Gli immensi camion per il trasporto di tronchi di alberi pregiati sono fermi da settimane a poca distanza del parco naturale Outamba-Kilimi nel nord-ovest della Sierra Leone, al confine con al Guinea.
Parco nazionale Outamba-Kilimi, Sierra Leone
Alcuni di questi giganti della strada sono ancora carichi di legna, altra è accatastata per terra, ormai ricoperta di polvere. Camionisti e taglialegna sono seduti per terra, bevono the e fumano in attesa di clienti cinesi che da mesi non si fanno più vedere. Da quando la Cina è stata travolta dal coronavirus, questo illegale commercio ha avuto un improvviso arresto. Il contrabbando di legname pregiato ha devastato migliaia di ettari di foresta in molti Paesi africani.
Julius Maada Bio, presidente della Sierra Leone, appena arrivato al potere nel 2018, ha immediatamente vietato l’export del pregiato legno, solo quello già tagliato poteva essere ancora venduto all’estero e da allora venivano rilasciate licenze per per uso locale. Amareggiato, Bio ha ammesso che non è mai riuscito a bloccare il contrabbando per mancanza di risorse. “Nel parco nazionale Outamba-Kilimi 27 ranger disarmati devono controllare oltre 1.100 chilometri quadrati”.
E il direttore delle aree protette in Sierra Leone, Joseph Musa, ha detto: “Non riusciamo a venirne a capo, siamo sopraffatti dalle attività illegali nel parco”.
Anche la Sierra Leone ha dovuto registrare due casi di COVID-19 e mercoledì scorso il governo ha decretato tre giorni di lockdown a partire da domenica. La pandemia ha sconvolto il mondo intero, ma sta salvando le foreste africane.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
2 aprile 2020
Un sistema sanitario completamente abbandonato a se stesso non può lontanamente sperare di coprire anche solo minimamente i bisogni della gente e oggi, in piena pandemia COVID-19, la Repubblica Centrafricana ha a disposizione solamente 3, sì, tre diciamolo anche in lettere, ventilatori, per una popolazione di quasi 4,7 milioni di abitanti.
Nella Repubblica centrafricana è vietato ammalarsi e bisogna nascere sani per poter sopravvivere, anzi, oggi come oggi anche questo è considerato un lusso. Qui l’assistenza sanitaria, è una delle peggiori al mondo anche per mancanza di medici e personale paramedico, 7,1 ogni 10.000 abitanti.
David Manan, direttore per il Centrafrica della ONG norvegese, Norwegian Refugee Council (NRC) ha sottolineato con veemenza: “Avere a disposizione solo tre ventilatori significa portare il Paese alla catastrofe”. E ha poi aggiunto: “Negli altri Stati più poveri del pianeta la situazione è simile. Quando una nazione ricca è nel panico, ha o trova i mezzi per dare risposte per far fronte alle emergenze. Se il Centrafrica non riceve gli aiuti necessari, il virus potrebbe propagarsi in maniera folgorante in tutta la nazione”.
Sinora sono stati confermati 6 casi di coronavirus, non si esclude che altre persone siano affette dalla patologia, è difficile fare le diagnosi, perchè qui non mancano solo i ventilatori, anche il kit per effettuare i test sono praticamente inesistenti.
Come la maggior parte dei Paesi africani, anche a Bangui, la capitale, è stato chiuso l’aeroporto internazionale per i voli passeggeri, le lezioni in tutte le scuole di ogni ordine e grado sono state sospese, è stato limitato il numero dei partecipanti a funerali e matrimoni, vietati assembramenti e spostarsi dalla capitale verso la provincia.
MINUSCA in Centrafrica
I caschi blu della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana (MINUSCA) presenti sul territorio nazionale con 15.000 uomini tra militari, civili e forze di polizia, insieme al governo e l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono scesi in campo per informare la cittadinanza sulle nuove norme comportamentali da adottare per evitare l’espandersi della pandemia.
Sono state organizzate videoconferenze con altre prefetture, lontane dalla capitale, alle quali hanno partecipato sindaci, capi villaggio, leader religiosi, funzionari governativi e locali per farli partecipe delle nuove norme adottate. E, alla fine di uno di questi corsi di aggiornamento un sindaco ha esclamato: “Mai sentito parlare di questa malattia, ma dirò alla mia gente che d’ora in poi dovranno salutarsi mantenendo la distanza di un metro”.
A parte il problema pandemia, nella ex colonia francese 2,2 milioni di persone sono in grave stato di necessità, 700.000 sono sfollati, scappati dalle loro case a causa delle violenze subite da vari gruppi armati (anti-balaka, vi aderiscono per lo più cristiani e animisti e ex-Séléka, prevalentemente composti miliziani musulmani). La maggior parte degli sfollati vive in campi densamente popolati, dove accesso all’acqua potabile è un lusso raro, per non parlare della precaria e assolutamente insufficiente assistenza sanitaria. Se il coronavirus dovesse arrivare in uno di questi campi, sarebbe una catastrofe indescrivibile.
Gli aiuti umanitari per tutto il Paese giungono per lo più dall’estero e con le restrizioni imposte a causa della pandemia – chiusura dei maggiori aeroporti in tutto il mondo e la conseguente limitazione della libera circolazione – sarà difficile, quasi impossibile, dare risposte concrete alle necessità per la sopravvivenza di tante persone. E la ONG norvegese ha puntualizzato che è assolutamente fondamentale tenere aperte le infrastrutture essenziali, permettere la circolazione di beni e persone per portare aiuti per la sopravvivenza della popolazione in stato di necessità.
In Centrafrica si consuma un sanguinoso conflitto interno dalla fine del 2012. Malgrado la firma di svariati trattati di pace, rigurgiti di violenze, scontri tra i gruppi armati criminali sono ancora in atto e a farne le spese è la popolazione civile.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 31 marzo 2020
Antonio Guterrez ha parlato senza peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la pandemia del Coronavirus colpirà anche Africa. Ci saranno milioni di morti, anche tra la popolazione giovane”. Ha dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterrez, in un’intervista all’emittente France24.
il Segretario ONU, Antonio Gutierrez, su France24 (Courtesy France24)
“Per combattere il Covid-19, secondo una nostra stima saranno necessari almeno 3.000 miliardi di USD. Il 10 per cento del PIL dei Paesi sviluppati ma anche di quelli in via di sviluppo” – ha affermato il Segretario ONU. “Questa non è una crisi finanziaria come quella nel 2008, è una crisi umana, delle persone, delle imprese. È necessario dar loro appoggio. Se la pandemia si estende in Africa potrebbe tornare a colpire”.
Situazione del Covid-19 in Africa al 29 febbraio 2020 (Fonte: WHO-OMS)
Seguono i Paesi dell’Africa mediterranea: Egitto con 576 casi, Marocco 450, Algeria 409 e Tunisia 278. Altri focolai africani sono registrati in Africa occidentale sub-sahariana: il Burkina Faso (146) Costa d’Avorio (140). L’OMS conferma altri contagi, da meno di una decina a 90 nei restanti Paesi e al 29 marzo l’Africa ha 3005 contagi e 51 morti. Numeri, purtroppo, destinati a crescere.
In Sudafrica l’esercito pattuglia le strade, i giovani fanno i party
Ma la sottovalutazione della pericolosità da Covid-19, come in Europa e USA, esiste anche in Africa. Allertare la popolazione sui rischi e vietare gli assembramenti pare serva a poco, forse perché si sa che colpisce soprattutto le persone anziane. Una fonte di Africa ExPress ci ha informato che in Sudafrica il governo ha chiamato l’esercito per pattugliare le strade e tenere la gente a casa.
Contro il Coronavirus, l’esercito sudafricano arriva a Klerkdorp, 170km a ovest di Johannerburg
Nonostante questo, soprattutto i giovani, come successo in Italia, continuano a fare assembramenti e feste e in una di queste, danzando, si grida “corona, corona”. Forse per esorcizzare il Covid-19.
E mentre il grande Paese africano si prepara all’impatto da Coronavirus è saltata la connessione veloce di internet. L’interruzione è dovuta, ancora una volta, alla rottura del West African Cable System, cavo che connette il Sudafrica al Regno Unito attraverso tutta l’Africa occidentale. Almeno fino al 4 aprile l’ex colonia britannica dovrà accontentarsi delle comunicazioni a bassa velocità.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 30 marzo 2020
La pandemia coronavirus ha raggiunto 47 Paesi africani. Lo ha twittato sabato il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. E domenica mattina il Centro per la Prevenzione e il Controllo dell’Unione Africana ha reso noto che i contagiati in Africa sono saliti a 4.282, mentre i morti a 49.
Quasi tutti i Paesi del continente hanno preso misure importanti, talvolta draconiane, per contrastare l’espandersi della pandemia.
Malgrado le severe restrizioni messe in campo anche in Sudan, ieri si sono verificati gravi incidenti nel carcere di al-Houda, Khartum. I prigionieri hanno manifestato per la grave mancanza di servizi essenziali: poco cibo, spesso manca la corrente elettrica, ma hanno lamentato sopratutto le torture alle quali sono soggetti. Botte sono all’ordine del giorno. A taluni sono state rotte persino le costole, mentre altri hanno gravi ferite alla testa. La polizia carceraria ha immediatamente tentato di sedare la rivolta con colpi di arma da fuoco. Molti detenuti che si erano ammutinati nei cortili sono stati riportati all’interno, subendo nuove vessazioni.
La scorsa settimana il governo di Khartoum ha rilasciato 4.217 prigionieri e, secondo quanto riportato dalle autorità, prima di essere liberati sarebbero stati sottoposti al test del coronavirus. Il sistema sanitario nel Paese è fragile, negli ultimi anni, sotto la dittatura dell’ex presidente Omar al-Bashir, poco o niente è stato investito in tale campo.
In tutto il Paese i prezzi sono saliti alle stelle dopo la dichiarazione delle stato d’emergenza, proclamato dal governo all’indomani del primo caso di Coronavirus e la popolazione è in grave difficoltà. A tutt’oggi i contagiati sono “solamente” sei, tra cui due morti, ma la tensione nel Paese è alle stelle, specialmente dopo il fallito attentato del 9 marzo contro il primo ministro Abdalla Hamdok mentre si recava nel suo ufficio a Khartoum e la morte per infarto, il 25 marzo a Juba, la capitale del Sud Sudan, dove sono in atto i colloqui di pace, del ministro della Difesa.
Gwi-Yeop Son, coordinatore per l’ONU in Sudan ha richiamato tutte le parti alla calma e ha chiesto un cessate il fuoco, sottolineando la vulnerabilità del sistema sanitario, specie nelle zone di conflitto, come Jebel Marra in Darfur.
In Mali la popolazione è stata chiamata alle urne domenica per eleggere il nuovo Parlamento – il secondo turno è previsto per il 19 aprile – e questo in un contesto tutt’altro che facile. Mercoledì scorso la temibile patologia è arrivata anche nella ex colonia francese, dove finora sono stati registrati 18 casi e una vittima. A Bamako sono stati distribuiti sapone, disinfettante e maschere.
Soumaïla Cissé, capo dell’opposizione maliana, rapito vicino a Tumbuktu
Nel Paese vige tutt’ora un clima di grave insicurezza. Il 26 marzo è stato sequestrato Soumaïla Cissé, il maggiore esponente dell’opposizione, insieme a 6 membri della sua squadra durante la campagna elettorale a Niafounké, la sua roccaforte, nell’area di Timbuktu, nel nord del Paese. Secondo un politico del luogo, i rapitori molto probabilmente appartengono alla formazione terrorista Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nel 2017 l’FLM, insieme a altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali.
Anche la Nigeria il presidente Muhammadu Buhari ha ordinato la chiusura totale della capitale federale Abuja e di Lagos, metropoli e capitale commerciale che conta oltre 20 milioni di abitanti. Secondo quanto riportato da Nigeria Centre for Disease Control, nella ex colonia britannica sono stati confermati 111 casi di contagio e una persona deceduta. I malati si trovano per lo più a Lagos e Abuja. Buhari ha inoltre promesso di stanziare 26 milioni di dollari destinati a arginare l’espandersi di COVID-19. Il presidente ha inoltre specificato che le imbarcazioni in navigazione da oltre 14 giorni potranno attraccare nei porti nigeriani. Le navi di petrolio e gas sono tuttavia esenti da tali misure. I due aeroporti internazionali sono già chiusi da una settimana.
Il Paese con il maggior numero di pazienti affetti da coronavirus è il Sudafrica: 1280 sono risultati positivi al test e due persone sono morte. Il presidente ha decretato l’isolamento venerdì a livello nazionale per 3 settimane e così 57 milioni di sudafricani dovranno restare confinati nelle loro abitazioni. I militari controllano le strade per far rispettare le severe norme. E’ vietata la vendita di alcolici, non sono permessi passeggiate con i cani e jogging. Il giorni prima che entrasse in vigore l’isolamento, si sono formate lunghe code alle stazioni dei bus perchè molti sudafricani hanno cercato di raggiungere i villaggi di origine, non curanti del fatto che potrebbero trasmettere l’infezione virale agli anziani genitori. Nosiviwe Mapisa-Nqakula, ministro della Difesa è stato molto chiaro: chi sarà trovato in strada senza giusta causa, sarà punito con una pena amministrativa o 6 mesi di carcere. Ma nessuno ha pensato ai senzatetto, violentemente picchiati dai militari fin dal primo giorno del blocco.
Anche il Kenya ha messo in campo misure draconiane pur di evitare l’espandersi del coronavirus. Tutti voli internazionali sono stati sospesi e da venerdì è stato proclamato anche il coprifuoco dalle 19.00 alle 05.00 e come nella maggior parte dei Paesi africani, sono vietati assembramenti, cerimonie religiose e quant’altro. Come spesso succede in momenti di tensione, scontri con le forze dell’ordine non sono rari e così la polizia ha usato gas lacrimogeno per disperdere un gran numero di pendolari in attesa dei mezzi di trasporto pubblici; altrove gli agenti hanno picchiato giovani con bastoni.
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, già fortemente provato da una grave crisi economica, ha imposto il blocco totale del Paese per 3 settimane a partire da oggi per arginare la diffusione del virus. Esenti dalle restrizioni gli impiegati statali e operatori sanitari. Mentre funerali con meno di 50 persone sono autorizzate. Secondo quanto precisato dal governatore della Banca centrale, John Mangudya, è stato reintrodotto l’utilizzo di valuta estera per le transazioni interne, vietata dallo scorso giugno. Molti abitanti sono disperati, non hanno soldi per procurarsi il cibo, come il mais, alimento principale nella dieta degli zimbabwiani. Il tasso di disoccupazione nel Paese ha raggiunto livelli altissimi, altrettanto l’inflazione che a febbraio ha toccato il 500 per cento.
Tra i 33 contagiati riscontrati in Uganda, c’è anche un bambino di solo 8 mesi. Il governo ha sospeso tutti voli internazionali già dal 23 marzo, ad eccezione dei cargo. Nessun straniero o ugandese potrà varcare le frontiere marittime e terrestri, salvo camion per il trasporto di merci.
Robert Kyagulanyi Ssentamu, in arte Bobi Wine, parlamentare dell’opposizione in Uganda e pop star, ha inciso una nuova canzone per la lotta contro il COVID-19. Nel testo Bobi Wine ha focalizzato anche l’importanza dell’igiene personale per combattere la pandemia.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Ci voleva il coronavirus per risolere un’intricata faccenda finanziaria tra l’Angola e il Ciad, che nel 2017 aveva contratto un debito di 100 milioni di dollari con il governo di Luanda.
N’Djamena non ha soldi – ne sono complici i cambiamenti climatici e la caduta del prezzo del petrolio – e Luanda ha urgente necessità di carne. Dunque i due governi hanno risolto il problema come si usava nei secoli passati: il Ciad salderà il suo debito con l’invio di ben 75.000 bovini nei prossimi 10 anni, vale a dire che le parti si sono accordati sul prezzo di 1.333 dollari per ogni capo. Le prime mille mucche sono già arrivate via nave nella capitale angolana. Lo ha confermato un giornale governativo angolano pochi giorni fa.
E, per ringraziare la controparte, già nelle prossime settimane N’Djamena invierà un supplemento di 3.500 bovini.
L’Angola ha buona esperienza con il “baratto”. Verso la fine degli anni ’80, quando il Paese era dilaniato da una lunghissima, inutile guerra civile, si potevano incontrare adulti e bambini con arti amputati dalle mine anti-uomo, disseminate ovunque. La kwanza – la moneta locale – non aveva alcun valore (o quasi). Si usava il baratto: lattine di coca cola, sprite, birra in cambio di altro. Le periferie di Luanda erano la brutta copia delle litografie di Andy Warhol: immense colline di lattine ovunque.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2020
COVID-19 ha fatto il suo ingressoanche in Libia. Il 24 marzo il governo di Unità Nazionale, riconosciuto dall’ONU e guidato dal presidente Fayez al-Serraj, ha confermato il primo caso di coronavirus. Si tratta di un uomo di 73 anni, ritornato da poco dall’Arabia Saudita.
Il Paese, dilaniato dalla guerra civile, ha chiuso le proprie frontiere (terrestri, aeree e marittime) una decina di giorni fa, interrotto le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado per arginare la pandemia. Il sistema sanitario nella capitale Tripoli e altrove è estremamente fragile, dopo i continui bombardamento da parte delle truppe del generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar capo del sedicente Esercito Nazionale Libico (Enl). Infatti non tutta la Libia riconosce il governo di Serraj, in particolare la Cirenaica, dove l’ufficiale è capo indiscusso.
Una decina di giorni fa i due contendenti avevano promesso di siglare l’ennesimo cessate il fuoco imposto dall’ONU a metà febbraio, dopo la conferenza di Berlino sulla Libia, e già allora Guterres, segretario generale delle Nazione Unite, aveva anche invocato i partecipanti all’incontro, in particolare la Turchia, di non inviare armi nel Paese. Serraj e Haftar non hanno dato seguito agli impegni presi, le armi hanno continuato a tuonare e combattimenti sono tutt’ora in atto.
Tripoli, Libia, le bombe non si fermano
Infatti l’embargo sulle armi imposto dall’ONU fa acqua da tutte le parti – uno dei motivi (ufficiosi) per i quali lo scorso 3 marzo Ghassan Salamé si è dimesso dal suo incarico come inviato del Palazzo di Vetro e capo della missione Unsmil (di sostegno delle Nazioni Unite in Libia) – e finalmente ieri gli ambasciatori dei Paesi dell’UE hanno trovato un accordo sulla missione navale IRINI per il controllo del blocco degli armamenti destinati alla Libia.
La nuovamissione dovrebbe sostituire l’attuale operazione antiscafisti Sophia, il cui mandato scade a fine marzo. il suo scopo non è quello di soccorrere migranti in mare, ma secondo le leggi internazionali in vigore le sue saranno tenute a soccorrere e salvare eventuali naufraghi. Questi non sbarcheranno più in Italia; la Grecia ha offerto i suoi porti a tale scopo, in un secondo momento i migranti saranno accolti dagli Stati membri dell’UE su base volontaria. Gli ambasciatori hanno dichiarato che i relativi costi di sbarco nei porti greci saranno considerati come spese comuni. “La Grecia non sarà lasciata sola”.
L’UE ha fretta di lanciare lanuova missione per arginare quanto prima il flusso di armi verso la Libia, questo lucroso mortale traffico va fermato assolutamente. Attualmente una nave, la Bana, battente bandiera libanese, è ferma al porto di Genova dai primi di febbraio, il capitano Jouseff Tartiussi, un libanese di 55 anni è stato arrestato con l’accusa di traffico internazionale di armi.
Bana, cargo battente bandiera libanese, ferma al porto di Genova
Le prove raccolte indicano che il natante abbia scaricato materiale militare e armi turche a Tripoli. A bordo del cargo c’erano anche una decina di turchi, alcuni militari, altri dei servizi, secondo quanto affermato da un ufficiale libanese, che in cambio di protezione e asilo politico ha rivelato agli inquirenti italiani dettagli sul prezioso cargo della Bana.
Un filmato girato proprio nella stiva ha avvalorato la versione data dal marinaio. Inoltre la BBC ha messo in rete un altro video che mostra la rotta della nave, compreso il materiale trasportato. Il 24 gennaio la Bana era scomparsa dai radar – aveva spento il sistema automatico di identificazione (AIS) subito dopo Creta per restare invisibile – per poi riapparire e spegnersi poi nuovamente. Lo scandalo “Bana” scoppia il 29 gennaio, quando Macron punta il dito su Erdogan, accusandolo di non aver rispettato gli accordi di Berlino, continuando a fornire armi al governo di Serraj. La portaerei francese Charles de Gaulle aveva infatti localizzato la nave in questione a largo di Tripoli, scortata da due fregate turche. Macron teme inoltre, che parte del materiale bellico arrivato in Libia possa poi essere contrabbandato nel Sahel, dove gli attacchi dei gruppi armati terroristi sono all’ordine del giorno.
Intanto in Libia la guerra incalza malgrado il coronavirus. La popolazione è allo stremo, per non parlare dei migranti, che tutt’ora sono presenti in migliaia nel Paese, per lo più senza alcuna assistenza. Molti di loro sono ancora rinchiusi nei lager, dove cibo, acqua e quant’altro scarseggiano più di prima. Altri sono lettaralmente buttati in strada, privi di protezione e assistenza, tra loro anche tanti minori.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Esclusivo per Senza Bavaglio Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
Milano, 26 marzo 2020
“I vostri sono in trappola dentro l’ambasciata italiana qui a Teheran: lì ci sono sette funzionari contagiati. Molti continuano a lavorare come se non fosse accaduto nulla. Avvisate il vostro ministero degli Esteri. Perché non chiudono? La città è colpita da una delle peggiori emergenze al mondo da Covid-19 e mancano le attrezzature per curare i malati. Se i vostri non tornano a casa rischiano di morire qui”.
La redazione di Africa ExPress ha ricevuto questo drammatico messaggio ieri mattina. All’ambasciata italiana a Teheran lavorano diversi italiani e alcuni iraniani.
Un’ispettrice del ministero della Salute visita un ospedale di emergenza organizzato in uno dei centri commerciali più grandi del mondo a Teheran, il 21 marzo scorso [courtesy Abedin Taherkenareh/EPA/EFE]Le analisi con i tamponi pochi giorni fa hanno rivelato che tra i sette dipendenti contagiati quattro sono italiani e tre iraniani. Nelle prossime ore si attendono gli esiti di altri tamponi. Le attività all’interno dell’ambasciata, però, non si sono fermate. Non è nemmeno arrivato un annuncio ufficiale sul numero dei contagi scoperti con i tamponi. Ogni giorno l’edificio in Avenue Neuphle le Château, nel pieno centro di Teheran, apre le porte al pubblico per i casi di necessità, anche se con personale ridotto. Dentro, ci racconta la nostra fonte in un italiano chiaro ma piuttosto stentato, i dipendenti cominciano ad avere paura e temono di non poter rientrare in Italia.
L’8 marzo l’ambasciatore italiano a Teheran avrebbe inviato un messaggio di emergenza all’Unità di Crisi della Farnesina. Pare che non abbia ancora ricevuto risposta. Nel messaggio si parlava della necessità di far rientrare il personale nelle ore in cui l’Europa aveva annunciato una sospensione dei voli con Teheran. I voli, in realtà, come sappiamo, non si sono mai fermati.
L’11 marzo in ambasciata è arrivato il giorno dei tamponi. Da allora, non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale sui sette contagiati. Tutti i dipendenti sanno chi sono: nessuno di loro è rientrato al lavoro, ma la paura è tanta. Le mascherine fornite per proteggersi sono di qualità scadente. Qualcuno si è rivolto ai sindacati per chiedere aiuto. Dicono che nessuno in Italia vuole guardare in faccia la realtà. La prova più lampante è che sul sito Viaggiare Sicuri dell’Unità di Crisi della Farnesina, nella sezione Schede Paese, l’Iran, uno dei paesi più colpiti al mondo dal Covid-19, non è nemmeno menzionato. Perché?
In Iran il contagio, secondo le cifre ufficiali, ha già fatto 2.077 morti, 143 nelle ultime ventiquattro ore. Gli ospedali del Paese, dove i malati vengono portati a centinaia ogni giorno, sono inaccessibili ai giornalisti. La nostra fonte racconta che uomini armati sostano all’esterno per evitare che i medici possano comunicare con la stampa e rivelare le cifre reali del contagio. Il Paese è isolato dal resto del mondo per paura che l’epidemia arrivi altrove con la stessa rapidità con cui si è diffusa in Iran. Tra proteste di strada, celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione islamica ed elezioni, negli ultimi mesi il contagio ha galoppato a briglie sciolte.
A parte qualche volo giornaliero con Francoforte, Londra e Barcellona (l’ultimo scalo della Mahan Air nella città spagnola risale al 22 marzo), il Paese è tagliato fuori da tutto. Le sanzioni statunitensi, anche se non colpiscono direttamente l’arrivo di materiale sanitario e viveri, hanno piegato l’economia. Gli aiuti e le attrezzature mediche arrivano da Cina, Italia, Germania e Francia. Negli aeroporti ne sbarcano a tonnellate, ma c’è chi dice che mascherine, guanti e igienizzanti non vengano distribuiti gratuitamente e finiscano per essere reperibili solo sul mercato nero.
A raccontare la riffa degli aiuti umanitari a Teheran è Davood Karimi, presidente dell’Associazione rifugiati politici iraniani in Italia. “Appena le attrezzature mediche arrivano in aeroporto, finiscono nelle mani dei Pasdaran. Sono loro, i Guardiani della Rivoluzione, a controllare il business e a rivendere tutto a caro prezzo sul mercato nero. Sono almeno due mesi che sanno che il contagio sta circolando nel paese, ma a parte le sceneggiate delle disinfestazioni di strade e moschee, hanno fatto poco o nulla per fermarlo. Adesso, secondo cifre ufficiose, i decessi sarebbero arrivati a 11.000. Tutto è fuori controllo e i Pasdaran sperano che l’Europa costringa gli americani ad allentare le sanzioni”.
Negli ultimi giorni il governo di Teheran ha rifiutato gli aiuti umanitari statunitensi e ha rispedito a casa il personale di Medici Senza Frontiere. “Al momento non abbiamo bisogno di letti da ospedale gestiti da medici stranieri”, ha dichiarato Alireza Vahabzadeh, portavoce del nuovo Comitato per la Lotta al Virus in Iran.
Ieri l’Onu ha chiesto l’allentamento delle sanzioni sul Paese. “Questo è il momento della solidarietà, non dell’esclusione – ha giustamente ricordato il Segretario generale Antonio Guterres rivolgendosi alle potenze del G-20 -. Vi ricordo che in un mondo interconnesso siamo forti quanto lo è il nostro sistema sanitario più debole”.
Per adesso è improbabile che l’accorato appello di Guterres venga accolto dalla rigida amministrazione Trump che due giorni fa ha ulteriormente inasprito le sanzioni mettendo nella lista nera cinque società petrolchimiche degli Emirati Arabi Uniti, tutte accusate di fare affari con Teheran. La nostra fonte parla di ospedali stracolmi e morti per strada: “I dati ufficiali minimizzano. Questa è una vera guerra”. E ormai nelle guerre contemporanee non muoiono soldati e militari, ma i civili.
Massimo A. Alberizzi Monica A. Mistretta massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com
Questi gli articoli che abbiamo pubblicato sui misteri del Coronavirus
Tutto il mondo è Paese. Anche in Africa molti sottovalutano il pericolo COVID-19 e ignorano le restrizioni imposte per sconfiggere il micidiale coronavirus. E così un ruandese, sprezzante del pericolo e delle norme governative, aveva deciso di andare a pesca al vicino fiume Nyabarongo, nel distretto di Kamonyi, nella Provincia del Sud del Ruanda. Invece di tornare a casa con un cesto colmo di pesci, ha riempito la pancia di un coccodrillo.
L’incidente mortale è stato confermato alla BBC dal sindaco del distretti di Komonyi, Alice Kayitesi, questa mattina. Finora l’uomo non è ancora stato identificato. La Kayitesi ha precisato che la vittima del coccodrillo è tra le poche persone che non ha dato seguito alle raccomandazioni delle autorità di Kigali.
La polizia ruandese ha sparato contro due giovani, uccidendoli. I ragazzi, entrambi sulla ventina erano in giro senza giusta causa e, dopo essere stati fermati dagli agenti hanno cercato di aggredirli. Il fatto è stato confermato dal portavoce della polizia nazionale ruandese, John Bosco Kabera.
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa
Molti Stati del continente africano non solo hanno chiuso tutte le frontiere, ma hanno imposto severe restrizioni volte a arginare l’espandersi della pandemia. Tra questi il Ruanda. Paul Kagame è stato chiaro: Restate a casa, niente uscite inutili; scuole di ogni ordine e grado sono chiuse, vietati assembramenti e cerimonie religiose. Rimangono aperti solamente i servizi essenziali, inclusi farmacie, ospedali e supermercati. Finora nel Paese sono stati registrati 40 casi si COVID-19.
Exclusive to Africa ExPress Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
March, 26th 2020
“Your parents are trapped inside the Italian embassy here in Tehran: there are seven infected officials there. Many continue to work as if nothing has happened. Notify your foreign ministry. Why don’t they close? The city is hit by one of the worst emergencies in the world since Covid-19 and there is a lack of equipment to treat the sick. If your parents go come home, they risk dying here. ”
The Africa ExPress editorial team received this dramatic message yesterday in the morning. Several Italians and some Iranians work at the Italian embassy in Tehran.
An inspector from the Ministry of Health visits an emergency hospital set-up at one of the largest shopping centers in the world in Tehran on March 21 [courtesy Abedin Taherkenareh / EPA / EFE]Tests with tampons a few days ago revealed that among the seven infected workers, four are Italian and three Iranian. The remaining test results of other swabs are expected in the next few hours. Activities inside the embassy however did not stop. There hasn’t been an official announcement about the number of infections discovered with tampons. Every day the building on Avenue Neuphle le Château, in the heart of Tehran, opens its doors to the public, albeit with limited staff. Inside, our source tells us in clear but rather stunted Italian, the employees begin to fear that they will not be able to return to Italy.
On March 8, the Italian ambassador in Tehran allegedly sent an emergency message to the Foreign Ministry’s Crisis Unit. Apparently he has not yet received a reply. The message spoke of the need to bring staff back just when Europe had announced a suspension of flights with Tehran. The flights, in fact, as we know, have never stopped.
The tampons were delivered at the embassy on 11 March. Since then, there has been no official communication about the infected seven. All employees know who they are: none of them have returned to work, but the fear is strong. The masks provided for protection are of poor quality. Someone turned to the unions for help. They say that nobody in Italy wants to face reality. The clearest proof is that on the ‘Viaggiare Sicuri’ website section of the Crisis Unit of the Farnesina, in the Country Facts section, Iran, one of the most affected countries in the world since Covid-19, is not even mentioned. Why?
In Iran, according to official figures, the infection has already killed 2,077, 143 in the last twenty-four hours. The hospitals in the country, where hundreds of patients are taken every day, are inaccessible to journalists. Our source says that armed men stop outside to prevent doctors from communicating with the press and revealing the real numbers of the infection. The country is isolated from the rest of the world for fear that the epidemic will arrive elsewhere as quickly as it spread to Iran. Amidst street protests, celebrations for the anniversary of the Islamic revolution and elections, the contagion has ran loose in recent months.
Apart from a few daily flights with Frankfurt, London and Barcelona (the last stop of Mahan Air in the Spanish city dates back to March 22), the country is cut off from everything. The US sanctions, although they do not directly affect the arrival of medical supplies and supplies, have affected the economy. Aid and medical equipment come from China, Italy, Germany and France. At the airports they land in tons, but some say that masks, gloves and sanitizers are not distributed for free and end up being available only on the black market.
Davood Karimi, president of the Association of Iranian Political Refugees in Italy, recounted the story of humanitarian aid in Tehran. “As soon as medical equipment arrives at the airport, it ends up in the hands of the Pasdaran. It is them, the Guardians of the Revolution, who control the business and sell everything at a high price on the black market. They have known for at least two months that the virus is circulating in the country, but apart from the fiction of the disinfestations of streets and mosques, they have done little or nothing to stop it. Now, according to unofficial figures, the deaths might be as high as 11,000. Everything is out of control and the Pasdaran hope that Europe will force Americans to ease sanctions. ”
In recent days, the government of Tehran has refused US humanitarian aid and has sent Médecins Sans Frontières staff home. “At the moment we don’t need hospital beds managed by foreign doctors,” said Alireza Vahabzadeh, spokesperson for the new Virus Fight Committee in Iran.
Yesterday the UN called for the easing of sanctions on the country. “This is the moment of solidarity, not of exclusion – the Secretary General Antonio Guterres rightly recalled addressing the powers of the G-20 -. I remind you that in an interconnected world we are as strong as our weakest health system”.
For now, Guterres’ heartfelt appeal is unlikely to be accepted by the rigid Trump administration which two days ago further tightened the sanctions by blacklisting five UAE petrochemical companies, all accused of doing business with Tehran. Our source speaks of overcrowded and dead hospitals on the street: “Official data downplay the reality. This is a real war.”And now, in contemporary wars, it is not the soldiers and military who die, but civilians.
Massimo A. Alberizzi Monica A. Mistretta massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com
Speciale per Africa Express m.a.a.
Milano, 26 marzo 2020
Non avevo mai tempo di leggere il libro di Gaja Pellegrini Bettoli fino ad ora. Immobilizzato come tutti e costretto a stare a casa l’ho iniziato e senza rendermene conto l’ho letto in poche ore.
“Generazione Senza Padri. Crescere in Guerra in Medio Oriente” (Castelvecchi, 2019) colpisce per l’originalità e per il contenuto privo di luoghi comuni. Partendo dall’Algeria e proseguendo per la Striscia di Gaza, il Libano, Israele e l’Iraq il testo offre profondi spunti di riflessione e approfondimenti – a volte anche comici- sulla vita quotidiana in questi paesi.
Un libro che non annoia e non pretende di insegnare ma che porta il lettore all’interno della quotidianità di questi luoghi con ironia e intelligenza. Un testo senza finti eroismi e che dissacra i luoghi comuni. Il racconto informato di una giornalista che ha vissuto in quest’area per 5 anni e che porta il lettore con sé senza cadere nelle trappole delle semplificazioni o dell’autoreferenzialismo.
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