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La psichiatra: “Trump non è folle. Piuttosto è un gaglioffo”

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Gli Stati Uniti chiedono l’immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 marzo 2021

Migliaia di persone si sono nascoste per mesi nelle zone rurali nell’ovest della regione etiopica del Tigray per sfuggire alle violenze della guerra che imperversa nella regione dal 4 novembre 2020, con l’arrivo dell’esercito di Addis Ababa a Makallè. Ora la gente non ce la fanno più. Dimagrita, affamata, perché i convogli con gli aiuti umanitari sono rimasti bloccati per molto tempo dal governo etiopico, malgrado i vari appelli della comunità internazionali.

Ora, piano piano i fuggiaschi escono dai loro nascondigli per raggiungere Scirè, area occidentale dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea. Vale la pena ricordare che durante la guerra d’Etiopia (1935-1936) proprio qui si svolse tra il 29 febbraio e il 5 marzo del 1935 la battaglia dello Scirè, durante la quale furono uccisi  7.500 etiopi, mentre gli italiani persero 857 uomini (tra morti e feriti) e 12 eritrei.

Sfollati nel Tigray, affamati, disidratati, disperati

La storia si ripete, solo che stavolta il nemico non è l’invasore europeo, bensì le truppe di Addis Ababa e della vicina Eritrea. Sono poche le foto che giungono oggi dalla zona, un po’ perché manca spesso la corrente elettrica e poi la gente teme ripercussioni. E si dice che alcuni, sorpresi mentre scattavano istantanee, siano stati uccisi.

Oliver Behn, direttore di Medici Senza Frontiere sezione Paesi Bassi, ha confermato ai reporter di AP che la settimana scorsa sono arrivati più di  5 mila sfollati in condizioni disastrose: disidratati, stanchi, scheletrici. Certamente sono sopravvissuti mangiando solo foglie o i sementi che erano destinati alla coltivazione. Nei loro visi si legge tutta la sofferenza, le privazioni di questi mesi di guerra. Non è ancora ben chiaro cosa stia succedendo nell’ovest del Tigray.

A Shirè vivono già oltre migliaia di sfollati e non c’è più posto nei campi per i nuovi arrivati. La gente ha fame, perchè la guerra ha colpito proprio quando la situazione era già difficile. Il flagello dell’ invasione di locuste ha ridotto i raccolti ai minimi termini. E anche ora, in base a quello che hanno riportato gli operatori umanitari, l’accesso al cibo è difficile e poi le risorse a disposizione non cono sufficienti.

Strada che porta dal Gondar a Scirè

L’ONU stima che oltre 4 milioni di residenti nel Tigray necessitano urgentemente aiuti alimentari. Anche se  i convogli arrivano senza troppe difficoltà a destinazione, la situazione umanitaria è peggiorata e potrebbe precipitare ulteriormente. Manca l’accesso ai servizi sanitari essenziali, c’è bisogno di personale medico e paramedico, molti centri di salute sono stati chiusi.

Ma arrivano anche condanne severe dalla comunità internazionale. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, proprio ieri ha detto senza mezzi termini che gli uomini di Isaias Aferwerki, il dittatore di Asmara, devono lasciare immediatamente l’Etiopia; ha inoltre severamente condannato gli atti di pulizia etnica nel Tigray. “Chiediamo che venga aperta un’indagine indipendente, bisogna capire cosa è successo in questa parte dell’Etiopia, inoltre bisogna instaurare un processo di riconciliazione con l’impegno di tutte le parti per portare avanti il Paese”. Insomma Blinken ci vuole vedere chiaro e porre fine al conflitto. Ha parlato anche di eventuali sanzioni, come la possibile sospensione dei negoziati sul debito con il Fondo Monetario Internazionale.

Oggi, durante la seduta del Consiglio di Sicurezza – all’ordine del giorno c’erano le crisi in Yemen e Etiopia – è intervenuto via video conferenza anche Antonio Guterres, che ha sottolineato: “ I conflitti portano fame e se la situazione degenera in carestia, tutto diventa un disastro. Se non si nutrono le persone, si  alimentano le guerre”. E già una settimana fa anche l’ONU aveva chiesto che venisse aperta quanto prima un’indagine indipendente sul conflitto nel Tigray.

Ieri ha dato le dimissioni anche un importante diplomatico etiopico, Berhane Kidanemariam, vice capo missione all’ambasciata di Washington. “Una forma di protesta – ha detto – contro il genocidio nel Tigray”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

Militari, jihadisti e mercenari accusati di crimini di guerra in Mozambico

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 marzo 2021

“La gente di Cabo Delgado è intrappolata tra tre forze che stanno facendo la guerra. Il risultato è una massiccia crisi umanitaria”. Amnesty International denuncia che a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico sono stati commessi pesanti crimini di guerra.

Un’accusa contro i gruppi jihadisti che dal 2017 attaccano villaggi indifesi e massacrano persone innocenti. Ma è infamante, soprattutto per le Forze Armate Mozambicane (FADM) e i mercenari di Dyck Advisory Group (DAG) che le supportano con aerei ed elicotteri.

crimini di guerra - What I saw is death-Amnesty
” Ciò che ho visto è la morte” (What I saw is death) dossier di Amnesty International

Il dossier che accusa

Le accuse della ong per i diritti umani sono raccolte in un dossier: ”Ho visto solo la morte. Crimini di guerra nel Capo dimenticato del Mozambico”. In 44 pagine Amnesty analizza la guerra a Cabo Delgado e mette all’indice i colpevoli di quella immane tragedia. Un dramma che fino ad oggi conta oltre 2.500 morti, 670 mila profughi, la distruzione di decine di villaggi e varie epidemie di colera. Un’intera provincia sotto scacco jihadista, miliziani combattuti in modo molto discutibile, dalle FADM e da mercenari sudafricani.

Crimini di guerra - elicotteri in volo con armamenti
Elicotteri in volo con armamenti a Cabo Delgado

I gruppi armati sono chiamati Al Shebab. Seminano terrore con fucili mitragliatori AK-47 e machete, secondo le FADM, con l’appoggio della popolazione. Uno di questi gruppi si chiama Al Sunna wa-Jammà, affiliato allo Stato islamico dell’Africa centrale. Quando la popolazione parla di loro li identifica con le parole: “decapitano” e “fanno a pezzi”. È ciò che compiono durante le incursioni nei villaggi e nelle campagne.

Bombardamenti indiscriminati di DAG

Amnesty accusa i mercenari di DAG di attacchi aerei contro la popolazione civile. Questi appoggiano le Forze armate mozambicane sparando e lanciando granate dagli elicotteri in modo indiscriminato. Anche quando i jihadisti si fanno scudo con i civili.

Il fondatore di DAG, Lionel Dyck, all’agenzia Reuters ha dichiarato: “Prendiamo molto sul serio queste accuse. Presto formeremo un team legale indipendente per una commissione d’inchiesta e capire cosa è successo”.

Il tweet dei mercenari

Un tweet, postato da Robert Young Pelton, mostra il video con immagini di alcuni mercenari, gli armamenti, elicotteri in volo e un bersaglio colpito.

Abusi alla popolazione delle FADM

Secondo il report dell’ong le forze di sicurezza del Mozambico hanno abusato delle stesse persone che avrebbero dovuto proteggere. L’orrendo video della morte in diretta, attribuito alle FADM, dell’uccisione a freddo di una donna con 36 colpi di kalashnikov ha scioccato la comunità internazionale.

A nulla sono servite le smentite del ministero della Difesa mozambicano che, a sua volta, ha accusato i gruppi jihadisti. Amnesty ha confermato che l’esecuzione è stata fatta dalle Forze armate.

Altre armi per la guerra a Cabo Delgado

Il Mozambico ha bisogno di armi moderne per la guerra a Cabo Delgado. Dopo la fornitura di 5 blindati Marauder, secondo DefenceWeb sono stati visti due elicotteri Gazelle che sarebbero stati consegnati alle forze armate mozambicane.

Ancora il colera

Intanto, la guerra continua facendo morti anche di colera a causa della sovrappopolazione delle aree dedicate alle centinaia di migliaia di profughi. L’ultima epidemia, dopo quella dello scorso anno, a febbraio a Cabo Delgado ha colpito 5.000 persone e causato 55 morti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Guinea Equatoriale: esplode arsenale a Bata, oltre cento morti e 600 feriti

Africa ExPress
9 marzo 2021

E’ scoppiato l’inferno a Bata, capitale economica della Guinea Equatoriale, dove domenica pomeriggio è esploso un deposito di munizioni: i morti sono oltre cento e i ferito oltre 600. In realtà – come hanno riferito testimoni oculari ai reporter dell’Associare Press – le deflagrazioni sono state parecchie e sono proseguite ancora durante la notte tra domenica e lunedì.

Esplosione arsenale Guinea Equatoriale

Il bilancio delle vittime è tutt’ora provvisorio. Le esplosioni del quartiere militare di Nkoantoma a Bata è stata così potente che ha devastato un raggio di 10 chilometri. Interi rioni sono andati completamente distrutti. Abitazioni, edifici pubblici, chiese piene di fedeli in un “tranquillo” pomeriggio domenicale, sono crollati in un attimo, come se fossero castelli di carta.

Bambini che cercavano i genitori, madri e padri disperati vagavano disperati alla ricerca dei loro piccoli, il caos regnava ovunque a Bata. La clinica vicina al campo militare era strapiena di corpi ricoperti di pezzi di vetro e macerie.

Per affrontare l’emergenza, il governo ha convogliato tutti medici del Paese a Bata e ha chiesto alla popolazione di rendesi disponibile per donare il sangue. L’ambasciatore della Guinea Equatoriale accreditato a Parigi ha espresso la sua immensa preoccupazione e ha detto che le autorità di Malabo, la capitale amministrativa, necessitano assolutamente l’aiuto dei Paesi limitrofi e della solidarietà dell’Europa. Sembra che la Spagna invii aiuti umanitari.

Solamente a tragedia consumata, cioè domenica sera, Teodoro Nguema Obiang Mangue, vicepresidente e ministro della Difesa e della Sicurezza e figlio del presidente Teodoro Obiang Nguema, ha rotto il silenzio delle autorità e ha fatto un primo bilancio della strage sul suo account Twitter: 98 morti e 615 feriti.

La città di Bata, la più popolosa città del piccolo Stato centrafricano, ospita quasi la metà degli equatoguineani. Il Paese è ricco di petrolio, ma la maggior parte degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà.

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è ufficialmente il leader africano e mondiale più longevo attualmente in carica, esclusa la regina d’Inghilterra Elisabetta II. È stato riconfermato alle elezioni del 1989, del 1996, del 2002, del 2009 e del 2016 e ne sono stati denunciati ripetutamente e da più voci gli abusi: i diritti umani violati, la cleptocrazia, la repressione di qualsiasi opposizione politica, il nepotismo, la violenza sono parole che a malapena aiutano a descrivere l’agire di Obiang e della sua famiglia.

Il presidente, ha accusato senza mezzi termini gli agricoltori di aver provocato tutto questo disastro, perché, secondo lui, avrebbero dato fuoco alle stoppie, ma non avrebbero vigilato correttamente sull’incendio provocato.  Obiang ha biasimato anche i militari e li ha accusati di negligenza per mancata sorveglianza dell’arsenale.

Africa ExPress
@africexp

 

Guinea Equatoriale: i quarant’ anni di terrore di Teodoro Obiang

Guinea Equatoriale, sessant’anni di galera a ingegnere italiano sequestrato dal governo

Mercanti d’armi in azione: elicotteri Leonardo alle forze di polizia del Kenya

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 marzo 2021

Leonardo (ex Finmeccanica), l’holding militare-industriale-finanziaria italiana ha consegnato alle forze di polizia del Kenya tre elicotteri da trasporto AW139 prodotti negli stabilimenti di Varese-Venegono. A renderlo noto il sito specializzato sudafricano Defenceweb. Uno dei tre velivoli (immatricolati con i codici KAF-1802, KAF-1804, KAF-1806) è stato fotografato all’inizio di gennaio 2021 mentre trasportava il presidente Uhuru Kenyatta nella città di Kisumu. Sempre secondo Defenceweb altri due elicotteri AW139 con livrea mimetica con le insegne dell’Aeronautica Militare del Kenya avevano svolto test di volo dall’aeroporto di Varese-Venegono, a marzo e all’inizio di aprile 2019.

Elicottero AW139 di Leonardo

L’AW139 si colloca nella categoria dei velivoli medi da sei tonnellate, con capacità di trasporto fino a 15 persone ed una vocazione multiruolo grazie alla rapida riconfigurabilità e ad un’ampia dotazione di sensori, sistemi di comunicazione e di condivisione dati. I velivoli sono normalmente armati con mitragliatrici da 7,62 mm.

L’ordine dei tre elicotteri AW139 di Leonardo per le forze di polizia del Kenya (ora parte del National Air Support Department) era stato rivelato nel giugno 2018 da un report del Parlamento di Nairobi. Per il loro acquisto il governo ha ottenuto un prestito di 6 miliardi di scellini (59 milioni di dollari) da parte del gruppo bancario italiano UniCredit SpA. La polizia keniota ha ricevuto altri tre velivoli AW139 tra l’aprile 2016 e la primavera del 2018. Questi velivoli sono stati configurati in due versioni: la prima per le operazioni di pronto intervento e sorveglianza dell’ordine pubblico e la seconda per il trasporto VIP. L’8 settembre 2016, l’elicottero AW139 con matricola 31717 è precipitato in un campo nei pressi della capitale Nairobi nel corso di una missione di pattugliamento. A bordo erano presenti quattro poliziotti che hanno riportato gravi ferite.

Nel corso dell’anno 2020 (a gennaio e ad ottobre), le forze armate del Kenya hanno ricevuto dall’italiana Leonardo pure tre grandi aerei da trasporto C-27J “Spartan”. I velivoli sono stati prodotti negli stabilimenti di Torino-Caselle; sono dotati di sistemi e motori Rolls Royce e possono raggiungere una velocità massima di circa 600 km/h. Impiegati generalmente come velivoli tattici per il trasporto di uomini e mezzi militari, i C27J “Spartan” possono essere utilizzati anche per gli aviolanci di paracadutisti, l’evacuazione medica di personale ferito, la ricerca e il soccorso, il pattugliamento marittimo, il rifornimento terrestre e, ovviamente, il combattimento a fuoco. Per le operazioni di trasporto aereo, i velivoli sono in grado di imbarcare fino ad un massimo di 60 soldati o 46 paracadutisti con equipaggiamento leggero o, ancora, fino a 11,5 tonnellate di materiali.

I trasferimenti di elicotteri e aerei da trasporto made in Italy alle forze armate e di polizia keniote sono avvenuti in un anno segnato da gravi violazioni dei diritti umani nel paese dell’Africa orientale. In particolare la polizia si è resa responsabile di brutali repressioni contro pacifici manifestanti o contro gli abitanti delle baraccopoli “abusive” nelle periferie delle città metropolitane.

Renee Ngamau, presidente Amnetsy International, Kenya

Il 14 settembre 2020 a Nairobi è stata arrestata arbitrariamente la presidentessa di Amnesty International Kenya, Renee Ngamau, poche ore dopo che la donna  aveva preso parte a una marcia pacifica per protestare contro un progetto di sviluppo privato su terreni pubblici destinati inizialmente a parco giochi nel quartiere di Jamhuri Phase 1. “Sulla base di una sola denuncia, 11 poliziotti hanno pensato bene di irrompere nottetempo nell’abitazione di Renee e arrestarla”, ha riportato Amnesty International. “Il giorno dopo ha atteso invano che un giudice s’interessasse al suo caso ed è stata rilasciata solo dopo il pagamento della cauzione. Renee è stata presa perché ha assunto la guida della comunità degli abitanti del suo quartiere che si oppone pacificamente alla cessione a privati di terreni che erano stati destinati a far giocare le bambine e i bambini”.

Secondo le organizzazioni non governative internazionali sono già una quindicina le persone assassinate nell’ultimo anno dalle forze di polizia nel corso delle operazioni nelle strade del paese per imporre il coprifuoco durante l’emergenza Covid19.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Leonardo consegna l’ultimo aereo per truppe d’assalto al Kenya

8 marzo in Burkina Faso: vittime di incesto sole, abbandonate, bandite dalla famiglia

Africa ExPress
8 marzo 2021

Piange la giovane mamma mentre allatta il suo bimbo di nemmeno due mesi che presto dovrà lasciare all’orfanotrofio. E’ una creatura del “peccato”.  Non potrà crescere con lei, con gli altri fratellini.

Sì, il bimbo di Nadine (nome di fantasia) è frutto di incesto, una parola che in Burkina Faso, come in quasi tutto il mondo è vietato pronunciare. Tutt’ora, nel 2021 resta un tabù. Quasi un anno fa la donna è stata violentata dal cugino. Subito dopo si è accorta di essere incinta. Subito ha capito che doveva allontanarsi da casa, lasciare gli altri sei figli.

