Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 aprile 2020

Quello che si temeva è arrivato. Riek Machar, il primo vice-presidente del Sud Sudan, il più giovane Stato della Terra, flagellato da un sanguinoso conflitto interno da anni, ha notificato oggi il primo caso di coronavirus che si aggiunge agli altri oltre 8.500 positivi al test in tutto il continente, mentre le vittime sono 360.

Secondo Machar si tratta di una giovane arrivata nel Paese dall’Etiopia alla fine di febbraio. La paziente è attualmente in isolamento nei locali dell’ONU e operatori sanitari stanno cercando di rintracciare le persone con cui è venuta in contatto.

Come la Repubblica Centrafricana, anche il Sud Sudan ha severe difficoltà nell’affrontare il COVID-19. Attualmente ci sono solamente 4 ventilatori per una popolazione di 11 milioni di abitanti, stremati da anni di guerra, fame, violenze atroci, insicurezza totale.

Il 22 febbraio il presidente Salva Kiir ha dichiarato ufficialmente conclusa la guerra, precisando che ora la pace è un fatto irreversibile: “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (due gruppi etnici rivali n.d.r.). Parole piene di significato, certo, ma tradurle in realtà non sarà semplice. A tutt’oggi oltre 6 milioni di sud sudanesi necessitano aiuti umanitari; tra loro 1,7 soffrono di grave malnutrizione (sopratutto donne e bambini), gli sfollati sono 1,47, mentre 2,2 hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, in particolare in Uganda.

L’unico vaccino attualmente disponibile è la distanza sociale, le persone devono stare lontane almeno un metro”, ha detto Machar. Certo, praticamente impossibile in un campo per sfollati. Per arginare il rischio della pandemia, già la scorsa settimana il presidente ha chiuso tutte le frontiere, scuole di ogni ordine e grado, chiese e moschee e ha imposto il coprifuoco dalle 20.00 alle 06.00 per la durata di 6 settimane.

Oggi il ministro della  Sanità dell’Etiopia, Lia Tadesse,  ha segnalato la prima vittima di coronavirus; si tratta di una donna di 60 anni, era in cura in un ospedale della capitale dal 31 marzo. Attualmente i pazienti affetti dalla patologia sono 43 in tutto il Paese.

Le elezioni generali, previste per il mese di agosto, sono state rinviate a data da destinarsi proprio a causa della pandemia. Lo ha fatto sapere la commissione elettorale 5 giorni fa.

Dal 20 marzo l’Ethiopian Airlaines, la più grande compagnia aerea in Africa, ha sospeso i voli con 30 Paesi e dal 23 tutti i passeggeri in arrivo sono costretti alla quarantena. Il 22 sono stati chiusi i confini terrestri, ora controllati dall’esercito, per evitare movimenti di persone, eccezion fatta per gli addetti al trasporto di beni. Finora il Paese non ha ancora preso misure drastiche a livello nazionale come lo hanno fatto la maggior parte degli Stati del continente. Certo, sono vietati gli assembramenti, i mezzi pubblici non possono essere sovraffollati e negli uffici governativi sono state imposte misure di sicurezza volti a proteggere gli impiegati.

Oromia, Amhara, Nazioni Nazionalità e Popoli del Sud e Tigray hanno preso misure severe, le popolazioni non possono lasciare i confini delle proprie regioni di residenza.

Il 26 dello scorso mese la regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, confinante con l’Eritrea, con la Depressione del Dankala e con il Sudan, ha imposto anche lo stato d’emergenza per due settimane. Tutti gli affitti dovranno essere dimezzati durante questo periodo. Bar, ristoranti e mercati sono stati costretti a chiudere, vietati gli assembramenti.

Malgrado la pandemia, ancora oggi centinaia di etiopi tentano giornalmente di attraversare il micidiale deserto del Dankala per raggiungere l’Arabia saudita o gli Emirati Arabi Uniti, nella speranza di trovare una vita migliore, un lavoro, che spesso in patria non c’è. 

La sofferenza delle donne sud sudanesi

Gibuti, Paese nel Corno d’Africa, a tutt’oggi ha registrato 59 pazienti risultati positivi a COVID-19. Otto tra loro sono già dichiarati guariti. Il primo paziente è stato un cittadino spagnolo, arrivato nella capitale via aerea. Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri e portavoce del governo, Mahmoud Ali Youssouf. Il Paese ha chiuso il suo spazio aereo già dal 18 marzo scorso. Anche le lezioni scolastiche di ogni ordine e grado sono state interrotte, proseguono, la dov’è possibile, via internet. Assembramenti e sport collettivi sono vietati. Tutti gli uffici destinati a ricevere pubblico sono stati chiusi. L’ordine impartito dal governo è il seguente: “Salvate vite, restate a casa”
Il governo raccomanda vivamente di mantenere le distanze sociali, nonché massima attenzione all’igiene personale.

COVID-19 è arrivato anche in Eritrea. Casi sono stati segnalati già il 22 marzo e il regime di Asmara ha messo in campo immediatamente imponenti misure di sicurezza volte a arginare la pandemia. A tutt’oggi i positivi al test segnalati sono 29 e dall’inizio del mese è stato imposto il protocollo d’emergenza per tre settimane: la popolazione dovrà restare a casa.

Sono esenti da tale norma coloro che svolgono attività lavorative indispensabili per il Paese e le forze dell’ordine.
Attività commerciali,
mercati sono chiusi, esclusi quelli con la licenza per la vendita di alimentari. Imprese per la trasformazione di generi alimentari e aziende agroalimentari, macellai, farmacie e banche potranno continuare a svolgere le loro attività. Ridotto anche il lavoro negli uffici pubblici, i funzionari non indispensabili devono restare nelle proprie abitazioni.

Non più di due persone della stessa famiglia hanno il permesso di uscire una volta al giorno per la spesa quotidiana. La stessa misura è applicata anche per le visite mediche urgenti.

Campo di addestramento militare SAWA, Eritrea

Come la maggior parte dei governi africani, anche il regime di Asmara ha seri problemi di budget per far fronte al coronavirus. Per questo motivo il miliardario cinese Jack Ma e il suo gruppo Alibaba ha inviato forniture mediche in diversi Stati del continente, come è stato anche confermato dal premier etiope Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019.

Gli aiuti cinesi però non siano mai arrivati in Eritrea. Apparentemente un giallo, subito chiarito a Voice of America, da un funzionario di Africa Centers for Disease Control and Prevention, che ha preferito mantenere l’anonimato: l’aereo proveniente dal Sudan il 23 marzo con a bordo maschere e kit per il test COVID-19 non avrebbe ottenuto l’autorizzazione all’atterraggio dalla dittatura eritrea. Molti attivisti della diaspora ritengono che, come succede spesso, Isaias Afewerki non sia assolutamente interessato al benessere degli eritrei.

Stesso discorso vale per il centro di addestramento SAWA, l’accademia militare nella regione Gash Barka in Eritrea. Isaias ha fatto chiudere tutte le scuole, esclusa quella di SAWA, dove giovani eritrei concludono ogni anno il 12esimo anno scolastico per poi passare all’addestramento militare obbligatorio.

Con la pandemia in atto, Asmara avrebbe dovuto mandare a casa i giovani per evitare assembramenti, come l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha fortemente raccomandato a tutti governi. I giovani di SAWA sono estremamente vulnerabili, se solo uno di loro dovesse contrarre il coronavirus, potrebbe infettare tutti gli altri. Un disastro di proporzioni inimmaginabili.

I Paesi con il maggior numero di contagi sono: Sud Africa con 1.655 positivi e 11 vittime, seguita da Algeria con 1.320, ma è il Paese che finora registra il più elevato numero di morti, che sono ben 152; Egitto 1.173 e 78 decessi; Marocco 1.021 e 70 morti.

Sono davvero poche le nazioni ancora “coronavirus free”: il Lesotho, piccolo regno parlamentare nell’Africa australe, un’enclave del Sudafrica; il Sahara Occidentale e due Stati insulari: l’Unione delle Comore, nell’estremità settentrionale del Canale di Mozambico e infine Sao Tomé e Principe, nel Golfo di Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes