16.9 C
Nairobi
lunedì, Aprile 6, 2026

Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all’Italia

EDITORIALE Valerio Giacoia 5 aprile 2026 Sarebbe gravissimo sottovalutare –...

Colpo grosso messo a segno da Trump: diplomatico USA capo della missione ONU in Congo-K

Africa ExPress 4 aprile 2026 Dall'inizio di marzo il nuovo...

Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile

Keith Richburg è stato corrispondente del Washington...
Home Blog Page 204

Attaccato team di MSF in Tigray, Abiy ammette presenza truppe eritree

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 marzo 2021

Dopo un lungo silenzio, il primo ministro Abiy Ahmed ha finalmente riconosciuto – ciò che il mondo intero già sapeva – che le truppe eritree hanno partecipato attivamente al conflitto che si sta consumando dal 4 novembre 2020 nel Tigray. Nel suo ultimo messaggio di fine novembre il leader etiopico, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2019, aveva dichiarato con enfasi  “La guerra è finita, non ci sono state vittime civili”.

Abiy Ahmed. primo ministro dell’Etiopia

Martedì il premier ha dovuto ammettere che la situazione in fin dei conti non è tanto rosea e ha spiegato pubblicamente: “Coloro che hanno commesso atrocità, stuprato le nostre sorelle nel Tigray, saranno puniti severamente, giudicati da un tribunale. I militari avevano ricevuto l’ordine di contrastare il partito TPLF (acronimo inglese per Tigray People’s Liberation Front, partito al potere nella regione n.d.r.), non di accanirsi contro la popolazione civile”.

“L’Eritrea è intervenuta nel Tigray, perché Asmara aveva temuto per la propria sicurezza nazionale  – ha spiegato Abiy aggiungendo – Abbiamo comunicato al governo eritreo le nostre perplessità su quanto è avvenuto: sospetti massacri, saccheggi, stupri. Hanno respinto qualsiasi responsabilità. Ma hanno promesso che avrebbero punito ogni soldato eritreo che si è macchiato di tali crimini”.

Promesse che finora non hanno trovato un gran seguito, visto quanto è avvenuto martedì scorso lungo la strada che porta da Makallé, il capoluogo del Tigray a Adigrat.

Karlin Kleijer, direttore per le emergenze di Medici Senza Frontiere, ha fatto sapere che tre membri dello staff che viaggiavano su una auto con il logo dell’organizzazione, sono stati fermati da militari etiopici. Insieme a loro sono stati bloccati anche minibus carichi di viaggiatori, costretti a scendere dai mezzi. Gli uomini sono stati raggruppati da una parte, mentre le donne e i bambini hanno dovuto allontanarsi. Pochi attimi e poi almeno 4 uomini sono stati brutalmente trucidati, crivellati dalle pallottole.

Il team di MSF ha poi ricevuto il permesso di procedere, ma partendo ha visto i cadaveri sul bordo della strada. Poco dopo la loro vettura è stata bloccata nuovamente da altri militari che si sono accaniti contro l’autista di MSF. L’uomo è stato minacciato di morte e colpito selvaggiamente più volte con il calcio del fucile. Spaventato e ferito ha potuto infine ricongiungersi con gli operatori dell’organizzazione.


Una storia nella storia. E’ ciò che succede quotidianamente alla popolazione civile nella regione, con la differenza che stavolta i testimoni sono stati i membri di MSF. Altri operatori umanitari sono stati ammazzati brutalmente qualche mese fa, non hanno più potuto raccontare ciò che hanno visto: 3 erano addetti alla sicurezza del Danish Refugee Council, mentre il quarto era un funzionario di International Rescue Committee.

Malgrado le pressioni della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti secondo cui le forze della dittatura eritrea devono lasciare immediatamente il Tigray. E sia l’ONU e sia le agenzie del Palazzo di Vetro come UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e non per ultimo l’Alto Commissariato della Croce Rossa Internazionale hanno denunciato attacchi indiscriminati ai civili, violenze e stupri alle donne.

Intanto OCHA (acronimo inglese per Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari n.d.r.) ha fatto sapere nel suo ultimo rapporto del 22 marzo che la situazione umanitaria nel Tigray è tutt’ora allarmante. Gli scontri si susseguono, saccheggi e occupazione di edifici privati sono all’ordine del giorno.

E, ha precisato, che continuano a arrivare sfollati dalle campagne nelle città come Abi-Adi, Adwa, Axum e Scirè, dove è davvero difficile trovare una sistemazione dignitosa nonostante siano visibilmente affamati, dimagriti e disidratati.

I tigrini, che rappresentano più o meno il 6 per cento della popolazione, hanno dominato la scena politica e militare del Paese fino all’arrivo di Abiy, un oromo, salito al potere nell’aprile 2018, designato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn. Il nuovo governo ha rimosso la vecchia leadership, per lo più appartenenti al TPLF, accusandola di corruzione e malversazione. Altri sono finiti in galera per crimini come torture e uccisioni.

I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto votazioni regionali contro il parere del governo centrale e Abiy ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle il 4 novembre scorso in seguito a un attacco effettuato da TPLF contro una base di Makallé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

Bracconieri in azione: sei leoni avvelenati e decapitati in parco dell’Uganda

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
24 marzo 2021

I sei felini sono stati trovati decapitati e con le zampe amputate nel Queen Elizabeth National Park, in Uganda, vicino al confine con il Congo-K. Lo scempio sul corpo dei grandi felini è stato fatto dopo averli avvelenati. Anche gli avvoltoi che si stavano nutrendo delle carcasse sono stati trovati morti.

Mentre l’Uganda Wildlife Authority (UWA) afferma di “non poter escludere il traffico illegale di animali selvatici”, sono state aperte le indagini per capirne le dinamiche.

leoni avvelenati leonessa su albero
Leonessa su albero nel Queen Elizabeth National Park, Uganda

Il turismo ambientale copre il 10 per cento del PIL

Bashir Hangi, responsabile delle comunicazioni dell’UWA: “Sono rattristato per la morte dei leoni. Il turismo nella natura è una parte importante dell’economia dell’Uganda. Contribuisce per circa il 10 per cento del suo PIL e svolge un ruolo fondamentale nella conservazione degli animali”.

La decapitazione dei leoni e l’amputazione degli arti indicano che possano essere opera dei bracconieri. Zampe e testa dei felini sono parti ricercate sul mercato asiatico, le prime per la medicina tradizionale cinese e del sudest asiatico.

La testa, se non vengono estratti i denti e altre parti, può essere venduta come trofeo per addobbare le case dei ricchi individui senza scrupoli. Un business miliardario che arricchisce le mafie asiatiche. Il leone è uno degli animali oggi utilizzato come rimedio nella medicina tradizionale cinese in sostituzione della tigre ormai difficile da trovare.

Difficile convivenza tra fauna selvatica e popolazione umana

I leoni di questo parco hanno una caratteristica: si sanno arrampicare sugli alberi per riposarsi. Un comportamento insolito che li rende speciali. Il parco, quasi 2.000 kmq, é un luogo ricco di fauna che ospita quasi 100 specie di mammiferi e oltre 600 specie di uccelli.

leoni avvelenati - mappa QENP Uganda
Mappa dell’Uganda. nel pinto rosso il Queen Elizabeth National Park (Courtesy GoogleMaps)

Ma la guerra ai leoni non è stata dichiarata solo dai cacciatori di frodo. Viene praticata anche dalle etnie di allevatori di bestiame che si trovano sempre più a contatto diretto con questi predatori. L’habitat del grande felino si restringe mentre si allargano i pascoli per il bestiame allevato dagli umani. Un problema comune in tutto il continente africano che rende difficile la convivenza tra popolazione umana e animali selvatici.

Il micidiale veleno “due passi”

Non è la prima volta che i leoni vengono avvelenati. Il “two steps” (due passi) e il veleno maggiormente usato. Bastano pochi passi e il felino cade morto stecchito dopo aver mangiato le carni contaminate. È un insetticida della Bayer: Aldicarb, conosciuto anche come Temik. È uno dei pesticidi più usati a livello internazionale e uno dei più tossici a livello ambientale. Il suo utilizzo ha portato all’avvelenamento irreversibile di terreni agricoli fertili.

Andando indietro nel tempo undici leoni sono stato trovati morti nel mese di aprile del 2018. Tra questi anche otto cuccioli. Nel 2010 sono stati trovati morti cinque leoni. In ambedue i casi la morte era dovuta a un sospetto avvelenamento.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini:
– Leonessa su albero al Queen Elizabeth National Park, Uganda
Di Cody Pope Opera propria  CC BY-SA 3.0,

“Unfair Game”, libro e film riaprono scandalo allevamenti di leoni in Sudafrica

Sudafrica, allevamento di leoni veicola Covid-19 e fa diminuire il turismo

I leoni della Namibia dal deserto al mare: ora cacciano foche

Sudafrica, la lucrosa industria dei leoni allevati in cattività venduti a pezzi

Sudafrica e l’industria del leone in cattività: acquistati dall’Italia cinque trofei

 

 

 

 

Guerini: “Dopo omicidio Regeni ridotti i rapporti Italia-Egitto”. Ma non è vero

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
23 marzo 2021

Lorenzo Guerini, ex sindaco democristiano di Lodi e poi deputato Pd e presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) dal 5 settembre 2019 è ministro della Difesa (governi Conte 2 e Draghi).

Il 28 luglio 2020 è stato convocato dalla Commissione d’inchiesta sull’efferato omicidio di Giulio Regeni per rispondere sullo stato delle relazioni politico-militari tra l’Italia e l’Egitto del dittatore al-Sisi. Ricalcando il tenore delle precedenti audizioni degli uomini di governo vecchi e nuovi, Guerini ha tentato di tranquillizzare parlamentari e opinione pubblica.

Lorenzo Guerini, ministro Difesa

“In seguito all’omicidio di Regeni la Difesa, in completa sintonia e raccordo con le altre amministrazioni dello Stato, in primis con il Ministero per gli affari esteri e la cooperazione internazionale, ha prontamente diradato il complesso delle relazioni bilaterali con l’omologo comparto egiziano”, ha esordito il ministro. “L’Egitto è un attore regionale imprescindibile e il suo ruolo è determinante per gli equilibri regionali dell’area mediterranea. Le nostre relazioni in ambito di difesa tengono conto delle esigenze nazionali di promuovere sinergie nell’ambito degli obiettivi condivisi relativi alla sicurezza marittima. Con il Cairo esiste un Accordo quadro difesa, ratificato nel 2003 ed entrato in vigore nel 2015. Ciononostante abbiamo provveduto a rarefare le nostre interazioni, visite, scambi di personale, attività addestrative congiunte, escludendo, già a partire dal 2017, quelle di potenziale attenzione mediatica soprattutto per la controparte, quelle di alto valore operativo con il coinvolgimento di assetti pregiati – intelligence e forze speciali – e tutte quelle in cui si potesse prefigurare un coinvolgimento di personale delle forze di polizia egiziane”.

Lorenzo Guerini ha spiegato che a riprova di un netto raffreddamento dei rapporti tra Italia ed Egitto in esito al caso Regeni, sono stati sospesi gli incontri del Comitato tecnico militare e industriale e che si sono svolti solo meeting di lavoro in formati più ridotti e informali senza il coinvolgimento di autorità militari di vertice.

“E’ stato compresso consistentemente e progressivamente il numero delle attività congiunte, portandole da una media di circa 35 annuali prima del caso Regeni alle 10 per il 2020, nonché rivedendone la tipologia in senso fortemente restrittivo”, ha concluso il ministro della Difesa. “Abbiamo pertanto circoscritto gli ambiti della cooperazione a visite reciproche e scambi di esperienze con un focus particolare sui settori non combat quali la ricerca e soccorso, la formazione accademica del personale, la sorveglianza marittima e il controllo dello spazio aereo”.

Tutto ok, dunque? In verità no se si consultano i report del ministero dell’Interno e le note stampa dello Stato Maggiore delle forze armate. Ciò che emerge infatti è che la collaborazione tra Roma e il Cairo nel settore militare e del controllo dell’ordine pubblico non è stata assolutamente ridimensionata dopo la morte del giovane ricercatore italiano e i vergognosi depistaggi orditi dalle autorità egiziane per impedire l’accertamento degli autori e dei mandanti del crimine.

Nel 2016, l’anno della morte di Regeni, ad esempio, i poliziotti di al-Sisi sono stati “ospiti” di diversi centri della Polizia in Italia per una decina di corsi di formazione (alcuni di essi, a Brescia e a Nettuno, destinati anche ai funzionari del National Security Sector del Cairo). Sempre nel 2016, la Polizia italiana ha inviato in Egitto un migliaio tra computer e stampanti e 20 apparati Phone Forensic Express.

Nel gennaio 2018, previo addestramento in Italia dei piloti egiziani, iniziava la consegna all’Egitto di quattro elicotteri AgustaWestland già in uso alla Polizia di Stato, mentre il 19 marzo dello stesso anno prendeva il via presso l’Accademia di Polizia del Cairo il Progetto ITEPA (International Training at Egyptian Police Academy) per la “formazione nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori” delle forze di polizia egiziane e di altri 21 paesi africani. Questo progetto è stato finanziato con fondi del Ministero dell’Interno e dell’Unione Europea e cogestito da dirigenti delle forze di polizia di Italia ed Egitto. Itepa si è concluso il 27 novembre 2019 a Roma con l’impegno dei due partner a rafforzare la cooperazione nel biennio 2020-21 e promuovere un secondo ciclo addestrativo-formativo presso l’Accademia di Polizia della capitale egiziana.

Di rilievo anche le attività di interscambio e cooperazione tra il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di porto e la Guardia Costiera egiziana. Dal 13 al 16 novembre 2017, una delegazione di ufficiali italiani ha fatto visita al Comando della 1^ Coastal Patrol Brigade di Alessandria d’Egitto. “Nell’ambito del meeting è stata discussa la possibilità, per l’Egitto, di partecipare a gemellaggi promossi da Agenzie specializzate dell’Unione Europea in favore dei Paesi non membri”, riporta la nota del Comando italiano. “Inoltre, l’incontro ha costituito occasione favorevole per illustrare ai rappresentanti della marina egiziana gli obiettivi del progetto Libyan Maritime Rescue Coordination Centre, finanziato dall’Unione Europea e condotto dalla Guardia Costiera italiana a favore delle istituzioni libiche”.

Il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto si è recato nuovamente in visita ad Alessandria d’Egitto dal 25 al 27 giugno 2018. “La delegazione egiziana ha rappresentato i compiti e le capacità operative della 1^ Coastal Patrol Brigade, tra cui le attività di contrasto al traffico di migranti”, annota il Comando italiano. “I colloqui, che si collocano all’interno dei Piani di Cooperazione militare bilaterale sottoscritti dall’Amministrazione Difesa, si sono svolti in un clima di fattiva collaborazione e reciproca volontà di rafforzare gli scambi di esperienze nel settore della ricerca e soccorso in mare”.

Tre giorni dopo la conclusione della visita ufficiale in Egitto, l’allora ministra della difesa, Elisabetta Trenta (M5S), s’incontrava a Roma con l’Ambasciatore della Repubblica Araba d’Egitto, Hisham Mohamed Moustafa Badr. “L’Italia reputa l’Egitto un partner ineludibile nel Mediterraneo, affinché quest’area raggiunga un assetto stabile, pacifico e libero dalla presenza terroristica”, dichiarava la ministra. “Nel corso dell’incontro è stato evidenziato l’intendimento del governo italiano a rafforzare la collaborazione esistente tra i due Paesi”, aggiungeva lo Stato Maggiore della difesa. “Si è parlato inoltre della situazione in Libia e del caso Regeni per il quale, stante il positivo esito della cooperazione tra le Autorità giudiziarie dei due Paesi, è stata auspicata una rapida svolta”. Restano ignoti gli elementi in possesso del dicastero della Difesa per esprimere siffatto ottimismo sulla volontà degli egiziani a far luce sull’omicidio del ricercatore.

Il 13 agosto 2018 era la nuova fregata multimissione (Fremm) “Carlo Margottini” della Marina Militare a recarsi ad Alessandria d’Egitto per svolgere con la Marina egiziana “un breve ma intenso addestramento, che ha permesso al personale delle due fregate di misurarsi in un contesto multinazionale”. La sosta in Egitto era consacrata da un incontro di vertice tra il Comandante in Capo della Squadra Navale, l’ammiraglio Donato Marzano e il Comandante della Marina egiziana, ammiraglio Ahmed Kaled Hassan. “L’Italia e l’Egitto sono come due entità che si affacciano sullo stesso lago del quale ne condividono le sorti. Con queste parole il comandante della Marina Militare egiziana ha espresso sentimenti di vicinanza e profonda stima e ammirazione per quello che ogni giorno gli uomini e le donne della Marina Militare italiana fanno”, si legge nella nota emessa dallo Stato Maggiore della difesa.

Come sempre avviene in questi casi, l’esercitazione ha fatto da vetrina alle eccellenze belliche delle due parti, l’unità anfibia ENS Anwar El Sadat (classe Mistral), la corvetta  El Fateh (classe Gowind) e la fregata multi missione ENS Misr della Marina egiziana e la Fremm italiana. “La nave Margottini è stata impegnata in manovra nelle acque antistanti il porto di Alessandria ed ha rilasciato il team della Brigata Marina San Marco sull’unità Tahya Misr dall’elicottero SH-90 italiano”, annota la Marina. “L’opportunità addestrativa ha permesso altresì ai team specialistici egiziani di condurre una simulazione di boarding cooperativo a bordo del Margottini, durante il quale i militari hanno simulato un’ispezione ad un mercantile. Ciò ha permesso al personale delle due fregate di accrescere l’interoperabilità delle unità partecipanti”.

In verità ad Alessandria d’Egitto era giunta ben otto mesi prima un’altra unità da guerra, il cacciatorpediniere “Andrea Doria”, risultando la prima nave militare italiana a fare ingresso nel sorgitore egiziano dopo circa sette anni, come riportava enfaticamente lo Stato Maggiore della Difesa. Numerosi gli incontri e gli eventi formativi svolti nel corso della sosta del cacciatorpediniere (dal 14 al 18 dicembre 2017). “Il legame storico e culturale tra l’Italia e l’Egitto è stato evidenziato anche nel corso di altri eventi, che hanno visto la presenza dell’ambasciatore italiano al Cairo, Gianpaolo Cantini e del comandante della Northern Fleet Egiziana, R. A. Admiral Gamal Ebrahim”, aggiunge la Difesa. “La visita è culminata con un’esercitazione congiunta in mare, durante la quale la condivisione di procedure ed esperienze tra l’Andrea Doria e l’unità egiziana El Fateh ha rappresentato il segno tangibile della cooperazione tra la Marina Militare e una delle marine maggiormente in espansione nell’area orientale del bacino del Mar Mediterraneo”.

