Afghanistan: continue violazioni dei diritti umani nel silenzio anche dei militari italiani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2021

Le accuse di torture, lanciate dai detenuti nelle prigioni dell’Afghanistan continuano ad essere numerose e i diritti procedurali dei carcerati sono in gran parte ignorati. Lo afferma l’ultimo rapporto sulla tortura pubblicato nei giorni scorsi dalla missione Onu nel Paese (UNAMA) e dall’Ufficio dei diritti dell’uomo ONU.

La tortura e i maltrattamenti, vietati dalla legge afghana e dal diritto internazionale, continuano nelle strutture delle agenzie governative, tuttavia UNAMA ha registrato una leggera riduzione del numero di accuse rispetto al passato. Il rapporto riassume le conclusioni della sorveglianza ONU sulle persone detenute per accuse relative alla sicurezza o al terrorismo, nel periodo 1°gennaio 2019-31 marzo 2020. Il documento si basa sulle interviste a 656 detenuti. Ovviamente non sono considerate le prigioni dei talebani e degli altri movimenti antigovernativi, vista l’impossibilità di accedervi.

Afghanistan, talebani

E’ fonte di grave preoccupazione, per l’ONU, che oltre il 30 per cento dei carcerati interrogati abbia fornito informazioni credibili sulla tortura e sui maltrattamenti subiti. A quasi la metà dei detenuti dalle forze di sicurezza e dai servizi segreti sono stati sottoposti documenti da firmare di cui non conoscevano il contenuto. L’Onu è preoccupata anche della detenzione in isolamento ed in segreto praticata dalla Direzione Nazionale della Sicurezza (DNS).In quasi tutti i casi i prigionieri non sono stati informati dei loro diritti, non hanno potuto consultare un avvocato o essere sottoposti ad una visita medica prima di essere interrogati, inoltre, in molti casi non hanno potuto contattare i familiari nei giorni successivi all’arresto.

Nell’ex carcere di Bagram (ora denominato Parwan) la detenzione segreta è ancora ampiamente utilizzata, così come la privazione sensoriale, anche per tutta la durata della carcerazione.

Anni fa il presidente Ashraf Ghani Ahmadzai affermava: “Il mio governo non tollera la tortura”. In realtà, come ha scritto Human Right Watch, il rapporto “documenta l’incapacità del governo di attuare le garanzie più elementari contro la tortura e i maltrattamenti in Afghanistan”. Evidentemente l’esecutivo di Kabul ha condotto ben poche inchieste e pochi di quelli accusati sono stati indagati, alimentando la cultura dell’impunità.

Non è una novità, purtroppo, secondo il rapporto 2015-2016 di Amnesty International “la tortura e altri maltrattamenti, così come la detenzione in incommunicado, sono rimasti la norma in tutto il sistema carcerario”, nel successivo rapporto 2017-2018, l’organizzazione confermava la situazione: “In tutto il Paese gli afghani sono a rischio di tortura e di altri maltrattamenti”.

L’uso della tortura da parte di talebani non può essere un alibi per non cambiare le cose.

Ma le violazioni dei più elementari diritti umani nel Paese asiatico sono anche molte altre. I rapporti del Segretario generale dell’Onu, denunciano, da anni, il reclutamento e l’utilizzo di bambini come soldati da parte di vari corpi di sicurezza: la polizia nazionale afghana è stata addestrata dai carabinieri fino alla fine del 2016, nell’ambito di una missione europea; la polizia locale è di fatto una milizia filogovernativa. Anche nel Paese asiatico, sconvolto da un conflitto sempre più totale, che dura da oltre 40 anni, non esistono più luoghi sicuri, mentre donne e bambini diventano obiettivi privilegiati da parte di eserciti e guerriglie.

Torture nelle galere afghane

UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) ha registrato nel solo periodo 2009-19 centomila vittime tra la popolazione civile – di cui 35.000 morti e 65.000 feriti, in maggioranza donne e bambini – per lo più causatE dai guerriglieri, ma anche dalle forze di sicurezza afghane e internazionali. Sempre secondo l’UNAMA, nel 2019 le forze filogovernative hanno provocato circa 1.500 morti e altrettanti feriti, con un notevole incremento sul 2018. “Gli attacchi aerei – c’è scritto – nel 2019 hanno causato 700 morti e 345 feriti fra la popolazione civile, causando il 10 per cento dei decessi  e dei ferimenti di civili”. Concetti quali “guerre umanitarie” o “bombardamenti chirurgici” sono, quindi, parole prive di significato.

Anche gli ultimi dati relativi ai primi nove mesi del 2020 confermano questo trend. Non solo, secondo UNAMA le forze filogovernative hanno ucciso 246 minori e ne hanno feriti 476, per lo più ad opera dell’esercito afghano mentre le forze internazionali ne hanno uccisi 35 e feriti 9. In alcuni casi i militari hanno impedito l’accesso agli aiuti umanitari, moltiplicando le sofferenze di tanti bisognosi. Nel periodo gennaio-settembre 2020 i bombardamenti aerei delle forze internazionali  hanno causato, la morte di 83 civili ed il ferimento di 30 persone.

Un accordo raggiunto con i talebani prevede che gli americani si ritireranno gradualmente dal Paese. L’Italia, pur avendo uno dei contingenti più numerosi, non ha negoziato alcun ritiro.

Un ulteriore contraddizione è costituita dal fatto che il nostro Paese è stato fra i protagonisti dell’adozione in ambito Onu di convenzioni contro l’uso di scuole e ospedali a fini militari. Accordi che, comunque, sono rimasti sulla carta. Per altro il trattato di pace USA-talebani sembra non tutelare i diritti delle donne, che faticosamente si stavano affermando.

Non sembra che davanti a tante sofferenze di innocenti l’Italia abbia sollecitato gli alleati a comportamenti più corretti per evitare le vittime causate dai “danni collaterali” (civili inermi uccisi da droni ed aerei), a condurre indagini sugli abusi commessi, a garantire indennizzi alle vittime e processi equi ai responsabili di tali crimini.

Ma non siamo andati nel Paese asiatico nel 2001 anche per ripristinare i diritti umani? Non è per questo che siamo presenti con un migliaio di soldati, che abbiamo speso molti miliardi di euro per il loro utilizzo e pianto decine di morti? Possibile che salvo rarissime eccezioni nessun politico abbia sollevato il problema? Eppure i rapporti delle Nazioni Unite si susseguono regolarmente nel denunciare i crimini di cui si sono macchiati esercito, polizia afghane e forze internazionali, ma nessun governo, in venti anni, ha chiesto spiegazioni agli alleati.

Non è casuale, quindi, che il Tribunale Penale internazionale (TPI) abbia deciso, nella primavera 2020, di avviare un’indagine sui crimini di diritto internazionale commessi in Afghanistan. Per Amnesty International, si tratta di “una decisione storica con cui il massimo organo di giustizia internazionale, rimediando a un suo terribile errore, si è posto dalla parte delle vittime dei crimini di guerra e di quelli contro l’umanità commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto afgano“.

Pur in presenza di tante violazioni dei diritti umani, il nostro Paese sostiene economicamente le forze di sicurezza e di difesa afghane, con un contributo pari a 120 milioni annui. La decisione assunta nel 2012, in sede NATO, di finanziare il rafforzamento delle forze armate di Kabul non appare eticamente corretta, visto che i fondi sono erogati senza porre alcuna condizione.

In Afghanistan sono stati spesi per la guerra centinaia di miliardi di dollari e solo le briciole di questa enorme somma sono state destinate allo sviluppo. Il Paese è, infatti, agli ultimi posti in tutte le classifiche mondiali dei principali indicatori socioeconomici. Del resto l’economia del Paese si regge, in gran parte, sulla coltivazione del papavero da oppio.

Dopo 20 anni dall’intervento militare italiano andrebbe fatto un esame a consuntivo, che il Parlamento, però, non ha ancora fatto. La domanda fondamentale è quali interessi nazionali abbiamo tutelato, inviando tanti soldati a migliaia di chilometri dall’Italia? Purtroppo una risposta non sembra esserci.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

Vicedirettore di Africa Express, giornalista pubblicista, ha abitato in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.

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