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Egitto: missili prodotti da consorzio europeo per armare il regime di al-Sisi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
14 febbraio 2021

Una cinquantina di micidiali missili da crociera a lungo raggio SCALP, prodotti dal consorzio industriale europeo MBDA, sono stati acquistati segretamente dal regime di Al-Sisi e sono stati testati a bordo dei cacciabombardieri “Rafale” egiziani nel corso di una recente esercitazione con le forze armate francesi. Lo ha reso noto la rivista specializzata Janes pubblicando le immagini di un video realizzato dal Ministero della difesa dell’Egitto in cui si vedono alcuni missili SCALP mentre vengono montati a bordo di un velivolo Rafale all’interno di un hangar della base aerea di Gebel el-Basur, utilizzata in occasione dell’esercitazione franco-egiziana.

Missili di coproduzione italiana per l’Eegitto

I nuovi missili da crociera del consorzio MBDA (controllato dai colossi del complesso militare-industriale Airbus Group, BAE Systems e Leonardo-Finmeccanica) sarebbero stati esportati in Egitto nell’autunno 2020. La loro piena operatività con i 24 cacciabombardieri “Rafale” acquistati in Francia è stata confermata dalle autorità militari egiziane al sito specializzato sudafricano Defenceweb.

Il trasferimento di questa sofisticatissimo sistema di guerra al regime nord-africano è stato particolarmente travagliato per il consorzio MBDA. Gli SCALP erano stati ordinati nel 2015 congiuntamente ai 24 cacciabombardieri “Rafale” ma Washington aveva posto il proprio veto all’export da parte del governo francese, in quanto i missili utilizzavano tecnologie progettate e prodotte in parte in America. Per aggirare l’opposizione USA, il ministro della Difesa francese Florence Parly aveva chiesto a MBDA di utilizzare componenti di produzione europea.

“L’unica cosa che possiamo fare – aveva dichiarato Parly – è che il gruppo industriale faccia qualche investimento in ricerca e sviluppo per essere in grado di produrre componenti simili che non sono coperti dall’International Trade in Arms Regulation sul commercio internazionale di armi degli Stati Uniti”. L’amministrazione Trump ha comunque revocato il veto nell’aprile 2019 e MBDA ha potuto concludere l’affaire con il dittatore militare al-Sisi.

Secondo i manager di MBDA, lo SCALP (acronimo di Système de croisière conventionnel autonome à longue portée) è un missile da crociera aviolanciabile aria-superficie a lungo raggio, armato con testata convenzionale, “che può colpire il nemico in profondità, a prescindere dalla difesa aerea, grazie alle sue caratteristiche stealth”. E’ stato progettato per essere impiegato contro un ampio spettro di obiettivi: posti di comando, infrastrutture aeroportuali e portuali, ponti, depositi di munizioni, navi e sottomarini attraccati, ecc..

Il sistema d’arma, il cui costo unitario è stimato in 1,35 milioni di euro, pesa 1.300 kg, è lungo 5,10 metri e ha un raggio operativo sino a 500 km, anche se nel caso dei modelli esportati all’Egitto sarebbe stato ridotto a 300 km per renderlo compatibile con i sistemi di controllo a disposizione dell’Aeronautica egiziana. Alimentato da un piccolo motore, il missile da crociera può raggiungere la velocità massima di 800 km/h. Completamente autonomo, lo SCALP si dirige sulle coordinate impostate prima del volo e una volta sganciato non ha bisogno di ulteriori controlli.

Il missile può essere impiegato da diversi velivoli da guerra (cacciabombardieri “Rafale”, “Tornado”, “Mirage 2000” ed “Eurofighter Typhoon”) e potrà essere montato anche sotto le ali dei caccia di quinta generazione F-35 “Lighning II”. Questo sistema bellico è già stato utilizzato in alcuni dei più sanguinosi conflitti internazionali, come in Iraq, Siria, Libia e Yemen. Lo SCALP è in dotazione alle Aeronautiche militari di Francia, Grecia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Italia. Il nostro paese si è dotato degli SCALP nel 2006; dopo averli testati la prima volta con i “Tornado IDS” del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) nel poligono sudafricano di Overberg, li ha impiegati massicciamente nella primavera del 2011 durante i bombardamenti in Libia (Operazione Unified Protector).

Caccia da combattimento Rafale con missili Scalp

Il consorzio industriale MBDA è il maggiore produttore di sistemi missilistici a livello europeo e il secondo a livello mondiale. Con quartier generale a Le Plessis-Robinson, nei pressi di Parigi, esso è controllato per il 75% da Airbus Group e BAE Systems e per il restante 25% dal gruppo Leonardo (ex Finmeccanica). La controllata MBDA Italia S.p.A. impiega 1.300 lavoratori negli stabilimenti di Roma, Fusaro (Bacoli, Napoli) e La Spezia.

Al sanguinario regime del Cairo, MBDA ha pure fornito i missili MICA multi-bersaglio aria-aria per i cacciabombardieri “Rafale” e “Mirage 2000-5” e i sistemi missilistici superficie-aria VL-MICA SAM destinati alle nuove corvette della Marina militare. I VL-MICA armeranno anche le nuove quattro fregate “Meko A200” che l’Egitto ha ordinato in Germania. MBDA starebbe negoziando con il Cairo pure la fornitura della versione navale del missile guidato MMP a corto raggio e altri sofisticati sistemi di difesa aerea e costiera.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

L’esercito eritreo in Etiopia a caccia di profughi che erano scappati in Tigray

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 febbraio 2021

Cento giorni di guerra. Cento giorni di terrore, fame, stupri, morte. Il Tigray si è trasformato in un immenso campo di battaglia dove il prezzo più alto, ma non è una cosa nuova, è pagato dai civili. Il conflitto è cominciato  il 4 novembre con l’invio nella provincia del nord del Paese dell’esercito di Addis Ababa, su ordine del primo ministro e premio Nobel per la Pace 2019 Abiy Ahmed.

Secondo l’UNHCR sono oltre 61mila coloro che sono fuggiti dal Tigray per cercare protezione e sicurezza nel vicino Sudan.  La popolazione sudanese li ha accolti bene.  Gran parte di essi – quasi 43mila – hanno attraversato il fiume Tekeze per raggiungere Hamdayet, una tranquilla cittadina nello stato di Kassala.

