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Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 aprile 2020

I gruppi terroristi attivi in Africa non seguono le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per combattere la pandemia COVID-19, figuriamoci quelle dei governi del continente. Ieri sono stati registrati 11.424 casi positivi al coronavirus, mentre le vittime sono salite a 572.

Niente lockdown, i gruppi armati continuano senza sosta i loro attacchi mortali, mettendo a dura prova la popolazione civile, forze armate nazionali e internazionali (caschi blu dell ONU in Mali e Operazione Barkhane, francese, operativa in tutto il Sahel) in diverse regioni.

Lunedì mattina un nutrito gruppo di uomini armati sono arrivati in sella alle loro moto, altri in macchina al campo militare maliano di Bamba, nella regione di Gao, nel nord della ex colonia francese. Le perdite sono state pesanti: una ventina di soldati sono stati uccisi, parecchio materiale bellico è stato distrutto. Secondo alcune fonti ufficiali durante i combattimenti hanno perso la vita anche alcuni jihadisti. Bamba è un’area strategica, la presenza di un campo militare non è gradito nè dai trafficanti e tanto meno dai jihadisti, che hanno tentato di allentare la morsa.

Due settimane fa è stato rapito il capo della raggruppamento politico Unione per la Repubblica e la Democrazia, maggiore partito dell’opposizione maliana, Soumaïla Cissé a Niafunké, la sua roccaforte vicino a Tumbuktu, durante un comizio elettorale in vista del primo turno delle legislative. Undici membri del suo staff, sequestrati insieme a lui, sono stati liberati, mentre Cissé è ancora in mano ai suoi aguzzini. Un dirigente del partito ha detto che finora non sono state fornite prove che il leader sia ancora vivo, ma si è detto fiducioso. Le trattative con i sequestratori sono state avviate.

Secondo il ministro degli esteri di Bamako, Tiébilé Dramé,diversi indizi fanno pensare che i rapitori appartengano alla formazione terrorista Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nel 2017 l’FLM, insieme a altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali. Nel Paese sono stati registrati finora 41 casi positivi al coronavirus.

Anche il Burkina Faso deve combattere su più fronti. Fortemente toccato dalla pandemia (345 positivi al test e 17 vittime), oltre a essere tra i Paesi più poveri del continente, deve affrontare incessantemente attacchi terroristi. L’ultimo della lista risale ieri mattina. Secondo quanto riportato da fonti della sicurezza burkinabè, un reparto militare distaccato a Sollé, nella provincia di Loroum, nel nord, è stato aggredito verso le 3 del mattino, ora locale, da un gruppo di uomini armati. Il bilancio provvisorio è di almeno 5 soldati uccisi e 3 feriti, mentre altri 4 risultano dispersi. Oltre a aver apportato importanti danni al campo, i terroristi hanno rubato diverse moto e autovetture e sono poi fuggiti verso il vicino Mali.

Terroristi nel Sahel

Il Ciad invece, dove attualmente i malati di COVID-19 sono 10, ha fatto sapere di aver ucciso pressochè 1000 miliziani Boko Haram nella regione del Lago Ciad. Un portavoce militare, Azem Bermendoa Agouna, ha aggiunto che durante l’Opération Colère de Bohoma hanno perso la vita anche 52 soldati ciadiani. L’intervento militare ha preso il via il 29 marzo scorso nella regione del Lago Ciad del Paese. (Il bacino del Lago Ciad è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun)

L’operazione è stata lanciata dopo l’ultima offensiva dei terroristi nigeriani il 23 marzo in cui sono stati ammazzati oltre 90 soldati ciadiani della base di Bohoma. I militari di N’Djamena hanno rastrellato sopratutto la parte lagunare del bacino del lago Ciad e il presidente, che si è recato personalmente sul posto ha specificato: “Ora non c’è più un miliziano Boko Haram sul nostro territorio. I pochi sopravvissuti sono scappati in Niger, Nigeria e Camerun. I nostri soldati sono ora nei Paesi confinanti, dove noi continuiamo a dare la caccia ai terroristi. Siamo stati lasciati soli. Noi senza aiuti portiamo avanti la lotta contro i Boko Haram”. Eppure i 4 Paesi (Nigeria, Niger, Ciad e Camerun) maggiormente attaccati dal gruppo armato, avevano formato una task force congiunta Forza Multinazionale Mista FMM) nel 2015.

Lo scorso fine settimana Boko Haram ha nuovamente attaccato la regione dell’Estremo Nord del Camerun, vicino alla frontiera con la Nigeria. Durante un doppio attentato, il primo a Amchidé e un secondo a Zigagué hanno preso la vita civili e militari. Secondo fonti locali, un kamikaze si è fatto esplodere a Amchidé, uccidendo 9 persone, tra esse anche due adolescenti, e ferendo altre 15 persone. Mentre solo poche ore più tardi, alcuni militari sono caduti in un’imboscata tesa dai terroristi. Due soldati sono morti.

Il Camerun conta già 685 persone che hanno contratto il micidiale virus, 9 sono state finora le vittime.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram, attivi soprattutto nel nord della Nigeria

Paul Biya, l’ 87enne presidente del Paese, in carica dal 1982, ha anche altri grattacapi di non facile soluzione. Dalla fine del 2016 è in atto un conflitto nelle zone anglofone. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International del febbraio 2020, dall’inizio dell’insurrezione sono morte oltre 3.000 persone, altre 700.000 hanno dovuto lasciare le loro case.

In base al rapporto mensile di International Crisis Group (ICG), pubblicato il 4 aprile, nel mese di marzo sono state uccise al meno 44 civili, 15 militari e una quarantina di militanti separatisti.

