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Abuja rimpatria dall’Arabia centinaia di nigeriani bloccati senza lavoro e soldi

Africa ExPress
28 gennaio 2021

Centinaia di cittadini nigeriani sono rimasti bloccati in Arabia Saudita, molti di loro sono da mesi in un campo perchè senza regolare permesso di soggiorno.

Già lunedì le autorità di Abuja avevano annunciato di cercare una soluzione per i loro concittadini e che colloqui in tal senso sono stati attivati con la controparte saudita. Oggi è finalmente partito il primo volo, domani ne seguirà un altro, per rimpatriare in tutto 802 nigeriani alla volta di Abuja, la capitale della Nigeria.

Nigeria rimpatria centinaia di concittadini dall’Arabia Saudita

Meglio tardi che mai, visto che altri Stati si sono mossi ben prima per dare assistenza ai loro connazionali. Abike Dabiri-Erewa, a capo di Nigerians In Diaspora Commission (NIDCOM) ha dato la colpa del ritardo a problemi causati dalla pandemia e ha espressamente sottolineato che se non si è in possesso di tutti documenti per l’espatrio, è meglio lasciar perdere, perchè anche il rimpatrio si complica così.

Nelle scorse settimane i nigeriani abbandonati nel campo hanno iniziato a postare video sui social network per mostrare le loro condizioni di vita. Solo allora il governo del colosso dell’Africa ha iniziato a affrontare il problema degli espatriati.

Disoccupazione galoppante, due recessioni in soli quattro anni, hanno spinto migliaia di nigeriani a cercare lavoro altrove, ma anche in altri Paesi la situazione attuale è tutt’altro che florida a causa del coronavirus. Le opportunità di lavoro si sono ridotte all’osso ovunque, anche in Arabia Saudita e la chiusura delle frontiere imposta da molti Stati per arginare i contagi, ha bloccato molti stranieri, ormai senza soldi e con i permessi scaduti.

Ora il loro calvario è quasi terminato. Dopo il tampone, che sarà fatto appena scesi dall’aereo, dovranno restare quindici giorni in quarantena prima di raggiungere le proprie famiglie.

Secondo l’ONU, oltre 2,7 milioni di migranti sono bloccati in molti Paesi a causa della pandemia, nell’impossibilità di continuare il proprio viaggio o di poter tornare a casa.

Africa ExPress
@africexp

Arabia Saudita, i lager infernali dove sono detenuti i migranti etiopi

In Camerun devastazione delle foreste: Cina e Vietnam continuano i tagli illegali

Africa ExPress
27 gennaio 2021

In Camerun si sta consumando un vero e proprio disastro ecologico: una deforestazione su ampia scala della quale sono responsabili soprattutto società cinesi e vietnamite.

Il talì, un albero che raggiunge anche i 40 metri di altezza, non ha un legno particolarmente pregiato, ma da qualche anno l’erythrophleum ivorense, è questo il suo nome scientifico, è molto apprezzato dai vietnamiti e viene utilizzato per la costruzione di templi. L’industria del legno è in forte espansione in Vietnam e il Camerun è il suo principale fornitore.

Deforestazione in Camerun

Gran parte di questo commercio passa attraverso canali illeciti e puzza di corruzione. Lo si evince da un recente rapporto dal titolo: “Legno rubato, templi sudici“, pubblicato alla fine del 2020, dopo tre anni di indagini, da due organizzazioni non governative, la  statunitense Environmental Investigation Agency e la camerunese Centre pour l’Environnement et le Développement (CED), .

Il talì non è il solo albero a lasciare i porti di Duala e Kribi (città nel sud del Paese). Tra gli arbusti preferiti dai commercianti di legname c’è anche il doussiè – classificato come pianta vulnerabile e inserita nella lista rossa dall’Unione Internazionale per la conservazione della Natura (UICN) – che viene utilizzato per la fabbricazione di mobili. E il Vietnam sta diventando il massimo concorrente della Cina in questo settore.

Secondo i registri della società che gestisce le foreste del Camerun, filiale della multinazionale francese Bolloré transport et logistique che controlla il terminal portuale, nel 2018 i cinesi hanno acquistato il 63 per cento dei tronchi, i vietnamiti, invece, il 30 e l’Europa meno del 10 per cento.