Ha chiesto ospitalità a una sorella che vive a Yako, una città mineraria nella nel nord del Burkina Faso, in provincia di Passoré. Una volta partorito ha dovuto portare suo figlio in uno degli orfanotrofi della città, dove le hanno concesso di restare qualche settimana con il neonato. Nadine aveva paura che il marito avrebbe chiesto il divorzio. Non lo vede da 4 anni, perché lavora come bracciante in una piantagione in Costa d’Avorio e non gli ha mai “confessato” di essere stata violentata. Ma il cognato l’ha rassicurata: ”Ti riprenderà se dai via il bambino e se otterrai il perdono”.

Una vittima d’incesto

Se le madri che hanno subito un rapporto incestuoso vogliono ritornare a casa, devono chiedere perdono alla famiglia del marito e al capo-villaggio. Una cerimonia complessa che coinvolge polli e pecore. Se questi animali, uccidendoli, cadono a terra con la parte posteriore, significa che le scuse sono sincere e si può concedere il perdono alla donna; se per caso l’animale invece stramazza in giù con il muso, la cerimonia deve essere ripetuta finché la morte non sopraggiunge nella corretta posizione.

L’incesto è vietato in Burkina Faso e, secondo il Codice penale, è punibile fino a sei anni di prigione e una multa che può superare anche 9 mila dollari. Ma un conto è la legge, un conto le conseguenze reali e sono proprio le vittime – donne e bambini – a pagare il prezzo più alto di queste violenze familiari.

In tutto il Paese, ma soprattutto tra i mossi, il gruppo etnico più numeroso (rappresenta il 40 per cento della popolazione del Burkina Faso), donne o ragazze rimaste gravide dopo un incesto, devono lasciare la loro casa, vengono bandite dalla famiglia, sono costrette a dare via il neonato. Perché, secondo un’antica credenza popolare, il figlio frutto di un rapporto endogamo è una creatura maledetta e, se resta nel villaggio o se la donna ritorna senza essere stata perdonata dal capo-villaggio, chiunque sta vicino a loro, morirà.

Tale usanza distrugge le famiglie, ma è la donna e suo figlio che pagano il prezzo più alto: lei emarginata, sola, rifiutata dalla propria famiglia, non potrà riprendere mai più una vita normale, mentre il piccolo crescerà senza genitori e parenti.

Secondo stime governative, specie nella provincia di Passoré, i casi di incesto sono in continuo aumento. Ma ovviamente non tutti vengono denunciati. Lo conferma il direttore di uno degli orfanatrofi di Yako: “Negli ultimi due anni abbiamo accolto 10 bambini nati da tali rapporti, mentre in precedenza erano solo 2 ogni 12 mesi”.

E Gaston Nassouri, responsabile del governo per gli Affari umanitari e delle donne nella provincia di Passoré, ha sottolineato:  “E’ un problema sociale che affligge le nostre comunità e dunque non può essere risolto da un giorno all’altro”.

In uno degli orfanotrofi della zona, la metà dei 21 piccoli presenti sono nati da un rapporto incestuoso. Spesso le madri sono poco più che bambine. Nessuna denuncia di stupro, eppure tutti sanno che è così, ma non si osa parlare. Nessuno è disposto a denunciare un membro della propria famiglia.

In passato le conseguenze per i bimbi erano ancora peggio: era usanza comune seppellirli ancora vivi o strangolarli con una corda appena nati. Ora vengono accolti negli orfanatrofi e a volte si concretizza persino un’adozione.

Africa Express
@africexp

 

Alla faccia di Regeni/Minniti-Gabrielli-Alfano: le relazioni pericolose con la polizia di Al-Sisi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
8 marzo 2021

8 agosto 2017. Il ministro dell’Interno in carica, Marco Minniti (Pd) inviava alle due Camere la relazione sulle spese sostenute dal suo dicastero nell’anno 2016. Alcuni importanti passaggi erano riservati all’Egitto del dittatore Abdel Fattah al-Sisi, paese con cui l’Italia aveva rafforzato la partnership nel settore della sicurezza e della lotta all’immigrazione illegale, nonostante le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia del Paese nordafricano. “Per assicurare rapporti di diretta collaborazione, anche operativa, con gli Stati terzi di particolare interesse migratorio – scriveva Minniti – sono state aperte, negli anni, posizioni di Esperti per l’Immigrazione presso le sedi di Ambasciate italiane in Libia, Turchia, Tunisia ed Egitto . In particolare, nel 2016, allo scopo di conferire maggiore efficacia all’azione investigativa finalizzata al contrasto delle reti criminali dedite al traffico di migranti via mare – aggiungeva l’allora ministro – , sono state sviluppate forme di collaborazione operativa con le competenti autorità di polizia dell’Egitto e della Turchia. Il rafforzamento della collaborazione ha riguardato anche il settore della prevenzione e lotta al terrorismo, con un’attenzione particolare al preoccupante fenomeno dei c.d. foreignterrorist fighters (FTF)”.

Marco Minniti, ex ministro degli Interni

Soffermandosi sulla cooperazione tra Italia e l’Egitto, Marco Minniti riferiva che nel 2016 erano stati organizzati “dieci corsi in diversi Istituti di Istruzione della Polizia di Stato”. “Per quanto riguarda le forniture – aggiungeva Minniti – nel luglio 2016 sono stati avviati, presso lo stabilimento di Frosinone dell’Agusta Westland (Leonardo), i lavori di ripristino sul primo di quattro elicotteri in disuso, la cui donazione era stata promessa all’Egitto, nel 2012, dal Capo della Polizia pro tempore”.

Nel novembre del 2016, la Polizia italiana aveva consegnato al Ministero dell’Interno egiziano pure 250 desktop, 250 monitor, 250 notebook e 250 stampanti. Nessun accenno invece, da parte di Minniti, a quanto accaduto al Cairo il 25 gennaio 2016, quando un gruppo armato aveva sequestrato e assassinato il ricercatore italiano Giulio Regeni.

In quel maledetto 2016 l’Italia si era macchiata della deportazione in Egitto manu militari di centinaia di migranti, utilizzando un vecchio accordo di cooperazione bilaterale contro il terrorismo e l’immigrazione irregolare. Inoltre il Dipartimento della Polizia di Stato aveva consegnato alle forze di sicurezza del generale al-Sisi “venti apparati Phone Forensic Express completi di connection kit” e aveva pure coperto le spese per la manutenzione del Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (Afis) utilizzato dagli egiziani per identificare e bloccare i flussi “illegali” di migranti. Roma aveva acquistato il Sistema Afis nel 2006 dalla filiale milanese della multinazionale Hewlett Packard per 5,2 milioni di euro, consegnandolo alla Polizia egiziana e facendosi anche carico della sua manutenzione annuale (il giornalista Duccio Facchini di Altreconomia ha rilevato che la manutenzione è stata rifinanziata dal Ministero dell’Interno sino al 2019 con quasi 500 mila euro l’anno perché di “carattere prioritario per la sicurezza nazionale”).

Per quasi tutto il 2016 Marco Minniti aveva svolto il ruolo di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti (incarico ricoperto sin dal 17 maggio 2013 con i governi Letta e Renzi) e solo a fine dicembre con l’ingresso a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni, Minniti era promosso a ministro dell’Interno, succedendo ad Angelino Alfano (neoministro degli Esteri). Nonostante il cambio alla guida del Viminale, i rapporti privilegiati con il Cairo non mutavano. Nella relazione alle Camere sulle attività chiave del 2017, il Ministero dell’Interno confermava infatti la fornitura all’Egitto dei quattro elicotteri dismessi dalla Polizia di Stato “previa rimessa in efficienza a cura dell’Agusta Westland e relativo addestramento del personale pilota e tecnico egiziano per il c.d. passaggiomacchina”. Il primo elicottero, aggiungeva il Ministero “è stato collaudato nel mese di gennaio 2018 ed è quindi pronto per la consegna”.

“Nel 2017 è stata realizzata un’importante offerta formativa finanziata con i fondi di questa Direzione Centrale, consistente nell’erogazione di 23 corsi in vari settori della sicurezza (dalla formazione specialistica presso il NOCS ai corsi presso le principali Scuole di Polizia italiane – Cesena, Brescia, Spinaceto, Abbasanta, Pescara) a favore di Egitto, Tunisia, Libia, Gambia, e Nigeria”, specificava ancora la relazione annuale.

“E’ stato chiesto un finanziamento all’UE per il progetto di durata biennale ITEPA (Project – International Training at Egyptian Police Academy) per la realizzazione, presso l’Accademia di polizia del Cairo, di un Centro internazionale di formazione specialistica nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori misti, destinato all’erogazione di tre corsi l’anno per un totale di 360 operatori di polizia provenienti da ben 22 Paesi africani”. L’iniziativa era frutto di un protocollo tecnico siglato a Roma il 13 settembre 2017 tra l’allora Capo dell’Accademia di Polizia egiziana ed il prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere da meno di due mesi. Secondo l’accordo, il “centro di addestramento organizzerà workshop per formare i poliziotti africani alla gestione della sicurezza delle frontiere e della lotta alla tratta, sotto la supervisione di personale egiziano, italiano ed europeo”.

Coincidenza vuole che proprio il 13 settembre 2017 giungeva al Cairo il nuovo ambasciatore italiano, il Giampaolo Cantini; il governo aveva ritirato quasi un anno prima il rappresentante diplomatico a seguito della mancata collaborazione alle indagini sul barbaro omicidio di Giulio Regeni da parte della autorità egiziane.

Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’intelligence

Dopo l’Ok dell’Unione Europea al finanziamento del progetto Itepa attraverso il Fondo di Sicurezza Interna, esso ha preso il via nella capitale egiziana il 20 marzo 2018, alla presenza dell’allora Capo della Polizia italiana, prefetto Franco Gabrielli, di rappresentanti della Commissione europea e delle Agenzie Frontex ed Europol. “Saranno formati al Cairo funzionari di polizia e ufficiali di frontiera che, a loro volta, formeranno altro personale nei rispettivi Paesi”, riporta la nota emessa dal Dipartimento della Polizia di Stato. “Oltre all’Egitto, partner dell’Italia nel progetto, i Paesi beneficiari sono: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia”.

“Noi siamo orgogliosi – dichiarava il prefetto Gabrielli nel corso del suo intervento inaugurale – non solo di aver creato le condizioni per un progetto di cooperazione di polizia ma di averlo fatto in una cornice nella quale il rispetto dei diritti umani è uno degli asset fondamentali”. Il progetto Itepa si è concluso a Roma il 27 novembre 2019 con una conferenza presso la scuola Superiore di Polizia, alla presenza ancora una volta di Franco Gabrielli, del direttore centrale dell’Immigrazione e delle Frontiere Massimo Bontempi, e del generale Ahemed Ebrahim, assistente del ministro dell’Interno egiziano e presidente dell’Accademia di Polizia del Cairo.

Non si può certo dire che l’infausta cooperazione delle forze di polizia italiane con il sanguinario regime egiziano abbia poi arrecato alcun danno d’immagine o alle carriere dei promotori e dei protagonisti nazionali. Il prefetto Franco Gabrielli, già direttore dei servizi segreti SISDE e AISE, Capo della Polizia a partire del 20 aprile 2016, è stato nominato la scorsa settimana sottosegretario alla Presidenza del consiglio, con delega alla “sicurezza della Repubblica” (ancora intelligence, contrasto all’immigrazione illegale, lotta al Covid, ecc.).

Marco Minniti è rimasto ministro sino all’1 giugno 2018, cioè dopo che nel Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta, in Sardegna, si era tenuto un corso di “guida fuoristrada in ambito extraurbano” riservato ad un gruppo di operatori della forza di polizia egiziana e relativi interpreti (8-20 aprile 2018).

Minniti, dopo quattro legislature in Parlamento, il 27 febbraio 2021 si è dimesso da deputato per assumere la presidenza della Fondazione Med-Or, creata dalla holding del complesso militare-industriale Leonardo per “promuovere le relazioni economiche, industriali e culturali” con i Paesi del Mediterraneo, dell’area subsahariana, del Medio e Estremo Oriente, in particolare con programmi strutturali nell’ambito aerospaziale, della difesa e della sicurezza.

Angelino Alfano, ex ministro degli Esteri

L’ex ministro dell’Interno e degli Affari Esteri, Angelino Alfano, non ricandidatosi alle ultime elezioni politiche, ha scelto di dedicarsi all’attività forense e il 30 giugno 2018 è divenuto consulente dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo di Milano nel team specializzato in Public International Law & Economic Diplomacy.

“Alfano è stato voluto in quanto esperto di Diritto civile, commercio internazionale, procedure antiterrorismo, sicurezza negli stadi e sanzioni internazionali e il suo arrivo rafforzerà il nostro presidio in Africa e nel Medio Oriente soprattutto nei servizi di consulenza per Stati e Istituzioni”, hanno spiegato i titolari dello studio milanese al settimanale l’Espresso. Consulente con Angelino Alfano del team diplomatico-internazionale, l’economista egiziano Ziad Bahaa-Eldin, già a capo dell’authority finanziaria durante la presidenza Mubarak e vice-ministro dopo il colpo di Stato di al-Sisi del 2013, incarico ricoperto sino al 30 gennaio 2014.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

 

Guerriglia urbana in Senegal: 4 morti Comunità internazionale preoccupata

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 marzo 2021

Quattro morti e scene di guerriglia urbana in diverse città del Senegal dopo le proteste che si sono protratte per tre giorni in seguito all’arresto di Ousmane Sonko, deputato del maggiore partito all’opposizione, Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité).

Sonko, che è arrivato terzo con il 15,67 per cento delle preferenze alle presidenziali del 2019, è stato fermato dalle forze dell’ordine mercoledì scorso con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica e partecipazione a manifestazione non autorizzata. Ma Sonko è anche indagato per stupro e minaccia di morte, denuncia depositata da una giovane impiegata di un salone di bellezza a Dakar.

Ousmane Sonko, deputato senegalese del partito Pastef-Les Patriotes

Nella maggior parte dei quartieri della capitale sabato mattina è ritornata la calma. Ma la donna che accusa Sonko – hanno denunciato i suoi legali – durante la notte ha avuto la casa incendiata.

Sui social network i senegalesi continuano a manifestare la loro grande indignazione e malcontento per le parole pronunciate venerdì dal ministro degli Interni, Antoine Félix Diome, che ha fermamente condannato ciò che si è verificato in questi giorni, come saccheggi, atti di vandalismo contro edifici pubblici e beni privati. Il ministro ha inoltre annunciato che tutti responsabili di questi atti criminali saranno processati.

Senegal: proteste per l’arresto di Ousmane Sonko

Per paura di eventuali nuove proteste, Sonko resta in custodia cautelare fino a domenica, 7 marzo. Secondo i suoi avvocati non potrà essere convocato dal magistrato prima di lunedì, data per la quale è comunque già fissato un nuovo incontro con il giudice per le indagini preliminari per le accuse di stupro e minacce di morte.

In questi giorni i giovani senegalesi hanno espresso tutta la loro rabbia e il loro malcontento.  Durante le manifestazioni hanno devastato e saccheggiato negozi, molti commercianti sono disperati perché hanno perso gran parte delle loro merci e quel poco che è rimasto è ormai invendibile, perché, ha raccontato un addetto alle pulizie di Auchan: “Hanno lasciato i rubinetti dell’acqua aperti e tutto si è inzuppato e si deve buttare”.

Ha destato preoccupazione la presenza accanto alle polizia di persone non meglio identificate. Viaggiavano su dei pick-up non immatricolati a Dakar, in coda alle forze dell’ordine. Portavano caschi e, secondo alcune testimonianze, in alcuni casi brandivano bastoni. Chi sono? Qual è il loro obiettivo? Chi li ha reclutati? Sono questioni che poste alle autorità da diverse organizzazioni della società civile.

Sadikh Niass, segretario generale di Rencontre africaine pour la défense des droits de l’homme (Radhho), si è detto perplesso: “Non è chiaro se questi giovani sono stati reclutati dalla polizia o se fanno parte dei partiti al potere”. Il Forum civile, sezione senegalese di Transparency International, ha chiesto chiarimenti al ministero degli Interni.

Alcuni giovani residenti non si spiegano perché sono stati attaccati negozi e supermercati. “Dobbiamo vergognarci per questo. Vogliamo tutti la pace. Ousmane Sanko vuole la pace, Macky Sall (il presidente della Repubblica, ndr) la vuole ”.

Mentre un altro ha spiegato ai reporter di Radio France Internationale  di non aver partecipato alle proteste in piazza, pur sostenendo i manifestanti. Anche lui ha condannato i gravi atti di vandalismo. “I giovani protestano perché sono arrabbiati, non c’è lavoro. Il presidente fa del male ai senegalesi. Vogliamo che sia indulgente con la popolazione. Deve ascoltare la gente per governare meglio”.

Anche i senegalesi residenti all’estero hanno fatto sentire la propria voce. Venerdì davanti al loro Consolato di Milano si sono radunate una trentina di persone per protestare contro l’arresto di Sonko.

Intanto non si sono fatte attendere le reazioni della comunità internazionale. La CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Ocidentale) ha condannato le violenze che hanno provocato la morte di 4 persone – secondo le informazioni del ministero degli Interni di Dakar – e ha lanciato un appello alla calma e moderazione a tutte le parti in causa.

E Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana ha espresso grande preoccupazione e in un comunicato ha condannato gli atti di vandalismo e saccheggio. Anche il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres ha detto di essere molto preoccupato e ha chiesto di evitare un escalation dei fatti.

Mentre il Partito Socialista Senegalese, che fa parte della coalizione di governo, teme che la politicizzazione dell’Affaire Sonko sia un pretesto per destabilizzare il Paese. Il Partito Democratico Senegalese dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ha specificato di opporsi a qualsiasi forma di imbavagliamento forzato o all’estromissione di un oppositore con metodi non convenzionali. Il raggruppamento politico ha comunque condannato gli atti di violenza e come molti altri, ha fatto appello alla calma e alla moderazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Team di scienziati mette a punto un vaccino RNA contro la malaria

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 marzo 2021

Aggirare l’ostacolo per trovare la soluzione al problema. È ciò che hanno fatto gli scienziati Richard Bucala e Andrew Geall per creare il vaccino contro la malaria efficace sui topi. Un’impresa che fino a ieri era considerata una “mission impossible” ma che è diventato fattibile grazie alla tecnologia dell’RNA. Una rivoluzione, la stessa utilizzata per sviluppare il vaccino contro la Covid-19 che porta di qualche chilometro avanti la realizzazione dei sieri salvavita.

Migliorata la strada aperta da Pfizer-Biontech e Moderna

Richard Bucala, medico e docente alla Yale School of Medicine (USA) e Andrew Geall, ricercatore farmaceutico, sono pronti a vincere la guerra contro la malaria. La strada aperta da Pfizer-Biontech e Moderna, e migliorata da Bucala e Geall, diventa il sistema per sconfiggere una malattia considerata fino a ieri invincibile. La difficoltà di sconfiggere il paludismo sta nell’incredibile e geniale strategia del Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae) per sopravvivere e continuare a nutrirsi dell’ospite.
Una strategia simile a quella dell’HIV.

vaccino RNA La zanzara anofele, insetto che veicola la malaria
La zanzara anofele, insetto che veicola la malaria

Neutralizzata la proteina che blocca il vaccino

Il parassita contiene una proteina che inibisce la produzione di cellule T della memoria, quelle che proteggono dai patogeni incontrati in precedenza. “Nostri studi indicano che il responsabile è la proteina PMIF (fattore inibitorio della migrazione dei macrofagi plasmodici, ndr) – ha spiegato Richard Bucala ad Academic Times – . Impedisce la formazione dei linfociti T ed è per questo che non è stato possibile generare una risposta della memoria al Plasmodium”. L’organismo contagiato non potendo generare queste cellule rende il vaccino inefficace.

Bucala e Geall hanno trovato il sistema che permette al corpo di produrre le cellule T necessarie e quindi viene immunizzato contro la malaria. Sui topi da laboratorio ha funzionato utilizzando la piattaforma saRNA auto-amplificante.

Dopo il vaccino RNA i topi rimagono immuni

Nelle cellule muscolari dei topi è stato iniettato il vaccino a base di RNA con un ceppo del parassita della malaria privo di PMIF. Gli animali da laboratorio hanno secreto una versione alterata della proteina PMIF, che ha spinto il sistema immunitario ad agire. E a rimanere immune alla malaria.

“I vaccini tradizionali richiedono circa 6 mesi per essere prodotti – scrive Yale Scientific, voce autorevole della Yale School of Medicine. – Altro vantaggio di questo vaccino a base di RNA è che può essere prodotto in un terzo del tempo. E costi di produzione inferiori. Motivo per cui i vaccini a base di RNA sono più efficaci nel trattamento delle pandemie con agenti patogeni che si evolvono rapidamente”.

Big Pharma all’attacco

Il nuovo vaccino non è ancora stato sperimentato su esseri umani ma il 4 febbraio è stata presentata domanda per il brevetto negli Stati Uniti. La ricerca è stata finanziata da Novartis Pharmaceuticals e National Institutes of Health mentre GlaxoSmithKline è l’assegnataria del brevetto. Se il brevetto sarà approvato l’azienda farmaceutica potrà produrre il vaccino e renderlo disponibile al pubblico.

Vaccino RNA Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae)
Immagine al microscopio del Plasmodio della malaria (Plasmodium malariae)

L’esperienza del vaccino Mosquirix

Nel 2019, in Malawi, Ghana e Kenya è stato distribuito il primo vaccino contro la malaria: il Mosquirix (RTS,S/AS01). La sua efficacia arriva al 30 per cento e dopo quattro anni scende al 15 per cento. ma pur essendo bassa per un vaccino, ha salvato migliaia di bambini.

La malaria è una delle malattie più pericolose del pianeta che colpisce soprattutto i bambini con età inferiore ai 5 anni. Secondo dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS-WHO), dal 2000 ad oggi ci sono stati 1,5 miliardi di malati. Nel 2019 i casi di malaria nel mondo sono stati 229 milioni con quasi 409 mila morti. Il 94 per cento dei casi di malaria sono nell’Africa sub-sahariana.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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Un romanzo per raccontare la schiavitù in Mauritania: “Hartani, catene invisibili”

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
6 Marzo 2021

Torniamo a parlare di Mauritania segnalando la lettura di un libro: “Hartani, catene invisibili” di Lucia Berardi.

La trama riguarda la storia di una giornalista torinese, Fosca, impegnata a realizzare un reportage in Mauritania con un famoso fotografo. La reporter viaggia nel deserto con un gruppo d’italiani, guidati da un suo ex professore e amico, cui si unisce un affascinante paleontologo francese. Ma durante il soggiorno africano, Fosca s’imbatte nel problema della schiavitù, realtà nascosta ma ancora radicata in quel Paese, nonostante la legge lo vieti. Inizia così un’indagine che la protagonista porta avanti da sola, prima nella capitale, poi nella regione dell’Adrar, sospettando un traffico di donne che arriva fino alla Costa Atlantica. Scorrendo le pagine, si assiste a un crescendo di tensione che culminerà in diversi colpi di scena.

Abbiamo intervistato l’autrice.

Partiamo dal titolo. Cosa significa Hartani? “L’ Hartani è chi sta nella condizione di schiavo affrancato, ossia reso libero. Ma nella società mauritana, nonostante la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, si può dire non esista differenza tra uno schiavo (Abd) e un affrancato (Hartani). L’origine della persona determina il suo status sociale a vita. Molte persone sono schiavi domestici, proprietà di una famiglia da generazioni.”

Come nasce l’idea del libro? “Nel 2018 ho fatto un viaggio in Mauritania e ne sono rimasta molto affascinata. Quando mi sono recata nel Paese, e durante la mia permanenza, ignoravo il problema della schiavitù. Al mio rientro un forte interesse, e un istinto di approfondimento, mi hanno fatto scoprire la vera realtà. In particolare, la tesi di dottorato di Valentina Picco (Università di Bergamo, 2012) mi ha suggerito una prospettiva diversa e sconvolgente sul Paese visitato, ed è stata una preziosa fonte d’ispirazione”.

Perché ha sentito il bisogno di pubblicare un libro in cui si descrive questa realtà? “Come dicevo, al rientro sentivo dentro me un forte bisogno di parlare della Mauritania. Riavvolgendo il nastro della mia mente, continuavo a pensare a certi volti incontrati laggiù, agli sguardi tristi di alcuni e a quelli arroganti di altri, comprendendone sempre più i perché. Poi, nel 2019, ho partecipato ad un corso di scrittura, che prevedeva la stesura di un romanzo Noir, e così ho potuto dare “sfogo” alla mia mente per un racconto sulla Mauritania”.

Quindi le vicende del libro ricalcano episodi reali del suo viaggio? “Il lungo itinerario descritto nel romanzo è lo stesso, organizzato dall’amico Stefano Fazzini (a cui si ispira la figura di Lorenzo), nella Mauritania del Nord. I luoghi di cui ho parlato sono reali, mentre la vicenda e i personaggi sono frutto di fantasia. Gli unici personaggi veri inseriti nel romanzo sono l’attivista Halima e il leader abolizionista Biram Dah Abeid, candidato alle elezioni presidenziali del 2019. L’ipotesi circa un coinvolgimento della SNIM nella tratta di esseri umani è un’invenzione letteraria.”

In passato, Africa ExPress, ha parlato più volte parlato della schiavitù in Mauritania. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito, sulla carta, la schiavitù, e le punizioni per tale crimine erano miti e quasi mai applicate. Per questo, la schiavitù è stata abolita nuovamente il 12 agosto 2015, con una legge che la considera un reato contro l’umanità.

Ma, essendo ancora una società rigidamente suddivisa in caste, molti soprusi non vengono denunciati. I mauri bianchi o beydens, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore”. La condizione di schiavo è tramandata da madre in figlio, e chi la incarna non ha potuto quasi mai occupare posti di prestigio nella società. Nel 2019 la polizia della Mauritania ha negato l’ingresso a una delegazione di Amnesty International, giunta nel Paese per indagare su alcune questioni riguardanti la schiavitù. Gli schiavi che denunciano i loro padroni sono, purtroppo, ancora troppo pochi.

Questo dipende dal fatto che sono persone educate alla sottomissione verso il padrone, e anche perché spesso gli ex schiavi fanno fatica ad inserirsi nella società, finendo per vivere la piaga dell’isolamento nelle periferie e quella della disoccupazione. Vivono comunque con un marchio sociale, in una condizione mentale che è stata equiparata a quella di “una donna violentata”.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it

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Proteste in Senegal dopo l’arresto di Sonko In Casamance muore un manifestante

Africa ExPress
4 marzo 2021

Continuano le tensioni in Senegal dopo l’arresto dell’oppositore del partito al potere e parlamentare del raggruppamento politico Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), Osoumane Sonko. Il politico è stato fermato dalla polizia mercoledì scorso mentre si recava in tribunale per essere sentito dal giudice per le indagini preliminari.

Giovedì i giovani hanno organizzato altre manifestazioni in diversi quartieri e in alcune periferie della capitale per chiedere la liberazione immediata del leader e si sono verificati nuovi scontri con le forze dell’ordine, non solo a Dakar, ma anche nel sud del Paese. Le maglie della censura si fanno più stratte: le autorità hanno chiuso due televisioni private perché hanno riportato troppe notizie sull’ affaire Sonko

A Bignona, feudo dell’opposizione della regione “ribelle” di Casamance, un manifestante, Cheikh Ibrahima Coly, è morto durante i disordini. Il prefetto ha fatto sapere ai reporter di Radio France Internationale che un’indagine sull’accaduto è in corso.

Manifestazioni in Senegal

Sonko era stato denunciato a febbraio da un’impiegata di un salone di bellezza per stupro e minacce di morte, accuse che il politiche respinge fermamente. E per concedere l’autorizzazione a procedere, venerdì scorso  l’Assemblea nazionale ha votato a favore della revoca dell’immunità parlamentare. Si è scatenata così l’indignazione dei suoi supporter.

E mercoledì mattina mentre Sonko si recava in Tribunale, centinaia di giovani si sono riversati sulle strade e hanno seguito l’automobile del deputato durante il tragitto da casa sua verso il Palazzo di Giustizia di Dakar. La polizia ha disperso i manifestanti con gas lacrimogeni e ha arrestato il leader di Pastef-Les Patriotes con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica e partecipazione a manifestazione non autorizzata.

Ousmane Sonko, deputato senegalese del partito Pastef-Les Patriotes

Secondo il leader dell’opposizione le accuse contro di lui sarebbero state montate ad hoc dal presidente Macky Sall per escluderlo dalle presidenziali previste per il 2024. Bisogna ricordare che Sanko nelle precedenti elezioni del 2019, vinte dal presidente uscente Macky Sall, si era piazzato terzo.

Africa Express
@africexp

Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance