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Guerra a ebola in Guinea e Congo-K: assieme all’OMS anche OIM e MSF

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
23 febbraio 2021

L’annuncio dell’epidemia di Ebola in Guinea il 14 febbraio, mette in allarme anche la Repubblica Democratica del Congo (DRC) per sospetti focolai di febbre emorragica.

La dodicesima epidemia di Ebola

È la dodicesima epidemia che investe l’Africa equatoriale con il letale virus dove in passato ha colpito altri quattro Paesi africani. Ora la prima preoccupazione è fermare la possibilità di contagio in Liberia e Sierra Leone confinanti con la Guinea.

virus ebola
Immagine al microscopio del virus Ebola

Proprio perché il focolaio che ha attivato l’epidemia in Guinea, a Nzerekoré, è a 80km dal confine con i due Paesi, area di intenso traffico transfrontaliero. Ma anche in due province della Repubblica Democratica del Congo (RDC), sono stati confermati casi di Ebola.

E questo desta molta preoccupazione in un continente già pesantemente toccato dal Covid-19. Dopo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO), per arginare il mortale virus si muove anche l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM-IOM).

“Abbiamo bisogno di una rapida azione di contenimento su tutti i fronti per salvare quante più vite possibile – ha affermato António Vitorino, direttore generale dell’OIM -. Dobbiamo ridurre al minimo gli impatti negativi sulla salute, sul benessere sociale ed economico delle persone. Entrambi i paesi sono già alle prese con Covid-19, la salute e altri servizi essenziali sono al limite”.

OIM nel focolaio Ebola di Nzerekoré

L’OIM ha un ufficio a Nzerekoré e si sta coordinando con il ministero della Salute guineano. In loco c’è un team di sanità pubblica che include due medici e un epidemiologo. All’organizzazione ONU per le migrazioni è stato chiesto di intensificare le attività di sorveglianza sul controllo delle infezioni. Utilizzerà personale nei punti di ingresso lungo i confini utile alla ricerca dei contatti, mappatura della mobilità della popolazione e altre attività critiche.

africa mappa ebola feb2021
Mappa dell’Africa equatoriale con i focolai di virus Ebola aggiornata al 19 febbraio 2021 (Courtesy GoogleMap)

Governo guineano e OIM, dal 2014, lavorano insieme su Ebola rinforzando i punti di ingresso in valichi di frontiera terrestri, aeroporti e porti. L’OIM Guinea attua la sorveglianza in tempo reale sulla comunità con una rete di oltre 9.000 volontari e ha donato attrezzature a oltre 80 centri sanitari.

Anche MSF si prepara al nuovo impatto di Ebola

Intanto, mentre scriviamo, anche Medici Senza Frontiere (MSF) si sta preparando ad affrontare Ebola in Guinea. Sta organizzando un team d’emergenza per supportare la risposta del Ministero della salute alla nuova epidemia. “È ancora presto per fornire un quadro epidemiologico” – afferma Frederik van der Schrieck, capomissione di MSF in Guinea -. Sappiamo che sono stati registrati 7 casi, tutti all’interno di una stessa famiglia che stava partecipando a una festa locale. Tre persone sono morte. Questa volta è diverso rispetto all’epidemia del 2014. Abbiamo vaccini e cure disponibili e dobbiamo usarli”.

In Congo-K  difficili condizioni per la guerra

Diversa la situazione in Congo-K che ha un ambiente operativo difficile a causa del conflitto in corso. Nelle province di Equateur e Nord Kivu c’è una difficile condizione oltre a una protratta crisi umanitaria.

Sono però presenti in prima linea oltre 1.500 operatori. Negli anni hanno condotto 194 milioni di screening sanitari in 169 località critiche nella RDC e nei paesi limitrofi. La mappatura della mobilità della popolazione all’interno e oltre i confini in Sud Sudan, Burundi, Ruanda e Uganda facilita le operazioni sul territorio.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini
– Virus Ebola
Par CDC Global Ebola virus, CC BY 2.0, Lien

Virus ebola riparte in Africa: nuova epidemia in Guinea

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

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Non si ferma l’epidemia di ebola in Congo-K: si tentano nuove terapie sperimentali

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Pronto il vaccino contro il virus ebola. L’Oms lo porta in Congo-K

L’ambasciatore italiano ucciso in Congo: forse vendetta o ritorsione

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Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
22 febbraio 2021

L’attacco è stato improvviso in pieno parco nazionale del Virunga ed è sembrato un’esecuzione in piena regola. L’auto su cui viaggiava l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, è caduta in un’imboscata tesa dai ribelli dell’FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda) sulla strada che collega Goma (città rivierasca sulla sponda nord del lago Kivu) a Rutshuru, in direzione del Lago Alberto, zona ricca di petrolio ancora non del tutto sfruttato.

Una delle entrate del parco nazionale Virunga, in Congo-K

La dinamica dell’aggressione non è ancora chiara ma dai primi riscontri – come ha raccontato lo stringer del Fatto Quotidiano a Goma – non sembra ci siano dubbi che l’obbiettivo fosse l’ambasciatore italiano. Un commando di miliziani ha assalito il piccolo convoglio sparando all’impazzata sull’auto. Il nostro rappresentante diplomatico e il carabiniere di scorta, Vittorio Iovacci, sono rimasti gravemente feriti. Morto sul colpo, invece, l’autista congolese, dipendente dell’ONU.

Questo video è stato girato immediatamente sul luogo dell’incidente, che viene chiamato
dalla gente “Le tre antenne”. Un grande quotidiano italiano l’ha pubblicato sostenendo
proditoriamente di averlo in esclusiva. Falso: il video circola da ieri sera sui social e sui siti
congolesi e
ruandesi

Via walkie-talkie i passeggeri delle altre auto del piccolo convoglio hanno avvisato sia i ranger del parco, sia i militari del contingente Monusco. Intanto l’ambasciatore e la sua guardia del corpo sono stati caricati su un pick-up e trasferiti all’ospedale da campo delle Nazioni Unite (gestito dall’esercito indiano a Goma) ma sono spirati durante il tragitto.

“E’ come se gli aggressori sapessero già chi viaggiasse in quell’auto – ha spiegato il nostro stringer -. Attanasio il giorno prima era stato a Bukavu (altra città sul lago Kivu, ma sulla sponda sud, ndr) e aveva incontrato i maggiorenti e i leader della zona. Era un uomo cordiale e molto alla mano, per cui era stato accolto con simpatia. Anche a Ritshuru, dove era diretto, avrebbe dovuto vedere i capi locali e inaugurare alcune strutture donate dall’ONU, tra cui una scuola.

Vettura sulla quale viaggiava l’ambasciatore italiano ucciso in Congo-K

“Ma tra la popolazione qualcuno ce l’aveva con gli italiani. Molta gente qui è convinta che siano stati firmati dei contratti di estrazione petrolifera tra ENI e governo centrale di Kinshasa. E i notabili del posto, rimasti a bocca asciutta, hanno minacciato ritorsioni e vendette”. Una motivazione agghiacciante

L’ambasciatore Attanasio, che era originario di Saronno e si era laureato in Bocconi, viaggiava su una 4×4 del World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata di combattere la fame, sulla pista che da Goma porta a Ritshuru, attraverso il parco nazionale del Virunga, una zona incantevole e surreale, circondata da vulcani attivi, come l’imponente e spettacolare Nyiragongo.

L’area è pattugliata delle forze del contingente internazionale della Monusco (la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo) ma non è per niente sicura. La foresta tropicale pullula di gruppi di ribelli, per lo più criminali assassini senza scrupoli, il cui compito principale è taglieggiare le popolazioni locali assalendo i poveri villaggi, ammazzando gli uomini, stuprando le donne e rapendo i bambini che vengono arruolati di forza nelle milizie.

Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, (nella foto) ha viaggiato in lungo e in largo in quelle zone del Congo-K. Questa fotografia è stata scattata all’entrata di Virunga, proprio sulla strada Goma-Ritshuru dove ha perso la vita l’ambasciatore Attanasio

“Sembra un attentato ben organizzato e pianificato – è stato il commento di un italiano raggiunto per telefono a Goma -. Chi sapeva che l’ambasciatore sarebbe passato di lì questa mattina? E’ vero che quella strada è pericolosa e non si capisce bene perché l’ambasciatore l’ha percorsa senza scorta”.

A questa domanda risponde un documento diffuso dal WFP: “L’attacco è avvenuto su un percorso dove era stata concessa l’autorizzazione di viaggiare senza scorta di sicurezza”.

Dura e critica la replica del generale Aba Van Ang, commissario provinciale della polizia congolese, che accusa il nostro diplomatico: “Un ambasciatore, non può venire in un Paese straniero e muoversi senza avvisare i servizi di sicurezza per provvedere alla sua protezione”.

la strada Goma-Rutshuru è infestata da milizie e irregolari sbandati, banditi, tagliagole e assassini, che controllano piccole porzioni di territorio lucrando su piccoli e grandi traffici. Percorrendo la strada è facile imbattersi in gruppi di miliziani armati di tutto punto. anche con armi pesanti (foto Massimo Alberizzi/africa ExPress)

Da parte sua, il governo congolese comunica che seguirà con diligenza il caso:  “Prometto al governo italiano che faremo tutto il possibile per scoprire chi c’è dietro questo spregevole omicidio”, ha detto Marie Ntumba Nzeza, capo della diplomazia congolese, nel primo pomeriggio.

Quel tratto di strada è battuto dalle milizie ruandesi dell’ FDLR, i resti dell’esercito, formato da hutu, responsabile del genocidio del 1994. Sconfitti allora dai ribelli del FPR (Fronte Patriottico Ruandese a maggioranza tutsi), si erano rifugiati in Congo e da lì avevano lanciato attacchi verso il loro Paese. Ma non solo: in questi anni si sono dedicati ad attività di sfruttamento delle risorse minerarie del territorio congolese: oro, diamanti, coltan e altro.

