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Cavallette, l’invasione si allarga verso il Congo-K a oriente fino all’Iran

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 marzo 2020

Come previsto, le cavallette del deserto (Schistocerca gregaria) hanno trovato “terreno fertile” grazie alla condizione meteorologica favorevole. Una situazione favorita dai cambiamenti climatici che permette loro di colonizzare altri territori ed ovest ed est. E soprattutto continuare a riprodursi oltre il Corno d’Africa e la Penisola Araba.

Mappa dell'invasione delle cavallette aggiornata al 2 marzo 2020 (Courtesy FAO)
Mappa dell’invasione delle cavallette aggiornata al 2 marzo 2020 (Courtesy FAO)

Dopo aver divorato tutti i raccolti incrociati sul loro tragitto distruttivo in Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia, Kenya e Uganda, gli sciami avanzano come orde barbare. Il monitoraggio dell’Organizzazione ONU per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), aggiornato al 2 marzo, li vede continuare il loro volo devastatore verso il Sud Sudan. Qui è stato visto un precedente sciame maturo nella contea di Magwi mentre un secondo sciame maturo è stato osservato vicino al confine.

Aiutato dai venti di nord-est un piccolo gruppo di locuste mature, dall’Uganda, è entrato nella Repubblica Democratica del Congo. Un volo di 300km ha portato le locuste sulla sponda occidentale del Lago Alberto vicino a Bunia. Nel grande Paese africano le cavallette erano apparse l’ultima volta nel 1944.

La situazione sta però peggiorando in Etiopia, Kenya e Somalia con la seconda generazione che sta formando nuovi sciami di locuste. Intanto, “bande” di cavallette sono state avvistate sulle coste sudanesi ed egiziane del Mar Rosso. Ma la Somalia è considerato il Paese più fragile del Corno d’Africa a causa della complicata situazione politica. Lì, secondo la FAO, un milione di persone sono già sotto una grave insicurezza alimentare e almeno 2,8milioni sono a rischio.

Giovedì 27 febbraio, la Commissione Europea ha deciso lo stanziamento di 10milioni di euro all’ex colonia italiana. Per un unico obiettivo: arrestare prima possibile l’invasione dei famelici ortotteri. La peggiore degli ultimi decenni. Una situazione esplosiva in tutta l’Africa orientale dove la carestia può colpire circa 20milioni di persone.

https://youtu.be/jgvAjmB3qRQ

Nel filmato, l’invasione delle cavallette in Arabia Saudita

Gli sciami, aiutati dai venti favorevoli, dopo aver invaso la penisola araba, si stanno spingendo verso nord-est e hanno toccato Qatar, Baharain e Kuwait. Sono stati registrati sciami anche in Irak nell’area di Bassora. Altri sciami, dopo aver attraversato il Golfo Persico hanno toccato l’Iran. Ulteriori ortotteri adulti, da est, provenienti da India e Pakistan si stanno dirigendo verso il Paese degli ayatollah.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

Sudafrica: sgombrate le baraccopoli dove erano accampati centinaia di migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 Marzo 2020

La polizia è arrivata domenica mattina e ha sgomberato con la forza la chiesa e l’area attorno alla Central Methodist Mission a Città del Capo, dove centinaia di migranti africani provenienti da diversi Paesi del continente- tra loro anche famiglie intere con bambini piccoli – erano accampati da oltre 4 mesi.

In seguito all’ondata di xenofobia esplosa nuovamente nell’autunno scorso in diverse città del Sudafrica, centinaia di richiedenti d’asilo avevano sollecitato l’UNHCR per essere ricollocati altrove, in quanto non si sentono più sicuri. Nel settembre 2019 sono morte almeno 10 persone durante i tumulti e anche i danni materiali sono stati considerevoli. L’Organizzazione dell’ONU ha già fatto sapere di non essere in grado di poter trovare Paesi terzi disposti a accogliere un così grande numero di persone.

Migranti sgomberati dalla polizia a Città del Capo, Sudafrica

Dopo essere stati espulsi dai locali dell’UNHCR di Città del Capo, i migranti in ottobre hanno appunto occupato una chiesa e la piazza antistante, ubicate in una zona centrale della città, molto frequentata dai turisti. Il 17 febbraio il Tribunale, sollecitato dal Comune, ha emesso un’ordinanza di sgombero.

Alcuni degli accampati si sono poi rifugiati alla St Mary’s Cathedral, che si trova di fronte al Parlamento. Le forze dell’ordine, intervenute prontamente, hanno costretto il gruppo di migranti a lasciare la chiesa, arrestando una donna e sette uomini. Infine in centinaia si sono trasferiti in un’area nelle vicinanze del Politecnico.

Lunedì mattina per sgomberare anche questa zona sono arrivati altri agenti, accompagnati da operatori ecologici che hanno raccolto coperte, tende e quant’altro. Per il momento non è dato sapere dove potranno restare e/o se il governo o l’amministrazione comunale metteranno loro a disposizione un tetto.

Heinn Shin, portavoce dell’UNHCR, ha sottolineato che l’Organizzazione ha seguito da vicino tutto la vicenda e ha ricordato al governo di Pretoria che, in quanto firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951, deve proteggere i rifugiati.

Secondo il governo sudafricano attualmente sono presenti 268.000 tra rifugiati e richiedenti asilo, per lo più provenienti da Somalia, Etiopia, Zimbabwe, Nigeria e Congo-K. Il Paese è spesso teatro di violenze xenofobe, causate anche dall’alto tasso di disoccupazione che nel 2019 ha raggiunto il 29 per cento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

Caos in Guinea Bissau con due presidenti in lite e i militari dimettono i ministri

Africa ExPress
2 marzo 2020

E’ caos in Guinea Bissau. Nel Paese dell’Africa occidentale si sta consumando l’ennesimo colpo di Stato, finora senza spargimenti di sangue. La ex colonia portoghese fino a ieri vantava ben due presidenti di fazioni opposte.

Umaro Sissoko Embalo, vincitore delle elezioni presidenziali in Guinea Bissau

Umaro Sissoco Embalo, del partito all’opposizione MADEM-15 (Movement for a Democratic Alternative), proclamato vincitore provvisorio dalla Commissione elettorale – con il 53,55 per cento delle preferenze – dopo il ballottaggio delle presidenziali che si sono svolte lo scorso 29 dicembre, ha prestato giuramento il 27 febbraio.  E questo malgrado il ricorso presentato da Domingos Simoes Pereira (si sarebbe fermato al 46,45 per cento) leader della formazione politica storica, Parti africain pour l’indépendance de la Guinée et du Cap-Vert (fondato nel 1956 da militanti indipendentisti con lo scopo di liberare la Guinea Bissau e Capo Verde dal dominio coloniale portoghese) alla Corte costituzionale per brogli elettorali.

Pereira ha dichiarato come illegale l’investitura di Embalo visto che i giudici non si sono ancora espressi in merito al suo reclamo e a tutta risposta il Parlamento ha nominato venerdì un rivale di Embalo, Cipriano Cassama, capo dell’Assemblea Nazionale, come leader a interim del Paese in quanto il partito PAIGC detiene un numero maggiore di seggi alla Camera.

Ora Cassama ha rinunciato alle sue funzioni di presidente a interim perchè minacciato di morte e ha specificato: “Temo per la mia incolumità e quella dei miei familiari. Avevo accettato l’incarico per evitare un bagno di sangue dopo le contestate elezioni. Al momento attuale non godo più di nessuna protezione di sicurezza, visto che venerdì sera i militari hanno rimosso tutte le mie guardie del corpo. Manterrò comunque il mio incarico come presidente del Parlamento”.

Secondo quanto riferito dallo stringer di Africa-ExPress, i militari avrebbero setacciato anche i dicasteri di Bissau, costringendo alle dimissioni gran parte dei ministri.

Finora i quadri militari non hanno fatto nessuna dichiarazione ufficiale, eppure erano presenti tutti capi e vice capi di Stato maggiore delle Forze armate di terra, dell’aeronautica e naturalmente della Guardia nazionale,  quando Embalo ha investito Nuno Gomes Nabiam come primo ministro sabato scorso. I militari hanno presenziato anche alla cerimonia di giuramento di Embalo, che si è svolta in un grande albergo della capitale Bissau. E già da venerdì i più alti ufficiali hanno preso il controllo delle più importanti istituzioni, come il Palazzo governativo dove si trovano anche diversi ministeri, il Palazzo di giustizia, l’emittente radio e la TV di Stato e sabato anche dell’Assemblea nazionale. E’ bene ricordare che già in passato i militari hanno avuto un ruolo politico importante, in particolare nel 2012; prima delle ultime elezioni il capo di Stato maggiore aveva promesso che non si sarebbero più immischiati in dispute di carattere politico.

Dal canto suo la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO o ECOSWAS, Economic Community of West African States, dall’acronimo inglese), in un comunicato ha lanciato un monito all’autoproclamato presidente, ricordandogli che il processo elettorale non è terminato, è necessario attendere la proclamazione ufficiale della Corte costituzionale. Inoltre ha espresso grande preoccupazione per l’interferenza della classe militare.

