel volo.

Quindi all’ultimo addio all’ambasciatore Luca Attanasio e al carabiniere Vittorio Iacovoni sono seguiti immediatamente liti e rimpalli di responsabilità. La colpa viene rimbalzata un po’ a caso pur di allontanarla da se stessi. Occorre quindi chiarire alcuni punti che appaiono affrontati con confusione e pressappochismo.

Le testimonianze concordano nel sostenere che l’ambasciatore Attanasio era conosciuto per la sua schiettezza e l’attenzione verso gli ultimi della Terra e, ovviamente. in Congo ne aveva trovati tanti cui rivolgere la sua attenzione. I congolesi – scriveva qualche anno fa il sociologo svizzero Jean Zigler – sono come un poveraccio seduto su una montagna d’oro. Verissimo. Il Paese è ricchissimo di risorse naturali, sfruttate da personaggi senza scrupoli che antepongono i loro interessi a quelli della gente. Organizzano e finanziano bande armate con l’intento di terrorizzare la popolazione e continuare i loro spesso inconfessabili affari.

Ma oltre che ricchissimo è anche vastissimo: l’ovest (dove si trova la capitale Kinshasa) e l’est, il nord e il sud sono lontanissimi tra loro. Con interessi diversi ma, soprattutto, battuti da gruppi armati diversi. E con leader locali diversi ognuno dei quali pensa alla propria sopravvivenza e al proprio arricchimento personale. Ciascuno ha una sua milizia privata dedita normalmente a saccheggi, vandalismi, stupri, torture e massacri.

Il governo centrale, a parole, controlla tutto il territorio ma in realtà ampie zone sfuggono alla sua amministrazione. Va aggiunto poi che il livello di corruzione è altissimo e ognuno cerca di accaparrarsi un briciolo di quella ricchezza del Paese che fa dei leader più in alto, plutocrati affamati e incontrollabili. Gli impiegati dello Stato, insegnanti, professori ma anche – e soprattutto – soldati e poliziotti, non vengono pagati e quindi sopravvivono taglieggiando la popolazione civile per procurarsi il salario negato. La violenza nel Paese è generalizzata.

Il video che qui vi presentiamo è illuminante: è stato girato qualche giorno fa e mostra una collina nel villaggio di Birava nel Sud Kivu. La popolazione locale ha scoperto un filone d’oro in superficie. Appena la voce si è diffusa la gente si è riversata sulla piccola montagnetta invadendola e cominciando a scavare. Poco dopo è arrivata la polizia allontanando tutti armi in pugno. E così gli agenti si sono impadroniti della miniera.

L’errore più grande che fa spesso chi parla di Congo è quello di considerarlo un Paese omogeneo. Invece non lo è. Non solo è grande ma è senza vie di comunicazione. Anzi, l’unica “autostrada” è rappresentata dal fiume Congo in gran parte navigabile.

Il vecchio dittatore Mobutu Sese Seko, caduto nel 1997, tutto sommato – e con il pugno di ferro – teneva in piedi il Paese. Ha applicato con meticolosità il principio “divide et impera”. Lasciava che qualcuno si arricchisse tanto lui era straricco da far impallidire i Paperoni nostrani. Concedeva ai suoi soldati libertà di saccheggio e di stupro, ma con parsimonia, cioè senza esagerare.

Il genocidio in Ruanda (del 1994) ha affondato il Paese – soprattutto la sua parte orientale – facendolo sprofondare ancora di più (se mai ce ne fosse stato bisogno) nell’inferno. I soldati del vecchio esercito ruandese (formato soprattutto da soldati e ufficiali hutu) sconfitti in patria si sono rifugiati nella ricca ex colonia Belga, inseguiti dai nuovi vincitori tutsi, guidati da Paul Kagame. Ora in quella fascia di territorio del Congo orientale, oltre alle bande di guerrieri tradizionali may-may, esoterici e intrisi di magia nera (may-may vuol dire acqua-acqua perché credono che le pallottole al contatto con la loro pelle si trasformino in acqua e quindi non penetrino il corpo), ci sono i residui delle milizie hutu. Poi drappelli dell’attuale esercito tutsi del Ruanda, gruppi dell’esercito del Congo (in teoria agli ordini del governo centrale di Kinshasa) e infine oltre cento, secondo i dati ONU, piccole bande armate di irregolari.

Gli hutu del Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda sono stati subito indicati come i responsabili dell’omicidio del nostro ambasciatore che, nonostante quanto sostenuto dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sembra proprio sia rimasto vittima di un’azione mirata. Certo, non un’esecuzione, se con questa parola si intende “ucciso da un colpo a bruciapelo” (infatti gli hanno sparato da lontano), ma l’agguato sembra sia stato preparato apposta per lui. Con un comunicato inviato anche ad Africa Express l’FDLR ha smentito ma restano ancora tante troppe domande per spiegare il perché di quell’odioso agguato.

A noi comunque non resta che sperare che l’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci non si debba sommare ad altri misteri italiani.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twiter @malberizzi

Mercenari e truppe straniere minano il difficile processo di pace in Libia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 febbraio 2021

La recente elezione della nuova leadership libica, avvenuta a Ginevra il 5 febbraio scorso, dovrà traghettare il Paese fino alle prossime elezioni, fissate per il 24 dicembre di quest’anno. Nessuno degli eletti pochi giorni fa, si candiderà.

Il capo del governo è ora Abdul Hamid Dbeibeh, un imprenditore di Misurata, mentre l’ex ambasciatore Mohammed Menfi è il capo del Consiglio presidenziale. Lo zio del neo primo ministro era compagno di scuola di Muhammar Gheddafi; il nipote, invece, ha ammesso di aver avuto contatti  di lavoro, subito dopo la laurea in ingegneria conseguita in Canada, con Saif al Islam Gheddafi, uno dei figli dell’ex presidente libico, nel lontano 2007. Ma in un’intervista del 2018 ha specificato che da quella data in poi non avrebbe più avuto contatti con nessun membro della famiglia dell’ex indiscusso leader libico.

Il nuovo primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibeh

Mohammed Yunus al Manfi è originario dalla Cirenaica. Ex ambasciatore del suo Paese in Grecia, che lo ha espulso nel 2019 dopo la firma di un accordo molto discusso sulle zone economiche esclusive tra l’allora Governo di Unità Nazionale, presieduto da Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, e la Turchia.

Gli altri due eletti a Ginevra sono Abdullah Hussein al Lafi e Musa al Kuni. Entrambi svolgono funzione di vicepresidenti , il primo in rappresentanza per la Tripolitania e il secondo per il Fezzan.

Il nuovo governo dovrà affrontare non pochi problemi, tra questi anche la questione dei foreign fighters e mercenari (ora chiamati con un nome meni dispregiativo “contractor”) che mettono a rischio il nuovo cessate il fuoco, siglato dalla parti in causa lo scorso ottobre sempre a Ginevra. I mercenari combattono nell’ombra, senza alcuna etica ed è sempre attuale la loro descrizione di Nicolò Macchiavelli ne  Il Principe: “Sono inutili e pericolosi, non hanno nessuna ambizione, sono senza disciplina e pronti a tradire”. Ma come in passato, anche oggi sono ancora protagonisti nei grandi conflitti.

Mercenari del gruppo Wagner in Libia

E anche in Libia non mancano. Basti pensare al recente rapporto dell’ONU che evidenzia come il fondatore dei Blackwater, Erik Prince, sostenitore e alleato dell’ex presidente statunitense Donald Trump, abbia violato l’embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro alla Libia. Nel fascicolo si evidenzia che Prince ha fornito uomini e armi a Khalifa Haftar, che ha tentato con tutte le forze di spodestare il governo di Unità Nazionale libico.

E a fine gennaio il governo di Washington ha chiesto che le forze russe e turche lascino immediatamente il Paese nordafricano. Infatti  in Cirenaica i mercenari russi  del gruppo Wagner sono schierati sul fronte di Haftar, mente a Tripoli ci sono i soldati di Ankara e le loro truppe alleate.

Il gruppo Wagner è un’organizzazione di mercenari dell’ex impero sovietico. I suoi paramilitari hanno giocato un ruolo strategico nell’Ucraina orientale (soprattutto quando la Crimea è stata invasa dalle truppe russe nel 2014) e in Siria, a difesa del dittatore Bashar al-Assad. Ma la loro espansione in Africa si è sviluppata soprattutto nella Repubblica Centrafricana e in Libia e in Sudan.

Malgrado il richiamo di Washington, proprio due giorni fa l’esercito libico ha detto di aver avvistato diversi camion di mercenari russi nei pressi di Sirte, mentre altri due gruppi sono stati visti lunga la strada che porta dalla città petrolifera Brega a Sirte e in direzione di Ajdabiya.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rapite dai turchi in Siria donne curde poi portate come schiave del sesso in Libia

 

L’ambassadeur italien tué dans l’est du Congo : des documents inquiétants sortent

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Spécial pour Afrique ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 février 2021

Le ministère des affaires étrangères de la RDC a été sûrement informé que l’Ambassadeur italien Luca Attanasio et son garde du corps Vittorio Iacovacci se rendaient à Goma et, comme ils se rendaient à Bukavu, ils allaient voyager dans la partie orientale du pays. Le consul italien à Kinshasa, Alfredo Russo, était également avec eux.

Un document en possession d’Africa ExPress, que nous reproduisons ici, montre comment l’Ambassade italienne avait demandé aux autorités congolaises des garanties diplomatiques pour son personnel qui devait embarquer à l’aéroport de N’Djili à Kinshasa.

La note requérait expressément l’utilisation de la salle diplomatique de l’aéroport et le respect de la Convention de Vienne, selon laquelle les bagages des diplomates ne devaient pas être inspectés. Il est probable que les armes de notre carabinier devaient être placées dans leurs valises.

Nos trois hommes seraient partis pour Goma sur un vol de l’ONU. En Afrique, il est tout à fait normal que les diplomates, les opérateurs humanitaires, mais aussi les journalistes utilisent les avions des Nations Unies. Ils sont souvent les seuls disponibles et aussi les plus sûrs. En fait, les compagnies locales, tant pour des raisons logistiques (retards chroniques) que, surtout, pour des raisons de sécurité (mauvaise maintenance), sont sarcastiquement surnommées Maybe Airlines, ou Air Peut-être, c’est-à-dire “peut-être”, selon que l’on se trouve dans un pays anglophone ou francophone.

Comme le document que nous avons en main le montre, l’ambassadeur italien et ses deux compagnons étaient réservés sur un vol du UNHAS (qui signifie United Nations Humanitarian Air Service), normalement prévu comme un vol régulier normal. Ceci n’avait pas été arrangé pour eux. Le pilote aurait donc dû respecter les protocoles de sécurité réguliers.

Il est surprenant, qu’en répondant à la note verbale de l’ambassade italienne, le ministère congolais des Affaires étrangères ait fait suivre la nuit dernière une déclaration cinglante affirmant que l’ambassadeur, le consul et le carabinier ne se sont jamais présentés à la salle diplomatique de l’aéroport de N’Djili à Kinshasa et que les inspecteurs “ne les ont jamais vus monter à bord” du vol.

Le dernier adieu à l’ambassadeur Luca Attanasio et au carabinier Vittorio Iacovoni a donc été immédiatement suivi de disputes et de renvois de responsabilités. Le reproche est rejeté un peu au hasard afin de se déculpabiliser. Il est donc nécessaire de clarifier certains points qui semblent avoir été traités avec confusion et négligence.

Les témoignages concordent que l’ambassadeur Attanasio était connu pour sa franchise et son attention envers les plus démunis et, évidemment, en RDC, il en avait beaucoup vers lesquelles il pouvait se tourner. Les Congolais – a écrit le sociologue suisse Jean Ziegler il y a quelques années – sont comme un pauvre homme assis sur une montagne d’or. C’est très vrai. Le pays est très riche en ressources naturelles, exploitées par des personnages sans scrupules qui font passer leurs intérêts avant ceux du peuple. Ils organisent et financent des bandes armées dans l’intention de terroriser la population et de poursuivre leurs activités souvent inavouables.

Mais en plus d’être très riche, il est aussi très vaste: l’ouest (où se trouve la capitale Kinshasa) et l’est, le nord et le sud sont très éloignés l’un de l’autre. Avec des intérêts différents mais, surtout, battu par différents groupes armés. Et avec des dirigeants locaux divergents, dont chacun pense à sa propre survie et à son enrichissement personnel. Chacune d’entre eux possède sa propre milice privée consacrée régulièrement au pillage, au vandalisme, au viol, à la torture et au massacre.

Le gouvernement central se contente de contrôler formellement l’ensemble du territoire, mais en réalité, de vastes zones échappent à son administration. Il faut aussi ajouter que le niveau de corruption est extrêmement élevé et tout le monde essaie de s’emparer d’une miette de la richesse du pays, ce qui rend les plus hauts dirigeants affamés et les ploutocrates incontrôlables. Les fonctionnaires, les enseignants, les professeurs mais aussi – et surtout – les soldats et les policiers, ne sont pas payés et survivent donc en cambriolant la population civile pour obtenir le salaire qui leur est refusé. La violence est très répandue dans le pays.

La vidéo que nous présentons ici est éclairante: elle a été tournée il y a quelques jours et montre une colline du village de Birava au Sud-Kivu. La population locale a découvert un filon d’or en surface. Dès que la nouvelle s’est répandue, les gens se sont renversés sur la petite colline, l’ont envahie et ont commencé à creuser. Peu de temps après, la police est arrivée, chassant tout le monde avec des armes à la main. Et ensuite les agents ont pris le contrôle de la mine.

Il nous reste seulement l’espoir que le meurtre de l’ambassadeur Luca Attanasio et du carabinier Vittorio Iacovacci ne s’ajoute pas aux nombreux mystères italiens inexpliqués.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Italian Ambassador Killed in eastern Congo: Alarming Documents Come up

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 February 2021

Congo’s Foreign Ministry was fully informed that Italian Ambassador Luca Attanasio and his bodyguard Vittorio Iacovacci were heading to Goma and, since they were going to Bukavu, would travel to the eastern part of the country. The Italian consul in Kinshasa, Alfredo Russo, was also with them.

A document obtained by Africa ExPress, and which we reproduce here, shows how our embassy had asked the Congolese authorities for diplomatic guarantees for its staff who were to embark at Kinshasa’s N’Djili airport. The note expressly requested the use of the airport’s diplomatic room and compliance with the Vienna Convention, according to which diplomats’ luggage should not be inspected. It is probable that our carabiniere’s weapons were to be placed in their suitcases.

 

Our three would have left for Goma on a UN flight. In Africa, it is normal for diplomats, aid workers and journalists to use UN planes. They are often the only ones available and are also the safest. In fact, for logistical reasons (chronic delays) and, above all, for safety reasons (poor maintenance), local companies are sarcastically called Maybe Airilines or Air Peut-être, i.e. “maybe” airlines, depending on whether you are in an English- or French-speaking country.

As the document in our hands shows, the Italian ambassador and his two companions were booked on a UNHAS flight (which stands for United Nations Humanitarian Air Service), normally scheduled as a normal airline flight. It had not been arranged for them. The pilot should therefore have adhered to normal safety protocols.

It is surprising that the Congolese Foreign Ministry followed up the verbal note of the Italian embassy last night with a sharp statement saying that the ambassador, the consul and the carabiniere never showed up at the diplomatic room of N’Djili airport in Kinshasa and that the control officers ‘never saw them boarding’ the flight.

 

Therefore, the last farewell to Ambassador Luca Attanasio and Carabiniere Vittorio Iacovoni was immediately followed by quarrels and blame-shifting. Blame is bounced around a bit at random in order to shift it away from oneself. It is therefore necessary to clarify some points that appear to have been dealt with confusion and carelessness.

The testimonies agree that Ambassador Attanasio was known for his frankness and attention to the poorest of the Earth and, obviously, in Congo he found many to whom he could turn his attention. The Congolese,’ wrote the Swiss sociologist Jean Zigler a few years ago, ‘are like a poor man sitting on a mountain of gold. Very true. The country is very rich in natural resources, exploited by unscrupulous characters who put their interests before those of the people. They organise and finance armed gangs with the intention of terrorising the population and continuing their often unconfessable business.

Congo-K: attentato all’ambasciatore italiano, la sua guardia del corpo e autista congolese

But it is not only very rich, it is also very vast: the west (where the capital Kinshasa is located) and the east, the north and the south are very far from each other. With different interests but, above all, fought over by different armed groups. And with different local leaders each thinking of their own survival and personal enrichment. Each has its own private militia, usually dedicated to looting, vandalism, rape, torture and massacre.

The central government pays lip service to controlling the entire territory, but in reality large areas escape its administration. It should also be added that the level of corruption is extremely high and everyone tries to grab a crumb of the country’s wealth, which makes the highest leaders hungry and uncontrollable plutocrats. State employees, teachers, professors, but also – and above all – soldiers and policemen, are not paid and therefore survive by burglarizing the civilian population in order to obtain their denied wages. Violence in the country is widespread.

The video we present here is illuminating: it was shot a few days ago and shows a hill in the village of Birava in South Kivu. The local population has discovered a gold seam above ground. As soon as word spread, people poured onto the small hill and started digging. Shortly afterwards, the police arrived and chased everyone away with guns in their hands. And so the agents took over the mine.

The biggest mistake often made by those who talk about Congo is to consider it a homogeneous country. But it is not. Not only is it large, but it has no means of communication. In fact, the only ‘highway’ is the largely navigable Congo River.

The old dictator Mobutu Sese Seko, who fell in 1997, kept the country on its feet, all things considered, with an iron fist. He meticulously applied the principle of “divide and rule”. He let a few people get richer, so much so that he was as wealthy as the local Scrooge McDuck. He allowed his soldiers freedom to pillage and rape, but sparingly, i.e. without exaggeration.

The genocide in Rwanda (in 1994) sank the country – especially its eastern part – and plunged it even further (if there was ever a need) into hell. The soldiers of the old Rwandan army (mostly Hutu soldiers and officers), defeated at home, fled to the rich former Belgian colony, pursued by the new Tutsi victors, led by Paul Kagame. Now in that strip of territory in eastern Congo, in addition to the bands of traditional may-may warriors, esoteric and steeped in black magic (may-may means water-water because they believe that bullets on contact with their skin turn to water and therefore do not penetrate the body), there are the remnants of the Hutu militia. Then there are the remnants of the Hutu militia, followed by troops of the current Rwandan Tutsi army, groups of the Congo army (theoretically under the orders of the central government in Kinshasa) and finally, according to UN figures, over a hundred small armed bands of irregulars.

The Hutus of the Democratic Front for the Liberation of Rwanda were immediately indicated as the ones responsible for the murder of our ambassador who, despite what the Minister of Foreign Affairs, Luigi Di Maio, claimed, seems to have been the victim of a targeted action. Of course, it was not an execution, if that means “killed by a point-blank shot” (in fact, he was shot from a distance), but the ambush seems to have been prepared for him. In a communiqué sent also to Africa Express, the FDLR has denied it, but there are still too many questions to explain the reason for that odious ambush.

However, we can only hope that the murder of Ambassador Luca Attanasio and Carabiniere Vittorio Iacovacci will not be added to other Italian mysteries.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Scuola pericolosissima in Nigeria: rapite ieri in un college oltre 400 studentesse

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 febbraio 2021

Ci risiamo. Stavolta il sequestro è avvenuto nel nord-ovest della Nigeria e gli uomini armati – probabilmente affiliati a Boko Haram o a qualcuno dei grumi suoi satelliti – si sono portati via, secondo le ultime informazioni, ben oltre 400 studentesse della Jangebe Government Girls’ Secondary School, un college statale situato a Talata Mafara, nel Zamfara state.

Un insegnante della scuola ha riferito a Dayli Trust, un quotidiano nigeriano online, che dopo il rapimento di stanotte sono rimaste solo 50 collegiali nell’edificio. L’istituto è frequentato da 600 ragazze, dunque il numero delle giovanissime rapite potrebbe essere ben più elevato di quanto stimato inizialmente.

Anche se il governo di Abuja ha confermato e condannato il nuovo sequestro di  massa, non è ancora ben chiaro come si sono svolti i fatti. Si sa che i rapitori hanno ucciso un vigilante all’entrata della scuola. Poi, secondo alcuni testimoni, gli uomini, pesantemente armati, siano entrati a piedi; altri, invece sostengono che siano arrivati con vetture Hilux (Toyota) e in sella alle solite moto. Insomma, regna ancora una gran confusione. Ma certo è che centinaia di ragazze sono state rapite e alcune di loro hanno dovuto seguire i loro aguzzini a piedi, secondo le testimonianze raccolte da alcuni insegnanti che hanno preferito mantenere l’anonimato.

Immediatamente è iniziata la caccia ai terroristi: vigilanti e forze di sicurezza locali stanno cercando le studentesse. Molti genitori, dopo aver appreso il sequestro delle proprie figlie, presi dallo sconforto e dalla rabbia, hanno danneggiato la scuola, buttando giù porte e finestre. Quei pochi genitori che hanno ritrovato le proprie figlie sane e salve, in un primo momento non hanno potuto portarle a casa. Solo dopo insistenze hanno ottenuto le necessarie autorizzazioni.

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) in un comunicato ha fortemente condannato questo nuovo attacco e ha sottolineato che fatti del genere sono una grave violazioni dei diritti dei minori.

E Peter Hawkins, rappresentante di UNICEF nella ex colonia britannica, ha sottolineato che l’Organizzazione sta collaborando per stabilire l’esatto numero delle ragazze rapite e ha aggiunto: “Chiediamo ai responsabili di questa ennesima aggressione di rilasciare immediatamente le studentesse e al governo nigeriano di fare tutto il possibile affinché tutti i minori ancora in mano ai loro aguzzini tornino a casa sani e salvi”.

Insomma il governo di Abuja non riesce ancora, dopo anni di lotta contro i terroristi locali, a proteggere le scuole, fare in modo che giovani e giovanissimi, possano seguire le lezioni in sicurezza e tranquillità.

Anche Mercy Gichuhi, direttore di Save the Children Nigeria, ha espresso grande sconforto: “Questi frequenti attacchi alle scuole nel nord del Paese non sono accettabili”.

Il primo sequestro di massa è avvenuto nel lontano 2014, quando miliziani di Boko Haram rapirono centinaia di studentesse a Chibok, nel Borno State. Di molte di loro si è persa ogni traccia, non sono mai più ritornate a casa.

Solo la scorsa settimana altri ragazzini sono stati rapiti e prima di loro altri ancora. Abuja aveva detto di essere in trattative con i sequestratori e che sarebbero tornati a casa quanto prima. Intanto nessuna traccia degli alunni e dei membri dello staff rapiti insieme a loro.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Responsabile dei maggiori sequestri è ovviamente il gruppo Boko Haram, guidato dal 2009 da Abubakar Shekau. Ma anche ISWAP (acronimo per  Islamic State West Africa Province), una fazione che si è staccata dallo storico raggruppamento terrorista nigeriano nel 2016, ha concentrato parte delle sue attività in rapimenti . E proprio pochi giorni fa i “cugini” si sono affrontati in una battaglia diretta a Sunawa, località tra il Niger e la Nigeria. Lo ha reso noto  Al Thabat, media affiliato ad al Qaeda. Molti miliziani di ISWAP sono stati uccisi. Lo scontro si è verificato mentre lo storico gruppo stava cercando di riprendersi le donne che ISWAP aveva rapito dalle basi di Boko Haram.

Eppure Muhammadu Buhari, presidente della ex colonia britannica, ha ripetute mille volte di voler mettere in campo tutte le forze possibili per sconfiggere i terroristi. Appena salito al potere nel marzo 2015, il presidente, ex golpista del 1983, aveva solennemente dichiarato che avrebbe annientato Boko Haram entro il 31 dicembre dello stesso anno. Eppure i miliziani di Boko Haram sono ancora all’opera e i loro continui attacchi atterriscono la popolazione, che continua a fuggire dalle proprie abitazioni.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri