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Il coronavirus uccide anche il leader tanzaniano John Magufuli

BREAKING NEWS PER Africa Express
Nairobi, 17 marzo 2021

Il presidente della Tanzania, John Magufuli, 61 anni, è morto ucciso dal Covid-19. Sulla sua malattia e sulla sua morte era stato steso un misterioso e purtroppo incredibile silenzio. Si sapeva che era ricoverato al Nairobi Hospital della capitale keniota ma solo perché la notizie era trapelata tra smentite ufficiali e conferme ufficiose. Sempre che sia morto per complicazioni cardiache.

Samia Sulhu Hassan, vicepresidente della Tanzania

Secondo la costituzione della Tanzania il posto di Magafuli è stato preso dalla sua vice, Samia Sulhu Hassan.
Magafuli qualche settimana fa era diventato famoso sulle cronache dei giornali perché era un negazionista: sosteneva che il virus era un’invenzione occidentale e che comunque si poteva combattere con la medicina tradizionale africana.

John Magufuli, presidente della Tanzania

Il capo di Stato tanzaniano non era più stato visto in pubblico dal 27 febbraio. Nel Paese è vietato parlare di una sua malattia. Un giovane è stato arrestato due giorni fa perché aveva osato dire che il presidente era morto. Il fatto è successo nella zona di Dar es Salaam.

Cattolico integralista, era famoso per odiare i gay e chiunque non fosse obbediente alla bibbia. Pur non essendo per niente amato dalla popolazione perché trattava l’opposizione con il pugno di ferro, aveva vinto le ultime elezioni qualche mese fa con brogli accertati dalla comunità internazionale.

Africa Express
@africexp

Sosteneva che il covid -19 non esiste, che era un’invenzione degli occidentali e quei sintomi da poco si potevano curare con le erbe e le inalazioni. Il presidente della Tanzania John Magufuli, morto ieri per complicazioni cardiache dovute al Coronavirus, aveva poi con disprezzo vietato i vaccini: “Le multinazionali – aveva più volte dichiarato – vogliono che noi africani facciamo da cavie. Diciamogli no. – aveva poi aggiunto – se l’uomo bianco è in grado di trovare immunizzazioni avrebbe dovuto già preparare vaccini contro il cancro, la tubercolosi e altre patologie gravi ” e così aveva vietato che i giornali e le radio del suo Paese rendessero conto dei morti per Coronavirus.

Dopo aver negato la diffusione della pandemia in Tanzania, il suo ministro della sanità in televisione aveva anche spiegato che se mai il Covid 19 fosse arrivato nel Paese si sarebbe potuto combattere con un intruglio a base di zenzero, cipolle, limone e pepe. Aveva poi fatto arrivare dal Madagascar una pozione che aveva definito miracolosa il Covid Organics (un’invenzione questa volta del presidente malgascio, Andry Rajoelina, altro negazionista) che secondo lui avrebbe fermato l’eventuale diffusione dell’infezione.  

Si sapeva che Magufuli stava male ma era assolutamente vietato dare informazioni sulla sua salute. Un paio di giorni fa a Dar Ex Salaam un giovane era stato arrestato perché aveva osato raccontare che il presidente era in gravi condizioni.

Finora non si sa bene se sia morto a Dar Es Salaam o a Nairobi dove era stato trasportato per cure la scorsa settimana e dove era stato  visto arrivare.

Cattolico integralista, era famoso per odiare i gay e chiunque non fosse obbediente alla bibbia. Pur non essendo per niente amato dalla popolazione perché trattava l’opposizione con il pugno di ferro, aveva vinto le ultime elezioni qualche mese fa con brogli accertati dalla comunità internazionale.

s.b.

Tanzania: grave Magufuli, ricoverato a Nairobi per covid e problemi cardiaci seri

Presidenziali in Tanzania: rieletto Magufuli con (i soliti) probabili brogli

Orania, città in Sudafrica per soli afrikaner, vietato l’ingresso a altre etnie

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toerlgyes
17 marzo 2021

Orania, una minuscola cittadina in Sudafrica, nella provincia del Capo settentrionale, un puntino così piccolo, che è difficile individuarlo sulle cartine geografiche, ma unica nel suo genere non solo nel suo Paese, in tutto il continente, forse nel mondo intero: questa comunità non accoglie concittadini neri, per loro questo luogo è un tabù.

La cittadina è nata negli anni ’90 come micro-volkstaat autogovernato e abitata solo da boeri, provenienti da tutto il Paese. L’articolo 235 della Costituzione sudafricana tutela il diritto di autodeterminazione a qualsiasi comunità che condivide un patrimonio culturale e linguistico comune nel territorio della Repubblica del Sudafrica.

Orania nasce proprio un anno dopo la liberazione di Nelson Mandela da Robben Island e tre anni prima delle elezioni del 1994, che hanno segnato la storia di questo Paese. In precedenza mai ci era una tornata elettorale democratica. Fu anche l’anno dell’”incoronazione” di Madiba, nominato capo dello Stato, dopo le sue lunghe lotte per libertà, giustizia, difesa della dignità umana.

Nella comunità vivono anche nomi eccelsi, come Carel Boshoff IV capo del movimento Orania. Carel è nipote dell’ideatore dell’Apartheid, Henrik Vorwoerd, la cui figlia, Anna, era la madre dell’attuale leader della cittadina.

E i fondatori di Orania furono proprio il padre e la madre di Carel, che alla fine degli anni Ottanta avevano fiutato che la fine dell’apartheid era ormai vicina. Insieme a un gruppo composto da una cinquantina di afrikaner, acquistarono un appezzamento di terra nella parte meridionale del fiume Orange, con lo scopo di instaurare un volkstaat per soli afrikaner.

Orania, Sudafrica

Ma all’epoca, nell’area vivevano già quasi cinquecento persone, poverissime, neri, la maggior parte sudafricani. Si erano installati lì dopo l’inizio dei lavori di un progetto che prevedeva la costruzione di canali e dighe lungo il fiume Orange. Ovviamente con la creazione di Orania furono esclusi da tutto e, non solo, ironia della sorte, si trovarono con nuovi proprietari come vicini con concetti di vita tipicamente afrikaner.

Boshoff, interrogato all’epoca del perché della totale esclusione dei vicini, in un discorso alla comunità aveva sentenziato: “Non ho comprato un pullman con passeggeri” e, secondo lo storico dell’università di Cambridge, Edward Cavanagh, la creazione di Orania sarebbe stata uno dei maggiori sgomberi forzati durante l’oscuro periodo dell’apartheid.

Un grazie alla RAI e a Paolo di Giannantonio, autori di questo video.

Oggi Orania conta poco meno di duemila abitanti e è cresciuta soprattutto in questi ultimi anni con un incremento del 10 per cento per anno. E, grazie all’aumento demografico, è cresciuto notevolmente il mercato immobiliare con la costruzione di nuove case residenziali e palazzine. C’è anche una zona industriale con diverse fabbriche di alluminio e mattoni, prodotti che vengono commercializzati in tutto il Paese. Anche l’agricoltura è in piena espansione, per lo più sono piantagioni di noci pecan, che vengono esportate soprattutto in Cina.

Non una sola pietra è stata posata da un operaio sudafricano nero. Tutti lavori, anche i più umili, sono stati eseguiti da afrikaner. Nessun nero può entrare nella cittadina e a mala pena vien concesso loro di rifornirsi di benzina nella stazione di servizio situata al confine dell’abitato. Chi vive ancora oggi nelle vicinanze, ricorda quando i primi abitanti bianchi di Orania giravano con il fucile in spalla, un avvertimento chiarissimo che nessun residente delle zone limitrofe ha mai dimenticato.

Orania, busti degli ideatori dell’apartheid

Gli abitanti di Orania sostengono che il loro è semplicemente un progetto culturale, non ha nulla a vedere con il razzismo. Qui possono abitare e lavorare solamente gli afrikaner con lo scopo di preservare i propri usi e costumi.

Ma in realtà la situazione è un pochino diversa. In ogni rione, in tutte le strade ci sono bandiere dell’apartheid, monumenti dell’ideatore di quella oscena, discriminatoria dottrina. L’apartheid è terminata da ben trent’anni, eppure ancora oggi qualcuno la rimpiange, la fa rivivere.

Il medico della comunità per soli bianchi è arrivato qualche anno fa da Pretoria, la capitale del Sudafrica. Per lui Orania è un paradiso terrestre, giacché considera tutte le altre città del Paese “zone di guerra”. “Qui invece”, ha spiegato il dottore,  “sembra di vivere nel Disneyland dei boeri, con la differenza che non devi mai tornare a casa”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Patrice Motsepe, il riccone del Sudafrica, nuovo presidente del calcio africano

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Marzo 2021

Scavando, scavando, 13 anni fa ha scalato la montagna d’oro ed è stato incoronato come uno dei 9 africani più ricchi del Continente nero. Zitto, zitto, quatto quatto, pochi giorni fa è riuscito a farsi incoronare re del calcio africano. Patrice Motsepe, 59 anni, nato a Soweto, sposato, 3 figli, miliardario discreto e filantropo, è il nuovo presidente della Confederazione Africana del Calcio (Caf).

 

Patrice Motsepe, nuovo presidente del CAF

E’ stato eletto venerdì 12 marzo a Rabat, in Marocco, durante la 43° assembla dell’organismo che ha in mano l’intero pianeta dei pedatori, ovvero il governo delle 54 federazioni calcistiche africane. Un’elezione avvenuta per acclamazione. Senza un voto ufficiale, senza un voto contrario. Evento rarissimo, sorprendente. Come sorprendente è stata la scelta di Patrice Motsepe.

Un Carneade, o quasi, nel mondo internazionale del pallone. Almeno fino al novembre scorso, quando fu annunciata la sua candidatura, avanzata, oltretutto, per interposta persona, Danny Jordaan, presidente della Federazione sudafricana del football (SAFA). Patrice era in isolamento, colpito dal Covid 19. All’annuncio inatteso, il mondo calcistico tradizionale restò attonito e si pose la classica domanda: Patrice chi ?

“Per sapere chi fosse occorreva proprio conoscere a fondo l’economia sudafricana, particolarmente quella legata al settore minerario, e la composizione del comitato direttivo della squadra più importante del Paese, il Mamelodi Sundowns“, ha scritto il giornalista Alexis Billebault, citando il dirigente di una federazione calcistica.

Patrice Motsepe appariva nuovo ed estraneo se paragonato ai suoi tre concorrenti per la carica a settimo presidente della Caf: il senegalese Augustin Emmanuel Senghor, il mauritano Ahmed Yahya e l’ivoriano Jacques Anouma, tre vecchie volpi del mondo pallonaro. Per dire: Senghor, 56 anni, politico, avvocato, presidente della Federazione del suo Paese per ben 11 anni; Yahya, 44 anni, uomo d’affari, per la terza volta responsabile della Football Federation of the Islamic Republic of Mauritania (FFRIM); Anouma, 70 anni, capo della sua federazione e figura storica del pallone ivoriano.

Effettivamente ha dell’incredibile che una figura come Patrice Motsepe, per quanto riservato, fosse così poco noto e tanto sottovalutata. Un personaggio di cui si conoscesse vagamente l’esistenza. Eppure…dietro di lui – scavando, scavando.. emerge un mondo politico, commerciale, industriale, sportivo e umanitario.

Sarebbe bastato, tanto per iniziare, sbirciare il sito Forbes: gli attribuisce una ricchezza personale di 3,2 miliardi e la nona posizione (dal 2008) nella classifica africana degli “epuloni” (ma più generoso di quello che negò le briciole a Lazzaro, nel Vangelo). Questo grazie alle miniere di rame, ferro, oro, platino e carbone, che fanno capo alla African Rainbow Minerals da Motsepe fondata e posseduta. Nel 2016 ha anche lanciato la African Rainbow Capital, una società diinvestimenti nel continente; è poi azionista della Sanlam, una compagnia finanziaria; è Ceo della Harmony Gold, una delle compagnie aurifere più importanti del mondo; è padrone, dal 2004, del Mamelodi Sundowns Football Club , di Pretoria, (recentemente vincitrice dei due più prestigiosi trofei continentali) e azionista di maggioranza dei Bulls, team rugbistico di successo

Pur nato a Soweto, la “storica” baraccopoli di Johannesburg, (28 gennaio 1962), le sue origine sono meno umili e sfortunate di quelle di migliaia di suoi concittadini. Suo padre era un insegnante e proprietario di un paza shop, piccolo emporio di generi vari, frequentato da centinaia di poveri, operai, minatori. In questo locale Patrice nei giorni di vacanza aiutava il genitore. Lì apprese i rudimenti degli affari. E’ lì che gettò le basi per diventare il futuro magnate delle miniere.

Grazie alle discrete condizioni familiari, fu in grado di andare a una scuola privata cattolica e all’università. Dopo le superiori si trasferì nel vicino Swaziland (ora eSwatini) dove si laureò in Arte; quindi tornò a Johannesburg e si iscrisse alla rinomata università di Witwatersrand (Wits), dove studio legge e diritto minerario. Nel 1994 divenne il primo partner nero dello studio legale Bowman Gilfillan in Johannesburg ma con uffici anche in Kenya, Malawi, Mauritius, Tanzania, Uganda e Zambia. E nel 1997 colse al volo due occasioni (ovviamente) d’oro: la fine dell’Apartheid e il crollo del prezzo del prezioso metallo.

Mamelodi Sundowns Football Club

Furono la rampa di lancio che lo trasformò nel Creso della nazione arcobaleno. Si precipitò ad acquistare miniere scarsamente produttive del minerale giallo e le rese redditizie. E creò migliaia di posti di lavoro nelle aree rurali. Tanto che nel 2008 scherzando commentò: “I mie amici mi chiamano il capitalista nero”. Che a dispetto della sua dichiarata modestia e ritrosia ad apparire in pubblico, ha ben investito anche sul piano familiare: la moglie Precious Moloi-Motsepe, 56 anni, è un medico e imprenditrice nel campo della moda; la sorella primogenita, Tshepo, 67 anni, è la first lady sudafricana, in quanto ha sposato – scusate se è poco – l’attuale presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, 68 anni. La sorella secondogenita di Patrice, Bridgette, 61 anni, è la moglie di Jeffrey Thamsanqa “Jeff” Radebe, 68, ministro e figura di spicco del Congresso nazionale africano (ANC), il partito al potere. Bridgette è ora una importante donna d’affari: presiede una società mineraria, ma ha iniziato la sua carriera come minatrice comune. E ha sempre criticato “il modo capitalistico di estrazione mineraria”.

Motsepe con la moglie Precious

Patrice ha anche 3 figli: Tlhopie, Kgosi and Kabelo. Tlhopie è il presidente del citato potente e prestigioso club calcistico, Mamelodi Sundows. Carica che ora dovrà lasciare perché, appunto, il papà è diventato presidente dell’intero mondo calcistico africano. E i conflitti di interessi, ora, non sono ammessi, specialmente dopo le critiche che hanno investito il presidente uscente del Caf, il malgascio Ahmad Ahmad sospeso e criticato perché avrebbe violato i protocolli etici. Il calcio africano in effetti, almeno a livello dirigenziale, è stato giudicato diviso, malato, addirittura torbido.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

 

Chiude la miniera di uranio della Cominak in Niger: 600 operai senza lavoro

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 marzo 2021

Akouta, miniera di uranio situata a Arlit, che dista quasi 250 chilometri da Agadez, nel nord del Niger, chiuderà i battenti alla fine di questo mese. La notizia è stata resa ufficiale mercoledì scorso da Moussa Souley, direttore generale della Cominak, che gestisce il sito minerario.

La Cominak è la società nigerina del gruppo francese Orano (ex Avera) che estrae l’elemento chimico radioattivo da oltre 40 anni nella regione.

Giacimenti di uranio in Niger

In 40 anni la Cominak ha prodotto 80.000 tonnellate di uranio nei giacimenti di Akouita, Akola e Ebba e nell’ottobre 2019 il consiglio di amministrazione della società ha deciso di cessare la produzione il 31 marzo, per esaurimento delle risorse.

Lascia così seicento operai senza lavoro e entrate. Il governo, almeno finora, non ha previsto un rilancio economico in tutta la regione. Cominak ha promesso una ricompensa di fine rapporto  tra  20 e 50 milioni di franchi CFA (da 30.500 a 76.250 euro).  Il sindacato dei minatori, SYNAMIN, ha subito replicato che la cifra proposta è assolutamente insufficiente. “I lavoratori sono per lo più giovani e resteranno tutti disoccupati. Non credo che faranno salti di gioia per i soldi che troveranno nell’ultima busta paga”, ha detto Niou Amadou, segretario generale dell’organizzazione sindacale.

Poi ci sono i lavoratori dei subappaltatori, quasi 800, per i quali non è previsto nessun indennizzo di fine rapporto. E infine c’è il problema dello smantellamento del sito minerario checontempla la bonifica di milioni di tonnellate di residui che contengono una percentuale di radioattività altissima – si stima un 80 per cento – che attualmente sono stoccati a cielo aperto.  Rahmar Ilatoufegh, membro del coordinamento della società civile ha riferito che la Cominak ha promesso di coprire i residui con un manto di argilla e in seguito con del cemento e ma precisato: “Una soluzione che non adatta, non reggerà a lungo e chissà se lo faranno veramente”.

Minatori ad Arlit

La società ha messo a disposizione  95 miliardi di franchi CFA ( ca 145 milioni di euro) per la bonifica della miniera. Gli azionisti della Cominak  (Compagnie Minière d’Akouta) sono la francese Orano (34 per cento), SOPAMIN (Società del Patrimonio delle Miniere del Niger, una compagnia statale) con il 31 per cento , la giapponese OURD (25 per cento) e la spagnola ENUSA (10 per cento).

Di comune accordo con il governo nigerino, la bonifica del sito minerario durerà dieci anni e per un altro decennio Cominak garantirà una sorveglianza ambientale.

Il Niger è il quarto produttore di uranio su scala mondiale. Il prezioso minerale  è stato scoperto per caso ad Azelik, nel nord del Paese, dall’Ufficio francese per Ricerche geologiche e minerarie nel 1957. In seguito sono stati individuati  altri giacimenti di uranio in Niger. L’estrazione  commerciale è iniziata solamente nel 1971.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il diplomatico del Niger smentisce: “Il dossier sull’uranio venduto a Saddam è falso”

Scomparso un grosso quantitativo di uranio estratto dalle miniere in Niger

 

 

Regeni dimenticato: polizia italiana addestra colleghi egiziani in segreto

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
14 marzo 2021

Gli specialisti del Ministero dell’Interno e del Dipartimento della Polizia di Stato hanno formato ed addestrato in Sardegna la famigerata polizia del dittatore egiziano al-Sisi perlomeno sino al febbraio del 2019. E’ quanto si evince dalla lettura di alcuni ordini di spesa rinvenuti nell’archivio della Polizia di Stato consultabile via internet.

La più recente attività addestrativa, su cui il Viminale ha mantenuto ad oggi il massimo riserbo, si è tenuta presso il Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta, Oristano, nel periodo compreso tra il 14 gennaio e il 2 febbraio 2019. Autorizzata dalla Direzione Centrale Servizio di Immigrazione con nota dell’8 gennaio e dalla Direzione Centrale Istituti di Istruzione (21 dicembre 2018) nell’ambito dell’“accordo di cooperazione bilaterale Italia-Egitto”, la formazione è consistita in un Corso in materia di Tecniche di scorta, sicurezza e protezione di soggetti a rischio per un imprecisato numero di operatori della Polizia egiziana. In vista dell’organizzazione della suddetta attività, il direttore del Centro addestrativo della Polizia di Abbasanta, Antonio Pigozzi, ha deliberato di affidare la copertura assicurativa per i frequentatori egiziani del corso all’agenzia di Chieti delle Assicurazioni Generali, “dati i risvolti di cooperazione internazionale fra corpi di Polizia e l’urgenza con cui portare a termine il servizio”.

Tramite la deliberazione di affidamento di un servizio lavanderia, sempre a firma del dottor Pigozzi, è stato possibile accertare una precedente presenza ad Abbasanta di venti ufficiali della polizia del generale al-Sisi (più due interpreti), dall’8 al 20 aprile 2018, per lo svolgimento di un Corso di guida fuoristrada in ambito extra-urbano. Anche in questo caso le attività addestrative sono state autorizzate dalla Direzione Centrale Servizio di Immigrazione e dalla Direzione Centrale Istituti di Istruzione della Polizia di Sato con note, rispettivamente, del 20 febbraio e del 21 marzo 2018.

Insieme al Centro per la Tutela dell’Ordine Pubblico della Polizia di Stato di Nettuno e al Centro Polifunzionale di Spinaceto, il Centro Addestramento e Istruzione Professionale di Abbasanta è la maggiore scuola addestrativa degli operatori di polizia, specie in ambito servizi scorte e sicurezza. Fondato alla fine del 1970, il Centro in provincia di Oristano ospitava inizialmente una succursale del famigerato Reparto Celere di Padova. Come spiega il Ministero dell’Interno, l’attività di formazione professionale si sviluppa su due direttrici: la prima finalizzata alla formazione delle squadriglie antisequestro elioportate e del personale per la vigilanza e la sicurezza degli aeroporti; la seconda, in ambito interforze e internazionale, riguarda i servizi di protezione di individui e personalità a rischio.

Tra i docenti, specie per gli stage riservati alle forze di polizie straniere, compaiono gli agenti dei NOCS, il reparto di pronto intervento anti-terrorismo delle forze dell’ordine. Presso la scuola di Abbasanta sono presenti pure il Reparto prevenzione crimine della Sardegna e il gruppo cinofili della Polizia di Stato con cani antidroga e antiesplosivo.

Giulio Regeni

Le ultime informazioni rese dal Ministero dell’Interno relativamente alla cooperazione tra le forze di polizia italiane e quelle egiziane risalivano al 2017. L’allora ministro Marco Minniti, nella relazioni annuale indirizzata al Parlamento, aveva riferito sull’“erogazione di corsi in vari settori della sicurezza (dalla formazione specialistica presso il NOCS ai corsi presso le principali Scuole di Polizia italiane – Cesena, Brescia, Spinaceto, Abbasanta, Pescara) a favore di Egitto, Tunisia, Libia, Gambia e Nigeria” e alla fornitura alla polizia del regime egiziano di quattro elicotteri dismessi dalle forze dell’ordine italiane, “previa rimessa in efficienza a cura dell’Agusta Westland e relativo addestramento del personale pilota e tecnico egiziano”.

Nel biennio 2018-2019, Italia ed Egitto hanno inoltre collaborato all’addestramento e alla formazione delle polizie di frontiera di una ventina di paesi africani in funzione anti-immigrazone, organizzando stage presso l’Accademia di Polizia del Cairo e alla Scuola Superiore di Polizia di Roma.

L’imbarazzato silenzio del Viminale sui corsi in Sardegna per i poliziotti egiziani è stato probabilmente imposto anche a seguito dei risvolti dell’inchiesta sulla tragica scomparsa al Cairo del ricercatore Giulio Regeni. I mandanti, gli esecutori e i depistatori, infatti, sono tutti appartenenti alle forze dell’ordine del regime egiziano. Che la Polizia italiana abbia ritenuto opportuno e legittimo continuare a finanziare e implementare direttamente corsi e stage a favore degli aguzzini di al-Sisi appare gravissimo e ingiustificabile, anche alla luce degli innumerevoli report delle maggiori organizzazioni non governative sui crimini perpetrati dagli agenti di polizia in Egitto.

Sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine ed intelligence egiziane, Amnesty International ha pubblicato un documentato reportage il 2 ottobre 2020. “Le forze di sicurezza hanno represso le manifestazioni delle ultime settimane utilizzando gas lacrimogeni, manganelli, pallini da caccia e in un caso proiettili veri e vi sono stati due morti”, scrive l’ONG. “Dal 10 al 29 settembre, secondo varie organizzazioni non governative per i diritti umani, la polizia egiziana ha arrestato tra le 571 e le 735 persone (tra cui tre donne) di età compresa tra 11 e 65 anni (…) Gli arrestati sono stati portati in varie stazioni di polizia, nelle basi delle forze di sicurezza e in altri centri gestiti dai servizi civili di polizia. Per periodi di tempo da uno a 10 giorni, le forze di sicurezza hanno impedito agli arrestati di comunicare con l’esterno e hanno negato di averli in loro custodia. Alcuni arrestati sono stati sottoposti a scariche elettriche, picchiati, insultati e minacciati di trascorrere lunghi periodi di tempo in carcere”.

Abbastanza per doversi vergognare per i recentissimi “aiuti” alla polizia di al-Sisi, eppure il ministero dell’Interno e la Direzione della Polizia di Stato non sembrano essere intenzionati a interrompere la partnership con l’Egitto. E’ prevedibile invece che il centro di Abbasanta continuerà ad ospitare corsi per i poliziotti egiziani. Coincidenza vuole che sul sito internet del Viminale compaia una nota del 29 ottobre 2019. “Visita a Cagliari, questa mattina, dell’ambasciatore della Repubblica Araba d’Egitto in Italia Hisham Mohamed Moustafa Badr”, vi si legge. “Ricevuto dal prefetto Bruno Corda, nel corso dell’incontro ampio spazio è stato dedicato alla possibilità di intensificare gli scambi culturali esistenti tra i due Paesi. Impegno comune, infine, quello di avviare rapporti commerciali e di cooperazione attraverso una più puntuale conoscenza delle opportunità presenti nei rispettivi territori”.

Scuole di lotta al terrorismo e ai migranti e affari militari ed economici fanno di Roma e il Cairo due alleati perfetti…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 marzo 2021

Il Dipartimento di Stato degli USA ha aggiunto all’elenco delle Organizzazioni terroristiche straniere (FTO) i jihadisti del Mozambico e della Repubblica Democratica del Congo (RDC).

I gruppi terroristici sono ISIS della Repubblica Democratica del Congo (ISIS-DRC) e ISIS-Mozambico considerati come Specially Designated Global Terrorists (SDGTs), “terroristi globali particolarmente pericolosi”. Anche i rispettivi leader, Seka Musa Baluku e Abu Yasir Hassan, sono considerati tali. Finora, di Abu Yasir Hassan, poco si sapeva.

Nell’aprile 2019 lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) ha annunciato la nascita dello Stato islamico della provincia dell’Africa centrale (ISCAP). L’obiettivo era la promozione di elementi associati all’ISIS nell’Africa centrale, orientale e meridionale.

ISIS-Mozambico Baluku
Seka Musa Baluku, dell’ISIS-DRC

A che serve la “lista nera”

L’inserimento di questi gruppi nella “lista nera” statunitense dà un colpo al terrorismo jihadista. Permette, infatti, di bloccare interessi e proprietà a soggetti e organizzazioni considerati pericolosi per la sicurezza nazionale e globale. Ai cittadini statunitensi è generalmente vietato impegnarsi in qualsiasi transazione con questi soggetti.

“Possono essere colpiti anche gli istituti finanziari stranieri che aiutano queste organizzazioni o individui sanzionando ordini di pagamento sul loro conto statunitense. Ed è un crimine fornire consapevolmente supporto materiale o risorse a ISIS-RDC o ISIS-Mozambico, tentare o cospirare per farlo”, sostiene il Dipartimento.

Chi sono i jihadisti di ISIS-DRC

L’ISIS-DRC, conosciuto come Allied Democratic Forces (Forze Democratiche Alleate-ADF) – come se avesse qualcosa di democratico – è tristemente conosciuto per violenza e atrocità. Il gruppo dei tagliagole jihadisti è responsabile di molti attacchi nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri nel Congo-K orientale.

Il capo è Seka Musa Baluku che con il gruppo jihadista, nel 2020, è stato responsabile della morte di almeno 850 civili. Secondo rapporti dell’ONU, ADF è già stato sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite per le terribili azioni. A inizio 2020 è stato sotto sanzioni anche dalla Repubblica Democratica del Congo.

Isis-Mozambico Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga, Cabo Delgado, Mozambico

I tagliagole mozambicani

L’ISIS-Mozambico, guidato da Abu Yasir Hassan, viene chiamato dalla popolazione al Shebab ma è conosciuto come al Sunnah wa-Jammà o Ansar al-Sunna. Secondo dati del Dipartimento di Stato USA, dal 2017, ha ammazzato 1.200 civili oltre ad altre 2.300 persone tra militari mozambicani, civili e vari militanti. Il giuramento di fedeltà allo Stato islamico – secondo il Dipartimento USA – risalirebbe all’aprile 2018 mentre l’affiliazione è dell’agosto 2019.

Al Sunnah wa-Jammà, a Cabo Delgado, è responsabile dell’attacco e distruzione di decine di villaggi indifesi, uccisioni e decapitazioni e rapimenti di donne e bambini. Finora ha causato 670 mila profughi interni. Il gruppo ha iniziato, a ottobre 2017, seminando terrore col machete passando in breve tempo alle armi da fuoco. Sono stati confermati attacchi, oltre con con armi da taglio, anche con kalashnikov, lanciarazzi e persino bazooka. Questo indica le avvenute sovvenzioni che hanno permesso di ampliare la qualità militare degli assalti.

Il filmato di Pinnacle News, postato su twitter, mostra Mocimboa da Praia come una città fantasma, vuota e distrutta

Ad agosto 2020
ha attaccato da mare e da terra la città di Mocimboa da Praia, uno dei porti del nord Mozambico. A un’ottantina di chilometri a nord della città si trovano i giacimenti di gas naturale dove operano ENI, ExxonMobil e Total. Mocimboa è rimasta assediata per diverso tempo mettendo a dura prova le Forze armate mozambicane (FADM) aiutate dai mercenari di Dyck Advisory Group (DAG).

Continua l’assedio nelle aree dei giacimenti di gas

I jihadisti sono arrivati fino ai cancelli di Total che ha evacuato i suoi dipendenti. Hanno messo sotto assedio Palma, sede delle multinazionali petrolifere, dove arrivano con difficoltà scorte di cibo per la popolazione. Al momento in cui scriviamo – secondo Zitamar News – “a Nangade, otto insorti sono stati uccisi da miliziani locali che aiutano le FADM”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

Militari, jihadisti e mercenari accusati di crimini di guerra in Mozambico

Mozambico, jihadisti occupano la città di Macomia per tre giorni

Giovani jihadisti mozambicani addestrati all’estero da milizie pagate da al Shebab

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

Tanzania: grave Magufuli, ricoverato a Nairobi per covid e problemi cardiaci seri

Africa ExPress
13 marzo 2021

Il presidente della Tanzania, John Magafuli, è ricoverato all’ospedale “Nairobi Hospital” gravissimo: è infetto dal Covid-19 che gli ha provocato complicazioni cardiache.

Da giorni ci si chiedeva che fine avesse fatto il presidente della Tanzania, perché non era più apparso in pubblico dal  27 febbraio. Alla fine dello scorso ottobre è rieletto per il secondo mandato con una votazione assai contestata.

John Magufuli, presidente della TanzaniaSulla sua sorte si sono imbastite diverse storielle. Il maggiore leader dell’opposizione, Tundu Lissu, ha detto ieri a all’emittente al Jazeera che Magufuli sarebbe stato trasferito da un ospedale keniota alla volta dell’India per sottoporsi a nuove terapie contro il coronavirus.

Lo stringer di Africa ExPress a Nairobi ha confermato ieri che il leader di Dodoma si trova invece al Nairobi Hospital a causa dell’infezione di Covid-19 e di gravi problemi cardiaci. E’ ovvio che la direzione dell’ospedale non ha potuto né confermare, né negare un eventuale ricovero del presidente della Tanzania. “L’ospedale è blindato dalla sicurezza e non ci si può avvicinare”, ha spiegato il nostro informatore.

Nel nosocomio in questione è in cura anche Raila Odinga,  l’oppositore dichiarato del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta. Odinga è risultato positivo al coronavirus giovedì. E’ stato ricoverato martedì scorso per segni di eccessivo affaticamento e ieri è stata individuata la causa.

Il leader del NASA Raila Odinga

Il presidente Kenyatta ha annunciato ieri il prolungamento del coprifuoco (dalle 22.00 in  poi) per altri 60 giorni. I contagi in Kenya sono aumentati pericolosamente.

Mentre Odinga ha fatto sapere alla nazione di essere risultato positivo al covid, per quanto riguarda il presidente della Tanzania, la sua patologia sembra essere un segreto di Stato. Anzi, proprio ieri mattina il primo ministro, Kassim Majaliwa, ha affermato che Magufuli gode di ottima salute e che è molto impegnato con lavoro d’ufficio arretrato. “I tanzaniani devono stare tranquilli, il presidente sta benissimo, le voci circa una sua malattia sono infondate e false”.

Il certificato medico di Raila Odinga

Anche Modestus Kipilimba, ambasciatore di  Dodoma, accreditato in Namibia, ha detto ai reporter dell’emittente di Stato NBC che il presidente sta bene, eppure né la TV tanzaniana e tanto meno quella namibiana hanno mostrato filmati di Magufuli durante i loro servizi.

Magufuli aveva dichiarato solo poche settimane fa di essere contrario ai vaccini e aveva consigliato ai suoi concittadini di curarsi piuttosto con piante medicinali e inalazioni. E da mesi le autorità non pubblicano più aggiornamenti sui casi di coronavirus nel Paese. Non si vuole ammettere la presenza della pandemia in Tanzania. Anzi, all’inizio di marzo, in occasione del funerale di uno stretto collaboratore della presidenza, il leader aveva affermato che se il Paese era stato in grado di sconfiggere il micidiale virus lo scorso anno, a maggior ragione lo avrebbe fatto anche quest’anno.

Il collaboratore è deceduto solo poche ore dopo Seif Sharif Hamad, vicepresidente di Zanzibar – isola della Tanzania con una status di semi autonomiarisultato positivo al coronavirus. Hamad era molto conosciuto sull’isola e aveva dichiarato senza alcun timore di aver contratto il virus. E’ stato membro del raggruppamento politico all’opposizione, ACT Wazalendo party, molto critico nei confronti del governo centrale per le (non)misure messe in atto per arginare la pandemia.

Magufuli non ha mai portato mascherine e si è sempre mostrato in pubblico con altre persone, anzi ha partecipato a assembramenti senza  prendere alcuna precauzione. E, come riportato anche da Africa-Express, il presidente tanzaniano, un cristiano convinto, già mesi fa aveva detto che il virus si vince con le preghiere.

La scorsa settimana la Chiesa cattolica della Tanzania ha esortato le persone a prendere sul serio la pandemia e di adottare tutte le precauzioni necessarie ad arginare l’espandersi del virus e ha fatto sapere che sono già morti con sintomi da coronavirus 60 suore e 25 preti negli ultimi due mesi .

I decessi sono in aumento ovunque nel Paese. Lo confermano i fabbricanti di bare e gli autisti dei minibus hanno affermato di non fare altro che trasportare gente ai funerali.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) è molto preoccupata per la situazione in Tanzania e ha chiesto al governo di  riprendere la pubblicazione delle statistiche sul coronavirus.

Africa ExPress
@africexp

Tanzania: il presidente rifiuta il vaccino e consiglia prevenzione con intruglio di erbe

Elezioni in Tanzania: denunce di brogli, disordini con morti a Zanzibar

 

 

Al mercato delle armi: Leonardo consegna nuovi elicotteri e caccia alla Nigeria

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
13 marzo 2021

Leonardo, holding a capo del complesso militare-industriale italiano, starerebbe per consegnare all’Aeronautica Militare della Nigeria 24 caccia-addestratori  “Master” nell’ambito del programma di ammodernamento delle forze aeree guidate dal generale Isiaka Oladayo Amao. La notizia è stata resa nota dal sito specializzato Africanintelligence.com. L’M-346 è un velivolo bimotore e biposto con un’apertura alare di poco inferiore ai 10 metri; può raggiungere una velocità massima in volo di 1,093 km/h, a una quota operativa di 13.715 metri sul livello del mare.

Leonardo: nuovo elicottero per il presidente nigeriano Muhammadu Buhari

Realizzato negli stabilimenti di Varese-Venegono, il “Master” è presentato dai manager di Leonardo come il “più avanzato” velivolo per l’addestramento dei piloti. “Il sistema integrato di bordo per la simulazione all’addestramento tattico consente all’M-346 di emulare sensori, armi, forze simulate e permette ai piloti di interagire in tempo reale con uno scenario tattico”, riporta la brochure illustrativa. “L’ampia manovrabilità consente all’M-346 di offrire un impiego simile ai velivoli da combattimento di nuova generazione, come i cacciabombardieri Eurofighter Typhoon o F-35”.

Recentemente è stata varata una nuova versione del velivolo (l’M-346FA) per le operazioni di combattimento e attacco. “Si tratta generalmente di missioni di supporto aereo ravvicinato, anche in aree urbane e interdizione sul campo di battaglia, ma pure di ricognizione tattica, supporto alle operazioni di soccorso di personale in aree di combattimento, ecc.”, spiega Leonardo.

Rispetto alla versione per la formazione e l’addestramento dei piloti, l’M-346FA presenta sotto le ali alcuni punti di attacco che consentono di ospitare due missili aria-aria, o nel caso di bombardamenti contro obiettivi terrestri, munizioni di caduta da 500 libbre ciascuno, guidati e non, in grado di colpire contemporaneamente più obiettivi. “L’M-346FA può svolgere senza problemi missioni di supporto a complesse operazioni di Personnel Recovery/Combat Search And Rescue, cioè di recupero di personale, anche in territorio ostile, ovvero di ricerca e soccorso di equipaggi di volo abbattuti in territorio nemico”, aggiungono i manager dell’holding militare-industriale.

Il caccia multiruolo è già stato acquistato dalle aeronautiche di Italia, Israele, Singapore e Polonia. Lo scorso mese di gennaio le forze armate della Grecia hanno ordinato 10 M-346 e la loro consegna avverrà in accordo con la società israeliana Elbit Systems. E’ prevedibile che oltre alla vendita dei 24 velivoli alle forze armate nigeriane, Leonardo, in partnership con l’Aeronautica militare italiana, si farà carico della formazione dei piloti africani presso la Scuola militare internazionale di Galatina (Lecce).

Nei giorni scorsi era pure trapelata la notizia della consegna di un elicottero da trasporto AgustaWestland AW189 dell’italiana Leonardo alla Presidenza della Repubblica della Nigeria. Una foto pubblicata il 2 marzo da Scramble magazine, scattata in Italia, ritraeva infatti un velivolo registrato con la matricola I-RAIW – 40968 dipinto con i colori della flotta presidenziale. La speciale unità sotto il controllo dell’Aeronautica militare ha sede nella base di Abuja/Nnamdi Azikiwe e conta già su altri due elicotteri AW139.

Questi velivoli dal peso di 8,6 tonnellate possono trasportare sino a 15 passeggeri ed essere impiegati anche per compiti di ricerca e salvataggio (SAR). Nel maggio 2020 Leonardo aveva consegnato un AW139 anche alla Marina militare nigeriana. L’elicottero è stato venduto pure alle forze armate e di polizia di Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Malesia, Regno Unito e Thailandia. Nel 2019 anche l’Aeronautica egiziana ha ordinato otto di questi grandi velivoli.

La Nigeria è uno dei clienti africani più importanti per l’industria di guerra italiana. Nel gennaio 2020, lo Stato maggiore del paese africano aveva reso noto l’acquisto di due elicotteri Leonardo A-109 LUH Light Utility, armati con mitragliatori e lanciatori di missili per “supportare la lotta in corso contro l’insorgenza e le organizzazioni criminali nel paese”.

elicotteri A-109

Un anno prima la Nigeria aveva ordinato anche 6 elicotteri A-109 versione “Power” per svolgere un ampio spettro di missioni miliari, compreso il pattugliamento e la sorveglianza dei confini e delle acque territoriali. In dotazione delle forze armate nigeriane c’erano già altri 12 elicotteri AW109 LUH e 4 elicotteri A109E. In passato, le aziende del gruppo Finmeccanica, poi confluite in Leonardo, avevano venduto alla Nigeria altri velivoli da guerra, tra cui 6 aerei da trasporto G-222 “Aeritalia”, 12 caccia-addestratori biposto MB.339A “Alenia-Aermacchi”, 2 pattugliatori aerei ATR 42MP di “Alenia Aeronautica” e 2 elicotteri AgustaWestland AW101 per il trasporto Vip.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Gli Stati Uniti chiedono l’immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 marzo 2021

Migliaia di persone si sono nascoste per mesi nelle zone rurali nell’ovest della regione etiopica del Tigray per sfuggire alle violenze della guerra che imperversa nella regione dal 4 novembre 2020, con l’arrivo dell’esercito di Addis Ababa a Makallè. Ora la gente non ce la fanno più. Dimagrita, affamata, perché i convogli con gli aiuti umanitari sono rimasti bloccati per molto tempo dal governo etiopico, malgrado i vari appelli della comunità internazionali.

Ora, piano piano i fuggiaschi escono dai loro nascondigli per raggiungere Scirè, area occidentale dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea. Vale la pena ricordare che durante la guerra d’Etiopia (1935-1936) proprio qui si svolse tra il 29 febbraio e il 5 marzo del 1935 la battaglia dello Scirè, durante la quale furono uccisi  7.500 etiopi, mentre gli italiani persero 857 uomini (tra morti e feriti) e 12 eritrei.

Sfollati nel Tigray, affamati, disidratati, disperati

La storia si ripete, solo che stavolta il nemico non è l’invasore europeo, bensì le truppe di Addis Ababa e della vicina Eritrea. Sono poche le foto che giungono oggi dalla zona, un po’ perché manca spesso la corrente elettrica e poi la gente teme ripercussioni. E si dice che alcuni, sorpresi mentre scattavano istantanee, siano stati uccisi.

Oliver Behn, direttore di Medici Senza Frontiere sezione Paesi Bassi, ha confermato ai reporter di AP che la settimana scorsa sono arrivati più di  5 mila sfollati in condizioni disastrose: disidratati, stanchi, scheletrici. Certamente sono sopravvissuti mangiando solo foglie o i sementi che erano destinati alla coltivazione. Nei loro visi si legge tutta la sofferenza, le privazioni di questi mesi di guerra. Non è ancora ben chiaro cosa stia succedendo nell’ovest del Tigray.

A Shirè vivono già oltre migliaia di sfollati e non c’è più posto nei campi per i nuovi arrivati. La gente ha fame, perchè la guerra ha colpito proprio quando la situazione era già difficile. Il flagello dell’ invasione di locuste ha ridotto i raccolti ai minimi termini. E anche ora, in base a quello che hanno riportato gli operatori umanitari, l’accesso al cibo è difficile e poi le risorse a disposizione non cono sufficienti.

Strada che porta dal Gondar a Scirè

L’ONU stima che oltre 4 milioni di residenti nel Tigray necessitano urgentemente aiuti alimentari. Anche se  i convogli arrivano senza troppe difficoltà a destinazione, la situazione umanitaria è peggiorata e potrebbe precipitare ulteriormente. Manca l’accesso ai servizi sanitari essenziali, c’è bisogno di personale medico e paramedico, molti centri di salute sono stati chiusi.

Ma arrivano anche condanne severe dalla comunità internazionale. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, proprio ieri ha detto senza mezzi termini che gli uomini di Isaias Aferwerki, il dittatore di Asmara, devono lasciare immediatamente l’Etiopia; ha inoltre severamente condannato gli atti di pulizia etnica nel Tigray. “Chiediamo che venga aperta un’indagine indipendente, bisogna capire cosa è successo in questa parte dell’Etiopia, inoltre bisogna instaurare un processo di riconciliazione con l’impegno di tutte le parti per portare avanti il Paese”. Insomma Blinken ci vuole vedere chiaro e porre fine al conflitto. Ha parlato anche di eventuali sanzioni, come la possibile sospensione dei negoziati sul debito con il Fondo Monetario Internazionale.

Oggi, durante la seduta del Consiglio di Sicurezza – all’ordine del giorno c’erano le crisi in Yemen e Etiopia – è intervenuto via video conferenza anche Antonio Guterres, che ha sottolineato: “ I conflitti portano fame e se la situazione degenera in carestia, tutto diventa un disastro. Se non si nutrono le persone, si  alimentano le guerre”. E già una settimana fa anche l’ONU aveva chiesto che venisse aperta quanto prima un’indagine indipendente sul conflitto nel Tigray.

Ieri ha dato le dimissioni anche un importante diplomatico etiopico, Berhane Kidanemariam, vice capo missione all’ambasciata di Washington. “Una forma di protesta – ha detto – contro il genocidio nel Tigray”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

Militari, jihadisti e mercenari accusati di crimini di guerra in Mozambico

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 marzo 2021

“La gente di Cabo Delgado è intrappolata tra tre forze che stanno facendo la guerra. Il risultato è una massiccia crisi umanitaria”. Amnesty International denuncia che a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico sono stati commessi pesanti crimini di guerra.

Un’accusa contro i gruppi jihadisti che dal 2017 attaccano villaggi indifesi e massacrano persone innocenti. Ma è infamante, soprattutto per le Forze Armate Mozambicane (FADM) e i mercenari di Dyck Advisory Group (DAG) che le supportano con aerei ed elicotteri.

crimini di guerra - What I saw is death-Amnesty
” Ciò che ho visto è la morte” (What I saw is death) dossier di Amnesty International

Il dossier che accusa

Le accuse della ong per i diritti umani sono raccolte in un dossier: ”Ho visto solo la morte. Crimini di guerra nel Capo dimenticato del Mozambico”. In 44 pagine Amnesty analizza la guerra a Cabo Delgado e mette all’indice i colpevoli di quella immane tragedia. Un dramma che fino ad oggi conta oltre 2.500 morti, 670 mila profughi, la distruzione di decine di villaggi e varie epidemie di colera. Un’intera provincia sotto scacco jihadista, miliziani combattuti in modo molto discutibile, dalle FADM e da mercenari sudafricani.

Crimini di guerra - elicotteri in volo con armamenti
Elicotteri in volo con armamenti a Cabo Delgado

I gruppi armati sono chiamati Al Shebab. Seminano terrore con fucili mitragliatori AK-47 e machete, secondo le FADM, con l’appoggio della popolazione. Uno di questi gruppi si chiama Al Sunna wa-Jammà, affiliato allo Stato islamico dell’Africa centrale. Quando la popolazione parla di loro li identifica con le parole: “decapitano” e “fanno a pezzi”. È ciò che compiono durante le incursioni nei villaggi e nelle campagne.

Bombardamenti indiscriminati di DAG

Amnesty accusa i mercenari di DAG di attacchi aerei contro la popolazione civile. Questi appoggiano le Forze armate mozambicane sparando e lanciando granate dagli elicotteri in modo indiscriminato. Anche quando i jihadisti si fanno scudo con i civili.

Il fondatore di DAG, Lionel Dyck, all’agenzia Reuters ha dichiarato: “Prendiamo molto sul serio queste accuse. Presto formeremo un team legale indipendente per una commissione d’inchiesta e capire cosa è successo”.

Il tweet dei mercenari

Un tweet, postato da Robert Young Pelton, mostra il video con immagini di alcuni mercenari, gli armamenti, elicotteri in volo e un bersaglio colpito.

Abusi alla popolazione delle FADM

Secondo il report dell’ong le forze di sicurezza del Mozambico hanno abusato delle stesse persone che avrebbero dovuto proteggere. L’orrendo video della morte in diretta, attribuito alle FADM, dell’uccisione a freddo di una donna con 36 colpi di kalashnikov ha scioccato la comunità internazionale.

A nulla sono servite le smentite del ministero della Difesa mozambicano che, a sua volta, ha accusato i gruppi jihadisti. Amnesty ha confermato che l’esecuzione è stata fatta dalle Forze armate.

Altre armi per la guerra a Cabo Delgado

Il Mozambico ha bisogno di armi moderne per la guerra a Cabo Delgado. Dopo la fornitura di 5 blindati Marauder, secondo DefenceWeb sono stati visti due elicotteri Gazelle che sarebbero stati consegnati alle forze armate mozambicane.

Ancora il colera

Intanto, la guerra continua facendo morti anche di colera a causa della sovrappopolazione delle aree dedicate alle centinaia di migliaia di profughi. L’ultima epidemia, dopo quella dello scorso anno, a febbraio a Cabo Delgado ha colpito 5.000 persone e causato 55 morti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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