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Sud Sudan: il presidente Kiir “è finita la guerra”. Ma per ora solo sulla carta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 febbraio 2020

“Giuro di essere fedele alla Repubblica del Sud Sudan”, sono le parole pronunciate da Riek Machar ieri mattina nella capitale Juba, durante la cerimonia di investitura come primo vice-presidente. E alla fine della celebrazione ha aggiunto:”Vi assicuro che lavoreremo insieme per mettere fine alle sofferenze del popolo sud sudanese”.

Mentre il presidente Salva Kiir ha dichiarato ufficialmente conclusa la guerra, precisando che ora la pace è un fatto irreversibile: “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (due gruppi etnici rivali n.d.r.).

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vice-presidente

La comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti e l’ONU avevano messo Kiir e Machar sotto pressione e fissato il termine ultimo per la formazione del nuovo governo di coalizione della durata di 3 anni per il 22 febbraio, in caso contrario sarebbero scattate pesantissime sanzioni.

Secondo l’ultimo trattato di pace, firmato nell’agosto del 2018, mai rispettato, il nuovo  esecutivo sarebbe dovuto essere formato a maggio dello scorso anno, poi è stato rinviato a novembre, per concretizzarsi finalmente con la cerimonia di ieri. Già a novembre il governo di Washington, tra i maggiori sostenitori del Sud Sudan, aveva espresso il proprio disappunto per l’ultimo rinvio e aveva minacciato di rivedere le proprie relazioni con il governo di Juba.

Una settimana fa Kiir ha ridotto finalmente il numero degli stati, da 32 a 10, come al momento dell’indipendenza, aggiungendo tre aree amministrative, Pibor, Ruweng and Abyei. L’opposizione ha approvato tale decisione, ma chiede maggiori chiarimenti sul futuro di Ruweng, territorio particolarmente ricco di greggio.

Venerdì è stato sciolto il vecchio governo per dare più spazio all’ opposizione. Il nuovo esecutivo sarà composto da 35 membri e ieri, insieme a Machar sono stati insediati altre tre vice-presidenti, tra loro Rebecca Garang, la vedova di John Garang de Mabior, capo della guerriglia durante la guerra di indipendenza e fondatore e leader dell’Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan (SPLA). In seguito, dopo l’accordo di pace (Comprehensive Peace Agreement), siglato alla fine del 2004, divenne  primo vice-presidente del governo di Omar al-Bashir per poche settimane nel luglio 2005.  Morì in un incidente aereo mentre tornava da un incontro segreto con Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, suo amico e vecchio alleato. Sia il governo di Khartoum che SPLA dichiararono che si fosse trattato di una disgrazia, dovuta al cattivo tempo, ma c’è chi ha messo in dubbio questa versione.

Machar, già vice-presidente, è poi stato capo ribelle durante la sanguinosa guerra civile che ha messo in ginocchio il più giovane Stato della Terra dal 2013. Il conflitto interno è costato la vita a oltre 400mila persone che in milioni hanno dovuto lasciare le proprie case, ha portato parte della popolazione allo stremo, alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite. I bambini soldato hanno perso la loro infanzia, la loro adolescenza.

Sfollati in Sud Sudan

Ora bisogna guardare avanti, costruire la pace, il futuro. Negli ultimi mesi sono entrate in campo molte forze internazionali per ristabilire un dialogo costruttivo tra le parti, come la Chiesa cattolica con la mediazione di Sant’Egidio, gli Stati Uniti, l’ONU e i governi dei Paesi confinanti e altri. Molti problemi rimangono ancora irrisolti, primi tra tutti l’unificazione degli eserciti e varie questioni di sicurezza. Occorre poi ristabilire i diritti umani e quant’altro.

Gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato al suo vice, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. I primi combattimenti sono scoppiati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto, che si spera, sia finalmente terminato. Solamente una decina di giorni fa da un giovane armato fino ai denti ha ammazzato un altro operatore umanitario che lavorava per una ONG a Pibor (Jonglei State) . Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

Lesotho: accusato di omicidio il premier diserta il tribunale e fugge in Sudafrica

Africa ExPress
22 febbraio 2020

Il primo ministro del regno del Lesotho, Thomas Thabane, ieri  non si è presentato al tribunale di Maseru. Durante l’udienza di oggi sarebbe stato ufficialmente accusato dell’omicidio della sua ex moglie, Lipoleto Thabane, uccisa il 14 luglio 2017.

Il segretario personale di Thabane ha fatto sapere che si troverebbe in Sudafrica dal 20 febbraio per controlli medici e che avrebbe dato seguito alla convocazione in Tribunale non appena terminate le consultazioni con i dottori sudafricani.

Thomas Thabane, primo ministro del Lesotho

La sua moglie attuale, Maesaiah Thabane, è già indagata per lo stesso reato. L’omicidio della ex moglie di Thabane è tornato alla ribalta tempo fa, grazie a una lettera di Holomo Molibeli, commissario di polizia del piccolo regno. Il 23 dicembre scorso aveva scritto al primo ministro accusandolo di aver non solo ostacolato le indagini, ma di essere addirittura implicato nella morte della moglie.

Lipoleto, 58 anni all’epoca dei fatti, è stata uccisa a colpi di pistola alla periferia della capitale Maseru, due giorni prima che l’ex marito prestasse giuramento come primo ministro. Alla cerimonia Tebane si era presentato con Maesaiah, che ha poi sposato due mesi dopo. Attualmente la moglie è in stato di libertà su cauzione.

Al momento dell’assassinio, il primo ministro era in lite con lei per la causa di divorzio, in particolare sul ruolo di first lady. Secondo la polizia, forse Thabane non era presente sul luogo al momenti del crimine, ma avrebbe quasi certamente agito di concerto con l’assassino o gli assassini.

Giovedì stesso, prima di partire per il Sudafrica, Thabane, ottantenne, aveva annunciato durante un’intervista trasmessa dall’emittente di Stato che si sarebbe dimesso prima di luglio a causa della sua età. Peccato che lo aveva già promesso una prima volta nel gennaio scorso, dietro pressione del suo stesso partito, All Basotho Convention (ABC)

Se le accuse contro il capo del governo del Lesotho saranno confermate, sarebbe la prima volta che un leader africano in carica è implicato in un caso di omicidio familiare.

Il primo governo di Thabane è stato rovesciato nel 2014 con un colpo di Stato. Allora lui si era rifugiato nel vicino Sudafrica, perché temeva per la sua incolumità. Nel 2017 si è candidato nuovamente e ha vinto. Il suo partito aveva portato a casa quarantotto seggi sugli ottanta da aggiudicare. Il suo avversario, Mosisli, ne aveva guadagnati trenta.

La piccola enclave è una monarchia parlamentare, il cui sovrano è Letsie III. Nell’Assemblea Nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Il Lesotho è tra i Paesi più poveri dell’Africa. Metà della popolazione su 2.125.000 abitanti vive in povertà, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento degli adulti è affetta da infezione da HIV / AIDS.

Africa ExPress
@africexp

Lesotho: pronto a dimettersi il premier accusato dell’omicidio della moglie

 

 

 

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
21 febbraio 2020

Almeno 350 mozambicani sono stati uccisi e oltre 156mila sono stati costretti a lasciare i loro villaggi in nove distretti nel nord del Mozambico. Tra gli sfollati ci sono 25mila bambini. Secondo un rapporto del governo mozambicano questa è la fotografia causata degli attacchi armati a Cabo Delgado, estremo Nord del Paese.

La richiesta di aiuto ai Paesi amici

All’incontro con il Corpo diplomatico accreditato in Mozambico, la settimana scorsa, il presidente Filipe Nyusi ha chiesto aiuto alla Comunità internazionale. Il Capo dello Stato mozambicano ha richiesto senza mezzi termini il supporto per combattere la guerra contro i gruppi jihadisti nel Nord. “A questo proposito, vorrei fare appello ai nostri amici per un sostegno che sia oggettivo e concreto. Tutti dicono di volerci sostenere ma quando chiediamo in che modo, non rispondono”.

Il presidente Filipe Nyusi con i militari a Cabo Delgado
Il presidente Filipe Nyusi con i militari mozambicani a Cabo Delgado

Una conferma che il governo mozambicano non riesce a fermare i gruppi al-Shebab che dal 5 ottobre 2017 creano terrore nella lontana e poverissima provincia. Ma anche un’accusa ai “Paesi amici”, troppo passivi davanti al problema dell’estremismo islamico.

I mercenari russi hanno fallito?

Neanche gli accordi con il presidente russo, Vladimir Putin, a Mosca dello scorso agosto, hanno avuto l’esito sperato. I 200 mercenari russi del Gruppo Wagner, presenti nell’ex colonia portoghese da settembre 2019, che avrebbero dovuto aiutare a risolvere il problema, hanno fatto pochi passi avanti. Nonostante le perdite umane. Ci sono stati almeno sette morti tra i contractor collegati al Cremlino.

Dopo oltre due anni la situazione è peggiorata

A 28 mesi dal primo attacco jihadista, la situazione è peggiorata il modo preoccupante: nove distretti su 16 di Cabo Delgado sono fuori controllo. Le bande, armate di machete e kalashnikov attaccano villaggi indifesi massacrando gli abitanti e bruciando le case.

Villaggio bruciato dopo attacco al-Shebab. Gli abitanti sono sfollati
Villaggio bruciato dopo attacco al-Shebab. Gli abitanti sono sfollati

Ora usano anche una nuova strategia: avvisare del loro arrivo pochissimo tempo prima. In questo modo gli abitanti dei villaggi scappano per salvarsi la vita lasciando tutte le loro cose. Quindi i villaggi vengono depredati e bruciati.

L’UNHCR in soccorso agli sfollati

L’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) sta intensificando la risposta all’emergenza umanitaria in atto. “Negli ultimi mesi c’è stato un drammatico aumento di brutali assalti contro la popolazione civile” – si legge nella nota. “Dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno 28 attacchi nella provincia di Cabo Delgado. Le ultime settimane sono state il periodo più instabile dall’inizio degli attacchi nell’ottobre 2017”.

Mozambico, Cabo Delgado, sfollati in attesa di aiuti alimentari (Courtesy UNHCR)
Mozambico, Cabo Delgado, sfollati in attesa di aiuti alimentari UNHCR (Courtesy UNHCR)

Gli ultimi assalti dei jihadisti sono stati più a sud dell’area nella quale operano di solito e sono arrivati a un centinaio di chilometri da Pemba, capoluogo di Capo Delgado. L’escalation delle violenze ha costretto le comunità ad abbandonare i villaggi per cercare rifugio dove possono. Anche sulle isole vicine

Gas e rubini, il forziere del Mozambico in pericolo

La provincia di Cabo Delgado è la più povera dell’ex colonia portoghese ma anche la più ricca in risorse naturali: negli ultimi anni sono state scoperte miniere di rubini e giacimenti di gas. L’area di Montepuez ha il più vasta area di rubini del mondo e al largo della costa di Palma c’è uno dei maggiori depositi di gas naturale (LNG) d’Africa. Qui operano ENI ed ExxonMobil per essere operativi con la produzione di gas naturale liquido nel 2022.

Per il Mozambico è un più che valido motivo per “bonificare” la provincia di Cabo Delgado dal terrorismo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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ENI si rafforza in Mozambico con nuove acquisizioni nel settore del gas naturale

Mozambico: attacco jihadista, decapitati 20 militari mozambicani e 7 mercenari russi

Giovani jihadisti mozambicani addestrati all’estero da milizie pagate da al Shebab

 

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Panama Papers 2: Mozambico, i rubini di Montepuez tra violenze e omicidi

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

 

Al-Shebab scatenati in Kenya e in Somalia: mercoledì di sangue

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 febbraio 2020

Il bus della Moyale Raha era appena partito da Moyale (Kenya), città nel triangolo Kenya-Etiopia-Somalia, alla volta della capitale Nairobi, quando un gruppo di uomini armati, travestiti da poliziotti kenioti, hanno cercato di fermare il pullman, inscenando un posto blocco.

Ma l’autista, secondo quanto riporta il proprietario della compagnia, Haji Abass, non ci è cascato. Anzi, ha schiacciato l’acceleratore; allora i presunti miliziani al-Shebab hanno aperto il fuoco e hanno sparato contro i pneumatici dell’automezzo. L’autista, ferito, ha perso il controllo del bus, che è andato a finire in un fosso. A quel punto i terroristi hanno fatto uscire tutti passeggeri e, a sangue freddo, ne hanno uccisi 3: uno tra loro era musulmano, mentre due abbracciavano altra fede.

Si tratta dell’ennesima vendetta contro la presenza di truppe keniote nel contingente di pace dell’Unione Africana, stanziate in Somalia per arginare le continue incursioni degli islamisti nella ex colonia italiana.

Dall’inizio dell’anno molte scuole sono state chiuse nelle contee confinanti con la Somalia (Mandera, Garissa e Wajir), dove gli attacchi dei sanguinari al-Shebab si susseguono senza sosta.

Ieri i terroristi somali si sono scatenati in ogni dove, non solo in Kenya. In Somalia hanno attaccato due basi militari nel Basso Scebeli, nel sud del Paese. Un kamikaze si è fatto esplodere nella sua auto alle 2 di notte, ora locale, alla base el-Salini. Un folto gruppo di terroristi armati hanno poi occupato il campo finchè non sono arrivati i rinforzi, che hanno respinto gli aggressori.

Al-Shebab in Kenya

La seconda incursione ha avuto luogo solo poche ore dopo, verso le 5 del mattino. Stavolta è stata presa di mira la base di Qoryooley, vicino Merca. Un’autovettura carica di esplosivo ha distrutto parzialmente il ponte che porta all’accampamento militare. Le forze armate somale e i caschi verdi dell’Unione Africana sono riusciti a respingere l’attacco dei miliziani al-Shebab, che continuano ad avere il controllo di vaste zone nel sud e nel centro della ex colonia italiana. Le aggressioni del gruppo armato si verificano un po’ ovunque nel Paese, compresa la capitale Mogadiscio. Gli obiettivi preferiti dai terroristi sono edifici governativi e/o infrastrutture militari, con lo scopo di rovesciare l’attuale governo, appoggiato dall’occidente, per imporre la sharia in Somalia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Kenya: shebab uccidono 3 insegnanti nell’area dove è stata rapita Silvia Romano

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Ruanda: muore in prigione in circostanze sospette stella del gospel

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 febbraio 2020

Erano le 5 del mattino quando gli agenti lo hanno trovato morto nella sua cella nella stazione di polizia a Remera, Kigali, la capitale del Ruanda. In un comunicato le autorità di pubblica sicurezza hanno fatto sapere che il famoso cantante ruandese, Kizito Mihig, si sarebbe impiccato lunedì, 17 febbraio. Il portavoce della polizia, John Bosco Kabera, ha dichiarato che durante il suo stato di fermo ha incontrato i familiari e il suo legale e ha aggiunto: “Abbiamo aperto un’inchiesta per determinare le ragioni del suo suicidio”.

Il cantante gospel, noto in tutto il Paese, era stato arrestato pochi giorni prima nel distretto di Nyaruguru, nel sud del Ruanda. Secondo l’ufficio investigativo avrebbe voluto attraversare illegalmente il confine verso il Burundi, per congiungersi con un gruppo armato ribelle. Avrebbe anche tentato di corrompere il residenti del villaggio che lo hanno fermato. I suoi familiari più stretti negano: “Il nostro congiunto non ci ha mai parlato di tali progetti”.

Kizito non aveva ancora 39 anni. Ha studiato al conservatorio di Parigi e è ritornato nel Ruanda nel 2010, dove ha creato la Fondazione Kizito Mihig per la Pace.

Il cantante gospel ruandese Kizito Mihig

La morte del cantante ha suscitato emozione e indignazione anche fuori dai confini ruandesi. In particolare nella Repubblica Democratica del Congo le sue canzoni sono state postate ovunque sui social network e molti, increduli di quanto è successo, hanno espresso il loro disappunto. Persino qualche politico congolese non esclude che dietro il tragico decesso ci sia lo zampino del presidente ruandese Paul Kagame.

Nel 2013 Kizito aveva composto canzoni che non aveano trovato il gradimento del partito al potere, il Fronte Popolare Ruandese (FPR). Nei suoi testi il cantante aveva messo in discussione lo stretto controllo del governo sull’eredità del genocidio. Secondo l’ONU questa carneficina è costata la vita a oltre 800mila persone, in prevalenza tutsi, ma anche hutu moderati, brutalmente ammazzate in soli 100 giorni. E Kizito era un sopravvissuto al massacro.

Da allora la sua musica, che in precedenza era stata molto apprezzata anche dai dirigenti del partito, è stata vietata.  E’ stato arrestato una prima volta nel 2014. Inizialmente i suoi familiari lo avevano dato per disperso giacchè per diversi giorni non avevano notizie del loro congiunto. Solo dopo qualche giorno le autorità avevano annunciato il suo arresto.

Nel 2015 è stato accusato di terrorismo e di sostenere un partito all’opposizione. Gli era stata inflitta una condanna detentiva di 10 anni per cospirazione contro il governo. E’ stato poi liberato nel 2018 per grazia presidenziale.

Non è la prima volta che un personaggio celebre, critico nei confronti del regime di Paul Kagame muoia in circostanze sospette in prigione. L’anno scorso è deceduto nella sua cella in una prigione militare un anziano direttore generale dell’ufficio del presidente. Era stato condannato a dieci anni di detenzione per corruzione. E nel 2015, Emmanuel Gasakure, medico personale di Kagame, è stato ucciso dalla polizia durante la sua prigionia.

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa

Kagame, al potere dal 1994, è accusato di dirigere il Paese con mano di ferro, di reprimere ogni forma di dissenso, di imprigionare o esiliare tutti politici dell’opposizione. Anche l’Organizzazione Human Rights Watch ha puntato il dito contro il regime, denunciando esecuzioni sommarie.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Accusati di coprire casi di doping: sotto accusa dirigenti senegalesi dell’atletica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
18 febbraio 2020

In tanti anni di collaborazione con la Federazione Internazionale di Atletica (IAAF) e con la società detentrice dei diritti di marketing dell’IAAF , la Dentsu-Ams, ho guadagnato, con le commissioni sui contratti di sponsorizzazione e dei diritti televisivi, quasi 10 milioni di dollari (9,2 milioni di euro). Non avevo quindi bisogno di farmi corrompere, di sollecitare gli atleti a darmi soldi per coprire casi di doping”.

Insomma troppo ricco per cedere alla più banale delle tentazioni.

Papa Massata Diack, figlio dell’ex presidente della IAAF, Lamine Diack

E’ questa la netta e corposa linea difensiva adottata da Papa Massata Diack davanti a un giudice di Dakar. Papa Massata Diack, 57 anni, senegalese, noto anche con l’acronimo PMD, è il figlio di Lamine Diack, 86 anni, presidente dell’Atletica mondiale dal 1999 al 2015 e celebre saltatore. Papa Massata dal 2016 è sotto inchiesta da parte delle autorità francesi. Indagati, con lui, anche suo padre e altri quattro personaggi di rilievo del mondo sportivo. Tutti sono sospettati di aver ritardato le sanzioni contro 23 atleti russi dopati a partire del 2011 in cambio, naturalmente, di sostanziose bustarelle (da 100 a 600 mila euro). In questo modo gli atleti avrebbero potuto partecipare alle olimpiadi del 2012 a Londra. Non solo: sono sospettati di averle anche date, le bustarelle e di aver riciclato notevoli somme di denaro.

Papa, figlio di papà, e il papà sarebbero stati il nodo centrale di una ragnatela corruttiva, tanto che sarebbero stati ribattezzato “il clan Diack”. Papa figlio si è finora rifiutato di presentarsi alla giustizia francese, anzi non ha proprio voluto lasciare il suo Paese da quando è scoppiato il caso. Il 2016, appunto, allorchè i magistrati parigini avevano consegnato la rogatoria internazionale. Il 6 novembre scorso Papa è stato interrogato a Dakar e ha negato ogni addebito: “Sono tutte accuse false, non avevo bisogno di prendere tangenti”, avrebbe dichiarato secondo quanto ha appreso nei giorni scorsi l’agenzia France Presse. La giustizia senegalese, a fine anno, ha inviato a Parigi sia il contenuto dell’interrogatorio sia documenti relativi alle società di PMD. Il dossier della magistratura africana è giunto in Francia proprio quando stava per incominciare il processo al clan Diack, il 13 gennaio scorso.

Lamina Diack, ex presidente della IAAF

La nuova documentazione ha spinto la 32a camera del Tribunale di primo grado di Parigi a rinviare il tutto al 3 giugno. Il rinvio ha scatenato una ulteriore polemica: il ministro della Giustizia senegalese, Malik Sall, ha dichiarato che il materiale era stato inviato a novembre e quindi lui non c’entra con lo spostamento del processo. E Papa Massata ha confermato: i verbali degli interrogatori del 2016 e quelli di ben 16 ore del novembre scorso sono stati spediti a Parigi a fine novembre. Un motivo in più per PMD per non lasciare Dakar. Intervistato dalla tv CGTN (China Global Television Network) e dal Guardian, Papa Massata ha contestato il diritto della giustizia francese di mettere sotto processo lui e suo padre e ha aggiunto in tono di sfida: “Non penso che il mio governo mi consegnerà ai francesi. Francia e Gran Bretagna non estradano i loro cittadini. Perché dovrebbe farlo il mio Paese, perché dovrebbe darmi a un Paese che non ha la competenza di indagare su una federazione privata, la Iaaf, che ha sede a Monaco? Non ho tempo da perdere in Francia! Non ho fatto nulla di illegale”.

Non la pensa così il giudice istruttore francese, Renaud van Ruymbeke, secondo il quale per PMD erano esorbitanti non solo le commissioni sui contratti firmati in qualità di consulente della federazione presieduta da suo padre, ma anche gli emolumenti come diaria quotidiana: 900 dollari al giorno di missione tra il 2007 e il 2011, poi 1.200 dollari al giorno tra il 2012 e il 2015. Sempre secondo il magistrato transalpino, la giustizia francese ha diritto di perseguirlo perchè accusato di riciclaggio in Francia.

Suo padre, però, nell’udienza che lo vede alla sbarra a Parigi sempre per corruzione,  qualche ammissione l’ha fatta: ha riconosciuto che le sanzioni contro gli atleti russi erano state scaglionate e avevano consentito loro di prendere parte ai Giochi di Londra e ai Mondiale del 2013. In cambio l’IAAF avrebbe ottenuto i diritti tv e degli sponsor più generosi in Russia come pure un finanziamento di 1,5 milione di euro per gli oppositori all’allora presidente Abdoulaye Wade (terzo capo di stato del Senegal dal 2000 al 2012). Affermazioni contestate da Papa (figlio) : “Mai preso parte ad alcuna discussione con i russi sul finanziamento di campagne elettorali. Quelle dichiarazioni sono state estorte a mio padre, anziano e malato, dopo 36 ore di interrogatorio”.

Insomma una vicenda opaca dove sono in ballo legami familiari, di potere, sportivo e politico, rapporti internazionali e soprattutto tanti, tanti soldi. Al punto che essi possono diventare uno strumento di difesa: sono così ricco da non aver bisogno di chiedere tangenti.

Vedremo, a giugno, come andrà a finire. Se finirà…

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 febbraio 2020

Il 13 febbraio, per l’Uganda, non è stato un giorno fortunato: dopo aver divorato le coltivazioni del Kenya le cavallette hanno deciso di pasteggiare lì. Un evento atteso per il quale il governo ugandese era preparato da tempo ma quando succede la preparazione non è mai adeguata alla vicenda.

La visita indesiderata è arrivata nel primo pomeriggio con uno sciame stimato in 40 milioni di ortotteri famelici, atterrati nel distretto di Nakapiripirit. La “merenda” delle locuste del deserto (Schistocerca gregaria), è durata circa un’ora. Al loro passaggio è rimasta una landa desolata. A distanza di due ore è arrivato un secondo sciame in un’area vicina. E ne seguiranno altri.

Uno sciame di cavallette quando atterra divora cibo per 35mila persone

La FAO, l’Agenzia ONU per l’agricoltura e l’alimentazione, ha chiesto uno stanziamento di 76milioni di dollari USA. Ne ha raccolti 23 milione e finora attraverso il Africa Solidarity Trust Fund (ASTF), ne è stato assegnato un milione. Ogni sciame di locuste misura 2.400kmq. Secondo l’Agenzia ONU, in un giorno, una tale quantità di insetti divora cibo equivalente al nutrimento di 35mila persone. Per il momento le cavallette non si sono dirette nel sud del Paese. È l’area delle coltivazioni di caffè, thè, riso e fagioli, colture strategiche per l’alimentazione e l’economia ugandese.

Il governo dell’ex protettorato britannico ha stanziato 4,5 milioni di dollari USA per combattere la vorace invasione. In attesa della disinfestare aerea, ha messo in campo l’esercito per annientare le locuste via terra. Quando i militari sono arrivati sul luogo infestato le locuste erano già volate verso il distretto di Kitgum, 300km a nord ovest. Intanto il governo ugandese si prepara a fermare l’orda famelica con 36mila litri di pesticidi.

Anche la Tanzania sotto attacco

Mappa dell'invasione delle cavallette in Est Africa aggiornata al 17 febbraio 2020 (Courtesy FAO)
Mappa dell’invasione delle cavallette in Est Africa aggiornata al 17 febbraio 2020 (Courtesy FAO)


L’invasione delle cavallette in Uganda
segue quella dei altri Paesi dell’Africa orientale: Kenya, Etiopia, Somalia ed Eritrea. Ma anche la Tanzania ha intercettato sciami nelle zone di confine settentrionali vicino al monte Kilimangiaro dove ha utilizzato gli insetticidi con tre aerei.

Però il peggio non è ancora arrivato perché tra marzo e aprile ci sarà la seconda mandata, quella delle uova deposte durante la prima invasione. La FAO, in un rapporto, ha avvertito che le locuste si stanno riproducendo nel Corno d’Africa. Si prevede che i Paesi colpiti nella prossima orda di ortotteri, per la seconda volta in poche settimane, saranno Etiopia, Somalia e Kenya.

Peter Munya, segretario del gabinetto dell’Agricoltura del Kenya ha confermato che quando si schiudono le uova inizierà la disinfestazione delle ninfe. A questo punto ecco un altro problema, più grave e duraturo dell’invasione delle insaziabili cavallette.

Irrorazione dell'insetticida contro le cavallette
Irrorazione manuale dell’insetticida contro le cavallette

L’allarme del veterinario per gli insetticidi

L’allarme arriva dal dr. Micheal Kaziro, veterinario del distretto di Amudat (Uganda). Denuncia la mancanza di test sugli insetticidi e in questo modo conferma anche le affermazioni di Hans-Jorg Ferenz, scienziato dell’Università di Halle in Germania. “L’irrorazione aerea di questi prodotti è pericolosa e contamina i pascoli. Con questo sistema avremo contaminato il terreno, il bestiame, il latte e la carne che mangiamo”.
“Non dimentichiamo che questa regione, per il 90 per cento, ha un’economia pastorale. Dovrebbe essere effettuata una disinfestazione selettiva”. – ha ricordato Kaziro al quotidiano ugandese Daily Monitor. “Anche l’apicoltura è una nostra attività economica. Diminuirà la produzione di miele perché a causa degli insetticidi moriranno le api. La dieta della nostra gente dipende anche dal miele per questa ragione non abbiamo molti casi di malnutrizione infantile come in altri distretti”.

Il primo sciame è già in Sud Sudan

Il primo sciame ha superato la frontiera del Sud Sudan. La FAO conferma che ha toccato la contea di Magwi nel sud-est dal distretto di Lamwocon. Se trova una situazione climatica favorevole le locuste potrebbero aumentare del 500 per cento. E poi, se non saranno sterminate le larve ci sarà una seconda ondata di cavallette del deserto. In tutta l’Africa orientale saranno a rischio carestia 20milioni di persone che vivono già in una situazione di emergenza alimentare.
(ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2020 ore 15:05)

Sandro Pintus
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L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Burundi: scoperte fosse comuni con i resti di oltre 6000 vittime uccise tra il 1885 e il 2005

Africa ExPress
17 febbraio 2020

I resti di oltre 6 mila persone sono state trovate in fosse comuni, gente ammazzata durante massacri inter-etnici in Burundi.

Pierre Claver Ndayicariye, presidente della Commission Vérité et Réconciliation (CVR) – istituita nel 2014 per far luce sulle ingiustizie e violenze che si sono consumate dopo l’indipendenza ottenuta nel 1962 dal Belgio – durante la conferenza stampa tenutasi all’Hotel Source du Nile, Bujumbura, ha fatto sapere che sono stati trovati i resti di 6.032 persone e migliaia di pallottole in diverse fosse comuni sulla strada che collega Gitega, l’attuale capitale che si trova al centro del Paese e Karusi, città situata un po’ più a est.

Fosse comuni in Burundi

Vicino alle ossa c’erano occhiali, brandelli di vestiti e rosari, utili all’identificazione dei morti, che in questo modo avranno finalmente una degna sepoltura.

Nell’area vicino al fiume Ruvubu, l’equipe di CVR ha trovato 10 fosse comuni, altre 2 devono essere ancora aperte e altre 10 sono state già segnalate, ma non ancora identificate. Le testimonianze raccolte finora hanno permesso di stabilire il profilo delle vittime. Anche se il presidente di CVR per ora si rifiuta di esprimersi sull’etnia di appartenenza, si tratta probabilmente del massacro avvenuto nel 1972 di persone di etnia hutu, provenienti da Gitega e dalle province vicine.

Il presidente della Commissione è persuaso che altri siti riserveranno terribili sorprese. Finora la CVR è stata in grado di identificare oltre 140 mila persone  morte o date per disperse durante le diverse crisi che hanno insanguinato l’ex protettorato belga. Si presume che in tutto ci siano 4 mila fosse comuni in Burundi.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

CVR è stata incaricata di investigare sulle atrocità commesse dal 1885 (con l’arrivo degli stranieri) fino al 2005. Tuttavia il mandato della Commissione esclude indagini dopo quella data, cioè con l’ascesa al potere dell’attuale presidente, Pierre Nkurunziza, attualmente al suo terzo mandato. Nel periodo elettorale delle ultime presidenziali che si sono svolte nel 2015, sono state uccise centinaia di burundesi durante scontri con le forze dell’ordine. Allora l’ONU aveva lanciato l’allarme su nuovi abusi dei diritti umani.

Tra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2020 sono stati esumati i resti delle vittime delle fosse comuni scoperte all’ex mercato di Kamenge. In questo caso si suppone che si tratti di vittime della guerra civile a sfondo etnico –tra hutu e tutsi – che ha causato 300mila morti tra il 1993 e il 2005.

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Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

Violenze, omicidi, sparizioni: il Burundi sul banco degli accusati dall’ONU

 

Nigeria: giudice e ausiliario del traffico dopo la morte del figlio

Africa ExPress
16 febbraio 20120

Otto anni dopo aver perso il figlio in un incidente a Joss, nel Plateau State in Nigeria, dove si era laureato in giurisprudenza, Monica Dongban-Mensem, è diventata un ausiliario del traffico. Svolge questa attività come volontaria nel suo tempo libero, perchè la signora di professione è un giudice, presidente della Corte d’Appello dell’ Enugu State e è anche membro anziano dell’ente nazionale per la formazione degli avvocati.

Giudice Monica Dongban-Mensem,

 

Dopo aver frequentato un corso per la formazione di ausiliari del traffico, il magistrato dirige con grande passione e calma la frenetica circolazione nella capitale Abuja, spesso anche sotto un sole cocente, con temperature che raggiungono  i 40°.

La signora è convinta che: “Molti nigeriani non sanno cosa significhi la pazienza, lo si evince dal loro modo di guidare”. E aggiunge: “Dopo tanti anni non ho mai saputo chi ha ucciso mio figlio. Volevo comunque fare qualcosa per non essere complice di altre morti. In questo Paese la gente sa poco o nulla della sicurezza stradale, molti non conoscono la segnaletica, non hanno frequentato una scuola guida e tantissimi non sono in possesso della patente. Basti pensare che siamo oltre 200 milioni di persone e ci sono più di 12,5 milioni di vetture. Nel 2018 sono morte 5.181 persone sulle strade ed esistono solamente 965 scuole guida autorizzate”.

Monica Dongban-Mensem, Presidente di Corte d’Appello e ausiliario del traffico

Qualche anno fa la 62enne giudice ha messo in piedi una ONG, che porta il nome di suo figlio, la Kwapda’as Road Safety Demand, volta a insegnare gratuitamente la sicurezza stradale agli automobilisti. Ha in programma l’apertura di una scuola guida per futuri autisti professionisti. Le lezioni saranno impartite da esperti volontari, senza costi per i partecipanti ai corsi.

Solo nel 2016, 5 anni dopo la morte del figlio, la signora ha trovato il coraggio di recarsi a Joss, nel luogo dove è stato investito. “Volevo trovare qualcuno, qualche testimone che avesse visto morire il mio ragazzo. Mi hanno detto che era in mezzo alla carreggiata, ma nessuno è riuscito a raggiungerlo per assisterlo. Aveva entrambe le gambe fratturate. Stava perdendo molto sangue. Sono certa che sarebbe ancora vivo se fosse stato trasportato in ospedale tempestivamente”.

La giudice è rimasta atterrita quando ha visto le condizioni delle strade, del traffico a Joss: il caos più totale. In alcuni punti il manto delle carreggiate era molto rovinato, buche ovunque, mancavano importanti segnali stradali, un pericolo per chiunque. “Non mi sono dunque meravigliata quando mi hanno detto che molte persone hanno trovato la morte nell’area di Tundun Wada (Joss), una delle arterie stradali maggiormente trafficate del Plateau State”, ha sottolineato la coraggiosa madre.

Le autorità competenti hanno detto di aver programmato la messa in sicurezza delle strade nella zona. Hanno espresso la loro vicinanza alle famiglie che hanno perso un congiunto a causa dei molti incidenti; un funzionario ha però voluto sottolineare che anche pedoni e automobilisti devono assumersi le proprie responsabilità.

Sulle strade nigeriane perdono la vita ogni giorno almeno 13 persone, tra 5 e 6 mila all’anno e la maggior parte degli incidenti è causato dagli automobilisti sprovvisti di patente, un male comune nel Paese. Basti pensare che, secondo le autorità competenti, nel maggio 2019 nel solo Lagos State, oltre 60.000 persone erano alla guida di un automezzo senza documenti.

Il traffico nel Lagos State

Nella ex colonia inglese non esiste ancora un data base nazionale che raccoglie i dati delle vetture in circolazione, per non parlare di telecamere di sorveglianza, almeno sulle maggiori arterie stradali. E’ dunque davvero difficile individuare i responsabili degli incidenti, i pirati della strada, veri e propri criminali che, per la legge nigeriana, rischiano una condanna fino a 14 anni. Tuttavia il giudice ritiene che meriterebbero pene più pesanti e sta lavorando anche in questo senso. “C’è ancora molto da fare, sopratutto nella formazione degli automobilisti” ha concluso il magistrato.

Africa ExPress
@cotoelgyes

Algeria: stato islamico rivendica attentato a base militare nel sud del Paese

Africa ExPress
15 febbraio 2020

L’organizzazione terrorista stato islamico (EI) ha rivendicato l’attentato kamikaze del 9 febbraio scorso contro la base militare algerina Bordj Badji Mokhtar, nel sud del Paese. Durante l’attacco sono morti un militare e l’attentatore, che ha fatto brillare la sua cintura imbottita di esplosivo mentre il giovane soldato cercava di impedirgli di entrare nella base, che dista oltre 1.700 chilometri da Algeri. L’attentato e la sua dinamica sono stati confermati dal ministero della Difesa.

In una dichiarazione condivisa sui suoi canali di Telegram, EI ha affermato: “Il fratello martire ha fatto esplodere la sua vettura in mezzo alla base, causando decine di morti e feriti, è andata distrutta un gran mole di materiale militare e provocato ingenti danni”.

L’ultimo attacco suicida contro le forze algerine risale al 31 agosto 2017. Allora morirono 2 poliziotti. Tale attentato era stato rivendicato da EI.

Fino a qualche anno l’organizzazione terrorista Al-Qaida au Maghreb islamique (AQMI) era ben presente in Algeria, in particolare nel sud, poi non si è più sentito parlare di loro nella regione. Ora, invece, sembra che EI abbia addirittura creato una nuova cellula nell’area tra Timiaouine e Tinzaouten, composta da una cinquantina di miliziani stranieri, arrivati dalla vicina Libia. Si vocifera che alcuni elementi sarebbero stati reclutati nelle fila di “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani” (formazione armata attiva nel Sahel e alla quale hanno aderito 5 organizzazioni terroriste, fondata nel marzo 2017), dove si sarebbero verificati dissensi interni.

Secondo alcune fonti l’attentato alla base militare di domenica scorsa potrebbe essere stato organizzato per rappresaglia perché qualche mese fa l’esercito algerino, durante un’azione anti-terrorista vicino alla frontiera con il Mali, ha ucciso Aboubacar ould Abidine, uno dei capi di EI della regione.

Terroristi dello stato islamico in Algeria

Al momento attuale è difficile prevedere quali siano le reali intenzioni dei terroristi presenti in Algeria. Il fatto di domenica scorsa potrebbe essere anche un “semplice avvertimento” al nuovo governo del Paese, perché non si impicci nelle crisi attualmente in atto sia in Libia che nel Sahel.

Africa ExPress
@africexp

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg