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Afghanistan: continue violazioni dei diritti umani nel silenzio anche dei militari italiani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2021

Le accuse di torture, lanciate dai detenuti nelle prigioni dell’Afghanistan continuano ad essere numerose e i diritti procedurali dei carcerati sono in gran parte ignorati. Lo afferma l’ultimo rapporto sulla tortura pubblicato nei giorni scorsi dalla missione Onu nel Paese (UNAMA) e dall’Ufficio dei diritti dell’uomo ONU.

La tortura e i maltrattamenti, vietati dalla legge afghana e dal diritto internazionale, continuano nelle strutture delle agenzie governative, tuttavia UNAMA ha registrato una leggera riduzione del numero di accuse rispetto al passato. Il rapporto riassume le conclusioni della sorveglianza ONU sulle persone detenute per accuse relative alla sicurezza o al terrorismo, nel periodo 1°gennaio 2019-31 marzo 2020. Il documento si basa sulle interviste a 656 detenuti. Ovviamente non sono considerate le prigioni dei talebani e degli altri movimenti antigovernativi, vista l’impossibilità di accedervi.

Afghanistan, talebani

E’ fonte di grave preoccupazione, per l’ONU, che oltre il 30 per cento dei carcerati interrogati abbia fornito informazioni credibili sulla tortura e sui maltrattamenti subiti. A quasi la metà dei detenuti dalle forze di sicurezza e dai servizi segreti sono stati sottoposti documenti da firmare di cui non conoscevano il contenuto. L’Onu è preoccupata anche della detenzione in isolamento ed in segreto praticata dalla Direzione Nazionale della Sicurezza (DNS).In quasi tutti i casi i prigionieri non sono stati informati dei loro diritti, non hanno potuto consultare un avvocato o essere sottoposti ad una visita medica prima di essere interrogati, inoltre, in molti casi non hanno potuto contattare i familiari nei giorni successivi all’arresto.

Nell’ex carcere di Bagram (ora denominato Parwan) la detenzione segreta è ancora ampiamente utilizzata, così come la privazione sensoriale, anche per tutta la durata della carcerazione.

Anni fa il presidente Ashraf Ghani Ahmadzai affermava: “Il mio governo non tollera la tortura”. In realtà, come ha scritto Human Right Watch, il rapporto “documenta l’incapacità del governo di attuare le garanzie più elementari contro la tortura e i maltrattamenti in Afghanistan”. Evidentemente l’esecutivo di Kabul ha condotto ben poche inchieste e pochi di quelli accusati sono stati indagati, alimentando la cultura dell’impunità.

Non è una novità, purtroppo, secondo il rapporto 2015-2016 di Amnesty International “la tortura e altri maltrattamenti, così come la detenzione in incommunicado, sono rimasti la norma in tutto il sistema carcerario”, nel successivo rapporto 2017-2018, l’organizzazione confermava la situazione: “In tutto il Paese gli afghani sono a rischio di tortura e di altri maltrattamenti”.

L’uso della tortura da parte di talebani non può essere un alibi per non cambiare le cose.

Ma le violazioni dei più elementari diritti umani nel Paese asiatico sono anche molte altre. I rapporti del Segretario generale dell’Onu, denunciano, da anni, il reclutamento e l’utilizzo di bambini come soldati da parte di vari corpi di sicurezza: la polizia nazionale afghana è stata addestrata dai carabinieri fino alla fine del 2016, nell’ambito di una missione europea; la polizia locale è di fatto una milizia filogovernativa. Anche nel Paese asiatico, sconvolto da un conflitto sempre più totale, che dura da oltre 40 anni, non esistono più luoghi sicuri, mentre donne e bambini diventano obiettivi privilegiati da parte di eserciti e guerriglie.

Torture nelle galere afghane

UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) ha registrato nel solo periodo 2009-19 centomila vittime tra la popolazione civile – di cui 35.000 morti e 65.000 feriti, in maggioranza donne e bambini – per lo più causatE dai guerriglieri, ma anche dalle forze di sicurezza afghane e internazionali. Sempre secondo l’UNAMA, nel 2019 le forze filogovernative hanno provocato circa 1.500 morti e altrettanti feriti, con un notevole incremento sul 2018. “Gli attacchi aerei – c’è scritto – nel 2019 hanno causato 700 morti e 345 feriti fra la popolazione civile, causando il 10 per cento dei decessi  e dei ferimenti di civili”. Concetti quali “guerre umanitarie” o “bombardamenti chirurgici” sono, quindi, parole prive di significato.

Anche gli ultimi dati relativi ai primi nove mesi del 2020 confermano questo trend. Non solo, secondo UNAMA le forze filogovernative hanno ucciso 246 minori e ne hanno feriti 476, per lo più ad opera dell’esercito afghano mentre le forze internazionali ne hanno uccisi 35 e feriti 9. In alcuni casi i militari hanno impedito l’accesso agli aiuti umanitari, moltiplicando le sofferenze di tanti bisognosi. Nel periodo gennaio-settembre 2020 i bombardamenti aerei delle forze internazionali  hanno causato, la morte di 83 civili ed il ferimento di 30 persone.

Un accordo raggiunto con i talebani prevede che gli americani si ritireranno gradualmente dal Paese. L’Italia, pur avendo uno dei contingenti più numerosi, non ha negoziato alcun ritiro.

Un ulteriore contraddizione è costituita dal fatto che il nostro Paese è stato fra i protagonisti dell’adozione in ambito Onu di convenzioni contro l’uso di scuole e ospedali a fini militari. Accordi che, comunque, sono rimasti sulla carta. Per altro il trattato di pace USA-talebani sembra non tutelare i diritti delle donne, che faticosamente si stavano affermando.

Non sembra che davanti a tante sofferenze di innocenti l’Italia abbia sollecitato gli alleati a comportamenti più corretti per evitare le vittime causate dai “danni collaterali” (civili inermi uccisi da droni ed aerei), a condurre indagini sugli abusi commessi, a garantire indennizzi alle vittime e processi equi ai responsabili di tali crimini.

Ma non siamo andati nel Paese asiatico nel 2001 anche per ripristinare i diritti umani? Non è per questo che siamo presenti con un migliaio di soldati, che abbiamo speso molti miliardi di euro per il loro utilizzo e pianto decine di morti? Possibile che salvo rarissime eccezioni nessun politico abbia sollevato il problema? Eppure i rapporti delle Nazioni Unite si susseguono regolarmente nel denunciare i crimini di cui si sono macchiati esercito, polizia afghane e forze internazionali, ma nessun governo, in venti anni, ha chiesto spiegazioni agli alleati.

Non è casuale, quindi, che il Tribunale Penale internazionale (TPI) abbia deciso, nella primavera 2020, di avviare un’indagine sui crimini di diritto internazionale commessi in Afghanistan. Per Amnesty International, si tratta di “una decisione storica con cui il massimo organo di giustizia internazionale, rimediando a un suo terribile errore, si è posto dalla parte delle vittime dei crimini di guerra e di quelli contro l’umanità commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto afgano“.

Pur in presenza di tante violazioni dei diritti umani, il nostro Paese sostiene economicamente le forze di sicurezza e di difesa afghane, con un contributo pari a 120 milioni annui. La decisione assunta nel 2012, in sede NATO, di finanziare il rafforzamento delle forze armate di Kabul non appare eticamente corretta, visto che i fondi sono erogati senza porre alcuna condizione.

In Afghanistan sono stati spesi per la guerra centinaia di miliardi di dollari e solo le briciole di questa enorme somma sono state destinate allo sviluppo. Il Paese è, infatti, agli ultimi posti in tutte le classifiche mondiali dei principali indicatori socioeconomici. Del resto l’economia del Paese si regge, in gran parte, sulla coltivazione del papavero da oppio.

Dopo 20 anni dall’intervento militare italiano andrebbe fatto un esame a consuntivo, che il Parlamento, però, non ha ancora fatto. La domanda fondamentale è quali interessi nazionali abbiamo tutelato, inviando tanti soldati a migliaia di chilometri dall’Italia? Purtroppo una risposta non sembra esserci.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

Cinque stilisti africani i “Fab Five” alla conquista di Milano

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Speciale per Africa-ExPress
Luisa Espanet
Milano, 28 febbraio 2021

Cinque stilisti africani con We are made in Italy The fab Five Bridge Builders sono stati tra i protagonisti della piattaforma digitale di Camera Nazionale della Moda Italiana, durante la Milano Fashion Week.  Dietro all’evento, il progetto Black Lives Matter in Italian Fashion, curato oltre che da CNMI  dal designer Edward Buchanan, dalla fondatrice dell’Afro Fashion Week Michelle Ngomo e da Stella Jean, la stilista di padre italiano e madre haitiana, da vari anni presenza fissa con il suo brand alle settimane della moda milanesi.

L’iniziativa, come anticipa il nome legato al movimento di protesta nato nel 2013,  vuole ribadire i valori dell’inclusione e della multiculturalità, oltre ovviamente mettere in risalto i talenti di cinque POC (People of Colors). Di cinque diversi Paesi africani, ognuno di loro ha maturato esperienze diverse in Italia e propone stili diversi.

Un abito di Claudia

Fabiola Manirakiza, nata in Burundi ma cresciuta in Congo-K, ha creato  Frida Kiza, omaggio alla più nota Kahlo, in cui propone capi in seta con stampe tipo Masai che guardano però alla pittura di Botticelli. Claudia Gisèle Ntsama del Cameron, arrivata in Italia ha fatto i più disparati lavori prima di prendere il diploma in design a Bologna e creare un brand attento alla sostenibilità.

La sfilata di Joy
Un modello di Mokudu

Pape Mokodu Fall del Senegal, figlio di un diplomatico, ha vissuto tra Roma e Dunkirk, è stato attore, è  illustratore e pittore e  negli abiti del marchio, che porta il suo nome, mette i suoi dipinti. La nigeriana Joy Meribe ha lasciato il suo Paese giovanissima. Ha studiato in Italia dove ora produce una collezione ispirata alla forza e all’intelligenza delle donne africane, come sua nonna.

un modello Frida

Il marocchino Karim Daoudi è approdato nelle Marche con la sua famiglia a 13 anni. A 17 ha iniziato a realizzare scarpe per aziende importanti. Ora a 27 ha una sua collezione con colori forti e brillanti, ricordo del Marocco.

Luisa Espanet

Gli stivaletti di Karim Daudi

L’ambasciatore ucciso in Congo orientale: emergono documenti inquietanti

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 febbraio 2021

Il ministero degli Esteri del Congo era perfettamente informato che l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e la sua guardia del corpo Vittorio Iacovacci erano diretti a Goma e, poiché sarebbero andati a Bukavu, avrebbero viaggiato nella zona orientale del Paese. Con loro c’era anche il console italiano a Kinshasa, Alfredo Russo.

Un documento di cui è venuto in possesso Africa ExPress, e che riproduciamo qui, mostra come la nostra ambasciata avesse chiesto alle autorità congolesi le garantige diplomatiche per il suo personale che si sarebbe imbarcato all’aeroporto N’Djili di Kinshasa. La nota chiedeva espressamente l’uso della sala diplomatica dello scalo e il rispetto della convenzione di Vienna secondo cui i bagagli dei diplomatici non vanno ispezionati. E probabile che nelle loro valigie si prevedeva di sistemare le armi del nostro carabiniere.

I nostri tre sarebbero partiti per Goma con un volo dell’ONU. In Africa è normalissimo per diplomatici, operatori umanitari ma anche giornalisti utilizzare gli aerei delle Nazioni Unte. Spesso sono gli unici disponibili e sono anche i più sicuri. Infatti le compagnie locali sia per motivi logistici (ritardi cronici) sia, soprattutto, per quelli di sicurezza (scarsa manutenzione) , sono battezzate sarcasticamente Maybe Airilines o Air Peut-être, cioè linee aeree “forse”, a seconda che ci si trovi in Paesi anglofoni o francofoni.

Come mostra il documento nelle nostre mani, l’ambasciatore italiano e i suoi due compagni erano prenotati su un volo UNHAS (che sta per United Nations Humanitarian Air Service), normalmente schedulato come un normale volo di linea. Non era stato organizzato per loro. Il pilota quindi si dovrebbe essere attenuto ai protocolli di sicurezza normali.

