Malindi: domani il processo per il rapimento di Silvia. Le indagini di Africa-ExPress sulle omissioni

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo Alberizzi
Nairobi, 18 agosto 2019

Il 20 agosto saranno 9 mesi dal giorno in cui Silvia Romano è stata rapita in Kenya, a Chakama, un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi. Domani comincia il processo contro uno degli indiziati, Ibrahim Adan Omar, e il 21 riprende quello contro altri due, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Del destino di Silvia si sa poco o niente. Le fonti ufficiali non fanno trapelare alcuna informazione: bocche cucite. Diplomatici, carabinieri, politici: tutti zitti. Per non parlare dei servizi segreti gli unici che, loro sì, giustamente, sono tenuti al massimo riserbo.

Il perché questo totale e misterioso silenzio non è chiaro. Ufficialmente è stato invocato, per non danneggiare le indagini. Ma l’inchiesta svolta con una certa puntigliosità e testardaggine da Africa ExPress – con il determinante aiuto finanziario dei nostri lettori che qui vogliamo sentitamente ringraziare per la grande generosità dimostrata e che stanno ancora dimostrando – ha individuato parecchi risvolti inspiegabili e oscuri sui quali nessuno ha indagato. Non regge quindi la giustificazione: ”Silenzio, stiamo lavorando”, a meno che non si vuole credere messianicamente a chi chiede di non interferire e a non porsi domande.

Molte storie italiane sono rimaste insolute. C’è voluta la caparbietà e la determinazione di Ilaria Cucchi per svelare i misteri che circondavano la morte del fratello Stefano. La verità ufficiale è stata smembrata e fatta a pezzi e alcuni carabinieri rinviati a giudizio. Qui non si vuole criminalizzare un sistema o una categoria. Si vuole semplicemente consigliare a non credere acriticamente a nessuno, tantomeno alle fonti ufficiali che possono avere interessi disparati da tutelare.

Noi, che con un lavoro collettivo ogni giorno contribuiamo all’uscita di Africa ExPress e che facciamo parte del gruppo di giornalisti che significativamente si chiama Senza Bavaglio, crediamo in alcune regole del giornalismo. La prima, a suo tempo venne indicata da Joseph Pulitzer: “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio o vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”.

La seconda è di Horacio Verbitsky e recita: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda”.

Ce ne sarebbero parecchie altre ma mi limito a ricordarne una terza, purtroppo spesso inapplicata: “Se qualcuno ti dice che piove e un altro che c’è il sole, non si devono riportare le due versioni. Si deve invece andare alla finestra e verificare di persona chi ha ragione”.

E’ quello che sta accadendo con il drammatico caso di Silvia Romano. Siamo andati a verificare di persona per capire a che punto stessero e indagini. L’esperienza di tutta la redazione di Africa ExPress nel continente dimenticato dai media (ma, ricordiamolo, non dagli appetiti dei businessmen del pianeta) ci fa credere che se Silvia fosse stata una cittadina americana, la reazione di Washington sarebbe stata assai diversa e dura. E non titubante e timida come quella italiana. La costa keniota sarebbe piena di marines, in divisa ma anche sotto mentite spoglie, e la foresta poco lontana da Chakama sarebbe stata setacciata coscientemente fino all’ultimo arbusto.

Le poche informazioni fornite dai nostri inquirenti parlano di grande e totale collaborazione tra Nairobi e Roma. Una dichiarazione che lascia molte perplessità e molti dubbi. Per esempio dopo una ricerca accurata, sembra che fino a un mese fa nessuno, né italiano, né keniota, abbia chiesto alla Safaricom (una delle due società telefoniche legata alla Vodafone, usate da Silvia) i tabulati delle sue chiamate.

Inquietante anche il fatto che nessun inquirente abbia consegnato ai giudici le mail spedite da certo Yusuf Aden (sicuramente un nome di fantasia) che chiedeva un riscatto abbastanza basso (l’equivalente di 80 mila dollari in bitcoins, la criptovaluta virtuale) per la liberazione della ventitreenne milanese. La prima mail di Yusuf è arrivata il 21 novembre, cioè un giorno dopo il ratto della ragazza. Era indirizzata a Lilian Sora, la presidente di Africa Milele, la unlus per cui lavora Silvia, che l’ha girata subito agli inquirenti italiani e kenioti, ma non è mai arrivata ai giudici africani che si stanno occupando di questo caso.

Ma ci sono altri interrogativi inquietanti che lasciano la porta aperta alle ipotesi più disparate:

– Perché nessuno ha dato seguito alla denuncia di Silvia verso un pastore anglicano, per molestie sessuali alle bambine del centro dove la ragazza rapita lavorava come volontaria? Denuncia raccolta dalla ispettrice di polizia sul suo blocco di appunti personali e mai riportata sui faldoni ufficiali. Si è voluto minimizzare la questione per proteggere qualcuno?

– Perché nessun diplomatico o carabiniere o agente dei servizi di intelligence italiani ha seguito il processo? La sfilata di testimoni avrebbe potuto far emergere qualche indizio interessante. Un agente dei servizi italiani subito dopo il sequestro si è visto in giro per Malindi ma – secondo numerose testimonianze raccolte da Africa ExPress – si è comportato assai riservatamente invece di fare domande a tappeto. Tant’è che in un incontro a tre (presente il console onorario italiano, Ivan Del Prete, e un ispettore di polizia locale) pochi giorni dopo il rapimento, non ha aperto bocca o quasi. Gli interessi italiani a Malindi sono enormi e il caso di Silvia può danneggiare il turismo: tutelarli è più importante che pensare alla sorte di una povera ragazza che chissà in che mani è capitata?

– Moses Luwali Chembe, uno degli indiziati del rapimento, arrestato subito è stato liberato su cauzione, nonostante il parere contrario della polizia. Ha pagato l’equivalente di 25 mila euro in titoli di proprietà terriera appartenenti al nonno e allo zio, il cui guadagno mensile è rispettivamente di 50 e di 100 euro. Com’è possibile?

– Dov’è finito il file di Silvia, con le sue impronte digitali e la sua foto prese all’aeroporto di Mombasa (come si fa a tutti quelli che entrano in Kenya), che è misteriosamente  scomparso? Chi l’ha fatto sparire e perché?

– Le indagini a Likoni (il villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare superabile con un ferry boat) dove Silvia ha lavorato in luglio dell’anno scorso, sono state carenti, a giudizio della stessa polizia di Nairobi. Nessuno ha indagato su chi la volontaria frequentasse, chi avesse incontrato, dove andasse nei momenti liberi e perfino se avesse incrociato qualcuno nell’albergo dove ha dormito prima di partire per Chakama i primi di novembre. E poi perché dormire in un hotel invece di fermarsi nell’orfanotrofio visitato poche ore prima dove era ben conosciuta e avrebbe potuto essere ospitata gratis?

Queste sono alcune delle domande cui cercheremo di dare una risposta.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

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