Ottimi partner ma ancor più ottimi clienti, i militari egiziani, così il 28 gennaio 2019ancora una volta la Fremm “Margottini” approdava in Egitto a Port Said prima di recarsi in missione a Gibuti. C’è da scommettere che proprio in quell’occasione maturò tra le autorità egiziane la convinzione di acquistare questa versione di fregata multimissione (classe Bergamini), prodotta negli stabilimenti liguri dell’holding Fincantieri S.p.A.. La prima delle due unità ordinate è stata consegnata a fine dicembre 2020 dopo due mesi di intense attività addestrative dei militari egiziani a La Spezia, condotte dal personale della Marina italiana e Fincantieri.

Relazioni eccellenti anche quelle tra l’Aeronautica militare e l’Egyptian Air Force. Il 22 novembre 2018 una delegazione della forza aerea egiziana, accompagnata da rappresentanti del gruppo militare-industriale Leonardo S.p.A., si recava in visita al 61° Stormo e alla Scuola internazionale di volo con sede nell’aeroporto di Galatina (Lecce). “La delegazione egiziana ha avuto modo di conoscere le principali strutture addestrative dei piloti destinati alle linee da combattimento che si svolge sul sistema T-346 (il nuovo cacci-addestratore prodotto da Leonardo e venduto anche ad Israele, NdA) e che consentono ai piloti di operare simultaneamente, e in modo combinato, in volo reale e sulle varie tipologie di simulatori”, riferiva l’Aeronautica italiana. “Queste capacità sono state testate proprio nel corso della visita durante una missione di volo in coppia tra il Full Mission Simulator, ai comandi di un ufficiale egiziano e un velivolo in volo reale, pilotato da un istruttore del 61° Stormo, con a bordo un altro pilota egiziano”. Ovviamente il tutto con la speranza di poter vendere prima possibile al regime di al-Sisi anche i caccia ed altri velivoli da guerra made in Italy.

Scuola internazionale di volo, Lecce

Dulcis in fundo le attività addestrative italo-egiziane implementate nell’ambito del cosiddetto Science for Peace and Security  Programme e del Dialogo Mediterraneo della NATO. L’Egitto è un partner strategico dell’Alleanza atlantica specie nei settori dell’anti-terrorismo, dell’individuazione e disattivazione di mine ed altri ordigni inesplosi e della “difesa” dagli attacchi NRBC (nucleari-radiologici-chimici-batteriologici). “Italia ed Egitto hanno completato nel 2019 un programma congiunto per l’individuazione degli effetti dell’esposizione alle radiazioni in caso di un’emergenza nucleare e delle contro-misure e dei trattamenti che possono essere predisposti”, rivela un recentissimo dossier dello Science for Peace and Security  Programme della NATO. “Quanto scoperto da questo progetto sarà integrato nella strategia di gestione delle emergenze dei due paesi partecipanti, e possibilmente da altri membri della NATO”.

La stretta collaborazione di Italia ed Egito in ambito nucleare-chimico-batteriologico è stata tenuta top secret dal governo italiano, così come non si sapeva nulla – prima della pubblicazione del dossier NATO –  di un meeting delle forze armate dei due paesi tenutosi a Roma dal 25 al 27 maggio 2016, titolo Advanced Research Workshop (ARW).

L’incontro, secondo Bruxelles, è servito allo scambio di buone pratiche “nel settore della sicurezza delle frontiere e dei porti, particolarmente nel contesto della logistica e movimentazione di container, dove persiste il rischio delle minacce NRBC e del traffic illecito”. “Gli esperti – conclude la NATO – hanno discusso le modalità per migliorare la sicurezza dei container e contrastare il trasporto di materiali ed armi NRBC che potrebbero essere utilizzati in attacchi terroristici”. E meno male che con l’Egitto di al-Sisi avevamo diradato e ridotto l’insostenibile relationship… 

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Al diavolo Regeni e i diritti umani: l’Eni fa nuovi affari milionari con l’Egitto

Egitto: missili prodotti da consorzio europeo per armare il regime di al-Sisi

Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

Regeni dimenticato: polizia italiana addestra colleghi egiziani in segreto

In vista proroga del progetto italo-egiziano di formazione della polizia del Cairo

Un intrigo internazionale nasconde gli inquietanti misteri sul rapimento di Silvia Romano

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
24 marzo 2021

Piuttosto inquietante il servizio delle Iene andato in onda venerdì sera. E’ talmente surreale che allo spettatore ignaro potrebbe apparire persino frutto di una fiction. Bravi i due autori, la iena Matteo Viviani, e il producer, Riccardo Spagnoli, segugi e cronisti testardi e puntigliosi. E – soprattutto – bene hanno fatto a riportare all’attenzione e alla ribalta il caso di Silvia Romano, la giovane volontaria italiana rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e rientrata a casa il 10 maggio 2020. Un rapimento per molti versi anomalo che presenta molti lati oscuri, inquietanti e misteriosi. E il servizio delle Iene ha rafforzato questa convinzione: quel sequestro nasconde qualcosa che qualcuno vuol mantenere segreta. Come sempre l’opinione pubblica viene trattata alla stregua di un suddito ignorante e imbelle, da tenere all’oscuro da trame e interessi inconfessabili.

Dal video emerge la figura di Walter Tozzi un personaggio controverso e ambiguo che scappa tra i vicoli per sfuggire alle telecamere come se temesse qualcosa, di dover rispondere cioè a domande scomode che lo imbarazzerebbero parecchio. Si scappa solo se si ha qualcosa da nascondere. Sarebbe il caso che qualcuno si prendesse la briga di rispondere e svelasse le trame e gli interessi che ci celano dietro il rapimento di Silvia.

Africa ExPress ha già scritto parecchio sul ruolo misterioso e inquietante giocato dal Qatar: sarebbe stato parte attiva nel sequestro e avrebbe garantito agli italiani e alla famiglia che, durante tutto il tempo della prigionia, a Silvia non sarebbe stato torto neanche un capello. Forse perché l’emirato era stato il vero mandante, o comunque complice, del rapimento? Difficile da dimostrare, ovviamente ma una serie di indizi portano a questa conclusione. Appare ormai possibile ipotizzare, comunque, che il rapimento sia stato organizzato in Italia. Serviva qualcosa che facesse girare dei soldi. E Silvia, suo malgrado, è stata scelta per il ruolo di vittima/protagonista. Qui sotto sono riportati alcuni link che rimandano ad articoli che abbiamo pubblicato a cura del nostro redattore, esperto di cose militari, Antonio Mazzeo, ma ce ne sono tanti altri che si possono ricercare nell’indice.

I rapporti tra Qatar e Italia sono strettissimi e Africa ExPress ha dedicato parecchi articoli alla cooperazione tra i due Paesi, i cui capitoli più eclatanti sono stati il viaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Doha, nel gennaio 2020, e la definizione di commesse ,per 26 miliardi di euro, di forniture militari.

Qui sotto ripostiamo il video integrale girato e tratto dal programma delle Iene su Italia 1. Vale la pena guardarlo, anche più volte.

Altro punto misterioso riguarda il riscatto: chi l’ha pagato? Non l’Italia come ha dichiarato a suo tempo, probabilmente con gran sincerità, il ministro degli Esteri Luigi di Maio. Forse, infatti, non è stato pagato nessun compenso economico, ma piuttosto un risarcimento fatto con prebende o addirittura contratti di vendita di armi o petrolio.

Resta poi piuttosto enigmatico il comportamento tenuto dalla famiglia di Silvia Romano. Bocche tenute ermeticamente chiuse. Chiunque si è occupato di rapimenti sa perfettamente che è impossibile chiedere ai congiunti di rimanere muti. Sì, nei primi tempi, il silenzio si ottiene perché i funzionari della Farnesina o dei servizi segreti contattano i parenti e li intimidiscono più o meno così: “Se parlate e/o vi muovete mettete a rischio l’incolumità dell’ostaggio”. Ovvio che la risposta è in stile garibaldino: “Obbediamo”.

Ma dopo un po’ la famiglia scalpita e chiede a chiunque, giornalisti compresi, notizie e informazioni. In questo caso invece nulla. Perché? Durante tutto il periodo della prigionia e le indagini che abbiamo pubblicato su Africa ExPress nessuno mi ha telefonato chiedendo informazioni su quello che avevo scoperto alla guest house Marigold di Mombasa, dove Silvia ha soggiornato prima di essere rapita. Nessuno poi mi ha domandato cosa avessi trovato nel povero alloggio dove la volontaria milanese abitava a Chackama. E cosa mi avessero raccontato gli amici e conoscenti della ragazza: sono andato a trovarli a Milano, a Mombasa, a Malindi e a Chakama. Addirittura quando la procuratrice Alice Mathagani, che aveva in carico il processo contro gli esecutori materiali del sequestro, mi aveva scongiurato di invitare la famiglia a presenziare alle udienze (“forse gli accusati si impietosiscono e ci raccontano i dettagli”, aveva raccomandato), mi sono sentito rispondere con un secco diniego. Un comportamento che, francamente, mi è apparso piuttosto strano. A nessuno interessava saperne di più. Certo, perché chi di dovere sapeva tutto delle trame che si stavano srotolando nell’oscurità e nei piani alti dei palazzi che contano. E sapeva che Silvia stava bene, incolume e che sarebbe presto tornata a casa.

Silvia Romano

Sospetto anche il comportamento degli Shebab, accusati di avere in custodia in Somalia la ragazza: Pur interpellati da me più volte non hanno mai rivendicato il rapimento. Normalmente i terroristi si assumono con grande enfasi la paternità di queste azioni, di cui si vantano sui loro siti e nei siti loro amici. Stavolta niente. È impossibile che gli al Shebab abbiano rapito Silvia e non ne abbiano pubblicamente gongolato.

Al Shabab e altre organizzazioni terroristiche amano la pubblicità che li aiuta nelle campagne di reclutamento e fa loro ottenere più finanziamenti. Il fatto che gli islamisti non abbiano mai rivendicato la responsabilità del rapimento di Silvia significa solo una cosa: non erano coinvolti.

Ora dopo i servizi delle Iene, prendono anche senso i buchi nelle indagini che mi apparivano inspiegabili e senza logica: perché gli inquirenti non sono mai andati a indagare alla guest house Marigold di Mombasa, dove la proprietaria mi aveva accolto con un “Finalmente è venuto qualcuno a capire che è successo a quella povera ragazza”?

E il capo della polizia di Malindi? Cercava di indagare ma era stato bloccato dai suoi colleghi di Mombasa. E nel gennaio dell’anno scorso, siccome caparbiamente cercava di fare luce su quello che credeva un sequestro, è stato trasferito a Eldoret nel nord del Kenya. Nello stesso periodo Alice Mathagani, la procuratrice, ha ottenuto improvvisamente il trasferimento a Nairobi e ha così potuto raggiungere il marito. Anche la magistrato Julie Oseko che avrebbe dovuto giudicare gli imputati (inspiegabilmente fuori di galera su cauzione nonostante la pesante accusa di sequestro di persona, altra stravagante curiosità) è stata trasferita non si sa dove in Kenya.

Un sito di informazione keniota  kenyaiforum, solitamente bene informato, dopo aver spiegato che a una trentina di chilometri da Chakama, il villaggio dove Silvia è stata rapita, esiste un insediamento israeliano della compagnia Green Arava Ltd (formalmente un’enorme fattoria dove si sperimentano nuovi sistemi di agricoltura intensiva) sostiene una tesi suggestiva avvalorata da testimonianze autorevoli: la ragazza non avrebbe passato l’anno e mezzo di prigionia nel Corno d’Africa, ma sarebbe stata portata in Medio Oriente, in Israele o nella striscia di Gaza. Sarebbe poi tornata in Somalia prima di essere “liberata” per essere “salvata”.

Il sito kenyaiforum illustra in questa mappa il supposto viaggio di Silvia Romano in Medio Oriente

E’ possibile, come insinua kenyaiforum, che il governo di Mogadiscio abbia collaborato, in cambio di aiuti finanziari e di altro genere (ultimamente ha ricevuto parecchi finanziamenti, anche da banche internazionali). Forse qualcuno gli ha anche “garantito” che se avesse cooperato la disputa di confine con il Kenya sarebbe stata risolta a suo favore.

Preoccupante, ma anche allarmante, poi, la frase finale pronunciata da Walter Tozzi, il personaggio chiave di tutta la vicenda che davanti alla telecamera delle Iene, alla richiesta di Matteo Viviani “Allora facci capire”, risponde:” Ma non posso farti capire a te”. E alla richieda su chiarimenti aggiunge: “Avete toccato un tasto che non è per voi”.

Per dirla con Matteo Viviani, questa storia ha radici molto più profonde di quello che avremmo mai potuto immaginare. E allora occorre porsi un’ultima domanda: “Perché nessuno dei grandi giornali del nostro Paese si mai occupato seriamente del rapimento di Silvia Romano?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Africa ExPress
Milano, dicembre 2020

Un’inchiesta delle Iene sul sequestro di Silvia Romano getta finalmente un po’ di luce sugli inquietanti misteri che circondano questa vicenda.Troppi depistaggi per fare sì che anche le inchieste di Africa ExPress si insabbiassero. Le indagini delle Iene, Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani, confermano quanto da noi pubblicato sul rapimento della volontaria milanese.

Indipendentemente da tutto, noi cerchiamo di andare avanti e di chiarire le cose che rimangono in sospeso. Silvia sembra essere l’unica vittima dell’intreccio di affari inconfessabili. Ci sono attori ovunque: dalle alte cariche dello Stato a comparse minori. E poi c’è la manovalanza: i rapitori. Senza escludere ovviamente gli affari che si celano dietro questo rapimento anomalo.

Qui vi presentiamo i video trasmessi  dalle Iene in data 3 e 5 dicembre scorsi. Sono francamente inquietanti. Noi possiamo assicurare i nostri lettori che continueremo le indagini finché non troveremo la verità che dovrà emergere del tutto. Continueremo a scavare a fondo.

Parte prima:

Parte seconda, primo tempo

Parte seconda, secondo tempo

Parte terza, andata in onda giovedì’ 10 dicembre 2020

Parte quarta

Parte quinta

https://static3.mediasetplay.mediaset.it/player/index.html?appKey=5bd1ce72a0e845001aa4d83a&purl=https://www.iene.mediaset.it/video/rapimento-silvia-romano-tozzi_1014426.shtml&autoplay=true&guid=F310839701008C04&autoplay=true

Continuate a seguirci.

Africa ExPress
twitter @africexp

 

Lo strano rapimento di Silvia Romano, chi e perché ha ritardato il suo rilascio

Dossier Silvia/Ricucci il buon giornalismo salvato da Africa ExPress

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Alfano e Pinotti: training militari al Qatar e commesse per 5 miliardi per navi e missili

 

Dossier Silvia/Italia e Qatar: le due intelligence riunite a tavola in villa romana

Dossier Silvia/”Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar

Dossier Silvia/Altre armi vendute dall’Italia al Qatar per oltre 6 miliardi di euro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Congo-B: Sassou pronto per il IV mandato, morto per covid il maggiore oppositore

Africa ExPress
22 marzo 2021

Ieri 2,5 milioni di cittadini della Repubblica del Congo sono stati chiamati alle urne per le elezioni presidenziali. I candidati in lizza sono stati 7, tra questi, ovviamente il capo di Stato uscente, Denis Sassou-Nguesso, al potere da “solamente” 36 anni. Anche quest’anno i suoi manifesti sono visibili ovunque: nelle grandi città e nei piccoli villaggi all’interno del Paese.

Le votazioni si sono svolte dalle 07.00 alle 18.00 nei quasi 5.700 seggi aperti in tutto il Paese. Senza internet, che è stato interrotto come spesso succede durante le tornate elettorali in molti Paesi africani.

Denis Sassou Nguesso, Presidente del Congo-Brazzaville

Il maggiore oppositore di Sassou-Nguesso, Guy-Brice Parfait Kolélas, candidato del partito Union des démocrates humanistes-YUK è morto questa notte nell’aereo medicalizzato che lo stava trasportando a Parigi. Kolélas avrebbe dovuto sottoporsi a cure urgenti, in quanto risultato positivo al coronavirus venerdì, ultimo giorno della campagna elettorale. A conclusione della quale aveva lasciato un video-messaggio ai suoi sostenitori registrato dal suo letto all’ospedale all’unità covid di Brazzaville. Stava già molto male e respirava a fatica anche con l’ossigeno.

“Cari compatrioti, sto lottando contro la morte – aveva detto – ma, malgrado tutto, vi chiedo di alzarvi, andate a votare per il cambiamento, per l’avvenire dei vostri figli.

Guy-Brice Parfait Kolélas, candidato alle presidenziali, deceduto la notte prima del voto

Da quanto si apprende, la partecipazione al voto non è stata molto elevata.. Le informazioni dall’interno del Paese giungono con molto ritardo, anche perché la Chiesa cattolica, che avrebbe voluto mettere a disposizione migliaia di osservatori, è stata totalmente esclusa dalle autorità.

Tutto sommato la tornata elettorale si è svolta senza incidenti, escluso qualche inconveniente logistico: alcuni elettori non hanno trovato il loro nome sulle liste e alcuni seggi hanno aperto solamente nel pomeriggio, in quanto il materiale è arrivato con notevole ritardo. Molti congolesi non sono andati a esprimere la propria preferenza. Il loro commento è stato: “Sappiamo già il risultato, non abbiamo una opposizione in grado di sfidare l’attuale presidente e i veri avversari non partecipano alla tornata elettorale”. Le manifestazioni sono vietate da oltre un anno a causa della pandemia.

Il presidente Denis Sassou-Nguesso subito dopo un’intervista con in direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi. Con lui il mitico ex producer della CNN Robert Wiener (a sinistra) e la signora interprete del leader congolese

Thierry Moungalla, portavoce del governo ha negato fermamente che le autorità siano state responsabili del black-out di internet, d’altro canto ha fatto sapere che le votazioni si sono svolte in un clima sereno e tranquillo. L’opposizione, invece ha criticato i gravi problemi organizzativi.

E uno dei candidati alla poltrona più ambita, Mathias Dzon, ex ministro delle Finanze, ha dichiarato che non accetterà mai l’esito ufficiale di queste elezioni, in quanto considera i membri della Commissione elettorale un gruppo di partigiani che non vede l’ora di acclamare vincitore il presidente uscente.

Avversari e oppositori del leader avevano anche ampiamente criticato il fatto che le forze dell’ordine – tra 55-60mila persone – si siano recate alle urne già giovedì scorso. Secondo loro, un’iniziativa che potrebbe essere fonte di brogli elettorali.

Elezioni presidenziali Congo-Brazzaville 2021

Denis Sassou Nguesso, al potere dal 1979, spera di essere rieletto per un quarto mandato. Nel 2015 aveva indetto un referendum per cambiare la Costituzione per potersi presentare per un terzo mandato. Per le elezioni del 2016 il generale Jean-Marie Michel Mokoko era riuscito a mobilizzare un gran numero di persone per contrastare la rielezione dell’ “imperatore”. Malauguratamente Mokoko è stato poi accusato e condannato per delitti contro la personalità dello Stato e ora sta scontando una pena di 20 anni nelle galere congolesi.

E anche stavolta, poco prima della tornata elettorale si sono moltiplicati gli arresti. A febbraio è stato incarcerato il direttore del giornale satirico Sel-Piment, per aver diffamato una donna vicina al potere. Poi, una decina di giorni fa è toccato a Alexandre Dzabana, difensore dei diritti umani, e, secondo il ministro delle Comunicazioni sarebbe implicato in un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni.

Un giornalista di Radio France Internationale, corrispondente dal Paese dal 2015, è stato dichiarata persona non grata e non gli è stato permesso di seguire le elezioni e lo scrutinio a Brazzaville.

Nel 2020 si sono elevate forti critiche a livello internazionale nei confronti del regime di Brazzaville, come per esempio il Fondo Monetario Internazionale che aveva già approvato un prestito di 379 milioni di euro nel 2019 per poi congelare i versamenti lo scorso anno, chiedendo al governo congolese maggiore trasparenza e di rinegoziare i debiti contratti con i petrolieri.

Lo scorso anno i debiti del terzo produttore di greggio dell’Africa subsahariana rappresentavano oltre il 100 per cento del suo prodotto interno lordo. Da anni le ONG denunciano la corruzione galoppante che impedisce al Paese di trarre beneficio dalle sue risorse naturali.

Ma il Congo necessita di prestiti per uscire dalla crisi economica che perdura ormai dal 2014, dovuta in parte anche dalla caduta del prezzo del petrolio. Il Paese è in piena recessione e il tasso di povertà è aumentato di ben tre punti dal 2019. FMI prevede che il PIL scenderà all’8 per cento alla fine di quest’anno.

Africa ExPress
@africexp

A Brazzaville Mokoko condannato a 20 anni e i vescovi insorgono contro la corruzione

Omicidi, torture, pulizia etnica: 4 mesi di guerra e regna ancora terrore nel Tigray

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 marzo 2021

A Makallé, il capoluogo del Tigray, regione dell’Etiopia dove dallo scorse novembre si consuma un sanguinoso conflitto, la calma è solo apparente.

In base ai rapporti degli operatori della Croce Rossa e alle testimonianze di parenti, ogni notte, malgrado il coprifuoco sempre in vigore, qualcuno viene ammazzato. I corpi vengono portati all’ospedale, crivellati da pallottole o con profonde ferite da coltello.

Etiopia, Tigray, la popolazione rurale continua a fuggire

Secondo quanto riferisce The New York Times, l’altro giorno un giovane è entrato in un bar e per errore ha toccato un argomento scottante discutendo con un soldato dell’esercito regolare etiopico. Alcuni amici hanno riferito che quattro militari l’hanno poi seguito fino a casa, picchiandolo a morte con bottiglie di birra. Dopo essere stato identificato come il 26 enne Getachew Tewolde, i soldati federali hanno affermato che si trattava di un uomo della “giunta” (eufemismo per uomo del TPLF). Ma gli amici del poveraccio hanno affermato che era un semplice operaio, non era affatto un personaggio politico.

E ancora, dopo un conflitto a fuoco in una città non lontana dal capoluogo, tra le forze etiopiche e combattenti  di una milizia locale, quando i militari regolari sono tornati a recuperare i corpi dei loro compagni, hanno sparato indiscriminatamente nelle case che si trovavano nelle vicinanze. Certo, come sempre, la popolazione civile paga il prezzo più altro in questi casi.

Chi riesce a raggiungere l’ospedale più vicino, è felice di essere ancora vivo; i più hanno perso madre, padre, fratelli, sorelle durante queste scorribande illecite dell’esercito di Addis Ababa.

Sono passati oltre quattro mesi da quando il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, al potere dal 2018 e Premio Nobel per la Pace 2019, ha sguinzagliato il suo esercito nel Tigray per catturare i leader del TPLF (acronimo inglese per Tigray People’s Liberation Front, partito al potere nella regione n.d.r.), che per mesi hanno sfidato l’autorità del governo centrale e infine hanno anche attaccato una base militare di Addis Ababa a Makallé. Ma ciò che “doveva essere un blitz” delle forze armate di Abiy, si è trasformato in un orrendo conflitto, in una carneficina: violazioni dei diritti umani, abusi e violenze sessuali nei confronti delle donne, pulizia etnica, massacri, torture e si teme che la fame, la mancanza di accesso dei convogli nelle zone di guerra, venga utilizzata come vera e propria arma da guerra.

Infatti, proprio a Makallè molti sono convinti che non sono i leader del TPLF a essere presi di mira dal governo centrale, bensì la popolazione. E ne sono testimoni i migliaia di sfollati che raggiungono le città dalle campagne. Affamati, dimagriti, disidratati, sfiniti, raccontano ciò che hanno dovuto subire in questi mesi di guerra civile da parte dell’esercito di Addis Ababa e i suoi alleati.

Naturalmente Abiy respinge qualsiasi accusa, ma l’ONU ha precisato che tutte le fazioni in causa, compreso il TPLF, sono co-responsabili delle atrocità commesse, anche se si punta il dito per lo più sulle forze governative etiopiche e i suoi alleati (milizie etniche della vicina regione Amhara e le truppe di Isaias Afewerki, dittatore eritreo, ex feroce nemico dell’Etiopia, ma oggi fedele alleato di Abiy).

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019

Il presidente a interim del Tigray, Mulu Nega, nominato dal governo centrale, si è insediato in un albergo del capoluogo e l’entrata è sorvegliata a vista dai militari federali.

La redazione di Africa ExPress è in possesso di un filmato che preferiamo non pubblicare per ragioni di opportunità e rispetto dei morti e dei loro parenti: mostra i cadaveri di molti giovani ammazzati in piccoli villaggi del Tigray. E una nostra lettrice, residente da anni negli Stati Uniti ci ha scritto: “Sono in lacrime. Ad Axum hanno ammazzato il figlio di un cugino di mio padre. Un bellissimo giovane, non ha mai fatto del male a nessuno. Sono venuti a prenderlo a casa sua. Ammazzato insieme a altri e non li hanno nemmeno seppelliti”.

Centinaia di innocenti sono stati uccisi senza pietà e senza ragione alcuna. Nel Tigray sono stati commessi crimini di guerra efferati, terrificanti. Oltre mezzo milione di persone sono scappate dalle loro case, 60mila hanno cercato protezione in Sudan.

Quasi il 70 per cento su 106 centri sanitari sono stati chiusi, solo il 13 per cento funziona normalmente. Lentamente emergono le atrocità commesse, malgrado il blackout delle comunicazioni imposto da Addis Ababa.

La troupe di Sky-News ha raccontato che da quando è partita dal capoluogo del Tigray ha sempre avuto alle calcagna truppe dell’esercito regolare, che si sono però dileguati quando i reporter sono arrivati in prossimità della città di Gijet, nel sud della regione.

Nel villaggio di Mayweini i residenti hanno confidato ai giornalisti che a metà febbraio le truppe eritree hanno ucciso un ottantina di persone, forse anche di più; alcuni ammazzati con pallottole, altri con coltelli, dopo averli derubati dei loro beni. Non si esclude a questo punto che il governo centrale non sia in grado o non abbia l’autorità di controllare tutto il territorio della regione.

Michelle Bachelet, capo dell’Ufficio dell’ONU per i Diritti umani, vuole aprire un’inchiesta congiunta (Etiopia –ONU) su quanto è successo nel Tigray, dove si suppone siano stati commessi crimini di guerra, come ha affermato il segretario di Stato di Washington, Antony Blinken, accuse prontamente negate dal governo di Addis Ababa.