Rifugiati etiopici in Sudan

I profughi, tra loro anche centinaia di minori non accompagnati, hanno raccontato storie terrificanti. Una uomo, ancora terrorizzato, ha spiegato ai reporter del New York Times: “Tutti noi abbiamo temuto per le nostre vite. Bombardamenti, uccisioni indiscriminate, saccheggi, e durante la fuga abbiamo visto morti ovunque”.

UNHCR ha scortato gran parte rifugiati nei campi, altri hanno preferito restare nella cittadina di frontiera, approfittando dell’ospitalità degli abitanti, con la speranza di poter ritornare presto a casa.

Ad Hamdayet i residenti sono per lo più musulmani, commercianti di lingua araba, mentre gli etiopi sono cristiani, agricoltori e la loro lingua è diversa, ma i residenti hanno aperto senza esitazioni le proprie case, si sentono responsabili della vita di coloro che hanno dovuto abbandonare tutto pur di salvarsi. Eppure anche il Sudan non sta attraversando un periodo felice dal punto di vista economico. Il rincaro dei prezzi ha portato nuovamente la popolazione nelle piazze e sulle strade per chiedere migliori condizioni di vita. In passato le proteste sono sfociare poi in un golpe militare che ha deposto il dittatore Omar al-Bashir, rimasto al potere per oltre 30 anni.

Nel Tigray stesso la situazione si complica di giorno in giorno. Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo e presidente dell’Agenzia Habeshia, ha denunciato il rimpatrio forzato di migliaia di eritrei che avevano cercato protezione in Etiopia. I più vivevano nei campi per profughi di Schimelba e Hitsats. L’Etiopia ne ospitava 96mila in 4 campi. Tutti erano scappati dalla dittatura di Asmara che ancora oggi impone il servizio militare/civile senza fine.  Chi ora è stato costretto a ritornare in patria, certamente non è stato accolto con un tappeto rosso. Sono tutti considerati disertori.

Don Moussie Zerai

Don Zerai ha precisato che più o meno 5mila sono riusciti a scappare nel campo profughi Mai-Aini, ma altri 5mila risultano dispersi e ha aggiunto: “Sappiamo che ci sono state violenze e anche omicidi. E’ una grave violazione della Convenzione di Ginevra del 1951 (statuto dei rifugiati, del quale UNHCR è il “guardiano” n.d.r.). Il sacerdote di origini eritree dice che non è dato sapere cosa sia successo esattamente ai 5mila spariti nel nulla, alcune informazioni hanno però rivelato che molti sono stati arrestati e si trovano attualmente nelle putride galere della ex colonia italiana.

E giovedì scorso l’Agenzia di stampa Reuters ha comunicato che Addis Ababa ha chiuso i campi di Shimelba and Hitsats. I profughi sarebbero stati ricollocati in altre strutture. Infatti oltre che don Zerai, anche UNHCR aveva denunciato l’attacco ai campi e del rimpatrio forzato di migranti da parte di truppe eritree.

Ormai nessuno può più negare la presenza di truppe eritree in Tigray e il diretto coinvolgimento di Asmara nel conflitto. iniziato il 4 novembre con l’invio dell’esercito di Addis Ababa dietro ordine del primo ministro e premio Nobel per la Pace 2019 Abiy Ahmed.

E finalmente, dopo testimonianze e denunce, il governo di Addis Ababa , tramite il ministro per le Donne, Filsan Abdullahi, ha ammesso che sono stati commessi stupri e violenze nel Tigray. Persino Ethiopian Human Rights Commission ha precisato che sono stati segnalati 108 stupri negli ultimi due mesi e metà di questi sono stati consumati nella zona del capoluogo Makallè. Ma l’istituzione governativa ha anche detto che sicuramente molte altre violenze nei confronti delle donne non sono state denunciate. Il governo ha promesso tolleranza zero per coloro che hanno commesso questi efferati crimini, certamente si tratta di militari delle truppe governative o di forze alleate.

Intanto il ministero delle Donne ha promesso di inviare esperti in tutto il Tigray e, anche secondo il portavoce Adinew Abera, certamente verranno alla luce altre violenze sessuali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

Morto cieco in carcere l’eroe “Duro”: credeva in un’Eritrea democratica sbattuto in galera

Etiopia: vendette, fame e stupri come arma da guerra nel Tigray

Incredibile a Mogadiscio: una palestra femminile guidata da una donna

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
12 Febbraio 2021

“Clamoroso al Cibali”, verrebbe da gridare pensando a un evento fuori dalla logica e, soprattutto, dalla realtà. Eppure la realtà a volte supera l’immaginario.

In uno degli Stati (se Stato si può definire la Somalia) più disastrati del pianeta, dove le donne sono tra gli obiettivi primi dell’organizzazione islamico-criminale Al Shebab, una studentessa, Aisha Muhyadin, 22 anni, ha sfidato tutto e tutti: ha aperto, e dirige, un impianto sportivo, il Binish Gym, in cui la parte femminile della società possa tenersi in forma e acquistare fiducia in se stessa. Una sala per “belle di giorno”, verrebbe da dire (senza offesa), dato che di sera la struttura è only for men.

Donne somale si allenano in palestra

Alle nostre latitudini, palestre, palestrati e palestrate sono un fatto scontato (a parte la chiusura causa pandemia). In Somalia, è diverso: qui solamente nel 2018 le ragazze hanno dato vita al primo club calcistico, il Globe Girls Center, cui si sono iscritte in 60. Poco dopo l’alba, ogni giorno, molte di esse hanno preso a ritrovarsi nel campo sportivo, si sono liberate dell’Hijab, (ma restando sempre coperte senza mai mostrare braccia e gambe) e hanno cominciato ad allenarsi).

E appena lo scorso anno, nel 2020, le ragazze somale hanno dato il via a tornei di pallavolo e pallacanestro. Intervistate dalla Reuters, le giocatrici hanno dichiarato: “Infiliamo le divise negli zaini che usiamo per andare a scuola o all’università in modo da non destare sospetti”. Inutile dire che il campo di gioco è protetto da alti muri di cinta per evitare sguardi indiscreti e, soprattutto, attacchi mortali da parte di Al Shebab. Per questi fanatici terroristi, lo sport in genere è considerato una forma di divertimento del diavolo: immaginiamoci se praticato dalle donne. Che devono guardarsi anche da biasimo e derisione di amici, parenti e conoscenti.

Intervistata da Africanews, Najma Sufi Abdi, una delle giovani che frequenta la palestra Binish Gym, ha raccontato: “In tanti, a cominciare da mio marito, mi hanno chiesto: stai male? Ha il diabete? Perché vai in palestra? E io ho dovuto spiegare che volevo perdere peso per stare meglio e acquisire una bella linea…”

“In una società conservatrice come la Somalia – sottolinea l’istruttrice sportiva Ahisha Muhyadin – la palestra ha cambiato la vita di molte donne, ha dato vita a una piccola rivoluzione”

In attesa di una rivoluzione più grande. In gennaio il primo ministro Mohamed Hussein Roble, 58 anni, ha annunciato le quote rosa in Parlamento: un terzo dei deputati sarà riservato alle donne nelle elezioni che erano previste l’8 febbraio scorso. Alcuni gruppi femminili hanno accolto con piacere la proposta, ma anche con molta diffidenza, timorose dei condizionamenti dei clan tradizionalisti e misogini.

Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, presidente della Somalia

Intanto le elezioni sono saltate: rinviate a causa dei contrasti fra il governo federale e gli stati regionali. Tanto che l’altro giorno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per bocca di Barbara Woodward, presidente di turno del Consiglio, ha invitato le parti a riprendere urgentemente il dialogo. Al centro del contendere, l’intenzione del presidente uscente Mohamed Abdullah Mohamed, detto Farmajo, 59 anni, di ricandidarsi. Nel settembre scorso tra le forze in campo era stato raggiunto un accordo per andare alle urne l’8 febbraio, appunto.

Farmajo ha accusato due dei 5 stati regionali, lo Jubbaland e il Puntland, di aver violato l’intesa mentre l’opposizione ha contestato la legittimità di un suo secondo mandato e lo ha invitato a rispettare la Costituzione e a creare un Consiglio di Transizione per andare a nuove elezioni.

Questa incertezza favorisce, ovviamente, il gruppo estremista Al-Shebab, che non solo ha diffuso documentari contro il presidente e il processo elettorale, ma ha anche organizzato un attentato la notte dell’8 febbraio per boicottare gli incontri in vista del voto. Non ci sono state vittime civili, ma quattro terroristi sono stati uccisi dall’esercito somalo. In gennaio, oltretutto, da quello che è stato ribattezzato “Stato fallito” si sono ritirati 700 militari americani, mentre a fine anno se ne andranno i 20mila soldati dell’Unione Africana, che dovrebbero garantire la sicurezza. In una situazione del genere ci vuole veramente molto coraggio femminile per fare sport e andare in palestra.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

I mercenari conquistano l’Africa: successo delle aziende che vendono sicurezza

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 febbraio 2021

Si chiamano Wagner Group, Dyck Advisory Group (DAG), Blackwater, STTEP International, Executive Outcomes, Paramount Group, Beijing Security Service, DeWe Security. Sono i nomi di alcune delle molteplici aziende che vendono servizi di sicurezza a multinazionali e a governi di tutto il pianeta.

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Mappa dell’Africa dove opera Dyck Advisory Group (Courtesy DAG)

Business globale miliardario

Africa compresa. Un business globale che oscilla tra 42 e 50 miliardi di euro generato da oltre un migliaio di agenzie. Il termine “servizi di sicurezza” è ampio e ambiguo ma si può definire eufemisticamente come “rapida soluzione dei problemi sul territorio di intervento”.

Un concetto che va dalla formazione militare e di intelligence allo sminamento, dalla sicurezza specializzata alla lotta al bracconaggio. Ma che è anche forza di reazione rapida e negoziazione di ostaggi, missioni di rilascio e stabilizzazione di bersagli strategici. Insomma uomini d’arme con alta specializzazione militare e ampie capacità per governi o aziende che lo richiedono.

Le “guerre ibride” africane

Molti Stati africani interpellano questi professionisti della guerra per combattere soprattutto quelle che vengono chiamate “guerre ibride”. Quei conflitti che gli Stati non sono in grado di vincere con le proprie forze armate o non vogliono utilizzarle. Oppure perché non possono o non vogliono esporsi.

Le maggiori aziende che portano i mercenari in giro per il mondo sono sudafricane, russe, tedesche, statunitensi, cinesi. Anche se queste ultime si occupano di proteggere la “Via della seta”. Questi moderni soldati di ventura, in Africa, li troviamo dove ci sono risorse minerarie e conflitti locali. Dalla Nigeria al Ruanda, dal Mozambico al Centrafrica, dal Congo-K, alla Libia, dal Camerun al Sahel.

Ma perché il continente africano è terra per mercenari? I confini odierni sono stati tracciati dai colonialisti europei a loro uso e consumo senza tener conto delle etnie presenti. Moltissimi gruppi etnici, si sono trovati divisi da una frontiera coloniale oppure obbligati a convivere con i loro nemici storici.

È il caso dei tutsi e gli hutu in Ruanda, shona e ‘ndebele nell’ex Rhodesia, oggi Zimbabwe. Oppure gli scontri tra le etnie hema e lendu nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di confini di stato che ormai sono consolidati. O in situazioni odierne come il Camerun che vede la maggioranza francofona contro la minoranza anglofona. Quest’ultima vuole l’indipendenza e ha creato delle milizie ingaggiando mercenari nigeriani.

Nel video: Elicottero Gazelle utilizzato dai mercenari di DAG a Cabo Delgado, Mozambico

In Mozambico tre compagnie di mercenari

Altro esempio è Cabo Delgado, nord del Mozambico, ricco di gas e rubini, dove la popolazione, a maggioranza islamica, non ha accesso ia proventi delle risorse. Cittadini mozambicani che si sentono abbandonati dal governo centrale che dista 2.500 km. Una condizione che ha creato spazio per il terrorismo jihadista di Al Sunnah wa-Jammà, oggi affiliato allo “Stato Islamico in Africa Centrale”, in Congo-K.  E il presidente Filipe Nyusi, per combattere i jihadisti, si è affidato a tre compagnie di mercenari. Situazioni che creano conflitti locali soprattutto in territori con ricche risorse minerarie: pietre preziose, idrocarburi, minerali strategici, terre rare.

Prince Mashele e l’Africa

In Africa, il concetto di nazione inteso alla maniera occidentale è stato accettato per convenienze di politica internazionale. Come il concetto di democrazia, figlia del pensiero occidentale. Lo spiega bene, e in modo ironico, Prince Mashele, intellettuale sudafricano che riflette sul Sudafrica ma il suo pensiero si applica a tutto il continente nero.

Del problema della democrazia in Africa ne è consapevole anche Anas Aremeyaw Anas, giornalista investigativo ghanese che lavora sotto copertura.  “L’Africa non ha l’esperienza democratica dell’Europa” – ha dichiarato in un’intervista ad Africa ExPress. ” È naturale che ci siano dei problemi. Ma sta crescendo”.

In queste situazioni molti leader africani che vincono le elezioni in fragili democrazie sanno di non poter contare su un esercito nazionale ma solo su fedelissimi che lo proteggono. E di solito sono della sua stessa etnia oppure mercenari. Non a caso Faustin-Archange Touadéra, presidente della Repubblica Centrafricana, avrebbe affidato la sua difesa personale ai pretoriani russi di Wagner Group.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

L’Africa oggi, tra fallimento della democrazia e corruzione in crescita

Ghana, il giornalismo sotto copertura: “Anas sta guardando. Fai la cosa giusta”

Il Covid impazza in tutta l’Africa: deputati ammalati, parlamento chiuso in Ghana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 febbraio 2021

Il coronavirus ha paralizzato i lavori del parlamento del Ghana. Il portavoce dell’Assemblea nazionale, Alban Bagbin, ha annunciato ieri che le sedute non riprenderanno prima del 2 marzo prossimo.

Una pausa necessaria, visto che 17 onorevoli e ben 151 membri dello staff sono risultati positivi a covid-19. “E, d’accordo con il presidente, Nana Akufo-Addo,  rieletto lo scorso dicembre, le sedute dell’Assemblea saranno sospese per ben tre settimane, mentre continueranno le consultazioni con il comitato parlamentare per la formazione del nuovo governo”, ha specificato Bagbin.

Il presidente ghaniano, Akufo-Addo

Il mese scorso, durante le fasi dell’elezione del portavoce parlamentare, è dovuto intervenire  l’esercito per sedare una bagarre scoppiata tra i vari partiti. Il nuovo Parlamento è praticamente diviso tra i due principali partiti, in quanto quello del presidente, New Patriotic Party si è aggiudicato 137 seggi, mentre quello dell’opposizione,  National Democratic Congress, 136 e tale situazione rischia comunque di rallentare, se non portare a una fase di stallo i lavori, a prescindere dalle attuali “vacanze” forzate.

Il Paese ha registrato ben 72.328 casi positivi, tra questi oltre 65mila sono guariti, mentre i morti sono stati finora 472. La situazione nel Paese è preoccupante e il 31 gennaio il presidente, in un discorso alla nazione, ha vietato assembramenti ovunque. Chiusi teatri, cinema, concerti, spiagge, night club, pub, mentre il limite massimo per i funerali privati è stato fissato a 25 partecipanti ai funerali privati e vietati i matrimoni fino a data da definire.

I casi di covid-19 sono in aumento in tutto il continente.  Infatti,  Felix Tshisekedi – capo di Stato della Repubblica Democratica del Congo, in occasione del 34esimo vertice dell’Unione Africana  dove è stato incoronato presidente di turno per l’anno 2021 dell’istituzione, succedendo al sudafricano  Cyril Ramaphosa – durante il discorso d’apertura ha sottolineato che la lotta contro la pandemia è tra le priorità che il continente dovrà affrontare.

Il vertice dell’UA si è tenuto lo scorso fine settimana in video conferenza, proprio a causa della pandemia e durante questo meeting è stato rieletto per un secondo mandato Moussa Faki Mahamat come presidente della Commissione dell’UA.

Solo un anno fa, all’inizio della pandemia che ha registrato il primo contagio in Egitto – un turista tedesco, deceduto in un ospedale di Hurghada, città balneare sul Mar Rosso – si era temuto che nel continente potesse verificarsi uno scenario apocalittico per via del sistema sanitario fragile e vulnerabile in molti Paesi. Per fortuna le peggiori previsioni non si avverate. Secondo il Centro di controllo e la prevenzione delle malattie dell’UA (Africa CDC), l’incidenza dei casi covid-19 è del 3,5 per cento a livello mondiale e quella dei decessi del 4 per cento.

Unione Africana

In una recente intervista, il presidente della Commissione ha denunciato l’accaparramento dei vaccini. Molti Stati ricchi cercano di accaparrarsi il maggior numero  possibile di dosi, anche più di quante ne necessitano effettivamente. Il continente africano ha comunque bisogno di 1,5 miliardi dosi per vaccinare almeno il 60 per cento degli abitanti, ossia 1,3 miliardi di persone, sperando in una immunizzazione collettiva.

Ma l’Africa ha molti altri problemi da risolvere in questo preciso momento storico.  Certo, la pandemia è al primo posto, ma la crisi che attualmente ha colpito il Corno d’Africa no va assolutamente sottovalutata. La guerra nel Tigray non è di facile soluzione, visto che il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, ha rifiutato qualsiasi mediazione da parte dell’UA.

Il Consiglio di Pace e Sicurezza ha finora affrontato solo marginalmente il conflitto che si sta consumando nelle due province anglofone del Camerun e così pure la questione dei jihadisti nel nord del Mozambico.  Insomma sarà un anno di lavoro intenso per i dirigenti dell’Unione Africana.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Attacco jihadista di Capodanno a giacimenti gas in Mozambico, Total evacua il personale

Ultimo atto del governo Conte: stop alle armi italiane per la guerra in Yemen

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 febbraio 2021

Guerra in Yemen, terribile tragedia umanitaria, migliaia di civili uccisi nei bombardamenti aerei della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, caccia e bombe made in Europe. Meglio tardi che mai, l’Italia ha finalmente detto stop all’ignobile export di armi alle forze armate dei due Paesi arabi coinvolti. Il Governo Conte, alla vigilia delle sue dimissioni, ha revocato le autorizzazioni per il trasferimento di missili e bombe d’aereo ad Arabia Saudita ed Emirati. La revoca delle licenze rilasciate dalle autorità italiane tra il 2016 e il 2018 è giunta dopo la “sospensione per 18 mesi” decisa dall’esecutivo l’11 luglio 2019, grazie alla campagna di denuncia e mobilitazione che ha visto protagoniste decine di associazioni pacifiste e ONG dei diritti umani.

Entrata dello stabilimento della RWM di Domusnovas, Sardegna, Italia

Secondo la Rete Italiana Pace e Disarmo e Opal, l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia, il provvedimento riguarda perlomeno sei diverse autorizzazioni di esportazione, tra le quali la licenza del Ministero degli Affari esteri del 2016 (premier Matteo Renzi), relativa ad oltre 19.600 bombe aeree della serie Mk 82, Mk 83 ed Mk 84 del valore di oltre 411 milioni di euro, a favore del regime saudita. A produrre gli ordigni, lo stabilimento di RWM Italia S.p.A. di Domusnovas, in Sardegna.

Portata storica

“Si tratta di un atto di portata storica che avviene per la prima volta nei 30 anni dall’entrata in vigore della Legge n.185 del 1990 sull’export di armi”, hanno commentato Amnesty International Italia, Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo e Save the Children. “Questa decisione pone fine – una volta per tutte – alla possibilità che migliaia di ordigni fabbricati in Italia possano colpire strutture civili, causare vittime tra la popolazione o possano contribuire a peggiorare la già grave situazione umanitaria nel Paese”.

La campagna di mobilitazione per imporre l’embargo di bombe made in Italy alla coalizione militare internazionale responsabile del bagno di sangue in Yemen si è allargata dopo le risultanze di un’inchiesta di un gruppo di ricercatori delle Nazioni Unite che nel gennaio del 2017 aveva bollato come “crimini di guerra” le operazioni aeree condotte da Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Nel corso della loro missione, i ricercatori ONU avevano individuato i frammenti di alcune bombe utilizzate contro obiettivi civili, la cui produzione era stata individuata in Italia, confermando quanto era già stato anticipato in Sardegna dalle organizzazioni No War e da Opal. A settembre 2000, il Parlamento Europeo aveva poi approvato ad ampia maggioranza una Risoluzione che condannava l’intervento militare in Yemen di Arabia Saudita ed Emirati Arabi e invitava la Commissione ad avviare nei confronti di questi due paesi “un processo finalizzato ad un embargo dell’UE sulle armi”.

Licenze revocate

Come hanno rilevato Amnesty International Italia e le associazioni partner, la decisione di revoca delle licenze “conferma la necessità di indagare sulla responsabilità penale di UAMA – l’Autorità responsabile delle autorizzazioni presso la Farnesina – e RWM Italia nelle esportazioni di bombe della serie Mk durante il periodo del conflitto, come denunciato alla magistratura da alcune delle nostre organizzazioni ora in attesa di una decisione del GIP in merito al proseguimento dell’indagine”.

Nell’aprile del 2018, la Rete Pace e Disarmo, l’European Center for Constitutional and Human Right (Ecchr) di Berlino e l’ONG yemenita Mwatana for Human Rights avevano presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma in cui s’ipotizzavano i reati di abuso di ufficio da parte di UAMA e di omicidio colposo da parte di RWM Italia, a seguito del rilevamento nel 2016 di frammenti di bombe e un anello di sospensione con numero di serie della produzione nello stabilimento Domusnovas di RWM Italia, dopo un bombardamento aereo del villaggio yemenita di Deir Al-Hajari, in cui avevano perso la vita sei persone, tra cui quattro bambini. Secondo i legali delle tre associazioni, l’esportazione di queste bombe avrebbe palesemente violato la legge italiana 185/90, la Posizione Comune 2008/944 dell’Ue e il Trattato Onu sul commercio delle armi. Dopo la richiesta di archiviazione del procedimento da parte del Pubblico ministero del Tribunale di Roma, il 26 gennaio 2021 le ONG hanno presentato opposizione e ora si attende la decisione del GIP.

Denuncia alla Corte Penale Internazionale

L’11 dicembre 2019, Rete Pace e Disarmo, Ecchr e Mwatana for Human Rights, insieme ad Amnesty International, Campaign Against Arms Trade e Centre Delàs hanno anche presentato una Comunicazione alla Corte Internazionale dell’Aia chiedendo un’indagine sulla responsabilità delle autorità governative di Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito e delle aziende esportatrici di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati. Le associazioni hanno documentato ben 26 attacchi aerei in cui sono stati impiegati ordigni prodotti in Europa.

Secondo Amnesty International Italia e le associazioni partner, tra il 2015 e il 2019 il nostro Paese ha autorizzato l’export di armamenti per un valore complessivo di circa 845 milioni di euro verso l’Arabia Saudita e per oltre 704 verso gli Emirati Arabi Uniti. “Sebbene da metà 2019 non sia stata rilasciata alcuna autorizzazione sui materiali specificamente indicati nella decisione governativa, su altri tipi di materiali d’armamento è stato invece dato il via libera nel secondo semestre 2019 a 6 autorizzazioni verso l’Arabia Saudita per un valore complessivo di circa 105 milioni di euro e a 25 autorizzazioni verso gli Emirati Arabi Uniti per un valore di circa 79 milioni di euro”, aggiungono le ONG. “Le stime per i primi sei mesi del 2020 segnalano infine spedizioni definitive per poco meno di 11 milioni di euro in armi e munizioni di tipo militare verso gli EAU e 5,3 milioni di euro all’Arabia Saudita (dei quali 4,9 milioni riguardano pistole o fucili semiautomatici che possono essere state destinate anche a militari o corpi di sicurezza pubblici o privati)”.

Fabbriche contro la revoca dei permessi

Contro la revoca dell’export di bombe ai due Paesi arabi, l’amministratore delegato di RWM Italia, Fabio Sgalzi, ha annunciato di voler presentare un ricorso al TAR. “Siamo di fronte ad un provvedimento ad aziendam, che di fatto colpisce duramente solo RWM Italia”, ha dichiarato Sgalzi all’AGI. “L’azienda assicura che farà l’impossibile per ottenere l’annullamento di un provvedimento ingiusto e punitivo, a tutela delle centinaia di lavoratori, molti dei quali già finiti in cassa integrazione. Pur riconoscendo la complessità della situazione yemenita, il periodo 2019-2020 ha registrato molti passi concreti nella direzione di una stabilizzazione e pacificazione dell’area, contrariamente a quanto accaduto negli anni precedenti. Troviamo, quindi, la decisione del governo contraria alla verità dei fatti”.