Gli imprenditori vietnamiti non sono i soli ad aver approfittato delle falle nel sistema legislativo forestale camerunense; loro hanno semplicemente capito che tutto si ottiene distribuendo un po’ di soldi qua e là. E un diplomatico accreditato a Yaoundé ha apostrofato il ministero delle Foreste come “Dicastero complice di un disastro ecologico”.

I vietnamiti hanno trovato un modus operandi tutto particolare. Non godono di alcuna concessione che lo Stato concede solitamente a privati per la gestione delle foreste. Le società vietnamite generalmente non sono altro che discrete attività commerciali che riciclano gli arbusti provenienti dal disboscamento “illegale” grazie a piccoli permessi rilasciati al di fuori delle grandi licenze.

Queste autorizzazioni valide tre anni, chiamate in gergo “vendite al taglio“, sono le più richieste, poiché possono sfruttare una superficie di 2.500 ettari, ma in pratica aprono la strada a una deforestazione senza limiti. Il governo si era impegnato di abolire a più riprese questo tipo di licenze che, tuttavia, continuano a essere emesse.

Grazie a testimonianze raccolte, la ONG statunitense è riuscita a dimostrare che i commercianti vietnamiti  riescono a esibire documenti falsi per il trasporto e l’esportazione del legname. Marcatura fraudolenta dei tronchi, nonchè la creazione di piccole segherie mobili per una trasformazione grossolana del legname acquistato illegalmente, sono pratiche correnti.

erythrophleum ivorense

Manca la volontà politica per bloccare la devastante deforestazione. Lo si evince dal fatto che i Paesi protagonisti della deforestazione in Camerun si erano impegnati a ripensare i metodi del proprio commercio di legname nel quadro di una collaborazione con l’Unione Europea. Nello specifico, erano già stati versati contributi di diverse decine di milioni di euro per sostenere l’amministrazione forestale camerunense e gli operatori del settore. Obbiettivo operare in un ambito di legalità e mettendo anche a punto procedure che contemplassero la rintracciabilità del legname destinato all’esportazione. Ma niente di tutto ciò si è realizzato.

Africa ExPress
@africexp

 

Top Secret: Air Force sperimenta in Paese africano sistema a microonde anti-droni

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
26 gennaio 2020

L’Aeronautica militare degli Stati Uniti in missione in un Paese top secret del continente africano per sperimentare una nuova arma a microonde. “L’US Air Force sta testando in Africa il prototipo di un sistema a microonde anti-droni in uno scenario il più possibile realista”, ha riferito il capo del team di ricerca scientifica dell’Aeronautica militare americana, Richard Joseph. “Abbiamo trasferito recentemente in Africa questo sistema sperimentale in grado di abbattere e distruggere le operazioni di droni e sciami di droni e difendere le basi militari. Il sistema a microonde è stato testato in modo intensivo e avendo osservato di persona la sua azione posso dire di essere rimasto davvero impressionato”.

“Thor” è il nome dell’arma supersegreta per le guerre globali del terzo millennio, proprio come la divinità germanica del tuono e della tempesta, acronimo di Tactical High-Power Microwave Operational Responder. E’ stato progettato dai laboratori di ricerca della base aerea di Kirtland (New Mexico) per abbattere in volo singoli velivoli a pilotaggio remoto, anche di piccole dimensioni, oppure sciami di droni indirizzati contro basi o aeroporti militari. “Il sistema è in grado di colpire il bersaglio con un potente raggio a microonde che causa un contro-effetto elettronico”, riporta il sito specializzato in campo militare, Breaking Defense. “Quando viene intercettato un obiettivo, l’arma spara un fascio d’energia in modo silenzioso in un nanosecondo e l’impatto è istantaneo”.

Tactical High-Power Microwave Operational Responder (THOR)

Il “Thor” può essere facilmente trasportato all’interno di un container a bordo di un velivolo da trasporto come il C-130 “Hercules” e dispiegato operativamente da soli due militari in meno di tre ore. “Prevediamo di usarlo principalmente nelle nostre basi operative all’estero, ad esempio in Medio Oriente, e a protezione di un attacco globale o di una base nucleare”, ha spiegato a Breaking Defense il responsabile del Laboratorio di Ricerca dell’US Air Force, Kelly Hammett. “Abbiamo sviluppato quest’arma ad alta potenza per coloro che vorrebbero usare sciami di droni contro le forze armate o le installazioni USA, qui come all’estero, così ci penseranno due volte prima di agire”.

Per le attività di ricerca e sviluppo del Tactical High-Power Microwave Operational Responder il Pentagono ha investito oltre 15 milioni di dollari. Alla realizzazione del nuovo sistema a microonde hanno collaborato alcune importanti aziende del comparto industriale aero-spaziale militare internazionale, come la britannica BAE Systems, l’australiana Verus e la statunitense Leidos. I primi test del “Thor” sono stati avviati in New Mexico nel 2019 e a fine 2020 il sistema microonde è stato trasferito in Africa per le prove definitive che ne certificheranno la piena operatività, sancendo contestualmente la trasformazione del continente nero in uno sterminato laboratorio per la sperimentazione di nuovi e terribili sistemi di distruzione dell’uomo e dell’ambiente.

“Thor” non è l’unica arma ad “energia diretta” in via di produzione da parte delle forze armate USA. L’Ufficio per la pianificazione strategica, lo sviluppo e la sperimentazione dell’Aeronautica militare ha reso noto infatti di aver avviato i test del laser ad “alta energia” (HELWS) e del prototipo di un secondo sistema a microonde ad “alta potenza” (PHASER), entrambi prodotti dal colosso industriale statunitense Raytheon.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Rifiuti ospedalieri italiani sbarcano in Tunisia: probabile vasto giro di corruzione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 gennaio 2021

L’Italia invia rifiuti tossici in Tunisia. La notizia risale alla scorsa estate e allora aveva riempito le cronache locali, quando gli agenti della dogana del porto di Sousse, nell’est del Paese, hanno reso pubblico di aver messo le mani su oltre 300 container dal dubbio contenuto provenienti dalla Campania.

Settanta container con 120 tonnellate di rifiuti ospedalieri sono stati sequestrati immediatamente, altri  212 poco dopo. In seguito è iniziata una diatriba tra il ministero dell’Ambiente e l’autorità doganale; ognuno cercava di dare la responsabilità all’altro per questo losco traffico. E ovviamente ora si teme che dietro ci sia un vasto giro di corruzione.

Rifiuti italiani sbarcano in Tunisia

Il commercio di tali materiali è vietato da vari trattati internazionali. Tra l’altro dalla Convenzione di Bamako (Mali), del 1991 – firmatari tutti gli Stati dell’Unione Africana –  che vieta l’importazione di rifiuti tossici e/o pericolosi nel continente.

E per finire, dopo mesi e mesi di discussioni più o meno accese, poco prima di Natale sono cadute le prime teste, tra questi anche nomi eccelsi, come Mustapha Aroui, l’ex ministro dell’Ambiente in persona. Domenica 20 dicembre Aroui è stato silurato senza alcuna spiegazione ufficiale dal capo del governo di Tunisi, Hichem Mechichi.  Fonti ben informate hanno rivelato all’agenzia France Presse che al ministro è stato dato il benservito a causa della faccenda dei rifiuti italiani.

Il giorno seguente i giudici del Tribunale di prima grado di Sousse hanno spiccato mandati d’arresto per ben 23 persone. Tra questi l’ex ministro, alcuni alti funzionari del suo dicastero, nomi eccellenti dell’autorità doganale tunisina, nonché un direttore dell’Agenzia nazionale per il riciclaggio dei rifiuti (ANGED).

La questione comincia a complicarsi quando si scopre che SOREPLAST, un’impresa tunisina attiva nel riciclaggio di rifiuti, aveva rilasciato false dichiarazioni circa il contenuto dei container. La società aveva chiesto un’autorizzazione per l’importazione temporanea di imballaggi di plastica di rifiuti industriali non pericolosi che dovevano essere riciclati nel Paese per poi essere imbarcati verso un altro Paese europeo.

Purtroppo il contratto stipulato con una società italiana era ben diverso:  prevedeva il recupero dell’immondizia da parte di Soreplast e della sua eliminazione in Tunisia.

La ditta italiana, Sviluppo Risorse Ambientali Srl, con sede a nord di Napoli, risulta irraggiungibile, come il direttore della controparte tunisina, sul quale pende ora un mandato d’arresto.

AFP ha avuto copia dei documenti e da questi si evince che SOREPLAST avrebbe dovuto eliminare al massimo 120.000 tonnellate di rifiuti al prezzo di 48 euro per tonnellata, vale a dire per un totale non superiore di 5 milioni di euro.

Un responsabile delle dogane di Sousse ha detto che l’8 luglio le autorità tunisine avevano deciso di rinviare il carico in Italia, ma a tutt’oggi giace ancora nel porto del Paese nordafricano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

NYT: in Egitto manca ossigeno malati covid morti in ospedale, governo nega

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
24 gennaio 2021

Almeno sei pazienti colpiti dal covid-19, ma probabilmente molti di più, sono morti per mancanza di ossigeno. Realtà negata dalle autorità egiziane che non hanno voluto ammettere i mortali incidenti. Di quattro decessi le rivelazioni del New York Times, il 18 gennaio con un servizio, mostrando ciò che le autorità non hanno voluto dichiarare.

tentativo di rianimazione paziente covid egitto
Tentativo di rianimazione di un paziente covid al Al-Husseiniya Central Hospital, Egitto

Il video virale sui social

Grazie a un video, diventato virale, girato dal nipote di una paziente deceduta è venuta a galla la verità scomoda su quanto successo all’inizio di gennaio al Al-Husseiniya Central Hospital, 135km a nord-est del Cairo. Grazie ai social network il caso ha fatto il giro del mondo, soprattutto nei Paesi arabi.

Urlo di disperazione dalle finestre dell’ospedale

Secondo il NYT tutto è iniziato quando, nella serata del 2 gennaio, dalle finestre dell’ospedale si è sentita la disperazione di un’infermiera. Gridava che i pazienti colpiti da Covid nella terapia intensiva stavano boccheggiando. Un uomo, Ahmed Nafei, che aveva la zia 62enne ricoverata è immediatamente salito nel reparto.

Ha trovato la parente morta e, con il suo smartphone, con rabbia ed emozione ha filmato la terribile situazione. Il personale sanitario cercava disperatamente di rianimare i pazienti con il ventilatore manuale. I monitor emettevano un segnale di allerta a causa della mancanza di ossigeno sceso sotto il due per cento. Si vede un’infermiera in crisi nervosa rannicchiata in un angolo. Il video di 47 secondi è stato postato su Facebook e ripreso dal NYT e dai media di tutto il mondo.

Ministro egiziano della Salute: “rumors dei Fratelli musulmani”

Hala Zayed, ministro egiziano della Salute, ha dichiarato che i pazienti non sono morti per mancanza di ossigeno accusando la Fratelli musulmani di divulgare “rumors”. Ma poi, a causa delle decine di migliaia di critiche sui social, ha ammesso che negli ospedali c’è una crisi di ossigeno.

Anche il direttore dell’ospedale aveva preso le posizioni del ministro affermando che pazienti erano morti per cause naturali, vecchiaia o altre malattie croniche. Affermazioni smentite dal personale sanitario.

Un medico smentisce dichiarazioni ufficiali

Un medico dell’ospedale, che ha voluto restare anonimo ha detto al NYT: “Non abbiamo intenzione di seppellire la testa nella sabbia e fingere che sia tutto a posto. Il mondo intero può ammettere che c’è un problema, ma non noi.”

Oltre che Facebook, anche Twitter ha reso virale la notizia. “La triste foto di un’infermiera nell’angolo di una stanza del reparto di terapia intensiva dell’ospedale centrale Al-Husseiniya, Egitto – si legge nel tweet – dopo la mancanza di ossigeno per i pazienti Covid per loro non c’è più nulla da fare”.

Gli agenti di sicurezza però hanno fermato e interrogato Nafei, autore del video. È stato accusato di aver violato le regole che vietano visite e riprese all’interno degli ospedali.

Caso simile anche in altro ospedale egiziano

Il filmato, aggiunto ad altri, è stato pubblicato anche dal Middle East Eye. Denuncia un caso simile al Zefta General Hospital, 90 km a sud del Cairo. Ha postato il video su Facebook collezionando quasi 1,5 milioni di visualizzazioni. Tra i 1400 commenti al video se ne leggono molti estremamente critici verso il sistema sanitario del governo militare del generale Al-Sisi. I social network hanno aggirato la censura egiziana.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

Egitto: diritti umani violati? Macron assegna la Legion d’Onore ad al Sisi

Al diavolo Regeni e i diritti umani: l’Eni fa nuovi affari milionari con l’Egitto

Il miliardario Elon Musk: piramidi costruite dagli alieni. Egitto risponde: allucinazioni

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

“Scordatevi di Giulio Regeni”: Egitto e Italia uniti nella strategia dell’oblio

Egitto, 4 giornalisti arrestati e rilasciati. Avevano scritto (male) sul figlio del presidente

Egitto, torna su piazza Tharir: “Via al Sisi e il suo regime corrotto

Centrafrica nel caos: stato di emergenza, violenze, nuovo esodo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 gennaio 2021

La Corte suprema centrafricana ha confermato la vittoria di Faustin-Archange Touadera lunedì scorso e i giudici hanno respinto tutti i ricorsi presentati dall’opposizione, che aveva denunciato frodi  massicce. Il neo proclamato capo di Stato, al suo secondo mandato, deve affrontare i problemi di sempre, in particolare quello della sicurezza, che sta precipitando di ora in ora.

Giovedì scorso il governo di Bangui ha dichiarato lo stato di emergenza fino al 4 febbraio. Vaste zone del Paese sono ancora sotto il controllo dei miliziani.

 

Gruppi armati in Centrafrica

 

Già prima della tornata elettorale, per combattere l’amministrazione e Touadera sei dei più importanti gruppi armati si sono alleati, formando la Coalition des patriotes pour le changement (CPC). Da allora hanno attaccato più volte postazioni governative lontani dalla capitale Bangui, che però il 13 gennaio hanno tentato di assaltare. Gli aggressori sono stati respinti dai militari della MINUSCA, (Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana) presenti sul territorio con 11.650 soldati e 2.080 agenti di polizia.

E visto il grave contesto di insicurezza in tutto il Paese, Mankeur Ndiaye rappresentante del segretario generale dell’ONU in Centrafrica, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di approvare quanto prima l’invio di altri caschi blu per poter contrastare con maggiore determinazione la nuova ondata di violenze.

Gli operatori umanitari hanno difficoltà a portare aiuti alla popolazione per le incessanti aggressioni della nuova coalizione. A Bangassou, città sulle rive del fiume Mbomou nel sud-est del Paese, i cooperanti delle ONG hanno dovuto abbandonare gli uffici e rifugiarsi nella base di MINUSCA. Anche molti residenti sono scappati, alcuni in campi improvvisati per sfollati, altri hanno attraversato il fiume verso la Repubblica Democratica del Congo.

Oltre 60.000 centrafricani hanno lasciato le proprie abitazioni negli ultimi mesi. L’UNHCR ha fatto sapere che la maggior parte dei rifugiati cercano protezione in Congo-K, altri in Camerun e Ciad e qualcuno anche nel Congo-Brazzaville. Fuggono non solo dalle incessanti aggressioni dei gruppi armati, temono anche i combattimenti tra miliziani ed esrecito  e loro alleati. Molti fuggitivi raccontano di aver subito abusi ed estorsioni da membri dell’opposizione armata.

Crisi umanitaria in Centrafrica

Molti scappano per la seconda volte.  Erano già partiti nel 2013, all’inizio del conflitto interno e dopo  qualche anno erano rientrati.

Hamdi Bukhari, rappresentante di UNHCR in Centrafrica ha spiegato che la situazione generale nel Paese è assai peggiorata, la gente è impaurita e scappa. Ma oltre a questo, molti hanno subito violenze e vessazioni. Basti pensare che alcuni hanno perso un orecchio, uno o due dita, tagliati di netto dai miliziani, solo per aver votato. Altri, impiegati dei amministrazioni locali,  sono stati oggetto di rappresaglie. Per non parlare delle donne, soggette a continui abusi sessuali.

Cornelia I, Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mosca alla conquista della Repubblica Centrafricana regala armi e blindati

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Etiopia: vendette, fame e stupri come arma da guerra nel Tigray

Africa ExPress
23 gennaio 2021

Da quando mondo è mondo stupri, violenze sessuali e fame sono vere e proprie armi da guerra. E succede anche oggi, nel 2021, nel Tigray. Pamela Patten, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, per le violenze sessuali nei conflitti, è davvero indignata per quanto accade nel Tigray, dove, dal 4 novembre 2020, si sta consumando un violento conflitto tra le forze governative etiopiche e i “ribelli” del TPLF (acronimo inglese per Tigray People’s Liberation Front).

 

ONU denuncia abusi sessuali nel Tigray

La Patten ha chiesto a tutte le parti coinvolte nella guerra di vietare tassativamente  stupri, aggressioni a sfondo sessuale e di mettere fine quanto prima a tutte le ostilità. Le notizie giunte sul tavolo della rappresentante speciale sono a dir poco agghiaccianti. Soprattutto a Makallé, il capoluogo del Tigray si consumano violenze sessuali di ogni genere e è davvero allarmante il fatto che persino membri della stessa famiglia con minacce sono costretti a abusare dei propri congiunti. E non solo, approfittando della penuria di cibo e di beni di prima necessità, i militari obbligano le donne a concedere loro favori sessuali in cambio di prodotti essenziali per sopravvivere.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace 2019. Nelle foto, scattata pochi giorni prima di scatenare le ostilità in Tigray, sta leggendo il libro “Guerra e pace”

E i pochi ospedali aperti hanno confermato un incremento notevole di richieste di contraccettivi d’urgenza e test per malattie sessualmente trasmissibili (MST). Due segnali importanti, indici di violenze sessuali.

Tolleranza zero per tutti questi crimini e concessione immediata dei permessi di accesso totale agli operatori umanitari e ai difensori dei diritti umani, sono le richieste avanzate dalla rappresentante dell’ONU.  E OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha confermato che, malgrado ben due accordi stipulati con il governo etiopico, è davvero ancora difficile far passare i convogli. Almeno un terzo delle richieste vengono bocciate, e si deve sottostare a lunghe trafile di inutile attesa per ottenere pochi lasciapassare. Poi, una volta sul campo, i camion con inutili pretesti vengono spesso fermati dai militari di stanza in Tigray.

Africa ExPress
@africexp

Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

 

Ucciso l’ex braccio destro di Melles, la guerra in Tigray destabilizza il Corno d’Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 gennaio 2020

Antony Blinken, il neo segretario di Stato USA del governo di Joe Biden, ha detto di essere estremamente preoccupato per la guerra e le atrocità che si stanno consumando in Tigray e non esclude la possibilità di nominare presto un inviato speciale, poichè teme che il conflitto possa destabilizzare tutto il Corno d’Africa.

Antony Blinken, Segretario di Stato USA

Guerra e violenze continuano, eppure il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, ha annunciato la vittoria militare contro i ribelli del Tigray da tempo.  Il conflitto è iniziato il 4 novembre 2020 tra le truppe federali e Tigray People’s Liberation Front (TPLF).  Peccato che a fare le spese delle atrocità sia soprattutto la popolazione. Migliaia di civili sono morti, decine e decine di migliaia hanno abbandonato le proprie case. Il numero di rifugiati in Sudan supera le cifra di 55mila, altri sono sfollati.

E la mattanza continua senza sosta. Martedì a Makallè, il capoluogo del Tigray, è stato ucciso un giornalista insieme a un suo amico . I loro corpi sono stati ritrovati ieri mattina nella macchina sulla quale viaggiavano. Il giornalista, Dawit Kebede, lavorava per la TV locale di Stato del Tigray, mentre l’amico, Bereket Berhe, era il fratello di un collega. Non è chiaro il motivo della loro uccisione. Kahsay Biru, direttore di Tigray Mass Media Agency, ha detto che Dawit sarebbe stato fermato venerdì scorso dalla polizia. Dopo il suo rilascio, passate poche ore, gli era stato chiesto di ripresentarsi al commissariato lunedì mattina. L’anno scorso sono stati arrestati 13 giornalisti in Etiopia, sette tra questi nel mese di novembre.

The Church Times, autorevole settimanale anglicano indipendente con sede a Londra,  ha ripreso qualche giorno fa la notizia del massacro che si sarebbe consumato a Aksum, nella chiesa ortodossa di Nostra Signora Maria di Sion. Secondo la tradizione vi sarebbe custodita l’arca dell’Alleanza, la cassa di legno con coperchio d’oro contenente le Tavole dei dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè sul monte Sinai.

Aksum, Tigray, Chiesa di Nostra Signora Maria di Sion

Centinaia di persone si sarebbero nascoste nel luogo di culto per sfuggire ai combattimenti che si stavano consumando nella città. La notizia è stata lanciata da EEPA, (acronimo per European External Programme with Africa) una ONG con sede in Belgio, il 9 gennaio. Sebbene l’area sia terreno off limits per i giornalisti, da alcuni rapporti emerge che nella zona si sono svolti diversi sanguinosi combattimenti. Secondo il rapporto di EEPA sarebbero state uccise ben 750 persone. Finora la mattanza non è stata confermata da altra fonte. Nell’aggiornamento odierno EEPA cita una testimone oculare americana, presente a Aksum all’inizio di novembre 2020, già alcuni giorni prima dell’inizio del conflitto. In base al racconto della cittadina statunitense, la città sarebbe stata invasa da migliaia di soldati eritrei che sparavano su chiunque fosse sotto tiro, persino su soldati etiopici, sacerdoti, contadini.

