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Libia, mercenari sudanesi a fianco di Haftar in cambio di aiuti degli Emirati a Khartum

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 aprile 2020

Anche il Sudan ha dovuto registrare nuovi casi di Covid-19, per lo più nella capitale Khartoum. In tutto il Paese si registrano 375 casi, tra questi anche 28 vittime. Il ministero della Salute ha fatto sapere che pure nel Kordofan è stato individuato il primo paziente affetto da coronavirus.

Già a metà marzo il governo di Khartum aveva chiuso il traffico marittimo e aereo per contrastare l’espandersi della pandemia e dichiarato l’emergenza sanitaria su tutto il territorio nazionale. Trasporti umanitari, commerciali e tecnici sono esclusi dalle restrizioni.

Delegazione UAE a Khartoum

Secondo quanto riporta il network qatariota al Jazeera nella sua versione internazionale in inglese, malgrado queste restrizioni, martedì sarebbe arrivata nella capitale sudanese una delegazione degli Emirati Araba Uniti, capeggiata da Tahnoon bin Zayed, consigliere per la sicurezza nazionale. I rappresentanti dell’UAE sarebbero arrivati in gran segreto con due aerei, uno dei quali, con il logo della squadra calcistica Manchester City, della quale gli Emirati sono il maggiore sponsor, con passeggeri a bordo. L’altro avrebbe trasportato materiale sanitario. Entrambi gli aeroplani avrebbero parcheggiato nella zona dell’aeroporto internazionale, riservata ai voli militari. Dopo cinque ore di intensi dialoghi a Khartum, la delegazione sarebbe ripartita alla volta di Dubai.

L’emittente ha inoltre precisato che domenica scorsa una delegazione di alti funzionari degli Emirati sarebbe arrivata nella capitale sudanese per un breve incontro con loro omologhi locali, per poi dirigersi in Ciad.

Incontri segreti o quasi per chiedere a Khartum di sostenere con mercenari Khalifa Haftar,  il leader della Cirenaica  capo del Libyan National Army. Haftar  combatte contro l’esercito di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto dall’ONU e puntellato dalla Turchia con forniture d’ami e droni.

Il portavoce del governo di transizione sudanese, Faisal Mohamed Saleh, ha riferito ai giornalisti di Sudan Tribune, un quotidiano online con base a Parigi: “Perche sarebbero dovuti arrivare in gran segreto? Malgrado la pandemia, le visite ufficiali non sono vietate. Recentemente abbiamo anche ricevuto una delegazione egiziana, tra questi il direttore dell’intelligence e e il ministro dell’Irrigazione. Le relazioni, gli eventi pubblici sulla scena regionale e internazionale sono in continua in evoluzione, non si fermano a causa della pandemia”. E ha aggiunto: “La posizione del nostro governo è chiara e di pubblico dominio. Incoraggiamo il dialogo tra le varie fazioni in Libia per arrivare a una soluzione pacifica. Il Sudan non vuole essere coinvolto in azioni militari”.

Infine il portavoce ha specificato: “L’aereo con il logo del Manchester ha portato semplicemente aiuti sanitari. Molte foto possono documentare lo scarico della merce. Non è la prima volta che l’emittente scredita il nostro Paese senza controllare la veridicità delle notizie”.

Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed

Peccato che il portavoce si sia dimenticato di alcuni dettagli importanti. Qualche mese fa un gruppo di esperti dell’ONU aveva presentato al Consiglio della Sicurezza un rapporto di oltre trecento pagine che conteneva le prove della presenza di migliaia di militari sudanesi in Libia, che come conseguenza avrebbe potuto provocare un prolungamento del conflitto in atto.

A gennaio il governo di transizione di Khartum ha spiegato che stava investigando su alcuni sudanesi al soldo di un’agenzia di sicurezza privata UAE per controllare giacimenti petroliferi in Libia. E le autorità sudanesi difficilmente potranno negare di non essere a conoscenza che grazie al sistema di monitoraggio dei voli, gli stessi Emirati hanno continuato a inviare armi in Libia malgrado l’embargo imposto dall’ONU e dei ripetuti attacchi con droni contro postazioni del governo di Tripoli  in favore delle truppe di Haftar.

E solo qualche giorno fa The Libya Observer ha reso noto che le autorità di Abu Dhabi hanno chiesto aiuto al vice-presidente del Consiglio militare del Sudan, Mohamed Hamdan Dagalo “Hametti”, capo delle Rapid Support Forces, ex janjaweed. Gli Emirati vogliono che Khartoum invii rinforzi a sostegno dell’esercito di Haftar nella sua offensiva contro Tripoli. Dagalo avrebbe promesso di inviare due gruppi armati. Una fonte che ha preferito mantenere l’anonimato ha riferito al quotidiano libico con sede a Tripoli che in cambio l’UAE avrebbe promesso aiuti economici e militari.

Mercenari sudanesi in Libya

Migliaia di mercenari sudanesi stanno combattendo in Libia a fianco delle forze di Haftar. Le loro foto e video, postati da Sirte o dalla parte meridionale di Tripoli, sono pubblicate in continuazione sui social con lo slogan “Siamo qui per liberare la Libia dal terrorismo”. Ovviamente il governo sudanese nega ogni coinvolgimento in Libia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Benin: il coronavirus si scaccia con il vodoo, ogni Paese ha una propria cura

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 aprile 2020

Il Benin, dove il vodoo è la religione di Stato, gli adepti sono convinti che la pandemia sia una vendetta degli dei, una punizione contro coloro che hanno voluto sfidare la natura. Nella culla del voodismo, questa visione si è diffusa più velocemente del Coronavirus stesso e per combatterlo ognuno deve compiere un rituale particolare.

L’essenza propria del vodoo è quella di adorare gli spiriti del mondo invisibile e di conciliare la loro potenza e la benevolenza. Il ruolo del culto è stabilire una relazione tra l’uomo e queste forze occulte.

Un fedele in trance danza durante il festival del voodoo a Ouidah, in Benin (foto © AFP/File / Stefan Heunis)

Lo storico e specialista del vodoo, Gabin Djimass, è convinto che quando si provoca la natura, talvolta questa reagisce in modo violento. Djimass ha spiegato: “Il coronavirus è una punizione contro quelli che l’hanno distrutta o manipolata geneticamente, pensando solamente al profitto o alle proprie ambizioni. L’uomo è egoista, pensa solo a se stesso, mentre la natura gli dona tutto”.

Finora il Paese è stato poco toccato dalla pandemia; infatti sono stati registrati solamente 64 contagi, 33 dei quali dichiarati guariti e un solo decesso su una popolazione di 11,5 milioni di abitanti.

Patrice Tallon, presidente della ex colonia francese non ha imposto il lockdown, la popolazione è troppo povera per poter sopportare un tale peso. Il governo ha comunque messo in atto altre raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), come l’obbligo di portare le mascherine, chiusura delle frontiere, limitazione negli spostamenti all’interno del territorio nazionale e quant’altro.

Poco più di un anno fa le antiche famiglie reali di Abomey, ex capitale dell’antico regno di Dahomey, hanno nominato un nuovo re, Dada Sagbadjou Glèlè, dopo la morte del suo predecessore. I monarchi di Dahomey sono tutti “grandi sacerdoti” del culto tradizionale vodoo. L’attuale sovrano Glèlè, e, secondo l’ordine genealogico è il solo capo della collettività ad essere un discendente diretto – pare sia l’unico pronipote ancora vivente – del re Glèlè, padre di Béhanzin, grande figura della resistenza africana, che si era opposta all’imperialismo europeo. Ma oggi le cose sono cambiate. La ex colonia francese è una Repubblica e gli antichi sovrani di Abomey sono stati “delcassati” a leader religiosi.

Ma è ugualmente un ruolo da non sottovalutare, in quanto non solo tutti dignitari vodoo riconoscono l’autorità del sovrano di Abomey e sono suoi fedelissimi, ma anche i politici lo considerano uno dei grandi elettori e alla vigilia di ogni tornata elettorale si recano alla sua corte.

Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, era uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.

Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche grandi commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta sopratutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.

Le amazzoni di Dahomey

Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1890, anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey. Per contrastare l’invasore, il re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Calcio africano in ginocchio per colpa del Coronavirus

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 aprile 2020

In Uganda i calciatori come paga hanno ricevuto 5 chili di riso e altro cibo. In Camerun i giocatori saranno senza stipendio. In Egitto le grandi squadre sono state invitate a ridurre gli emolumenti per aiutare le serie inferiori. Idem in Algeria. Il Sud Africa ha stanziato 8 milioni di dollari per far sopravvivere il mondo dello sport.

Il coronavirus ha messo in ginocchio anche il mondo del calcio africano. Campionati nazionali sospesi, tornei internazionali annullati o rimandati, stadi chiusi, calciatori a terra, economicamente e moralmente.

Panem et circenses, diceva il poeta latino Giovenale. Pane e giochi. Ma senza giochi non c’è pane. Se non si gioca, non si incassa. E non si mangia. Nello sport più amato, in questo periodo il terribile dilemma, estremizzando, è: morire di virus o morire di fame?

“Il calcio è vita e nel momento in cui si ferma è come se anche la vita si fermasse”, ha dichiarato David Juma, 36 anni, portiere e capitano della squadra della città di Kakamega (sul lago Vittoria), il Kakamega Homeboyz della Premier League del Kenya (corrispondente alla nostra Serie A). Secondo i dati forniti dalla Kenyan Premier League (Kpl), che riunisce le 16 squadre della massima divisione, il 50% dei giocatori guadagna mediamente 200 dollari al mese a cui si aggiungono diversi bonus legati ai risultati. E la Lega con gli stadi chiusi ha perso anche gli introiti dello sponsor, il bookmaker internazionale SportPesa. Altri giocatori sono meno fortunati: sono quelli che non hanno uno stipendio, seppur misero, ma sopravvivono grazie al lavoro prestato nella società proprietaria della squadra. Questa società a sua volta è in difficoltà, perché – conferma Jama – “il nostro boss è un uomo d’affari ma con il Corona gli affari sono fermi. E non è in grado di darci lo stipendio intero. Ci è stato detto che prenderemo la metà, sempre meglio che essere licenziati”. Per le calciatrici, poi, le prospettive sono ancor più drammatiche: in genere guadagnano la metà dei loro colleghi maschi.

La situazione non è più rosea nel Camerun. Anche qui la paga mensile media è stata fissata sui 200 dollari. Thomas Etta Bawak, 25 anni, è un pilastro della difesa del Cotonsport di Garoua (capitale della regione del Nord sul fiume Benue) ed è preoccupato e demoralizzato. La sua squadra è l’unica della massima serie di proprietà governativa ma – commenta – “a dispetto del salario garantito temo che in maggio la paga non sarà la stessa. Senza partite non ci saranno incassi e la società non potrà andare avanti. Io e i miei colleghi siamo in ansia sia per il virus sia per la mancanza di denaro. Psicologicamente siamo distrutti”.

E’ un comune sentire, da una confine all’altro. Bolaji Simeon Sakin, 27 anni, nigeriano attaccante dell’Horoya FC di Konakry, in Guinea, non ha lacrime per piangere: “Sono sposato, ho figli ma devo pensare anche al mantenimento di mamma, di fratelli e sorelle – dice – Non giocando, non incassiamo i bonus previsti”. Bolajj non tocca palla da metà marzo, quando il campionato è stato fermato. Proprio quando la squadra era prima in classifica e proprio quest’anno che era giunta in semifinale della Caf Confederations Cup, torneo rinviato a chissà quando.

Nessuno è esente dallo tsunami pandemico.

Sono nei guai Sud Africa e Nord Africa, che in genere elargiscono stipendi abbastanza alti rispetto al resto del continente. In Egitto il ministro degli Sport ha invitato che le compagini più forti, in particolare la più titolata dell’Africa intera, Al Ahly, (ribattezzata “la squadra del secolo”) a dare una mano a quelle delle divisioni inferiori. In settimana si iniziano i colloqui fra staff, giocatori e dirigenti per decidere la riduzione delle paghe a favore delle serie meno ricche. Anche gli altri top club egiziani come El Gounah, e Al-Mokawloon al-Arab , noto come Arab Contractors, di Nasr City, i Pyramids FC di Asyut, hanno annunciato tagli. Abdallah Mahmoud El Said Bekhit, 37 anni, centrocampista dei Pyramids, ha dichiarato che devolveranno una parte dei loro guadagni per l’acquisto di materiale medico. Di questa società fa parte John Antwi, 25 anni, ghanese, il giocatore più caro del continente: valutato un milione di euro

Un’altra compagine, Lo Smouha Sporting Club, di Alessandria, ha comunicato che all’allenatore Hamada Sedki verrà dimezzato il salario. Per fronteggiare la crisi generale la Fifa, l’organismo che governa il calcio mondiale, ha annunciato la creazione di un fondo di emergenza di cui hanno usufruito diverse federazioni africane. Queste da parte loro hanno dato fondo alle loro (spesso misere) risorse. Secondo un’inchiesta della BBC sport Africa, la Sierra Leone Football Association ha donato oltre 67 mila dollari di aiuto alle società di serie A e B, la Liberia 4200 dollari. Il Sud Africa ha stanziato 8 milioni di dollari per supportare gli atleti e gli artisti. Il Sud Africa si aspettava molto dal calcio: dopo molti anni, aveva conquistato il diritto partecipare alla Coppa delle Nazioni Africane prevista per il 2021, che non si sa se si potrà svolgere. Mark Twinamatsiko, allenatore del Kitara Football Club (in serie B), in Uganda, ha promesso metà dei suoi proventi ai suoi giocatori mentre la società ha donato loro 5 chili di cibo a testa. Sempre in Uganda la Federazione calcistica locale ha distribuito 12 tonnellate di cibo a giocatori, dirigenti e spesso anche ai tifosi.

FUFA, la Federazione calcistica ugandese, distribuisce riso ai calciatori

In questo panorama desolante brilla solo un magnate kenyano, Ricardo Badoer, padre e padrone dell’equipe del Kenya, Wazito FC, di una squadra minore in Spagna (Ursaria) di una canale televisivo online a Nairobi (Madgot tv)

Ricardo Badoer, in realtà è un affarista svedese domiciliato a Dubai, ed è un fanatico del calcio noto anche per le sue intemperanze verbali quando la squadra perde. E quest’anno gli è successo spesso, dato che la squadra non ha brillato particolarmente fino al momento in cui il campionato è stato sospeso per il virus: 13° su 18! Ha comunque garantito che tutti. I dipendenti della società continueranno a ricevere la retribuzione per intero. “So che cose vuol dire restare senza lavoro – ha dichiarato – Non voglio che gli altri soffrano quello che ho passato io. Penso che se hai gente che lavora per te, non puoi decidere di lasciarla senza paga perché c’è un virus che imperversa nel mondo. Sarebbe ingiusto, hanno famiglia, hanno bisogno di cibo e io ho sempre messo da parte il denaro sufficiente per affrontare queste situazioni critiche. Se riesci a sopravvivere ai tempi duri, tornerai più forte”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

 

Coronavirus: Cina scatena xenofobia nei confronti degli africani

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
27 aprile 2020

Mentre in Italia ci si prepara alla cosiddetta “Fase due”, la Cina è già in stadio di ripresa. Ciò che si teme, però, è una nuova grande ondata di contagi da COVID-19 che potrebbe arrivare in autunno.

Ma facciamo un passo indietro. Quando il virus ha iniziato a propagarsi, i cinesi si trovavano in vacanza, nel bel mezzo dei festeggiamenti per l’anno nuovo. Questa coincidenza è stata fondamentale nella diffusione del virus. Tutti si sono spostati dalle città verso le zone rurali, o partiti per l’Europa e tornati dall’Occidente verso casa, per celebrare l’avvento del nuovo anno con le proprie famiglie. La nostra fonte a Shanghai afferma che, in città, il giorno di capodanno non c’era nessun allarme governativo, così, tutti si sono potuti riunire tra amici e parenti.

Little Africa a Gouangzhou

Ma dopo quei giorni la situazione è cambiata: improvvisamente il Paese si è ritrovato letteralmente invaso da un nemico invisibile. Anche se, come noto, il coronavirus circolava già da dicembre. Infatti, una commissione di accademici e scienziati aveva scritto al governo centrale, avvisandolo di aver rilevato un nuovo virus sconosciuto. Ma i mittenti, insieme ad altri medici, sono stati zittiti e minacciati. Sicuramente si credeva di arginare il problema senza fare clamore, infatti il 25 gennaio, due giorni prima dell’anno nuovo cinese, la città di Wuhan era già in lockdown.

Inizialmente si ignorava che il contagio potesse passare dall’animale all’uomo, perciò la situazione è sfuggita di mano. Il governo cinese ha agito tardi, ma appena è scattato l’allarme, tutta la nazione si è dedicata con diligenza alla sconfitta del virus. In questo momento, mentre si sta cercando di tornare alla normalità, il governo e l’opinione pubblica attribuiscono il contagio ad un soldato americano, che per primo avrebbe portato il COVID-19 nel Paese. Mentre, la versione della comunità scientifica è differente: si presume che il virus sia sfuggito da un laboratorio, in cui da anni i ricercatori fanno ricerche sui pipistrelli, vicinissimo al mercato del pesce di Wuhan.

È importante non dimenticare che la Cina ha un territorio sconfinato, perciò la situazione cambia da regione a regione. Secondo i dati dichiarati dal governo, sarebbero 84.325 i casi confermati nel Paese e 4.642 i decessi. Shanghai è la città meno colpita: le cifre ufficiali parlano di 500 contagi e 7 morti, su una popolazione di 25 milioni di persone. Adesso la preoccupazione maggiore riguarda i “contagi di ritorno”, ossia i casi di COVID-19 importati dall’estero. A Shanghai mercati e ristoranti sono stati riaperti, si è già deciso che gli esami di maturità saranno svolti regolarmente e in presenza a luglio; ma tutto comunque con l’obbligo di portare la mascherina.

Intanto la popolazione è stata dotata di un chip collegato al cellulare, che certifica gli spostamenti e la positività presente o passata al coronavirus. In questo clima di ricerca della stabilità, come speso accade, ciò che sta emergendo è la paura per lo straniero; e uno in particolare: quello dalla pelle nera. Nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale, risiede la comunità africana più grande dell’Asia.

Africani in Cina costretti a dormire all’addiaccio

Il territorio, nel corso degli anni, è divenuto un centro economico molto importante, dal cui porto passano grossi traffici commerciali. Sembrerebbe che, con l’avvento del COVID-19, sia cresciuta la tensione tra la popolazione locale e i lavoratori africani. Tutto è iniziato con un litigio, non provato, tra un’infermiera e un nigeriano che si sarebbe rifiutato di fare il tampone.

Tre giorni dopo, avendo constatato cinque casi positivi in un ristorante, la polizia locale avrebbe fatto irruzione nelle case di alcuni africani, con regolare visto e impiego qualificato, costringendoli a stare per strada o negli hotel. In un locale della catena McDonald’s sarebbe stato vietato l’accesso alle persone di colore.

Intanto il governo centrale nega ogni responsabilità, affermando anzi che questi episodi siano stati inventati e montati ad arte. Ma la nostra fonte ci parla anche di una persona africana, già risultata negativa al test, costretta ad abbandonare la propria abitazione, al contrario di sua moglie, canadese con la pelle bianca, che non ha dovuto abbandonare la loro abitazione.

Non è un mistero l’esistenza di un certo pregiudizio cinese, culturale ed estetico, non razziale, sulle persone di colore. Basti pensare al caso di una pubblicità su una nota marca di lavatrici in cui, per mostrarne l’efficacia, un bambino nero veniva gettato nel cestello per poi uscirne pulito e bianco. Insomma, insieme al virus si diffonde anche il panico verso “Calimero”, che non sarebbe in grado di proteggere se stesso e gli altri dal contagio.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it

Congo-K: i gruppi armati non temono il coronavirus, uccisi 13 ranger del parco Virunga

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 aprile 2020

In questi giorni nella Repubblica Democratica del Congo il coronavirus non è al centro delle cronache. La morte, la distruzione e il dolore sono causati dagli attacchi di vari gruppi armati che operano nella parte occidentale dell’enorme Paese.

Venerdì mattina sono state uccise 19 persone a una quarantina di chilometri da Goma, capoluogo della provincia del Nord-Kivu. Tra le vittime, almeno 13 erano ranger del parco del Virunga, il più antico di tutta l’Africa, noto durante il colonialismo belga con il nome di parco nazionale Albert. Nel Kivu settentrionale é scoppiata la decima epidemia di ebola, non ancora debellata e nonostante ciò è teatro da continue incursioni di milizie di diverse estrazioni.

Venerdì mattina una sessantina di uomini armati ha attaccato un convoglio che porta regolarmente cibo da Goma a Rumangabo. I ranger del parco erano addetti alla sicurezza e alla difesa della carovana di veicoli. Per questo lavoro extra i guardiani ricevono 250 dollari mensili dagli abitanti dei villaggi lungo il percorso. La direzione dell’ICCN chiude un occhio e acconsente per non inimicarsi ulteriormente i residenti che in varie occasioni hanno accusato i responsabili del Virunga di sconfinamento e devastare le coltivazioni. Le comunità confinanti con la riserva naturale sono stati coinvolti in diversi programmi di cooperazione economica, per esempio micro credito e progetti di distribuzione di corrente idroelettrica.

Gorilla della montagna nel Parco nazionale Virunga, RDC

L’Isitituto Congolese per la Conservazione della Natura (ICCN), responsabile della gestione di tutti parchi ha comunicato che altri tre ranger e sei civili sono stati feriti, alcuni in modo grave.

Cosma Wilungula, direttore generale dell’Istituto, ritiene che i responsabili del massacro siano membri del gruppo FDLR (Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda), ribelli hutu, che non sono più operativi in Ruanda dal 2001. Hanno spostato il loro campo d’azione nell’est del Congo-K, dove da anni commettono atrocità indescrivibili contro la popolazione civile. Sono accusati di reclutare con la forza bambini-soldato, di saccheggiare i villaggi e di finanziare le loro attività criminali grazie al traffico illecito di oro e legno pregiato. Lo scorso anno le forze armate congolesi hanno ucciso Sylvestre Mudacumura, leader del gruppo.

Il Virunga, oltre ad essere la patria dei gorilla di montagna e di altre specie protette, è anche nascondiglio e rifugio di movimenti ribelli, che già in passato hanno attaccato e ucciso guardiani e rapito turisti. Lo stesso direttore del parco, Emmanuel de Mérode qualche anno era stato assalito da un commando e solo per miracolo ne era uscito vivo.

L’incantevole riserva naturale è tra i parchi più pericolosi al mondo. Attacchi ai guardiani sono frequenti e due anni fa sono stati rapiti anche due turisti britannici, liberati poco dopo. In seguito la riserva è rimasta chiusa per diversi mesi. Anche ora  non è accessibile ai turisti, questo per una misura precauzionale. Si teme che i gorilla possano essere infettati da Covid-19.

Mentre nella provincia di Ituri il gruppo armato CODECO (Coalition des Démocrates Congolais formato da miliziani di etnia Lendu), giovedì ha ucciso nuovamente 13 residenti del territorio di Djugu. Per proteggere la popolazione, la MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en République démocratique du Congo) ha inviato truppe supplementari. In tutta la zona la situazione è drammatica. Tre villaggi sono ormai privi di abitanti, scappati terrorizzati dalla furia dei miliziani di CODECO.

Ne Muanda Nsemi, guru della setta Bundu dia Kongo

Altri sanguinosi scontri tra la polizia e membri del gruppo politico-religioso Bundu dia Kongo si sono verificati venerdì scorso a Kinshasa. Le forze dell’ordine hanno arrestato il leader della setta, Ne Muanda Nsemi (il cui vero nome è Zacharie Badiengila), ex professore universitario e ex deputato. Alcuni adepti della setta si sono arresi agli agenti, mentre il guru si era barricato nel suo alloggio. Durante la bagarre che ne è seguita, è stato ferito alla testa dagli agenti.

Nei giorni precedenti un centinaio di suoi fedeli si era radunata con machete, armi bianche e fucili sulla strada nazionale vicino a Kisantu nella provincia del Congo centrale. Hanno poi eretto barricate e intonato slogan xenofobi contro i non residenti. E’ stato necessario l’intervento della polizia per disperdere l’assembramento. Il bilancio della giornata è stato di 4 morti. La scorsa settimana invece, sempre nella stessa area, durante gli scontri tra la polizia hanno perso la vita 14 persone. Scopo del guru di Bundu dia Kongo è restaurare il regno del Congo del XV secolo e pur di farsi ascoltare gli adepti non esitano a usare la violenza contro chiunque non originario della provincia.

L’ex colonia belga ha registrato finora 416 contagi da coronavirus, l’ultimo ieri sera. Si tratta di un congolese di 58 anni della provincia dell’Alto Katanga. L’uomo era ritornato da Nairobi, la capitale del Kenya, all’inizio del mese. I morti per Covid-19 sono stati 28.

E nel Sud-Kivu piogge torrenziali e inondazioni hanno causato la morte di oltre 40 persone, 15 mila abitazioni distrutte. La città di Uvira è completamente isolata. E ora, in piena pandemia, nell’area interessata dal maltempo si teme l’arrivo del colera.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Congo-K: rapiti due turisti britannici nel parco Virunga mentre ebola colpisce ancora

Ucciso in Congo-K il capo dei ribelli Hutu ruandesi accusato di aver partecipato al genocidio del 1994

Libano: ragazza nigeriana messa in vendita su internet dal suo datore di lavoro

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 aprile 2020

Conosciamo tutti le pagine internet dove possiamo vendere oggetti che non ci servono più. E come merce è stata trattata in Libano un giovane collaboratrice domestica nigeriana.

A Beirut il suo datore di lavoro ha messa in vendita su un noto social network. “Ragazza trentenne, nigeriana, molto pulita, attiva, documenti in regola, vendesi per 1.000 dollari”.

L’autore del post è stato arrestato dall’intelligence libanese (Lebanon’s General Security agency). L’uomo, sembra si chiami Wael Jerro, è ora indagato e l’Agenzia ha messo in allerta gli utenti del cybermarket: “Chiunque mette in vendita online persone viola le leggi contro la tratta di esseri umani”.

Colf africane in Libano

L’annuncio è stato ora rimosso, in rete circolano comunque gli screenshot e molti cittadini nigeriani, nonché le autorità di Abuja, hanno gridato allo scandalo, tanto da attirare l’attenzione del ministro della Giustizia libanese, Marie-Claude Najem, che ha immediatamente ordinato agli agenti dell’Intelligence di occuparsi del caso. Dal canto suo il ministro del Lavoro ha detto che è assolutamente vietato inserire annunci online riguardanti collaboratici domestiche.

In Libano le colf straniere non godono di nessuna protezione, sono escluse dai diritti dei lavoratori. A tutt’oggi per questa categoria viene ancora applicata la Kafala, che vincola la loro residenza legale alla relazione contrattuale con chi l’ha assunta. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.

Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù. Nel Paese dei cedri vivono attualmente 250.000 colf, per lo più provenienti dall’Africa sub-sahariana (Nigeria, Ghana, Etiopia e altri), ma provengono anche dall’Asia (Nepal e Filippine). Non di rado le giovani donne subiscono violenze e abusi di tutti generi, proprio perchè non sono protette da nessuna legge. In un suo rapporto di un anno fa Amnesty international aveva chiesto esplicitamente l’immediata abolizione della Kafala in Libano.

Libanese arrestato: aveva messo in vendita la sua colf su FB

La direzione della sicurezza generale – un’agenzia di intelligence libanese – ha fatto sapere che ogni settimana muoiono almeno due colf. Non di rado le ragazze, per sottrarsi agli abusi del datore di lavoro, e nella disperazione scelgono vie di fuga assai pericolose, come saltare dalla finestra di un appartamento situato magari a piano elevato, finendo a terra rovinosamente, gravemente ferite o addirittura morte.

Il 14 marzo scorso è stato trovato il corpo di una giovane ghaniana, Faustina Tay, nel parcheggio sottostante all’appartamento del 4° piano di proprietà del suo datore di lavoro. Solo il giorno precedente aveva contattato un gruppo di attivisti di This is Lebanon, nonchè suo fratello in Ghana, manifestando il suo grande disagio per i ripetuti abusi da parte del “padrone” e dell’agente che l’aveva fatta venire in Libano. Aveva detto di sentirsi in pericolo di vita. Diciotto ore dopo la ragazza giaceva esanime sull’asfalto.

Un medico legale ha stabilito la causa della sua morte:  un trauma cranico, causato dalla caduta da un’altezza piuttosto elevata. Nessun segno di maltrattamenti. Il caso è stato archiviato come suicidio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Nigeria, l’inferno da dove vengono gli schiavi venduti all’asta in Libia

Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 aprile 2020

Una violenza jihadista senza limiti quella presente a Cabo Delgado, estremo settentrione del Mozambico, 2.700km a nord della capitale, Maputo. Cinquantadue giovani ai quali era stato intimato di arruolarsi nella guerriglia sono stati barbaramente assassinati.

Il peggior massacro da quando 30 mesi fa è iniziata la violenza jihadista a Cabo Delgado. È successo nel villaggio di Xitaxi, nel distretto di Muidumbe, lo scorso 8 aprile. La tragedia è stata confermata dal portavoce della Polizia (PRM) Orlando Modumane ma solo ora ci sono i dettagli della tragedia.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati, con la bandiera dello Stato islamico, davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Modumane ha dichiarato all’agenzia portoghese LUSA che giovani hanno opposto resistenza provocando l’ira dei criminali. Come reazione al rifiuto, hanno sparato in modo indiscriminato e poi li hanno decapitati. L’orribile fatto di sangue è avvenuto il giorno successivo a due attacchi, a poche ore di distanza, nei villaggi di Tinga e di Litingina, poco distante da Xitaxi.

Lo scorso 23 marzo, un gruppo di jihadisti, via mare, ha attaccato nuovamente Mocímboa da Praia e Quissanga impedendo alla popolazione di fuggire. Si sono poi fatti fotografare davanti alla caserma occupata della polizia di Quissanga con la bandiera nera dello Stato islamico. Sull’attacco sta circolando un video, ripreso anche dall’emittente in lingua portoghese JP. Si vedono almeno una quindicina di uomini in uniforme militare con il viso coperto dalla kefiah. Alcuni imbracciano kalashnikov (AK47) e uno di loro ha un lanciagranate (RPG), carico, in spalla. Altri filmano con gli smartphone.

Vogliono lo stato islamico

Secondo lo speaker dell’emittente i tagliagole hanno parlato di fronte alla popolazione in lingua locale. Hanno detto di essere in guerra contro l’esercito mozambicane e contro alcuni dirigenti del Paese. Affermano che stanno difendendo l’islam, vogliono un governo islamico e non un governo di miscredenti.

Cinque attacchi in tre settimane – tre in due giorni – issando la bandiera dell’ISIS su edifici delle istituzioni, sono dimostrativi e simbolici. Azioni che intendono mostrare l’arroganza verso il potere centrale di Maputo e il tentativo di fare di Cabo Delgado un’area controllata dal terrorismo islamista.

L’indagine del presidente lo aveva rivelato

João Pereira, uno degli autori dell’indagine sui gruppi islamisti a Cabo Delgado, aveva avvisato che leader jihadisti vogliono destabilizzare la provincia. Chiamati dalla popolazione al Shebab, secondo l’investigazione di Pereira – voluta dal presidente Filipe Nyusi – si identificano come Ahlu Sunnah Wa-Jammá. L’indagine aveva rivelato che il Mozambico perde 30 milioni di dollari all’anno a causa del contrabbando rubini, avorio e legname pregiato organizzato dai terroristi. Ma circolano voci non confermate anche di traffico di eroina.

Il triangolo d’oro del contrabbando jihadista

Mappa di Cabo Delgado con triangolo delle ricchezza per il contrabbando jihadista (Courtesy GoogleMaps)
Mappa di Cabo Delgado con triangolo delle ricchezza per il contrabbando jihadista (Courtesy GoogleMaps)

Dal primo attacco jihadista dell’ottobre 2017, la situazione del prezioso triangolo Montepuez (rubini)/Niassa (avorio e legname)/Palma (giacimenti di gas) è peggiorata. A Cabo Delgado i gruppi islamisti sembrano meglio organizzati e più aggressivi e di polizia ed esercito che non riescono ad arginarli. Perfino i contractor russi hanno rinunciato dopo aver subito perdite.

Intanto ExxonMobil ha deciso di tagliare del 30 per cento il budget del 2020 del progetto  del gas naturale (LNG) al largo di Palma. Mentre, a febbraio scorso, ExxonMobil e Total oltre ai 500 presenti, hanno chiesto altri 300 militari a protezione del sito. Le due multinazionali petrolifere operano insieme a ENI nel megaimpianto di Palma e hanno pianificato l’inizio della produzione off-shore del Bacino del Rovuma per il 2022.

Per il momento, per Maputo non sembra facile fare una guerra che dista 2.700km dai centri del potere. Anche se è casa sua.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Nigeria: a 68 anni partorisce due gemelli durante l’emergenza coronavirus

Africa ExPress
Lagos, 23 aprile 2020

In piena pandemia coronavirus, una signora sessantottenne nigeriana anni ha partorito due gemelli, un maschio e una femminuccia. I piccoli sono nati a Lagos, la capitale economica della ex colonia britannica, nel The Lagos University Teaching Hospital (LUTH) (Clinica universitaria); i piccoli e la madre stanno bene e sono stati dimessi un paio di giorni fa.

 

Anziana donna di 68 anni partorisce due gemelli a Lagos

I gemelli sono nati il 15 aprile con parto cesareo. I genitori, sposati da 43 e dopo 3 tentativi falliti di riproduzione assistita, finalmente hanno realizzato il loro sogno.

Il papà Noah Adenuga ha raccontato ai reporter della BBC che si erano recati persino in Gran Bretagna con la speranza di avere un figlio grazie alla fertilizzazione in vitro (IVF). “Poi – ha spiegato – siamo tornati a casa e qui finalmente il nostro destino è cambiato quando ho ricevuto un messaggio da un gruppo di medici specialisti della fertilità (generalmente si tratta di ginecologi con formazione aggiuntiva nel trattamento dell’infertilità e della fertilità sia maschile che femminile).

“La nascita di questi bambini è un vero miracolo”, ha detto Adeyemi Okunowo, medico che si è occupato dei problemi della coppia e ha sottolineato che hanno davvero corso un grande rischio; per una donna di quell’età una gravidanza non è certo una passeggiata.

La direzione sanitaria dell’ospedale ha specificato che generalmente non eseguono IVF a una donna in età avanzata, ma la coppia non ha avuto esitazioni nemmeno dopo che i medici hanno illustrato i vari pericoli ai quali poteva andare incontro la primipara.

Tutto bene quello che finisce bene, medici soddisfatti e genitori felici. L’anziana coppia ha finalmente coronato il sogno della loro vita. Ma vediamo anche il rovescio della medaglia. Saranno in grado di provvedere all’educazione dei gemelli di stare loro accanto durante la crescita?

Intanto la Nigeria segnala 782 casi di Covid-19 con 25 decessi, tra questi un operatore sanitario di Medici senza Froniere (MSF) nel Borno State, nel nord-est del Paese. Finora sono ancora 12 gli Stati della Repubblica Federale non toccati dalla pandemia.

Africa ExPress
@africexp

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Orrore in Ciad: 44 presunti Boko Haram avvelenati in prigione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 aprile 2020

Nella prigione di N’Djamena, la capitale del Ciad, 44 presunti miliziani Boko Haram sono stati trovati morti stecchiti giovedì scorso nella loro cella nei sotterranei della gendarmeria. E, secondo il procuratore generale, Youssouf Tom, la loro morte è stata causata da avvelenamento.

I 44 facevano parte di un gruppo di 58 persone accusate di terrorismo, arrestate durante l’ Opération Colère de Bohoma, campagna militare su larga scala lanciata dal governo ciadiano contro i jihadisti nella regione del bacino del Lago Ciad. L’operazione è stata la risposta al massacro nella base di Bohoma, dove il 23 marzo sono stati uccisi oltre 90 soldati.

Prigione nella capitale del Ciad

Orrore e spavento sono state le reazioni della società civile, che pretende risposte chiare dal governo. Si tratta di suicidio collettivo, maltrattamenti nei luridi sotterranei dove i prigionieri erano rinchiusi. E poi: chi erano le persone morte? E dove sono state arrestate? Sul campo di battaglia o altrove?

Il procuratore ha fatto sapere che sabato mattina è stata effettuata l’autopsia solamente su 4 cadaveri.Il medico legale ha trovato sostanze tossiche nei loro corpi; un avvelenamento che ha provocato la morte per asfissia e/o  per arresto cardiaco. “Nessuna esame necroscopico sulle altre 40 salme, seppellite subito per via del gran caldo”, ha aggiunto Youssouf Tom, che ha anche ammesso: “Non abbiamo identificato i 44 presunti miliziani, abbiamo solamente la lista che ci hanno fornito i militari. La procedura prevede l’ identificazione degli indagati con l’apertura dell’inchiesta giudiziaria”.

Mercoledì, un giorno prima della disgrazia, il ministro della Giustizia di N’Djamena aveva annunciato il trasferimento nella capitale dei 55 presunti terroristi per essere interrogati e poi giudicati davanti alla Corte criminale. Tutti si chiedono cosa sia successo davvero in quel breve lasso di tempo passato nei sotterranei della gendarmeria della capitale. Anche se il ministro ha assicurato che non sono stati maltrattati, una fonte della Sicurezza, che ha preferito l’anonimato, ha rivelato ai reporter di Agence France Presse (agenzia di stampa frencese n.d.r.) che i prigionieri sono stati rinchiusi nella cella senza acqua né cibo.

Miliziani Boko Haram

La società civile e l’opposizione accusano il governo e pretendono l’ apertura di un’inchiesta indipendente. Mentre Jean Bosco Manga, fondatore di Mouvement citoyen pour la préservation des libertés (MCPL) ha detto: “E’ una grave violazione dei diritti umani internazionali. Quando un nemico è sotto il vostro controllo, disarmato, deve godere di tutte le protezioni umanitarie”.

“Una cosa del genere non l’ho mai vista”, ha esclamato Ahmad Yacoub Dabio, presidente del Centro studi per la prevenzione dell’estremismo in Ciad. Secondo Dabio bisogna attendere altri risultati, ma pretende che i detenuti ancora in vita vengano protetti.

Non si sa se i 14 presunti Boko Haram ancora in vita siano venuti in contatto con le stesse sostanze tossiche dei loro compagni. Dal canto suo il governo afferma che i 14 godono di ottima salute.

Il Ciad ha finora registrato 33 casi di Covid-19, tra questi 8 sono stati dichiarati guariti. Come la maggior parte delle nazioni africane, ha chiuso le proprie frontiere, luoghi di culto, bar, vietato assembramenti con più di 50 persone e sospeso le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Andrea Sigona e Africa ExPress: “Canzone per Silvia”, appello in musica a Mattarella

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 aprile 2020

Dal 20 novembre 2018, da quando cioè Silvia Romano è stata rapita, Africa ExPress, ha pubblicato una quarantina di articoli e servizi giornalistici. La maggior parte dei quali sono reportage realizzati grazie alla campagna di crowdfunding dei nostri lettori.

Silvia Romano

Abbiamo chiesto ad Andrea Sigona, cantautore e narratore genovese, cosa ne pensasse dell’idea di scrivere una canzone per Silvia. Una proposta accettata con grande entusiasmo. Abbiamo intervistato Andrea e assieme a quello che ci ha detto pubblichiamo per i nostri lettori la “Ballata per Silvia”.

La tua ballata, “Dov’è Silvia Romano”, oltre che dedicata alla giovane volontaria della onlus Africa Milele, è anche un appello a due grandi cariche istituzionali del Paese: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte…

Mi sono ricordato che il Capo dello Stato aveva manifestato forte preoccupazione per il rapimento della giovane volontaria e avevo letto che Africa ExPress aveva scritto una lettera aperta al premier Conte per conoscere cosa si sapeva su Silvia. Il mio appello è rivolto anche al presidente della Somalia, dove si sospetta sia stata portata, e a quello del Kenya, Paese dove è stata rapita.

Andrea Sigona - #SilviaLibera, un'illustrazione di Mauro Biani
#SilviaLibera, un’illustrazione di Mauro Biani (Courtesy © Mauro Biani)

Come é nato il testo della canzone?

Ho messo la foto di Silvia sullo schermo del computer e ho lasciato andare la penna. Le parole della canzone sono rivolte al Presidente ma anche alla ragazza. Anche se non conosco Silvia personalmente ho parlato anche a lei. Quando sarà liberata spero di incontrarla perché è una bella persona, è una donna che ha lavorato tanto per gli ultimi, per i bambini. È come se avessi avuto a che fare con qualcuno che lavora con Emergency. Non sta dalla parte dei vincitori o dei vinti. Sta dalla parte degli sfruttati, di coloro che hanno bisogno. Credo che aiutare chi ha bisogno sia la prima regola che Silvia si è data.

Hai già trattato di Africa in un tuo brano
che si chiama “Coltan”, uno dei minerali indispensabili per la costruzione dei nostri cellulari. In quelle miniere lavorano bambini. Un esempio di sfruttamento del lavoro infantile…

Ho lavorato a “Coltan” con Massimo Alberizzi (direttore di Africa ExPress ndr) che lo ha trovato un gran bel pezzo. Una volta terminato l’arrangiamento musicale, è venuto un bel lavoro. Mi piacerebbe portare in studio anche la ballata per Silvia che per il momento è solo chitarra e voce.

Il cantautore genovese Andrea Sigona canta “Dov’è Silvia Romano” scritta per la giovane volontaria rapita in Kenya (Copyright © Andrea Sigona)

Come vedi l’Africa?

La vedo confusa, credo come la maggior parte degli europei, e lontana. Ora, con il Coronavirus, sembra un po’ più vicina e riusciamo a capire qualcosa di più. Anche riguardo all’epidemia di ebola: una guerra senza bombe ma una guerra terribile. Purtroppo siamo ancora abituati a vedere l’Africa come se fosse un nemico, ma non è così.

Nella tua carriera artistica sei impegnato con gli “ultimi della terra”…

Sono orientato su quel grande tema: gli “ultimi degli ultimi”. Quelli che papa Francesco definisce i senza voce. Non c’è niente di peggio che non avere voce. È importante dare voce a coloro che non ce l’hanno. Che sia un Paese, una popolazione o una persona. Nel mio piccolo cerco di dare parole e musica rivolte a loro ma che rivolgo anche a me stesso perché lo loro problematiche mi colpiscono. Non sono capace di fare canzoni “ballabili”. Le mie canzoni sono costruite su storie o problematiche.

Chi è Andrea Sigona

È un cantautore e narratore genovese indipendente ma anche musicista, paroliere, arrangiatore. Tra il 2008 e il 2012 ha pubblicato diversi album con l’etichetta l’Atlantide Promotion “Passaggi” e “Santi & Delinquenti”

Andrea Sigona, autore edlla canzone "Dove è Silvia Romano"
Andrea Sigona, autore della canzone “Dove è Silvia Romano”

Nel 2015 è uscito l’ultimo suo lavoro: “Memorie Ritrovate-il prologo”. L’opera oltre ad essere un disco è anche un reading teatrale. Ha svolto fino ad oggi circa 200 concerti in tutta Italia. Suona chitarra acustica, chitarra classica, pianoforte, armonica a bocca. Andrea, per il suo impegno sociale, il 22 aprile, a Milano, sarà premiato per la seconda volta dall’associazione “Ponti di Memoria”. La premiazione, alle 21:00, avverrà in streaming a causa del lockdown per l’epidemia di Covid-19.

Pagina FB di Andrea Sigona,
Email: andreasigona.as@gmail.com
Youtube: Andrea Sigona
Tel: (+39) 334 135 0312

(ultimo aggiornamento: 22 aprile 2020, ore 20:32)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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