Il governo nigeriano ha fatto sapere ieri sera che i casi di COVID-19 sono saliti a 288, mentre le vittime sono 8. Anche nella ex colonia britannica i Boko Haram sono sempre attivissimi. A fine marzo, durante un’imboscata hanno ucciso una cinquantina di soldati nigeriani vicino al villaggio di Goneri, nel nord di Yobe State, molti anche i feriti, che sono stati trasportati negli ospedali di Damaturu e Maiduguri (il primo è il capoluogo di Yobe, il secondo quello del Borno State). L’aggressione ha avuto luogo mentre era in atto un’offensiva lanciata dal governo nigeriano nella lotta contro i terroristi locali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’Africa in guerra su due fronti: il Covid-19 e la nuova invasione di cavallette

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 aprile 2020

Mentre il pianeta è nella morsa della pandemia da Covid-19, dopo Asia, Europa, Americhe e Australia, l’Africa sta iniziando ad affrontare il Coronavirus. Ma si trova in maggiore svantaggio rispetto ai Paesi che stanno contrastando l’infezione o, come la Cina, ne sono quasi usciti. Nel momento in cui scriviamo, in Africa – secondo dati OMS-WHO – ci sono 7.671 casi confermati di Coronavirus. Il Sudafrica è la nazione maggiormente colpita con 1.749 contagi e 13 decessi.

Locusta del deserto mentre depone le uova e virus Covid-19
Locusta del deserto mentre depone le uova e virus Covid-19

Non solo strutture sanitarie moderne inesistenti e metropoli sovrappopolate, mancanza di informazioni su come difendersi, carenza di acqua pulita e povertà estrema. Il grande Continente nero deve lottare – ancora – contro gli eserciti di locuste del deserto. A febbraio erano oltre 100 miliardi le cavallette che stavano divorando l’Africa orientale e tra insetticidi e fine del loro ciclo vitale, c’era speranza di una tregua.

I dati della FAO

Secondo dati dell’Organizzazione ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), aggiornati al 4 aprile, c’è stato un peggioramento di una situazione già tragica. La causa sono state le piogge abbondanti cadute a fine marzo sul Corno d’Africa. Hanno permesso la schiusa delle uova e l’abbondante nutrimento delle ninfe con vegetali freschi che ha fatto crescere rapidamente gli ortotteri.

Tra poco un’altra generazione di cavallette sarà pronta per una nuova pesante fase aggressiva. Durante i prossimi mesi è previsto un drammatico aumento del numero delle locuste in Africa orientale, Yemen orientale e Iran meridionale.

La FAO definisce la situazione nell’Africa orientale “estremamente allarmante”. Si stanno formando bande di cavallette e un numero crescente di nuovi sciami in Kenya, Etiopia meridionale e Somalia. In questi tre Paesi ci sono almeno 12 milioni di persone a rischio fame. E altrettante, con problemi di sottonutrizione, in quelli confinanti toccati dalle fameliche invasioni degli ortotteri nei mesi scorsi.

Mappa FAO dell'invasione delle locuste aggiornata a marzo 2020 (Courtesy FAO)
Mappa FAO dell’invasione delle locuste aggiornata a marzo 2020 (Courtesy FAO)

Allarme sicurezza alimentare

“Una minaccia senza precedenti per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza” – afferma la FAO. ”Coincide con l’inizio delle lunghe piogge e la stagione della semina. Sebbene siano in corso operazioni di controllo a terra e aeree, permetteranno ai nuovi sciami di rimanere, maturare e deporre uova. Alcuni sciami potrebbero spostarsi dal Kenya all’Uganda, al Sud Sudan e all’Etiopia.

Ma, purtroppo, il peggio deve ancora arrivare. “Nel mese di maggio, le uova si schiuderanno” – dice la FAO. “Queste formeranno nuovi sciami a fine giugno e luglio, periodo che coincide con l’inizio dei raccolti”. E questi verranno divorati da miliardi di cavallette togliendo il cibo alle comunità umane.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Crediti foto:
– Locusta del deserto (Schistocerca gregaria)
Di Christiaan KooymanOpera propria, Pubblico dominio, Collegamento

Il Coronavirus attacca 47 Paesi africani: scoppiano rivolte nelle carceri

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

L’emergenza del Coronavirus non ferma i voli di Iran Air in Europa

Guerra alle locuste: in Africa un supercomputer, in Asia 100 mila anatre

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

The Coronavirus Emergency does not Stop Iran Air’s Flights to Europe

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
April 3, 2020

Most European airports are closed, they only open to accommodate emergency flights. Still, planes from Tehran continue to land in London, Frankfurt and Barcelona. Iran was the second outbreak of Coronavirus in the world after China, but European authorities have yet to block flights with the Middle Eastern country. In Europe, questions are raised as to when the peak will be reached: with over 33,500 deaths, Covid-19 infections are still growing.

In Iran there are more than 3,000 dead according to official estimates, but the dissidence abroad speaks of five-digit numbers.

From Spain, our colleague Santiago Tarin Alonso, of the editorial staff of the newspaper La Vanguardia, tried to shed light on Barcelona’s El Prat airport, where a plane of the Iranian airline Mahan Air, linked to the Pasdaran, landed on the 26thof March. In the hours beforehand the Spanish government would have decided to stop flights. In the meantime, an Iran Air flight from Tehran landed in London the day before and the day before that it had gone back and forth between the Iranian capital and Frankfurt. In general silence, direct connections are allowed between that Middle Eastern hotbed and Europe: no one provides explanations, few ask.

On March 31, some European countries activated the Instex for the first time, the commercial mechanism created over a year ago to circumvent the US sanctions in transactions with Tehran: the United Kingdom, Germany and France sold medical material to Iran without using the international banking circuits. Washington, usually criticizing European positions on Iran, has not reacted. Indeed, the Trump administration yesterday extended the authorizations of Europe, China and Russia to Iranian nuclear activities for civil and medical purposes, as established by the 2015 agreement.

For over a year, the Instex has been subject to a heavy tug of war between Europe and the Trump administration, hostile to the mechanism created specifically to provide a commercial loophole between Tehran and European capitals. All while in Iraq, where Washington has just sent new Patriot missile batteries, the tension with Iran is sky high.

The history of the Instex had started badly: two days after the creation of the financial mechanism at the beginning of February 2019, Tehran, during the parade for the anniversary of the Islamic Revolution, had also paraded, among the flags and photos of martyrs, new cruise missiles. Europe, in embarrassment, had to react by threatening sanctions: those missiles, in fact, can carry nuclear warheads. But on the 5th of February, Tehran tested a ballistic missile with the launch of a satellite, which then failed.

The story repeats itself on February 9th of this year with the launch of the Zafar satellite. International authorities prohibit this type of experimentation in Tehran, the same which, if refined, allow the launch of nuclear warheads. The Iranian authorities instead claim that the purposes of these experiments are for civilian purposes.

But it is precisely the history of the Iranian satellites that worries and takes us once again to Europe. Investigating, you discover worrying undercurrent relationships between the European capitals and Tehran, relationships at the limit of the law in which the United States does not always play the role of spectator.

Some of the Iran Air flights scheduled for the next few days in Europe

And it is precisely in Italy, in the Milanese workshops of Carlo Gavazzi Space, that the first Iranian satellite, the Mesbah, in Persian “lantern” came to be. The mother of all Tehran space launches. Iranian scientists from ITRC, the Telecommunications Research Center of Iran, and IROST, the Iranian Research Organization for Science and Technology, also participated in the work for the orbital microsatellite, which began in 1998. Everything seemed to go smoothly, away from prying eyes, as usual.

Costing $ 10 million, Mesbah never went into orbit. In January 2003, Iranian Defense Minister Ali Shamkhani triumphantly announces that Tehran will launch its first satellite within 18 months. “The aerospace capabilities of the Islamic Republic are one of the country’s main deterrents,” he says triumphantly. But the problems come the following year. In 2004, in fact, the president of Carlo Gavazzi Space, Manfred Fuchs – a South Tyrolean who graduated in space engineering in Germany where he founded OHB Technology in Bremen – signs a joint venture agreement with the Elbit System of Haifa, one of the flagships of the Israeli defense. For Mesbah it is the tombstone.

The satellite will remain stationary on the ground for over a decade. In 2017, Carlo Gavazzi Space will be acquired by OHB Technology. On an unspecified date, and in any case after July 2017, the now obsolete Mesbah satellite will finally reach Tehran, useful, official sources claim, for the museum of local science.

Meanwhile, Mesbah, the “lantern”, has been the beacon for all satellite developments in Tehran. The role of Europe, alongside that of Russia and China, is still unclear today. There are many obscure points and contradictions in relations between the European Union (Italy and Germany in the lead) and Iran. And a doubt arises: what happened to those 10 million dollars used to buy a satellite never launched? Returned to Iran, pocketed by someone or recycled to buy something untrustworthy by “skipping” the sanctions? Now, perhaps for the first time, the Covid-19 emergency sheds a light on inconsistencies that would otherwise have gone unnoticed: just take a look at the display boards of European airports.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
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Coronavirus: la folla si scatena in Malawi, linciati due presunti “untori”

Africa ExPress
8 aprile 2020

Le forze dell’ordine di Malawi hanno arrestato due uomini con l’accusa di aver linciato a morte due mozambicani. Un terzo è stato ferito, ma è salvo. Le vittime, un poliziotto e due suoi amici erano diretti in Tanzania. Durante il viaggio sono entrati in Malawi e si sono fermati in un piccolo villaggio, dove la popolazione, come spesso accade in Africa, da ascolto alle dicerie. Gli abitanti, convinti che i tre visitatori fossero venuti appositamente per propagare il micidiale COVID-19 nella loro piccola comunità hanno assalito i forestieri a colpi di spranghe e bastoni.

Il fatto è stato confermato da Frank Elias, alto commissario (cioè ambasciatore) del Malawi in Mozambico, mentre il ministro degli Esteri di Maputo, Verônica Macamo, ha commentato così la tragedia: “Vendetta popolare in tempo di psicosi generale. E’ davvero triste”. Ha poi aggiunto: “Non siamo ancora stati informati dai canali ufficiali dell’omicidio dei nostri due concittadini”.

In Malawi le dicerie si diffondono assai facilmente. Qualche anno fa la popolazione era terrorizzata dalla presenza di vampiri, “persone sanguisuga”, e persino l’ONU ha dovuto ritirare il suo personale per qualche tempo dai distretti Mulanje and Phalombe, nel sud del Paese.

Purtroppo in alcune zone dell’Africa la stregoneria è ancora molto radicata nelle credenze popolari e ciò porta anche alla caccia, alle violenze e spesso all’omicidio degli albini.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, in Africa si registrano 10.710 casi positivi a COVID-19 e 532 morti. Nel Malawi le persone infette sono solamente 8, mentre in Mozambico sono 11.

Africa ExPress
@africexp

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

 

 

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Africa ExPress
6 aprile 2020

Padre Pierluigi Maccalli della Società delle Missioni Africane (Sma), rapito in Niger la sera del 17 settembre 2018, al confine con il Burkina Faso e Nicola Chiacchio, un altro nostro connazionale sequestrato dai jihadisti nel Sahel, sono vivi. Lo conferma un video, inviato dai terroristi a diversi quotidiani.

Una loro foto è apparsa anche su Aïr Info Agadez, giornale online nigerino, che afferma di essere in possesso di una copia del breve filmato. La redazione del quotidiano nigerino ha fatto indagini e ricerche del caso e conferma l’attendibilità del video.

Padre Maccalli, a sinistra, Nicola Chiacchio, a sinistra

Maccalli, a sinistra nella foto, originario di Madignano, in provincia di Cremona, al momento del suo rapimento si trovava nella parrocchia di Bomoanga, in Niger, dove viveva da ormai 11 anni, mentre di Chiacchio, a destra, si sa ben poco. Si suppone che sia stato rapito anni fa mentre si trovava nel Sahel, probabilmente in Mali come turista. Da un suo vecchio blog si evince che era appassionato di moto e bicicletta e dei suoi viaggi in Africa in sella a questi mezzi. Non si sa  quando Nicola sia stato rapito.

Entrambi gli ostaggi sembrano dimagriti, stanchi e sofferenti dalla lunga prigionia. Nel breve video il religioso e Chiacchio hanno dato solamente comunicato le loro generalità e la data della registrazione, che risulta essere stata fatta il 24 marzo scorso.

Poche settimane fa sono stati liberati un altro italiano, Luca Tacchetto, e la sua fidanzata canadese, Edith Blais. Erano stati rapiti dai terroristi del Sahel nel dicembre 2018. Ora bisogna capire come mai i gruppi armati abbiano liberato la coppia e abbiano dato notizie dopo questo lungo silenzio degli altri due ostaggi. Potrebbe essere l’effetto del coronavirus che, seppur lentamente, si sta espandendo anche nelle regioni del Sahel. In Mali i casi confermati attualmente sono 45, tra questi anche una vittima, mentre in Niger i positivi al test COVID-2019 sono 184 e 10 i morti. Ma la situazione è ben peggio in Burkina Faso: 345 i contagiati e 17 le vittime.

Il ministro della Difesa francese, Florence Parly ha fatto sapere due giorni fa che anche 4 militari francesi della missione Barkhane, presente nel Sahel con 5.100 uomini, sono risultati positivi al coronavirus.

Africa ExPress
twitter @africexp

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

 

Africa: solo 4 Paesi coronavirus free, anche Sud Sudan raggiunto dalla Pandemia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 aprile 2020

Quello che si temeva è arrivato. Riek Machar, il primo vice-presidente del Sud Sudan, il più giovane Stato della Terra, flagellato da un sanguinoso conflitto interno da anni, ha notificato oggi il primo caso di coronavirus che si aggiunge agli altri oltre 8.500 positivi al test in tutto il continente, mentre le vittime sono 360.

Secondo Machar si tratta di una giovane arrivata nel Paese dall’Etiopia alla fine di febbraio. La paziente è attualmente in isolamento nei locali dell’ONU e operatori sanitari stanno cercando di rintracciare le persone con cui è venuta in contatto.

Come la Repubblica Centrafricana, anche il Sud Sudan ha severe difficoltà nell’affrontare il COVID-19. Attualmente ci sono solamente 4 ventilatori per una popolazione di 11 milioni di abitanti, stremati da anni di guerra, fame, violenze atroci, insicurezza totale.

Il 22 febbraio il presidente Salva Kiir ha dichiarato ufficialmente conclusa la guerra, precisando che ora la pace è un fatto irreversibile: “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (due gruppi etnici rivali n.d.r.). Parole piene di significato, certo, ma tradurle in realtà non sarà semplice. A tutt’oggi oltre 6 milioni di sud sudanesi necessitano aiuti umanitari; tra loro 1,7 soffrono di grave malnutrizione (sopratutto donne e bambini), gli sfollati sono 1,47, mentre 2,2 hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, in particolare in Uganda.

L’unico vaccino attualmente disponibile è la distanza sociale, le persone devono stare lontane almeno un metro”, ha detto Machar. Certo, praticamente impossibile in un campo per sfollati. Per arginare il rischio della pandemia, già la scorsa settimana il presidente ha chiuso tutte le frontiere, scuole di ogni ordine e grado, chiese e moschee e ha imposto il coprifuoco dalle 20.00 alle 06.00 per la durata di 6 settimane.

Oggi il ministro della  Sanità dell’Etiopia, Lia Tadesse,  ha segnalato la prima vittima di coronavirus; si tratta di una donna di 60 anni, era in cura in un ospedale della capitale dal 31 marzo. Attualmente i pazienti affetti dalla patologia sono 43 in tutto il Paese.

Le elezioni generali, previste per il mese di agosto, sono state rinviate a data da destinarsi proprio a causa della pandemia. Lo ha fatto sapere la commissione elettorale 5 giorni fa.

Dal 20 marzo l’Ethiopian Airlaines, la più grande compagnia aerea in Africa, ha sospeso i voli con 30 Paesi e dal 23 tutti i passeggeri in arrivo sono costretti alla quarantena. Il 22 sono stati chiusi i confini terrestri, ora controllati dall’esercito, per evitare movimenti di persone, eccezion fatta per gli addetti al trasporto di beni. Finora il Paese non ha ancora preso misure drastiche a livello nazionale come lo hanno fatto la maggior parte degli Stati del continente. Certo, sono vietati gli assembramenti, i mezzi pubblici non possono essere sovraffollati e negli uffici governativi sono state imposte misure di sicurezza volti a proteggere gli impiegati.

Oromia, Amhara, Nazioni Nazionalità e Popoli del Sud e Tigray hanno preso misure severe, le popolazioni non possono lasciare i confini delle proprie regioni di residenza.

Il 26 dello scorso mese la regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, confinante con l’Eritrea, con la Depressione del Dankala e con il Sudan, ha imposto anche lo stato d’emergenza per due settimane. Tutti gli affitti dovranno essere dimezzati durante questo periodo. Bar, ristoranti e mercati sono stati costretti a chiudere, vietati gli assembramenti.

Malgrado la pandemia, ancora oggi centinaia di etiopi tentano giornalmente di attraversare il micidiale deserto del Dankala per raggiungere l’Arabia saudita o gli Emirati Arabi Uniti, nella speranza di trovare una vita migliore, un lavoro, che spesso in patria non c’è. 

La sofferenza delle donne sud sudanesi

Gibuti, Paese nel Corno d’Africa, a tutt’oggi ha registrato 59 pazienti risultati positivi a COVID-19. Otto tra loro sono già dichiarati guariti. Il primo paziente è stato un cittadino spagnolo, arrivato nella capitale via aerea. Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri e portavoce del governo, Mahmoud Ali Youssouf. Il Paese ha chiuso il suo spazio aereo già dal 18 marzo scorso. Anche le lezioni scolastiche di ogni ordine e grado sono state interrotte, proseguono, la dov’è possibile, via internet. Assembramenti e sport collettivi sono vietati. Tutti gli uffici destinati a ricevere pubblico sono stati chiusi. L’ordine impartito dal governo è il seguente: “Salvate vite, restate a casa”
Il governo raccomanda vivamente di mantenere le distanze sociali, nonché massima attenzione all’igiene personale.

COVID-19 è arrivato anche in Eritrea. Casi sono stati segnalati già il 22 marzo e il regime di Asmara ha messo in campo immediatamente imponenti misure di sicurezza volte a arginare la pandemia. A tutt’oggi i positivi al test segnalati sono 29 e dall’inizio del mese è stato imposto il protocollo d’emergenza per tre settimane: la popolazione dovrà restare a casa.

Sono esenti da tale norma coloro che svolgono attività lavorative indispensabili per il Paese e le forze dell’ordine.
Attività commerciali,
mercati sono chiusi, esclusi quelli con la licenza per la vendita di alimentari. Imprese per la trasformazione di generi alimentari e aziende agroalimentari, macellai, farmacie e banche potranno continuare a svolgere le loro attività. Ridotto anche il lavoro negli uffici pubblici, i funzionari non indispensabili devono restare nelle proprie abitazioni.

Non più di due persone della stessa famiglia hanno il permesso di uscire una volta al giorno per la spesa quotidiana. La stessa misura è applicata anche per le visite mediche urgenti.

Campo di addestramento militare SAWA, Eritrea

Come la maggior parte dei governi africani, anche il regime di Asmara ha seri problemi di budget per far fronte al coronavirus. Per questo motivo il miliardario cinese Jack Ma e il suo gruppo Alibaba ha inviato forniture mediche in diversi Stati del continente, come è stato anche confermato dal premier etiope Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019.

Gli aiuti cinesi però non siano mai arrivati in Eritrea. Apparentemente un giallo, subito chiarito a Voice of America, da un funzionario di Africa Centers for Disease Control and Prevention, che ha preferito mantenere l’anonimato: l’aereo proveniente dal Sudan il 23 marzo con a bordo maschere e kit per il test COVID-19 non avrebbe ottenuto l’autorizzazione all’atterraggio dalla dittatura eritrea. Molti attivisti della diaspora ritengono che, come succede spesso, Isaias Afewerki non sia assolutamente interessato al benessere degli eritrei.

Stesso discorso vale per il centro di addestramento SAWA, l’accademia militare nella regione Gash Barka in Eritrea. Isaias ha fatto chiudere tutte le scuole, esclusa quella di SAWA, dove giovani eritrei concludono ogni anno il 12esimo anno scolastico per poi passare all’addestramento militare obbligatorio.

Con la pandemia in atto, Asmara avrebbe dovuto mandare a casa i giovani per evitare assembramenti, come l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha fortemente raccomandato a tutti governi. I giovani di SAWA sono estremamente vulnerabili, se solo uno di loro dovesse contrarre il coronavirus, potrebbe infettare tutti gli altri. Un disastro di proporzioni inimmaginabili.

I Paesi con il maggior numero di contagi sono: Sud Africa con 1.655 positivi e 11 vittime, seguita da Algeria con 1.320, ma è il Paese che finora registra il più elevato numero di morti, che sono ben 152; Egitto 1.173 e 78 decessi; Marocco 1.021 e 70 morti.

Sono davvero poche le nazioni ancora “coronavirus free”: il Lesotho, piccolo regno parlamentare nell’Africa australe, un’enclave del Sudafrica; il Sahara Occidentale e due Stati insulari: l’Unione delle Comore, nell’estremità settentrionale del Canale di Mozambico e infine Sao Tomé e Principe, nel Golfo di Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Covid-19, ONG lancia campagna di risposta globale: $100 miliardi per l’Africa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 aprile 2020

”Una pandemia globale richiede una risposta globale. Cento miliardi di USD per l’Africa”. È questa la parola d’ordine. L’importo proposto è per un pacchetto di incentivi che includa la riduzione del debito per i paesi più poveri. La proposta è lanciata dall’ong ONE per combattere il Coronavirus. Chi ne avrà i maggiori danni in questa infezione planetaria da Covid-19 saranno i Paesi più poveri e il Continente africano è tra questi.

L'ong ONE lancia la proposta di una risposta globale contro il Coronavirus
L’ong ONE lancia la proposta di una risposta globale contro il Coronavirus

La petizione globale ai leader mondiali

E lancia una petizione ai leader del Pianeta, che ognuno di noi può firmare. “Cari leader mondiali, il mondo ha bisogno di un piano di risposta alla pandemia” – si legge nella richiesta in tre punti. “Supportare i lavoratori dei servizi essenziali e rendere disponibile un vaccino per tutti. Proteggere le persone vulnerabili. Rafforzare i sistemi sanitari in modo per essere pronti se dovesse riaccadere”.

Firma la petizione per un impegno dei leader a livello globale
La petizione per un impegno dei leader a livello globale

L’ong chiede a questi leader di lavorare insieme e sviluppare una risposta sostenibile con uno scopo: debellare il virus. Poi ricostruire le comunità, non appena l’emergenza da pandemia sarà rientrata.Secondo ONE, oltre ai 100 miliardi di USD per l’Africa, occorre un investimento di 8 miliardi di dollari per ricerca e sviluppo e per un vaccino. E poi un ulteriore investimento di 4,6 miliardi di USD per colmare l’attuale divario che impedisce una risposta efficace e tempestiva alle epidemie nei Paesi più poveri.

Gayle Smith, presidente e CEO di The ONE Campaign: “Nessun Paese o comunità sarà al sicuro fino a quando non saremo tutti al sicuro. Siamo una sola grande comunità che sta affrontando la più grande minaccia globale della nostra vita. Dovremmo essere solidali con i più vulnerabili, che vivono dall’altra parte della strada o oltre oceano”.

“Sollecitiamo i leader mondiali ad affiancarci e fare tutto il possibile per sconfiggere il virus per tutti. Ciò significa elaborare un piano globale adeguatamente coordinato e finanziato per guidare la risposta a questa pandemia e garantire che, il danno che provocato, sia il più limitato possibile “.

 Cosa è ONE

ONE è un movimento globale che ha sedi ad Abuja, Berlino, Bruxelles, Dakar, Johannesburg, Londra, New York, Ottawa, Parigi e Washington DC. Tra i suoi fondatori ci sono Bono, leader dei U2; Aliko Dangote, tycoon nigeriano; Bobby Shriver, co-fondatore di RED. Ne fanno parte anche gli ex politici David Cameron, già premier GB e Kelly Ayotte, ex senatrice USA.

L’ong opera con campagne e attività di sensibilizzazione per combattere la povertà estrema e le malattie prevenibili entro il 2030. One si dichiara come organizzazione apolitica e mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e a lavorare di concerto con i leader politici. L’obiettivo è combattere l’AIDS e le malattie prevenibili, in particolare in Africa. Ma con il coinvolgimento dei cittadini per fare in modo che i governi rispondano del loro operato.

Sandro Pintus
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L’emergenza del Coronavirus non ferma i voli di Iran Air in Europa

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Scambio di ostaggi, intrighi, spie, traffici: così il coronavirus viaggia tra Iran e Europa

Esclusivo per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
22 marzo 2020

Lo scambio di spie nella nostra Europa vale più della salute dei cittadini. A dircelo è la ricostruzione di una complicata staffetta aerea che ha portato alla liberazione di alcuni ostaggi occidentali in Iran, uno dei Paesi più colpiti dall’epidemia da Covid-19. Mentre quasi tutti i voli da e per l’Europa sono stati cancellati per evitare il diffondersi del contagio, la compagnia nazionale iraniana Iran Air ha continuato a fare scali nelle capitali europee. Perché? Semplice: su quegli aerei – a dispetto dei divieti e dalle quarantene – hanno volato tre ostaggi appena liberati, un francese, un americano e un iraniano sospettato di traffici di materiali sensibili diretti all’Iran. Un terzo prigioniero – parte integrante della trattativa – un libanese con passaporto e nazionalità statunitense, è stato consegnato ai diplomatici statunitensi a Beirut.

Tre le città coinvolte: Teheran, Francoforte e Parigi. Almeno sei gli stati interessati: Svizzera, Francia, Germania, Iran, Libano e Stati Uniti. Mentre risale a mercoledì la notizia della morte per coronavirus di un pilota dell’iraniana Mahan Air, la compagnia delle Guardie della Rivoluzione, meglio conosciute come Pasdaran. Non è chiaro quando l’uomo avesse effettuato l’ultimo volo, ma sappiamo dai dati di FlightRadar24 che un aereo della società per cui lavorava ha fatto sosta a Barcellona, in Spagna, il giorno dopo l’annuncio della sua morte. Le regole, in questi casi, non contano più.

Sembra di ricostruire un complicato “puzzle” quando si mettono insieme i voli e i passaggi delle spie. Su Africa Express abbiamo già parlato degli “scali tecnici” da Teheran su Rimini e Pescara. Adesso ne emerge un altro all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Il virus infetta piloti iraniani che muoiono misteriosamente e vagabonda, si sposta, si muove portando il contagio dappertutto.

Il tabellone dei voli a Francoforte (foto Africa ExPress)

È il 18 marzo: Michael White, un veterano della Marina statunitense detenuto in Iran, viene rilasciato e consegnato nelle mani di alcuni diplomatici della Svizzera, che rappresenta gli interessi americani a Teheran. White, liberato a Mashad, città dell’Iran orientale, viene trasferito con un volo a Teheran. Il giorno dopo Washington ne annuncia la liberazione e raddoppia: comunica che in Libano è stato rilasciato anche un altro cittadino americano. Si tratta di Amer Fakhoury, arrestato dalle autorità libanesi e accusato di torture nell’infame carcere di Khiam, attivo fino al 2000. Fakhouri viene consegnato dai suoi carcerieri ai marines. Lo caricano su un elicottero che atterra sul tetto dell’ambasciata statunitense di Beirut. Sembra un film: il governo libanese, con i suoi posti chiave in mano agli Hezbollah, è il paese del Medio Oriente più vicino a Teheran.

Intanto non è chiaro cosa accada a White dopo l’arrivo nella capitale iraniana. Sappiamo però che il 20 marzo un volo Iran Air parte da Teheran all’alba in direzione di Francoforte. È questo l’aereo con cui White lascia il Paese? Potrebbe proprio essere. Un indizio lo avvalora È certo che a mezzogiorno l’Airbus dell’Iran Air decolla dallo scalo tedesco per tornare a Teheran, ma cambia rotta e si dirige verso la Francia. Atterra per un imprevisto scalo tecnico all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi.

Passeggeri al check-in dell’Iran Air il 21 marzo all’aeroporto di Francoforte (foto Africa ExPress)

In quelle ore nella capitale francese viene rilasciata una spia iraniana: l’ingegnere Rohollahnejad. L’uomo avrebbe dovuto essere estradato pochi giorni dopo negli Stati Uniti per traffico di materiali sensibili (leggi nucleari) all’Iran, ma il presidente Emmanuel Macron cambia idea e annuncia il suo rilascio proprio nel giorno in cui l’aereo Iran Air proveniente da Francoforte fa scalo tecnico a Parigi. Il 20 marzo è un giorno piuttosto impegnato per chi si sta occupando di scambio di ostaggi. Infatti quasi contemporaneamente all’annuncio dell’inquilino dell’Eliseo, la televisione di Stato iraniana comunica che il governo di Teheran ha appena liberato un ostaggio francese, il ricercatore Roland Marchal (un sociologo vecchia conoscenza di Africa ExPress che l’ha incontrato negli anni ’90 in Somalia).  Il 20 marzo, in serata, il volo Iran Air (presumibilmente con a bordo l’ingegner Rohollahnejad)  torna a Teheran. L’ostaggio francese, appena liberato, arriva a Parigi il giorno dopo.

E quel 20 marzo deve essere stata una giornata davvero concitata: l’agenzia di stampa iraniana Tasnim fa sapere che mentre venivano rilasciati gli ostaggi, si svolgeva una lunga telefonata tra il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e Josef Borrel, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri. Ufficialmente i due diplomatici avrebbero parlato dell’epidemia di Coronavirus e degli effetti negativi delle sanzioni americane sull’emergenza in Iran, ma è probabile che lo scambio di spie in corso sia entrato nella loro conversazione più di una volta.

Il 22 marzo l’amministrazione Trump ha criticato duramente la Francia per il rilascio dell’ingegnere iraniano che avrebbe dovuto essere processato negli Stati Uniti. Ma i voli Iran Air potrebbero nascondere un’altra storia, quella che nessuno fino ad oggi ha avuto la voglia di raccontarci. Il rilascio del veterano White potrebbe far parte del grande gioco.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

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Per Pape Diouf, mortale sconfitta all’ultima partita. Quella per la sua vita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
2 aprile 2020

La prima vittima del Coronavirus in Senegal è stata uno dei più suoi illustri figli, in campo sportivo e non solo.

Pape Diouf, l’unico nero a diventare presidente di un grande club calcistico europeo, l’Olympique di Marsiglia, ma in realtà uomo dalle mille vite (come lo ha definito un quotidiano francese), a 68 anni è stato falciato dal Covid-19. Ucciso nella sua terra, dove tornava spesso, anche se era nato in Ciad, cresciuto a Dakar, vissuto in Francia. Qui, a Nizza, stava per rientrare dalla capitale del Senegal, martedì 31 marzo, nel tentativo estremo di essere curato. Le sue condizioni però si sono aggravate e il velivolo noleggiato dall’ambasciata francese non è potuto decollare. Il sabato precedente aveva scambiato le sue ultime parole con il giornalista Bacary Cissé, (a sua volta infetto) del giornale sportivo Record. “Era il mio padrino, a lui devo la mia carriera – ha dichiarato Cissé – . Quando ci siamo sentiti mi ha detto ‘Bacary, piccolo mio ascoltami. Ce la faremo”.

Pape Diouf ex presidente di Olympique Marseille

La morte di Diouf è stata annunciata mercoledì scorso, 1 aprile, durante la solita conferenza stampa del ministro della Sanità per fornire l’andamento “statistico” della pandemia.

Solo che mercoledì alla conferma del coprifuoco notturno, della chiusura delle scuole, dell’impossibilità di recarsi in Chiesa o in moschea, del numero degli infetti (190) e dei ricoverati (45) per la prima volta è stato dato anche un doloroso elemento in più: la morte in ospedale di Pape Diouf. E la nazione è caduta nello sgomento. Il 60° anniversario dell’indipendenza del Senegal (sabato 4 aprile) quest’anno è particolarmente triste.

Il presidente Macky Sall, il cantante Youssou Ndour, campioni del pallone, suoi colleghi giornalisti hanno versato sincere e calde lacrime e hanno parlato giustamente di “un uomo formidabile e multidimensionale, dell’eminenza grigia del calcio”. Era nato in Ciad nel 1951, ma per la gente era un figlio di Dakar. Sui banchi di scuola – aveva raccontato in una intervista a TV5 Monde – mi era scoppiata la febbre del pallone. Mentre il professore ci parlava dei nostri antenati galli, io sulle ginocchia leggevo Football Magazine. Grazie allo sport mi sono appassionato alla lettura”.Sognava di fare il maestro nei quartieri popolari della capitale e invece a 18 anni sbarca in Francia al seguito del papà militare di carriera. Gli studi lo portano al giornalismo sul finire degli anni ’70 e scriverà prima per il quotidiano locale La Marseillaise e poi per quello nazionale Le Sport.

La sua cultura letteraria e la sua grinta ne fanno un professionista stimato, anche se non da tutti sempre amato per le sue analisi acute e impietose. Sul finire degli anni ’90 diventa procuratore di giocatori grandi e celebri: Didier Drogba, Marcel Desailly, William Gallas, Joseph-Antoine Bell, Basil Boli, Samir Nasri, Jordan Ayew…. Nel 2005 il grande salto alla presidenza dell’Olympique Marseille, la squadra per cui tifava fin da bambino. Diouf contribuisce a rimettere in conti in regola del club e a farlo diventare campione di Francia nel 2009-2010, dopo anni senza titoli. Anche come dirigente si conquista stima e ammirazione generali: l’eleganza dei modi e del vestire, l’eloquio forbito, mai banale, il sorriso largo e i sempiterni baffetti ne fanno una figura oggi pianta e rimpianta nel football internazionale.

Lasciata la carica presidenziale, tenta nel 2014 anche la via della politica. Si candida alle elezioni comunali in una lista di sinistra, ma con poca fortuna: raccoglie solo il 6%.La sconfitta però non appanna la sua immagine di conferenziere ricercato e sempre impegnato contro il razzismo: “Sono stato il primo e unico presidente nero di un club in Europa. E’ un fatto spiacevole e doloroso che non fa onore alla società europea e soprattutto francese, che esclude le minoranze etniche”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

L’emergenza del Coronavirus non ferma i voli di Iran Air in Europa

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
3 aprile 2020

La maggioranza degli aeroporti europei è chiusa, si apre solo per accogliere voli di emergenza. Eppure, gli aerei da Teheran continuano a fare scalo a Londra, Francoforte e Barcellona. L’Iran è stato il secondo focolaio di Coronavirus al mondo dopo la Cina, ma le autorità europee non hanno ancora bloccano i voli con il paese mediorientale. In Europa ci si interroga su quando verrà raggiunto il picco: con oltre 33.500 morti, i contagi Covid-19 crescono ancora senza sosta.

In Iran i morti sono oltre 3.000 secondo le stime ufficiali, ma la dissidenza all’estero parla di numeri a cinque cifre. 

Dalla Spagna il nostro collega Santiago Tarin Alonso, della redazione del quotidiano La Vanguardia, ha cercato di far luce sull’aeroporto El Prat di Barcellona, dove il 26 marzo è atterrato un aereo della compagnia iraniana Mahan Air, legata ai Pasdaran.  In queste ultime ore il governo spagnolo avrebbe deciso di interromperne i voli. Ma intanto, a Londra ieri è atterrato un volo Iran Air proveniente da Teheran: l’altro ieri aveva fatto la spola tra la capitale iraniana e Francoforte. Nel silenzio generale si permettono collegamenti diretti tra quel focolaio mediorientale e l’Europa: nessuno fornisce spiegazioni, pochi le chiedono.

Il 31 marzo alcuni Paesi europei hanno attivato per la prima volta l’Instex, il meccanismo commerciale creato oltre un anno fa per aggirare le sanzioni statunitensi nelle transazioni con Teheran: Regno Unito, Germania e Francia hanno venduto all’Iran materiale medico senza utilizzare i circuiti bancari internazionali. Washington, di solito critica verso le posizioni europee sull’Iran, non ha reagito. Anzi, l’amministrazione Trump ieri ha esteso le autorizzazioni di Europa, Cina e Russia nelle attività nucleari iraniane a scopi civili e medici, come stabilito dall’accordo del 2015.

Per oltre un anno l’Instex è stato oggetto di un pesante braccio di ferro tra Europa e amministrazione Trump, ostile al meccanismo creato appositamente per fornire una scappatoia commerciale tra Teheran e le capitali europee. Il tutto mentre in Iraq, dove Washington ha appena fatto arrivare nuove batterie di missili Patriot, la tensione con l’Iran è alle stelle.

La storia dell’Instex era partita male: due giorni dopo la creazione del meccanismo finanziario agli inizi del febbraio 2019, Teheran, nel corso della parata per l’anniversario della Rivoluzione Islamica, tra le bandiere e le foto dei martiri aveva fatto sfilare anche un nuovo missile cruise. L’Europa, in imbarazzo, aveva dovuto reagire minacciando sanzioni: quei missili, infatti, possono portare testate nucleari. Ma il 5 febbraio Teheran aveva rincarato la dose testando un missile balistico con il lancio di un satellite, poi fallito.

La storia si ripete il 9 febbraio di quest’anno con il lancio del satellite Zafar. Le autorità internazionali vietano a Teheran questo tipo di sperimentazioni, le stesse che, se affinate, permettono il lancio delle testate nucleari. Le autorità iraniane invece sostengono che gli  scopi di questi esperimenti  sono per finalità civili.

Ma è proprio la storia dei satelliti iraniani che inquieta e ci porta ancora una volta in Europa. Indagando a fondo si scoprono preoccupanti rapporti sottotraccia tra le capitali europee e Teheran, relazioni al limite del lecito nelle quali non sempre gli Stati Uniti giocano il ruolo di spettatori.

Alcuni dei voli ran Air previsti nei prossimi giorni in Europa

Ed è proprio in Italia, nelle officine milanesi della Carlo Gavazzi Space, che ha visto la luce il primo satellite iraniano, il Mesbah, in persiano “lanterna”. La madre di tutti i lanci spaziali di Teheran. Ai lavori per il microsatellite orbitale, iniziati nel 1998, avevano preso parte nei laboratori lombardi anche alcuni scienziati iraniani della ITRC, il Centro Ricerca Telecomunicazioni dell’Iran, e dell’IROST, l’Organizzazione di Ricerca Iraniana per la Scienza e la Tecnologia. Tutto sembrava filare liscio, lontano da occhi indiscreti, come da prassi. 

Costato 10 milioni di dollari, Mesbah non è mai andato in orbita. Nel gennaio del 2003 il ministro della Difesa iraniano Ali Shamkhani annuncia trionfante che nel giro di 18 mesi Teheran lancerà il suo primo satellite. “Le capacità aerospaziali della Repubblica Islamica sono uno dei principali deterrenti del Paese” dichiara trionfante. Ma i problemi arrivano l’anno dopo. Nel 2004, infatti, il presidente della Carlo Gavazzi Space, Manfred Fuchs – un altoatesino che si è laureato in ingegneria spaziale in Germania dove, a Brema, ha fondato la OHB Technology – firma un accordo di joint venture con la Elbit System di Haifa, uno dei fiori all’occhiello della difesa israeliana. Per il Mesbah è la pietra tombale.

Il satellite resterà fermo a terra per oltre un decennio. Nel 2017 la Carlo Gavazzi Space verrà acquisita dalla OHB Technology. In una data imprecisata, e comunque dopo il luglio del 2017, il satellite Mesbah, ormai obsoleto, raggiungerà finalmente Teheran, utile, sostengono le fonti ufficiali, per il museo della scienza locale. 

Intanto, Mesbah, la “lanterna”, è stato il faro per tutti gli sviluppi satellitari di Teheran. Il ruolo dell’Europa, accanto a quello di Russia e Cina, ancora oggi non è chiaro.  Sono tanti i punti oscuri e le contraddizioni nei rapporti tra l’Unione europea (Italia e Germania in testa) e l’Iran. E sorge un dubbio: che fine avranno fatto quei 10 milioni di dollari utilizzati per comprare un satellite mai lanciato? Restituiti all’Iran, intascati da qualcuno o riciclati per acquistare qualcosa di inconfessabile “saltando” le sanzioni?   Adesso, forse per la prima volta, l’emergenza Covid-19 getta un filo di luce su incongruenze che altrimenti sarebbero passate inosservate: basta gettare uno sguardo ai tabelloni degli aeroporti europei.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
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