Un altro fatto che ha trovato poco spazio nella stampa internazionale è l’uccisione dell’ ex ministro degli esteri, il 71enne Seyoum Mesfin. L’anziano politico aveva ricoperto la carica per ben 19 anni, dal 1991 al 2010, e, insieme alla controparte eritrea, Haile Woldetensae, aveva firmato il trattato di pace del 2000 per porre fine alla guerra tra i due Paesi. Seyoum è stato uno dei fondatori del TPLF e è stato ammazzato insieme a altri due membri della formazione politica, perché si erano rifiutati di arrendersi alle truppe federali. Altri 5 esponenti del raggruppamento sono stati arrestati. La notizia è stata confermata dalle autorità etiopiche.

Ora entrambi i firmatari del trattato di Algeri sono morti. L’eritreo Haile Woldetensae, detto Duro, è deceduto malato e cieco in una delle luride galere del regime di Asmara due anni fa. Era stato imprigionati insieme a altri dissidenti nel lontano 2001.

Seyoum Mesfin, ex ministro degli Esteri etiopico

Pochi giorni fa è emerso che anche soldati somali stanno combattendo accanto alle truppe federali etiopiche nel Tigray e sembra che molti di loro siano morti durante gli scontri. Secondo l’ex vicedirettore dei servizi segreti somali, Abdisalan Yusuf Guled, centinaia di giovani militari si trovavano in Eritrea da mesi per un corso di addestramento. Da allora i giovani non sono più ritornati nel Paese e le famiglie hanno iniziato a preoccuparsi. Ovviamente sia Mogadiscio che Addis Ababa negano il coinvolgimento di militari somali nel Tigray.

Qualche giorno fa lo staff di UNHCR è finalmente riuscito a raggiungere i campi per rifugiati Mai Aini e Adi Harush, dove vivono decine di migliaia di eritrei. Negli ultimi due mesi i residenti hanno ricevuto una sola volta aiuti alimentari da World Food Programme (WFP). Fortunatamente questi due campi non sono stati direttamente coinvolti  nel conflitto, ma gli abitanti hanno raccontato al team di UNHCR  di essere stati  minacciati e perseguitati da diversi gruppi armati. I profughi sono impauriti, perché i persecutori arrivano di notte per rubare e saccheggiare i loro pochi averi.

Gli operatori umanitari di UNHCR hanno confermato che a tutt’oggi non hanno accesso agli altri due campi che ospitano rifugiati eritrei in Etiopia. Shimelba e Hitsats sono ancora isolati. In base a un rapporto dell’Alto Commissario per i Rifugiati della scorsa settimana, i due insediamenti sarebbero stati gravemente danneggiati. Molti profughi sarebbero scappati in cerca di sicurezza e cibo. Quasi 5 mila si troverebbero ora nella città di Shire, dove sono costretti a vivere per strada, senza cibo né acqua.

Il direttore di Action Against Hunger’s (AAH) per l’Etiopia, Panos Navrozidis, ha detto che molte zone del Tigray restano ancora irraggiungibili, in particolare le zone rurali, dove molte persone si sono rifugiate per paura degli attacchi nei grandi centri abitati. “Il Tigray centrale è ancora un grande buco nero, in quanto le organizzazioni umanitarie sono autorizzate solamente a operare in alcune città”, ha sottolineato Navrozidis.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: tragedia umanitaria nel Tigray senza cibo né protezione sanitaria

Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

Etiopia bloccata: sempre più difficile verificare cosa accade nel Tigray

 

 

Ambasciatrice USA a Kampala accusata di sovversione: voleva incontrare Bobi Wine

Africa ExPress
20 gennaio 2021

Bobi Wine, ex candidato alla presidenza, è agli arresti domiciliari dal 14 gennaio, quando, appena tornato dal seggio dove aveva appena votato, ha trovato la sua abitazione circondata dai militari.

L’ambasciatrice degli Stati Uniti, Natalie E. Brown, accreditata a Kampala dallo scorso novembre, non ha potuto incontrare l’oppositore del regime, Bobi Wine. Una volta arrivata davanti al cancello della sua abitazione, la donna è stata bloccata dalle forze di sicurezza che le hanno intimato di andarsene.

Bobi Wine, oppositore di Museveni, agli arresti domiciliari

Le autorità ugandesi hanno accusato  gli Stati Uniti di interferenze post elettorali. La Brown – diplomatico esperto, che prima della sua nomina come ambasciatrice in Uganda è stata Chargé d’Affaire ad Asmara, la capitale dell’Eritrea – sul suo account facebook ha fatto sapere che voleva solamente accertarsi delle condizioni di Bobi Wine, all’anagrafe  Robert Kyagulanyi L’ex popstar si era lamentato di non avere sufficiente cibo in casa.

Ovviamente l’interesse della Brown per la salute del maggiore oppositore del regime al potere è stato fortemente criticato e il portavoce del governo, Ofwono Opondo, ha intimato all’ambasciatrice di rispettare le regole diplomatiche.

Va precisato che dal suo arrivo a Kampala, la Brown ha criticato più volte il comportamento del potere nei confronti degli avversari politici durante la campagna elettorale e non ha nemmeno apprezzato gli arresti domiciliari ai quali è sottoposto Wine, anche se Kampala sostiene che tale misura sia stata applicata esclusivamente per la sua protezione personale.

Dalle pagine di un giornale che sostiene il governo, il portavoce ha sostenuto che le critiche della Brown sono infondate e che in materia di democrazia l’Uganda non ha bisogno di lezioni da Washington.

Yoweri Museveni, rieletto presidente per la VI volta

Yoweni Museveni ha vinto le presidenziali per la sesta volta con il 59 per cento delle preferenze, mentre il suo maggiore avversario, Wine, si è fermato al 35 per cento.

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Bloccare la desertificazione: 14 miliardi di dollari per la Grande Muraglia Verde

Africa ExPress
19 gennaio 2020

A margine della quarta edizione del One Planet Summit, organizzato dietro iniziativa della Francia in collaborazione con le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo finanziamento di 14 miliardi di dollari per la realizzazione della Grande Muraglia Verde.

L’ambizioso progetto prevede la creazione di una cintura verde di almeno 100 milioni di ettari che, entro il 2030 dovrebbe attraversare quasi tutta  l’Africa, dal Senegal  a Gibuti e mira a dare nuova vita a terre degradate e  bloccare la desertificazione.  L’iniziativa è nata nel lontano 2002 e è stata lanciata nel 2007. E da allora ha migliorata la vita delle persone nelle aree già recuperate.

L’ecologista senegalese, Haïdar El Ali, tra i maggiori esperti mondiali in materia, e direttore generale dell’Agenzia di riforestazione del Senegal e della Grande Muraglia Verde, ha spiegato che è necessario intervenire con la massima urgenza. In occasione di un recente sopralluogo nel nord del Paese ha constatato che lo stato della natura necessita interventi immediati.

In Senegal il progetto dovrebbe coprire una superficie di 500 chilometri di lunghezza, dall’Oceano Atliantico verso est, e 100 di larghezza.

Haïdar El Ali si è lamentato che molte ONG coinvolte nel progetto ricevono parecchi finanziamenti, ma invece di investirli sul campo, organizzano seminari, ricerche e altro. “Da quando sono stato nominato direttore generale non ho mai potuto avere accesso ai fondi. Vogliamo creare una banca dei semi di tutte le specie di alberi che si adattano sia alle zone del nord che a quelle del sud”.

Nel Burkina Faso, che fa parte del progetto della Grande Muraglia Verde, sono già stati messi in sicurezza 30.000 ettari di terreno su un totale di 2 milioni, ma il Paese si è impegnato per un recupero di 5 milioni di ettari entro il 2030. I lavori di recupero sono in ritardo, anche per l’insicurezza che vige in alcune zone. Un problema comune a altri Stati della regione.

Progetto Grande Muraglia Verde

La promessa del finanziamento di 14 miliardi di dollari entro il 2025 per la realizzazione della Grande Muraglia Verde è stata fatta per lo più da grandi istituzione come l’Unione Europea, la Banca Mondiale e la Banca Africana per lo Sviluppo, anche l’Istituzione finanziaria panafricana dovrebbe donare 6,5 milioni di dollari.

Il tempo stringe, il 2030 non è poi così lontano e entro tale data dovrebbero essere recuperati 100 milioni di ettari di terreno; finora sono stati sistemati solo 4 milioni di ettari.

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Il premio per l’ambiente a un contadino burkinabè che lotta contro la desertificazione