Guerra in Yemen

RWM Italia SpA è interamente controllata dal colosso tedesco Rheinmetall AG, uno dei maggiori produttori d’armi leggere e pesanti a livello internazionale. L’azienda italiana ha due stabilimenti, uno a Domusnovas-Iglesias e uno a Ghedi (Brescia), dove si trova anche la sede principale. “Il core business di RWM Italia è basato principalmente sulle attività di bombe d’aereo general purpose e da penetrazione; caricamento di munizioni e spolette; sviluppo e produzione di teste in guerra per missili da crociera, siluri, mine marine, cariche di demolizione e controminamento”, riporta il sito web dell’azienda. A Domusnovas, in particolare, vengono prodotte le famigerate Mk81, Mk82, Mk83 ed MK84 impiegate in Yemen e le devastanti bombe d’aereo di penetrazione BLU 109, BLU 130, BLU 133 e Paveway IV.

Piano di investimento

Per ampliare le infrastrutture e potenziare la produzione di sistemi di morte nello stabilimento sardo, nel 2017 il colosso Rheinmetall ha predisposto un piano di investimento finanziario di 35 milioni di euro. RWM Italia ha poi richiesto la concessione edilizia per la costruzione di nuovi reparti e per il Campo Prove R140, un poligono per prove esplosive all’aperto, nell’area territoriale che ricade nel Comune di Iglesias.

Le autorità locali hanno rilasciato le autorizzazioni secondo modalità di “dubbia legittimità”, come affermato da Italia Nostra e dal Comitato per la Riconversione della RWM, che hanno presentato ricorso al TAR. “Nella prima metà di marzo 2020, in piena pandemia, gli uffici del Comune di Iglesias sono stati più che mai attivi nell’istruire numerose pratiche relative all’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas”, spiega Graziano Bullegas, Presidente di Italia Nostra Sardegna. “La strategia utilizzata è quella dello spezzatino, ormai collaudata negli anni. Non si presenta un’istanza univoca e un piano attuativo, ma più richieste per singoli interventi in modo da impedire una visione generale, eludere pareri di natura regionale molto più complessi e soprattutto esigenti dal punto di vista delle documentazioni aggiunte”.

Pericolo per l’incolumità pubblica

“La fabbrica di RWM rappresenta un serio pericolo per la pubblica incolumità e per la salvaguardia dell’ecosistema in quanto stabilimento ad elevato rischio di incidente rilevante, con un Piano di Sicurezza Esterno scaduto da quasi 10 anni e mai aggiornato all’attuale produzione di ordigni bellici”, aggiunge Bullegas. “Il tutto reso ancor più insostenibile dal rilascio da parte della provincia di una autorizzazione ambientale semplificata simile a quella che viene rilasciata a una piccola attività artigianale, anziché l’autorizzazione Integrata Ambientale più rigida e meno permissiva. Così la più grande fabbrica di bombe d’Europa ha un’autorizzazione pari a quella che ha un’autofficina!”.

Contemporaneamente alla richiesta d’embargo dell’export ad Arabia Saudita, EAU e Turchia e contro l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas, una ventina di associazioni hanno dato vita al Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile con lo “scopo di promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro, nell’ottica di uno sviluppo del territorio che sia pacifico e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e come segno di volontà di pace dal basso”. Il Comitato ha lanciato una campagna di crowfunding per sostenere le spese legali nei ricorsi amministrativi contro l’espansione della produzione di bombe (dopo il rigetto del TAR del primo ricorso nel luglio 2020, la sentenza è stata impugnata davanti al Consiglio di Stato).

Intanto, per martedì 9 febbraio, la Campagna Stop RWM e il Cagliari Social Forum hanno indetto un sit-in di sensibilizzazione nella città capoluogo della Sardegna. No alla produzione di bombe – Stop alla vendita di armi, le richieste al centro dell’iniziativa che intende pure stigmatizzare le recentissime affermazioni dall’amministratore delegato di RWM, dal sindaco di Domusnovas e di alcune organizzazioni sindacali, fortemente critici della “storica” pur se tardiva decisione governativa di revoca delle licenze d’esportazione.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Armi francesi utilizzate in Yemen, Parigi nega ma un’inchiesta conferma

Berlino vieta l’esportazione di bombe allo Yemen, ma quelle sarde partono ancora

 

 

 

La Corte de l’Aja sentenzia: “Ho giurisdizione sui territori palestinesi”, l’ira di Israele

Da KmetrO
Fabrizio Federici
L’Aja, 4 febbraio 2021

La Corte Penale Internazionale dell’Aja – informa Keystone-ATS – ha stabilito di avere pienamente giurisdizione sui territori occupati di Palestina, e, quindi di avere il diritto d’aprire un’inchiesta penale sia contro Israele che contro Hamas, per “crimini di guerra” in Cisgiordania, Gerusalemme est e a Gaza. La decisione – presa a maggioranza di due a uno dai giudici dell’organismo – ha scatenato l’ira di Israele e il plauso dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp): la quale aveva fatto del ricorso alla Corte dell’ Aja, uno dei punti essenziali dell’”intifada diplomatica” aperta, contro Israele, negli ultimi 5 anni.

Fatou Bensouda, procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja

Una scelta che accoglie, in sostanza, la tesi di base dell’inchiesta preliminare del 2019 del procuratore della Corte, Fatou Bensouda, decisa a perseguire ambo le parti, israeliani e Hamas, per il conflitto del 2014: anno che vide soprattutto l’ultima, pesante offensiva militare di Israele contro le posizioni di Hamas a Gaza. E che rigetta le posizioni di Tel Aviv: che non riconosceva alla Corte la potestà di intervenire sostenendo che la Palestina non è uno Stato (come invece riconosciuto sul piano internazionale, negli ultimi anni, ormai da molti governi).

“Oggi – ha accusato il premier dello Stato ebraico, Benyamin Netanyahu – si è dimostrato ancora una volta che la Corte è un’istanza politica e non giudiziaria. Ignora i crimini di guerra veri e perseguita invece lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo stato di diritto”. Una mossa, ha concluso Netanyahu, che “va contro il diritto dei Paesi democratici di difendersi dal terrorismo”.

Opposta la reazione dell’Anp: “Una vittoria – ha esultato il ministro degli affari civili Hussein Al-Sheikh – della verità, della giustizia, della libertà e dei valori morali del mondo”. La Corte nella sua sentenza ha stabilito che “la Palestina si qualifica come lo Stato sul cui territorio” sono avvenuti i fatti in questione. E che inoltre “la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato membro dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, si estende ai territori occupati da Israele dal 1967”.

Le motivazioni di oggi hanno accolto il punto di vista del procuratore Bensouda: che nel 2019 – pur convinta che la Corte avesse per diritto quella giurisdizione, in base al Trattato di Roma del 1998 – chiese un giudizio dirimente. Ora toccherà a lei decidere se dare seguito all’inchiesta preliminare del 2019 e incriminare Israele e Hamas per crimini di guerra: tutto lascia pensare che lo farà. Il mandato della Bensouda come procuratore scade a giugno prossimo.

Human Rights Watch ha definito la decisione “fondamentale” e Balkees Jarrah, direttore associato per la giustizia internazionale, ha affermato che “si offre finalmente alle vittime di gravi crimini una reale speranza di giustizia dopo mezzo secolo di impunità”.

Fabrizio Federici

Tanzania: il presidente rifiuta il vaccino e consiglia prevenzione con intruglio di erbe

Africa ExPress
7 febbraio 2021

John Magufuli, il presidente della Tanzania, rieletto lo scorso ottobre per un secondo mandato, non vuole sentir parlare di vaccini per arginare la pandemia.

Senza menzionare dettagli e fornire prove, il capo di Stato ha affermato che il vaccino potrebbe essere addirittura nocivo, esortando i tanzaniani di fare piuttosto uso, come terapia, di piante medicinali, del resto non approvate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mesi fa il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, aveva proposto una cura a base di erbe, Covid-Organics, prodotto nel Paese. L’intruglio non ha avuto però il successo desiderato.

John Magufuli, presidente della Tanzania

Non è chiaro perchè il presidente tanzaniano sia contrario al vaccino, ma durante il suo discorso ha sottolineato che il popolo non è disposto a fare da cavia. “Se l’uomo bianco è in grado di trovare immunizzazioni, avrebbe già dovuto preparare quelli contro il cancro, la tubercolosi e altre patologie gravi”, ha spiegato Magufuli.

Dal canto suo l’OMS, tramite  Matshidiso Moeti, direttore per l’Africa, ha esortato il governo della Tanzania a preparare un piano vaccini covid quanto prima e ha aggiunto: “L’immunizzazione funziona e siamo pronti a sostenere il Paese”.

A tutta risposta il ministro della sanità di Dodoma, Dorothy Gwajima. Non ha fatto altro che confermare la posizione del presidente, sottolineando che: “Abbiamo la nostra procedura per i medicinali e li ordiniamo solamente quando siamo soddisfatti del prodotto”.

La Gwajima ha rilasciato le dichiarazioni durante una conferenza stampa qualche giorno fa, durante la quale è intervenuto anche un funzionario del ministero che ha spiegato come preparare un intruglio a base di zenzero, cipolle, limoni e pepe.  E, senza fornire prove, i due hanno affermato che la bibita miracolosa protegge dal contagio del micidiale virus.

Il ministro ha anche raccomandato ai cittadini di lavarsi spesso le mani con sapone e acqua corrente,  utilizzare fazzoletti, fare vapori a base di piante e aumentare l’esercizio fisico quotidiano, consumare alimenti nutritivi, bere molta acqua, utilizzare rimedi naturali che si trovano sul territorio.  “Ma non perché il virus abbia colpito il nostro Paese, dobbiamo prepararci, in quanto è presente nelle nazioni limitrofe”.

E’ evidente che molti medici non approvano le scelte del governo; non possono però esporsi, nessuno può fare dichiarazioni sulla pandemia, eccetto il presidente, il ministro della Sanità e tre alti funzionari.

Malgrado non si voglia ammettere la presenza della pandemia nel Paese, Mabula Mchembe, segretario permanente del ministero della Sanità, pochi giorni fa ha incoraggiato la popolazione a indossare le mascherine, ovviamente non a causa del coronavirus, ma per prevenire malattie respiratorie.

Ufficialmente la Tanzania registra 509 casi di covid-19 con 183 guarigioni e 21 decessi. E a gennaio la Danimarca ha denunciato che due suoi concittadini di ritorno dalla Tanzania sono risultati positivi al test.

Africa ExPress
@africexp

Contro il Covid-19 l’Africa vuole l’intruglio miracoloso del Madagascar

L’atroce tormento dei bambini soldato: uccidere o essere uccisi

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
6 febbraio 2021

Nel 2019 quasi ottomila minori, alcuni anche di sei anni, sono stati arruolati ed utilizzati in tanti conflitti, per lo più in Africa. Lo afferma il Segretario generale dell’ONU in un rapporto dedicato alla situazione dell’infanzia nei conflitti. I Paesi interessati sono: Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar, Nigeria, Filippine e coinvolge decine fra guerriglie ed eserciti regolari, puntualmente elencati nel predetto Rapporto.

Bambini soldato

Uccidere o essere uccisi, questo il tragico dilemma cui sono costretti tanti piccoli innocenti, rapiti da scuole e villaggi. I minori trasformati in combattenti sono sottoposti a violenze di ogni tipo: uccisioni, torture, mutiliazioni, violenze sessuali ed uso di droghe, somministrate per eliminare dolore e paura. Il loro compito non è solo quello di essere guerrieri, ma anche cuochi, facchini, messaggeri; un particolare aspetto riguarda anche le ragazze, reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati, con gravidanze indesiderate e rischio AIDS.

Le ragazzine sono utilizzate anche per attentati suicidi, ad esempio in Nigeria da Boko Haram.”I bambini, spiegava in passato Olara Otunnu, Rappresentante Speciale del Segretario Generale Onu per i bambini nei conflitti armati “non sono ancora pienamente coscienti delle loro azioni: possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietate macchine belliche”.

Inoltre conflitti sempre più sanguinosi richiedono sempre nuova carne da cannone ed i fanciulli non disertano, non chiedono paghe e spesso, per loro l’esercito rappresenta l’unico modo per potersi nutrire. In estrema sintesi fra i motivi che aiutano la diffusione del problema vi sono: l’enorme disponibilità di armi leggere (mitra, fucili, ecc) ampiamente fruibili nei Paesi più poveri del mondo; la mancata registrazione dei bambini alla nascita, che nega il diritto all’identità anagrafica; la facilità di indottrinamento dei più piccoli e il terrorizzare le popolazioni civili, obiettivo di tante guerre in corso.

Quando i piccoli combattono, le forze in campo tendono a considerare tutti i bambini come potenziali nemici, con conseguenze prevedibili. I combattimenti, inoltre, prendono di mira ospedali e scuole, in spregio di convenzioni internazionali, nell’adozione delle quali l’Italia ha svolto un ruolo significativo, impedendo diritti fondamentali come salute e istruzione a molte migliaia di persone. Nel solo 2019 l’ONU ha accertato almeno mille attacchi contro scuole ed ospedali, con il raddoppio di quelli operati dagli eserciti, soprattutto in Somalia.

La Somalia è fra i Paesi più interessati: secondo i dati Onu nel 2019 con 1.500 ragazzini utilizzati ed arruolati, per lo più rapiti dalle milizie di Al Shebab, ma utilizzati anche da esercito e polizia, in quasi 200 casi. Nell’ex colonia italiana siamo presenti con una missione militare europea (EUTM Somalia), composta anche da un centinaio di nostri soldati con la finalità di formare l’esercito di Mogadiscio e una missione di addestramento delle forze di polizia somale (MIADIT), ma non sembra che dal nostro Governo o Parlamento siano giunte parole di condanna per questi crimini.

Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) 2.506 minori sono stati reclutati dal 2008 e utilizzati fino al loro rilascio, nel 2019, da ben 38 guerriglie. Preoccupa anche il Sahel: nella Repubblica Centrafricana l’ONU ha accertato almeno 200 nuovi casi di minorenni utilizzati come soldati e altrettanti nel Mali, alle prese con il terrorismo.

Il diritto internazionale considera i minori utilizzati nelle guerre vittime della ferocia degli adulti, tuttavia in molti casi sono detenuti, privati delle cure parentali, sanitarie del cibo e sottratti ai propri genitori a causa dell’ appartenenza a gruppi terroristici. A tutto ciò va aggiunto lo stigma sociale, che colpisce soprattutto le ragazze costrette a fare le “schiave sessuali” e pur essendo vittime incolpevoli, poste ai margini della società. Le violenze sessuali, del resto, sono ampiamente usate non solo dai guerriglieri ma anche dagli eserciti nella Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Repubblica Centrafricana,  Sudan e Sud Sudan.

Nel 2019, grazie all’Unicef, oltre 13.000 minori sono stati separati da eserciti e guerriglie, però gli ostacoli maggiori al reinserimento sono costituiti da una smobilitazione duratura. Si corre il rischio, infatti, che dopo la smobilitazione, in mancanza di programmi duraturi nel tempo e per scarsità di fondi, gli ex bambini soldato possano essere riarruolati o dedicarsi al banditismo, ad esempio nel Sud Sudan.

Il diritto internazionale punisce questo fenomeno aberrante: ad esempio il Corte Penale Internazionale (CPI) considera l’arruolamento di bambini al di sotto dei 15 anni come un crimine di guerra, mentre l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) definisce il reclutamento una delle peggiori forme di lavoro minorile. Alcuni signori della guerra della RDC sono stati condannati e l’ex presidente del Sudan Omar al Bashir è incriminato da CPI per i reati commessi in Darfur. Non basta, tuttavia, un Trattato per rendere effettivo un diritto e, quindi, la mobilitazione della società civile è essenziale, così come il ruolo degli organi di informazione.

Omar Al-Bashir
Omar Al-Bashir

Il rispetto delle Convenzioni internazionali dovrebbe essere posta alla base delle relazioni fra i Paesi. In particolare dovrebbe essere vietata ogni sorta di aiuto militare. Chi si macchia dei crimini in questione deve essere punito, ponendo fine al muro dell’impunità. I governi responsabili di tali reati dovrebbero essere posti ai margini della comunità internazionale, imponendo nei loro confronti una serie di sanzioni.

La pace resta il mezzo più potente, per eliminare tante sofferenze, ma è necessario passare dalle parole ai fatti. La pandemia offre la grande opportunità di cambiare i paradigmi, mettiamo al primo posto la tutela dei diritti umani, tagliamo drasticamente le spese militari, investiamo ad esempio nei vaccini gratuiti anche nei Paesi in via di sviluppo e ridurremmo le tensioni internazionali e faciliteremmo i processi di pace nel mondo.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

I bambini soldato protagonisti delle guerre in Africa: una giornata per ricordarli

 

La Nigeria (esperta in Boko Haram) vuole aiutare il Mozambico contro i jihadisti

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5 febbraio 2021

“La Nigeria è disposta a condividere con il Mozambico l’esperienza maturata nella lotta al gruppo armato Boko Haram”. Lo ha detto Geoffrey Onyeama, ministro degli Esteri nigeriano durante lo scorso fine settimana a Maputo.

Il ministro della Nigeria, nella capitale mozambicana, ha incontrato anche il premier, Carlos Agostinho do Rosario. Ha affermato che il suo Paese è pronto a sostenere le Forze armate mozambicane (FADM) per contrastare i jihadisti.

Jihadisti in Mozambico
Jihadisti in Mozambico

Almeno tre Paesi offrono aiuto militare

L’offerta si aggiunge a quella di almeno altri due Paesi: Stati Uniti e Portogallo. Per il momento un altro intento di buona volontà visto che non ci sono dettagli su modalità e tempi per questo intervento nigeriano.

Le milizie jihadiste, sono attive dall’ottobre 2017, a Cabo Delgado, al confine con la Tanzania. Un’area estremamente ricca di materie prime tra le miniere di rubini di Montepuez e i giacimenti di gas di Palma dove operano ENI, ExxonMobil e Total. Dall’inizio dell’anno ci sono stati diversi attacchi fino ai cancelli di Total che ha evacuato il personale.

Gli assalti jihadisti del gruppo Al Sunnah wa-Jammà, affiliato allo Stato islamico, si sono ampliati in intensità e armamenti mettendo a dura prova le FADM. Ad agosto scorso hanno occupato il porto strategico di Mocimboa da Praia, città occupata per diverso tempo. Ancora oggi non si capisce se sia stata liberata dalle Forze armate mozambicane appoggiate dai mercenari di Dyck Advisory Group (Dag) e Paramount Group.

Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico
Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico

Duemilacinquecento morti e 560 mila sfollati

Una guerra che fino ad oggi ha causato 2.500 morti, soprattutto civili, anche decapitati, e 560 mila sfollati. In questi giorni a Palma, i mercati alimentari sono vuoti e il governo centrale ha mandato viveri per la popolazione. Ai profughi di Cabo Delgado se ne aggiungono almeno 10 mila causati del ciclone tropicale Eloisa che ha colpito 250 mila persone di cinque province nel centro del Mozambico.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Attacco jihadista di Capodanno a giacimenti gas in Mozambico, Total evacua il personale

 

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Ciclone tropicale Eloisa devasta il Mozambico: colpite 250 mila persone