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Alla faccia di Regeni/Minniti-Gabrielli-Alfano: le relazioni pericolose con la polizia di Al-Sisi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
8 marzo 2021

8 agosto 2017. Il ministro dell’Interno in carica, Marco Minniti (Pd) inviava alle due Camere la relazione sulle spese sostenute dal suo dicastero nell’anno 2016. Alcuni importanti passaggi erano riservati all’Egitto del dittatore Abdel Fattah al-Sisi, paese con cui l’Italia aveva rafforzato la partnership nel settore della sicurezza e della lotta all’immigrazione illegale, nonostante le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia del Paese nordafricano. “Per assicurare rapporti di diretta collaborazione, anche operativa, con gli Stati terzi di particolare interesse migratorio – scriveva Minniti – sono state aperte, negli anni, posizioni di Esperti per l’Immigrazione presso le sedi di Ambasciate italiane in Libia, Turchia, Tunisia ed Egitto . In particolare, nel 2016, allo scopo di conferire maggiore efficacia all’azione investigativa finalizzata al contrasto delle reti criminali dedite al traffico di migranti via mare – aggiungeva l’allora ministro – , sono state sviluppate forme di collaborazione operativa con le competenti autorità di polizia dell’Egitto e della Turchia. Il rafforzamento della collaborazione ha riguardato anche il settore della prevenzione e lotta al terrorismo, con un’attenzione particolare al preoccupante fenomeno dei c.d. foreignterrorist fighters (FTF)”.

Marco Minniti, ex ministro degli Interni

Soffermandosi sulla cooperazione tra Italia e l’Egitto, Marco Minniti riferiva che nel 2016 erano stati organizzati “dieci corsi in diversi Istituti di Istruzione della Polizia di Stato”. “Per quanto riguarda le forniture – aggiungeva Minniti – nel luglio 2016 sono stati avviati, presso lo stabilimento di Frosinone dell’Agusta Westland (Leonardo), i lavori di ripristino sul primo di quattro elicotteri in disuso, la cui donazione era stata promessa all’Egitto, nel 2012, dal Capo della Polizia pro tempore”.

Nel novembre del 2016, la Polizia italiana aveva consegnato al Ministero dell’Interno egiziano pure 250 desktop, 250 monitor, 250 notebook e 250 stampanti. Nessun accenno invece, da parte di Minniti, a quanto accaduto al Cairo il 25 gennaio 2016, quando un gruppo armato aveva sequestrato e assassinato il ricercatore italiano Giulio Regeni.

In quel maledetto 2016 l’Italia si era macchiata della deportazione in Egitto manu militari di centinaia di migranti, utilizzando un vecchio accordo di cooperazione bilaterale contro il terrorismo e l’immigrazione irregolare. Inoltre il Dipartimento della Polizia di Stato aveva consegnato alle forze di sicurezza del generale al-Sisi “venti apparati Phone Forensic Express completi di connection kit” e aveva pure coperto le spese per la manutenzione del Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (Afis) utilizzato dagli egiziani per identificare e bloccare i flussi “illegali” di migranti. Roma aveva acquistato il Sistema Afis nel 2006 dalla filiale milanese della multinazionale Hewlett Packard per 5,2 milioni di euro, consegnandolo alla Polizia egiziana e facendosi anche carico della sua manutenzione annuale (il giornalista Duccio Facchini di Altreconomia ha rilevato che la manutenzione è stata rifinanziata dal Ministero dell’Interno sino al 2019 con quasi 500 mila euro l’anno perché di “carattere prioritario per la sicurezza nazionale”).

Per quasi tutto il 2016 Marco Minniti aveva svolto il ruolo di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti (incarico ricoperto sin dal 17 maggio 2013 con i governi Letta e Renzi) e solo a fine dicembre con l’ingresso a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni, Minniti era promosso a ministro dell’Interno, succedendo ad Angelino Alfano (neoministro degli Esteri). Nonostante il cambio alla guida del Viminale, i rapporti privilegiati con il Cairo non mutavano. Nella relazione alle Camere sulle attività chiave del 2017, il Ministero dell’Interno confermava infatti la fornitura all’Egitto dei quattro elicotteri dismessi dalla Polizia di Stato “previa rimessa in efficienza a cura dell’Agusta Westland e relativo addestramento del personale pilota e tecnico egiziano per il c.d. passaggiomacchina”. Il primo elicottero, aggiungeva il Ministero “è stato collaudato nel mese di gennaio 2018 ed è quindi pronto per la consegna”.

“Nel 2017 è stata realizzata un’importante offerta formativa finanziata con i fondi di questa Direzione Centrale, consistente nell’erogazione di 23 corsi in vari settori della sicurezza (dalla formazione specialistica presso il NOCS ai corsi presso le principali Scuole di Polizia italiane – Cesena, Brescia, Spinaceto, Abbasanta, Pescara) a favore di Egitto, Tunisia, Libia, Gambia, e Nigeria”, specificava ancora la relazione annuale.

“E’ stato chiesto un finanziamento all’UE per il progetto di durata biennale ITEPA (Project – International Training at Egyptian Police Academy) per la realizzazione, presso l’Accademia di polizia del Cairo, di un Centro internazionale di formazione specialistica nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori misti, destinato all’erogazione di tre corsi l’anno per un totale di 360 operatori di polizia provenienti da ben 22 Paesi africani”. L’iniziativa era frutto di un protocollo tecnico siglato a Roma il 13 settembre 2017 tra l’allora Capo dell’Accademia di Polizia egiziana ed il prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere da meno di due mesi. Secondo l’accordo, il “centro di addestramento organizzerà workshop per formare i poliziotti africani alla gestione della sicurezza delle frontiere e della lotta alla tratta, sotto la supervisione di personale egiziano, italiano ed europeo”.

Coincidenza vuole che proprio il 13 settembre 2017 giungeva al Cairo il nuovo ambasciatore italiano, il Giampaolo Cantini; il governo aveva ritirato quasi un anno prima il rappresentante diplomatico a seguito della mancata collaborazione alle indagini sul barbaro omicidio di Giulio Regeni da parte della autorità egiziane.

Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’intelligence

Dopo l’Ok dell’Unione Europea al finanziamento del progetto Itepa attraverso il Fondo di Sicurezza Interna, esso ha preso il via nella capitale egiziana il 20 marzo 2018, alla presenza dell’allora Capo della Polizia italiana, prefetto Franco Gabrielli, di rappresentanti della Commissione europea e delle Agenzie Frontex ed Europol. “Saranno formati al Cairo funzionari di polizia e ufficiali di frontiera che, a loro volta, formeranno altro personale nei rispettivi Paesi”, riporta la nota emessa dal Dipartimento della Polizia di Stato. “Oltre all’Egitto, partner dell’Italia nel progetto, i Paesi beneficiari sono: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia”.

“Noi siamo orgogliosi – dichiarava il prefetto Gabrielli nel corso del suo intervento inaugurale – non solo di aver creato le condizioni per un progetto di cooperazione di polizia ma di averlo fatto in una cornice nella quale il rispetto dei diritti umani è uno degli asset fondamentali”. Il progetto Itepa si è concluso a Roma il 27 novembre 2019 con una conferenza presso la scuola Superiore di Polizia, alla presenza ancora una volta di Franco Gabrielli, del direttore centrale dell’Immigrazione e delle Frontiere Massimo Bontempi, e del generale Ahemed Ebrahim, assistente del ministro dell’Interno egiziano e presidente dell’Accademia di Polizia del Cairo.

Non si può certo dire che l’infausta cooperazione delle forze di polizia italiane con il sanguinario regime egiziano abbia poi arrecato alcun danno d’immagine o alle carriere dei promotori e dei protagonisti nazionali. Il prefetto Franco Gabrielli, già direttore dei servizi segreti SISDE e AISE, Capo della Polizia a partire del 20 aprile 2016, è stato nominato la scorsa settimana sottosegretario alla Presidenza del consiglio, con delega alla “sicurezza della Repubblica” (ancora intelligence, contrasto all’immigrazione illegale, lotta al Covid, ecc.).

Marco Minniti è rimasto ministro sino all’1 giugno 2018, cioè dopo che nel Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta, in Sardegna, si era tenuto un corso di “guida fuoristrada in ambito extraurbano” riservato ad un gruppo di operatori della forza di polizia egiziana e relativi interpreti (8-20 aprile 2018).

Minniti, dopo quattro legislature in Parlamento, il 27 febbraio 2021 si è dimesso da deputato per assumere la presidenza della Fondazione Med-Or, creata dalla holding del complesso militare-industriale Leonardo per “promuovere le relazioni economiche, industriali e culturali” con i Paesi del Mediterraneo, dell’area subsahariana, del Medio e Estremo Oriente, in particolare con programmi strutturali nell’ambito aerospaziale, della difesa e della sicurezza.

Angelino Alfano, ex ministro degli Esteri

L’ex ministro dell’Interno e degli Affari Esteri, Angelino Alfano, non ricandidatosi alle ultime elezioni politiche, ha scelto di dedicarsi all’attività forense e il 30 giugno 2018 è divenuto consulente dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo di Milano nel team specializzato in Public International Law & Economic Diplomacy.

“Alfano è stato voluto in quanto esperto di Diritto civile, commercio internazionale, procedure antiterrorismo, sicurezza negli stadi e sanzioni internazionali e il suo arrivo rafforzerà il nostro presidio in Africa e nel Medio Oriente soprattutto nei servizi di consulenza per Stati e Istituzioni”, hanno spiegato i titolari dello studio milanese al settimanale l’Espresso. Consulente con Angelino Alfano del team diplomatico-internazionale, l’economista egiziano Ziad Bahaa-Eldin, già a capo dell’authority finanziaria durante la presidenza Mubarak e vice-ministro dopo il colpo di Stato di al-Sisi del 2013, incarico ricoperto sino al 30 gennaio 2014.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

 

Guerriglia urbana in Senegal: 4 morti Comunità internazionale preoccupata

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 marzo 2021

Quattro morti e scene di guerriglia urbana in diverse città del Senegal dopo le proteste che si sono protratte per tre giorni in seguito all’arresto di Ousmane Sonko, deputato del maggiore partito all’opposizione, Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité).

Sonko, che è arrivato terzo con il 15,67 per cento delle preferenze alle presidenziali del 2019, è stato fermato dalle forze dell’ordine mercoledì scorso con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica e partecipazione a manifestazione non autorizzata. Ma Sonko è anche indagato per stupro e minaccia di morte, denuncia depositata da una giovane impiegata di un salone di bellezza a Dakar.

Ousmane Sonko, deputato senegalese del partito Pastef-Les Patriotes

Nella maggior parte dei quartieri della capitale sabato mattina è ritornata la calma. Ma la donna che accusa Sonko – hanno denunciato i suoi legali – durante la notte ha avuto la casa incendiata.

Sui social network i senegalesi continuano a manifestare la loro grande indignazione e malcontento per le parole pronunciate venerdì dal ministro degli Interni, Antoine Félix Diome, che ha fermamente condannato ciò che si è verificato in questi giorni, come saccheggi, atti di vandalismo contro edifici pubblici e beni privati. Il ministro ha inoltre annunciato che tutti responsabili di questi atti criminali saranno processati.

Senegal: proteste per l’arresto di Ousmane Sonko

Per paura di eventuali nuove proteste, Sonko resta in custodia cautelare fino a domenica, 7 marzo. Secondo i suoi avvocati non potrà essere convocato dal magistrato prima di lunedì, data per la quale è comunque già fissato un nuovo incontro con il giudice per le indagini preliminari per le accuse di stupro e minacce di morte.

In questi giorni i giovani senegalesi hanno espresso tutta la loro rabbia e il loro malcontento.  Durante le manifestazioni hanno devastato e saccheggiato negozi, molti commercianti sono disperati perché hanno perso gran parte delle loro merci e quel poco che è rimasto è ormai invendibile, perché, ha raccontato un addetto alle pulizie di Auchan: “Hanno lasciato i rubinetti dell’acqua aperti e tutto si è inzuppato e si deve buttare”.

Ha destato preoccupazione la presenza accanto alle polizia di persone non meglio identificate. Viaggiavano su dei pick-up non immatricolati a Dakar, in coda alle forze dell’ordine. Portavano caschi e, secondo alcune testimonianze, in alcuni casi brandivano bastoni. Chi sono? Qual è il loro obiettivo? Chi li ha reclutati? Sono questioni che poste alle autorità da diverse organizzazioni della società civile.

Sadikh Niass, segretario generale di Rencontre africaine pour la défense des droits de l’homme (Radhho), si è detto perplesso: “Non è chiaro se questi giovani sono stati reclutati dalla polizia o se fanno parte dei partiti al potere”. Il Forum civile, sezione senegalese di Transparency International, ha chiesto chiarimenti al ministero degli Interni.

Alcuni giovani residenti non si spiegano perché sono stati attaccati negozi e supermercati. “Dobbiamo vergognarci per questo. Vogliamo tutti la pace. Ousmane Sanko vuole la pace, Macky Sall (il presidente della Repubblica, ndr) la vuole ”.

Mentre un altro ha spiegato ai reporter di Radio France Internationale  di non aver partecipato alle proteste in piazza, pur sostenendo i manifestanti. Anche lui ha condannato i gravi atti di vandalismo. “I giovani protestano perché sono arrabbiati, non c’è lavoro. Il presidente fa del male ai senegalesi. Vogliamo che sia indulgente con la popolazione. Deve ascoltare la gente per governare meglio”.

Anche i senegalesi residenti all’estero hanno fatto sentire la propria voce. Venerdì davanti al loro Consolato di Milano si sono radunate una trentina di persone per protestare contro l’arresto di Sonko.

Intanto non si sono fatte attendere le reazioni della comunità internazionale. La CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Ocidentale) ha condannato le violenze che hanno provocato la morte di 4 persone – secondo le informazioni del ministero degli Interni di Dakar – e ha lanciato un appello alla calma e moderazione a tutte le parti in causa.

E Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana ha espresso grande preoccupazione e in un comunicato ha condannato gli atti di vandalismo e saccheggio. Anche il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres ha detto di essere molto preoccupato e ha chiesto di evitare un escalation dei fatti.

Mentre il Partito Socialista Senegalese, che fa parte della coalizione di governo, teme che la politicizzazione dell’Affaire Sonko sia un pretesto per destabilizzare il Paese. Il Partito Democratico Senegalese dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ha specificato di opporsi a qualsiasi forma di imbavagliamento forzato o all’estromissione di un oppositore con metodi non convenzionali. Il raggruppamento politico ha comunque condannato gli atti di violenza e come molti altri, ha fatto appello alla calma e alla moderazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance

 

 

Team di scienziati mette a punto un vaccino RNA contro la malaria

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 marzo 2021

Aggirare l’ostacolo per trovare la soluzione al problema. È ciò che hanno fatto gli scienziati Richard Bucala e Andrew Geall per creare il vaccino contro la malaria efficace sui topi. Un’impresa che fino a ieri era considerata una “mission impossible” ma che è diventato fattibile grazie alla tecnologia dell’RNA. Una rivoluzione, la stessa utilizzata per sviluppare il vaccino contro la Covid-19 che porta di qualche chilometro avanti la realizzazione dei sieri salvavita.

Migliorata la strada aperta da Pfizer-Biontech e Moderna

Richard Bucala, medico e docente alla Yale School of Medicine (USA) e Andrew Geall, ricercatore farmaceutico, sono pronti a vincere la guerra contro la malaria. La strada aperta da Pfizer-Biontech e Moderna, e migliorata da Bucala e Geall, diventa il sistema per sconfiggere una malattia considerata fino a ieri invincibile. La difficoltà di sconfiggere il paludismo sta nell’incredibile e geniale strategia del Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae) per sopravvivere e continuare a nutrirsi dell’ospite.
Una strategia simile a quella dell’HIV.

vaccino RNA La zanzara anofele, insetto che veicola la malaria
La zanzara anofele, insetto che veicola la malaria

Neutralizzata la proteina che blocca il vaccino

Il parassita contiene una proteina che inibisce la produzione di cellule T della memoria, quelle che proteggono dai patogeni incontrati in precedenza. “Nostri studi indicano che il responsabile è la proteina PMIF (fattore inibitorio della migrazione dei macrofagi plasmodici, ndr) – ha spiegato Richard Bucala ad Academic Times – . Impedisce la formazione dei linfociti T ed è per questo che non è stato possibile generare una risposta della memoria al Plasmodium”. L’organismo contagiato non potendo generare queste cellule rende il vaccino inefficace.

Bucala e Geall hanno trovato il sistema che permette al corpo di produrre le cellule T necessarie e quindi viene immunizzato contro la malaria. Sui topi da laboratorio ha funzionato utilizzando la piattaforma saRNA auto-amplificante.

Dopo il vaccino RNA i topi rimagono immuni

Nelle cellule muscolari dei topi è stato iniettato il vaccino a base di RNA con un ceppo del parassita della malaria privo di PMIF. Gli animali da laboratorio hanno secreto una versione alterata della proteina PMIF, che ha spinto il sistema immunitario ad agire. E a rimanere immune alla malaria.

“I vaccini tradizionali richiedono circa 6 mesi per essere prodotti – scrive Yale Scientific, voce autorevole della Yale School of Medicine. – Altro vantaggio di questo vaccino a base di RNA è che può essere prodotto in un terzo del tempo. E costi di produzione inferiori. Motivo per cui i vaccini a base di RNA sono più efficaci nel trattamento delle pandemie con agenti patogeni che si evolvono rapidamente”.

Big Pharma all’attacco

Il nuovo vaccino non è ancora stato sperimentato su esseri umani ma il 4 febbraio è stata presentata domanda per il brevetto negli Stati Uniti. La ricerca è stata finanziata da Novartis Pharmaceuticals e National Institutes of Health mentre GlaxoSmithKline è l’assegnataria del brevetto. Se il brevetto sarà approvato l’azienda farmaceutica potrà produrre il vaccino e renderlo disponibile al pubblico.

Vaccino RNA Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae)
Immagine al microscopio del Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae)

L’esperienza del vaccino Mosquirix

Nel 2019, in Malawi, Ghana e Kenya è stato distribuito il primo vaccino contro la malaria: il Mosquirix (RTS,S/AS01). La sua efficacia arriva al 30 per cento e dopo quattro anni scende al 15 per cento. ma pur essendo bassa per un vaccino, ha salvato migliaia di bambini.

La malaria è una delle malattie più pericolose del pianeta che colpisce soprattutto i bambini con età inferiore ai 5 anni. Secondo dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS-WHO), dal 2000 ad oggi ci sono stati 1,5 miliardi di malati. Nel 2019 i casi di malaria nel mondo sono stati 229 milioni con quasi 409 mila morti. Il 94 per cento dei casi di malaria sono nell’Africa sub-sahariana.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Scienziato italiano scopre come eliminare la zanzara che trasmette la malaria

Malawi, Kenya e Ghana dal 2018 sperimentano Mosquirix, il primo vaccino anti malaria

Al summit dell’Unione Africana si celebrano i buoni risultati contro la malaria

Allarme degli scienziati: la Terra si scalda e la malaria invade nuove zone

 

Un romanzo per raccontare la schiavitù in Mauritania: “Hartani, catene invisibili”

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
6 Marzo 2021

Torniamo a parlare di Mauritania segnalando la lettura di un libro: “Hartani, catene invisibili” di Lucia Berardi.

La trama riguarda la storia di una giornalista torinese, Fosca, impegnata a realizzare un reportage in Mauritania con un famoso fotografo. La reporter viaggia nel deserto con un gruppo d’italiani, guidati da un suo ex professore e amico, cui si unisce un affascinante paleontologo francese. Ma durante il soggiorno africano, Fosca s’imbatte nel problema della schiavitù, realtà nascosta ma ancora radicata in quel Paese, nonostante la legge lo vieti. Inizia così un’indagine che la protagonista porta avanti da sola, prima nella capitale, poi nella regione dell’Adrar, sospettando un traffico di donne che arriva fino alla Costa Atlantica. Scorrendo le pagine, si assiste a un crescendo di tensione che culminerà in diversi colpi di scena.

Abbiamo intervistato l’autrice.

Partiamo dal titolo. Cosa significa Hartani? “L’ Hartani è chi sta nella condizione di schiavo affrancato, ossia reso libero. Ma nella società mauritana, nonostante la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, si può dire non esista differenza tra uno schiavo (Abd) e un affrancato (Hartani). L’origine della persona determina il suo status sociale a vita. Molte persone sono schiavi domestici, proprietà di una famiglia da generazioni.”

Come nasce l’idea del libro? “Nel 2018 ho fatto un viaggio in Mauritania e ne sono rimasta molto affascinata. Quando mi sono recata nel Paese, e durante la mia permanenza, ignoravo il problema della schiavitù. Al mio rientro un forte interesse, e un istinto di approfondimento, mi hanno fatto scoprire la vera realtà. In particolare, la tesi di dottorato di Valentina Picco (Università di Bergamo, 2012) mi ha suggerito una prospettiva diversa e sconvolgente sul Paese visitato, ed è stata una preziosa fonte d’ispirazione”.

Perché ha sentito il bisogno di pubblicare un libro in cui si descrive questa realtà? “Come dicevo, al rientro sentivo dentro me un forte bisogno di parlare della Mauritania. Riavvolgendo il nastro della mia mente, continuavo a pensare a certi volti incontrati laggiù, agli sguardi tristi di alcuni e a quelli arroganti di altri, comprendendone sempre più i perché. Poi, nel 2019, ho partecipato ad un corso di scrittura, che prevedeva la stesura di un romanzo Noir, e così ho potuto dare “sfogo” alla mia mente per un racconto sulla Mauritania”.

Quindi le vicende del libro ricalcano episodi reali del suo viaggio? “Il lungo itinerario descritto nel romanzo è lo stesso, organizzato dall’amico Stefano Fazzini (a cui si ispira la figura di Lorenzo), nella Mauritania del Nord. I luoghi di cui ho parlato sono reali, mentre la vicenda e i personaggi sono frutto di fantasia. Gli unici personaggi veri inseriti nel romanzo sono l’attivista Halima e il leader abolizionista Biram Dah Abeid, candidato alle elezioni presidenziali del 2019. L’ipotesi circa un coinvolgimento della SNIM nella tratta di esseri umani è un’invenzione letteraria.”

In passato, Africa ExPress, ha parlato più volte parlato della schiavitù in Mauritania. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito, sulla carta, la schiavitù, e le punizioni per tale crimine erano miti e quasi mai applicate. Per questo, la schiavitù è stata abolita nuovamente il 12 agosto 2015, con una legge che la considera un reato contro l’umanità.

Ma, essendo ancora una società rigidamente suddivisa in caste, molti soprusi non vengono denunciati. I mauri bianchi o beydens, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore”. La condizione di schiavo è tramandata da madre in figlio, e chi la incarna non ha potuto quasi mai occupare posti di prestigio nella società. Nel 2019 la polizia della Mauritania ha negato l’ingresso a una delegazione di Amnesty International, giunta nel Paese per indagare su alcune questioni riguardanti la schiavitù. Gli schiavi che denunciano i loro padroni sono, purtroppo, ancora troppo pochi.

Questo dipende dal fatto che sono persone educate alla sottomissione verso il padrone, e anche perché spesso gli ex schiavi fanno fatica ad inserirsi nella società, finendo per vivere la piaga dell’isolamento nelle periferie e quella della disoccupazione. Vivono comunque con un marchio sociale, in una condizione mentale che è stata equiparata a quella di “una donna violentata”.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it

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Da ex schiava a candidata alle legislative in Mauritania

 

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Vietato indagare sugli schiavi: la Mauritania nega ingresso a esperti di Amnesty

 

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Repressione in Mauritania prima delle elezioni: arrestato candidato antischiavista

 

Proteste in Senegal dopo l’arresto di Sonko In Casamance muore un manifestante

Africa ExPress
4 marzo 2021

Continuano le tensioni in Senegal dopo l’arresto dell’oppositore del partito al potere e parlamentare del raggruppamento politico Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), Osoumane Sonko. Il politico è stato fermato dalla polizia mercoledì scorso mentre si recava in tribunale per essere sentito dal giudice per le indagini preliminari.

Giovedì i giovani hanno organizzato altre manifestazioni in diversi quartieri e in alcune periferie della capitale per chiedere la liberazione immediata del leader e si sono verificati nuovi scontri con le forze dell’ordine, non solo a Dakar, ma anche nel sud del Paese. Le maglie della censura si fanno più stratte: le autorità hanno chiuso due televisioni private perché hanno riportato troppe notizie sull’ affaire Sonko

A Bignona, feudo dell’opposizione della regione “ribelle” di Casamance, un manifestante, Cheikh Ibrahima Coly, è morto durante i disordini. Il prefetto ha fatto sapere ai reporter di Radio France Internationale che un’indagine sull’accaduto è in corso.

Manifestazioni in Senegal

Sonko era stato denunciato a febbraio da un’impiegata di un salone di bellezza per stupro e minacce di morte, accuse che il politiche respinge fermamente. E per concedere l’autorizzazione a procedere, venerdì scorso  l’Assemblea nazionale ha votato a favore della revoca dell’immunità parlamentare. Si è scatenata così l’indignazione dei suoi supporter.

E mercoledì mattina mentre Sonko si recava in Tribunale, centinaia di giovani si sono riversati sulle strade e hanno seguito l’automobile del deputato durante il tragitto da casa sua verso il Palazzo di Giustizia di Dakar. La polizia ha disperso i manifestanti con gas lacrimogeni e ha arrestato il leader di Pastef-Les Patriotes con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica e partecipazione a manifestazione non autorizzata.

Ousmane Sonko, deputato senegalese del partito Pastef-Les Patriotes

Secondo il leader dell’opposizione le accuse contro di lui sarebbero state montate ad hoc dal presidente Macky Sall per escluderlo dalle presidenziali previste per il 2024. Bisogna ricordare che Sanko nelle precedenti elezioni del 2019, vinte dal presidente uscente Macky Sall, si era piazzato terzo.

Africa Express
@africexp

Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance

Le chef de l’armée hutu au Congo : “Attanasio a été tué par les Tutsis”.

Spécial pour l’Afrique ExPress
Massimo A. Alberizzi
4 mars 2021

La voix arrive lointaine, faible et surtout incompréhensible. Il aura fallu trois jours pour établir une liaison permettant de comprendre exactement la conversation avec le colonel Placide Niyiturinda, porte-parole de la branche militaire du Front Démocratique pour la Libération du Rwanda.

Les forces du FDLR sont ce qui reste de l’armée rwandaise lorsque Juvénal Habyarimana était au pouvoir. En 1994, après la guerre civile et le génocide, elles se sont réfugiées en RDC où elles se sont installées. Leur quartier général se trouvait notamment au camp de Mugunga, au bord du Lac Vert, où j’avais rencontré les dirigeants du mouvement, dont le colonel Niyturinda. En effet, dès que je lui ai évoqué cette réunion, l’officier a adopté une attitude cordiale et amicale.

Colonel Placide Niyiturinda

Immédiatement après le meurtre de l’ambassadeur Luca Attanasio, du carabinier Vittorio Iacovacci et de leur chauffeur Mustapha Milambo, le 22 février dernier, le ministère de l’intérieur de la RDC a accusé les rebelles hutus des FDLR d’avoir organisé l’attaque. Le colonel Niyturinda renverse cependant les accusations et attaque les soldats tutsis de l’armée rwandaise et de l’armée régulière congolaise, les FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo).

Il ressort clairement de l’interview que – selon le mouvement hutu – l’attaque contre l’ambassadeur et ses accompagnateurs a étéune exécution planifiée et non pas une simple fusillade. Une version qui confirme ce que l’on peut comprendre en faisant une lecture approfondie des réseaux sociaux congolais, mais qui est évidemment loin des conclusions d’une enquête indépendante.

Colonel Placide, où êtes-vous en ce moment ?

Près de Rutshuru, dans la forêt. Ici nous avons un de nos camps où je me trouve avec nos combattants.

Vous trouverez ci-dessous un enregistrement d’une partie de l’entretien avec le colonel des FDLR

 

Pourquoi le Front patriotique rwandais (c’est-à-dire l’armée rwandaise) et les FARDC (l’armée congolaise) se sont-ils alliés ? Quelles sont les raisons qui les tiennent ensemble ?

Ils se sont alliés pour piller ensemble les ressources naturelles de la RDC. Et massacrer les réfugiés rwandais. Le Rwanda ne veut pas quitter ce pays et y restera jusqu’à ce que le pays sera libéré du régime de Paul Kagame. Le FPR et les FARDC ont des liens communs qui les tiennent ensemble, à savoir les intérêts économiques. Mais les Rwandais sont géographiquement plus proches que les kabilistes (les partisans du gouvernement de Kinshasa) et sont donc plus dangereux.

L’attentat contre l’ambassadeur italien était-il une attaque ciblée ? L’ambassadeur a été frappé par accident ou quelqu’un a voulu le tuer ?

Militaires FDLR dans leur champ près de Rutshuru dans la République Démocratique du Congo

Ciblé oui, certainement. Et, en plus, c’était prémédité et bien organisé. Les assaillants ont agi avec sécurité et détermination. À coup sûr.

Pensez-vous que ce sont eux, c’est-à-dire le FPR ( ????) ou les FARDC, à avoir attaqué le convoi de l’ambassadeur italien ?

Il n’y a aucun doute à ce sujet. L’ambassadeur a été tué par l’armée rwandaise, qui a organisé l’attaque et l’a tué. Les Congolais avaient plutôt une fonction de renseignement.

Qui aurait pu avoir intérêt à tuer l’ambassadeur italien ?

Kigali pour trouver un alibi officiel que lui permettrait de retourner en RDC et intervenir ici de manière encore plus intrusive. Bref, ils ont construit une excuse de plus pour piller les ressources naturelles et voler les richesses du territoire, dont cette partie du pays est riche.

Général Victor Byiringiro Président des FDLR

Avez-vous des unités militaire des FDLR dans la zone située entre Ritshuru et Goma ?

Bien sûr, nous sommes installés dans la forêt avec nos hommes dans plusieurs bases.

Les rapports indiquent que des nombreuses milices agissent dans cette région : pouvez-vous nous dire quelles sont les plus fortes et les mieux armées ?

Il existe des groupes liés au M23, un mouvement formé par des Tutsis congolais, les Mamba, des bandits encadrés par les services de sécurité rwandais, qui opèrent entre Rutshuro et le village de Kibumba, où a eu lieu l’attentat contre votre ambassadeur. Il est difficile de dire quels sont les plus forts, mais probablement ceux qui sont armés par le régime de Paul Kagame.

Y a-t-il également des groupes liés au régime Kagame ?

Il est certain que le M23 dépend directement du général Laurent Nkunda, qui s’est réfugié au Rwanda, et reçoit ses ordres de Kigali. Ensuite, il y a les Raïa Mutomboki et les milices des guerriers traditionnels maï-maï.

Des soldats du groupe FDLR 

 

Les milices de Laurent Nkunda sont donc toujours présentes au Kivu ?

Oui, même si la majorité a été intégrée dans l’armée de la RDC.

L’armée de Kigali est-elle toujours présente dans les régions de Goma, Rutshuru, Beni, Butembo ?

Oui, ils sont présents partout en RDC. Mais à leurs côtés, il y a aussi les milices islamistes de l’ADF, qui viennent d’Ouganda. Les complices du plan d’agression contre la RDC sont la plupart des officiers stratégiquement déployés dans la partie orientale du pays, et ce dans un but précis : créer un espace sûr pour le Rwanda en RDC et lui permettre de perpétuer son occupation et de piller toutes sortes de ressources minérales.

Continuez, s’il vous plaît.

L’assassinat de l’ambassadeur italien Luca Attanasio peut également être corrélé avec ce qui s’est passé récemment dans l’armée. Le colonel Charles Sematama a déserté il y a quelques jours : il commandait le 3411ème régiment des FARDC et était, jusqu’à récemment, le chef hiérarchique direct du colonel Claude Rusimbi, dénoncé par plusieurs sources comme l’organisateur de ce meurtre ignoble.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi

Il capo dei guerrieri Hutu in Congo: “Attanasio è stato ucciso dai tutsi”

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
4 marzo 2021

La voce arriva lontana, flebile e, soprattutto, incomprensibile. Ci sono voluti tre giorni per riuscire a stabilire una buona linea che permettesse di capire esattamente tutta la conversazione con il colonnello Placide Niyiturinda, portavoce dell’ala militare del Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda.

L’FDLR è quello che resta dell’esercito ruandese quando al potere c’era Juvénal Habyarimana. Nel 1994 finita la guerra civile e il genocidio si sono rifugiati in Congo dove avevano stabilito le loro basi arretrate. In particolare, il loro quartier generale si trovava a Mugunga Camp ai bordi del Lac Vert dove avevo incontrato i leader del movimento, compreso il colonnello Niyturinda. Infatti, appena gli ricordo il meeting, l’ufficiale assume un atteggiamento cordiale e amichevole.

Il colonnello Placide Niyiturinda

Subito dopo l’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, il 22 febbraio scorso, il ministero dell’Interno congolese aveva accusato i ribelli hutu dell’FDLR di aver organizzato l’attacco. Il colonnello Niyturinda invece ribalta le accuse e le riversa sui militari tutsi dell’esercito ruandese e sui congolesi dell’esercito regolare, le FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo).

Dall’intervista emerge chiaramente che – secondo il movimento hutu – l’attacco all’ambasciatore e ai suoi compagni sia un’esecuzione pianificata e non una sparatoria. Una versione che non contraddice quanto emerge da una lettura approfondita dei social congolesi ma che, ovviamente, è lontana da una verifica indipendente,

Colonnello Placide dove si trova in questo momento?
Dalle parti di Rutshuru nella foresta. Qui abbiamo uno dei nostri campi e sono qui con i nostri combattenti

Ecco qui sotto la registrazione di una parte dell’intervista al colonnello dell’FDLR

Perché il Fronte Patriottico Ruandese (cioè l’esercito ruandese)  e la FARDC  (l’esercito congolese) si sono alleati? Quali sono i motivi che li tengono assieme?

Si sono alleati per saccheggiare assieme le risorse naturali del Congo. E massacrare i rifugiati ruandesi. Il Ruanda non vuole andarsene via da questo Paese e ci resterà finché noi non libereremo il Ruanda dal regime di Paul Kagame. FPR e FARDC hanno una comunanza di interessi che li tiene assieme: interessi economici. Ma i ruandesi sono geograficamente più vicini dei kabilisti (i sostenitori del governo di Kinshasa) e quindi sono più pericolosi.

Quello all’ambasciatore italiano è stato un attacco mirato? L’ambasciatore è stato colpito per caso o qualcuno voleva ucciderlo?

Mirato sì, certamente. E poi premeditato e bene organizzato. Gli assalitori hanno agito con sicurezza e determinazione. A colpo sicuro.

Voi credete che possano essere stati loro, cioè l’FPR o le FARDC, ad assalire il convoglio dell’ambasciatore italiano?

Su questo non ci sono dubbi. A uccidere l’ambasciatore è stato l’esercito ruandese che ha organizzato l’assalto e l’ha ammazzato. I congolesi hanno avuto più un ruolo di intelligence.

Chi può aver avuto l’interesse a uccidere l’ambasciatore italiano?

Kigali per trovare un alibi che gli permettesse di trovare una scusa ufficiale per tornare in Congo, intervenire qui ancora più profondamente. Insomma, si sono costruiti un pretesto in più per saccheggiare le risorse naturali e per derubare le ricchezze del territorio, di cui questa parte del Paese abbonda.

Avete unità miliari dell’FDLR nella zona tra Ritshuru e Goma?

Certamente; siamo sistemati nella foresta e i nostri uomini si trovano in diverse basi.

Il generale Victor Byiringiro Presidente dell’FDLR

I rapporti raccontano che in quell’area operano parecchie milizie: mi sa dire quali sono le più forti e ben armate?

Ci sono i gruppi legati all’M23, un movimento formato dai tutsi congolesi, i Mamba, banditi inquadrati dai servizi di sicurezza ruandesi, che operano tra Rutshuro e il villaggio di Kibumba, dov’è avvenuto l’attacco al vostro ambasciatore. E’ difficile stabilire chi sono i più forti. Comunque, probabilmente, quelli armati dal regime di Paul Kagame.

Ci sono anche gruppi legati al regime di Kagame?

Certamente l’M23 dipende direttamente e prende ordini da Kigali dal generale Laurent Nkunda che ora si è rifugiato in Ruanda. Poi ci sono i Raïa Mutomboki e le milizie dei guerrieri tradizionali mai-mai.

Le milizie di Laurent Nkunda, quindi, sono ancora presenti nel Kivu?

Si, anche se la maggioranza è stata integrata nell’esercito congolese.

L’esercito di Kigali è ancora presente nella zona di Goma, Rutshuru, Beni, Butembo?

Si sono presenti dappertutto in Congo. Ma poi con loro ci sono le milizie islamiste dell’ADF, che arrivano dall’Uganda. Complici al piano di aggressione contro il Congo sono la maggior parte degli ufficiali strategicamente schierati nella parte orientale del Paese per uno scopo preciso: creare uno spazio sicuro per il Ruanda nella RDC e permettergli di perpetuare la sua occupazione  e quindi saccheggiare tutti i tipi di risorse minerarie.

Continui pure per piacere.

L’assassinio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio può anche avere una buona correlazione con quanto avvenuto recentemente nell’esercito. il colonnello Charles Sematama ha disertato pochi giorni fa: comandava il 3411° reggimento della FARDC ed era, fino a poco prima, il diretto capo gerarchico del colonnello Claude Rusimbi, denunciato da diverse fonti come l’organizzatore di questo spregevole assassinio.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi 

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Stampa in Mozambico: cacciati giornalisti stranieri che indagavano su guerra

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 marzo 2021

Peggiora la situazione della libertà di stampa in Mozambico e questa volta ne fa le spese Zitamar News con redazione a Maputo e Londra. Un altro giro di vite che ha portato all’espulsione di due giornalisti britannici: Tom Bowker e Leigh Elston residenti a Maputo da cinque anni.

Libertà di stampa Zitamar News
Libertà di stampa, homepage di Zitamar News

Bowker, già corrispondente di Bloomberg, è direttore responsabile di Zitamar News. È una testata online britannica nota per l’ottima copertura della guerra a Cabo Delgado in lingua inglese. Leigh Elston è sua moglie oltre che socia del giornale. Amade Miquidade, ministro degli Interni, ha espulso dal Paese la coppia di giornalisti che ha lasciato il Mozambico con i due figli. Al giornalista è stato vietato l’ingresso nel Paese africano per 10 anni.

Formalmente, l’espulsione di Tom Bowker è stata motivata con il fatto che, nel Regno Unito, Zitamar non è una testata registrata quindi “non riconosciuta” in Mozambico. Di fatto è un cavillo perché in Gran Bretagna non c’è bisogno registrazione, ma con questo pretesto Bowker non può lavorare come giornalista.

Il giornalista ha annunciato la sua espulsione con un tweet ringraziando tutti coloro che lo hanno aiutato.

Vietato fare i giornalisti a Cabo Delgado

I giornalisti che parlano di Cabo Delgado sono in pericolo. Nel 2019 i militari mozambicani hanno arrestato Amade Abubacar e Germano Daniel Adriano, giornalisti di emittenti radio TV locali. Dopo tre mesi in carcere senza capi d’accusa sono stati rilasciati su cauzione. Sorte peggiore invece quella di Ibraimo Mbaruco, giornalista radiofonico scomparso nell’aprile 2020 dopo aver chiamato i colleghi avvisandoli che era circondato da militari. Da quel momento è sparito e non ci sono sue notizie.

Una voce scomoda sulla guerra nel nord del Mozambico

Tentativo per mettere il bavaglio a Zitamar News perché voce scomoda? Tom Bowker, che si è trasferito in Francia, non si scompone. “Possiamo fare il nostro lavoro da qualsiasi parte del mondo. In particolare, coprendo Cabo Delgado” – ha dichiarato a DW . “Da Maputo dista almeno 2.000km, possiamo coprire il conflitto anche dalla Francia”. E aggiunge: “Sembra che il governo voglia avere un maggiore controllo nel settore dei media. Questo è preoccupante”.

La reazione contro l’espulsione di Bowker

Sono molte le voci critiche riguardo alla cacciata di Bowker, anche a livello internazionale. “L’espulsione del giornalista Tom Bowker invia un messaggio agghiacciante alla comunità dei media mozambicani”, ha commentato il Comitato protezione giornalisti (CPJ) di New York.

L’Istituto per la comunicazione sociale dell’Africa australe (MISA-Moçambique) ha espresso “Profonda preoccupazione e raccapriccio  per la decisione del governo di espellere il giornalista. Un ordine impartito in modo arbitrario senza seguire le procedure legali”.

Il commento più duro è però quello di Joseph Hanlon, accademico della Open University (GB) e grande conoscitore del Mozambico. “Il Frelimo (partito al potere, ndr) continua a dipingere la guerra come una destabilizzazione dall’esterno dello Stato islamico. Non vuole che si riferisca che l’avidità dell’élite e la cattiva condotta dell’esercito e della polizia stanno spingendo le persone a unirsi all’insurrezione”.

Sandro Pintus
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Mozambico: Amnesty protesta per l’arresto di un giornalista che lavorava su terrorismo

 

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Macron ammette l’assassinio del leader nazionalista algerino Ali Boumendjel nel 1957

Speciale per Africa ExPress
Mohammed Alguzo
3 marzo 2021

L’Eliseo ha annunciato che il presidente francese Emmanuel Macron ha ammesso che l’avvocato algerino e leader nazionalista Ali Boumendjel è stato “torturato e ucciso” dall’esercito francese durante la guerra algerina nel 1957.

In una dichiarazione, l’Eliseo ha detto: “Questa confessione fatta da Macron” in nome della Francia “è arrivata di fronte ai quattro nipoti di Ali Boumendjel  ricevuti da Macron martedì 2 marzo all’Eliseo ed è uno dei segni di pacificazione raccomandati dallo storico Benjamin Stora nel suo rapporto sul colonialismo e la guerra algerina, al fine di risolvere le tensioni tra i due paesi sulla memoria di questo conflitto “.

La vedova e nipoti di Boumendjel

Durante la battaglia di Algeri, Boumendjel fu arrestato dall’esercito francese, messo in isolamento, torturato per poi essere assassinato il 23 marzo 1957. E Paul Aussaresses, l’allora capo dei servizi francesi, aveva già ammesso nel 2000 di aver ordinato lui stesso l’esecuzione e di farla passare come suicidio.

Macron ha promesso che tale gesto non resterà un fatto isolato. “Nessun crimine, nessuna delle atrocità commesse durante la guerra d’Algeria potranno essere scusati e tanto meno occultati” ha ben chiarito Macron ieri.

Mohammed Alguzo

Accuse ai militari: omicidi extragiudiziali nelle zone anglofone del Camerun

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 marzo 2

Continua l’ondata di violenze e violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari nella zona anglofona del Camerun. Human Rights Watch, nonché Stand Up For Cameroon – una piattaforma di partiti politici e organizzazioni della società civile – hanno accusato l’esercito di aver barbaramente ucciso almeno 9 persone e ferito altre 3 a Mautu, nella Regione del Sud-Ovest.  Tra le vittime, tutti civili, anche una donna e un bambino. I soldati non si sono accontentati degli omicidi extragiudiziali, hanno anche minacciato gli abitanti del villaggio e incendiato decine di abitazioni.

Uccisioni extragiudiziali in Camerun

Il portavoce dell’esercito camerunense, Cyrille Serge Atonfack Guemo, ha ammesso che gli uomini del 21° battaglione di fanteria motorizzata (BIM) hanno condotto un’operazione a Mautu, ma ha fermamente negato che le truppe abbiano ucciso e ferito civili.

Dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya, presa nel 2016, di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone del Camerun, del nord-ovest e del sud-ovest, è in atto conflitto tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Gruppi di separatisti operano spesso nell’area attorno a Mautu e, secondo i racconti degli abitanti, i ribelli entrano nel villaggio per approvvigionarsi di cibo e acqua. Dunque l’operazione militare era certamente volta a catturare militanti.

“Uccidere civili e saccheggiare le loro case in nome della sicurezza sono gravi violazioni dei diritti umani e non fanno altro che alimentare il ciclo di violenze e abusi nella parte anglofona del Camerun”, ha sottolineato Ida Sawyer, vicedirettrice della divisione Africa di Human Rights Watch. La Sawyer ha poi aggiunto che “le autorità di Yaoundé dovrebbero controllare le unità responsabili di questi abusi e aprire un’inchiesta credibile e imparziale su queste esecuzioni, in collaborazione e l’aiuto dell’Unione Africana e dell’ONU. I responsabili devono essere giudicati davanti a un tribunale per i crimini commessi”.

HRW ha ascoltato molti testimoni, tra questi anche parenti delle vittime. E la ONG Medici senza Frontiere ha curato ben 4 persone con ferite da arma da fuoco. HRW ha ottenuto l’elenco dei 9 morti da quattro fonti diverse e ha potuto parlare anche con residenti del villaggio, che hanno partecipato al funerale o che hanno trasportato le salme alla camera mortuaria dell’ospedale di Muyaka.  I dettagli così raccolti corrispondevano con altre testimonianze.

In un altro recente rapporto HRW ha denunciato violenze commesse dai militari camerunensi nelle zone anglofone, reati che risalgono allo scorso anno. A tutt’oggi le vittime sopravvissute attendono giustizia,

Anche i gruppi armati secessionisti non sono senza colpe in questo conflitto interno. Stand Up For Cameroon ha recentemente pubblicato un fascicolo che non risparmia nessuna delle due fazioni e contiene anche testimonianze delle atrocità commesse dai terroristi Boko Haram durante le loro incursioni nella Regione dell’Estremo Nord. Il documento della piattaforma critica anche il sistema giudiziario del Paese.

Un’altra piaga che affligge il Camerun è l’odio e l’intolleranza nei confronti della comunità LGBT (acronimo per indicare collettivamente la comunità Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender n.d.r.).  Alla fine del mese scorso sono stati arrestati 9 giovani nella regione dell’Ovest, con l’accusa di essere omosessuali.

Secondo l’avvocato Alice Nkmo, che difende i diritti LGBT per Association pour la Défense des Droits des Homosexuels (ADEFHO) ha riferito che le persone sono state fermate dalla polizia nella sede di Colibri, organizzazione che si occupa di persone affette da HIV.

Nel frattempo sette degli arrestati sono stati rilasciati, ma due sono ancora in galera e l’avvocato ha precisato: “Non sapevano se inserire i miei clienti nel reparto uomini o in quello delle donne. Nel primo avrebbero certamente subito gravi violenze. Bisognava dunque trovare un modo per proteggerli, trovare un altro detenuto che li prendesse sotto la sua “ala protettrice”.

In passato gli arresti per “reati di omosessualità” erano frequenti nel Paese, poi la morsa si era un pochino allentata. Ultimamente gli interventi delle forze dell’ordine sono nuovamente più frequenti. Basti pensare che due persone transgender sono state arrestate persino a Douala, la capitale economica del Camerun. Il processo a loro carico è iniziato il 10 febbraio, riprenderà il 10 marzo.

In Camerun l’omosessualità è vietata dalla legge e sono previsti da 6 mesi a 5 anni di detenzione, oltre a ammende che possono arrivare fino a 300 dollari.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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