24.9 C
Nairobi
giovedì, Aprile 9, 2026

La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...

Liberata la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq

Africa ExPress m.a.a. (+ agenzie e New York...
Home Blog Page 255

Centrafrica: la Croce Rossa Internazionale riduce le attività per l’insicurezza nel Paese

Africa ExPress
14 febbraio 2020

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha fatto ha deciso di ridurre in modo significativo le proprie attività nella Repubblica Centrafricana a causa della crescente insicurezza che imperversa ancora in tutto il Paese. L’organizzazione ha già limitato gli interventi umanitari a Kaga-Bandoro e nella prefettura di Nana-Grébizi, nel centro-nord della ex colonia francese.

La popolazione è stremata e stanca dei continui attacchi perpetrati dai gruppi armat. E Bruce Biber, vice-capo della Croce Rossa in Centrafrica ha sottolineato che le strutture dello Stato sono ancora fragili e deboli a Kaga-Bandoro e solo grazie all’intervento dei leader religiosi, dei membri della società civile,dei capi delle comunità si potrà limitare la sempre più crescente criminalità, che ha messo più volte in pericolo anche gli operatori della stessa CICR.

Scontri tra gruppi ribelli in Centrafrica

E proprio ieri ci sono stati nuovamente forti scontri anche alle porte di Birao, nel nord-est del Paese, tra due gruppi ribelli – Mouvement des libérateurs centrafricains pour la justice (MLCJ) e Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique (FPRC). Entrambi i raggruppamenti sono firmatari del trattato di pace. Secondo quanto riportato da un giornale locale, i combattimenti sono iniziati già meroledì sera e i membri di FDRP vorrebbero entrare a Birao. Il prefetto di Vikaga ha confermato che diverse persone sono state ferite e ricoverate nell’ospedale. I caschi blu di MINUSCA (acronimo per Missione Multidimensionale di Stabilizzazione Integrata delle Nazioni Unite in Repubblica Centrafricana), sempre secondo le autorità locali, non sarebbero ancora intervenuti.  Eppure in un comunicato congiunto rilasciato ieri da MINUSCA, l’Unione Africana (UA) e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa centrale (CEEAC) hanno fermamente condannato i combattimenti, sottolineando che costituiscono una grave violazione dei patti.

Con risoluzione 2507 (2020), con 13 Stati a favore e due astenuti (Cina e Russia), il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha rinnovato per un periodo di 6 mesi l’embargo sulle armi imposto alla Repubblica Centrafricana.
Dunque tutti gli Stati membri dovranno impedire e prendere le misure necessarie perché non vengano vendute o fornite armi direttamente o indirettamente al CAR. La risoluzione è estesa anche all’assistenza tecnica o formazione e qualsiasi aiuto finanziario o altro in relazione ad attività militari. L’embargo è in atto dal 2013.

Ma tali misure non saranno applicate su una serie di eccezioni stipulate nel testo, come l’invio di blindati armati e altro. Il testo della risoluzione, ormai parecchio alleggerita, è stato redatto dalla Francia. Già lo scorso settembre è stato autorizzata la consegna di un certo tipo di armi. E anche nel febbraio 2018 la Russia aveva già ottenuto una parziale abolizione dell’embargo.

Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Il governo di Bangui aveva chiesto la rimozione totale di tali misure, in quanto necessita di riarmare il proprio esercito per poter far fronte alle attività criminali ancora in atto su gran parte del territorio, eppure poco più di un anno fa è stato siglato l’ottavo trattato di pace tra il governo e quattordici gruppi ribelli. La Russia sostiene la richiesta delle autorità centrafricane, specificando: “L’embargo non impedisce ai ribelli di procurarsi le armi. Loro si riforniscono abbondantemente grazie al fiorente mercato di contrabbando”.

La situazione umanitaria è a tutt’oggi disastrosa: il Paese conta poco più di 4,6 milioni di abitanti di cui 2,6 milioni necessitano di assistenza e di protezione umanitaria, tra loro 1,7 milioni hanno bisogno di aiuti immediati per poter sopravvivere.

Africa ExPress
@africexp

Torturati civili in Centrafrica: l’ONU indaga i mercenari russi (ma c’è chi accusa Parigi)

 

 

 

 

ONU condanna progetto WWF per abusi su larga scala contro i pigmei in Congo-B

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 febbraio 2020

“A noi Baka vietano di andare nella foresta. Se lì facciamo accampamenti, le guardie ecologiche li bruciano. Molti Baka sono morti, i bambini sono senza cibo e non abbiamo più le erbe medicinali spontanee che raccoglievamo. Abbiamo cercato di raccontare le nostre difficoltà al WWF ma non le accettano. Ci hanno risposto solo che non possiamo andare nella foresta”.

Distruzione di una capanna Baka da parte dei guardaparco (Courtesy Survival International)
Distruzione di una capanna Baka da parte dei guardaparco (Courtesy Survival International)

Sono le parole di una lettera scritta, dai pigmei Baka della Repubblica del Congo, al Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Anni di violenze, soprusi, umiliazioni, sfratti sommari delle popolazioni Baka perpetuate delle guardie forestali.

Buzzfeed News  in un’inchiesta del marzo 2019 ha confermato stupri di gruppo a donne incinte e torture. Mentre la vedova di un uomo Baka ha raccontato che suo marito era stato ingiustamente accusato di bracconaggio e imprigionato. Brutalmente picchiato da altri detenuti quando è stato rilasciato è morto a causa delle percosse.

donna-Baka-il-cui-marito-Komanda-arrestato-dai-guardaparco-1.jpg
Donna Baka il cui marito, Komanda, arrestato dai guardaparco a Messok Dja, e morto dopo essere tornato a casa per le percosse di altri detenuti (Courtesy Survival International)

Tutto questo succedeva nonostante la foresta fosse da secoli territorio ancestrale dei Baka. I pigmei, come altre popolazioni native che vivono nella foresta pluviale, hanno un’unione quasi simbiotica con la natura che li nutre e li protegge. E loro volta sono custodi e protettori della selva. Ma per i guardaparco, se cacciano per nutrire le proprie famiglie, sono considerati bracconieri.

Le violenze quotidiane ai Baka accadevano con il complice silenzio assordante del Fondo Mondiale per la Natura (WWF) che paga i forestali e fornisce loro gli automezzi. Il WWF, il tutti questi anni, ha sempre smentito affermando che il comportamento delle guardie forestali era un problema del governo congolese.

Nella mappa, il cerchio rosso indica l'area del progetto Tridom dove vivono i pigmei Baka
Nella mappa, il cerchio rosso indica l’area del progetto Tridom dove vivono i pigmei Baka (Courtesy GoogleMaps)

Questa volta l’UNDP ha indagato portando prove “credibili” sulle accuse fatte dai pigmei Baka e denunciate da Survival, ONG che si batte per i diritti delle popolazioni native. Intanto le Nazioni Unite, hanno bloccato il finanziamento al progetto Tridom 11, nell’area nord-occidentale del Congo. Si tratta di un progetto per la conservazione delle foreste del valore di quasi 20 milioni di euro.

Il progetto, avviato nel 2017, ha finanziamenti del WWF, UNDP, Commissione europea, con i governi USA e del Congo e Global Environment Facility. L’area forestale è conosciuta come Messok Dja, copre un’area di quasi 1.500kmq e coinvolge Camerun, Gabon e Repubblica del Congo.

La disperazione dei Baka è arrivata al punto di chiedere aiuto ai reali britannici e poi si sono appellati alla Commissione europea.

Tweet con video di Survival International: “Se i guardaparco del WWF ci trovano, ci picchiano con il machete”

Durissime le dichiarazioni di Stephen Corry, direttore generale di Survival International in un comunicato. “Siamo di fronte a un atto d’accusa devastante che dovrebbe segnare la fine del modello della ‘Conservazione fortezza’ promosso dal WWF. È responsabile di aver provocato così tanti danni sia alle persone che all’ambiente in tutta l’Africa”.

“Il WWF è implicato in un furto di terra e in gravi violazioni di diritti umani su larga scala – afferma ancora Corry. “Survival trent’anni fa aveva avvisato il WWF. I progetti nel Bacino del Congo rischiavano di privare i popoli indigeni delle loro terre e della loro autosufficienza, e di ridurli in povertà. L’abbiamo ripetuto molte volte, ma il nostro monito è sempre caduto inascoltato”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

I Pigmei del Camerun ai reali britannici: “Aiuto! Siamo vittime di violenze quotidiane”

Congo, pigmei scrivono alla Commissione Europea: “Ci avete derubato della nostra foresta”

Report di Survival: oltre duecento casi di violenze dei ranger WWF ai pigmei

Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei

Camerun, Survival contro Wwf. L’Ocse indaga su violazione dei diritti umani dei pigmei

Pigmei, ragazzo ammazzato da ranger pagati da Fondazione dello zoo di New York

Mozambico, morto Marcelino dos Santos padre della patria fondatore del Frelimo

0

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 febbraio 2020

“Abbiamo perso la nostra icona, il compagno Marcelino dos Santos”. L’annuncio della sua morte, martedì scorso, è stato dato alla Nazione, dal presidente mozambicano, Filipe Nyusi, in televisione da Pemba, dove era in visita.

Marcelino dos Santos aveva 90 anni. Nato a Lumbo, nella provincia di Nampula, è stato uno dei fondatori del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO). È stato questo movimento di lotta che ha portato l’ex colonia portoghese all’indipendenza.

dos-santos-samora
A sin. Marcelino dos Santos e Samora Machel negli anni ’80

Nel 1961, è stato tra i fondatori della CONCP, la Conferenza delle Organizzazioni Nazionaliste delle Colonie Portoghesi. Con dos Santos c’erano l’angolano Mario Pinto de Andrade e Amilcar Cabral, leader della lotta di liberazione della Guinea-Bissau. Della CONCP fu eletto segretario generale.

Con la nascita della Conferenza sono nati i primi movimenti nazionalisti. Tra questi l’Unione Democratica Nazionale del Mozambico (Udenamo) di cui Dos Santos venne nominato capo del Dipartimento delle relazioni estere.

Il FRELIMO deve la sua nascita all’unione tra Udenamo, Unione Nazionale Africana del Mozambico (Manu) e Unione Nazionale Africana per l’indipendenza del Mozambico (Unami). Era il 1962, alla guida del movimento di liberazione c’era Eduardo Mondlane e dos Santos scrisse i primi statuti.

Marcelino dos Santos
Marcelino dos Santos festeggia l’87° compleanno

Alla morte di Mondlane, assassinato dai portoghesi, nel FRELIMO, Marcelino dos Santos fu uno dei triumviri insieme a Samora Machel e Uria Simango. Nel 1970, con l’elezione di Machel alla presidenza del FRELIMO, dos Santos fu scelto come vice-presidente.

Nel 1975, con l’indipendenza e la presidenza di Samora Machel, dos Santos divenne ministro della Pianificazione e dello sviluppo. Negli anni seguenti aveva ricoperto vari incarichi di stato e di partito.

È grazie al lavoro di Marcelino dos Santos che il Mozambico ha abolito il partito unico per il pluralismo politico. Grazie a lui è stata approvata una Costituzione della Repubblica che include garanzie di libertà di riunione, libertà di espressione e libertà di stampa.

Peccato che tutto ciò rimanga solo sulla carta perché nel frattempo è stato dato un pesante giro di vite alla libertà di stampa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Repressione alla mozambicana, il bavaglio alla stampa arriva prima delle elezioni

Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

Mozambico, chi critica il presidente rischia la galera (alla faccia della Costituzione)

Patto governo-ribelli: per consegnare Al Bashir alla Corte Penale Internazionale

Africa ExPress
11 febbraio 2020

Al termine di una conferenza in svolgimento a Juba, la capitale del Sud Sudan, tra le autorità di Khartoum e i movimenti ribelli del Sudan, un delegato del governo sudanese, Mohamed Hassan Altaishi, ha annunciato questo pomeriggio, che i responsabili di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra commessi nel Darfur potranno essere consegnati alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia (Paesi Bassi).

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan

Il nome di Omar Al Bashir, l’ex presidente destituito con un colpo di Stato lo scorso aprile e su cui pende un mandato d’arresto internazionale spiccato da CPI già nel 2009, finora non è stato fatto in modo esplicito. Ma alcuni funzionari governativi hanno fatto sapere alle agenzie di stampa che Al Bashir e altri sospettati di terribili crimini durante la guerra nel Darfur saranno messi a disposizione della Corte dell’Aia.

Durante il sanguinoso conflitto nel Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Non si sa  quando l’ordine diventerà effettivo e finora CPI non ha rilasciato commenti in merito.

Lo scorso dicembre l’anziano ex dittatore è stato condannato da un Tribunale di Khartoum a due anni di detenzione da scontare in un riformatorio statale. Ma Al Bashir è tutt’ora indagato in Sudan per l’uccisione di manifestanti e il suo ruolo nel colpo di Stato del 1989 che lo aveva portato al potere. Allora, come colonnello dell’esercito sudanese, aveva guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi.

Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur

Recentemente il governo di transizione del Sudan ha iniziato a dialogare con i gruppi ribelli per ristabilire la pace in tutto il Paese. In un primo momento l’attuale amministrazione di Khartoum voleva lasciare la questione Al-Bashir–CPI a un governo eletto democraticamente. Quello attuale di transizione dovrebbe restare in carica per poco più di 3 anni. Si mormora che il governo abbia dovuto fare concessioni in tal senso perchè in caso contrario c’era il forte rischio che le trattative con i ribelli si sarebbero arenate.

Africa ExPress
@africexp

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

Eritrea: dittatura sempre più feroce e i bimbi sempre più affamati

Africa ExPress
10 febbraio 2020

Nel suo rapporto del 3 dicembre 2019, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) esprime serie preoccupazioni per lo stato nutrizionale dei bambini sotto i 5 anni in Eritrea.

Secondo l’UNICEF il 60 per cento dei piccoli eritrei è sottopeso, malnutrito. Dati recenti esatti non sono disponibili, in quanto il regime di Isais Afewerki, presidente del piccolo Paese nel Corno d’Africa, non rilascia dati aggiornati; non si deve dunque escludere che gli estremi di UNICEF siano sottostimati.

Non si sa quanti nuclei familiari e/o minori necessitano di assistenza. Infatti nel suo rapporto UNICEF precisa per entrambe le categorie: “dati non disponibili”.

La difficile condizione della popolazione in Eritrea

Tuttavia dalle informazioni a disposizione di UNICEF si evince che i piccoli eritrei stanno peggio dei loro coetanei sud sudanesi. Il che è tutto dire, in quanto in Sud Sudan si consuma un sanguinoso conflitto interno dal 2013. Stanno anche peggio dei bambini dello Zimbabwe, dove oltre la metà della popolazione necessità di assistenza umanitaria per la grave recessione e i cambiamenti climatici che hanno messo in ginocchio l’economia del Paese. Gli altri Stati sono più attenti alle necessità della gente e malgrado le difficoltà e situazioni non facili, i governi cercano di collaborare con le organizzazioni internazionali e /o con le associazioni non governative.

Gran parte della popolazione, specie nelle campagne vive in povertà. Gli anziani fanno davvero fatica a coltivare i campi. Le attrezzature non sono tra le più recenti, anzi. I giovani, quelli rimasti nella ex colonia italiana, sono costretti a prestare il servizio militare/civile e dunque non possono in alcun modo aiutare la famiglia. Né per quanto concerne il lavoro nei campi e tanto meno economicamente: con il soldo percepito non riescono nemmeno acquistare 1 ½  chilogrammi di carne al mese.

Una decina di anni fa, grazie a un’inchiesta di OXFAM, il raccolto di una famiglia era sufficiente per appena 5-6 mesi, ovviamnte se le messe erano abbondanti. Per il resto dell’anno bisogna comprare il cibo. Con quali soldi? Non sempre i familiari e amici emigrati all’estero riescono a dare una mano ai congiunti rimasti a casa. Insomma, il popolo continua a soffrire. Il trattato di pace con l’Etiopia, l’acerimmo nemico storico, non ha portato i cambiamenti promessi dal dittatore.

Il servizio militare/civile non è stato rivisto, i giovani sono sempre  costretti a arruolarsi per un tempo indeterminato. La Costituzione non è ancora stata proposta alla popolazione e non si parla nemmeno di elezioni. Anzi, le maglie del regime si sono  ristrette maggiormente durante lo scorso anno con i sequestro di ospedali e presidi medici di proprietà della Chiesa cattolica. Molti di questi erano situati in aree remote e depresse, dove è quasi impossibile trovare altri medici.

Con la confisca di queste strutture, la popolazione residente ha perso importanti punti di riferimento, in quanto sacerdoti e suore erano sempre pronti a tendere la mano ai più bisognosi e poveri.

Dopo il sequestro di 29 presidi medici, il regime fascista al potere in Eritrea si è appropriato anche di alcune  scuole della Chiesa, frequentate per lo più da figli di famiglie disagiate.

Gli abitanti, già in difficoltà, in questi ultimi anni devono combattere anche con i cambiamenti climatici: inondazioni, siccità ed ora in molte zone devone fare anche il conto con l’invasione delle locuste che divorano tutto ciò che trovano lungo il loro percorso.

L’oppressione continua in ogni dove. Pochi giorni fa è stato brutalmente ucciso un giovane nel centro della città di Mendefera, dove era costretto a prestare il servizio civile. Si chiamava Shewit Yacob, orfano di un combattente e la madre è disabile.

Shewit Yacob, giovane ucciso dal regime eritreo, perchè considerato un disertore

Shewit si era allontanato dal servizio senza permesso per andare dalla mamma anziana e bisognosa di aiuto  Al suo ritorno è stato arrestato, perchè considerato un disertore. Il giovane è riuscito a scappare, ma lo hanno inseguito, gli hanno sparato, gli uomini di Isaias lo hanno ammazzato. Un ordine del regime: ai disertori si spara a vista.

E proprio il 4 febbraio l’ambasciatore degli Stati membri dell’UE e quello della Gran Bretagna si trovavano in quella zona insieme alle autorità eritree per ispezionare il primo tratto della strada Nefasit e Dekamhare, che una volta terminata dovrebbe far parte della più grande arteria stradale che connette Massawa con il confine etiopico. L’Unione Europea ha stanziato 20 milioni di euro dal Fondo Fiduciario per l’Africa per la realizzazione dell’infrastruttura dopo la firma del trattato di pace tra Asmara e Addis Ababa. La nuova strada dovrebbe contribuire allo sviluppo economico e commerciale, creare nuovi posti di lavoro. Il progetto è stato implementato grazie a un accordo con UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi e i Progetti).

Africa ExPress
@africexp

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Attacco kamikaze contro una base militare nel sud dell’Algeria: ucciso un soldato

  1. Africa ExPress
    9 febbraio 2020

Un militare algerino è stato ucciso durante un attentato questa mattina alla frontiera con il Mali. Un kamikaze si è fatto esplodere all’interno della sua macchina in una caserma nell’area di Timiaouine, vicino al Mali. Lo ha comunicato il ministero della Difesa algerino. L’attacco è avvenuto all’ingresso della base a Bordj Badji Mokhtar. Il soldato incaricato dei controlli all’entrata, ha subito capito le intenzioni del terrorista calla guida della vettura. Ha cercato di fermare il veicolo che stava tentando di forzare l’ingresso. Il kamikaze non ha desistito e ha premuto ugualmente il bottone della sua cintura carica di esplosivo, uccidendo sul colpo il militare di guardia e sé stesso.

Militari dell’esercito algerino

Finora non è stato reso noto il nome dell’assalitore e l’attentato non è ancora stato rivendicato. Dopo diversi anni è la prima aggressione nel sud del Paese. Certamente l’attacco di oggi è riconducibile alla disponibilità dell’Algeria di partecipare nuovamente alla risoluzione delle crisi attualmente in atto in Libia e nel Sahel.

Già nel 2014-2015 il governo algerino aveva fatto da mediatore tra il governo del Mali e i gruppi ribelli. Il trattato di pace, siglato nel giugno 2015, accordo che non è stato mai rispettato e messo in atto completamente.

L’ultimo attacco suicida contro le forze dell’ordine algerine risale al 31 agosto 2017. Allora morirono 2 poliziotti. Tale attentato era stato rivendicato dall’organizzazione terrorista Etat islamique (EI).

Africa ExPress
@africexp  

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

 

 

Elefanti in vendita: il Botswana mette all’asta lotti per la caccia autorizzata

Africa ExPress
8 gennaio 2020

Il governo del Botswana ha mantenuto la promessa: ha dato il via alla caccia grossa agli elefanti. Le autorità di Gabarone hanno messo all’asta 7 licenze, ciascuna di esse permette l’abbattimento di 10 elefanti in aree controllate per “l’arte venatroria”.

La vendita dei lotti, alla quale hanno potuto partecipare solamente società registrate nel Paese – anche gli azionisti o/e proprietari di queste devono avere la cittadinanza botswana – è stata affidata alla casa d’aste locale, la Auction It, e si è svolta ieri pomeriggio nella sede del ministero dell’Ambiente nella capitale.

Elefanti in Botswana

I partecipanti hanno dovuto lasciare una cauzione, rimborsabile, di 18.000 dollari. Fonti vicine a Auction It hanno riferito che finora sarebbero stati venduti 6 lotti il cui prezzo va da 330.000 a 430.900 dollari. Per poter partecipare all’asta, gli interessati hanno dovuto anche presentare un certificato dal quale si evince di avere esperienza nell’ambito di quel tipo di caccia e di non avere condanne penali per aver violato le disposizioni di legge sulla fauna selvatica.

Alice Mmolawa, funzionario del dicastero, non ha voluto rendere pubblici i nomi di coloro che si sono aggiudicati i lotti, ma ha sottolineato che grazie al nuovo provvedimento l’impatto tra uomo e fauna selvatica sarà ridotto nelle aree maggiormente colpite da questo conflitto .

Il presidente del Paese, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 1° aprile 2018, ha riaperto la caccia agli elefanti che 5 anni prima era stata vietata da suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei pachidermi minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

E’ comunque vietato cacciare elefanti provvisti di speciali collari, volti a monitorare i loro spostamenti, in quanto si tratta di esemplari protetti. Tutte le spedizioni venatorie dovranno essere accompagnate da una guida e da un cacciatore professionista. Il governo ha dovuto incassare non poche aspre critiche di varie organizzazioni ambientaliste e della protezione degli animali che in passato si erano battute contro il commercio dell’avorio.

L’ex presidente Khama ha sottolineato che le nuove autorizzazioni potrebbero demotivare chi è impegnato nella lotta contro il bracconaggio, visto che l’attuale regime ora, di fatto, lo legalizza, chiamandolo “caccia”. Anche Audrey Delsink, direttrice di ONG Humane Society International (HSI) Africa, con sede a Johannesburg, ritiene questa vendita all’asta davvero inquietante e contestabile, affermando che: “La caccia non è un modo efficace a lungo termine per regolamentare la popolazione dei pachidermi”.

Mentre Tshepang Mogogoma, un abitante del villaggio di Nata, situato nel distretto Centrale, si ritiene soddisfatto dei nuovi provvedimenti del suo governo e ha aggiunto: “Gli elefanti sono una grave minaccia nei nostri territori”. Invece per Neil Fitt, responsabile di Kalahari Conservation Society, la caccia rappresenta una nuova fonte di entrate per il Botswana e ha aggiunto: “Deve essere praticata in modo etico e corretto”.

Il Paese dell’Africa australe ospita la più grande popolazione di questi pachidermi al mondo, oltre 135.000 esemplari, un terzo degli elefanti presenti in tutto il continente. La maggior parte di essi vive nel Parco nazionale di Chobe, nel nord del Paese. La ricchezza della sua fauna selvatica attira ogni anno migliaia di turisti.

Africa ExPress
@africexp

Botswana: “Riapriamo la caccia agli elefanti”, diventeranno cibo per cani e gatti

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Tanzania: gay e lesbiche perseguitati condanna internazionale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 febbraio 2020

Con l’ascesa al potere del presidente John Magufuli nel 2015 la Tanziania si è trasfomata in un vero e proprio inferno per la comunità LBGT (sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender n.d.r.).

L’omosessualità in Tanzania è considerata un grave reato ed è punibile da trent’anni di galera fino all’ergastolo. La società non accetta gay e lesbiche, che quindi sono costretti a vivere in clandestinità. Fino a qualche anno fa le autorità tanzaniane erano più tolleranti rispetto ad altri Paesi africani e ignoravano praticamente le comunità gay. La politica è cambiata nel 2015, dopo l’elezione dell’attuale presidente, che nel giugno 2017 aveva addirittura affermato: “Persino le vacche deplorano l’omosessualità”.

In passato veniva chiesto persino il parere agli esponenti della comunità LBGT sull’assistenza sanitaria e la lotta contro il virus HIV/AIDS. “In quel periodo la Tanzania era quasi un paradiso, potevamo uscire, frequentare ristoranti, potevamo organizzare convegni, partecipare a eventi pubblici senza paura. Ora non possiamo fare nulla, ci dobbiamo nascondere”, ha riferito un giovane tanzaniano gay, che per questioni di sicurezza ha preferito mantenere l’anonimato.

Dal 2016 la Tanzania ha messo in atto una vera e propria persecuzione contro gli omosessuali, sono stati effettuato parecchi arresti e molte persone, sospettate di essere gay, sono stati sottoposte a esami anali forzati, sono stati chiusi centri di salute privati che garantivano servizi nel settore dell’infezione HIV – AIDS, con l’accusa di aiutare gli omosessuali.

Paul Makonda, governatore di Dar Es Salaam

Pochi giorni fa Washington ha emesso un divieto di ingresso negli USA a Paul Makonda, governatore di Dar Es Salaam, la capitale economica del Paese. Tale misura è stata estesa anche ai suoi più stretti familiari. Da qualche anno Makonda ha messo in piedi una vera e propria task force contro gli omosessuali. Mike Pompeo, segretario di Stato USA, una settimana fa ha postato sul suo account Twitter: “Il provvedimento contro Makonda è stato preso in quanto siamo preoccupati per il deterioramento dei diritti umani in Tanzania”.

Makonda, membro del partito al potere, Chama Cha Mapinduzi (CCM), e molto vicino al presidente John Magufuli, quando nel 2018 ha istituito il team ad hoc per dare la caccia a chi ha abitudini sessuali condannate dalle leggi, ha detto: “Mi aspetto critiche da molti governi, ma preferisco irritare questi Paesi piuttosto che Dio”.

Anche l’organizzazione Human Rights Watch ha criticato aspramente il governo di Dodoma nel suo rapporto pubblicato lo scorso 3 febbraio per le oppressioni nei confronti della comunità LBGT. HRW ha chiesto tra l’altro al ministro della Salute di riaprire quanto prima i centri di salute privati che supportano gli omossessuali, di autorizzare la distribuzione di lubrificanti e altro ancora.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Tanzania è di nuovo caccia al gay: il governo vuole arrestarli subito tutti

Tanzania, pesante attacco ai gay e l’Unione Europea richiama il suo ambasciatore

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 febbraio 2020

“Delinquenti finanziati da forze interne ed esterne stanno assassinando e distruggendo abitazioni e infrastrutture. Per questa ragione il popolo ha deciso di unirsi alle forze di difesa e sicurezza”.

Il presidente Filipe Nyusi parla ai militari a Cabo Delgado
Il presidente Filipe Nyusi parla ai militari a Cabo Delgado. Ha fatto una chiamata alle armi contro i jihadisti e la Giunta militare RENAMO

Chiamata alle armi contro jihadismo e ala armata RENAMO

Queste le parole del presidente, Filipe Nyusi, nel discorso pubblico del 3 febbraio, Giornata degli Eroi mozambicani. Secondo @Verdade, giornale on line mozambicano, il discorso di Nyusi è una vera e propria chiamata alle armi contro il jihadismo del Nord. E anche contro gli attacchi armati nella provincia di Sofala della Giunta militare, l’ala dei dissidenti armati RENAMO. Due fronti che il governo non riesce a domare.

Oltre due anni di jihadismo

La guerra sottovalutata e insidiosa a Cabo Delgado, provincia settentrionale dell’ex colonia portoghese non si arresta. Nyusi, originario di quella regione, per fermare le cellule jihadiste, in appoggio alla polizia, ha mandato le Forze di sicurezza.

Ma, dall’ottobre 2017, la situazione è peggiorata e continuano gli attacchi di Al Sunna wa-Jama gruppo islamico chiamato dalla popolazione al Shebab. Dopo i primi assalti alla stazioni di polizia, la brutalità si è diretta verso la popolazione indifesa dei villaggi isolati, messi a ferro e fuoco. Con massacri e decapitazioni, anche di donne e bambini.

Tra Mocimboa da Praia e Palma è l'area a maggiore infiltrazione jihadista
Tra Mocimboa da Praia e Palma è l’area a maggiore infiltrazione jihadista

 

Soprattutto nell’area interna tra Mocímboa da Praia e Palma, a nord di Pemba, capitale provinciale. Per dare il colpo di grazia al terrorismo islamista il presidente mozambicano ha chiesto soccorso ai russi che dallo scorso settembre sono presenti a Cabo Delgado.

Nemmeno i 200 mercenari del Gruppo Wagner sono riusciti a fermare gli attacchi jihadisti. Fino ad oggi si sa che hanno perso almeno sette uomini.
Da gennaio a dicembre 2019 sono stati contati oltre 120 assalti jihadisti che hanno causato più di 320 morti molti dei quali decapitati a colpi di machete. L’ultimo agguato al Shebab è della settimana scorsa, il 29 gennaio, 150km a nord di Pemba. Una provocazione del gruppo armato che è rimasto circa due ore per mostrare che nessuno sarebbe venuto in loro aiuto.

Multinazionali petrolifere chiedono altri militari

La conferma che la situazione sia peggiorata a Cabo Delgado è la richiesta di ExxonMobil e Total, due delle multinazionali petrolifere che lavorano insieme a ENI. Al largo di Palma, vicino al confine con la Tanzania, c’è uno dei più vasti giacimenti di gas naturale (GNL) che sarà operativo nel 2022. Reuters cita fonti ExxonMobil e Total e afferma che sono stati richiesti altri 300 militari oltre ai 500 presenti a protezione del sito. Per il momento il governo mozambicano non ha risposto.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico (1), verso le elezioni tra minacce dell’ala armata Renamo e jihadismo

Atrocità jihadiste in Mozambico: un bimbo decapitato, trucidati almeno 10 viaggiatori

Contro il jihadismo in Mozambico mercenari russi a Cabo Delgado

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

I ranger che hanno seguito Silvia e i rapitori: “Li stavamo raggiungendo ma ci hanno fermato”

0

 

La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo
chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare
le inchieste giornalistiche. Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
Clicca qui se vuoi aiutare l’indagine giornalistica

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Mambrui (nord di Malindi, Kenya), gennaio 2020

Riuscire a capire cosa è successo a Silvia Romano e dove sia la ragazza ora, è veramente complicato e difficile. E poi le autorità, che ostinatamente mantengono uno stretto riserbo, non aiutano a capire. Anzi sembra che boicottino ogni tentativo di cercare e trovare la giovane. Come se la sua vicenda nascondesse un segreto di Stato.

Ebbene, così ho cercato di ricostruire almeno le prime fasi del suo rapimento parlando con chi l’ha inseguita e cercata subito dopo quel maledetto 20 novembre 2018, quando un commando di delinquenti l’ha portata via da quei bambini che amava tanto.

Mi avevano detto che un gruppo di guardia parco del KWS (Kenya Wildlife Service) meno di un ora dopo il ratto si era messo sulle tracce di rapitori e rapita. Li ho cercati e questo è il loro racconto: “Quella sera improvvisamente è cominciata una pioggia torrenziale e Silvia è stata portata via in canottiera, shorts e, soprattutto, senza scarpe o ciabattine. I rapitori hanno trasportato la ragazza caricandola sulle spalle. Hanno attraversato il fiume Galana quasi in secca e dall’altra parte hanno trovato due moto che avevano ben nascosto nella foresta qualche giorno prima”.

“Hanno caricato Silvia – raccontano – e sono partiti verso la costa. Dopo un paio di chilometri o poco più sono stati costretti a fermarsi: impossibile proseguire. La pioggia aveva trasformato la pista in un acquitrino. Così i rapitori, scesi dalle moto con il loro ostaggio, hanno dovuto proseguire a piedi in un bosco di acacie spinose e rovi. Quei sentieri sono pieni di insidie non solo per i piedi, se si cammina come lei scalzi, ma anche per il corpo che si riempie di graffi e tagli. Occorre sempre indossare una camicia e pantaloni piuttosto pesanti. Silvia era a braccia e gambe scoperte”.

“Noi siamo arrivati alle moto pochi minuti dopo che le avevano abbandonate – prosegue quello di loro che sembra il capo -. Il motore era ancora caldo e abbiamo subito contattato le cellule della polizia e dell’esercito sguinzagliate alla ricerca della ragazza, avvisandole che eravamo sulle loro tracce e li avremmo raggiunti da lì a pochi minuti. Invece inspiegabilmente siano stati bloccati: ci hanno ordinato di aspettare i rinforzi. Al loro arrivo i rapitori con l’ostaggio si erano già dileguati”. Siamo alla fine di novembre 2018; Silvia è stata rapita il 20 novembre.

Le ricerche per individuare il luogo dove si sono rifugiati i rapitori e il loro ostaggio proseguono. I guardia parco decidono di arruolare per le ricerche un bracconiere, anzi loro dicono un ex bracconiere, che conosce a menadito tutti i sentieri e i percorsi, più o meno segreti utilizzati dai cacciatori di frodo per sfuggire alla polizia, all’esercito e agli uomini del KWS.

Ali (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza) accetta di aiutarli e da solo vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di notizie. Individua il gruppo di sequestratori e li contatta. Loro lo avvisano che Silvia è gravemente ammalata, ha la febbre e delira e lo incaricano di procurare delle medicine, vorrebbero antibiotici.

Nel frattempo, all’insaputa di tutti, sono cominciate le trattative tra rapitori e autorità italiane. Un gruppo di 007 e arrivato da Roma e si è installato a Garsen, ospite di una piccola guarnigione dell’esercito keniota (KDF, Kenyan Defence Forces). Ali va da loro a chiedere le medicine e, invece di ottenerle, viene denunciato dagli italiani ai kenioti che l’arrestano. I rapitori, non vedendo più tornare il loro contatto, scappano e fanno perdere di nuovo le tracce.

Pur senza l’aiuto dell’ex bracconiere, i ranger guardiaparco continuano le loro ricerche, battono a tappeto tutta la zona in un triangolo compreso tra Malindi, Garissa e Lamu. Nel loro vagare di villaggio in villaggio su tutto quel territorio, poco prima di Natale 2018 si imbattono in un gruppo di pastori che raccontano: “La ragazza bianca è stata qui. L’abbiamo rifocillata e le abbiamo offerto del latte. Stava male, malissimo. Aveva la febbre alta. Era ridotta proprio ai minimi termini. Senza medicine non può avercela fatta.”  Da quel momento si perdono tutte le tracce di Silvia. Siamo sotto Natale 2018, un mese dopo il rapimento.

Il giorno dopo questa intervista, poco più di una settimana fa, a Malindi mi arriva la notizia da una fonte autorevole italiana. Non ho potuto verificarla, ma in sostanza dice: “Silvia è viva, sta bene ed è in Kenya”.

Naturalmente si scatenano le ipotesi più complicate e inverosimili. A Lamu c’è una base americana che, tra gli altri ha un compito preciso: monitorare i movimenti sospetti, leggi islamisti, in quella fascia di territorio keniota ai confini con la Somalia. I villaggi da queste parti pullulano di agenti al servizio dei servizi segreti americani.

Francamente sembra molto strano che gli americani quindi non sappiano nulla del rapimento di Silvia. E’ verosimile invece ritenere che abbiano seguito la vicenda con un certo interesse. Pensare quindi che possano essere siano stati gli americani a salvare Silvia dalle gravi sindromi che l’hanno aggredita durante le prime fasi del suo rapimento, non è una supposizione del tutto peregrina. Un’ipotesi che tra l’altro concilierebbe le informazioni che abbiamo a disposizione finora: che la volontaria milanese sia stata gravemente malata (come hanno raccontato i pastori) e che sia guarita (come sostiene la nota della fonte autorevole, impossibile però da verificare) e ora sia viva in buona salute in Kenya.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @africexp

Dal Nostro Archivio:

A casa di Silvia: l’indiziato numero 1 (fuori su cauzione) sa troppo e rischia di essere ucciso

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

Silvia Romano: via al processo, uno degli accusati libero su cauzione di 25 mila euro

Silvia Romano le nuove indagini e i messaggi alle sue amiche

Alla ricerca di Adan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

Prima le chat cancellate, poi il telefono di Silvia Romano sparisce

Silvia aveva denunciato molestatori pedofili, forse rapita per vendetta

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

Silvia Romano: dopo l’inchiesta di Africa ExPress sono ripartite le indagini. Aiutateci a continuare

Malindi: domani il processo per il rapimento di Silvia. Le indagini di Africa-ExPress sulle omissioni

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Silvia Romano: uno degli imputati non si presenta al processo, scappato è ricercato

Silvia, non molliamo e se lo Stato non ti cerca, ti cerchiamo noi