La strada è comunque pattugliata dai militari del contingente dell’ONU. Qui un blindato entra a Rutshuru (foto Massimo Alberizzi/Africa ExPress)

Ma sono rimasti tagliati fuori dal ricco business del petrolio, gestito direttamente dal governo centrale congolese. L’assassinio del nostro ambasciatore – se l’ipotesi dell’attacco mirato fosse confermata – sarebbe un messaggio diretto: “O parlate anche con noi e ci date parte delle royalty, oppure non riuscirete mai a sfruttare i giacimenti”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ecco come sono le strade nel Congo Orientarle. Qui siamo in sud Kivu,

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Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Imboscata dei ribelli in Congo: ammazzato l’ambasciatore Italiano

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Africa ExPress
22 febbraio 2021

L’ambasciatore italiano Luca Attanasio accreditato nella Repubblica Democratica del Congo, è stato brutalmente ammazzato poche ora fa, durante un attacco al convoglio del Programma Alimentare Mondiale (PAM), scortato dai militari della di MONUSCO (Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo),  vicino a Goma, nell’Est del Paese.

Vettura sulla quale viaggiava l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, ucciso in Congo-K

Djike Guillaume, portavoce dell’esercito nel Nord-Kivu, ha specificato che insieme al nostro diplomatico hanno perso la vita altre due persone.

Secondo alcune notizie frammentarie raccolte da reporter di Reuters dai ranger del Parco Nazionale Virunga, il convoglio sarebbe stato attaccato nei pressi della città di Kanyamahoro  verso le 10.15 ora locale. Non si sa bene a quale scopo.

Il nostro rappresentante diplomatico non è morto sul colpo. E’ stato evacuato proprio dai ranger, ma è poi morto a causa delle gravissime ferite riportate.

Fonti ufficiali hanno fatto sapere che insieme a Attanasio hanno perso la vita anche la sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci, un carabiniere di soli 30 anni e l’autista congolese di PAM

Luca Attanasio aveva 43 anni e era a capo della diplomazia italiana nella ex colonia belga dall’ottobre 2019. Lascia moglie Zakia Seddiki, originaria del Marocco, e tre bambini piccole.

La zona del Parco Nazionale Virunga, il più antico di tutta l’Africa, noto in precedenza con il nome di parco nazionale Albert, che si trova nella regione del nord Kivu. è considerata molto insicura e pericolosa, dove si consumano sanguinari conflitti da oltre 25 anni. Basti pensare che nella primavera del 2018 sono stati rapiti due turisti britannici, poi liberati poco dopo. Lo stesso direttore del parco, Emmanul de Mérode, aveva subito un attentato nell’aprile 2014.

Africa ExPress
@africexp

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Cricket in forte crescita in Ruanda. Per seppellire il passato

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
21 febbraio 2021

“Per giocare a cricket non è necessario essere stupidi. Esserlo, però, aiuta molto”.

Non è molto fine cominciare un articolo sul cricket con questa micidiale battuta di George Bernard Shaw. Si rischia di offendere gli oltre due miliardi (stimati) di fanatici di questo sport. E – Dio non voglia – di passare per razzisti. Sì, perché il cricket negli ultimi anni sta diventando sempre più popolare anche in Rwanda. E fra le donne, a smentire G. B. Shaw.

Come mai?

Nella narrazione comune, questo sport è considerato un lascito per eccellenza del colonialismo britannico. E’ infatti, praticato in India, Pakistan, Sri Lanka Sud Africa, Zimbabwe, Australia, Nuova Zelanda, Indie Occidentali Britanniche e più recentemente perfino in Afghanistan.

Ruanda: stadio di cricket

Invece in una nazione emergente come il Ruanda, non legata al British Empire, il cricket ha origini diverse: la spaventosa e ripugnante guerra civile fra Hutu e Tutsi, non a torto considerata la più grave forma di genocidio dalla Seconda Guerra Mondiale. E sta diventando l’attività ludica con la crescita maggiore nella “terra dalle mille colline”. Chi l’avrebbe mai detto che il secondo sport più diffuso al mondo (e anche il più aristocratico) avrebbe avuto un così rigoglioso sviluppo?

Lo dice Emmanuel Byiringiro, 42 anni general manager del Rwanda Cricket Association, intervistato da Al Jazeera. Il canale satellitare del Qatar nei giorni scorsi ha dedicato un ampio servizio a quello che per noi europei continentali è uno sport tra i più incomprensibili e noiosi sulla faccia della Terra. “Inizialmente il cricket era praticato da un gruppo di studenti della ex Università Nazionale di Butare – ha dichiarato Byiringiro, già campione nazionale di cricket – La maggior parte di questi giovani era rifugiata in Paesi vicini come il Kenya, Tanzania, Uganda. A essi si sono uniti altri studenti provenienti dall’India. Ora abbiamo un programma di sviluppo incentrato su scuole di cricket e sul coinvolgimento delle comunità. E’ lo sport che sta registrando la maggior crescita nel Paese”. Secondo il sito Visitrwanda.com nel 1999 è stata fondata la Rwanda Cricket Association e si calcola che siano ben 5 mila i praticanti impegnati, per 11 mesi l’anno, in competizioni nazionali, scolastiche e universitarie.

Secondo Al Jazeera, l’ampia diffusione del cricket e il coinvolgimento della popolazione un tempo profondamente e tragicamente divisa, lacerata, è un modo di seppellire il terribile passato. Per incrementare questo piano – soprattutto fra le donne – è stato appena assunto un coach di livello internazionale, Leonard Nhamburo, 40 anni, dello Zimbabwe. Il suo obiettivo primo è quello di preparare il team nazionale femminile per il torneo annuale che si svolge a giugno a Kwibuka (sede di un memoriale del genocidio) e per le qualificazioni ai mondiali di novembre in Botswana.

Negli ultimi 2 anni il Rwanda’s national women Cricket team è riuscito, per la prima volta, a qualificarsi ai mondiali dello Zimbabwe. Diane Ishimwe Dusabemungu, 26 anni, giocatrice della nazionale femminile (ma attrice di professione), conferma: “Noi mandiamo, con questo nostro impegno sportivo, un messaggio di unità in modo che ciò che è avvenuto non abbia mai più a ripetersi. Io sono nata per miracolo dopo che mia madre sopravvisse a una sparatoria all’acme del genocidio nel 1994. Ho cominciato a praticare questo sport a 10 anni e ho appreso a essere paziente e perseverante, responsabile. Quanto è successo è passato e da esso dobbiamo imparare. E’ come il cricket: se la tua squadra perde non devi continuare a pensare alla sconfitta. Il cricket dà un senso di calma, pace, unione, e gioia: sentimenti e sensazioni di cui ogni famiglia è stata privata durante i massacri”.

Concorda Clinton Rubagumya, 25 anni, della nazionale maschile: “Io sono nato dopo il genocidio , ma so che non c’è famiglia in Rwanda che non pianga un suo caro. E’ giunto il momento di guardare avanti e ho visto con i miei occhi come il cricket contribuisca a unire chi ha bisogno di aiuto a chi l’aiuto può darlo”. Di sicuro, Paul Kagame, il padre-padrone del democraticissimo (si fa per dire) Ruanda usa politicamente con estrema disinvoltura questo antico passatempo made in England. In Ruanda di genocidio è proibito parlare, chi si mette contro il potere ha qualche difficoltà (si veda il processo in corso in questi giorni contro il dissidente Paul Rusesabagina, quello del film Hotel Rwanda).

Non è un caso che Kagame, nel 2017, abbia partecipato in pompa magna all’inaugurazione del primo grande Gahanga Cricket Stadium, gentile omaggio – come ricorda il sito Visitrwanda.com – della British charity Rwanda Cricket Stadium Foundation.

Che cosa abbia scatenato la febbre nazionale per mazze, palle, guantoni in un paese come il Ruanda resta, comunque, un mistero, come quello che circonda lo svolgimento degli interminabili incontri. Per l’India, una delle massime potenze mondiali del cricket, si tratterebbe di “un esempio di come la decolonizzazione si riveli una forma dialettica di dialogo con la precedente epoca coloniale”. Lo afferma l’antropologo Arjun Appadurai, studioso del postcolonialismo, che al cricket ha consacrato un capitolo del suo volume “Modernità in polvere” (Raffaello Cortina).

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa

Ma per il Ruanda? Forse perché impone delle rigide regole di gioco e di condotta, quali il rispetto assoluto verso gli umpires (arbitri), il divieto rigido di lanciare parole offensive verso gli avversari, o le loro mogli, mamme, fidanzate come si usa nei nostri campi di calcio. Intendiamoci: gli insulti ci sono, ma devono essere intelligenti. La pratica di schernire gli avversari e di disturbarli in questo sport già pieno di parole strane come innings, wicket, boulers, fielders, batsman si chiama, ad esempio, “sledging”. Dicono gli esperti di cricket (definito da Robin Williams “baseball al valium”) che in questa pratica i maestri siano gli australiani. E citano quanto avvenne nel 1991 durante il cosiddetto “Test match” (partita di 5 giorni!): il pachistano Javed Miandad apostrofò la leggenda australiana Merv Hughes dandogli del “grasso autista d’autobus”. Hughes poco dopo eliminò Miandad e, passandogli oltre, disse con un sorriso: “Biglietti prego”..

Che stile, che finezza in questo sport, per il quale – ne restiamo convinti – vale quanto dichiarò un celeberrimo giocatore e manager di baseball, l’americano Tommy Lasorda: “Ci sono tre tipi di giocatori. Quelli che fanno quel che succede, quelli che guardano quel che succede, e quelli che si chiedono che cosa succede”. E volete che non valga anche per il cricket e per buona parte di noi?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Guambe, terzo ciclone in sei settimane, passa sopra il Mozambico

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
20 febbraio 2021

Un nuovo ciclone tropicale sta passando sopra l’Africa australe e sta colpendo ancora una volta l’ex colonia portoghese. È stato chiamato Guambe ed il terzo nel giro di sei settimane, un’anomalia stagionale sul Canale del Mozambico. Il cambiamento climatico sta scaldando eccessivamente le acque dell’Oceano Indiano che sviluppano maggiori correnti causando un numero più alto di cicloni.

ciclone Guembe
Il ciclone tropicale Guembe visto dai satelliti (Courtesy Wundermap)

L’allerta è stata data dalla Protezione civile dell’Unione Europea e ripresa da Reliefweb,  struttura dell’Ufficio ONU che coordina le emergenze umanitarie (OCHA). La tempesta tropicale, il 17 febbraio ha colpito la provincia di Inhambane, nel centro del Paese, con venti a 85 km orari. Le previsioni meteo dicono che Guambe si sta spingendo verso il Mozambico meridionale. È previsto un aumento della violenza dei venti che possono arrivare a 150 km orari.

Il Mozambico centrale e meridionale, il 23 gennaio, è stato colpito da Eloisa su un’area popolata da 250 mila persone. Le forti piogge hanno fatto esondare i fiumi Buze, Save e Ponguè lasciando quasi 12 mila persone senza casa.

Guambe mappa Africa meridionale UE
Ciclone Guambe, mappa di allerta della Protezione civile dell’Unione Europea

Le province di Sofala, Inhambane, Manica e Zambezia sono in allerta rossa per per forti piogge, forti venti e temporali. Il 30 dicembre c’era stato il primo ciclone tropicale della stagione, Chalane, che ha colpito le province di Sofala and Manica.

Nel 2019, due cicloni, Idai e Kenneth, hanno devastato l’area centro settentrionale del Mozambico causando un migliaio di morti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Ciclone tropicale Eloisa devasta il Mozambico: colpite 250 mila persone

Mozambico: mille morti per il ciclone Idai, pozzi inquinati e rischio di colera

L’Organizzazione Mondiale del Commercio ha un nuovo capo: è una donna africana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 febbraio 2021

“Voglio parlarvi di un’ Africa che non conoscete, ma che esiste. Non quella delle malattie, della povertà estrema, della fame, dei conflitti.  Questo è un continente che offre infinite opportunità e gran parte delle persone sono desiderano essere indipendenti, essere responsabili del proprio destino, sono stanche di corruzione, la loro tolleranza nei confronti dei criminali, terroristi, di tutto il malessere che li circonda, è zero.  E’ una strada lunga, lo so’, ma la volontà c’è.

Ngozi Okonjo-Iweala, direttore generale di WTO

Sono parole di Ngozi Okonjo-Iweala, pronunciate nel lontano 2008 durante una sua apparizione pubblica, quando lavorava alla Banca Mondiale come economista, dove ha ricoperto posizioni di importanti. E pochi giorni fa la Okonjo-Iweala nigeriana di nascita, ma con in tasca anche la nazionalità statunitense dal 2019, è stata incoronata direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (acronimo inglese WTO) con sede a Ginevra. E’ la prima donna africana a ricoprire un tale incarico.

L’economista di fama internazionale prenderà servizio il 1°marzo 2021 e resterà in carica fino al 31 agosto 2025. Il suo nome circolava da molto tempo e fino ai primi di febbraio oltre a lei, c’era in lizza anche la sudcoreana Yoo Myung-hee, ministro del Commercio del suo Paese. Myung-hee, ha rinunciato alla corsa verso WTO dopo aver discusso con Washington e altre grandi potenze economiche. E non per ultimo perché l’attuale situazione economica mondiale ha toccato ovviamente anche l’Organizzazione con sede a Ginevra, che sta attraversando un momento non facile perché la crisi ha diminuito il suo ruolo nel sistema commerciale mondiale.

Molti ex governatori e alti funzionari USA hanno fatto pressioni sul nuovo presidente americano Joe Biden  affinché approvasse la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, dopo che l’amministrazione Trump aveva bocciato la sua candidatura nel 2020.

Il futuro direttore generale di WTO, oggi 66enne,  oltre a rappresentare l’Africa del riscatto e della rinascita, ha un background di tutto rispetto: si è laureata a pieni voto a Havard, ha poi conseguito un dottorato in economia regionale e sviluppo presso il  Massachusetts Insitute of Technology (MIT).  Ha tre figli maschi e una femmina, tutti laureati a Havard e è sposata con  Ikemba Iweala, un neurochirurgo.

E’ stata insignita di oltre 10 lauree ad honorem dalle maggiori università del mondo e ha ricoperto per ben due volte il ruolo di ministro delle Finanze della Nigeria. Dal 2003-2006 con Olusegun Obasanjo  e dal 2011-2015 con Goodluck Jonathan, il predecessore dell’attuale presidente, Muhammadu Buhari .

Durante i suoi due mandati come ministro, Okonjo-Iweala non è riuscita a raggiungere tutti i suoi obiettivi: l’economia è rimasta stagnante e non ha creato i posti di lavoro per i giovani. Ma certamente non per negligenza, bensì per mancanza di volontà di tutto il governo. E non bisogna dimenticare che nel 2012 è stata anche rapita sua madre, un medico in pensione, ultraottantenne. Allora la figlia aveva detto che i rapitori le hanno chiesto di rassegnare immediatamente le dimissioni e solo in un secondo tempo hanno parlato del pagamento di un lauto riscatto. “Era un chiaro messaggio”, ha specificato l’allora ministro delle Finanze e ha aggiunto: “La mia campagna e politica contro la galoppante corruzione non erano apprezzate da tutti”.

Malgrado le critiche, è solo grazie a lei e le sue riforme che la Nigeria si è salvata in quel periodo critico, ha specificato Bismarck Rewane, illustre economista nigeriano.

La numero uno di WTO ha avuto un’infanzia non facile. Aveva solo sei anni quando il suo Paese ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna. E’ cresciuta con la nonna insieme ai fratelli e sorelle nel Delta State, ex Biafra, giacché i genitori studiavano all’estero grazie a borse di studio. Ha dovuto cercare la legna, ha imparato a cucinare da piccola. Ma ha sofferto anche la fame, ha visto i suoi amici morire durante gli anni della guerra del Biafra. E non dimentica mai le sue origini. Ancora oggi si presenta in tutte le occasioni con i vestiti tradizionali della sua gente.

Ora la Okono-Iweala dovrà affrontare una nuova sfida come direttore generale del WTO, i cui Stati membri sono oggi 164 (più 22 osservatori). L’ organismo regola le relazioni commerciali fra gli Stati; tutte le decisioni importanti sono negoziate tra i membri, in condizioni il più trasparente possibile, e sono generalmente adottate sulla base del consenso, in occasione della Conferenza Ministeriale alla quale partecipano i ministri delle Finanze dei Paesi membri. L’organo esecutivo è costituito dal direttore generale e dai vari segretari.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio non è un’agenzia dell’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Prime atroci testimonianze dal Tigray: omicidi e mattanze contro i civili

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 febbraio 2021

Ora che finalmente hanno ripreso a funzionare i telefoni, ad Aksum altri testimoni oculari hanno potuto  raccontare ciò che è successo veramente nella città santa, dove, secondo la tradizione, in una cappella accanto alla cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion sarebbe custodita l’arca dell’Alleanza, la cassa di legno con coperchio d’oro contenente le Tavole dei dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè sul monte Sinai.

Aksum, Tigray. In questa cappella nel grande compound, dove è ospitata anche la cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion, è sistemata l’Arca dell’Alleanza

Associated Press (AP) ha potuto parlare con alcuni testimoni, ancora scossi da quanto hanno visto e vissuto e le loro voci tremano al ricordo di quei giorni. “Ovunque c’erano morti, corpi mutilati da colpi di arma da fuoco. Durante la notte si sentiva una sorta di risata e l’ululato tipico delle iene, mentre si cibavano dei cadaveri.  Ci è stato tassativamente vietato di seppellire i nostri cari, i nostri amici e conoscenti”.

Da tempo si sapeva che alla fine di novembre dello scorso anno qualcosa di terribile era successo nella chiesa Nostra Signora Maria di Sion, si parlava di centinaia di morti. Ma non c’erano testimoni e nessun giornalista della stampa libera aveva avuto accesso alla zona di guerra dall’inizio del conflitto.

Wolbert Smidt, un etnostorico tedesco e professore all’università di Makallè, aveva ammonito: “Se attaccate Aksum, attaccate non solo l’identità di tutti gli ortodossi del Tigray, ma anche quella di tutti gli etiopi cristiano-ortodossi”.

A fine novembre di ogni anno il santuario di Aksum ospita migliaia di pellegrini per celebrare l’anniversario dell’arrivo dell’arca nella Chiesa di Nostra Signora Maria di Sion, dopo che la cassa contenete le tavole era sparita da Gerusalemme in tempi remoti.

Ma quest’anno il luogo di culto è diventato rifugio per coloro che scappavano dai combattimenti, per salvarsi la vita. Le truppe etiopiche e quelle eritree erano già arrivate una settimana prima con armi pesanti, c’erano stati anche bombardamenti. Poi gli eritrei sono tornati per uccidere membri delle milizie locali, mobilitate per contrastare il nemico a Aksum e nei villaggi vicini.

Anche Africa ExPress aveva dato notizia di una possibile mattanza a Aksum. Ora finalmente sono emersi dettagli, spaventosi e terribili. E l’anziano, che ha parlato con AP, ha preferito mantenere l’anonimato per paura di ripercussioni, visto che si trova ancora in città. Ha raccontato che sono state ammazzate 800 persone, forse più, durante quel fine settimana di novembre.

L’uomo ha raccontato che c’erano morti vicino alla chiesa e nella città. “Ho aiutato a contare i cadaveri o di quello che era rimasto dei poveri corpi. Ho cercato di prendere le loro carte d’identità per poterli identificare. Infine abbiamo tumulato i poveri resti in fosse comuni”. La mattanza continua ancora in questi giorni. L’AP ha potuto verificare che la settimana scorsa sono stati seppelliti 3 cadaveri, e, secondo l’agenzia che ha citato alcuni testimoni, nelle zone rurali la situazione sarebbe ancora peggiore. Secondo quanto raccolto da AP nei villaggi attorno ad Aksum gli eritrei hanno ammazzato oltre mille persone .

Un altro testimone, Mhretab  di 39 anni che è riuscito a scappare negli Stati Uniti qualche settimana fa, ha affermato che la polizia etiopica non è assolutamente intervenuta per fermare le truppe eritree.

Grazie a testimonianze come queste, emerge tutta la crudeltà di questa guerra, di quanto è successo e succede ancora nel Tigray. Il 4 novembre 2020 il premier etiopico Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019 per aver siglato un accordo  duraturo con l’Eritrea, l’acerrimo nemico di sempre, ha ordinato l’intervento delle truppe di Addis Ababa dopo l’assalto a una base militare a Makallé, capoluogo del Tigray, da parte dei soldati a servizio del governo della regione. Le tensioni tra la leadership di Makallè e il governo centrale si erano già acuite in settembre, quando il Tigray ha indetto le elezioni locali – sospese dalle autorità di Addis Ababa a causa della pandemia – ampiamente vinte dal partito al potere, il TPLF (acronimo inglese per  Tigray People’s Liberation Front).

Già a fine novembre Abiy aveva annunciato la sua vittoria e aveva precisato che nessun civile era stato ucciso. Ha sempre perfino negato un coinvolgimento di truppe eritree nel conflitto. Ma gli annunci di Addis Ababa si stanno lentamente sbriciolando come un castello di carte, anche grazie a testimonianze come quelle raccolta dall’Associeted Press. La scorsa settimana il governo etiopico ha dovuto ammettere che in Tigray sono stati commessi stupri e violenze.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Commando di uomini armati sequestra una quarantina di studenti nel centro della Nigeria

Africa ExPress
18 febbraio 2021

E mentre la Nigeria è ancora in festa per la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio con sede a Ginevra, un gruppo di uomini armati ha sequestrato oltre 40 persone in una scuola secondaria nel Niger State.

Alcuni degli studenti rapiti hanno abbandonato i loro sandali nel cortile della scuola (fot0 di Afolabi Sotunde per Reuters

Abdullberqy Ebbo, direttore generale delle operazioni strategiche, ha fatto  sapere che uno dei giovanissimi è morto. I banditi gli hanno sparato e non è sopravvissuto alle ferite riportate.

Oltre a 27 studenti, sono stati rapiti anche 3 membri dello staff e 12 dei loro familiari del Government Science College di Kagara, che dista 260 chilometri a nord-ovest dalla capitale Abuja.

I criminali indossavano uniformi militari e i loro visi erano coperti da mascherine. Alcuni studenti sono riusciti a scappare. Il collegio ospita un migliaio di studenti. Il fatto è avvenuto mercoledì alle due del mattino.

Finora il rapimento non è stato ancora rivendicato. Solo poche ore prima un gruppo di banditi ha rilasciato un video che mostra una ventina di persone, sequestrate nella città di Zungeru, che si trova anch’essa nel Niger State.

A dicembre il gruppo terrorista-jihadista aveva rapito oltre 300 studenti nel distretto di Katsina, che sono poi stati rilasciati dopo pochi giorni.

Africa ExPress
@africexp

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

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Virus ebola riparte in Africa: nuova epidemia in Guinea

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 febbraio 2021

Ebola, il terribile virus che a più riprese ha causato epidemie di febbre emorragica nel continente africano, è tornato in Guinea. “Davanti a questa situazione, conforme alle normative sanitarie internazionali, il governo guineano conferma un’epidemia di Ebola”.

ebola mappa inizio contagio Guinea
Ebola, mappa dell’inizio contagio in Guinea (Courtesy GoogleMaps)

Queste le parole del ministro guineano della Salute, Rémy Lamah, in un comunicato stampa pubblicato il 14 febbraio dai media locali. Il Paese africano si trova a lottare, oltre che con il Coronavirus, con un nemico molto più mortale.

L’epidemia è stata localizzata nella prefettura di Nzerekoré e nella sotto-prefettura di Gouecké, nella parte meridionale, 80km dal confine con la Liberia. Sono subito partiti i controlli dell’area colpita e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sta lavorando con le autorità sanitarie anche in Liberia e Sierra Leone. L’Organizzazione ONU è in collegamento con il produttore dei vaccini in modo che le dosi necessarie siano rese disponibili il più rapidamente possibile.

Il contagio da un funerale

Tutto è iniziato dopo un funerale, lo scorso 1° febbraio. La persona sepolta era un’infermiera che lavorava in un centro sanitario locale ma è deceduta dopo essere trasferita per essere curata a Nzerekore.

ebola pipistrello della frutta
Pipistrello della frutta testa a martello (Hypsignathus monstrosus) uno dei Pteropodidi che trasmettono il virus ebola

Dopo test clinici sono state trovate sette persone infettate da ebola, tre delle quali sono morte colpite da diarrea, vomito ed emorragia. Altre quattro sono sotto osservazione sanitaria ma si teme, visto l’attiguo confine, che l’epidemia si possa espandere anche nei Paesi vicini.

La mortale malattia, tra il 2013 e il 2016, era partita da Nzerekore e aveva contagiato soprattutto Guinea, Liberia e Sierra Leone. Non era stato facile fermarla visto il grande traffico fra i tre Paesi. Durante quell’epidemia ci sono stati 11.300 morti. L’ultima invadente apparizione di ebola è stata in Congo-K. Tra marzo 2018 e novembre 2020 ci sono state varie epidemia che hanno causato 3,600 contagi e 2.300 morti.

Un virus con il 90 per cento di letalità

Ebola è un agente patogeno zoonotico (passa da animali a umani) ed è uno dei quattro ebolavirus. Secondo gli scienziati i vettori sono varie specie di pipistrelli della frutta ( come l’Hypsignathus monstrosus) che vivono in Africa centrale e sub-sahariana. Tra gli ebolavirus è quello che ha il più alto tasso di letalità: 83 per cento. Però, tra 2002 e il 2003 la sua letalità è arrivata al 90 per cento. Ma ha anche un altro triste primato: il maggior numero di epidemie tra gli ebolavirus.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini:
– Pipistrello della frutta testa a martello (Hypsignathus_monstrosus)
Areale africano del pipistrello della frutta

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Sulle piste del campionato del mondiali di sci di Cortina svetta un’atleta keniota

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Cortina d’Ampezzo, 14 febbraio 2021

Non è facile trovarla ma c’è. In una Cortina d’Ampezzo sommersa dalla neve come non mai, con temperature polari (la notte scorsa la colonnina di mercurio è scesa a meno 21 gradi centigradi)  lei svetta in cima: non alle classifiche, ma certo come una appassionata sportiva in una disciplina che non è certo congeniale alle sue connazionali: le ragazze del Kenya.

Lei è Sabrina Wanjiku Simader sciatrice esperta nelle specialità alpine, nata a Kilifi, sulla costa keniota, e venuta in Europa, in Austria, con la madre all’età di tre anni. Qui nelle Dolomiti è arrivata, accompagnata da sua mamma e da un allenatore, per partecipare al campionato mondiale di sci. E’ prevista la partecipazione di un’altra squadra africana, quella del Marocco. Ma arriverà per partecipare alle gare solo domani, martedì.

Sabrina Wanjiku Simader alle prime armi sui campi da sci

Purtroppo, durate gli allenamenti, Sabrina, che ha 22 anni, si è fatta male e per lei i campionati si sono chiusi immediatamente dopo lo slalom gigante dove, proprio per i suoi problemi, non ce l’ha fatta ed è stata squalificata. Ma, come diceva De Coubertin, “l’importante non è vincere ma partecipare”. E lei diligentemente ha partecipato.

A Cortina, bianca come non mai per le abbondanti precipitazioni nevose (le gare dei mondiali sono cominciate con tre giorni di ritardo, perché le piste erano impraticabili per la troppa neve), è praticamente impossibile incontrare gli atleti, blindati come sono dagli organizzatori a causa della pandemia di Covid-19. Così per parlare con Sabrina – nonostante siamo a meno di 500 metri di distanza uso una video telefonata: “Ho imparato a sciare in Austria e mi sono subito appassionata. Purtroppo però questo è uno sport che costa caro e non potevo scendere sugli scii tutte le volte che avrei voluto”.

Comunque per la sua bravura e il suo coraggio è stata notata dai maestri delle scuole di scii austriache che hanno insistito con la madre perché la iscrivesse a corsi agonistici e le permettesse di partecipare alle competizioni: “Ho cominciato da piccola e mi sono appassionata subito. Ogni inverno passavo tutti i weekend sulla neve, questo è quello che potevo permettermi”.

Così pian piano sei andata in giro e hai partecipato a varie gare: “Certo – risponde Sabrina –. Serbia, Slovacchia, Svizzera e anche Italia. Ho ottenuto anche buoni piazzamenti che mi hanno permesso di partecipare a questi mondiali. Sono felice di essere qui. Cortina è splendida e ho conosciuto altre atlete veramente straordinarie che mi hanno fatto sentire a casa”.

Purtroppo per lei il campionato mondiale è finito presto, a causa del doloroso infortunio, per fortuna non grave, per cui  è stata squalificata nello slalom gigante e, successivamente, non le ha permesso di partecipare alla gara di discesa libera.

Massimo A. Alberizzi
malberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi