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Lesotho: Coronavirus free, ma Thabane schiera l’esercito per restare al potere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 aprile 2020

Sabato mattina il primo ministro del Lesotho, l’ottantenne Thomas Thabane, ha sguinzagliato l’esercito sulle strade della capitale e, in un intervento alla TV di Stato, ha giustificato la sua decisione con queste parole: “I militari sono intervenuti per restaurare la pace e l’ordine. Alcune Istituzioni incaricate di garantire la sicurezza e l’applicazione della legge stanno invece minacciando la nostra democrazia”.

L’annuncio del primo ministro ha ovviamente scatenato paura nella popolazione, che ha temuto potesse scatenarsi un bagno di sangue tra le forze armate, leali a Thabane, e la polizia, più allineata con l’opposizione.

Esercito sulle strade, Lesotho

Domenica mattina le truppe sono tornate nelle caserme, carri armati e camion militari si sono come volatilizzati a Maseru, la capitale.

Nei giorni della pandemia esercito e forze dell’ordine vengono impiegate ovunque nel mondo per controllare il rispetto del lockdown, non così in Lesotho, che a tutt’oggi risulta essere coronavirus free.

Il piccolo regno dell’Africa meridionale, un’enclave del Sudafrica, sta attraversando una grave crisi politica dall’inizio dell’anno, da quando Thabane è stato ufficialmente indagato per l’omicidio della ex moglie Lipoleto Thabane, uccisa il 14 luglio 2017 e stamattina l’anziano leader rischia di essere sfiduciato dal Parlamento. Persino gli esponenti del suo stesso partito, All Basotho Convention (ABC), hanno chiesto la sua testa. Rimasto solo e abbandonato, il primo ministro lotta con unghie e denti per non perdere la poltrona. L’attuale moglie, la giovane Maesaiah, è già formalmente accusata di aver ingaggiato i killer per far uccidere la ex consorte del marito. In attesa del processo, è attualmente a piede libero.

Sabato si era sparsa voce che l’esercito avesse arrestato Holomo Molibeli, commissario di polizia, principale accusatore di Thabane e due collaboratori del funzionario. In serata è poi arraivata la smentita dallo stesso Molibeli. E’ probabile che il governo di Pretoria abbia fatto da intermediario e abbia chiesto a Thabane di ritirare l’esercito dalle vie della capitale.

Thomas Thabane con la moglie Maesaiah

Di fatto si temeva che Thebane stesse per compiere un colpo di Stato per evitare che il Parlamento potesse sfiduciarlo e costringerlo a rassegnare le dimissioni.

Anche se il primo ministro aveva già garantito al suo partito e al popolo che avrebbe lasciato il suo incarico, sono in molti a ritenere che si sia trattato solamente di una manovra per guadagnare tempo per restare al potere e nel frattempo trovare un modo per scongiurare l’accusa di omicidio.

Ma ci sono un altri particolari di non poca importanza. Venerdì sera la Corte Suprema ha respinto la richiesta dell’anziano politico di silurare Molibeli e il capo della polizia. Inoltre giorni fa è stato arrestato uno dei maggiori alleati del capo del governo, Lehlohonolo Moramotse, ministro della Polizia e della Sicurezza pubblica, ripreso da una telecamera a circuito chiuso mentre era intento a comprare alcolici, la cui vendita e relativo acquisto sono vietati in questo periodo di emergenza COVID-19.

Alcuni osservatori ritengono che il fatto di aver perso la causa e l’arresto di Moramotse abbiano spinto Thabane a far intervenire l’esercito per poter restare sulla poltrona.

Il Lesotho, insieme all’Unione delle Comore sono le uniche due nazioni africane che finora non sono state investite dalla pandemia. Il Lesotho, per prevenire eventuali contagi, ha seguito le precauzioni suggerite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e ha dichiarato già a fine marzo lo stato di emergenza.

La piccola enclave è una monarchia parlamentare, il cui sovrano è Letsie III. Nell’Assemblea Nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Il Lesotho è tra i Paesi più poveri dell’Africa. Metà della popolazione su 2.125.000 abitanti vive in povertà, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento degli adulti è affetta da infezione da HIV / AIDS.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Lesotho: pronto a dimettersi il premier accusato dell’omicidio della moglie

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 19 aprile 2020

“Cureremo il coronavirus con un rimedio a base di piante coltivate in Madagascar. Le prime sperimentazioni cliniche sono già in corso su pazienti volontari affetti da COVID-19. Potremo cambiare la storia del nostro Paese, del mondo intero”. Parole piene di entusiasmo nel comunicato del giovane presidente malgascio, Andry Rajoelina, che hanno messo in imbarazzo gli scienziati dello Stato insulare.

Charles Andrianjara, direttore dell’Istituto Malgascio di Ricerche Applicate, non ha voluto esprimersi in merito, ha solamente confermato che le ricerche sono in corso.

Eucalyptus del Madagascar

Alcuni scienziati hanno accolto con entusiasmo l’annuncio del presidente, altri sono rimasti cauti, anzi, hanno detto apertamente che nella ricerca non si può correre. “L’attuale emergenza sanitaria mondiale consente di velocizzare la sperimentazione, bisogna comunque portare prove tangibili dell’efficacia della terapia contro COVID-19”, ha aggiunto un collaboratore di IMRA.

Sono 117 i pazienti affetti da COVID-19 nel Madagascar, tra questi 33 sono guariti. Giuseppe La Marca, biologo conservazionista attivo in Madagascar da più di 20 anni, interpellato da Africa ExPress, ha spiegato di quali erbe medicinali si tratta e chi sta studiando il “miracoloso” rimedio contro la pandemia. IMRA, fondato dal celeberrimo e defunto Albert Rakoto Ratsimamanga e una squadra di tecnici hanno confermato di aver messo a punto una possibile terapia a base di olii essenziali.

“Innanzitutto va precisato che quest’isola dell’Oceano Indiano gode di una diversità di fauna e flora rara, un indice di endemismo elevatissimo. Alcune specie di piante, anche se introdotte in passato, si differenziano a causa del particolare microclima malgascio, in chemiotipi differenti, con composizione di principi attivi originali della biogenesi di metaboliti secondari, che spesso hanno particolarità terapeutiche molto interessanti”.

“Gli scienziati di Antananarivo hanno studiato le proprietà di 3 piante indigene: ravintsara (cinnamomum camphora), eucalypto (Eucalyptus globuleux) e artemisia (artemisia annua). Queste erbe crescono ovunque sull’isola e, sempre a causa del clima, i chemiotipi hanno acquisito particolari proprietà e vengono usate dalla popolazione come rimedi naturali per la cura di patologie delle vie aeree superiori, migliorare il sistema immunitario e come prevenzione e terapia della malaria, endemica nel Paese”.

“Grazie a particolari procedimenti dalle foglie e dal bocciolo della ravintsara e dell’eucalypto si possono estrarre in grande quantità due molecole (1,8-CINEOLO e Jensedone), in grado di inibire e addirittura di ostruire la riproduzione di una delle principali proteasi chiamata Mpro, presente nel virus SARS Cov 2″.

“Mentre l’artemisia annua è stata somministrata già in Cina durante il picco della pandemia sotto forma di compresse e pare che sia stata efficace grazie ad alcune molecole: luteolina, kaemferolo, quercitina e apigenina, che risultano essere inibitori chimici della proteasi principale di SARS Cov 2″.

Infine La Marca precisa: “Nulla è certo in una ricerca scientifica in continua evoluzione, appare però evidente che la natura ci offre innumerevoli soluzioni spesso da ricercare in quelle strutture viventi che da milioni di anni co-evolvono nello stesso ambiente in continua corsa per la sopravvivenza reciproca”.

Africa ExPress ha consultato anche un medico specializzato in anestesia e rianimazione, Maria Elena Solla, secondo cui i rimedi proposti dagli scienziati malgasci potrebbero essere eventualmente utili in una fase iniziale della malattia come coadiuvanti, poichè alcune proprietà degli olii essenziali di tali piante sono note e vi sono studi in vitro e su topi che ne hanno evidenziato l’efficacia nel modulare il sistema immunitario.

Giorgio Maggioni
giorgio@mymadagascar.it

Seicentomila mascherine anti Covid-19 in cambio di armi: ecco il ricatto della Turchia

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
18 aprile 2020

Ieri  mattina all’alba un Airbus della Iran Air è decollato da Teheran in direzione di Roma Fiumicino. Poco dopo ha improvvisamente invertito la rotta ed è tornato all’aeroporto Imam Khomeini della capitale iraniana dal quale era appena partito. Secondo il sito di tracciatura aerea FlightRadar24 sarebbe stato solo un ritardo: era atteso a Roma in tarda serata. Questa mattina, però, sul sito la rotta Teheran Roma non era più indicata.

Quello di ieri sarebbe stato il secondo volo della compagnia aerea iraniana a fare scalo nella nostra capitale dopo quello di mercoledì mattina, atterrato regolarmente alle 10.40. Da un mese l’Iran Air aveva smesso di fare scalo in Italia. Difficile capire lo scopo di questi viaggi con i grossi Airbus da 400 passeggeri diretti nel nostro Paese blindato per l’emergenza Coronavirus.

Ma non può passare inosservata una coincidenza: i due voli su Fiumicino, compreso quello di ieri dirottato nuovamente su Teheran, arrivano a cavallo di un’altra inversione di rotta. In queste ore, infatti, l’amministrazione Trump ha chiesto al Dipartimento del Tesoro statunitense di allargare la maglia delle sanzioni economiche contro l’Iran per favorire l’invio di materiale medico e umanitario nel Paese colpito pesantemente dal Coronavirus.

Una sfilata di pasdaran a Teheran

Secondo fonti ufficiali i contagi in Iran sarebbero oltre 78.000, i morti 5.000, ma la resistenza iraniana – contattata da Africa ExPress – parla di cifre ben diverse e di oltre 30.000 decessi. In questi giorni, per impedire la fuga di informazioni sul bilancio reale delle vittime, Teheran avrebbe chiuso perfino l’Anagrafe Civile, l’ufficio che pubblica la tabella dei decessi mensili. Ieri nel corso di una parata militare dell’esercito iraniano nella capitale, al posto delle testate missilistiche e dei carri armati, avevano sfilato mascherine e ambulanze: insomma una “parata sanitaria” che segna la guerra del 2020.

Il materiale sanitario scarseggia anche in Italia: a due mesi dallo scoppio dell’emergenza nel nostro Paese in farmacia una mascherina, quando si trova, non costa meno di 10 euro. Quelle di cui avremmo un disperato bisogno restano bloccate in Turchia. Africa ExPress ha potuto verificare che, malgrado le insistenze del nostro governo, Ankara impedisce l’esportazione di oltre mezzo milione di mascherine, di gel disinfettanti, di guanti di lattice e di altri dispositivi di protezione già acquistati (e pagati) dalle nostre ditte: avrebbero dovuto arrivare da noi un mese fa. Le autorità turche hanno recentemente bloccato tutte il materiale di questo genere, mascherine comprese, destinate all’Italia.

L’ambasciata italiana ad Ankara non sembra interessata al problema: inutile tentare di incontrare il dottor Luigi Gentile, primo segretario dell’Ufficio economico commerciale dell’ambasciata. Il nostro stringer ad Ankara non ha trovato udienza, neppure telefonica.

Africa ExPress ha appurato che l’Italia doveva consegnare un carico d’armi all’esercito turco ma all’ultimo momento la consegna non è avvenuta perché da noi si è scatenato il putiferio: “Ankara sta combattendo una guerra in Siria contro i curdi e le armi italiane saranno usate in quel conflitto”. La consegna quindi, fino a ieri, non era stata fatta: “Non ci date le armi? Bene, noi non vi diamo le mascherine”, sembra sia stato in parole povere il ricatto.

Ma intanto giovedì mattina, alle 10.30 locali, un aereo da carico C130 Hercules dell’aeronautica militare italiana è atterrato all’aeroporto di Istanbul: nessuno sa cosa trasportasse e lo scopo del suo viaggio.

Le mascherine sono diventate così preziose da trasformarsi in uno strumento di influenza geopolitica.  Sta accadendo all’Italia e capita anche a Israele. L’11 aprile il “The Times of Israel” parlava di tonnellate di materiale medicale già acquistato bloccato proprio in Turchia. La questione con Gerusalemme pare non si sia ancora sbloccata: il 13 aprile tre aerei israeliani avrebbero dovuto atterrare nella base aerea di Incirlik per imbarcare il prezioso materiale sanitario. Non se ne è saputo più nulla. È del tutto probabile che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, vicino alla leadership palestinese di Hamas, utilizzi queste mascherine come strumento di pressione nella trattativa attualmente in corso per il rilascio di ostaggi israeliani a Gaza in cambio della liberazione di detenuti palestinesi. Se le cose stanno così, lo vedremo probabilmente nelle prossime ore.

Ma allora sono d’obbligo almeno due domande: qual è la posta in gioco nella partita delle mascherine fra Roma e Ankara? E perché l’Iran Air ha ripreso ad atterrare a Fiumicino proprio in queste ore difficili?

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta

massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

Povertà, abusi di potere, violenze: il virus in Africa non è solo emergenza sanitaria

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 aprile 2020

Il governo di Capo Verde, Stato insulare situato in un arcipelago vulcanico al largo della costa nord-occidentale dell’Africa, ha ammesso di aver combinato un gran pasticcio. “Abbiamo commesso un errore”, ha detto il primo ministro capoverdiano, Ulisses Correia e Silva, “non avremmo dovuto fare interrompere la quarantena a oltre 170 impiegati dell’albergo di lusso Riu Karamboa sull’isola di Boavista”.

 

Infatti, l’altro ieri il ministro della Salute di Praia, Arlindo do Roasario ha annunciato che le persone affette da COVID-19 sono salite da 11 a 56 e i 45 nuovi casi riguardano esclusivamente gli operatori dell’hotel. Ora si cerca di rintracciare tutte le persone entrate in contatto con loro.

Tutti gli impiegati sono rimasti confinati nelle loro camere nella struttura alberghiera dal 23 marzo, dopo la morte per coronavirus di un cliente britannico, ospite dell’hotel. Dopo quasi tre settimane di isolamento sono iniziate le proteste in quanto i risultati dei test tardavano a arrivare. Dunque lo scorso fine settimana 178 di loro hanno ricevuto l’autorizzazione di poter far ritorno nelle proprie case, mentre solamente 18 sono rimasti nel resort in attesa dell’esito delle analisi.

Dal 18 marzo il governo dello Stato insulare ha chiuso i suoi confini marittimi e ha interrotti i collegamenti aerei con i Paesi a alto rischio COVID-10.

In tutto il continente africano i casi registrati positivi alla pandemia sono 17.217, mentre le vittime sono salite a 911. Le persone guarite sono 3.556. Solamente due Paesi non sono ancora stati raggiunti dal coronavirus: Lesotho, piccola monarchia parlamentare, un’enclave dell’Sudafrica, e l’Unione delle Comore, Stato insulare dell’Africa Orientale posto all’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano indiano.

Sudafrica e Egitto sono le due nazioni maggiormente colpite: 2.506 il primo, 2.505 il secondo, che registra però il più 0elevato numero di vittime, che sono ben 134. Seguiti da Algeria, con 2.156, Marocco 2.024, Camerun 848, Tunisia con 784 casi confermati. I dati si riferiscono al 15 aprile 2020.

Praticamente tutti Paesi hanno adottato le misure volte a limitare l’espandersi dell’epidemia suggerite dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E ieri l’Etiopia, in collaborazione con l’ONU, ha aperto all’aeroporto internazionale di Addis Ababa una piattaforma per trasportare in tutto il continente materiale e operatori umanitari e arginare la propagazione della patologia.

Il governo di Gibuti ha annunciato un record di contagi da coronavirus. In tutto il Paese si registrano 591 casi, dei quali 156 sono risultate positive con gli ultimi test effettuati. Le vittime sono però solamente 2 dall’inizio della pandemia. Secondo l’ultimo comunicato stampa del governo, 41 persone sono in quarantena nei centri addetti, mentre 517 sono ricoverati e sono sotto terapia. E’ il Paese del Corno d’Africa con il maggior numero di persone positive al coronavirus.

Anche in Guinea è diventato obbligatorio indossare la maschera e sarà inflitta una contravvenzione per disobbedienza civile di 2,80 euro a coloro che non si adegueranno alla nuova norma.

Libreville, la capitale del Gabon, e tre comuni limitrofi, sono considerate zone rosse da lunedì scorso per la durata di due settimane e sono sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine. Il Paese conta 57 contagi.

Il re del Marocco, Mohammed VI, ha incontrato in questi giorni Macky Sall e Alassane Ouattara, rispettivamente presidenti del Senegal e Costa d’Avorio. A entrambi ha fatto sapere che è pronto a perorare un’iniziativa africana nella lotta contro il coronavirus. Il governo di Rabat ha inoltre annunciato di voler ridurre lo stipendio dei funzionari pubblici, l’equivalente di un giorno di lavoro al mese per la durata di un trimestre. La somma sarà devoluta a un fondo istituito da Mohammed VI per la lotta contro il coronavirus.

In Nigeria è stato prolungato il lockdown per altre due settimane nelle regioni maggiormente colpite dalla pandemia: Lagos, Ogun e Abuja. La Commissione Nazionale per i Diritti Umani ha denunciato la morte di 18 persone uccise dalle forze di sicurezza  per non aver rispettato le misure di emanate dal governo. Negli Stati dove è in regime il lockdown, la stessa commissione ha accusato la polizia di uso improprio della forza, abuso di potere, e non rispetto delle leggi nazionali e internazionali, tra questi appunto i 18 assassinii extragiudiziali e 105 violazioni contro i diritti umani.

Polizia nigeriana accusata di omicidi extragiudiziali

Sono solo una parte delle notizie contenute nel rapporto della Commissione pubblicato mercoledì scorso. La polizia ovviamente nega le accuse, eppure sui social network sono stati pubblicati molti video sugli abusi perpetrati. E ricordiamo che la Nigeria conta il più elevato numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà. Basta consultare il rapporto dell’Organizzazione World Poverty Clock del 2018. Queste persone dipendono dall’economia informale per poter sopravvivere, anche in tempo di coronavirus.

Diciannove tra i Paesi più poveri dell’Africa potranno beneficiare di una riduzione del loro debito con il Fondo Monetario Internazionale; la notizia è stata annunciata da Kristalina Georgieva, direttrice generale dell’istituzione finanziaria, precisando che lo sgravio è stato possibile grazie al Fondo per il contenimento delle catastrofi, per consentire ai governi di questi Stati di concentrare le loro risorse per la lotta di COVID-19.

Il governo sudanese ha decretato lunedì un coprifuoco totale di tre settimane nella capitale Khartoum e zone limitrofe a partire da sabato prossimo. La nuova norma è stata applicata dopo l’aumento dei contagi, che attualmente sono 29, mentre le vittime registrate risultano esser 4.

Paura dei vampiri in Mozambico
Paura dei vampiri in Malawi

E in Malawi in tempo di coronavirus torna lo spettro dei vampiri. Nel nord del Paese almeno otto persone sono state brutalmente linciate a morte da gruppi di autodifesa perchè sospetttate di aver bevuto sangue delle loro vittime. Le credenze popolari nel Paese sono ancora molto radicate. L’ONU ha chiesto al governo interventi immediati. Le autorità di Lilongwe hanno registrato finora 16 casi positivi al coronavirus e 2 morti. Intanto il personale sanitario ha proclamato uno sciopero per protestare contro la mancate promesse del governo di assumere nuovo personale e la carenza di attrezzature per curare i malati affetti da COVID-19. Il ministro della Salute, Jappie Mhango, ha annunciato ieri il lockdown dal 18 aprile al 9 maggio. Tutti i servizi non essenziali dovranno essere chiusi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Ostacoli, inadempienze ed errori: dalla Guinea in Italia in fuga dal Coronavirus

Speciale per Africa ExPress
Chiara Cavallazzi
In viaggio da Conakry all’Italia, marzo 2020
(2/2 – fine)

Quindi si va a Parigi. Tra 4 ore bisogna essere all’aeroporto. Devo ancora tornare nella casa dove abitavo, impacchettare ciò che ho lasciato lì, cambiare i soldi guineani che mi sono rimasti se no arrivo in Europa con solo 50 euro, e precipitarmi all’aeroporto. Muna volta a Parigi dove vadoMi faranno uscire dallo scalo?  

Dove dormirò? E con la carta di credito bloccata come faccio? Mi viene in mente che ho una amica che viveva a Parigi. Ci vive ancora? La contatto. Risponde! Vive ancora a Parigi. Mi dice che si informa. 

Dopo un paio d’ore mi rincuora: una sua collega può ospitarmi nel suo appartamento…  Grazie, grazie, grazie…  Almeno so che da qualche parte potrò andare 

Arrivo in tempo all’aeroporto di Conakry. Sono giorni che non mangio. Anche nel Paese dove ero, si mangia solo pesce e carne, per di più poiché erano in corso le votazioni per il referendum era vietato uscire di casa.  Dato il caldo terribile non ero riuscita a mangiare neppure le scatole di fagioli che avevo messo da parte. Non toccavo cibo né dormivo da giorni. Ma ce l’avevo fatta: almeno era all’aeroporto. 

Origlio tutte le persone in attesa, sperando di trovare qualcuno che parli italiano. Lo trovo.  “E lei ora dove va?”, chiedo. “In Italia”, risponde. “Come in Italia! Mi hanno detto che non ci sono voli per l’Italia”. “Io ce l’ho. Da Parigi a Roma”. Mi mostra il biglietto. Cavolo é vero! 

Mi fiondo all’agenzia di viaggi dentro l’aereoporto. La tipa addetta a controllare la coda mi urla qualcosa. Non vuole che abbandoni la fila per il check-in. Io provo a spiegare. Lei continua a urlare. 

Non le do retta e fuggo all’agenzia. Ma la tipa allo sportello non ne sa nulla, non può fare nulla e mi ordina di tornare in fila. Detto fatto.

Dopo il check in, mi metto al telefono per cercare di contattare Alitalia e comprare così il volo dalla capitale francese a Roma. Ma via internet non riesco a prenotare il biglietto e nessuno risponde ai numeri italiani di Alitalia. Cerco allora altri uffici della compagnia in giro per il mondo, sperando in una risposta. 

Intanto, ho cominciato a parlare con una persona seduta vicino a me, che ha passato la maggior parte del tempo attaccata al telefono. Gentile, mi offre, se ho bisogno, di utilizzare il suo Skype per chiamare. Colgo al volo l’occasione e provo a contattare Alitalia in Argentina. Rispondono! E dicono che possono prenotarmi il volo! 

Dopo mezz’ora di spelling in inglese riesco a fornire  tutti i miei dati (nome, cognome, indirizzo, email, passaporto …) ed é ora di pagare. Provo con la carta di credito. Rifiutata. Provo con la carta di credito virtuale. Rifiutata, perché si appoggia a quella bloccata. 

Chiedo se può eventualmente pagare mio fratello. Dicono di sí, ma che a volte se si paga il biglietto con un’altra carta di credito, il proprietario del documento ti deve accompagnare all’aeroporto per verifica. In effetti mi hanno giá fatto saltare un biglietto per il Portogallo con questa motivazione. Non so che fare…  Improvvisamente mi viene in mente che ho una carta postepay, ma non ho idea di quanti soldi ci siano dentro. 

Provo a dare i dati e… funziona!!! Ho il biglietto per Roma!!!!  Ancora non so dove andare però, una volta rientrata in Italia. Chiamo qualcuno in cerca di consigli e … magia delle magie… Mirtilla (una dolcezza di essere umano di nome e di fatto) mi dice: “Ma i tuoi non hanno una casa al mare?” Cavolo é vero!!  Come avevo fatto a non pensarci! Ed è in un posto bellissimo in Liguria. Ha pure la terrazza, ideale per la quarantena!  

Chiamo mio fratello per sapere se c’é qualcuno in paese che ha le chiavi della nostra casa al mare. Si, c’é. Evviva! M’imbarco per Parigi piena di fiducia. Appena mi siedo al mio posto m’addormento e resto in stato semi-comatoso per le poche ore della durata del viaggio. 

Alle 3 di notte atterro a Parigi. Aeroporto deserto. Io sono ancora stanca morta. Metto la valigia grande a terra e mi ci sdraio sopra usando il bagaglio a mano come cuscino. M’addormento per un paio d’ore. 

Al mio risveglio cerco i treni per raggiungere la casa al mare dopo che, col prossimo volo, arriverò a Roma. C’é  solo un convoglio al giorno. ma non faccio in tempo a prenderlo poiché atterrerò a Roma un’ora prima della sua partenza.

Dovrò restare a dormire a Roma. Mi chiedo se é tutto chiuso per il coronavirus o se ancora si riesce a   prenotare una stanza per la notte. Per fortuna trovo un hotel  Ma i problemi non sono finiti.

Scopro che nel paese dove devo andare non vogliono gli “stranieri”. Cioé i non residenti o domiciliati. La polizia al telefono dice che arrestano tutti coloro che non abitano lì. Mi sembra una reazione esagerata, ma penso sia più che altro un deterrente. Comprendo infatti il desiderio di tutelare chi vive in questo paese e di voler evitare i proprietari di una seconda casa vengano qui da tutta Italia, ma la cosa non mi aiuta.

E ora? Cerco il modulo da compilare per gli spostamenti per capire cosa mi ê consentito e per verificare se effettivamente mi possono arrestare.  Vedo che chi arriva dall’estero può tornare alla propria residenza, domicilio o abitazione.

Ricerco le definizioni legali per residenza, domicilio o abitazione. Il domicilio lo si puó autoeleggere e non ha bisogno di essere approvato dal Comune… Ma come lo autoeleggo? Scarico qualche modulo da internet e scrivo a mano il documento per eleggermi il domicilio. Ma immagino qualcuno dovrá firmarlo, validarlo o altro. In internet leggo che basta  sia riconosciuto da qualcuno della Pubblica Amministrazione.

É intanto giunto il momento di imbarcarmi per Roma e così trascorro questa parte del viaggio dormendo in aereo.

Quando arrivo finalmente in Italia provo a spiegare la mia situazione alle forze dell’ordine dell’aereoporto, chiedendo se possono firmare il documento nel quale autoeleggo il mio domicilio nel piccolo paese dove intendo recarmi. Ma non lo fanno. Mi dicono che anche il foglio che sto compilando é un’autocertificazione e quindi è sufficiente. Non sono certa che questa interpretazione sia valida. Così riprovo con la polizia alla stazione dei treni di Fiumicino e poi a Termini: stessa cosa

Ok. Più di cosí non posso fare. Mi rassegno e, dopo aver passato la notte in una stanza vicina alla stazione Termini, mi avvio in treno per la casa al mare non sapendo se mi fermeranno prima dell’arrivo alla mia destinazione, previsto nottetempo.

Mentre sono in treno realizzo che con le mie valigie dovrei fare almeno un chilometro a piedi per recuperare le chiavi e altri tre per raggiungere la casa. Immagino ci vorranno ore. Senza grandi speranze cerco in internet di contattare un taxi. Trovo il numero, chiamo. Risponde. L’interlocutore mi chiede se sono munita di mascherina (certamente e anche guanti) e mi dice che può venirmi a prendere in stazione. Urrá!!!

Al mio arrivo per fortuna non c’é la polizia ad attendermi, ma nemmeno il taxi. Lo richiamo, dice che sta arrivando. Si scusa, arriva dopo pochi minuti e finalmente riesco a giungere a casa.

Sono stanchissima, ma ancora di più affamata.Trovo due sacchetti di pasta, sugo alle olive e un barattolo di ceci. Evviva si mangia!

In casa ci sono 10 gradi. Accendo il riscaldamento, prendo tutte le coperte che trovo e le metto sul letto. Ce l’ho fatta. Ancora non so bene come, ma ce l’ho fatta. La notte é agitata, dormo poco e male, sudo tantissimissimo.

Il giorno dopo mi sveglia la visita della polizia. Inizialmente gli agenti sono abbastanza aggressivi; vogliono capire perché sono qui e non alla mia residenza. Faccio un breve riassunto dell’avventura passata per tornare in Italia, raccontando che non ho avuto modo di preparare il mio rientro organizzato assai in fretta e che a Milano non posso fare la quarantena perché casa mia é piccola e c’è dentro un’altra persona. Non avendo trovato altre alternative ho eletto quindi a domicilio questo appartamento. A differenza della residenza il domicilio non deve essere comunicato o approvato dal Comune (stupore generale),

Pensando di cogliermi in fallo, gli agenti chiedono “Ma ha avvisato l’Asl locale?” “Certamente”, rispondo pronta. Si stupiscono e me lo richiedono. Io confermo. In effetti, ho speso la notte prima e il viaggio in treno scrivendo emails all’Asl per avvisare del mio rientro. Mi rimpallavano da una email all’altra e avevo inviato almeno dieci email diverse prima di beccare quella giusta, ma alla fine mi avevano risposto inviandomi la conferma di ricezione.

Si calmano un poco e paiono capire le mie oneste intenzioni, anche se mi salutano con: “Se venendo qui ha infranto la legge la chiameremo”. Finora nessuno mi ha chiamato.

I primi 3 giorni li ho passati a dormire, svegliarmi per mangiare, tornare a letto, risvegliarmi per mangiare…. l’umore sottoterra, la lacrima facile, la stanchezza che si faceva sentire soprattutto dal punto di vista emotivo.Poi é arrivato ieri.

Mi sono finalmente svegliata di buon umore. E sul telefono trovo che un’amica mi ha inviato un link a “Somewhere over the rainbow” che ascolto appena sveglia. Vado in terrazzo e ballo per mezz’ora, celebrando la vita. Mi sento rinata. Mi sono tornate le energie e rispuntate la fiducia e la speranza per il futuro.

Inizierò a coltivare cibo sul terrazzo e monterò i video che nell’ultimo anno ho lasciato in sospeso. Tra dieci giorni potrò uscire a fare la spesa e sbirciare il mare. Tra un po’ più di tempo avrò anche la possibilità di andare a camminare nei boschi qui intorno.

Più in lá potrò finalmente prendere un pezzo di terra con altre persone simili a me e cominciare una comunitá in armonia con la natura e con noi stessi. Tutto mi sembrava grigio ieri. Tutto mi sembra pieno di possibilità oggi.

É propri vero che non c’é come uscire da un periodo nero, per apprezzare la luce. E non c’é come temere la morte per apprezzare la vita.

Chiara Cavallazzi
www.videoj.org
(2/2 – fine)

La prima puntata di questo reportage la trovate qui:

Ritorno rocambolesco dalla Guinea con l’Europa bloccata dal virus

 

 

 

 

Nigeria: sparite nel nulla oltre 100 delle ragazze rapite dai Boko Haram nel 2014

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 aprile 2020

Sono passati 6 anni dalla terribile notte a Chibok. Tra il 14 e il 15 aprile 2014 sono state sequestrate 276 studentesse da miliziani di Boko Haram nella cittadina di Chibok, nel Borno State, nel nord-est della Nigeria. Alcune ragazze sono riuscite a scappare quasi subito. Altre sono state liberate in seguito. A tutt’oggi mancano ancora all’appello oltre 100 di loro. Non si sa più nulla. Forse alcune sono state convinte dai loro aguzzini, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello, a farsi saltare in aria.

Al momento del rapimento le ragazze si trovavano in un collegio, uno dei pochi ancora aperti a causa dei continui attacchi dei terroristi, per sostenere gli esami di fine anno.

Le studentesse dopo il loro rapimento, in mano a miliziani di Boko Haram

Nel 2014 il mondo intero si era indignato per il loro rapimento e dopo poche ore nasceva l’hashtag #BringBackOurgirls, oggi scomparso totalmente e dimenticato, come le ragazze ancora in mano ai terroristi.

Da allora nel nord-est della Nigeria poco è cambiato e nemmeno nei Paesi confinanti. I sanguinari terroristi continuano le loro aggressioni, i sequestri, uccidono la povera gente, i militari, rapiscono operatori umanitari e abitanti dei villaggi, terrorizzano la popolazione.

I genitori delle “Ragazze di Chibok”, oltre 100 famiglie, attendono ancora oggi risposte concrete dal governo nigeriano, dal presidente Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983, poi eletto democraticamente nel 2015 e riconfermato per un secondo mandato lo scorso anno, dalla comunità internazionale.

Ruth (un nome fittizio) è una delle ragazze rapite. Ha avuto la fortuna di tornare a casa. Racconta che il primo anno è stato terribile: “Mi picchiavano, mi violentavano, il cibo era scarso. Ero disperata. Tutto il mio corpo era sempre indolenzito. Poi un giorno ho chiesto di convertirmi all’islam. Solo allora le cose sono un po’ cambiate. Ho dovuto sposarmi, ma finalmente avevo una camera tutta per me. Dopo poco ho partorito un figlio”.

“Non avevo mai smesso di sperare che qualcuno venisse a prendermi per portarmi a casa. Cercavo di trovare un modo per scappare ogni volta che andavo a lavare i miei vestiti. Poi, un pomeriggio nel 2017 gli uomini sono andati via tutti, probabilmente per un nuovo attacco. Ho preso mio figlio e ho iniziato a correre, a correre, a correre…..nella braccia di mia madre. Lei era felice, ha iniziato a cantare, ha accolto me e mio figlio con immensa gioia. Non così mio padre. Non ha accettato mio figlio, mi considera ancora oggi un’infedele e così molte altre persone della mia comunità. Prendono in giro il mio piccolino, lo chiamano little Boko Haram. Il reinserimento non è stato facile, ma il tempo guarisce le ferite e sto cercando di ricostruirmi una vita”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Nigeria: trovata per caso e riconosciuta una delle ragazze di Chibok rapita dai Boko Haram

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 aprile 2020

La vita continua e il calcio pure. In Africa c’è un solo campionato che non si è fermato: quello del Burundi.

Alla faccia del Coronavirus. Grazie a Dio. E non per modo dire.

Ai primi di aprile sono stati accertati i primi tre casi di infezione da Covid-19. Commento del super religioso evangelico generale Evariste Ndayishimiye, 52 anni, segretario generale del partito al potere, il CNDD-FDD, e candidato alle elezioni presidenziali del prossimo 20 maggio (confermate e dal risultato scontato dato che l’opposizione non esiste): “Nessuna paura. Dio ama il Burundi e se ci sono persone contagiate è perché Dio manifesta il suo potere in Burundi. Le tre persone, infatti, non sono gravi mentre il coronavirus sta provocando un’ecatombe da altre parti”.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

La protezione di Dio era già stata messa nero su bianco nel comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica del 25 marzo in cui il governo dell’immarcescibile presidente Pierre Nkurunziza annunciava le misure contro l’epidemia: chiusura delle frontiere (esclusa quella con la Tanzania) e dell’aeroporto, sospensione dei visti, quarantena per chi viene da fuori…

E quindi via col liscio, pardon con la palla, con matrimoni e funerali, feste, birra e spuntini, chiese e mercati e locali aperti, come niente fosse in un Paese con circa 11 milioni di abitanti, vasto poco più della Sicilia, e poverissimo.

La Federazione calcistica burundese il 5 aprile, domenica, a Bujumbura, la capitale finanziaria, ha incontrato i presidenti delle 16 squadre di prima categoria, la Primus Ligue  (corrispondente alla nostra Serie A) e di seconda categoria. E ha deciso: “D’accordo con il ministro della Salute Thaddeus Ndikumana, il campionato prosegue. I giocatori però non dovranno abbracciarsi dopo i gol, tenersi lontano dall’arbitro, lavarsi le mani prima del match e non stringere le mani di nessuno. Agli spettatori verrà misurata la temperatura all’ingresso degli stadi. Qualora dovessero manifestarsi segni della diffusione del virus – ha però aggiunto, bontà sua – il presidente della Federazione Ndikuriyo Reverien – fermeremo il campionato. I tre casi finora identificati sono tenuti sotto controllo e chi è stato in contatto con loro è stato localizzato e monitorato”.

In realtà i dati aggiornati parlano di 50 soggetti sintomatici e 675 in quarantena.

Reverien, 50 anni, hutu, padre di 5 figli, fondatore della squadra di calcio “Aigle noir” di Makamba, non è solo il numero uno nel calcio burundese. E’ anche il numero 1 del Senato e quindi ci tiene a sottolineare che “due dei tre infetti sono giunti dall’estero e il terzo è un loro convivente. Non c’è ragione quindi che le nostre attività si fermino”.

Particolarmente felice Jean Gilbert Kanyenkore, allenatore del “Vital’O”, di Bujumbura, la compagine più titolata del Paese: ha conquistato 20 scudetti ed è stata l’unica ad aver raggiunto la finale di coppa africana nel lontano 1972. In questa stagione però “Vital’O” è  lontano dalla vetta “ma siamo in forma, e ben allenati – assicura Kanyenkore –  e siamo pronti a giocarcela fino all’ultima partita e piazzarci ai primi posti”.

A fine mese – ci sono ancora due giornate da giocare – dunque si vedrà se la sua sfida avrà avuto successo contro la prima in classifica, “Le Messager Ngozi”, (dell’omonima città a nord del Paese).

I giocatori del Le Messager Ngozi, primi in classifica della Primus League del Burundi

Questa ha 4 punti sulla seconda squadra, il Musongati (della città mineraria al confine con la Tanzania), che però ha una partita da recuperare. Insomma, un finale mozzafiato, appassionante per gli scommettitori di tutto il mondo costretti a puntare sui tornei di soli 5 Paesi al mondo che probabilmente prima avrebbero trascurato.

Il Burundi, infatti, rientra nel ristrettissimo novero delle nazioni dove il dio pallone rotola senza problemi. Una per continente: le altre sono il Nicaragua, Tajikistan, Taiwan (qui il campionato ha preso il via alla vigilia di Pasqua) e Bielorussia. A dire il vero la Bielorussia, che di contagiati ne ha quasi 3 mila e di morti diverse decine, il 10 aprile è stata sollecitata fortemente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a bloccare il campionato, perché i casi di positività stanno raddoppiano ogni 2-3 giorni. Appello disperato quanto inascoltato: il giorno di Pasqua oltre 1000 tifosi hanno assistito a un incontro di cartello. D’altra parte che cosa si pretende da un Paese il cui presidente Aleksandr Lukashenko, considerato l’ultimo dittatore dell’Europa, non solo nega la pandemia, si esibisce in un incontro di hockey su ghiaccio a Minsk e dichiara: “Niente di grave, la si ammazza bevendo vodka, 40-50 millilitri al giorno, non al lavoro, e facendo la sauna tre volte la settimana”.

In Burundi ci si affida a Dio, in Bielorussia alla vodka. Senza voler essere blasfemi, verrebbe da dire che sempre di spirito si tratta, più o meno puro.

Che Dio li protegga.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 aprile 2020

ExxonMobil, in Mozambico, ha deciso di tagliare di un terzo gli investimenti previsti per l’anno 2020 nell’estrazione di gas naturale a Cabo Delgado. Un provvedimento necessario dovuto a due ragioni: l’aumento degli attacchi terroristici nel nord e il Coronavirus.

Aumenta terrorismo a Cabo Delgado

Nonostante il presidente Mozambicano, Filipe Nyusi, abbia mandato l’esercito a Cabo Delgado, gli attacchi jihadisti continuano. Anzi sono aumentati. Gli ultimi, due, sono del 7 aprile scorso nel distretto di Muidumbe, 170 km a sud di Palma, dove operano ExxonMobil ed ENI. Jihadisti hanno attaccato prima il villaggio di Tinga e poi quello di Litingina, con scontri a fuoco con le Forze armate mozambicane.

ExxonMobil-Mappa del luogo degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)
Mappa del luogo degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)

La popolazione è allo stremo e continua a fuggire dai villaggi. Dall’ottobre 2017 la violenza jihadista ha causato tra 350 e 700 morti e 150 mila sfollati, oltre a un’epidemia di colera con 20 morti. I jihadisti, una trentina di cellule islamiste di Al Sunna wa-Jama, vengono chiamati dalla popolazione al Shebab.

In molti però sospettano che alcuni gruppi siano semplicemente banditi che vengono pagati per causare terrore in un’area ricca di rubini, avorio e legno pregiato. Nemmeno gli accordi con Mosca, che hanno portato 200 mercenari del Gruppo Wagner, sono serviti a fermare le violenze dei gruppi armati di Cabo Delgado.

E tra i militari mozambicani delle Forze di Difesa e Sicurezza, secondo DW, c’è chi si è lamentato, senza timore di rappresaglie, della qualità del cibo e della logistica. Il vescovo di Pemba, Luis Fernando Lisboa, ha raccontato che tra la popolazione si dice che ci sono diserzioni a causa delle difficili condizioni necessarie per combattere.

Il Capo dello stato, visto il peggioramento della situazione nell’estremo Nord del Paese, a febbraio aveva fatto una chiamata alle armi. Mentre ExxonMobil e Total avevano bisogno di maggior protezione degli impianti chiedendo altri 300 militari.

ExxonMobil
ExxonMobil

Il Coronavirus ha peggiorato la situazione

A peggiorare tutto è arrivata la pandemia di Covid-19 che, nel momento in cui scriviamo, nell’ex colonia portoghese conta 20 contagi. Tre a Cabo Delgado e uno di questi ad Afungi, sede di ENI. Mentre tutto il pianeta, a turno, ci vede chiusi in casa, trasporti fermi, economia mondiale in crisi e crollo del prezzo del petrolio, per ExxonMobil, ora, il prezioso gas mozambicano ha meno valore di due anni fa. E si ferma.
(Ultimo aggiornamento 18 aprile ore 12:01)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

Contro il jihadismo in Mozambico mercenari russi a Cabo Delgado

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

 

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 aprile 2020

In piena pandemia coronavirus si è risvegliato anche ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Due pazienti sono morti della febbre emorragica in questi giorni eppure tutti erano convinti di essersi sbarazzati delle temibile virus. I primi di marzo l’ultimo paziente era stato dimesso e l’Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe dovuto dichiarare il Paese “ebola free” proprio oggi.

Ebola imperversa ancora nel circondario di Beni nella provincia del Nord-Kivu, dove dal 1° agosto 2018 è scoppiata l’epidemia, mentre a Ituri, altra zona toccata dalla mortale malattia, finora non sono stati registrati nuovi casi.

Il virus dell’ebola, visto al microscopio

Il 9 aprile è deceduto un giovane elettricista di 26 anni, mentre oggi una bimba di solo 11 mesi. Era ricoverata nella stessa clinica dove è stato curato l’altro sfortunato paziente. Ora si cerca di rintracciare i contatti delle due vittime. Finora 215 sono stati identificati e messi sotto osservazione. Sabato mattina un gruppo di giovani ha tirato pietre contro un team di operatori dell’OMS, mentre questi stavano effettuando la decontaminazione dell’abitazione dell’elettricista. Gli addetti alla disinfestazione sono scappati a gambe levate per evitare il peggio. Parte della popolazione ha sempre pensato che ebola fosse un’invenzione del governo, figuriamoci se ora accetta una recrudescenza della patologia.

Il direttore generale di OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus in un suo tweet del 10 aprile scorso ha scritto: “temiamo che potranno verificarsi altri casi di ebola”. Finora ha terribile malattia  ha ucciso 2.274 persone.

Nel frattempo anche il coronavirus continua la sua folle corsa nella ex colonia belga. A tutt’oggi sono stati confermati 234 positivi a Covid-19, le vittime sono state 10. Almeno due casi sono stati registrati anche a Beni; si tratta di un uomo e di una donna, tornati nei giorni scorsi dall’estero. Attualmente i due sono stati messi in quarantena.

Ieri notte miliziani maï maï hanno ucciso due persone a Oicha, nel territorio di Beni. I maï maï sono guerrieri tradizionali,  che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; erano molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960. Da tempo sono responsabili di molti focolai di rivolta scoppiati in tutto il Kivu. Dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano…

Nella stessa zona sono stati liberati proprio oggi 26 ostaggi, tra questi anche 4 donne e un bambino. Una fonte della società civile del luogo ha fatto sapere che il loro rilascio fa seguito ai violenti combattimenti che si sono svolti due giorni fa a Adakamba tra le forze armate congolesi e miliziani di Allied Democratic Forces (ADF), un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Ribelli mai mai nel Congo-K

Non si arrestano nemmeno gli attacchi di altri gruppi armati. Una settimana fa 3 cinesi e un soldato delle forze armate congolesi (FARDC), addetto alla sicurezza degli espatriati, sono stati uccisi da un gruppo di uomini armati nel villaggio di Sumbabho, nell’area di Irumu, nella provincia di Ituri. Durante l’aggressione è stata portata via anche una grande quantità di oro. I cinesi erano impiegati di una società attiva nel settore dell’estradizione aurifera. Nella stessa provincia sono stati ammazzati alte tre persone a una quarantina di chilometri da Bunia, capoluogo di Ituri.

Mentre venerdì mattina 17 residenti del villaggio di Dhalla, Ituri, sono stati brutalmente uccisi da miliziani di CODECO (acronimo per Coopérative pour le développement du Congo). Secondo una fonte locale, le persone sarebbero state sgozzate una dopo l’altra, mentre un militare delle forze armate è rimasto ferito. FARDC ha confermato l’attacco al villaggio, ma ha ridimensionato notevolmente il numero delle vittime, che, secondo il portavoce ufficiale sarebbero “solamente” due.

Per arginare il propagarsi della pandemia Covid-19, dietro il consiglio dell’OMS, il governo ha preso severe misure, come quasi tutti i Paesi del continente. Il comune di Gombe, situato a nord della capitale Kinshasa, ha registrato il più gran numero di contagi; la città è considerata l’epicentro della patologia in Congo è denominatosi come “zona rossa” dal 6 aprile scorso per la durata di due settimane.

A Gombe, cuore diplomatico e finanziario di Kinshasa, risiedono molti commercianti e persone dell’alta società congolese, che possono permettersi costosi viaggi all’estero. Infatti il primo caso di coronavirus è stata proprio una persona arrivata all’aeroproto internazionale di Kinshasa di ritorno dalla Francia.

Qualche giorno fa il ministro della Giustizia, Célestin Tunda ha annunciato che sono stati liberati 1.200 prigionieri della prigione di Malaka, la più grande prigione del Paese, sito a Kinshasa. Lo stringer di Africa ExPress ci ha appena comunicato che finora sono stati rilasciati appena 200, colpevoli di reati minori, come piccoli scippi, ubriachezza molesta, ingiurie e quant’altro.

Nel Congo-K non si muore solamente di ebola, coronavirus, attacchi armati, ci si mette anche la natura, i cambiamenti climatici. Nella provincia di Kwilu, nella parte occidentale della ex colonia belga, venerdì sono morte 4 persone a causa delle piogge torrenziali che si sono abbattute sulla città di Kikwit. Strade allagate, tetti e mura di abitazioni crollati. Tre delle vittime fanno parte dello stesso nucleo familiare, mentre la terza è una donna, madre di tre bambini piccoli. Uno studente universitario ha perso la vita il giorno prima in un comune vicino.

In questo momento di emergenza il Paese non si fa mancare proprio nulla. Mercoledì scorso è stato arrestato Vital Kamerhe, direttore del gabinetto del presidente Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi con l’accusa di corruzione, di sottrazione di fondi pubblici, destinati al finanziamento di grandi opere. Kamerhe, ex presidente dell’Assemblea nazionale, grande alleato del presidente, si trova ora nella prigione di Makala, indagato nell’ambito di un’inchiesta anti-corruzione, volta a un rinnovamento della giustizia, che tenta di mettere fine all’impunità dell’élite congolese. E’ la prima volta nella storia della Repubblica Democratica del Congo che un capo di gabinetto del presidente vieni messo agli arresti. Per alcuni osservatori si tratta di un fatto politico di portata rilevante.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ritorno rocambolesco dalla Guinea con l’Europa bloccata dal virus

Speciale per Africa ExPress
Chiara Cavallazzi
In viaggio da Conakry a Milano, marzo 2020

E sono rimpatriata. Ovviamente in modo roccambolesco. E al pelo.

Ero appena arrivata a Dinguiraye, a 500 km da Conakry, la capitale della Guinea. Cinquecento chilometri di strada sterrata alternata a brevi tratti asfaltati ma martoriati di continuo da buche gigantesche (veri e propri crateri). C’erano voluti 4 giorni di viaggio per arrivare nella città  anche perché avevo viaggiato su una macchina  con problemi alle sospensioni: 20 km/h era stata a nostra velocità media.

Una volta giunta a destinazione, scopro che in Guinea, dopo aver trovato 3 persone col coronavirus che stavano entrando nel Paese, hanno chiuso gli aeroporti per un mese.

Chiara Cavallazzo in partenza con minivan verso la capitale Conakry

La cosa non mi piace per nulla; non voglio rischiare di restare incastrata nel bel mezzo della Guinea per chissà quanto tempo. La Guinea è uno dei Paesi più ricchi al mondo dal punto di vista delle risorse naturali, ma è anche uno dei Paesi più poveri se si guardano le condizioni di vita della popolazione.

NIENTE VOLI PER CASA

Chiamo l’ambasciata italiana per avere informazioni. Al momento mi rispondono che per un mese non ci sono aerei per ritornare a casa. ma dopo pochi minuti ricevo una mail dai funzionari della sede diplomatica, secondo cui domani forse c’é un aereo della Air France per Parigi. Rimpatrieranno  i francesi e, solo se rimane posto, imbarcheranno anche gli italiani.

Domani? E come faccio a essere a Conakry in poche ore? E poi, siamo sicuri che c’é l’aereo? Mi chiama l’ambasciatore, calmo e gentilissimo; mi dice che le voci su un aereo in partenza non sono del tutto fondate perché ancora non aveva ricevuto alcuna conferma.

Metto giù con l’ambasciatore e guardo le email: mentre parlavo con lui dall’ambasciata ricevo conferma molto probabile di un volo per il giorno successivo. Decisamente l’ambasciatore non é gran che informato.

Mi fiondo a chiudere le valigie mentre si riesce per miracolo a trovare un minivan che sta per partire per Conakry, 500 km no stop. Mi danno 20 minuti per essere al punto di ritrovo delle partenze. Intanto mi tempestano di telefonate: “Dove sei?”, “Guarda che partiamo!”. Li imploro: “No, aspettate!”,  “Sto arrivando”.

Mi scapicollo, per scoprire che non stavano per nulla aspettando me per partire, bensì stavano aggiustando la ruota di scorta.

Finalmente si parte. Come da normale prassi africana, dopo il primi 50 chilometri foriamo. Scopriamo che la ruota di scorta che stavano aggiustano é inutilizzabile perché il nostro autista ferma un’altro minivan e si fa prestare la loro ruota di scorta… cominciamo bene…!

Nel mezzo del nulla, lungo la strada sterrata, appaiono dei venditori di cibo con anche qualche piccola cucina. Ci fermiamo per mangiare qualcosa (gli altri! perché per me di commestibile senza carne c’erano solo delle arance).

TENTATIVO DI TRUFFA

“Ehi, cara,  devi pagare il tuo biglietto”,  mi arringa  mentre mangia una persona che é con me sul bus.

“Si – gli rispondo – , ma io non ti conosco e il biglietto non lo pago a te. Lo pago al conducente”

Ma se mi hai visto.  Siamo assieme sul bus”

“Vero, ma io non so chi sei. Pago solo al conducente” . E me ne vado

Si riparte. Dico all’autista che un passeggero mi ha chiesto i soldi del biglietto. Risponde che non ha nulla a che fare con lui. In effetti il truffatore dopo duecento chilometri scende dal bus e se ne va su uno scooter… C’ha provato eh!? Gli faccio dei gestacci con la mano mentre ci allontaniamo sul bus.

Arriva la notte. L’autista che sembrava tanto prudente sullo sterrato, si trasforma in un pazzo scatenato quando trova l’asfalto. Sfreccia come un razzo, supera dove non si vede nulla, prende le curve stando nella corsia sbagliata…

Gli chiedo se disprezza la vita. Mi dice di no. Gli faccio notare che se va avanti cosí rischia di morire e di ammazzarci tutti. Si quieta un poco.

ARRIVA LA PIOGGIA

Comincia a piovere, si coprono con un telo i bagagli sistemati sul tetto del minivan e si riparte, con una visibilità tendente allo zero.

Il viaggio sembra non finire mai… passo tutta la notte sveglia a guardare la strada, più concentrata che se stessi guidando io stessa. Ci fermano a più posti di blocco. Anche se é tutto in regola, come di norma i militari pretendono comunque che gli si diano dei soldi. La micro corruzione in Guinea non concede sosta.

Stazione bus, Conakry

Arriviamo a Conakry dopo 16 ore di viaggio, oramai é mattina. Sedici ore a vibrare e senza praticamente mai togliermi la mascherina che mi schiaccia il naso…

A Conakry qualcuno dovrebbe venirmi a prendere al punto di arrivo. Fermata dopo fermata, scendono tutti dal bus, e resto solo io con l’autista e i suoi 2 aiutanti che hanno passato tutto il viaggio stando fuori, sul tetto.

Inizio a preoccuparmi … dove mi portano? Non dovevo essere già scesa? Perché a bordo non c’è più nessuno? Il minivan entra in un cortile buio, la mia preoccupazione cresce…. Dove sono? Perché mi portano in un cortile interno?

É pieno di bus. Mi spiegano che é il deposito, ma la cosa non mi tranquillizza per nulla.

Chiamo chi sarebbe dovuto essere giá lí a prendermi: conferma che si era accordato di portarmi al deposito (senza però premurarsi di dirmelo prima), ma mi dice di non essere ancora partito da casa . “Non trovo un taxi”,  si giustifica. Non è credibile. Da più di un’ora sarebbe dovuto essere in viaggio per raggiungermi… e invece é ancora a casa… e ora che faccio? Non posso chiedere all’autista di aspettare un’altra ora, dopo aver guidato per 16 ore é evidentemente distrutto.

AGLI UFFICI DELLA AIR FRANCE

Oramai sono le 6 di mattina… l’autista mi aiuta a trovare un taxi nel deposito, e mi faccio portare direttamente agli uffici di Air France. Apre alle 8.30, ma la zona è sicura e quindi posso attendere lí, in strada, l’apertura degli uffici. Devo scoprire se c’é posto per me, fino a dove possono portarmi e pagare per il volo. Altra gente sta aspettando. Sono francesi. Mi guardano un po’ male, rispondono a monosillabe alle mie domande e mi stanno lontani.

Quando mi specchio in uno specchietto laterale di una macchina lí parcheggiata inizio ad intuirne il motivo, non sono certo nella mia forma più smagliante: ho il naso ricoperto di uno strato nero appiccicaticcio (per la mascherina) e noto solo ora che i miei piedi sono pieni di terra, i vestiti anche e ho decisamente un odore non invitante…

Dopo un paio d’ore d’attesa gli uffici aprono: “Bene signorina, dove vuole andare?”,  mi chiede la donna che si occuperà del mio biglietto. La cosa mi riempie di speranza anche se in realtà non so cosa rispondere…

Con la rapidità con la quale tutto è accaduto, non ho fatto in tempo ad organizzarmi su dove andare. A Milano no, non voglio tornare. Non con la situazione attuale. Per di più in casa da me c’è una persona, un ospite e quindi non potrei fare la quarantena adeguatamente.

FRONTIERE CHIUSE

Provo a chiamare qualche amico e conoscente per riuscire a trovare una sistemazione  in qualche ecovillaggio o posto nella natura, ma senza preavviso con la situazione coronavirus, in mezz’ora di tempo non riesco nel mio intento…

Mi potrebbero ospitare in Portogallo, ma non so se mi faranno uscire dall’aeroporto.“Vorrei andare in Italia”. La signorina smanetta sul computer: “Impossibile. Non ci sono voli per l’Italia.” Panico. Non so cosa fare… devo riflettere un attimo, ma non c’è tempo.

“Allora vuole prendere questo aereo per Parigi o vuole restare qui in Guinea?”, incalza la signorina, che evidentemente visto l’alto livello di empatia sarebbe meglio non lavorasse a contatto col pubblico..

“Qual é il posto più vicino all’Italia dove posso arrivare?” Risposta: “Ginevra”. Altra domanda: “Ma a Ginevra poi mi fanno uscire dall’aeroporto?”

“Non lo so“.

“Ma scusi, lei che lavora in una compagnia aerea non ha modo di informarsi?”

“No”.  Silenzio….

Poi, quasi scocciata, alza il telefono, chiede qualcosa e mi riferisce: “In Svizzera può uscire dall’aeroporto solo se dimostra che sta andando in Italia, ma tutti i treni per l’Italia sono bloccati, quindi non può dimostrarlo”.

Aeroporto di Conakry

“Allora vuole prendere questo aereo per Parigi o vuole restare qui in Guinea?”

“Lei sa se in Portogallo mi farebbero uscire dall’aereoporto? “

“No.”

“Ok, scusi, ho bisogno di un poco di tempo per capire… esco un attimo e torno dopo.”

IL VOLO PER PARIGI

E mi butto in ricerche disperate in internet per contattare i vari aeroporti, consultare siti dei diversi Stati, provare a chiamare i consolati … Nessuno risponde e non riesco a trovare alcuna informazione .

Temo di perdere il mio posto sull’aereo se attendo ancora.

Rientro e ho deciso di comprare  il volo per Parigi.

“Bene, passi a pagare alla cassa, 677 euro, e poi torni qui. Come paga?”

“In Franchi Guineani” che corrisponde a qualcosa come 6.550.000 franchi guineani. Considerando che la valuta più alta è di 20.000 GNF (più o meno 2 euro), mi reco a pagare con un sacchetto così pieno di soldi che sembra abbia appena svaligiato una banca. Ci vogliono 20 minuti per contarli.

Eh sì perché nel frattempo la mia banca mi ha anche bloccato la carta di credito da 4 giorni, quindi meno male che avevo fatto scorte, visto che i bancomat qui 4 volte su 5 non hanno soldi o non c’è elettricità e quindi non funzionano. E visto che già a 500 chilometri dalla capitale non si trovano più bancomat.

Chiara Cavallazzi
www.videoj.org
(1/2 continua)

Ritorno rocambolesco dalla Guinea con l’Europa bloccata dal virus