Il Paese dell’Africa occidentale conta poco più di 2 milioni di abitanti e Dal 1980 la Guinea Bissau ha subito nove colpi di Stato o tentativi di golpe. I trafficanti di droga hanno sempre saputo approfittare del caos politico, usando il Paese come punto di transito per il contrabbando di cocaina proveniente dal Sud America e destinata al mercato europeo.

Africa ExPress
@africexp

Guinea Bissau: maxi sequestro di cocaina poche ore prima delle elezioni legislative

 

 

 

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° marzo 2020

Pochi sanno che soprattutto nell’area sud-orientale dell’Uganda hanno una pietanza che si chiama “nsenene”. Nsenene significa cavalletta e da tempo immemorabile è una preziosa fonte di proteine e, forse, viene mangiata per vendetta verso chi divora il cibo umano. La cavalletta, nell’ex colonia britannica, viene comunque gustata con piacere.

Vendita delle cavallette (nsenene) in un mercato in Uganda
Vendita delle cavallette (nsenene) in un mercato in Uganda

Fritte o snack sono sempre buone

Le locuste si possono mangiare crude e cotte, lesse o fritte, infilate in spiedino e arrostite. Vengono preparate anche come hamburger o mescolate con pollo, manzo e verdure. Ma anche, e forse soprattutto, apprezzate come croccanti snack da mangiare davanti alla TV. Oppure mentre si passeggia come faremmo noi con un cartoccio di olive ascolane, polenta fritta o di caldarroste.

Il festival della cavalletta

Si trovano, fritte, in vendita al mercato dove è possibile acquistare il contenuto di un bicchiere per 500 shellini ugandesi (0,12 euro). Ma ci sono anche cavallette confezionate speziate o piccanti. Esiste anche il Nsenene Pizza Festival dove vengono proposte le cavallette in diverse preparazioni. Gli ugandesi dicono che “questa prelibatezza sarà presto inclusa nel menu dei ristoranti di fascia alta”.

Confezioni di nsenene speziate e piccanti in Uganda
Confezioni di nsenene speziate e piccanti in Uganda

Chi ha provato a degustare le cavallette dice che il sapore non è male. C’è chi afferma che il loro gusto è simile ai pomodori secchi e chi dice che somigliano ai popcorn. Chi racconta che sanno di pelle di pollo croccante, chi di patatine fritte o che sembrano gamberetti. Per prepararle alla cottura è semplice: lavarle e staccare ali, zampe e metterle in pentola o in padella.

La stagione delle nsenene

In Uganda, aprile, maggio, giugno, ottobre e novembre sono i mesi delle cavallette. Quest’anno invece sono arrivate con qualche mese in anticipo e in grandi quantità. Intanto nel Parlamento ugandese si sta discutendo se utilizzare i pesticidi per la lotta alle locuste. Mentre il governo afferma che le sostanze chimiche utilizzate, tra cui piretroide e fenitrothion, si biodegradano in sette ore, l’opposizione non si fida. Chiede prove e il dibattito va per le lunghe.

Nsenene cucinate, pronte da mangiare
Nsenene cucinate, pronte da mangiare

La proposta dei cacciatori di nsenene

Allora i cacciatori ugandesi di cavallette, attraverso la loro associazione, la Old Masaka Basenene Association Limited (OMBAU), hanno fatto una proposta al ministro dell’Agricoltura. Sono in 500 e chiedono di unirsi alla lotta contro i dannosi ortotteri che hanno invaso il Paese e distrutto i raccolti. Si evita così l’uso di insetticidi pericolosi per l’ambiente e si dà la possibilità di avere un prodotto utile per il consumo umano. Chissà se arriverà una risposta.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

Africa ExPress
29 febbraio 2020

Il governo nigeriano ha chiuso momentaneamente la filiale Ewekoro, Ogun State, del cementificio Lafarge e messo in quarantena 28 persone venute in contatto con un italiano (il cui nome non è stato reso pubblico per motivi di privacy), consulente della società, che è risultato positivo al coronavirus in Nigeria.

Cementificio Lafarge chiuso momentaneamente per coronavirus (Ogun State,Nigeria)

Ora il nostro connazionale è ricoverato a Lagos nel Infectious Disease Hospital di Yaba, un quartiere della capitale economica dell’ex colonia britannica e, secondo quanto viene riportato dalle autorità nigeriane, le sue condizioni non destano preoccupazione.

Il consulente di Lafarge è arrivato all’aeroporto internazionale Murtala Muhammed di Lagos da Milano via Istanbul con la Turkish Airways il 24 febbraio, e, sempre secondo le autorità sanitarie, al suo arrivo in Nigeria non  aveva presentato alcun sintomo della patologia.

Osagie Emmanuel Ehanire, ministro della Sanità del governo di Abuja ha fatto sapere che attualmente sono operativi 60 medici all’aeroporto di Lagos e che il governo non intende bloccare i voli provenienti da Paesi affetti da 2019-nCoV, nè di mettere in quarantena i viaggiatori che non presentano sintomi. Intanto il governo ha ottenuto dalla Turkish Airways la lista dei passeggeri, che ora il personale addetto sta cercando di rintracciare per effettuare lo screening.

 

Il nostro connazionale, una volta raggiunto Lagos, ha passato la notte in un albergo in prossimità dell’aeroporto, per poi recarsi il giorno dopo nell’Ogun State, dove ha accusato febbre e dolori il 26. Il governatore dell’Ogun State, Dapo Abiodun, è stato immediatamente informato del suo stato di salute dai dirigenti della compagnia. Il consulente italiano è stato allora trasferito a Lagos, in un centro altamente specializzato per malattie infettive e il 27 il test ha confermato ciò che si temeva: infezione da coronavirus.

Sahara news, un giornale online generalmente ben informato, riporta che il malato sarebbe stato trasferito nella più popolosa città della Nigeria con un’ambulanza normale di una clinica di Sagamu.

In un primo momento circolava voce che un autista che ha avuto come cliente il consulente italiano, fosse scappato e che avesse chiesto un ingente somma di danaro al commissario per la Salute, Tomy Coker, perché altrimenti avrebbe contagiato chiunque. In un comunicato il governatore Abiodun nega fermamente il fatto, classificandolo come fake news e invita la popolazione alla tranquillità, raccomandando di lavarsi spesso le mani e nell’eventualità di qualsiasi caso sospetto di contattare il centro di epidemiologia dell’Ogun State.

E’ il secondo nostro connazionale che “importa” il temibile virus in un Paese africano. Il primo caso si è verificato in Algeria qualche giorno fa, ora in Nigeria. Le autorità di entrambi gli Stati hanno preso le misure necessarie e invitano alla calma. Finora non si sono verificati casi di intolleranza contro gli italiani.

Africa ExPress
@africexp

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

Speciale per Africa Express
Monica Mistretta
28 gennaio 2020

Sono morti nel silenzio sotto le bombe di uno dei tanti raid aerei russi che da tre mesi tormentano la provincia siriana di Idlib, al confine con la Turchia: due bambini e due adulti, non sappiamo nemmeno i loro nomi. Un milione i rifugiati in fuga verso la Turchia che oggi ha aperto i varchi di confine e adesso minaccia di farli entrare in Europa.

La comunità internazionale segue con apprensione le cifre dei deceduti tra le file di miliziani ed eserciti: secondo il gruppo di opposizione Osservatorio Siriano per i Diritti Umani sarebbero 16 i soldati siriani uccisi oggi in risposta alla morte di 33 soldati turchi. L’epicentro degli scontri è la città siriana di Saraqib, snodo tra le statali M4 e M5 che collegano l’importante porto di Latakia con il cuore economico del paese, Aleppo: anche a Saraqib oggi sono morti tre civili senza nome.

In queste ore missili turchi rispondono a quelli russi e colpiscono il cuore della Siria, nella provincia di Hama, in prossimità di una base russa. È Mosca l’artefice della rimonta di Assad in questa guerra che adesso sta per entrare nel suo nono anno. Ma lo scontro non è un affare a tre tra il presidente siriano, l’aviazione russa e l’esercito turco. All’ombra di Idlib, contro l’esercito di Ankara, combattono le milizie di un quarto paese che in Medio Oriente si muove come a casa propria: l’Iran.

Raid aerei a Idlib

Fino a gennaio le milizie di Teheran si erano tenute lontane da Idlib, con ogni probabilità per evitare lo scontro diretto con Ankara. È da Ankara che in passato sono transitati clandestinamente oro e risorse destinate all’Iran nel periodo più difficile delle sanzioni internazionali. Per tutti i traffici che ancora non conosciamo parla lo scandalo che ha coinvolto una delle più importanti banche turche, la Halkbank, accusata da un tribunale statunitense di aver scambiato oro con petrolio. E ci porta ancora un Turchia una delle società colpite tre giorni fa dalle sanzioni statunitensi per aver contribuito al programma missilistico iraniano, la Eren Carbon Graphite Industrial Trading Co. Ltd. Ma ad Idlib la posta in gioco è più grossa di qualsiasi schema costruito per aggirare le sanzioni: Teheran ha i suoi progetti nella provincia siriana.

Agli inizi di gennaio, proprio quando veniva ucciso in un raid il generale iraniano Qassem Soleimani, le cose sono cambiate: milizie libanesi e afghane fedeli a Teheran si sono spostate dal sud della Siria verso la provincia di Idlib. Dai 400 agli 800 uomini stando all’intercettazione di alcune comunicazioni fra miliziani rivelate dal quotidiano britannico The Daily Telegraph alla fine di gennaio.

Negli stessi giorni usciva un altro report: questa volta parlava di Somalia. Nel paese alla fine di dicembre hanno perso la vita in un attacco terroristico due ingegneri turchi, altri sei sono rimasti feriti nei pressi di Mogadiscio alla metà di gennaio. I due attacchi sono stati rivendicati dagli Shabaab, gruppo somalo legato ad Al Qaeda. Il sito francese African Intelligence non perde tempo e punta immediatamente il dito sull’avvicinamento degli Shabaab a Teheran.

Un altro attacco, l’ennesimo, avvenuto il 5 gennaio a Lamu contro la base keniota americana Camp Simba, sarebbe stato un gesto di vicinanza degli Shabaab a Teheran all’indomani della morte del generale Soleimani. Ma cosa hanno in comune la Somalia con la provincia di Idlib?

Non meraviglia che i sunniti Shabaab possano cercare appoggi nell’Iran sciita: la Somalia è da sempre terra di triangolazioni di armi, merci e metalli preziosi con lo Yemen, dove Teheran sostiene i ribelli Houthi. E forse non occorre ricordare che la madre di Osama Bin Laden, il fondatore di Al Qaeda, cui sono legati gli Shabaab, era alawita, la setta sciita del presidente siriano Bashar Al Assad. Le forze in campo cambiano in Siria e le alleanze slittano anche in Somalia.

Latakia era il grande sogno di Qassem Soleimani: il porto di Teheran sul Mediterraneo. Chi vuole controllare questa finestra sul mare deve avere un piede ben saldo nella città di Saraqib, nella provincia di Idlib. Lì adesso ci sono tutti: turchi, russi, siriani e adesso anche iraniani. Non importa quanti civili devono ancora morire per conquistarla: la battaglia è solo agli inizi e Teheran vuole fare parte del gruppo. Gli Shabaab, che guardano con ostilità la crescente influenza economica turca nel loro territorio, sono saliti sul carro di chi combatte contro Ankara a Idlib.

Monica Mistretta
monica.mistretta@africa-express.info

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 febbraio 2020

Nella provincia di Cabo Delgado c’è la “tempesta perfetta”: oltre alla povertà estrema, agli attacchi jihadisti è scoppiato anche il colera. Le autorità sanitarie di Maputo hanno confermato focolai in tre distretti della provincia settentrionale al confine con la Tanzania.

Mappa del Nord del Mozambico con i distretti colpiti dal colera (Courtesy GoogleMaps)
Mappa del Nord del Mozambico con i distretti colpiti dal colera (Courtesy GoogleMaps)

I tre distretti colpiti dalla malattia sono quelli di Macomia, Mocimboa da Praia e Ibo, teatro dei pesanti attacchi dei gruppi jihadisti Ahlu Sunnah Wa-Jammá. Chiamati dalla popolazione al Shebab, da ottobre 2017 sono responsabili dell’uccisione – spesso con decapitazione – anche di bambini, di almeno 350 persone e oltre 156mila sfollati.

Al momento in cui scriviamo si contano almeno 20 morti di colera e oltre 270 contagi. Già dalla fine di gennaio erano stati diagnosticati casi sottovalutati di diarrea acuta. L’ammissione dell’epidemia è arrivata giovedì scorso, dopo 12 morti. Solo un’analisi attenta dei laboratori ha confermato il colera che nel solo distretto di Ibo ha ucciso 13 persone.

Vibrione del colera (Vibrio cholerae)
Vibrione del colera (Vibrio cholerae)

Anastacia Lidimba, direttrice provinciale della Salute, ha affermato che l’epidemia è iniziata sulle isole di fronte al Parco nazionale delle Quirimbas. Le isole sono state luogo di rifugio, in pessime situazioni igieniche, per migliaia di persone fuggite dalle violenze dei gruppi armati jihadisti sulla terraferma. Un contesto estremamente critico è quello nelle isole Matemo e Congo.

Lidimba ha confermato che nei distretti colpiti sono stati istituiti centri di trattamento del colera. Squadre di professionisti della salute sono già presenti con i farmaci necessari per far fronte alla malattia.

Vaccinazione orale contro il colera a Cabo Delgado
Vaccinazione orale contro il colera a Cabo Delgado

Secondo l’agenzia portoghese LUSA, i servizi sanitari della provincia conducono campagne di sensibilizzare e distribuiscono depuratori d’acqua per ridurre l’impatto dell’epidemia.

L’ultima epidemia di colera nel Paese lusofono è stata registrata nella provincia di Sofala nel marzo scorso a causa del ciclone Idai, con 1500 casi. Per fermare la diffusione della malattia l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS-WHO) e Unicef avevano fatto arrivare 900mila dosi di vaccino orale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Vibrione del colera
Di Tom Kirn, Ron Taylor, Louisa Howard – Dartmouth Electron Microscope Facility – http://remf.dartmouth.edu/imagesindex.html, Pubblico dominio, Collegamento

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Colera in Mozambico, il primo morto e migliaia di contagi dopo ciclone Idai

 

Sudan: Darfur, a 17 anni dal conflitto la situazione umanitaria resta grave

Speciale per Africa ExPress
Antonella Napoli
26 febbraio 2020

Un quadro drammatico, drasticamente peggiorato, è ciò che emerge dal rapporto di 50 pagine che riassume l’anno di crisi e di conflitti in Sudan e Sud Sudan. Il dossier sara’ illustrato come ogni anno dall’organizzazione no profit Italians for Darfur, che dal 2006 porta avanti una campagna d’informazione sul conflitto e di sensibilizzazione sulla crisi umanitaria nella regione occidentale sudanese, alla Commissione Diritti Umani del Senato della Repubblica.  Il report traccia e analizza la situazione sul terreno anche a fronte della possibile sospensione della missione congiunta Nazioni Unite – Unione africana autorizzata dal Consiglio di sicurezza nel 2008.

Da 17 anni nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Darfur, il 26 febbraio (quest’anno slitterà di una settimana) l’associazione fa il punto sul Paese (senza tralasciare il Sud indipendente dal 2011) in collaborazione con gli analisti di Unamid evidenziando criticità e prospettive dell’operazione di peacekeeping che finora non ha ancora raggiunto gli obiettivi prefissati dalla risoluzione Onu che ne ha dato il via.

​​​P​​​er il 2020, in vista dell’annunciato ridimensionamento chiesto più volte dal deposto presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, il futuro si prospetta ancora più fosco.

Nel rapporto è riportato un dettagliato resoconto di quanto accaduto nell’ultimo anno e dalla caduta dell’ex dittatore che si sperava potesse  portare a una pacificazione anche in Darfur. Nel 2019 è stato registrato un peggioramento delle condizioni di sussistenza per i 2 milioni e mezzo di profughi e la pace resta ancora lontana. Nonostante nel mondo non manchino nuovi e continui fronti di crisi, quella in atto nella regione sudanese resta la più vasta e longeva con oltre 300.000 vittime e circa 2 milioni e mezzo di sfollati. Nel 2019, seppure non ci siano state operazioni militari ufficiali delle forze del Governo del Sudan contro i gruppi armati del Darfur, gli scontri non sono mancati e hanno coinvolto le Rapid Support Forces, milizie filogovernative impegnate ufficialmente per contrastare un possibile aumento del flusso di migranti irregolari ma di fatto utilizzate per contrastare la ribellione ancora molto attiva in gran parte della regione. E Il fronte del contrasto agli oppositori di Bashir si sta ulteriormente ampliando. Le notizie si fanno di giorno in giorno più preoccupanti. Nonostante il nuovo governo abbia deciso di sciogliere le milizie nella regione continuano a operare le Popular Defence Force.

Antonella Napoli fotografata durante un suo viaggio in Darfur

Sotto il profilo umanitario la situazione appare incancrenita. Nonostante gli sforzi per sollecitare l’autonomia delle persone colpite dalla crisi siano diventati sempre più centrali nell’azione della missione Unamid, non si registrano miglioramenti.

Nel 2019, secondo Ocha, 4,8 milioni di persone hanno richiesto assistenza umanitaria, tra cui 3,1 milioni nel Darfur. Oltre 3 milioni e mezzo di persone sono state aiutate sotto il profilo alimentare e hanno ricevuto sostegno per il sostentamento minimo quotidiano, mentre 2,2 milioni di bambini sotto i cinque anni sono a tutt’oggi malnutriti.

In tanti, nelle aree inaccessibili ai cooperanti non ricevono alcun aiuto. Nel distretto del Jebel Marra, dove all’inizio del 2016 sono scoppiate nuove violenze, l’accesso e l’assistenza umanitaria sono pressoché inesistenti, in particolare nelle zone controllate dall’Esercito per la Liberazione del Sudan (Sla) dove migliaia di persone sono abbandonate a loro stesse.

L’ex presidente sudanese Omar al Bashir

Ancora più grave la situazione nel Sud meridionale. L’instabilità intorno ai confini tra i due Paesi aggiunge un ulteriore carico umanitario alla crisi con migliaia di sfollati in cerca di asilo e rifugio nel paese. Dopo lo scoppio del conflitto nel Sud Sudan, nel dicembre 2013, si è registrato un flusso costante di sud sudanesi. L’Alto commissariato per i rifugiati dei migranti ha stimato che tra il dicembre 2013 e l’inizio del 2019 sia arrivato in Darfur oltre un milione di sud sudanesi. Sebbene questi ultimi possano muoversi liberamente all’interno dello stato confinante e stabilirsi in qualsiasi area, la maggioranza ha chiesto asilo nei campi profughi nella regione del Nilo Bianco, altri nel Darfur Est. Appare paradossale che in uno scenario regionale di scontri interni e crisi umanitaria cronica, vi sia un flusso continuo di sfollati e migranti provenienti, oltre che dal Sudan meridionale, dalla Repubblica Centrafricana, dal Ciad, dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Siria e persino dallo Yemen. Ma il Darfur è anche questo.

Antonella Napoli
antonap72@gmail.com

Esperta di Sudan, Antonella Napoli è presidente dell’organizzazione Italians for Darfur e dirige il news magazine online, Focus on Africa 

 

Sudafrica: sterilizzate senza consenso 50 donne nere contagiate da HIV

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2020

Una cinquantina di donne, portatrici del virus dell’immunodeficienza umana (HIV, sigla dell’inglese Human Immunodeficiency Virus), sono state sottoposte a sterilizzazione coatta in diversi ospedali sudafricani.

L’efferata, crudele, inumana pratica è stata portata alla luce grazie un’inchiesta avviata nel 2015 da due organizzazioni per i diritti delle donne, che già allora avevano sottoposto alla Commissione per l’Uguaglianza di Genere (CGE) del Sudafrica 48 casi di sterilizzazioni forzate. Un rapporto dettagliato sulla faccenda è stato reso pubblico ieri dalle ONG.

Donne sudafricane nere, portatrici di HIV, costrette alla sterilizzazione

La CGE ha ascoltato sotto giuramento tutte le donne che avevano denunciato il vergognoso modus operandi degli ospedali. Keketso Maema, capo della Commissione, ha specificato che tutte le donne sottoposte a sterilizzazione forzata sono nere e quasi tutte portatrici di HIV. “Mentre erano sul punto di partorire, sono state costrette, a volte anche con la forza, a firmare un formulario. Solo in un secondo tempo sono venute a sapere che si trattava del consenso alla sterilizzazione”, ha rilevato la Maema.

I fatti si sono svolti tra il 2002 e il 2015; il personale aveva minacciato le donne che se non avessero firmato, avrebbero perso qualsiasi diritto a cure mediche e terapie.

Tutte le signore hanno precisato di aver acconsentito alle richieste del personale ospedaliero, in quanto stavano vivendo, allora, un momento difficile e di grande dolore e non erano in grado di comprendere ciò che stavano firmando. Tutte quante hanno partorito con taglio cesareo, che ha ovviamente reso più semplice la sterilizzazione.

Una volta tornate a casa e dopo aver scoperto l’imbroglio, la violenza alla quale erano state sottoposte, hanno sofferto di depressione e molte tra loro sono state lasciate dai mariti. Una delle vittime ha saputo solo anni dopo il suo ultimo parto che le erano state legate le tube di falloppio e questo perchè aveva consultato un ginecologo a pagamento, in quanto desiderava un altro bambino.

La Commissione ha concluso che la sterilizzazione coatta sulle donne portatrici di HIV è una grave discriminazione e violazione dei fondamentali diritti umani.

In base alle leggi in vigore in Sudafrica, dal 1998 è vietata la sterilizzazione senza il consenso informato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 febbraio 2020

Volevano passare vacanze tranquille al sole, lontani dallo stress del coronavirus che flagella l’Italia da Trieste in giù. Ma non avevano fatto i conti con le restrizioni del governo delle Mauritius. Appena atterrati questa mattina alle 10.50 ora locale con un aereo di Alitalia proveniente da Roma, in tutto 212 passeggeri e 12 membri di equipaggio a bordo, i responsabili dello Stato insulare, senza grandi giri di parole, hanno invitato i turisti  provenienti dal nord della nostra penisola a tornare a casa con lo stesso aereo, oppure di passare due settimane in quarantena. Quaranta aspiranti turisti hanno optato per la prima soluzione: sono ripartiti con lo stesso volo che li aveva portati in questo paradiso terrestre.

Sembra che le autorità di Port Louis non avessero informato la nostra compagnia di bandiera di queste nuove disposizioni. I passeggeri provenienti dalla Corea del Nord e dal Giappone vengono messi automaticamente in isolamento da tempo, da oggi anche gli italiani. Certo, un’epidemia di coronavirus metterebbe in ginocchio l’economia del Paese nell’Oceano Indiano sud-occidentale, in quanto tra le maggiori entrate figurano turismo e servizi finanziari e è anche considerato una dei più sicuri paradisi fiscali sia per le società sia i patrimoni individuali.

Una spiaggia delle Mauritius

Da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha intensificato gli sforzi per preparare il continente africano all’arrivo del temuto virus. Il gruppo di OMS responsabili per le emergenze ha raccomandato a tutti gli Stati africani di intensificare i controlli alle frontiere, l’isolamento in quarantena se necessario, la ricerca per individuare in tempi brevi eventuali portatori sani della patologia, onde prevenire la propagazione della malattia (2019-nCoV).

Finora è stato registrato un solo caso nel continente, in Egitto, il cui sistema sanitario è considerato molto efficacie; il paziente, uno straniero, è stato immediatamente isolato per evitare contagi.

L’Africa è sorvegliata speciale dell’OMS, vista la forte presenza di cittadini cinesi nel continente per gli importanti legami economici con il Paese dell’Asia orientale. In particolare l’Etiopia – giacchè l’aeroporto di Addis Ababa registra il più alto traffico internazionale a livello continentale – è considerato dall’OMS tra i 13 Paesi africani più a rischio per il grande volume di traffico da e per la Cina con ben 35 voli settimanali, ma fortunatamente non a Wuhan, l’epicentro del coronavirus. La ex colonia italiana dispone in tutto di 4 aeroporti internazionali e ben 21 valichi di frontiera terrestri.

Giovane camerunense ricoverato in un ospedale cinese perchè affetto da coronavirus

Secondo Zewdu Assefa, direttore del centro emergenze con base a Addis Ababa, ha detto che è stato già messo a disposizione un centro per l’isolamento, nonchè altri per la cura dei pazienti sparsi in tutto il territorio; inoltre è stata preparata una mappa degli ospedali in grado di accogliere pazienti affetti dalla malattia. Infine ha aggiunto: “Abbiamo preparato 60 team in grado di rispondere all’emergenza. Collaboriamo in stretto contatto con l’OMS, che ci sostiene con l’approvvigionamento di materiale sanitario, test e altro. Per coloro che entrano nel Paese usiamo la medesima tattica di controllo che abbiamo sperimentato con successo durante il periodo dell’epidemia di ebola”.

Anche nella maggior parte degli altri aeroporti africani vengono già attuati severi controlli per i passeggeri in arrivo. La Costa d’Avorio, Kenya, Etiopia e Botswana hanno registrato qualche caso sospetto, ma hanno poi fatto sapere che i test sono risultati negativi. Tutte le compagnie africane, eccetto l’Ethiopian Airlines hanno cancellato i voli per la Cina.

Attualmente 4.600 giovani africani si trovano a Wuhan per motivi di studi, solamente due studenti seychellesi sono stati evacuati grazie all’intervento della Francia, dove, una volta arrivati, sono stati messi in quarantena. Nei prossimi giorni potranno far ritorno a casa.

Gli altri Paesi del continente sono contrari a portare a casa i propri studenti. E solo qualche giorno fa, dopo aver valutato e poi scartato la possibilità di una evacuazione via Washington, il primo segretario del ministero degli Esteri keniota ritiene che i giovani sono al sicuro dove si trovano ora, cioè a Wuhan. E il governo ugandese è della stessa opinione. Insomma, pur di evitare qualsiasi contagio, i governi africani preferiscono sostenere i giovani con finanziamenti supplementari in Cina.

Finora solo uno studente camerunense ha contratto il coronavirus all’inizio del mese a Jingzhou. Dopo due settimane di cure in isolamento in un ospedale cinese, ora è guarito, ma non è intenzionato di far ritorno a casa, non per il momento.

Anche se nella maggior parte dei casi la sanità pubblica in Africa risulta fragile e insufficiente, va ricordato che alcuni Paesi hanno saputo affrontare – anche se con grande fatica e sacrifici – la terribile epidemia di ebola 2014-2016, costata la vita a oltre 11.300 persone e allora non erano ancora a disposizione i vaccini per coloro venuti in contatto con la temibile patologia. Nella Repubblica Democratica del Congo, nelle province Nord-Kivu e Ituri, è ancora attiva la 10ma epidemia della febbre emorragica, esplosa il 1°agosto 2018. Finora sono morte 2253 persone, mentre 3432 hanno contratto la malattia.

Cornelia I. Toelgyes
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