E’ sorprendente che alla nota verbale dell’ambasciata italiana, il ministero degli Esteri congolese abbia fatto seguire ieri sera un secco comunicato in cui si dice che l’ambasciatore, il console e il carabiniere non si sono mai presentati alla sala diplomatica dell’aeroporto N’Djili di Kinshasa e che gli addetti ai controlli non “li hanno mai visti imbarcare” su quel volo.

Quindi all’ultimo addio all’ambasciatore Luca Attanasio e al carabiniere Vittorio Iacovoni sono seguiti immediatamente liti e rimpalli di responsabilità. La colpa viene rimbalzata un po’ a caso pur di allontanarla da se stessi. Occorre quindi chiarire alcuni punti che appaiono affrontati con confusione e pressappochismo.

Le testimonianze concordano nel sostenere che l’ambasciatore Attanasio era conosciuto per la sua schiettezza e l’attenzione verso gli ultimi della Terra e, ovviamente. in Congo ne aveva trovati tanti cui rivolgere la sua attenzione. I congolesi – scriveva qualche anno fa il sociologo svizzero Jean Zigler – sono come un poveraccio seduto su una montagna d’oro. Verissimo. Il Paese è ricchissimo di risorse naturali, sfruttate da personaggi senza scrupoli che antepongono i loro interessi a quelli della gente. Organizzano e finanziano bande armate con l’intento di terrorizzare la popolazione e continuare i loro spesso inconfessabili affari.

Ma oltre che ricchissimo è anche vastissimo: l’ovest (dove si trova la capitale Kinshasa) e l’est, il nord e il sud sono lontanissimi tra loro. Con interessi diversi ma, soprattutto, battuti da gruppi armati diversi. E con leader locali diversi ognuno dei quali pensa alla propria sopravvivenza e al proprio arricchimento personale. Ciascuno ha una sua milizia privata dedita normalmente a saccheggi, vandalismi, stupri, torture e massacri.

Il governo centrale, a parole, controlla tutto il territorio ma in realtà ampie zone sfuggono alla sua amministrazione. Va aggiunto poi che il livello di corruzione è altissimo e ognuno cerca di accaparrarsi un briciolo di quella ricchezza del Paese che fa dei leader più in alto, plutocrati affamati e incontrollabili. Gli impiegati dello Stato, insegnanti, professori ma anche – e soprattutto – soldati e poliziotti, non vengono pagati e quindi sopravvivono taglieggiando la popolazione civile per procurarsi il salario negato. La violenza nel Paese è generalizzata.

Il video che qui vi presentiamo è illuminante: è stato girato qualche giorno fa e mostra una collina nel villaggio di Birava nel Sud Kivu. La popolazione locale ha scoperto un filone d’oro in superficie. Appena la voce si è diffusa la gente si è riversata sulla piccola montagnetta invadendola e cominciando a scavare. Poco dopo è arrivata la polizia allontanando tutti armi in pugno. E così gli agenti si sono impadroniti della miniera.

L’errore più grande che fa spesso chi parla di Congo è quello di considerarlo un Paese omogeneo. Invece non lo è. Non solo è grande ma è senza vie di comunicazione. Anzi, l’unica “autostrada” è rappresentata dal fiume Congo in gran parte navigabile.

Il vecchio dittatore Mobutu Sese Seko, caduto nel 1997, tutto sommato – e con il pugno di ferro – teneva in piedi il Paese. Ha applicato con meticolosità il principio “divide et impera”. Lasciava che qualcuno si arricchisse tanto lui era straricco da far impallidire i Paperoni nostrani. Concedeva ai suoi soldati libertà di saccheggio e di stupro, ma con parsimonia, cioè senza esagerare.

Il genocidio in Ruanda (del 1994) ha affondato il Paese – soprattutto la sua parte orientale – facendolo sprofondare ancora di più (se mai ce ne fosse stato bisogno) nell’inferno. I soldati del vecchio esercito ruandese (formato soprattutto da soldati e ufficiali hutu) sconfitti in patria si sono rifugiati nella ricca ex colonia Belga, inseguiti dai nuovi vincitori tutsi, guidati da Paul Kagame. Ora in quella fascia di territorio del Congo orientale, oltre alle bande di guerrieri tradizionali may-may, esoterici e intrisi di magia nera (may-may vuol dire acqua-acqua perché credono che le pallottole al contatto con la loro pelle si trasformino in acqua e quindi non penetrino il corpo), ci sono i residui delle milizie hutu. Poi drappelli dell’attuale esercito tutsi del Ruanda, gruppi dell’esercito del Congo (in teoria agli ordini del governo centrale di Kinshasa) e infine oltre cento, secondo i dati ONU, piccole bande armate di irregolari.

Gli hutu del Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda sono stati subito indicati come i responsabili dell’omicidio del nostro ambasciatore che, nonostante quanto sostenuto dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sembra proprio sia rimasto vittima di un’azione mirata. Certo, non un’esecuzione, se con questa parola si intende “ucciso da un colpo a bruciapelo” (infatti gli hanno sparato da lontano), ma l’agguato sembra sia stato preparato apposta per lui. Con un comunicato inviato anche ad Africa Express l’FDLR ha smentito ma restano ancora tante troppe domande per spiegare il perché di quell’odioso agguato.

A noi comunque non resta che sperare che l’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci non si debba sommare ad altri misteri italiani.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Mercenari e truppe straniere minano il difficile processo di pace in Libia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 febbraio 2021

La recente elezione della nuova leadership libica, avvenuta a Ginevra il 5 febbraio scorso, dovrà traghettare il Paese fino alle prossime elezioni, fissate per il 24 dicembre di quest’anno. Nessuno degli eletti pochi giorni fa, si candiderà.

Il capo del governo è ora Abdul Hamid Dbeibeh, un imprenditore di Misurata, mentre l’ex ambasciatore Mohammed Menfi è il capo del Consiglio presidenziale. Lo zio del neo primo ministro era compagno di scuola di Muhammar Gheddafi; il nipote, invece, ha ammesso di aver avuto contatti  di lavoro, subito dopo la laurea in ingegneria conseguita in Canada, con Saif al Islam Gheddafi, uno dei figli dell’ex presidente libico, nel lontano 2007. Ma in un’intervista del 2018 ha specificato che da quella data in poi non avrebbe più avuto contatti con nessun membro della famiglia dell’ex indiscusso leader libico.

Il nuovo primo ministro libico, Abdul Hamid Dbeibeh

Mohammed Yunus al Manfi è originario dalla Cirenaica. Ex ambasciatore del suo Paese in Grecia, che lo ha espulso nel 2019 dopo la firma di un accordo molto discusso sulle zone economiche esclusive tra l’allora Governo di Unità Nazionale, presieduto da Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, e la Turchia.

Gli altri due eletti a Ginevra sono Abdullah Hussein al Lafi e Musa al Kuni. Entrambi svolgono funzione di vicepresidenti , il primo in rappresentanza per la Tripolitania e il secondo per il Fezzan.

Il nuovo governo dovrà affrontare non pochi problemi, tra questi anche la questione dei foreign fighters e mercenari (ora chiamati con un nome meni dispregiativo “contractor”) che mettono a rischio il nuovo cessate il fuoco, siglato dalla parti in causa lo scorso ottobre sempre a Ginevra. I mercenari combattono nell’ombra, senza alcuna etica ed è sempre attuale la loro descrizione di Nicolò Macchiavelli ne  Il Principe: “Sono inutili e pericolosi, non hanno nessuna ambizione, sono senza disciplina e pronti a tradire”. Ma come in passato, anche oggi sono ancora protagonisti nei grandi conflitti.

Mercenari del gruppo Wagner in Libia

E anche in Libia non mancano. Basti pensare al recente rapporto dell’ONU che evidenzia come il fondatore dei Blackwater, Erik Prince, sostenitore e alleato dell’ex presidente statunitense Donald Trump, abbia violato l’embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro alla Libia. Nel fascicolo si evidenzia che Prince ha fornito uomini e armi a Khalifa Haftar, che ha tentato con tutte le forze di spodestare il governo di Unità Nazionale libico.

E a fine gennaio il governo di Washington ha chiesto che le forze russe e turche lascino immediatamente il Paese nordafricano. Infatti  in Cirenaica i mercenari russi  del gruppo Wagner sono schierati sul fronte di Haftar, mente a Tripoli ci sono i soldati di Ankara e le loro truppe alleate.

Il gruppo Wagner è un’organizzazione di mercenari dell’ex impero sovietico. I suoi paramilitari hanno giocato un ruolo strategico nell’Ucraina orientale (soprattutto quando la Crimea è stata invasa dalle truppe russe nel 2014) e in Siria, a difesa del dittatore Bashar al-Assad. Ma la loro espansione in Africa si è sviluppata soprattutto nella Repubblica Centrafricana e in Libia e in Sudan.

Malgrado il richiamo di Washington, proprio due giorni fa l’esercito libico ha detto di aver avvistato diversi camion di mercenari russi nei pressi di Sirte, mentre altri due gruppi sono stati visti lunga la strada che porta dalla città petrolifera Brega a Sirte e in direzione di Ajdabiya.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rapite dai turchi in Siria donne curde poi portate come schiave del sesso in Libia

 

L’ambassadeur italien tué dans l’est du Congo : des documents inquiétants sortent

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Spécial pour Afrique ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 février 2021

Le ministère des affaires étrangères de la RDC a été sûrement informé que l’Ambassadeur italien Luca Attanasio et son garde du corps Vittorio Iacovacci se rendaient à Goma et, comme ils se rendaient à Bukavu, ils allaient voyager dans la partie orientale du pays. Le consul italien à Kinshasa, Alfredo Russo, était également avec eux.

Un document en possession d’Africa ExPress, que nous reproduisons ici, montre comment l’Ambassade italienne avait demandé aux autorités congolaises des garanties diplomatiques pour son personnel qui devait embarquer à l’aéroport de N’Djili à Kinshasa.

La note requérait expressément l’utilisation de la salle diplomatique de l’aéroport et le respect de la Convention de Vienne, selon laquelle les bagages des diplomates ne devaient pas être inspectés. Il est probable que les armes de notre carabinier devaient être placées dans leurs valises.

Nos trois hommes seraient partis pour Goma sur un vol de l’ONU. En Afrique, il est tout à fait normal que les diplomates, les opérateurs humanitaires, mais aussi les journalistes utilisent les avions des Nations Unies. Ils sont souvent les seuls disponibles et aussi les plus sûrs. En fait, les compagnies locales, tant pour des raisons logistiques (retards chroniques) que, surtout, pour des raisons de sécurité (mauvaise maintenance), sont sarcastiquement surnommées Maybe Airlines, ou Air Peut-être, c’est-à-dire “peut-être”, selon que l’on se trouve dans un pays anglophone ou francophone.

Comme le document que nous avons en main le montre, l’ambassadeur italien et ses deux compagnons étaient réservés sur un vol du UNHAS (qui signifie United Nations Humanitarian Air Service), normalement prévu comme un vol régulier normal. Ceci n’avait pas été arrangé pour eux. Le pilote aurait donc dû respecter les protocoles de sécurité réguliers.

Il est surprenant, qu’en répondant à la note verbale de l’ambassade italienne, le ministère congolais des Affaires étrangères ait fait suivre la nuit dernière une déclaration cinglante affirmant que l’ambassadeur, le consul et le carabinier ne se sont jamais présentés à la salle diplomatique de l’aéroport de N’Djili à Kinshasa et que les inspecteurs “ne les ont jamais vus monter à bord” du vol.

Le dernier adieu à l’ambassadeur Luca Attanasio et au carabinier Vittorio Iacovoni a donc été immédiatement suivi de disputes et de renvois de responsabilités. Le reproche est rejeté un peu au hasard afin de se déculpabiliser. Il est donc nécessaire de clarifier certains points qui semblent avoir été traités avec confusion et négligence.

Les témoignages concordent que l’ambassadeur Attanasio était connu pour sa franchise et son attention envers les plus démunis et, évidemment, en RDC, il en avait beaucoup vers lesquelles il pouvait se tourner. Les Congolais – a écrit le sociologue suisse Jean Ziegler il y a quelques années – sont comme un pauvre homme assis sur une montagne d’or. C’est très vrai. Le pays est très riche en ressources naturelles, exploitées par des personnages sans scrupules qui font passer leurs intérêts avant ceux du peuple. Ils organisent et financent des bandes armées dans l’intention de terroriser la population et de poursuivre leurs activités souvent inavouables.

Mais en plus d’être très riche, il est aussi très vaste: l’ouest (où se trouve la capitale Kinshasa) et l’est, le nord et le sud sont très éloignés l’un de l’autre. Avec des intérêts différents mais, surtout, battu par différents groupes armés. Et avec des dirigeants locaux divergents, dont chacun pense à sa propre survie et à son enrichissement personnel. Chacune d’entre eux possède sa propre milice privée consacrée régulièrement au pillage, au vandalisme, au viol, à la torture et au massacre.

Le gouvernement central se contente de contrôler formellement l’ensemble du territoire, mais en réalité, de vastes zones échappent à son administration. Il faut aussi ajouter que le niveau de corruption est extrêmement élevé et tout le monde essaie de s’emparer d’une miette de la richesse du pays, ce qui rend les plus hauts dirigeants affamés et les ploutocrates incontrôlables. Les fonctionnaires, les enseignants, les professeurs mais aussi – et surtout – les soldats et les policiers, ne sont pas payés et survivent donc en cambriolant la population civile pour obtenir le salaire qui leur est refusé. La violence est très répandue dans le pays.

La vidéo que nous présentons ici est éclairante: elle a été tournée il y a quelques jours et montre une colline du village de Birava au Sud-Kivu. La population locale a découvert un filon d’or en surface. Dès que la nouvelle s’est répandue, les gens se sont renversés sur la petite colline, l’ont envahie et ont commencé à creuser. Peu de temps après, la police est arrivée, chassant tout le monde avec des armes à la main. Et ensuite les agents ont pris le contrôle de la mine.

Il nous reste seulement l’espoir que le meurtre de l’ambassadeur Luca Attanasio et du carabinier Vittorio Iacovacci ne s’ajoute pas aux nombreux mystères italiens inexpliqués.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Italian Ambassador Killed in eastern Congo: Alarming Documents Come up

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 February 2021

Congo’s Foreign Ministry was fully informed that Italian Ambassador Luca Attanasio and his bodyguard Vittorio Iacovacci were heading to Goma and, since they were going to Bukavu, would travel to the eastern part of the country. The Italian consul in Kinshasa, Alfredo Russo, was also with them.

A document obtained by Africa ExPress, and which we reproduce here, shows how our embassy had asked the Congolese authorities for diplomatic guarantees for its staff who were to embark at Kinshasa’s N’Djili airport. The note expressly requested the use of the airport’s diplomatic room and compliance with the Vienna Convention, according to which diplomats’ luggage should not be inspected. It is probable that our carabiniere’s weapons were to be placed in their suitcases.

 

Our three would have left for Goma on a UN flight. In Africa, it is normal for diplomats, aid workers and journalists to use UN planes. They are often the only ones available and are also the safest. In fact, for logistical reasons (chronic delays) and, above all, for safety reasons (poor maintenance), local companies are sarcastically called Maybe Airilines or Air Peut-être, i.e. “maybe” airlines, depending on whether you are in an English- or French-speaking country.

As the document in our hands shows, the Italian ambassador and his two companions were booked on a UNHAS flight (which stands for United Nations Humanitarian Air Service), normally scheduled as a normal airline flight. It had not been arranged for them. The pilot should therefore have adhered to normal safety protocols.

It is surprising that the Congolese Foreign Ministry followed up the verbal note of the Italian embassy last night with a sharp statement saying that the ambassador, the consul and the carabiniere never showed up at the diplomatic room of N’Djili airport in Kinshasa and that the control officers ‘never saw them boarding’ the flight.

 

Therefore, the last farewell to Ambassador Luca Attanasio and Carabiniere Vittorio Iacovoni was immediately followed by quarrels and blame-shifting. Blame is bounced around a bit at random in order to shift it away from oneself. It is therefore necessary to clarify some points that appear to have been dealt with confusion and carelessness.

The testimonies agree that Ambassador Attanasio was known for his frankness and attention to the poorest of the Earth and, obviously, in Congo he found many to whom he could turn his attention. The Congolese,’ wrote the Swiss sociologist Jean Zigler a few years ago, ‘are like a poor man sitting on a mountain of gold. Very true. The country is very rich in natural resources, exploited by unscrupulous characters who put their interests before those of the people. They organise and finance armed gangs with the intention of terrorising the population and continuing their often unconfessable business.

Congo-K: attentato all’ambasciatore italiano, la sua guardia del corpo e autista congolese

But it is not only very rich, it is also very vast: the west (where the capital Kinshasa is located) and the east, the north and the south are very far from each other. With different interests but, above all, fought over by different armed groups. And with different local leaders each thinking of their own survival and personal enrichment. Each has its own private militia, usually dedicated to looting, vandalism, rape, torture and massacre.

The central government pays lip service to controlling the entire territory, but in reality large areas escape its administration. It should also be added that the level of corruption is extremely high and everyone tries to grab a crumb of the country’s wealth, which makes the highest leaders hungry and uncontrollable plutocrats. State employees, teachers, professors, but also – and above all – soldiers and policemen, are not paid and therefore survive by burglarizing the civilian population in order to obtain their denied wages. Violence in the country is widespread.

The video we present here is illuminating: it was shot a few days ago and shows a hill in the village of Birava in South Kivu. The local population has discovered a gold seam above ground. As soon as word spread, people poured onto the small hill and started digging. Shortly afterwards, the police arrived and chased everyone away with guns in their hands. And so the agents took over the mine.

The biggest mistake often made by those who talk about Congo is to consider it a homogeneous country. But it is not. Not only is it large, but it has no means of communication. In fact, the only ‘highway’ is the largely navigable Congo River.

The old dictator Mobutu Sese Seko, who fell in 1997, kept the country on its feet, all things considered, with an iron fist. He meticulously applied the principle of “divide and rule”. He let a few people get richer, so much so that he was as wealthy as the local Scrooge McDuck. He allowed his soldiers freedom to pillage and rape, but sparingly, i.e. without exaggeration.

The genocide in Rwanda (in 1994) sank the country – especially its eastern part – and plunged it even further (if there was ever a need) into hell. The soldiers of the old Rwandan army (mostly Hutu soldiers and officers), defeated at home, fled to the rich former Belgian colony, pursued by the new Tutsi victors, led by Paul Kagame. Now in that strip of territory in eastern Congo, in addition to the bands of traditional may-may warriors, esoteric and steeped in black magic (may-may means water-water because they believe that bullets on contact with their skin turn to water and therefore do not penetrate the body), there are the remnants of the Hutu militia. Then there are the remnants of the Hutu militia, followed by troops of the current Rwandan Tutsi army, groups of the Congo army (theoretically under the orders of the central government in Kinshasa) and finally, according to UN figures, over a hundred small armed bands of irregulars.

The Hutus of the Democratic Front for the Liberation of Rwanda were immediately indicated as the ones responsible for the murder of our ambassador who, despite what the Minister of Foreign Affairs, Luigi Di Maio, claimed, seems to have been the victim of a targeted action. Of course, it was not an execution, if that means “killed by a point-blank shot” (in fact, he was shot from a distance), but the ambush seems to have been prepared for him. In a communiqué sent also to Africa Express, the FDLR has denied it, but there are still too many questions to explain the reason for that odious ambush.

However, we can only hope that the murder of Ambassador Luca Attanasio and Carabiniere Vittorio Iacovacci will not be added to other Italian mysteries.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Scuola pericolosissima in Nigeria: rapite ieri in un college oltre 400 studentesse

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 febbraio 2021

Ci risiamo. Stavolta il sequestro è avvenuto nel nord-ovest della Nigeria e gli uomini armati – probabilmente affiliati a Boko Haram o a qualcuno dei grumi suoi satelliti – si sono portati via, secondo le ultime informazioni, ben oltre 400 studentesse della Jangebe Government Girls’ Secondary School, un college statale situato a Talata Mafara, nel Zamfara state.

Un insegnante della scuola ha riferito a Dayli Trust, un quotidiano nigeriano online, che dopo il rapimento di stanotte sono rimaste solo 50 collegiali nell’edificio. L’istituto è frequentato da 600 ragazze, dunque il numero delle giovanissime rapite potrebbe essere ben più elevato di quanto stimato inizialmente.

Anche se il governo di Abuja ha confermato e condannato il nuovo sequestro di  massa, non è ancora ben chiaro come si sono svolti i fatti. Si sa che i rapitori hanno ucciso un vigilante all’entrata della scuola. Poi, secondo alcuni testimoni, gli uomini, pesantemente armati, siano entrati a piedi; altri, invece sostengono che siano arrivati con vetture Hilux (Toyota) e in sella alle solite moto. Insomma, regna ancora una gran confusione. Ma certo è che centinaia di ragazze sono state rapite e alcune di loro hanno dovuto seguire i loro aguzzini a piedi, secondo le testimonianze raccolte da alcuni insegnanti che hanno preferito mantenere l’anonimato.

Immediatamente è iniziata la caccia ai terroristi: vigilanti e forze di sicurezza locali stanno cercando le studentesse. Molti genitori, dopo aver appreso il sequestro delle proprie figlie, presi dallo sconforto e dalla rabbia, hanno danneggiato la scuola, buttando giù porte e finestre. Quei pochi genitori che hanno ritrovato le proprie figlie sane e salve, in un primo momento non hanno potuto portarle a casa. Solo dopo insistenze hanno ottenuto le necessarie autorizzazioni.

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) in un comunicato ha fortemente condannato questo nuovo attacco e ha sottolineato che fatti del genere sono una grave violazioni dei diritti dei minori.

E Peter Hawkins, rappresentante di UNICEF nella ex colonia britannica, ha sottolineato che l’Organizzazione sta collaborando per stabilire l’esatto numero delle ragazze rapite e ha aggiunto: “Chiediamo ai responsabili di questa ennesima aggressione di rilasciare immediatamente le studentesse e al governo nigeriano di fare tutto il possibile affinché tutti i minori ancora in mano ai loro aguzzini tornino a casa sani e salvi”.

Insomma il governo di Abuja non riesce ancora, dopo anni di lotta contro i terroristi locali, a proteggere le scuole, fare in modo che giovani e giovanissimi, possano seguire le lezioni in sicurezza e tranquillità.

Anche Mercy Gichuhi, direttore di Save the Children Nigeria, ha espresso grande sconforto: “Questi frequenti attacchi alle scuole nel nord del Paese non sono accettabili”.

Il primo sequestro di massa è avvenuto nel lontano 2014, quando miliziani di Boko Haram rapirono centinaia di studentesse a Chibok, nel Borno State. Di molte di loro si è persa ogni traccia, non sono mai più ritornate a casa.

Solo la scorsa settimana altri ragazzini sono stati rapiti e prima di loro altri ancora. Abuja aveva detto di essere in trattative con i sequestratori e che sarebbero tornati a casa quanto prima. Intanto nessuna traccia degli alunni e dei membri dello staff rapiti insieme a loro.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Responsabile dei maggiori sequestri è ovviamente il gruppo Boko Haram, guidato dal 2009 da Abubakar Shekau. Ma anche ISWAP (acronimo per  Islamic State West Africa Province), una fazione che si è staccata dallo storico raggruppamento terrorista nigeriano nel 2016, ha concentrato parte delle sue attività in rapimenti . E proprio pochi giorni fa i “cugini” si sono affrontati in una battaglia diretta a Sunawa, località tra il Niger e la Nigeria. Lo ha reso noto  Al Thabat, media affiliato ad al Qaeda. Molti miliziani di ISWAP sono stati uccisi. Lo scontro si è verificato mentre lo storico gruppo stava cercando di riprendersi le donne che ISWAP aveva rapito dalle basi di Boko Haram.

Eppure Muhammadu Buhari, presidente della ex colonia britannica, ha ripetute mille volte di voler mettere in campo tutte le forze possibili per sconfiggere i terroristi. Appena salito al potere nel marzo 2015, il presidente, ex golpista del 1983, aveva solennemente dichiarato che avrebbe annientato Boko Haram entro il 31 dicembre dello stesso anno. Eppure i miliziani di Boko Haram sono ancora all’opera e i loro continui attacchi atterriscono la popolazione, che continua a fuggire dalle proprie abitazioni.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

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Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

 

Cavallette in Africa, a rischio mezzi di sussistenza di 39mln di persone

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 febbraio 2021

L’invasione delle cavallette nel continente nero questa volta sembra non finire più. Soprattutto nel Corno d’Africa la situazione sta peggiorando nonostante i pesanti interventi per fermare i famelici insetti.

Le locuste del deserto (Schistocerca gregaria) ormai da oltre un anno continuano l’invasione dal Corno d’Africa fino all’Oceano Atlantico attraversando tutto il Sahel. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) la prossima generazione di cavallette porterà ulteriori danni ai raccolti. L’area maggiormente colpita continua ad essere il Corno con il Kenya che ha la maggiore affluenza di sciami. Il picco maggiore si è registrato il 1° febbraio scorso.

sciami di cavallette in Africa
Mappa degli sciami di cavallette in Africa dal 1 gennaio al 25 febbraio 2021 (Courtesy FAO)

La FAO dà l’allarme

L’Agenzia ONU per l’alimentazione e l’agricoltura avverte che in Etiopia, Yemen, Somalia, Sudan e Kenya sono a rischio fame. In questi quattro Paesi le locuste possono minacciare i mezzi di sussistenza di oltre 39 milioni di persone. Negli ultimi mesi, nel Corno d’Africa, questi parassiti sono stati combattuti su un totale di 1,3 milioni di ettari. Ma nonostante gli sforzi, a causa dell’habitat favorevole per il cambiamento climatico, l’impatto di questi ortotteri non si ferma.

Le previsioni FAO parlano di condizioni meteo più secche del normale nelle aree di nidificazione primaverile del Corno d’Africa e Africa nord-occidentale. Nei giorni scorsi però nel Kenya settentrionale e nell’Etiopia meridionale è piovuto moderatamente. Piogge che potrebbero essere sufficienti per consentire agli sciami presenti in entrambi i paesi di maturare e deporre le uova.

Questo significa avere un’altra generazione di cavallette affamate e divoratrici. Solo la mancanza di pioggia a marzo e aprile porterebbe una stagione secca che potrebbe limitarne la riproduzione. Alcuni piccoli sciami si sono spostati dal Kenya meridionale al nord-est della Tanzania, dove sono stati segnalati vicino al monte Kilimangiaro.

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Mappa degli sciami di cavallette in Africa 17-23 febbraio 2021 (Courtesy FAO)

Servono ancora 150 milioni di dollari

Per continuare a combattere le insaziabili locuste del deserto, la FAO ha lanciato un appello: raccogliere 150 milioni di USD. Una cifra che serve per sostenere la risposta contro le cavallette in dieci paesi. Il finanziamento è urgentemente necessario per le operazioni di controllo e il sostegno ai mezzi di sussistenza.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Niger: disordini e arresti dopo proclamazione del nuovo presidente Mohamed Bazoum

Africa ExPress
Niamey, 25 febbraio 2021

Secondo i risultati provvisori del ballottaggio che si è svolto domenica scorsa in Niger Mohamed Bazoum, ha vinto con il 55,75 per cento delle preferenze. L’oppositore, Mahamane Ousmane, che si è fermato al 44,23 per cento ha subito contestato la vittoria del suo avversario, e ha parlato di irregolarità, in particolare nella regione di Tahoua nel sud-ovest della ex colonia francese. La partecipazione al voto è stato del 62,91 per cento. Al primo turno delle presidenziali, che si è svolto alla fine di dicembre 2020, Bazoum aveva raccolto il 39 per cento delle preferenze, mentre Ousmane il 17.

Mohamed Bazoum, nuovo presidente del Niger

I supporter dell’opposizione non hanno accolto di buon grado “la sconfitta” e all’indomani della proclamazione dei risultati, sono scesi nelle strade e nelle piazze della capitale Niamey. Nel centro della città sono stati bruciati pneumatici e alcune stazioni di servizio sono state vandalizzate. Le autorià hanno immediatamente ridotto l’accesso a internet. Ieri sera è poi ritornata la calma e il procuratore generale ha fatto sapere che in seguito ai disordini sono state fermate diverse persone. Tra questi anche Moumouni Boureima, detto Tchanga, ex capo di Stato maggiore dell’ex presidente Mamadou Tandja (al potere dal 1999 al 2000, deposto da un golpe militare). Secondo le autorità Tchanga sarebbe uno dei fautori  dei disordini.

Bazoum, delfino del Capo di Stato uscente, Mahamadou Issoufou, entrambi  del partito al potere Parti Nigérien pour la Démocratie et le Socialisme (PNDS-Tarayya),  mentre Ousmane, ex presidente in carica dal 1993-1996, è il fondatore del raggruppamento politico Renouveau Démocratique et Républicain (RDR Tchanji). L’opposizione sostiene di essere in testa al ballottaggio con il 50,3 per cento e che userà tutti mezzi legali per far riconoscere la propria vittoria.

I risultati, ha sottolineato Issaka Souna, presidente di CENI (Commissione elettorale nazionale indipendente) restano provvisori finchè non si pronuncerà la Corte costituzionale.

Agguato agli scrutatori durante il ballottaggio in Niger

Durante il ballottaggio, che in gran parte del Paese si è svolto nella calma, nella regione di Tillabéri, zona delle tre frontiere (Niger, Mali, Burkina Faso), già fortemente scossa da frequenti attacchi dei terroristi del Sahel, sono morti 7 scrutatori di CENI (presidenti di seggi e rispettivi segretari) e altri 3 sono rimasti feriti, mentre si recavano al lavoro). Di conseguenza alcuni uffici elettorali non sono stati aperti e i cittadini non hanno potuto recarsi alle urne. La vettura  degli impiegati di CENI è esplosa dopo aver urtato una mina nel territorio del comune di Dargol.

Il ministro degli Interni, Alkache Alhada, ha duramente condannato l’agguato, apostrofando i responsabili come antidemocratici, gente che vuole instaurare terrore e ha aggiunto: “Non accettiamo in questo Paese una dittatura medievale”.

Africa ExPress
@africexp

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Morte dell’ambasciatore in Congo: tentato rapimento, esecuzione o fuoco amico

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Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
23 febbraio 2021

Esecuzione per ritorsione, tentato rapimento per vendetta e/o riscatto, addirittura errore e fuoco amico. Le teorie su come e perché l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Mialmbo, impiegato dell’ONU, siano stati barbaramente uccisi in un’imboscata sulla strada che da Goma porta a Rutshuru, nella parte orientale della Repubblica del Congo, sono tante e varie. Nessuna ovviamente è suffragata da una prova concreta. Sull’auto dell’ambasciatore, che non era blindata, viaggiava anche Rocco Leone, vice capo del PAM (Programma Alimentare Mondiale) in Kivu, rimasto illeso. Leone  aveva organizzato il viaggio. Ora è in stato di shock profondo e tutti i tentativi per contattarlo sono andati e vuoto.

Rocco è un esperto d’Africa che frequenta da una ventina d’anni, quando era in Sudan, sempre per un’agenzia dell’ONU. Conosce bene il territorio e quanto fosse pericolosa quella strada che aveva percorso parecchie volte.

Se ha deciso di tornarci accompagnando l’ambasciatore è perché deve aver avuto assicurazioni dall’intelligence e dall’esercito congolesi che in questi giorni la zona era stata messa in sicurezza. Perde valore l’ipotesi che il gruppo si sarebbe messo in viaggio senza prima accertarsi delle condizioni della strada e non avesse avvisato le autorità, secondo cui, invece, gli italiani sono stati stupidi e imprudenti.

La strada Goma-Rutshuru è assai pericolosa e non è difficile imbattersi in cadaveri di miliziani abbandonati sull’asfalto (foto Massimo Alberizzi per Africa ExPress

Tra l’altro, l’ambasciata italiana a Kinshasa aveva richiesto un’auto blindata per il capo della delegazione, ma la pratica, con i tempi della burocrazia, è ancora lì giacente. Nessuna sorpresa giacché qualche anno fa le fotocopiatrici della legazione si erano rotte una via l’altra e nessuno da Roma si sognava, nonostante fossero passati mesi, di fare arrivare i pezzi di ricambio. Ci volle un mio articolo che segnalava il fatto per fare smuovere i funzionari della Farnesina che conclusero poi in fretta la spedizione.

Le salme di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci sono sono arrivate con un aereo militare da Goma a Ciampino ieri sera tardi.

I miliziani di etnia hutu dell’FDLR (Fronte Democratico di Liberazione del Ruanda) subito dopo l’attentato accusati di essere i responsabili dell’agguato, hanno fermamente smentito. Un loro portavoce, Cure Ngoma, in un comunicato inviato anche ad Africa ExPress, ha spiegato che nella regione operano più di 100 gruppi armati. “Non capisco perché le autorità congolesi hanno puntato il dito contro di noi. Non abbiamo svolto alcun ruolo in quell’odioso omicidio”

Nonostante sia pericolosa la strada che collega Goma a Rutshuru è assai frequentata anche dalle truppe dell’ONU che la pattugliano con blindati. Qui siamo nel villaggio di Kiwanja. L’auto che si vede sulla destra mostra la bandiera italiana, perché a bordo viaggiava la troupe di Africa ExPress. (foto Massimo Alberizzi per Africa Express)

Il Kivu, sia la parte settentrionale sia quella meridionale, è da anni teatro di bellicose contese tra i gruppi etnici hutu e tutsi, una guerra che ha avuto il suo apice nel 1984 con il genocidio in Ruanda. Il feroce antagonismo, che in Europa viene spesso presentato come un conflitto etnico ma che invece nasconde interessi economici enormi, dal Ruanda si è spostato in Congo, dove l’esercito hutu si è rifugiato dopo la sconfitta da parte dei tutsi.

Gli hutu che controllano a macchia di leopardo parte del territorio del Congo orientale non tollerano la presenza dei ruandesi tutsi.

Nell’abitato di Rutshuru restano i segni degli scontri dovuti alle incursioni dei miliziani (foto Massimo Alberizzi per Africa Express)

In questo quadro forse si può collocare l’assassinio dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci.

“Il governo congolese – ci scrive un intellettuale di Goma che per motivi di sicurezza vuole restare anonimo – ha appena firmato con il Ruanda un accordo che permette all’esercito di Kigali di entrare in Congo per combattere le milizie tutsi. E’ già successo 25 anni fa e allora ci siamo ritrovati con le truppe ruandesi che hanno controllato tutte le zone minerarie per più di due lustri. Sono state uccise milioni di persone (affermazione un po’ esagerata, ndr) e sono stati creati nuovi gruppi di ribelli pro tutsi. Quindi oggi, probabilmente, questi pro hutu vogliono mostrare i muscoli,  far vedere che sono pronti a combattere e mettere di nuovo paura. La domanda da porsi è questa: perché il governo ha lasciato di nuovo entrare le truppe ruandesi dopo che la loro presenza ha causato per tanti anni guerre, distruzione e morte? E poi: chi ci guadagnerà a tornare all’instabilità in quella zona con il petrolio, le preziose miniere e tutto il ben di Dio che contiene il sottosuolo? Ci sono troppe cose non dette in questa storia”.

Nascosto nella foresta a poche centinaia di metri dalla strada Goma-Rutshuru, il quartier generale di una milizia filo tutsi (foto Massimo Alberizzi per Africa ExPress)

Per altro che l’esercito ruandese sta conducendo operazioni militari sul territorio del KIvu, in violazione delle misure prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, viene denunciato dal gruppo di esperti dell’ONU incaricato di controllare il rispetto dell’embargo sulle armi in Congo-K. Secondo un rapporto pubblicato il 23 dicembre scorso le attività ruandesi sarebbero riprese alcuni mesi fa, in accordo con il governo di Kinshasa.

E’ probabile che i nostri connazionali siano stati tirati dentro, loro malgrado, in questa storia, capri espiatori di un gioco perverso più grande di loro.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi