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Kenya: morto all’età di 95 anni l’ex presidente Daniel Arap Moi

Dal Nostro Corrispondente
Mikael Backbone
Nairobi, 4 febbraio 2020

Il Kenya piange il suo secondo presidente, Daniel Toroitich Arap (figlio di in Kalenjin) Moi, deceduto all’età di 95 anni nella tarda notte il 4 Febbraio 2020 al Nairobi Hospital.

Mentre i media internazionali riportavano la notizia dalle prime ore del mattino, la Presidenza del Kenya emetteva una “Proclama Presidenziale” annunciando il decesso di Moi con un lirismo desueto, esaltandone le qualità umane e di statista visionario nonché’ devoto cristiano che ha portato il Paese per mano alla sua realtà attuale.

La realtà storica tuttavia contribuisce a dar maggior luce sul percorso del secondo presidente del Paese, distanziandosi dalla piaggeria politica che ha salutato la sua partenza con grandi verosimiglianze con lo stesso stile dei comunicati che hanno accompagnato le rancide elegie nei confronti di un altro personaggio di simile caratura, Robert Mugabe.

Daniel Arap Moi, ex presidente del Kenya

Moi inizia la sua ascesa politica nel 1955 fondando un partito antagonista (KADU) all’incombente dell’epoca KANU con l’obiettivo di posizionare la sua etnia Kalenjin nel quadro delle etnie dominanti dell’epoca, i Kikuyu e i Luya.

In un Paese a tutt’oggi fortemente dominato dal tribalismo, l’atto di fondare un partito per affermare la propria etnia fu una mossa politica azzeccata.

I Kalenjin tra l’altro, non erano neanche una reale etnia, ma l’aggregazione di una serie di etnie tribali  minoritarie nel Paese che da sole mai avrebbero potuto ambire né a posizioni di potere, ne’ tantomeno a porzioni del bilancio statale. Basti pensare che il primo libro scritto in Kalenjin di cui si abbia memoria è la Bibbia, pubblicata attorno agli anni ’50 proprio nel tentativo di affermare una cultura al tempo subalterna e terza a quella delle tribù dominanti.

Moi diventa ministro dell’Istruzione nel 1960, nel gtoverno che precedette l’indipendenza del Paese, fonde il suo partito KADU nel KANU dominato da etnie Kikuyu e Luya e cresce nell’amministrazione del Paese guadagnandosi prima lo scranno del ministero degli Interni nel 1964 e seguitamente nel 1968 diviene vice presidente del Kenya, segno che la sua influenza crescente aveva di fatto creato le basi per un compromesso forte con le etnie dominanti.

Fu osteggiato dalla leadership del momento (i Kikuyu), al punto che si tentò di modificare la Costituzione per evitare che il Vice Presidente in pectore potesse ereditare del potere, ma lo stesso Kenyatta, allora Presidente, stranamente resistette questa proposta.

Quando poi nel 1978 Moi assunse le redini del potere per successione alla morte di Jomo Kenyatta, egli ribaltò lo stile presidenziale avvicinandosi alla gente, cosa che il suo predecessore evitava; veniva familiarmente chiamato Nyayo, parola che in swahili significa “impronte”, poiché all’insediamento il suo primo messaggio era quello di condurre il paese sulle orme del suo predecessore.

Inizialmente la sua presidenza fu estremamente popolare con le masse, sotto il motto “Peace, Love and Unity”, slogan che lo contraddistinse sino al momento di un tentativo di golpe che ebbe luogo nel 1982 ad opera di ufficiali dell’aeronautica e che fu sventato, dando inizio a une serie di purghe dell’etnia dominante nei posti chiave governativi, la condanna a morte ed esecuzione dei golpisti, l’arresto dell’intera arma dell’aeronautica (2.100 soldati) e un deciso giro di vite per la limitazione delle libertà individuali.

Ne fecero le spese per esempio personaggi come Raila Odinga, che fece sei anni in carcere, Miguna Miguna, che venne spesso incarcerato in qualità di leader studentesco: sul piano nazionale iniziò a serpeggiare una cultura del sospetto, laddove chiunque poteva venire incarcerato e torturato nei locali del ministero degli Interni a Nairobi, chiamato ironicamente Nyayo House, laddove operava la famigerata polizia politica chiamata Special Branch.

Lo scenario geopolitico degli anni 70/80, laddove Stati vicini come Etiopia e Tanzania impostavano la loro leadership decisamente a sinistra fece di Moi il beniamino del blocco Nato, Stati Uniti per primi che vedevano nel Kenya l’argine al dilagare del Comunismo e Socialismo, offrendo sostegno incondizionato al Paese in cambio di una deliberata disattenzione ai diritti umani nel Paese. Fu in quel periodo che il Marxismo fu bandito come opinione politica, movimento o addirittura dall’insegnamento accademico, generando tensioni con il mondo studentesco.

Così facendo, Moi liquidò gli avversari politici, tramite la sua Special Branch instaurando una specie di despotismo tirannico dai tratti paterni nel quale amava immedesimarsi.

Durante 24 anni Moi tenne saldamente le redini del Paese, introducendo nella Costituzione il monopartitismo e resse sino all’alba del 1992, con ovvie limitazioni della libertà di espressione se non per l’adesione al pensiero unico, vinse ripetutamente elezioni macchiate da delitti di matrice politica, impresse un culto della personalità nelle masse per esempio imponendo la sua immagine sulle banconote, e soprattutto iniziò una sistematica razzia di proprietà terriere e arricchimenti personali in un clima di  corruzione rampante nel Paese.

Sotto la sua leadership scoppiò lo scandalo Goldenberg, un sistema concepito per incentivare le esportazioni di prodotti kenioti che invece favorì truffatori vicini al regime con rendite miliardarie tramite esportazioni fittizie di oro e altri presunti prodotti preziosi locali inesistenti.

Moi vinse ben cinque elezioni, 1979, 1983, 1988 ma anche le prime elezioni multipartitiche alle quali cedette per via della ravveduta consapevolezza dei suoi sponsor internazionali sulla deriva verticistica e despotica che si stava imponendo sotto la sua guida.

La soppressione degli avversari politici con qualunque mezzo era la norma, con violenze diffuse all’approssimarsi delle elezioni.

Tenne duro Moi, vinse anche due elezioni multipartitiche approfittando di un’opposizione totalmente disunita, ma con la caduta del Muro di Berlino iniziò a perdere il sostegno dei suoi sponsor internazionali, irritati dal piglio tirannico che prendeva la sua leadership. Finalmente fu costretto a cedere il potere nel 2002 per l’introduzione nella Costituzione dell’impossibilità a ripresentarsi per tre volte di seguito alle elezioni per la massima carica dello Stato.

 

Mickael Backbone

Annullate le presidenziali dello scorso maggio: tutto da rifare in Malawi

Africa ExPress
4 febbraio 2020

La Corte costituzionale del Malawi ha annullato il 3 febbraio le controverse elezioni presidenziali che si sono svolte a maggio dello scorso anno. Secondo i giudici lo scrutinio non sarebbe stato né libero, tanto meno trasparente. In parole povere: brogli elettorali.

I giudici della Corte costituzionale e Peter Mutharika, presidente del Malawi

Il presidente uscente, Peter Mutharika era stato rieletto per un secondo mandato con il 38,6 per cento delle preferenze. Lazarus Chakwera, leader del maggiore partito all’opposizione, Malawi Congress Party (MCP), allora era arrivato secondo con il 35,4 per cento e Saulos Chilima si era posizionato terzo con il 20,2. Entrambe le forze dell’opposizione avevano immediatamente fatto ricorso e chiesto l’annullamento delle elezioni. I loro supporter sono scesi nelle piazze e nelle strade per manifestare contro gli evidenti brogli.

I giudici sono arrivati in Tribunale scortati dalla forze dell’ordine. La lettura della sentenza – oltre 500 pagine – è durata parecchie ore. La Corte costituzionale, dopo aver constatato parecchie gravi irregolarità, ha concluso che le elezioni presidenziali sono state seriamente compromesse e ha deciso che il presidente Peter Mutharika non è stato eletto regolarmente. I giudici hanno annullato le presidenziali del maggio scorso e ordinato lo svolgimento di una nuova tornata elettorale. Ha inoltre decretato che Mutharika resterà al potere fino a nuove elezioni.

Per precauzione e motivi di sicurezza, lunedì mattina molte scuole sono rimaste chiuse e diverse linee dei trasporti pubblici sono state sospese nella capitale Lilongwe.

Africa ExPress
@africexp

Sospetto brogli in Malawi: la Corte suprema ordina il riconteggio dei voti

 

Miliziani, morbillo, ebola, inondazioni, prigioni sovraffollate: il Congo-K nel caos

  1. Speciale per Africa ExPress
    Cornelia I. Toelgyes
    3 febbraio 2020

Un vero e proprio bollettino da guerra giunge quasi giornalmente dalla Repubblica Democratica del Congo. Gruppi armati che uccidono civili inermi, galere dove i prigioniericontinuano a morire di fame e malasanità, ebola che dopo 17 mesi miete ancora vittime nel Nord-Kivu e a Ituri, l’epidemia di morbillo che continua la sua folle corsa e infine piogge torrenziali e inondazioni mettono in pericolo la vita delle persone.

I guerriglieri del gruppo terrorista Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, hanno fatto una vera e propria strage in meno di una settimana. Finora si ha notizia di tre attacchi, ma è probabile che ve ne siano stati anche altri, non sempre le notizie giungono in tempo reale. Questa notte l’ultimo, nella provincia di Ituri, a Ndalya, dove i terroristi  hanno ucciso 3 persone di uno stesso gruppo familiare e bruciato una casa. Dalle prime informazioni arrivate dallo stringer di Africa ExPress, sembra che altre vite siano state risparmiate, grazie al pronto intervento dell’esercito.

Ribelli mai mai nel Congo-K

Ma la scorsa settimana è stato un vero massacro nella zona di Beni, nel Nord-Kivu. In due diversi attacchi sono state sterminate 14 persone a colpi di machete la notte tra il 28 e il 29 gennaio. Altre sono state ferite gravemente e sono state ricoverate in condizione critiche nell’ospedaledi Oicha. E sempre nella stessa zona sono stati uccisi altre 7 residenti il 1° febbraio.

Una donna, sequestrata nell’attacco del 1° febbraio, è stata liberata ieri. Secondo quanto riferito da Kinos Katuho, rappresentante della società civile locale, i miliziani le avrebbero affidato un messaggio per l’esercito congolese (FARDC): “Basta con le offensive alle nostre postazioni. In caso contrario continueremo le aggressioni contro la popolazione civile”. Dalla fine di ottobre sono in atto massicce operazioni militari contro i ribelli ADF e altri gruppi armati attivi nella zona, responsabili di continue sanguinarie incursioni.

Anche i ribelli maï maï non hanno risparmiato la zona di Beni in questi ultimi giorni. A Mamové irregolari del gruppo armato hanno attaccato la locale stazione di polizia. Almeno 8 persone, tra loro un combattente maï-maï, sono morte. Il rappresentante della società civile di Mamové ha detto che ora il villaggio è vuoto. Tutti i residenti sono fuggiti per paura di nuove rappresaglie.

I maï maï sono guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960.  Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano, uccidono.

Secondo fonti governative, dal 1° agosto 2018 al 29 gennaio 2020 sono morte 2.242 persone dopo aver contratto il micidiale virus ebola, mentre in totale 3.421 sono stati infettati, 1.154, invece, sono guarite. La febbre emorragica non è ancora stata sconfitta, anche se da qualche tempo viaggia più lentamente. Certamente gli attacchi dei gruppi armati non aiutano a sconfiggere la malattia. Parte della popolazione è in continuo movimento, si nasconde nei boschi, cerca rifugio da parenti e amici in altre aree e dunque gli operatori sanitari non possono monitorare coloro che sono venuti in contatto con ebola.

Ervebo, vaccino contro l’ebola

Dall’inizio dell’epidemia sono state vaccinate quasi 300.000 persone. Un operatore sanitario, pur essendo stato immunizzato con il vaccino rVSV-ZEBOV, prodotto dal gruppo americano Merck, Sharp & Dohme, a fine gennaio ha contratto ugualmente la febbre emorragica a Beni, uno degli epicentri della patologia. Sono 167 i sanitari contagiati dal virus dall’inizio della sua comparsa nelle due province. Tra loro 41 sono morti.

Le autorità sanitarie hanno fatto sapere che bisogna attendere tra 8 e 10 giorni perchè la persona vaccinata produca gli anticorpi contro l’ebola; durante quel lasso di tempo il contagio è ancora possibile.

Nella più grande prigione di Kinshasa, la capitale della ex colonia belga, e in altre case circondariali del Paese anche i detenuti continuano a morire: oltre una trentina dall’inizio dell’anno per mancanza di cibo, malattia, assenza di medicinali. Pochi giorni fa tre detenuti sono stati trasferiti all’ospedale di competenza. Le loro condizioni erano gravissime. Uno di loro è morto durante il trasporto.

Questa incresciosa situazione è venuta a crearsi perchè il governo non ha saldato i debiti con i fornitori, notizia confermata dal ministro della Giustizia, Tunda Ya Kasende qualche settimana fa. Sembrava che una parte del denaro necessario fosse stato sbloccato dal dicastero delle Finanze, ma a quanto pare non è stato sufficiente per “normalizzare” lo stato delle cose.

La Repubblica Democratica del Congo sta affrontando anche la peggiore crisi di morbillo della sua storia; finora sono morti oltre 6.000 pazienti, per lo più bambini. Durante lo scorso anno sono stati vaccinati 18 milioni di piccoli fino ai 5 anni. La copertura vaccinale sistematica resta tuttora non sufficiente. Da un lato mancano i finanziamenti necessari, dall’altro alcune zone del Paese sono difficilmente accessibili per questioni di sicurezza.

Piogge torrenziali nel Sud-Kivu, Congo-K

E in questo immenso Paese non mancano nemmeno i problemi legati ai cambiamenti climatici. Pochi giorni fa piogge torrenziali e allagamenti hanno causato la morte di almeno 4 persone, diversi i dispersi, tra loro anche 2 bambini, nel Sud-Kivu. Gran parte delle strade sono impraticabili, trasporti interrotti, case allagate, altre distrutte completamente dalla furia delle acque. Mentre a metà gennaio sono morti 14 residenti nella zona di Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu sempre a causa di piogge e alluvioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

Congo-K nel caos: ebola non si ferma e milizie armate devastano l’est del Paese

 

 

Sudafrica: lapidati a morte 9 minatori illegali originari del Lesotho

Africa Express
2 febbraio 2020

Nove minatori illegali, originari del Lesotho – un’enclave nel Sudafrica – sono stati brutalmente lapidati a morte a Matholeville, nella parte occidentale della regione di Johannesburg.

I corpi sono stati trovati nelle vie della città, tra loro anche una decima persona, gravemente ferita.

Minatori illegali in Sudafrica

Ora è caccia all’uomo. Finora la polizia sudafricana ha fermato e interrogato un’ottantina di sospettati. Molto probabilmente gli assassini fanno parte di un gruppo rivale a quello degli zama zamas (i linciati) che tradotto dalla lingua zulu significa “coloro che tentano la propria fortuna”.  Vengono così chiamati i minatori illegali, alla ricerca di oro nelle quasi 6.000 miniere ormai abbandonate nell’area di Johannesburg, ma si possono trovare anche in siti di diamanti dismessi al confine con la Namibia.

Secondo una recente indagine si stima che in tutto il Paese operino oltre 30.000 zama zamas, molti dei quali provengono appunto dal Lesotho. Rischiano la loro vita ogni giorno in questi vecchi giacimenti abbandonati, privi di ogni misura di sicurezza. Passano settimane e settimane sotto terra per racimolare pochi euro, rischiando poi di essere attaccati da gruppi rivali mentre cercano di rivendere i preziosi minerali. Quasi sicuramente anche questa volta sono stati attaccati da una gang nemica.

Il Sudafrica è tra i Paesi più violenti e pericolosi al mondo. Tra aprile 2018 e marzo 2019 sono stati registrati 21.000 omicidi, 58 al giorno, secondo i dati rilasciati da fonti governative.

Africa Express
@africexp

Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

Le ONG in Uganda accusano la Total: pesanti violazioni dei diritti umani e ambientali

Africa ExPress
1° febbraio 2020

La società petrolifera Total è stata accusata da due ONG francesi (Amis de la Terre France, Survie) e 4 associazioni ugandesi (AFIEGO, CRED, NAPE/Amis de la Terre Ouganda e NAVODA) di non aver valutato  l’impatto che avrebbero avuto i suoi due mega-progetti sulla popolazione e sull’ambiente.

Il Tribunale di Nanterre nel dipartimento francese Hauts-de-Seine ha comunque decretato di non essere competente per giudicare il dossier sulle attività della compagnia in Uganda.

La Corte che doveva pronunciarsi con procedura d’urgenza, ha rinviato il fascicolo al Tribunale commerciale (in Francia è l’organo giurisdizionale competente a decidere sulle controversie di diritto commerciale), come d’altronde aveva chiesto il gigante petrolifero durante l’udienza che si è tenuta a dicembre.

Le 6 ONG avevano chiesto alla Total di rivedere il proprio piano di vigilanza, disposizione imposta a tutte le multinazionali da una legge francese del 2017. Tale norma impedisce alle società di commettere gravi violazioni dei diritti umani e ambientali, per esempio utilizzando subappalti e/o fornitori stranieri. La legge in questione prende il nome Rana Plaza in memoria di un palazzo crollato in Bangladesh nel 2013, che ha causato la morte di ben 1.138 operai.

Sotto accusa sono l’impianto di perforazione petrolifero (Tilenga) vicino al Lago Alberto e la costruzione di  un oleodotto di 1.455 chilometri che dovrebbe attraversare l’Uganda e la Tanzania, opere che la Total sta realizzando insieme alla compagnia cinese CNOOC e la britannica Tullow.

Le 6 ONG si oppongono alla decisione del tribunale di affidare la soluzione della diatriba al Tribunale commerciale francese un organo creato per sanare dispute tra commercianti e i giudici che lo presiedono non sono magistrati di  professione. Nel caso specifico – fanno presente le organizzazioni – non si tratta di questioni commerciali, bensì di violazioni dei diritti umani e ambientali. E’ impossibile che un tribunale di questo genere possa costringere la Total a rivedere i suoi progetti.

Secondo le ONG, Total avrebbe costretto gli agricoltori locali a firmare un accordo risarcitorio. I proprietari sarebbero stati però poi cacciati dalle proprie terre prima di ricevere il compenso pattuito. Finora si sarebbero mosse 5.000 persone, ma le Associazioni ritengono che il progetto in questione potrebbe coinvolgere 50.000 residenti.

Ovviamente l’avvocato della Total, Antonin Lévy, ha replicato che la società ha rispettato il piano di vigilanza, in conformità alle leggi vigenti.

Sono in parecchi a temere per la propria incolumità. Infatti due persone che a dicembre avevano testimoniato contro la Total in Francia, al loro ritorno in Uganda hanno avuto seri problemi. Jealousy Mugisha, un leader locale, al suo arrivo all’aeroporto di Kampala, la capitale dell’Uganda, è stato arrestato e interrogato per 9 ore dalla polizia, mentre Fred Mwesigwa, un agricoltore costretto dalla Total a lasciare la propria terra, ha raccontato  che al suo ritorno un gruppo di sconosciuti ha tentato di entrare nella sua casa due volte. Non riuscendoci l’hanno chiuso a chiave nella propria abitazione dall’esterno. Ora i due uomini sono stati trasferiti in località segrete per questioni di sicurezza.

Africa ExPress
@africexp

Ugandese accusato di pesante corruzione eletto presidente dell’assemblea dell’ONU

 

 

L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 31 gennaio 2020

L’Ufficio ONU per gli affari umanitari conferma che l’enorme numero di locuste che stanno invadendo l’area dell’Africa orientale è dovuta ai cambiamenti climatici. Hanno portato a condizioni meteorologiche estreme, inclusi cicloni e piogge insolitamente intense, che sono causa dell’esplosione delle popolazioni di cavallette.

Locuste in volo cambiamenti climatici
Locuste in volo. Il sovrannumero di questi insetti è dovuto ai cambiamenti climatici

Ricordiamo i cicloni Idai e Kenneth che hanno colpito pesantemente Mozambico, Zimbabwe e Malawi tra marzo e aprile 2019. Due eventi estremi nell’arco di sei settimane. Se le misure di controllo non aumentano rapidamente, la prossima stagione delle piogge porterà ad un aumento degli sciami locuste.

IL RIMEDIO FA PIU’ DANNI DELLA MALATTIA

Nel frattempo in Kenya si cerca di arginare i danni chimicamente, con insetticidi. Quattro aerei stanno spargendo 20mila litri di insetticida sugli sciami presenti sui suoi territori invasi dalle fameliche cavallette.

Disinfestazione aerea con insetticita delle lucuste
Disinfestazione aerea delle locuste con insetticida

All’Università di Halle, in Germania, gli scienziati stanno sperimentando i feromoni che potrebbero modificare il comportamento di accoppiamento delle locuste. Hans-Jorg Ferenz è uno di questi ricercatori. Nel documentario “Return of the Plagues – Locusts” (Ritorno delle Piaghe – Locuste) di Johannes Backes e Christiane von Schwind, parla dei danni causati dagli insetticidi.

“I veleni utilizzati per uccidere le locuste hanno una controindicazione: attaccano tutti gli insetti”- spiega Ferenz. “Gli insetticidi vengono quindi assorbiti dai potenziali predatori, come gli uccelli ed altri, che muoiono o ne vengono gravemente colpiti. In questo modo il veleno danneggia seriamente tutto l’ecosistema”.

Lo scienziato Hans-Jorg Ferenz, dell'Università di Halle durante l'intervista del documentario
Lo scienziato Hans-Jorg Ferenz, dell’Università di Halle durante l’intervista del documentario “Return of the Plagues – Locusts”

Se le locuste arrivano in Sud Sudan saranno ingestibili

Ma mentre si cerca di arginare uno sciame di 96 miliardi di locuste, l’immensa nuvola distruttiva si sta dirigendo verso l’Uganda e il Sud Sudan. Se le locuste non vengono fermate prima i maggiori danni saranno quelli del Sud Sudan. Qui, attualmente, la malnutrizione colpisce tra il 40 e il 60 per cento della popolazione.

L’attacco delle cavallette e la distruzione dei raccolti porterà alla fame la maggioranza delle famiglie sudsudanesi. Ma il vero disastro sarà quando, a marzo, con la fine della stagione delle piogge, la popolazione delle locuste potrebbe aumentare del 500 per cento. Allora sarà una situazione catastrofica e ingestibile.

(2 di 2 – fine)

Sandro Pintus
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Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

Sahel: la Francia cerca alleati per arginare gli assalti dei terroristi islamici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 gennaio 2020

Non si placa l’ondata di violenza nel Sahel e, come l’UNICEF ha riportato nel suo rapporto del 28 gennaio scorso, sono i bambini a pagare il prezzo più alto. In Mali, Niger e Burkina Faso oltre 5 milioni di piccoli avranno necessità di aiuti umanitari nel 2020. Settecentomila in più dello scorso anno.

Marie-Pierre Poirier, direttrice regionale per UNICEF nell’Africa occidentale e centrale, ha puntualizzato che la situazione di molti minori è a dir poco terrificante. Nei primi 9 mesi del 2019 sono stati uccisi e/o mutilati 277 bambini, il doppio del 2018. Centinaia sono stati separati dalle loro famiglie, hanno subito vessazioni di tutti generi, centinaia di migliaia hanno vissuto esperienze traumatiche già nella più tenera infanzia.

Le violenze contro i minori sono in continuo e evidente aumento. Dall’inizio del 2019 sono stati 670.000 i piccoli che hanno dovuto lasciare le loro case per l’insicurezza e i conflitti in atto. Nei tre Paesi – Mali, Burkina Faso e Niger – molte scuole sono chiuse o momentaneamente non operative, oltre 3.300 alla fine del 2019, sei volte di più rispetto al 2016:  650.000 alunni sono stati privati dell’istruzione e 16.000 insegnanti hanno perso il posto di lavoro.

Bambini a rischio nel Sahel

L’insicurezza di molte zone e gli spostamenti più o meno forzati in campi per sfollati o altrove hanno messo in ginocchio molte famiglie, che hanno grosse difficoltà per poter accedere ai servizi essenziali e a procurarsi il cibo. UNICEF stima che in tutta la regione nel 2020 oltre 700.000 bambini al di sotto dei 5 anni saranno a rischio malnutrizione acuta e severa – un killer invisibile – e necessiteranno di cure salvavita.

Attualmente nell’area di Barsalogho, città al centro-nord del Burkina Faso, si trovano più di 270.000 sfollati. Il piccolo centro sta vivendo una delle più grandi crisi umanitarie, che, ahimè è in continua crescita. All’inizio del 2019 c’erano solamente 60.000 sfollati in tutto il Paese, oggi sono oltre 600.000 e se violenze non si placano, a fine aprile potrebbero arrivare a 900.000, ha detto il norvegese Jan Egeland, ex segretario generale aggiunto dell’ONU per gli affari umanitari.

L’esercito burkinabè, mal equipaggiato e poco addestrato, non è in grado da solo a far fronte alla spirale distruttrice dei gruppi armati sempre più attivi nell’area.  Secondo fonti dell’ONU, nel 2019 sarebbero morte oltre 4.000 persone in Mali, Niger e Burkina Faso a causa dell’insurrezione terrorista.

Lo scorso 13 gennaio il presidente francese Emmanuel Macron si è incontrato con i suoi omologhi del G5 Sahel (Niger, Mali, Burkina Faso, Ciad e Mauritania) a Pau (Francia) per fare il punto della situazione. In tale occasione è stata lanciata una nuova coalizione per contrastare l’ondata di violenze che i terroristi stanno scatenando nella regione, sopratutto in Burkina Faso, Niger e Mali.

La Coalition pour le Sahel (coalizione per il Sahel), come è stata chiamata, raggruppa i 5 Paesi dell’area e la Francia attraverso l’Operazione Barkhane, che attualmente conta 4.500 uomini, e altri partner già operativi nella zona; la partecipazione è aperta ad altri Stati e/o organizzazioni che desiderano farne parte. Macron ha annunciato di voler inviare altri 220 soldati nel Sahel per consolidare la presenza di Parigi.

La scorsa settimana il ministro della Difesa francese, Florence Parly, si è recata nel Sahel, accompagnanata dai suoi omologhi di Svezia, Peter Hultqvist, e Portogallo, Joao Gomes Cravinho, nonchè dal segretario di Stato della Difesa estone, per fare il punto della situazione, sempre più critica. I quattro ministri si sono intrattenuti a dialogare con diverse autorità della regione. Dopo il loro incontro con il presidente maliano, Ibrahim Boubacar Keïta, la Parly, durante una conferenza stampa ha sottolineato che nelle prossime settimane saranno sviluppate nuove operazioni, volte a arginare gli attacchi dei terroristi, in particolare nell’area dei tre confini. Ma finora non sono trapelati dettagli rilevanti sulle nuove tattiche d’azione.

Florence Parly, ministro della Difesa francese con Ibrahim Boubacar Keïta, presidente del Mali

Anche il Ciad invierà rinforzi nell’area, dove saranno presenti anche uomini di Takuba (che, tradotto dal tamashek, la lingua dei Tuareg, significa “spada”), futuro raggruppamento di forze speciali europee, che sarà integrato nel comando congiunto Coalition pour le Sahel. La Parly ha espresso fiducia nella partecipazione dei Paesi europei a Takuba, che dovrebbe essere composta da 250-350 uomini. La Germania ha già fatto sapere di non voler partecipare alla nuova missione, mentre Belgio e Estonia hanno confermato il proprio impegno. Dunque bisogna attendere le prossime settimane per capire quali altri Stati europei saranno disposti a aderire a questa nuova coalizione contro i jihadisti.

Pur di mantenere l’appoggio americano nel Sahel, lunedì scorso la Parly ha incontrato il segretario di Stato per la Difesa statunitense, Mark Esper, al Pentagono. Nelle ultime settimana circolava voce che AFRICOM, commando militare USA per l’Africa creato nel 2007, voglia diminuire la sua presenza in Africa. Lo stato maggiore di AFRICOM ha sede in Germania; nel continente africano sono dislocati 7.000 soldati, la metà a Gibuti, 2.000 sono impegnati nella formazione di truppe africane. Non si esclude che venga chiusa la più grande base per droni americana a Agadez in Niger. Finora il Pentagono non ha dato garanzie in questo senso alla Francia, malgrado le parole di elogio da parte della controparte francese, che ha sottolineato l’importanza di AFRICOM: “Il sostegno di Washington alle nostre operazioni nel Sahel è cruciale e la riduzione del contingente americano limiterebbe gravemente l’efficacia dei nostri interventi contro i terroristi”.

Nel frattempo la situazione nella regione sta precipitando. Nuovi recenti attacchi sono stati registrati  nel Burkina Faso, dove anche sabato scorso è stato aggredito il mercato del villaggio di Silgadji, nella provincia di Soum. Decine di civili sono stati massacrati. Il numero preciso dei morti non è stato ancora reso noto. Molti risultano dispersi.

La popolazione burkinabè è allo stremo, scoraggiata per l’ondata di violenze che sta vivendo il Paese. Sono parecchi cittadini che, oltre all’intervento militare, vorrebbero che il governo aprisse un dialogo con i capi  jihadisti. Mariam Tapsoba, restauratrice di Ouagadougou ha detto che bisogna anche tentare la via della negoziazione. “Siamo ignoranti, non sappiamo come funzionano queste cose, ma forse si potrebbe trovare un’intesa anche con il dialogo”, ha aggiunto.

Mentre in Mali, l’Alto rappresentante del capo dello Stato per il centro del Paese, Dioncounda Traoré, pochi giorni fa ha dichiarato di voler aprire un canale diplomatico con i capi jihadisti: “Ho inviato alcuni emissari a Iyad Ag Ghaly et Amadou Koufa. Il primo, Iyad Ag-Ghali, è una vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) –  e Koufa è un predicatore radicale maliano, di etnia fulani, e capo del “Fronte per la liberazione di Macina”, entrambi fanno anche parte del raggruppamento terrorista fondato nel marzo 2017 da cinque sigle di miliziani: “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

 

 

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
29 gennaio 2020

Quasi cento miliardi di locuste del deserto, da un mese esatto, sono diventate l’incubo dei Paesi dell’Africa orientale. Una piaga biblica che si manifesta attraverso una nube scura – lunga 60km e larga 40 – formata da migliaia di sciami. Minacciosa e vorace divora tutto ciò che incontra sulla sua strada lasciando il vuoto.

DICHIARATA L’EMERGENZA

Una situazione diventata vera e propria emergenza al punto che le Nazioni Unite hanno deciso di intervenire. L’Ufficio ONU per gli affari umanitari (OCHA) ha già messo a disposizione dieci milioni di dollari dal suo Fondo centrale di risposta alle emergenze (CERF). È la prima risposta alla devastante esplosione demografica di locuste del deserto nell’area.

IDENTIKIT DELLE LOCUSTE DEL DESERTO

Il suo nome scientifico è Schistocerca gregaria, la femmina raggiunge anche 60mm di lunghezza mentre il maschio arriva a 45mm. Il vorace ortottero si nutre di foglie, fiori, germogli, frutti e semi di varie specie di piante. Tra vegetali maggiormente attaccati ci sono le colture tipiche dell’alimentazione umana: riso, orzo, mais, sorgo, canna da zucchero, palma da dattero, banano.

Accoppiamento di locuste del deserto (Schistocerca gregaria)
Accoppiamento di locuste del deserto (Schistocerca gregaria)

LE TAPPE DELL’INVASIONE

Dalla Somalia e dall’Etiopia (l’ultima invasione di cavallette è stata 25 anni fa) centinaia di milioni di insetti sono sciamati in Kenya. Qui hanno creato il peggior focolaio di locuste degli ultimi 70 anni. A nord del Corno d’Africa hanno invaso le coste dell’Eritrea e quelle del Sudan fino 700 km all’interno del Paese.

Finora l’infestazione ha distrutto centinaia di chilometri di vegetazione in Etiopia e decine di migliaia di ettari di terra in Somalia. In Kenya, alcuni sciami stanno raggiungendo la Rift Valley, uno dei granai della regione.

I NUMERI DELLA MICIDIALE ORDA

Sono impressionanti i numeri che arrivano sull’invasione della Schistocerca gregaria. Ogni chilometro quadrato di locuste è composto da circa 40 milioni di insetti e gli sciami possono raggiungere centinaia di milioni di cavallette.
Uno sciame nel nord-est del Kenya è stato stimato di 2.400 kmq. Difficile immaginare i danni che possono fare 96 miliardi di locuste affamate.

Una quantità simile di insetti voraci sta rapidamente peggiorando la già pesante situazione della sicurezza alimentare in Africa orientale. Questa invasione ha come causa una considerevole diminuzione della produzione agricola e aggraverebbe la malnutrizione dell’area. Parliamo di una regione in cui 19milioni di persone vive una grave insicurezza dal punto di vista alimentare.

Mappa dell'invasione delle locuste del deserto nel Corno d'Africa (Courtesy FAO)
Mappa dell’invasione delle locuste del deserto nel Corno d’Africa (Courtesy FAO)

Al momento in cui scriviamo, l’ “esercito” delle locuste che hanno invaso Eritrea, Somalia e Kenya hanno divorato, quasi 4mila kmq di territorio. È andata quasi desertificata un’area vasta come metà Umbria lasciando intere comunità senza cibo.

(1 di 2 – continua)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Accoppiamento delle locuste del deserto
Di Christiaan KooymanOpera propria, Pubblico dominio, Collegamento

L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Gabon: dopo rapimento di un bambino, scoppia la psicosi a Libreville: morti e feriti

Africa Express
28 gennaio 2020

Non si placa la rabbia, degenerata in una vera e propria psicosi, degli abitanti di Libreville, la capitale del Gabon, dopo voci insistenti che circolano da giorni sul rapimento di bambini. Tutto è iniziato un paio di settimane dopo il sequestro di un piccolo di 3 anni a Bitam, vicino alla frontiera con il Camerun.

I social network hanno, come spesso accade, amplificato l’accaduto, tanto da parlare di un progetto che prevederebbe il rapimento di un migliaio di piccoli che dovrebbe permettere ai politici a migliorare la loro posizione e i propri affari. Altri hanno persino mormorato di un traffico illecito molto redditizio di bambini tra il Gabon e il Camerun.

Linciaggio di due persone dalla folla inferocita

Malgrado le promesse del ministro degli Interni, Lambert Noël Matha, di far presidiare le scuole della capitale da agenti di sicurezza, quasi tutti gli istituti sono rimasti chiusi anche ieri. I genitori hanno paura di far uscire i propri figli.

Venerdì scorso la gente è scesa nella piazze e nelle strade in diversi quartieri della capitale e il bilancio a fine giornata è stato piuttosto pesante: due persone linciate dalla folla inferocita –morte in seguito alle lesioni riportate – e parecchi altri feriti. La polizia ha dovuto far uso di gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, che hanno eretto barricate e bruciato pneumatici. I dimostranti hanno fermato e controllato molte vetture per assicurarsi che all’interno non vi fossero nascosti bambini.

Lambert Noël Matha, ministro degli Interni del Gabon

Ieri il ministro dell’Educazione Pubblica, Patrick Daouda Mouguiamaha incontrato rappresentanti di sindacati e associazioni dei genitori per trovare una soluzione per placare gli animi, conseguenza di una vera e propria psicosi, degenerata proprio a causa dei social network. E il ministro ha precisato che: “Chi ha messo in circolazione false notizie rischia una condanna detentiva fino a 5 anni e un’ammenda di 1.500 euro”. Finora sono state arrestate 17 persone.

Africa ExPress
@africexp

All’ultima tappa e per appena un secondo al Tour del Gabon vincono i francesi

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
27 gennaio 2020

Un francese ha fregato il Gabon. Anzi due. Non parliamo di politica né di ritorno del colonialismo, ma solo di…ciclismo.

All’ultima tappa, e appena per un secondo, il corridore transalpino Jordan Lavasseur, 24 anni, la domenica pomeriggio del 26 gennaio, a Libreville, ha fatto ingoiare un brutto rospo allo sport su due ruote del Gabon e dell’Africa.

Si correva la settima e ultima frazione della 15a edizione del Tour del Gabon, o più esattamente della Tropicale Amissa Bongo, uno dei due maggiori eventi del ciclismo professionistico africano e  il primo mondiale della nuova stagione: ha infatti “battuto” di un giorno la partenza del Tour Down 2020 australiano, che ha preso il via il 21 gennaio. Come dire che  il giro del mondo della bicicletta è partito dall’Africa, da Bitam nel Gabon, lunedì 20 gennaio.

Tropicale Amissa Bongo, Gabon Sul podio 1. Jordan Lavasseur, 2. Natnael Tesfatsion, 3. Emmanuel Morin

E fino a domenica andava tutto a gonfie vele, anche se il Tour era cominciato maluccio per i pedalatori africani.

La prima tappa, infatti, era andata al veneto, Attilio Viviani, 23 anni, (fratello del più famoso Elia, che nel frattempo correva e cadeva rovinosamente in Australia).

In tutte le altre, però, sotto il traguardo erano sfrecciati corridori africani.

Nell’ordine: l’eritreo Natnael Tesfazion, 20 anni; poi il suo compatriota Binim Gyrmai, 19, quindi il camerunese, Klovis Kamzong, 28, l’algerino Youcef  Reguyguy, 30, e ancora Binim Gyrmai. Non era mai successo in 15 anni di vita del Giro che cinque corridori africani primeggiassero in altrettante tappe, consecutivamente. Tanto più che dal secondo giorno primo in classifica era sempre Natnael Tesfazion. Insomma c’erano tutte le premesse per una vittoria finale – diciamo così – “autoctona”. E invece nell’ultimo giorno, il patatrac: il successo della tappa se lo è goduto un velocista francese, “, Lorrenzo Manzin, 25 anni. Ma, quel che è peggio, la vittoria finale se l’è messa in tasca l’altro francese, Jordan Levasseur, grazie agli abbuoni conquistati nel traguardo volante a 10 km dall’arrivo.… Se non è una beffa questa..

Le tappe della 15ma edizione del Tour del Gabon

Ha masticato amaro, nonostante i sorrisi di circostanza il grande sconfitto , Tesfatzion, che nella seconda tappa aveva colto la sua prima vittoria da professionista.

E anche il presidente della Repubblica, Ali Bongo, forse sperava in un successo dei colori continentali. Questa corsa – è doveroso ricordarlo – esiste grazie alla passione per il ciclismo di suo padre, Omar Bongo, presidente dal 2 dicembre 1967 all’8 giugno 2009. Una passione maturata in Europa e in Italia, che però per alcuni anni dovette sopire per gli impegni politici. Nel 2003, però, a dieci anni dalla morte della figlia Albertine Amissa Bongo, le due ruote ripresero a mulinare nei suoi pensieri e riuscì a convincere alcuni imprenditori a organizzare la gara a tappe. Nel gennaio 2006 la corsa partì con il nome della figlia scomparsa. Nonostante la morte dell’ideatore essa continua con immutato interesse e successo.

Gli organizzatori hanno preparato la manifestazione distribuendo nelle scuole situate sul percorso dei 1035 km , lungo 5 province con uno sconfinamento nel Camerun, un libricino con informazioni, esercizi e giochi..

Il manualetto ha consentito ai bambini di riflettere sui valori dello sport, di conoscere meglio la Tropicale Amissa Bongo, il ciclismo, i 90 corridori partecipanti di 15 squadre di 20 nazionalità, ma anche la funzione del sangue nel corpo umano, il valore dell’acqua e il territorio del Paese.

Ecco perché al di là del risultato finale, il responsabile dell’organizzazione, Benjamin Burlot, è orgoglioso e soddisfatto:: “Il Tour del Gabon è una delle poche corse durature in Africa. Ci siamo da 15 anni e ci saremo fra 15 anni. Abbiamo dimostrato di essere in grado di rispettare, qui in Gabon, gli standard internazionali richiesti per questo tipo di gare (di I categoria, ndr). E lo Stato gabonese ha la ferrea volontà di proseguire”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

La passionaccia del pedale contagia l’Africa: dal tour del Ruanda a quello del Gabon si corre ovunque