E’ scoppiato l’inferno a Bata, capitale economica della Guinea Equatoriale, dove domenica pomeriggio è esploso un deposito di munizioni: i morti sono oltre cento e i ferito oltre 600. In realtà – come hanno riferito testimoni oculari ai reporter dell’Associare Press – le deflagrazioni sono state parecchie e sono proseguite ancora durante la notte tra domenica e lunedì.
Esplosione arsenale Guinea Equatoriale
Il bilancio delle vittime è tutt’ora provvisorio. Le esplosioni del quartiere militare di Nkoantoma a Bata è stata così potente che ha devastato un raggio di 10 chilometri. Interi rioni sono andati completamente distrutti. Abitazioni, edifici pubblici, chiese piene di fedeli in un “tranquillo” pomeriggio domenicale, sono crollati in un attimo, come se fossero castelli di carta.
Bambini che cercavano i genitori, madri e padri disperati vagavano disperati alla ricerca dei loro piccoli, il caos regnava ovunque a Bata. La clinica vicina al campo militare era strapiena di corpi ricoperti di pezzi di vetro e macerie.
Per affrontare l’emergenza, il governo ha convogliato tutti medici del Paese a Bata e ha chiesto alla popolazione di rendesi disponibile per donare il sangue. L’ambasciatore della Guinea Equatoriale accreditato a Parigi ha espresso la sua immensa preoccupazione e ha detto che le autorità di Malabo, la capitale amministrativa, necessitano assolutamente l’aiuto dei Paesi limitrofi e della solidarietà dell’Europa. Sembra che la Spagna invii aiuti umanitari.
Solamente a tragedia consumata, cioè domenica sera, Teodoro Nguema Obiang Mangue, vicepresidente e ministro della Difesa e della Sicurezza e figlio del presidente Teodoro Obiang Nguema, ha rotto il silenzio delle autorità e ha fatto un primo bilancio della strage sul suo account Twitter: 98 morti e 615 feriti.
La città di Bata, la più popolosa città del piccolo Stato centrafricano, ospita quasi la metà degli equatoguineani. Il Paese è ricco di petrolio, ma la maggior parte degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà.
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è ufficialmente il leader africano e mondiale più longevo attualmente in carica, esclusa la regina d’Inghilterra Elisabetta II. È stato riconfermato alle elezioni del 1989, del 1996, del 2002, del 2009 e del 2016 e ne sono stati denunciati ripetutamente e da più voci gli abusi: i diritti umani violati, la cleptocrazia, la repressione di qualsiasi opposizione politica, il nepotismo, la violenza sono parole che a malapena aiutano a descrivere l’agire di Obiang e della sua famiglia.
Il presidente, ha accusato senza mezzi termini gli agricoltori di aver provocato tutto questo disastro, perché, secondo lui, avrebbero dato fuoco alle stoppie, ma non avrebbero vigilato correttamente sull’incendio provocato. Obiang ha biasimato anche i militari e li ha accusati di negligenza per mancata sorveglianza dell’arsenale.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
9 marzo 2021
Leonardo (ex Finmeccanica), l’holding militare-industriale-finanziaria italiana ha consegnato alle forze di polizia del Kenya tre elicotteri da trasporto AW139 prodotti negli stabilimenti di Varese-Venegono. A renderlo noto il sito specializzato sudafricano Defenceweb. Uno dei tre velivoli (immatricolati con i codici KAF-1802, KAF-1804, KAF-1806) è stato fotografato all’inizio di gennaio 2021 mentre trasportava il presidente Uhuru Kenyatta nella città di Kisumu. Sempre secondo Defenceweb altri due elicotteri AW139 con livrea mimetica con le insegne dell’Aeronautica Militare del Kenya avevano svolto test di volo dall’aeroporto di Varese-Venegono, a marzo e all’inizio di aprile 2019.
Elicottero AW139 di Leonardo
L’AW139 si colloca nella categoria dei velivoli medi da sei tonnellate, con capacità di trasporto fino a 15 persone ed una vocazione multiruolo grazie alla rapida riconfigurabilità e ad un’ampia dotazione di sensori, sistemi di comunicazione e di condivisione dati. I velivoli sono normalmente armati con mitragliatrici da 7,62 mm.
L’ordine dei tre elicotteri AW139 di Leonardo per le forze di polizia del Kenya (ora parte del National Air Support Department) era stato rivelato nel giugno 2018 da un report del Parlamento di Nairobi. Per il loro acquisto il governo ha ottenuto un prestito di 6 miliardi di scellini (59 milioni di dollari) da parte del gruppo bancario italiano UniCredit SpA. La polizia keniota ha ricevuto altri tre velivoli AW139 tra l’aprile 2016 e la primavera del 2018. Questi velivoli sono stati configurati in due versioni: la prima per le operazioni di pronto intervento e sorveglianza dell’ordine pubblico e la seconda per il trasporto VIP. L’8 settembre 2016, l’elicottero AW139 con matricola 31717 è precipitato in un campo nei pressi della capitale Nairobi nel corso di una missione di pattugliamento. A bordo erano presenti quattro poliziotti che hanno riportato gravi ferite.
Nel corso dell’anno 2020 (a gennaio e ad ottobre), le forze armate del Kenya hanno ricevuto dall’italiana Leonardo pure tre grandi aerei da trasporto C-27J “Spartan”. I velivoli sono stati prodotti negli stabilimenti di Torino-Caselle; sono dotati di sistemi e motori Rolls Royce e possono raggiungere una velocità massima di circa 600 km/h. Impiegati generalmente come velivoli tattici per il trasporto di uomini e mezzi militari, i C27J “Spartan” possono essere utilizzati anche per gli aviolanci di paracadutisti, l’evacuazione medica di personale ferito, la ricerca e il soccorso, il pattugliamento marittimo, il rifornimento terrestre e, ovviamente, il combattimento a fuoco. Per le operazioni di trasporto aereo, i velivoli sono in grado di imbarcare fino ad un massimo di 60 soldati o 46 paracadutisti con equipaggiamento leggero o, ancora, fino a 11,5 tonnellate di materiali.
I trasferimenti di elicotteri e aerei da trasporto made in Italy alle forze armate e di polizia keniote sono avvenuti in un anno segnato da gravi violazioni dei diritti umani nel paese dell’Africa orientale. In particolare la polizia si è resa responsabile di brutali repressioni contro pacifici manifestanti o contro gli abitanti delle baraccopoli “abusive” nelle periferie delle città metropolitane.
Renee Ngamau, presidente Amnetsy International, Kenya
Il 14 settembre 2020 a Nairobi è stata arrestata arbitrariamente la presidentessa di Amnesty International Kenya, Renee Ngamau, poche ore dopo che la donna aveva preso parte a una marcia pacifica per protestare contro un progetto di sviluppo privato su terreni pubblici destinati inizialmente a parco giochi nel quartiere di Jamhuri Phase 1. “Sulla base di una sola denuncia, 11 poliziotti hanno pensato bene di irrompere nottetempo nell’abitazione di Renee e arrestarla”, ha riportato Amnesty International. “Il giorno dopo ha atteso invano che un giudice s’interessasse al suo caso ed è stata rilasciata solo dopo il pagamento della cauzione. Renee è stata presa perché ha assunto la guida della comunità degli abitanti del suo quartiere che si oppone pacificamente alla cessione a privati di terreni che erano stati destinati a far giocare le bambine e i bambini”.
Secondo le organizzazioni non governative internazionali sono già una quindicina le persone assassinate nell’ultimo anno dalle forze di polizia nel corso delle operazioni nelle strade del paese per imporre il coprifuoco durante l’emergenza Covid19.
Piange la giovane mamma mentre allatta il suo bimbo di nemmeno due mesi che presto dovrà lasciare all’orfanotrofio. E’ una creatura del “peccato”. Non potrà crescere con lei, con gli altri fratellini.
Sì, il bimbo di Nadine (nome di fantasia) è frutto di incesto, una parola che in Burkina Faso, come in quasi tutto il mondo è vietato pronunciare. Tutt’ora, nel 2021 resta un tabù. Quasi un anno fa la donna è stata violentata dal cugino. Subito dopo si è accorta di essere incinta. Subito ha capito che doveva allontanarsi da casa, lasciare gli altri sei figli.
Ha chiesto ospitalità a una sorella che vive a Yako, una città mineraria nella nel nord del Burkina Faso, in provincia di Passoré. Una volta partorito ha dovuto portare suo figlio in uno degli orfanotrofi della città, dove le hanno concesso di restare qualche settimana con il neonato. Nadine aveva paura che il marito avrebbe chiesto il divorzio. Non lo vede da 4 anni, perché lavora come bracciante in una piantagione in Costa d’Avorio e non gli ha mai “confessato” di essere stata violentata. Ma il cognato l’ha rassicurata: ”Ti riprenderà se dai via il bambino e se otterrai il perdono”.
Una vittima d’incesto
Se le madri che hanno subito un rapporto incestuoso vogliono ritornare a casa, devono chiedere perdono alla famiglia del marito e al capo-villaggio. Una cerimonia complessa che coinvolge polli e pecore. Se questi animali, uccidendoli, cadono a terra con la parte posteriore, significa che le scuse sono sincere e si può concedere il perdono alla donna; se per caso l’animale invece stramazza in giù con il muso, la cerimonia deve essere ripetuta finché la morte non sopraggiunge nella corretta posizione.
L’incesto è vietato in Burkina Faso e, secondo il Codice penale, è punibile fino a sei anni di prigione e una multa che può superare anche 9 mila dollari. Ma un conto è la legge, un conto le conseguenze reali e sono proprio le vittime – donne e bambini – a pagare il prezzo più alto di queste violenze familiari.
In tutto il Paese, ma soprattutto tra i mossi, il gruppo etnico più numeroso (rappresenta il 40 per cento della popolazione del Burkina Faso), donne o ragazze rimaste gravide dopo un incesto, devono lasciare la loro casa, vengono bandite dalla famiglia, sono costrette a dare via il neonato. Perché, secondo un’antica credenza popolare, il figlio frutto di un rapporto endogamo è una creatura maledetta e, se resta nel villaggio o se la donna ritorna senza essere stata perdonata dal capo-villaggio, chiunque sta vicino a loro, morirà.
Tale usanza distrugge le famiglie, ma è la donna e suo figlio che pagano il prezzo più alto: lei emarginata, sola, rifiutata dalla propria famiglia, non potrà riprendere mai più una vita normale, mentre il piccolo crescerà senza genitori e parenti.
Secondo stime governative, specie nella provincia di Passoré, i casi di incesto sono in continuo aumento. Ma ovviamente non tutti vengono denunciati. Lo conferma il direttore di uno degli orfanatrofi di Yako: “Negli ultimi due anni abbiamo accolto 10 bambini nati da tali rapporti, mentre in precedenza erano solo 2 ogni 12 mesi”.
E Gaston Nassouri, responsabile del governo per gli Affari umanitari e delle donne nella provincia di Passoré, ha sottolineato: “E’ un problema sociale che affligge le nostre comunità e dunque non può essere risolto da un giorno all’altro”.
In uno degli orfanotrofi della zona, la metà dei 21 piccoli presenti sono nati da un rapporto incestuoso. Spesso le madri sono poco più che bambine. Nessuna denuncia di stupro, eppure tutti sanno che è così, ma non si osa parlare. Nessuno è disposto a denunciare un membro della propria famiglia.
In passato le conseguenze per i bimbi erano ancora peggio: era usanza comune seppellirli ancora vivi o strangolarli con una corda appena nati. Ora vengono accolti negli orfanatrofi e a volte si concretizza persino un’adozione.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
8 marzo 2021
8 agosto 2017. Il ministro dell’Interno in carica, Marco Minniti (Pd) inviava alle due Camere la relazione sulle spese sostenute dal suo dicastero nell’anno 2016. Alcuni importanti passaggi erano riservati all’Egitto del dittatore Abdel Fattah al-Sisi, paese con cui l’Italia aveva rafforzato la partnership nel settore della sicurezza e della lotta all’immigrazione illegale, nonostante le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia del Paese nordafricano. “Per assicurare rapporti di diretta collaborazione, anche operativa, con gli Stati terzi di particolare interesse migratorio – scriveva Minniti – sono state aperte, negli anni, posizioni di Esperti per l’Immigrazione presso le sedi di Ambasciate italiane in Libia, Turchia, Tunisia ed Egitto . In particolare, nel 2016, allo scopo di conferire maggiore efficacia all’azione investigativa finalizzata al contrasto delle reti criminali dedite al traffico di migranti via mare – aggiungeva l’allora ministro – , sono state sviluppate forme di collaborazione operativa con le competenti autorità di polizia dell’Egitto e della Turchia. Il rafforzamento della collaborazione ha riguardato anche il settore della prevenzione e lotta al terrorismo, con un’attenzione particolare al preoccupante fenomeno dei c.d. foreignterrorist fighters (FTF)”.
Marco Minniti, ex ministro degli Interni
Soffermandosi sulla cooperazione tra Italia e l’Egitto, Marco Minniti riferiva che nel 2016 erano stati organizzati “dieci corsi in diversi Istituti di Istruzione della Polizia di Stato”. “Per quanto riguarda le forniture – aggiungeva Minniti – nel luglio 2016 sono stati avviati, presso lo stabilimento di Frosinone dell’Agusta Westland (Leonardo), i lavori di ripristino sul primo di quattro elicotteri in disuso, la cui donazione era stata promessa all’Egitto, nel 2012, dal Capo della Polizia pro tempore”.
Nel novembre del 2016, la Polizia italiana aveva consegnato al Ministero dell’Interno egiziano pure 250 desktop, 250 monitor, 250 notebook e 250 stampanti. Nessun accenno invece, da parte di Minniti, a quanto accaduto al Cairo il 25 gennaio 2016, quando un gruppo armato aveva sequestrato e assassinato il ricercatore italiano Giulio Regeni.
In quel maledetto 2016 l’Italia si era macchiata della deportazione in Egitto manu militari di centinaia di migranti, utilizzando un vecchio accordo di cooperazione bilaterale contro il terrorismo e l’immigrazione irregolare. Inoltre il Dipartimento della Polizia di Stato aveva consegnato alle forze di sicurezza del generale al-Sisi “venti apparati Phone Forensic Express completi di connection kit” e aveva pure coperto le spese per la manutenzione del Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (Afis) utilizzato dagli egiziani per identificare e bloccare i flussi “illegali” di migranti. Roma aveva acquistato il Sistema Afis nel 2006 dalla filiale milanese della multinazionale Hewlett Packard per 5,2 milioni di euro, consegnandolo alla Polizia egiziana e facendosi anche carico della sua manutenzione annuale (il giornalista Duccio Facchini di Altreconomia ha rilevato che la manutenzione è stata rifinanziata dal Ministero dell’Interno sino al 2019 con quasi 500 mila euro l’anno perché di “carattere prioritario per la sicurezza nazionale”).
Per quasi tutto il 2016 Marco Minniti aveva svolto il ruolo di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti (incarico ricoperto sin dal 17 maggio 2013 con i governi Letta e Renzi) e solo a fine dicembre con l’ingresso a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni, Minniti era promosso a ministro dell’Interno, succedendo ad Angelino Alfano (neoministro degli Esteri). Nonostante il cambio alla guida del Viminale, i rapporti privilegiati con il Cairo non mutavano. Nella relazione alle Camere sulle attività chiave del 2017, il Ministero dell’Interno confermava infatti la fornitura all’Egitto dei quattro elicotteri dismessi dalla Polizia di Stato “previa rimessa in efficienza a cura dell’Agusta Westland e relativo addestramento del personale pilota e tecnico egiziano per il c.d. passaggiomacchina”. Il primo elicottero, aggiungeva il Ministero “è stato collaudato nel mese di gennaio 2018 ed è quindi pronto per la consegna”.
“Nel 2017 è stata realizzata un’importante offerta formativa finanziata con i fondi di questa Direzione Centrale, consistente nell’erogazione di 23 corsi in vari settori della sicurezza (dalla formazione specialistica presso il NOCS ai corsi presso le principali Scuole di Polizia italiane – Cesena, Brescia, Spinaceto, Abbasanta, Pescara) a favore di Egitto, Tunisia, Libia, Gambia, e Nigeria”, specificava ancora la relazione annuale.
“E’ stato chiesto un finanziamento all’UE per il progetto di durata biennale ITEPA (Project – International Training at Egyptian Police Academy)per la realizzazione, presso l’Accademia di polizia del Cairo, di un Centro internazionale di formazione specialistica nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori misti, destinato all’erogazione di tre corsi l’anno per un totale di 360 operatori di polizia provenienti da ben 22 Paesi africani”. L’iniziativa era frutto di un protocollo tecnico siglato a Roma il 13 settembre 2017 tra l’allora Capo dell’Accademia di Polizia egiziana ed il prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere da meno di due mesi. Secondo l’accordo, il “centro di addestramento organizzerà workshop per formare i poliziotti africani alla gestione della sicurezza delle frontiere e della lotta alla tratta, sotto la supervisione di personale egiziano, italiano ed europeo”.
Coincidenza vuole che proprio il 13 settembre 2017 giungeva al Cairo il nuovo ambasciatore italiano, il Giampaolo Cantini; il governo aveva ritirato quasi un anno prima il rappresentante diplomatico a seguito della mancata collaborazione alle indagini sul barbaro omicidio di Giulio Regeni da parte della autorità egiziane.
Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’intelligence
Dopo l’Ok dell’Unione Europea al finanziamento del progetto Itepaattraverso il Fondo di Sicurezza Interna, esso ha preso il via nella capitale egiziana il 20 marzo 2018, alla presenza dell’allora Capo della Polizia italiana, prefetto Franco Gabrielli, di rappresentanti della Commissione europea e delle Agenzie Frontex ed Europol. “Saranno formati al Cairo funzionari di polizia e ufficiali di frontiera che, a loro volta, formeranno altro personale nei rispettivi Paesi”, riporta la nota emessa dal Dipartimento della Polizia di Stato. “Oltre all’Egitto, partner dell’Italia nel progetto, i Paesi beneficiari sono: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia”.
“Noi siamo orgogliosi – dichiarava il prefetto Gabrielli nel corso del suo intervento inaugurale – non solo di aver creato le condizioni per un progetto di cooperazione di polizia ma di averlo fatto in una cornice nella quale il rispetto dei diritti umani è uno degli asset fondamentali”. Il progetto Itepa si è concluso a Roma il 27 novembre 2019 con una conferenza presso la scuola Superiore di Polizia, alla presenza ancora una volta di Franco Gabrielli, del direttore centrale dell’Immigrazione e delle Frontiere Massimo Bontempi, e del generale Ahemed Ebrahim, assistente del ministro dell’Interno egiziano e presidente dell’Accademia di Polizia del Cairo.
Non si può certo dire che l’infausta cooperazione delle forze di polizia italiane con il sanguinario regime egiziano abbia poi arrecato alcun danno d’immagine o alle carriere dei promotori e dei protagonisti nazionali. Il prefetto Franco Gabrielli, già direttore dei servizi segreti SISDE e AISE, Capo della Polizia a partire del 20 aprile 2016, è stato nominato la scorsa settimana sottosegretario alla Presidenza del consiglio, con delega alla “sicurezza della Repubblica” (ancora intelligence, contrasto all’immigrazione illegale, lotta al Covid, ecc.).
Marco Minniti è rimasto ministro sino all’1 giugno 2018, cioè dopo che nel Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta, in Sardegna, si era tenuto un corso di “guida fuoristrada in ambito extraurbano” riservato ad un gruppo di operatori della forza di polizia egiziana e relativi interpreti (8-20 aprile 2018).
Minniti, dopo quattro legislature in Parlamento, il 27 febbraio 2021 si è dimesso da deputato per assumere la presidenza della Fondazione Med-Or, creata dalla holding del complesso militare-industriale Leonardo per “promuovere le relazioni economiche, industriali e culturali” con i Paesi del Mediterraneo, dell’area subsahariana, del Medio e Estremo Oriente, in particolare con programmi strutturali nell’ambito aerospaziale, della difesa e della sicurezza.
Angelino Alfano, ex ministro degli Esteri
L’ex ministro dell’Interno e degli Affari Esteri, Angelino Alfano, non ricandidatosi alle ultime elezioni politiche, ha scelto di dedicarsi all’attività forense e il 30 giugno 2018 è divenuto consulente dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo di Milano nel team specializzato in Public International Law & Economic Diplomacy.
“Alfano è stato voluto in quanto esperto di Diritto civile, commercio internazionale, procedure antiterrorismo, sicurezza negli stadi e sanzioni internazionali e il suo arrivo rafforzerà il nostro presidio in Africa e nel Medio Oriente soprattutto nei servizi di consulenza per Stati e Istituzioni”, hanno spiegato i titolari dello studio milanese al settimanale l’Espresso. Consulente con Angelino Alfano del team diplomatico-internazionale, l’economista egiziano Ziad Bahaa-Eldin, già a capo dell’authority finanziaria durante la presidenza Mubarak e vice-ministro dopo il colpo di Stato di al-Sisi del 2013, incarico ricoperto sino al 30 gennaio 2014.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
6 marzo 2021
Quattro morti e scene di guerriglia urbana in diverse città del Senegal dopo le proteste che si sono protratte per tre giorni in seguito all’arresto di Ousmane Sonko, deputato del maggiore partito all’opposizione, Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité).
Sonko, che è arrivato terzo con il 15,67 per cento delle preferenze alle presidenziali del 2019, è stato fermato dalle forze dell’ordine mercoledì scorso con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica e partecipazione a manifestazione non autorizzata. Ma Sonko è anche indagato per stupro e minaccia di morte, denuncia depositata da una giovane impiegata di un salone di bellezza a Dakar.
Ousmane Sonko, deputato senegalese del partito Pastef-Les Patriotes
Nella maggior parte dei quartieri della capitale sabato mattina è ritornata la calma. Ma la donna che accusa Sonko – hanno denunciato i suoi legali – durante la notte ha avuto la casa incendiata.
Sui social network i senegalesi continuano a manifestare la loro grande indignazione e malcontento per le parole pronunciate venerdì dal ministro degli Interni, Antoine Félix Diome, che ha fermamente condannato ciò che si è verificato in questi giorni, come saccheggi, atti di vandalismo contro edifici pubblici e beni privati. Il ministro ha inoltre annunciato che tutti responsabili di questi atti criminali saranno processati.
Senegal: proteste per l’arresto di Ousmane Sonko
Per paura di eventuali nuove proteste, Sonko resta in custodia cautelare fino a domenica, 7 marzo. Secondo i suoi avvocati non potrà essere convocato dal magistrato prima di lunedì, data per la quale è comunque già fissato un nuovo incontro con il giudice per le indagini preliminari per le accuse di stupro e minacce di morte.
In questi giorni i giovani senegalesi hanno espresso tutta la loro rabbia e il loro malcontento. Durante le manifestazioni hanno devastato e saccheggiato negozi, molti commercianti sono disperati perché hanno perso gran parte delle loro merci e quel poco che è rimasto è ormai invendibile, perché, ha raccontato un addetto alle pulizie di Auchan: “Hanno lasciato i rubinetti dell’acqua aperti e tutto si è inzuppato e si deve buttare”.
Ha destato preoccupazione la presenza accanto alle polizia di persone non meglio identificate. Viaggiavano su dei pick-up non immatricolati a Dakar, in coda alle forze dell’ordine. Portavano caschi e, secondo alcune testimonianze, in alcuni casi brandivano bastoni. Chi sono? Qual è il loro obiettivo? Chi li ha reclutati? Sono questioni che poste alle autorità da diverse organizzazioni della società civile.
Sadikh Niass, segretario generale di Rencontre africaine pour la défense des droits de l’homme (Radhho), si è detto perplesso: “Non è chiaro se questi giovani sono stati reclutati dalla polizia o se fanno parte dei partiti al potere”. Il Forum civile, sezione senegalese di Transparency International, ha chiesto chiarimenti al ministero degli Interni.
Alcuni giovani residenti non si spiegano perché sono stati attaccati negozi e supermercati. “Dobbiamo vergognarci per questo. Vogliamo tutti la pace. Ousmane Sanko vuole la pace, Macky Sall (il presidente della Repubblica, ndr) la vuole ”.
Mentre un altro ha spiegato ai reporter di Radio France Internationale di non aver partecipato alle proteste in piazza, pur sostenendo i manifestanti. Anche lui ha condannato i gravi atti di vandalismo. “I giovani protestano perché sono arrabbiati, non c’è lavoro. Il presidente fa del male ai senegalesi. Vogliamo che sia indulgente con la popolazione. Deve ascoltare la gente per governare meglio”.
Anche i senegalesi residenti all’estero hanno fatto sentire la propria voce. Venerdì davanti al loro Consolato di Milano si sono radunate una trentina di persone per protestare contro l’arresto di Sonko.
Intanto non si sono fatte attendere le reazioni della comunità internazionale. La CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Ocidentale) ha condannato le violenze che hanno provocato la morte di 4 persone – secondo le informazioni del ministero degli Interni di Dakar – e ha lanciato un appello alla calma e moderazione a tutte le parti in causa.
E Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana ha espresso grande preoccupazione e in un comunicato ha condannato gli atti di vandalismo e saccheggio. Anche il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres ha detto di essere molto preoccupato e ha chiesto di evitare un escalation dei fatti.
Mentre il Partito Socialista Senegalese, che fa parte della coalizione di governo, teme che la politicizzazione dell’Affaire Sonko sia un pretesto per destabilizzare il Paese. Il Partito Democratico Senegalese dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ha specificato di opporsi a qualsiasi forma di imbavagliamento forzato o all’estromissione di un oppositore con metodi non convenzionali. Il raggruppamento politico ha comunque condannato gli atti di violenza e come molti altri, ha fatto appello alla calma e alla moderazione.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus Firenze, 6 marzo 2021
Aggirare l’ostacolo per trovare la soluzione al problema. È ciò che hanno fatto gli scienziati Richard Bucala e Andrew Geall per creare il vaccino contro la malaria efficace sui topi. Un’impresa che fino a ieri era considerata una “mission impossible” ma che è diventato fattibile grazie alla tecnologia dell’RNA. Una rivoluzione, la stessa utilizzata per sviluppare il vaccino contro la Covid-19 che porta di qualche chilometro avanti la realizzazione dei sieri salvavita.
Migliorata la strada aperta da Pfizer-Biontech e Moderna
Richard Bucala, medico e docente alla Yale School of Medicine (USA) e Andrew Geall, ricercatore farmaceutico, sono pronti a vincere la guerra contro la malaria. La strada aperta da Pfizer-Biontech e Moderna, e migliorata da Bucala e Geall, diventa il sistema per sconfiggere una malattia considerata fino a ieri invincibile. La difficoltà di sconfiggere il paludismo sta nell’incredibile e geniale strategia del Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae) per sopravvivere e continuare a nutrirsi dell’ospite.
Una strategia simile a quella dell’HIV.
La zanzara anofele, insetto che veicola la malaria
Neutralizzata la proteina che blocca il vaccino
Il parassita contiene una proteina che inibisce la produzione di cellule T della memoria, quelle che proteggono dai patogeni incontrati in precedenza. “Nostri studi indicano che il responsabile è la proteina PMIF (fattore inibitorio della migrazione dei macrofagi plasmodici, ndr) – ha spiegato Richard Bucala ad Academic Times – . Impedisce la formazione dei linfociti T ed è per questo che non è stato possibile generare una risposta della memoria al Plasmodium”. L’organismo contagiato non potendo generare queste cellule rende il vaccino inefficace.
Bucala e Geall hanno trovato il sistema che permette al corpo di produrre le cellule T necessarie e quindi viene immunizzato contro la malaria. Sui topi da laboratorio ha funzionato utilizzando la piattaforma saRNA auto-amplificante.
Dopo il vaccino RNA i topi rimagono immuni
Nelle cellule muscolari dei topi è stato iniettato il vaccino a base di RNA con un ceppo del parassita della malaria privo di PMIF. Gli animali da laboratorio hanno secreto una versione alterata della proteina PMIF, che ha spinto il sistema immunitario ad agire. E a rimanere immune alla malaria.
“I vaccini tradizionali richiedono circa 6 mesi per essere prodotti – scrive Yale Scientific, voce autorevole della Yale School of Medicine. – Altro vantaggio di questo vaccino a base di RNA è che può essere prodotto in un terzo del tempo. E costi di produzione inferiori. Motivo per cui i vaccini a base di RNA sono più efficaci nel trattamento delle pandemie con agenti patogeni che si evolvono rapidamente”.
Big Pharma all’attacco
Il nuovo vaccino non è ancora stato sperimentato su esseri umani ma il 4 febbraio è stata presentata domanda per il brevetto negli Stati Uniti. La ricerca è stata finanziata da Novartis Pharmaceuticals e National Institutes of Health mentre GlaxoSmithKline è l’assegnataria del brevetto. Se il brevetto sarà approvato l’azienda farmaceutica potrà produrre il vaccino e renderlo disponibile al pubblico.
Immagine al microscopio del Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae)
La malaria è una delle malattie più pericolose del pianeta che colpisce soprattutto i bambini con età inferiore ai 5 anni. Secondo dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS-WHO), dal 2000 ad oggi ci sono stati 1,5 miliardi di malati. Nel 2019 i casi di malaria nel mondo sono stati 229 milioni con quasi 409 mila morti. Il 94 per cento dei casi di malaria sono nell’Africa sub-sahariana.
Speciale per Africa ExPress Elisabetta Crisponi
6 Marzo 2021
Torniamo a parlare di Mauritania segnalando la lettura di un libro: “Hartani, catene invisibili” di Lucia Berardi.
La trama riguarda la storia di una giornalista torinese, Fosca, impegnata a realizzare un reportage in Mauritania con un famoso fotografo. La reporter viaggia nel deserto con un gruppo d’italiani, guidati da un suo ex professore e amico, cui si unisce un affascinante paleontologo francese. Ma durante il soggiorno africano, Fosca s’imbatte nel problema della schiavitù, realtà nascosta ma ancora radicata in quel Paese, nonostante la legge lo vieti. Inizia così un’indagine che la protagonista porta avanti da sola, prima nella capitale, poi nella regione dell’Adrar, sospettando un traffico di donne che arriva fino alla Costa Atlantica. Scorrendo le pagine, si assiste a un crescendo di tensione che culminerà in diversi colpi di scena.
Abbiamo intervistato l’autrice.
Partiamo dal titolo. Cosa significa Hartani? “L’ Hartani è chi sta nella condizione di schiavo affrancato, ossia reso libero. Ma nella società mauritana, nonostante la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, si può dire non esista differenza tra uno schiavo (Abd) e un affrancato (Hartani). L’origine della persona determina il suo status sociale a vita. Molte persone sono schiavi domestici, proprietà di una famiglia da generazioni.”
Come nasce l’idea del libro? “Nel 2018 ho fatto un viaggio in Mauritania e ne sono rimasta molto affascinata. Quando mi sono recata nel Paese, e durante la mia permanenza, ignoravo il problema della schiavitù. Al mio rientro un forte interesse, e un istinto di approfondimento, mi hanno fatto scoprire la vera realtà. In particolare, la tesi di dottorato di Valentina Picco (Università di Bergamo, 2012) mi ha suggerito una prospettiva diversa e sconvolgente sul Paese visitato, ed è stata una preziosa fonte d’ispirazione”.
Perché ha sentito il bisogno di pubblicare un libro in cui si descrive questa realtà? “Come dicevo, al rientro sentivo dentro me un forte bisogno di parlare della Mauritania. Riavvolgendo il nastro della mia mente, continuavo a pensare a certi volti incontrati laggiù, agli sguardi tristi di alcuni e a quelli arroganti di altri, comprendendone sempre più i perché. Poi, nel 2019, ho partecipato ad un corso di scrittura, che prevedeva la stesura di un romanzo Noir, e così ho potuto dare “sfogo” alla mia mente per un racconto sulla Mauritania”.
Quindi le vicende del libro ricalcano episodi reali del suo viaggio? “Il lungo itinerario descritto nel romanzo è lo stesso, organizzato dall’amico Stefano Fazzini (a cui si ispira la figura di Lorenzo), nella Mauritania del Nord. I luoghi di cui ho parlato sono reali, mentre la vicenda e i personaggi sono frutto di fantasia. Gli unici personaggi veri inseriti nel romanzo sono l’attivista Halima e il leader abolizionista Biram Dah Abeid, candidato alle elezioni presidenziali del 2019. L’ipotesi circa un coinvolgimento della SNIM nella tratta di esseri umani è un’invenzione letteraria.”
In passato, Africa ExPress, ha parlato più volte parlato della schiavitù in Mauritania. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito, sulla carta, la schiavitù, e le punizioni per tale crimine erano miti e quasi mai applicate. Per questo, la schiavitù è stata abolita nuovamente il 12 agosto 2015, con una legge che la considera un reato contro l’umanità.
Ma, essendo ancora una società rigidamente suddivisa in caste, molti soprusi non vengono denunciati. I mauri bianchi o beydens, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore”. La condizione di schiavo è tramandata da madre in figlio, e chi la incarna non ha potuto quasi mai occupare posti di prestigio nella società. Nel 2019 la polizia della Mauritania ha negato l’ingresso a una delegazione di Amnesty International, giunta nel Paese per indagare su alcune questioni riguardanti la schiavitù. Gli schiavi che denunciano i loro padroni sono, purtroppo, ancora troppo pochi.
Questo dipende dal fatto che sono persone educate alla sottomissione verso il padrone, e anche perché spesso gli ex schiavi fanno fatica ad inserirsi nella società, finendo per vivere la piaga dell’isolamento nelle periferie e quella della disoccupazione. Vivono comunque con un marchio sociale, in una condizione mentale che è stata equiparata a quella di “una donna violentata”.
Continuano le tensioni in Senegal dopo l’arresto dell’oppositore del partito al potere e parlamentare del raggruppamento politico Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), Osoumane Sonko. Il politico è stato fermato dalla polizia mercoledì scorso mentre si recava in tribunale per essere sentito dal giudice per le indagini preliminari.
Giovedì i giovani hanno organizzato altre manifestazioni in diversi quartieri e in alcune periferie della capitale per chiedere la liberazione immediata del leader e si sono verificati nuovi scontri con le forze dell’ordine, non solo a Dakar, ma anche nel sud del Paese. Le maglie della censura si fanno più stratte: le autorità hanno chiuso due televisioni private perché hanno riportato troppe notizie sull’ affaire Sonko
A Bignona, feudo dell’opposizione della regione “ribelle” di Casamance, un manifestante, Cheikh Ibrahima Coly, è morto durante i disordini. Il prefetto ha fatto sapere ai reporter di Radio France Internationale che un’indagine sull’accaduto è in corso.
Manifestazioni in Senegal
Sonko era stato denunciato a febbraio da un’impiegata di un salone di bellezza per stupro e minacce di morte, accuse che il politiche respinge fermamente. E per concedere l’autorizzazione a procedere, venerdì scorso l’Assemblea nazionale ha votato a favore della revoca dell’immunità parlamentare. Si è scatenata così l’indignazione dei suoi supporter.
E mercoledì mattina mentre Sonko si recava in Tribunale, centinaia di giovani si sono riversati sulle strade e hanno seguito l’automobile del deputato durante il tragitto da casa sua verso il Palazzo di Giustizia di Dakar. La polizia ha disperso i manifestanti con gas lacrimogeni e ha arrestato il leader di Pastef-Les Patriotes con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica e partecipazione a manifestazione non autorizzata.
Ousmane Sonko, deputato senegalese del partito Pastef-Les Patriotes
Secondo il leader dell’opposizione le accuse contro di lui sarebbero state montate ad hoc dal presidente Macky Sall per escluderlo dalle presidenziali previste per il 2024. Bisogna ricordare che Sanko nelle precedenti elezioni del 2019, vinte dal presidente uscente Macky Sall, si era piazzato terzo.
Spécial pour l’Afrique ExPress Massimo A. Alberizzi
4 mars 2021
La voix arrive lointaine, faible et surtout incompréhensible. Il aura fallu trois jours pour établir une liaison permettant de comprendre exactement la conversation avec le colonel Placide Niyiturinda, porte-parole de la branche militaire du Front Démocratique pour la Libération du Rwanda.
Les forces du FDLR sont ce qui reste de l’armée rwandaise lorsque Juvénal Habyarimana était au pouvoir. En 1994, après la guerre civile et le génocide, elles se sont réfugiées en RDC où elles se sont installées. Leur quartier général se trouvait notamment au camp de Mugunga, au bord du Lac Vert, où j’avais rencontré les dirigeants du mouvement, dont le colonel Niyturinda. En effet, dès que je lui ai évoqué cette réunion, l’officier a adopté une attitude cordiale et amicale.
Colonel Placide Niyiturinda
Immédiatement après le meurtre de l’ambassadeur Luca Attanasio, du carabinier Vittorio Iacovacci et de leur chauffeur Mustapha Milambo, le 22 février dernier, le ministère de l’intérieur de la RDC a accusé les rebelles hutus des FDLR d’avoir organisé l’attaque. Le colonel Niyturinda renverse cependant les accusations et attaque les soldats tutsis de l’armée rwandaise et de l’armée régulière congolaise, les FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo).
Il ressort clairement de l’interview que – selon le mouvement hutu – l’attaque contre l’ambassadeur et ses accompagnateurs a étéune exécution planifiée et non pas une simple fusillade. Une version qui confirme ce que l’on peut comprendre en faisant une lecture approfondie des réseaux sociaux congolais, mais qui est évidemment loin des conclusions d’une enquête indépendante.
Colonel Placide, où êtes-vous en ce moment ?
Près de Rutshuru, dans la forêt. Ici nous avons un de nos camps où je me trouve avec nos combattants.
Vous trouverez ci-dessous un enregistrement d’une partie de l’entretien avec le colonel des FDLR
Pourquoi le Front patriotique rwandais (c’est-à-dire l’armée rwandaise) et les FARDC (l’armée congolaise) se sont-ils alliés ? Quelles sont les raisons qui les tiennent ensemble ?
Ils se sont alliés pour piller ensemble les ressources naturelles de la RDC. Et massacrer les réfugiés rwandais. Le Rwanda ne veut pas quitter ce pays et y restera jusqu’à ce que le pays sera libéré du régime de Paul Kagame. Le FPR et les FARDC ont des liens communs qui les tiennent ensemble, à savoir les intérêts économiques. Mais les Rwandais sont géographiquement plus proches que les kabilistes (les partisans du gouvernement de Kinshasa) et sont donc plus dangereux.
L’attentat contre l’ambassadeur italien était-il une attaque ciblée ? L’ambassadeur a été frappé par accident ou quelqu’un a voulu le tuer ?
Militaires FDLR dans leur champ près de Rutshuru dans la République Démocratique du Congo
Ciblé oui, certainement. Et, en plus, c’était prémédité et bien organisé. Les assaillants ont agi avec sécurité et détermination. À coup sûr.
Pensez-vous que ce sont eux, c’est-à-dire le FPR ( ????) ou les FARDC, à avoir attaqué le convoi de l’ambassadeur italien ?
Il n’y a aucun doute à ce sujet. L’ambassadeur a été tué par l’armée rwandaise, qui a organisé l’attaque et l’a tué. Les Congolais avaient plutôt une fonction de renseignement.
Qui aurait pu avoir intérêt à tuer l’ambassadeur italien ?
Kigali pour trouver un alibi officiel que lui permettrait de retourner en RDC et intervenir ici de manière encore plus intrusive. Bref, ils ont construit une excuse de plus pour piller les ressources naturelles et voler les richesses du territoire, dont cette partie du pays est riche.
Général Victor Byiringiro Président des FDLR
Avez-vous des unités militaire des FDLR dans la zone située entre Ritshuru et Goma ?
Bien sûr, nous sommes installés dans la forêt avec nos hommes dans plusieurs bases.
Les rapports indiquent que des nombreuses milices agissent dans cette région : pouvez-vous nous dire quelles sont les plus fortes et les mieux armées ?
Il existe des groupes liés au M23, un mouvement formé par des Tutsis congolais, les Mamba, des bandits encadrés par les services de sécurité rwandais, qui opèrent entre Rutshuro et le village de Kibumba, où a eu lieu l’attentat contre votre ambassadeur. Il est difficile de dire quels sont les plus forts, mais probablement ceux qui sont armés par le régime de Paul Kagame.
Y a-t-il également des groupes liés au régime Kagame ?
Il est certain que le M23 dépend directement du général Laurent Nkunda, qui s’est réfugié au Rwanda, et reçoit ses ordres de Kigali. Ensuite, il y a les Raïa Mutomboki et les milices des guerriers traditionnels maï-maï.
Des soldats du groupe FDLR
Les milices de Laurent Nkunda sont donc toujours présentes au Kivu ?
Oui, même si la majorité a été intégrée dans l’armée de la RDC.
L’armée de Kigali est-elle toujours présente dans les régions de Goma, Rutshuru, Beni, Butembo ?
Oui, ils sont présents partout en RDC. Mais à leurs côtés, il y a aussi les milices islamistes de l’ADF, qui viennent d’Ouganda. Les complices du plan d’agression contre la RDC sont la plupart des officiers stratégiquement déployés dans la partie orientale du pays, et ce dans un but précis : créer un espace sûr pour le Rwanda en RDC et lui permettre de perpétuer son occupation et de piller toutes sortes de ressources minérales.
Continuez, s’il vous plaît.
L’assassinat de l’ambassadeur italien Luca Attanasio peut également être corrélé avec ce qui s’est passé récemment dans l’armée. Le colonel Charles Sematama a déserté il y a quelques jours : il commandait le 3411ème régiment des FARDC et était, jusqu’à récemment, le chef hiérarchique direct du colonel Claude Rusimbi, dénoncé par plusieurs sources comme l’organisateur de ce meurtre ignoble.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzigmail.com twitter @malberizzi
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi 4 marzo 2021
La voce arriva lontana, flebile e, soprattutto, incomprensibile. Ci sono voluti tre giorni per riuscire a stabilire una buona linea che permettesse di capire esattamente tutta la conversazione con il colonnello Placide Niyiturinda, portavoce dell’ala militare del Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda.
L’FDLR è quello che resta dell’esercito ruandese quando al potere c’era Juvénal Habyarimana. Nel 1994 finita la guerra civile e il genocidio si sono rifugiati in Congo dove avevano stabilito le loro basi arretrate. In particolare, il loro quartier generale si trovava a Mugunga Camp ai bordi del Lac Vert dove avevo incontrato i leader del movimento, compreso il colonnello Niyturinda. Infatti, appena gli ricordo il meeting, l’ufficiale assume un atteggiamento cordiale e amichevole.
Il colonnello Placide Niyiturinda
Subito dopo l’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, il 22 febbraio scorso, il ministero dell’Interno congolese aveva accusato i ribelli hutu dell’FDLR di aver organizzato l’attacco. Il colonnello Niyturinda invece ribalta le accuse e le riversa sui militari tutsi dell’esercito ruandese e sui congolesi dell’esercito regolare, le FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo).
Dall’intervista emerge chiaramente che – secondo il movimento hutu – l’attacco all’ambasciatore e ai suoi compagni sia un’esecuzione pianificata e non una sparatoria. Una versione che non contraddice quanto emerge da una lettura approfondita dei social congolesi ma che, ovviamente, è lontana da una verifica indipendente,
Colonnello Placide dove si trova in questo momento? Dalle parti di Rutshuru nella foresta. Qui abbiamo uno dei nostri campi e sono qui con i nostri combattenti
Ecco qui sotto la registrazione di una parte dell’intervista al colonnello dell’FDLR
Perché il Fronte Patriottico Ruandese (cioè l’esercito ruandese) e la FARDC (l’esercito congolese) si sono alleati? Quali sono i motivi che li tengono assieme?
Si sono alleati per saccheggiare assieme le risorse naturali del Congo. E massacrare i rifugiati ruandesi. Il Ruanda non vuole andarsene via da questo Paese e ci resterà finché noi non libereremo il Ruanda dal regime di Paul Kagame. FPR e FARDC hanno una comunanza di interessi che li tiene assieme: interessi economici. Ma i ruandesi sono geograficamente più vicini dei kabilisti (i sostenitori del governo di Kinshasa) e quindi sono più pericolosi.
Quello all’ambasciatore italiano è stato un attacco mirato? L’ambasciatore è stato colpito per caso o qualcuno voleva ucciderlo?
Mirato sì, certamente. E poi premeditato e bene organizzato. Gli assalitori hanno agito con sicurezza e determinazione. A colpo sicuro.
Voi credete che possano essere stati loro, cioè l’FPR o le FARDC, ad assalire il convoglio dell’ambasciatore italiano?
Su questo non ci sono dubbi. A uccidere l’ambasciatore è stato l’esercito ruandese che ha organizzato l’assalto e l’ha ammazzato. I congolesi hanno avuto più un ruolo di intelligence.
Chi può aver avuto l’interesse a uccidere l’ambasciatore italiano?
Kigali per trovare un alibi che gli permettesse di trovare una scusa ufficiale per tornare in Congo, intervenire qui ancora più profondamente. Insomma, si sono costruiti un pretesto in più per saccheggiare le risorse naturali e per derubare le ricchezze del territorio, di cui questa parte del Paese abbonda.
Avete unità miliari dell’FDLR nella zona tra Ritshuru e Goma?
Certamente; siamo sistemati nella foresta e i nostri uomini si trovano in diverse basi.
Il generale Victor Byiringiro Presidente dell’FDLR
I rapporti raccontano che in quell’area operano parecchie milizie: mi sa dire quali sono le più forti e ben armate?
Ci sono i gruppi legati all’M23, un movimento formato dai tutsi congolesi, i Mamba, banditi inquadrati dai servizi di sicurezza ruandesi, che operano tra Rutshuro e il villaggio di Kibumba, dov’è avvenuto l’attacco al vostro ambasciatore. E’ difficile stabilire chi sono i più forti. Comunque, probabilmente, quelli armati dal regime di Paul Kagame.
Ci sono anche gruppi legati al regime di Kagame?
Certamente l’M23 dipende direttamente e prende ordini da Kigali dal generale Laurent Nkunda che ora si è rifugiato in Ruanda. Poi ci sono i Raïa Mutomboki e le milizie dei guerrieri tradizionali mai-mai.
Le milizie di Laurent Nkunda, quindi, sono ancora presenti nel Kivu?
Si, anche se la maggioranza è stata integrata nell’esercito congolese.
L’esercito di Kigali è ancora presente nella zona di Goma, Rutshuru, Beni, Butembo?
Si sono presenti dappertutto in Congo. Ma poi con loro ci sono le milizie islamiste dell’ADF, che arrivano dall’Uganda. Complici al piano di aggressione contro il Congo sono la maggior parte degli ufficiali strategicamente schierati nella parte orientale del Paese per uno scopo preciso: creare uno spazio sicuro per il Ruanda nella RDC e permettergli di perpetuare la sua occupazione e quindi saccheggiare tutti i tipi di risorse minerarie.
Continui pure per piacere.
L’assassinio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio può anche avere una buona correlazione con quanto avvenuto recentemente nell’esercito. il colonnello Charles Sematama ha disertato pochi giorni fa: comandava il 3411° reggimento della FARDC ed era, fino a poco prima, il diretto capo gerarchico del colonnello Claude Rusimbi, denunciato da diverse fonti come l’organizzatore di questo spregevole assassinio.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzigmail.com twitter @malberizzi
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