Eppure ora il ministro degli Esteri etiopico, Demeke Mekonnen, ha detto di essere pronto a collaborare.
Nel frattempo peggiora la situazione nella città di Scirè, dove attualmente vivono 200mila persone in campi improvvisati, per lo più donne e minori. Alcuni riportano di essere stati costretti a lasciare le proprie abitazioni da gruppi miliziani Amhara. Il governo regionale si giustifica dicendo che tali aree erano state sottratte con la forza da TPLF quando è arrivato al potere negli anni Novanta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

In vista proroga del progetto italo-egiziano di formazione della polizia del Cairo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Marzo 2021

Il Ministero dell’Interno e la Polizia di Stato continueranno a fornire le risorse umane e finanziarie all’Accademia di Polizia egiziana per formare e addestrare le forze dell’ordine dei regimi africani partner della crociata contro il “terrorismo” e l’immigrazione “illegale”.

Nonostante le schiaccianti prove sul coinvolgimento diretto nel sequestro e assassinio del giovane ricercatore Giulio Regeni e la lunghissima lista di crimini e violazioni dei diritti umani commessi dalla polizia del dittatore al-Sisi, le autorità italiane si apprestano a presentare alla Commissione europea una richiesta di contributo economico per prorogare almeno per un altro biennio il progetto ITEPA (International Training Centre at the Egyptian Police Academy), la cui prima tappa si è conclusa a Roma il 27 novembre 2019 con una conferenza presso la Scuola Superiore di Polizia.

Il 18 febbraio 2021, rispondendo a due distinte interrogazioni degli europarlamentari del GUE/NGL, Miguel Urbán Crespo e Özlem Demirel, Ylva Johansson (responsabile per gli Affari Interni della Commissione europea) ha confermato che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno sta lavorando in vista del prolungamento delle attività del Centro di addestramento dell’Accademia di polizia dell‘Egitto, nell’ambito del nuovo piano finanziario pluriannuale Ue. “Le autorità italiane hanno beneficiato di un finanziamento europeo di 1.073.521 euro (Fondo Interno per la Sicurezza Internal Security Fund – ISF National Programme) per l’ITEPA 1”, scrive la commissaria Johansson. “Sulla seconda fase del progetto (ITEPA 2), in via di formulazione e il cui programma non è stato ancora sottoposto al vaglio della Commissione, non si è in grado di fornire tutti i dettagli richiesti dagli interroganti. Sulla base delle informazioni in nostro possesso, le autorità italiane intendono finanziare il progetto tramite l’Internal Security Fund Borders and Visa (ISF-BV), previsto dal nuovo piano finanziario 2021-2027”.

Sulla base di una nota emessa dalla Polizia di Stato a fine 2019 relativa alla firma di un memorandum che estende la validità del protocollo di cooperazione tra Italia ed Egitto sottoscritto nel 2017 per implementare le attività di addestramento internazionale presso l’Accademia di Polizia del Cairo, gli europarlamentari Miguel Urbán Crespo e Özlem Demirel avevano chiesto alla Commissione di conoscere i contenuti e i termini contrattuali dei programmi ITEPA 1 e ITEPA 2, i responsabili e i beneficiari diretti della formazione e soprattutto se la stessa rispettasse gli standard internazionali in tema di difesa dei diritti umani e protezione dei migranti.

“La Commissione è pienamente consapevole del cambiamento della situazione dei diritti umani in Egitto e queste questioni sono regolarmente poste dall’Unione Europea nei contatti bilaterali con le autorità egiziane e nei forum internazionali”, la controversa risposta di Ylva Johansson. “Pertanto, la protezione dei diritti umani è stato un elemento trasversale in ogni settore addestrativo in quanto ITEPA era finalizzato a fornire modelli operativi per gestire il fenomeno migratorio assicurando la piena protezione dei diritti dei migranti (…) La qualità dei formatori è stata assicurata con il coinvolgimento di persone provenienti dalle maggiori organizzazioni internazionali responsabili dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati (UNHCR e OIM). I risultati e le lezioni di ITEPA sono stati presentati nel corso dell’evento conclusivo e saranno utilizzati per ITEPA 2”.

Lodevoli intenti quelli delle autorità di polizia italiana e della Commissione Ue, peccato che i più recenti report delle maggiori organizzazioni non governative e di alcuni degli stessi governi Ue abbiano documentato il completo fallimento della formazione italo-egiziana a favore delle polizie africane partner. Le operazioni di contrasto dei flussi migratori sono state realizzate infatti violando i più elementari diritti umani ed è lunghissimo l’elenco di crimini, abusi, torture, deportazioni, detenzioni, sparizioni forzate perpetrate in tutto il continente. Basta un’occhiata ai paesi le cui forze di polizia hanno “beneficiato” delle attività addestrative presso l’Accademia di Polizia del Cairo nell’ambito di ITEPA per documentare l’insostenibilità e l’immoralità del progetto Italia-Ue: oltre all’Egitto, compaiono infatti Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia.

Secondo quanto riferito dal Ministero dell’Interno a fine febbraio 2021, le bozze finali dei progetti che dovrebbero essere co-finanziati dall’Ue nell’ambito dell’Internal Security Fund Borders and Visa dovrebbero essere presentati a breve a Bruxelles e la loro approvazione è prevista non prima del mese di settembre. Successivamente dovrebbe prendere il via ITEPA 2.

L’International Training at The Egyptian Police Academy, cioè il Programma di Formazione Internazionale presso l’Accademia di Polizia egiziana, è stato implementato a seguito del protocollo tecnico tra la Direzione Centrale della Polizia di Stato e l’Accademia di Polizia del Ministero dell’Interno egiziano, firmato a Roma il 13 settembre 2017. A sottoscriverlo il Capo dell’Accademia Ahmed Adel Elamry ed il prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere. Successivamente la stessa Direzione Centrale dell’Immigrazione ha elaborato la proposta progettuale ITEPA per l’istituzione del centro di formazione sui temi migratori al Cairo e l’ha trasmessa il 15 marzo 2018 ai competenti Uffici di Segreteria del Fondo Sicurezza Interna 2014-2020 per la valutazione di ammissibilità. Il 19 marzo 2018 il progetto ha ottenuto il finanziamento dall’Autorità di Gestione del Fondo ISF II – Border and Visa (50% fondi Ue e 50% con il contributo nazionale).

Il Ministero dell’Interno e il Dipartimento della Polizia di Stato sono stati molto avari nel fornire le necessarie informazioni sugli obiettivi e le finalità di ITEPA e sulle modalità di conduzione dei training. “Il centro di addestramento organizzerà workshop per formare i poliziotti africani alla gestione della sicurezza delle frontiere e della lotta alla tratta, sotto la supervisione di personale egiziano, italiano ed europeo”, ha spiegato il Viminale. “Il progetto, di durata biennale, è destinato all’erogazione di tre corsi l’anno per un totale di 360 operatori di polizia provenienti da 22 Paesi africani”. A fine 2018 il periodico Altraeconomia ha presentato una richiesta di accesso civico per conoscere il contenuto dell’intesa tecnica stipulata dalle autorità italiane ed egiziane, ma la Direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del prefetto Bontempi ha posto il proprio veto perché la discovery sarebbe stata “potenzialmente pregiudizievole per le relazioni bilaterali in atto con la controparte egiziana”.

Altraeconomia è entrata in possesso solo della proposta progettuale di ITEPA. “Si tratta di quattro pagine, dove il pieno rispetto e la protezione dei diritti umani sono stralciati dagli otto articoli e confinati genericamente nelle premesse”, ha commentato il giornalista Duccio Facchini. “L’ossessione ricorrente è invece la gestione delle frontiere e dell’immigrazione dei Paesi africani coinvolti nei flussi migratori. Le attività sono diversissime tra loro e non sempre di competenza degli apparati di polizia: dalla definizione di programmi di formazione comuni nei settori della sicurezza e controllo delle frontiere, all’individuazione delle frodi documentali, dalla valutazione dei rischi, gestione dei flussi migratori misti alla protezione internazionale. Fino alle procedure di rimpatrio (incluso il rimpatrio volontario assistito) o alle attività investigative per il contrasto delle reti criminali. A dar forma a quelle attività dovrebbe essere al lavoro un gruppo di esperti italo-egiziano designato dai due Paesi e che si riunisce regolarmente, mentre la strumentazione tecnica a supporto delle attività di formazione è garantita in proprio dall’Italia”.

Il capo della Polizia Gabrielli al Cairo per il workshop ITEPA 2018
(foto: Polizia di Stato)

E’ stato possibile recuperare sulla stampa egiziana altri particolari sulle reali finalità del diabolico accordo tra le autorità di polizia italiane e quelle del regime di al-Sisi e delle attività formative e addestrative co-gestite presso l’Accademia di Polizia del Cairo. “Nell’ambito della strategia del ministero dell’Interno per accrescere i legami e condividere esperienze internazionali, e dalla costante cooperazione di sicurezza con l’Italia e i legami storici di partenariato straordinari, è stato firmato un protocollo di formazione congiunto con l’Italia nel campo della lotta contro la criminalità organizzata e la migrazione clandestina”, si legge nel comunicato stampa emesso dalle autorità egiziane e ripreso dal quotidiano Al Ahram e, poi, in Italia da AgenziaNova. “L’accordo avviene alla luce dei forti legami con l’Italia in molti campi, tra cui la cooperazione e il coordinamento della sicurezza per affrontare i fenomeni criminali che presentano minacce alla maggior parte dei paesi europei. Esso riflette inoltre la fiducia dell’apparato di sicurezza italiano ed europeo nei confronti di quello egiziano e la sua capacità di trasferire l’esperienza accumulata nella lotta contro tali crimini”. Stima e fiducia dunque per gli aguzzini del ricercatore Giulio Regeni e delle centinaia di cittadini egiziani torturati sino alla morte in tutto l’Egitto.

Alla firma, il 13 settembre 2017 a Roma, del protocollo di collaborazione tra Italia ed Egitto è stato dedicato un ampio articolo anche dalla testata in lingua inglese Egypt Today. “Secondo quanto riferito dall’assistente del ministro dell’Interno e capo dell’Accademia di Polizia del Cairo, Ahmed El-Amry, l’Italia cerca, attraverso questo centro, di sfruttare i potenziali umani e finanziari dell’Accademia di polizia e la sua capacità a svolgere bene i corsi di formazione per il personale di sicurezza dei paesi africani”, riportava Egypt Today. L’articolo si concludeva rilevando un’amarissima e cinica coincidenza. “Il protocollo di cooperazione è stato siglato lo stesso giorno in cui è giunto al Cairo il nuovo ambasciatore italiano in Egitto Giampaolo Cantini, dopo un anno dal ritiro dal suo incarico, a causa del progresso nella cooperazione delle indagini sull’omicidio del ricercatore italiano avvenuto in Egitto nel 2016”.

Il progetto ITEPA 1 ha preso formalmente il via nella capitale egiziana il 20 marzo 2018, alla presenza dell’allora Capo della Polizia italiana, prefetto Franco Gabrielli. “Le attività di formazione hanno lo scopo di rafforzare le abilità nella gestione dei flussi migratori, investigare sulla tratta dei migranti e sui crimini ad essa collegati, sui controlli delle frontiere e la falsificazione di documenti”, riportava la nota stampa emessa dagli organizzatori dell’evento. “L’addestramento sarà condotto da esperti della polizia di Italia ed Egitto e da formatori nominati da varie organizzazioni internazionali (Interpol, Unodoc, UNHCR, OIM, Commissione europea, Frontex, Europol)”.

Ancora una volta era però Egypt Today a fornire altri tasselli sulla partnership italo-egiziana, riportando alcuni inquietanti passaggi della relazione introduttiva del Capo della Polizia italiana. “Franco Gabrielli ha enfatizzato il grande coordinamento tra il Ministero dell’Interno italiano e la polizia egiziana nel settore della sicurezza”, scriveva il quotidiano. “Gabrielli ha spiegato che l’Egitto è riuscito a controllare il terrorismo e l’immigrazione illegale, monitorando attentamente i due fenomeni all’interno e all’esterno del paese. Egli ha aggiunto che il Ministro dell’Interno egiziano utilizza moderne tecnologie di sicurezza per combattere e scoprire i crimini. Il governo italiano ha scelto il Centro di formazione dell’Accademia di Polizia egiziana perché pone la massima fiducia in essa e perché crede nelle grandi potenzialità dell’Egitto nel campo della sicurezza, ha affermato Gabrielli”.

“Egli ha segnalato come le due parti stanno cercando di unire gli sforzi per combattere il terrorismo, lodando gli sforzi del Ministero dell’Interno egiziano nel combattere l’immigrazione illegale, e ha aggiunto che questo fenomeno non può essere ridotto senza lo scambio di informazioni tra i paesi che ricevono migranti illegali. Il governo egiziano fornisce tutte le informazioni sui migranti e sulle loro attività, consentendo agli altri governi di combattere questo fenomeno, ha aggiunto Gabrielli, affermando che il controllo delle frontiere è uno dei mezzi più importanti per combattere l’immigrazione illegale”.

Pur di impedire le migrazioni si può dunque anche armare e addestrare i regimi più repressivi e più corrotti. Il pensiero – se abbiam capito bene – dell’(ex) capo della Polizia italiana, quel Franco Gabrielli già direttore dei servizi segreti (SISDE e AISE), da qualche settimana chiamato dal governo Draghi a fare da sottosegretario della Presidenza del Consiglio con deleghe alla “sicurezza della Repubblica”, alla lotta all’“immigrazione illegale” e alla pandemia da Covid19….

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Regeni dimenticato: polizia italiana addestra colleghi egiziani in segreto

 

Credito Foto: Polizia di Stato

Tangenti in Nigeria: tutti assolti al processo contro Eni e Shell

dal sito Nigrizia.it
Luca Manes
18 marzo 2021

La sentenza emessa ieri dal tribunale di Milano al termine di un processo durato tre anni assolve pienamente Eni, Shell e tutti gli imputati accusati di aver pagato una tangente di oltre 1 miliardo di dollari al governo nigeriano per aggiudicarsi i diritti di sfruttamento del ricco giacimento petrolifero

L’affare Opl-245 non è stato macchiato dalla corruzione. La sentenza di primo grado del processo a Eni, Shell, 13 tra manager apicali delle due società, intermediari e l’ex ministro del petrolio della Nigeria Dan Etete certifica questa verità giudiziaria, dal momento che tutti gli imputati sono stati assolti perché il “fatto non sussiste”.

Dopo un processo durato tre anni, la settima sezione penale del tribunale di Milano, presieduta da Marco Tremolada, ha emesso il 17 marzo una sentenza che sconfessa l’impalcatura accusatoria messa in piedi dai pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. I pm erano convinti che la licenza del ricco giacimento al largo delle coste nigeriane fosse stata ottenuta pagando da parte di Eni e Shell una delle tangenti più corpose della storia: 1,092 miliardi di dollari.

Un fiume di denaro che è solo transitato per i conti del governo federali di Abuja, ma che poi è arrivato nella disponibilità del vero proprietario della licenza, la società Malabu dell’ex ministro del petrolio ai tempi della giunta militare capeggiata da Sani Abacha, l’anche lui assolto Dan Etete. Come Etete abbia usato il denaro, distribuito a politici nigeriani di altissimo rango, non è stato considerato dai giudici milanesi un atto contrario alla legge.

Se esulta il gotha dei penalisti italiani, chiamato a difendere Eni, Shell e i loro manager, masticano amaro le organizzazioni della società civile internazionale che avevano dato la stura alle indagini nell’ormai lontano 2013 presentando un esposto alla procura di Milano. Deluse Re:Common e le inglesi Global Witness e The Corner House, che si augurano che un secondo grado di giudizio possa ribaltare questa prima sentenza.

Scontato quindi che la saga Opl-245 avrà ancora altri capitoli. D’altronde questa complessa vicenda parte da molto lontano, addirittura 23 anni fa.

La licenza è stata infatti assegnata per la prima volta – senza alcuna gara – il 29 aprile 1998 dall’allora ministro del petrolio Dan Etete alla Malabu Oil and Gas, costituita cinque giorni prima dell’aggiudicazione. Nella Malabu figuravano lo stesso ministro e uno dei figli del dittatore Abacha. Etete cerca di coinvolgere la Shell come partner tecnico nell’operazione.

Nel 2002, alla Malabu, però, viene ritirata la licenza dal governo Obasanjo e assegnata tramite una gara alla Shell, che nel 2003 versa un bonus di firma di 210 milioni di dollari e investe alcune centinaia di milioni di dollari nell’esplorazione del blocco. Opl-245 – sito offshore al largo delle coste nigeriane nel Golfo di Guinea – viene visto come altamente strategico per spostare finalmente le operazioni fuori dal Delta del Niger segnato da conflitti sociali, rischi per la sicurezza e ricavi calanti dai pozzi in sfruttamento.

Dopo numerosi casi legali intentati da Etete nelle corti nigeriane, nel 2006 il ministro della giustizia Bayo Ojo riassegna il blocco alla Malabu. In risposta, nel 2007 la Shell muove un arbitrato internazionale contro la Nigeria all’International centre for settlement of investment disputes della Banca mondiale per fare pressioni con la richiesta di danni miliardari e cercare così di riottenere la licenza contesa.

Sempre nel 2007, in Francia, Etete viene condannato per riciclaggio dei proventi della tangente dell’affare Bonny Island sempre in Nigeria, ma non molla e si mette alla ricerca di un nuovo compratore. Così contatta anche l’Eni.

I rapporti con il cane a sei zampe si stringono alla fine del 2009, quando Eni comunica il suo interesse a trattare. Nel febbraio 2010 la società stringe un accordo di esclusività e confidenzialità con il mediatore nigeriano Emeka Obi, che afferma di rappresentare la Malabu. Nel giugno 2010, non viene accettata una prima offerta per il 40% della licenza.

Nel frattempo, il presidente Nigeriano Yar’Adua muore e il suo vice, Goodluck Jonathan, prende la guida del paese. Il nuovo ministro del petrolio, Diezani Madueke, conferma alla Malabu il controllo del 100 per cento della licenza. A fine ottobre 2010, Eni, che si coordina con Shell, intavola una nuova offerta per l’intero blocco, che però fallisce.

A quel punto nel negoziato subentra il nuovo ministro della giustizia Adoke Bello, estromettendo i presunti intermediari che avevano agito nella trattativa diretta. Viene così elaborato uno schema tripartito con cui le società pagheranno il governo, che poi salderà la Malabu di Etete, mentre Shell ritirerà l’arbitrato internazionale.

Alla fine del 2010 il figlio di Abacha si rifà vivo e muove una causa legale contro Etete che lo aveva estromesso da tempo. Nonostante le obiezioni mosse da alcune agenzie tecniche del governo, l’accordo viene raggiunto il 29 aprile 2011 sul prezzo di 1,3 miliardi di dollari, incluso il bonus di firma già pagato da Shell. Eni sborsa quasi un miliardo di dollari.  Shell la cifra rimanente.

Solo 200 milioni rimarranno nella disponibilità dell’esecutivo nigeriano, tutto il resto transiterà per i conti federali presso la filiale londinese della JP Morgan, finendo poi altrove.

Motivo per cui l’avvocato Lucio Lucia, in rappresentanza della Nigeria, aveva chiesto una provvisionale di 1,1 miliardi di danni, riservandosi in caso di condanna definitiva di adire ad un giudice civile per la piena richiesta di danni, che secondo i consulenti tecnici intervenuti nel processo potrebbero ammontare a 3,5 miliardi di dollari.

Allo stesso tempo, la Nigeria ha mosso diverse cause civili di asset recovery per recuperare il miliardo e 100 milioni non finito nelle casse dello Stato. Prima è riuscita a farsi assegnare da un giudice inglese 85 milioni di dollari sequestrati dalla procura di Milano a Londra. Quindi ha citato la banca JP Morgan per danni di 875 milioni di dollari. Il caso è stato accettato dall’Alta Corte di Londra e si svolgerà a fine 2021.

Va ricordato che altri due imputati, gli intermediari Gianluca Di Nardo ed Emeka Obi, coinvolti nell’affare Opl-245, avevano scelto il rito abbreviato nel corso dell’udienza preliminare del 2017 ed erano sono stati condannati in primo grado dal gip Giuseppina Barbara a 4 anni di reclusione ciascuno e alla confisca di 112 milioni di dollari, già sequestrati in Svizzera su richiesta della procura di Milano. La sentenza del giudice Barbara si era basata solo sulle prove raccolte dalla pubblica accusa nel corso dell’indagine fino all’udienza preliminare.

Se in Italia si aspettano entro 90 giorni le motivazioni della sentenza di primo grado, in Nigeria sono a processo con accuse di corruzione, frode e riciclaggio i politici nigeriani allora al potere coinvolti nell’affare, in primis l’ex ministro della giustizia Mohammed Adoke Bello, arrestato ed estradato da Dubai all’inizio del 2020. I tre tronconi processuali nigeriani coinvolgono anche manager locali di Eni e Shell e mediatori nigeriani, nonché Dan Etete.

In Olanda invece è ancora in corso un’indagine penale sul caso. Le accuse a Shell vanno ben oltre la corruzione internazionale. Una decisione sul rinvio a giudizio potrebbe arrivare entro l’anno. Ma un altro filone potrebbe aprirsi anche in Italia, perché potrebbe materializzarsi una richiesta di rinvio a giudizio sul presunto finto complotto architettato da legali esterni di Eni e alcuni manager interni per depistare l’indagine sull’Opl-245.

Luca Manes per Nigrizia

ENI-SHELL: scandalo corruzione pozzo petrolifero, Nigeria chiede $1,09 miliardi

ENI-SHELL: scandalo corruzione pozzo petrolifero, Nigeria chiede $1,09 miliardi

 

Tanzania: incognite sulla nuova presidente donna, la prima del Paese

Africa ExPress
19 marzo 202

“Non è il momento di puntare il dito gli uni contro gli altri. Dobbiamo invece tenerci per mano per costruire la nuova Tanzania tanto ambita dal presidente John Magufuli”. E’ iniziato così il discorso rivolto alla nazione di Samia Suluhu Hassan, la sessantunenne ex vice del defunto leader tanzaniano John Magufulli, dopo aver prestato giuramento come prima presidente donna del Paese.

Vestita di nero, il capo avvolto in un foulard rosso, la neo presidente ha pronunciato la formula della promessa solenne durante cerimonia davanti ai dignitari tanzaniani nella capitale commerciale Dar es Salaam.

Samia Suluhu Hassan, neo presidente della Tanzania

Secondo la Costituzione tanzaniana, il vicepresidente, in caso di morte del capo di Stato, gli succede fino alla fine del mandato. Magufuli era stato eletto per la seconda volta lo scorso ottobre per la durata di cinque anni.

Il massimo ordinamento giuridico dello Stato prevede anche la nomina di un vicepresidente. Dopo le consultazioni con il partito, il nuovo presidente proporrà un nome, che dovrà essere approvato dal 50 per cento dei deputati dell’Assemblea nazionale.

La neo presidente non è solo la prima donna a ricoprire questo incarico in Tanzania, ma anche il primo leader del Paese nato a Zanzibar, isola della Tanzania con una status di semi autonomia. La Hassan vanta una ventennale esperienza in politica. Dapprima nei ranghi dell’isola, poi come deputata all’Assemblea nazionale.

Magufuli in persona ha voluto Samia al suo fianco, come sua vice dal primo mandato e questa scelta aveva sorpreso tutti, in particolare i membri del partito Chama Cha Mapinduzi, al potere da 60 anni, in quanto la donna, musulmana osservante, non ha un ruolo di peso all’interno del raggruppamento politico e sembra che non goda dell’appoggio dei servizi.

E’ conosciuta come una persona leale, calma, che mostra molto rispetto verso gli altri. Non è ancora chiaro se intende continuare sulla scia del suo predecessore o se è disposta a dare una svolta politica e di riapertura del Paese, come chiedono le Organizzazioni non governative e gli oppositori.

Africa ExPress
@africexp

Presidenziali in Tanzania: rieletto Magufuli con (i soliti) probabili brogli

Caos elezioni in Tanzania (annullate a Zanzibar): l’opposizione denuncia brogli

 

 

 

Berretti verdi USA in Mozambico per addestrare Forze armate contro jihadisti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
18 marzo 2021

“Le forze per le operazioni speciali degli Stati Uniti addestreranno i marines mozambicani – si legge in un tweet dell’Ambasciata USA a Maputo -. Due mesi per sostenere gli sforzi del Mozambico per prevenire la diffusione del terrorismo e dell’estremismo violento”.

Tweet dell’Ambasciata USA di Maputo

Comunicato e tweet confermano l’annuncio di Washington dello scorso dicembre con la visita di Nathan Sales, coordinatore antiterrorismo del Dipartimento di Stato USA a Maputo. Uno strumento utile contro la violenza jihadista di Al Sunnah wa-Jammà nel Nord, a Cabo Delgado, gruppo affiliato allo Stato islamico dell’Africa centrale (ISCAP). Ma soprattutto un ingresso nello scacchiere dell’Africa australe dal quale gli USA sembravano assenti.

La proposta degli Stati Uniti era stata presentata lo scorso dicembre. A dire il vero, una richiesta di intervento era stata proposta allo Zimbabwe, sapendo che non sarebbe stato in grado di accettarla.

Una dozzina di Berretti verdi di SOCAFRICA

Due mesi di addestramento ai marines mozambicani. Una dozzina di Berretti verdi agli ordini del colonnello Richard Schmidt, del Comando per le operazione speciali in Africa (SOCAFRICA). Il 15 marzo hanno inaugurato il programma di Formazione Congiunta di Interscambio Combinato (JCET-Joint Combined Exchange Training).

La collaborazione con gli USA potrebbe continuare

Alle Forze armate mozambicane (FADM) sono stati donati anche equipaggiamenti medici e attrezzature per le comunicazioni. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato USA, che vuole restare anonimo, ha affermato al New York Times, che la collaborazione con Maputo potrebbe continuare. Per le FADM potrebbe diventare un aiuto più importante quello che prevede assistenza ai feriti in combattimento, pianificazione e logistica.

berretti verdi addestramento SOCAFRICA
Addestramento SOCAFRICA (Courtesy SOCAFRICA)

Il vantaggio del presidente Nyusi sull’internazionalizzazione del conflitto

Dopo il dossier di Amnesty International che accusa jihadisti, FADM e mercenari di DAG di crimini di guerra, l’arrivo dei militari USA diventa strategico. E porta un grande vantaggio al presidente mozambicano Filipe Nyusi. Nyusi, infatti, ha sempre cercato di far passare la violenza jihadista come proveniente dall’esterno, il che è vero visto che i jihadisti sono anche stranieri. Ma in molti, compreso Josep Borrell, alto rappresentante UE per Esteri, confermano le responsabilità di Maputo per la povertà della popolazione di Cabo Delgado. Una situazione che ha scatenato le rivolte origine della guerra nel Nord del Paese. E anche questo è reale.

Altro vantaggio del presidente mozambicano è l’inserimento di pochi giorni fa nella lista nera USA di ISIS-Mozambico. Ora Al Sunnah è stato confermato come gruppo dedito al terrorismo globale. Questo sposta la bilancia ancora a favore di Maputo. Intanto, la guerra a Cabo Delgado, dall’ottobre 2017, ha causato oltre 2.500 morti, compresi donne e bambini decapitati dai jihadisti, 670 mila sfollati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

 

Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

Mozambico: stop esperti UE nonostante 560mila sfollati per guerra nel nord

 

SADC a guida mozambicana: fermare terrorismo jihadista in Africa Australe

Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

Terrorizzavano il nord, il più colpito dal virus: uccisi in Mozambico 50 jihadisti