Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 aprile 2020

In Uganda i calciatori come paga hanno ricevuto 5 chili di riso e altro cibo. In Camerun i giocatori saranno senza stipendio. In Egitto le grandi squadre sono state invitate a ridurre gli emolumenti per aiutare le serie inferiori. Idem in Algeria. Il Sud Africa ha stanziato 8 milioni di dollari per far sopravvivere il mondo dello sport.

Il coronavirus ha messo in ginocchio anche il mondo del calcio africano. Campionati nazionali sospesi, tornei internazionali annullati o rimandati, stadi chiusi, calciatori a terra, economicamente e moralmente.

Panem et circenses, diceva il poeta latino Giovenale. Pane e giochi. Ma senza giochi non c’è pane. Se non si gioca, non si incassa. E non si mangia. Nello sport più amato, in questo periodo il terribile dilemma, estremizzando, è: morire di virus o morire di fame?

“Il calcio è vita e nel momento in cui si ferma è come se anche la vita si fermasse”, ha dichiarato David Juma, 36 anni, portiere e capitano della squadra della città di Kakamega (sul lago Vittoria), il Kakamega Homeboyz della Premier League del Kenya (corrispondente alla nostra Serie A). Secondo i dati forniti dalla Kenyan Premier League (Kpl), che riunisce le 16 squadre della massima divisione, il 50% dei giocatori guadagna mediamente 200 dollari al mese a cui si aggiungono diversi bonus legati ai risultati. E la Lega con gli stadi chiusi ha perso anche gli introiti dello sponsor, il bookmaker internazionale SportPesa. Altri giocatori sono meno fortunati: sono quelli che non hanno uno stipendio, seppur misero, ma sopravvivono grazie al lavoro prestato nella società proprietaria della squadra. Questa società a sua volta è in difficoltà, perché – conferma Jama – “il nostro boss è un uomo d’affari ma con il Corona gli affari sono fermi. E non è in grado di darci lo stipendio intero. Ci è stato detto che prenderemo la metà, sempre meglio che essere licenziati”. Per le calciatrici, poi, le prospettive sono ancor più drammatiche: in genere guadagnano la metà dei loro colleghi maschi.

La situazione non è più rosea nel Camerun. Anche qui la paga mensile media è stata fissata sui 200 dollari. Thomas Etta Bawak, 25 anni, è un pilastro della difesa del Cotonsport di Garoua (capitale della regione del Nord sul fiume Benue) ed è preoccupato e demoralizzato. La sua squadra è l’unica della massima serie di proprietà governativa ma – commenta – “a dispetto del salario garantito temo che in maggio la paga non sarà la stessa. Senza partite non ci saranno incassi e la società non potrà andare avanti. Io e i miei colleghi siamo in ansia sia per il virus sia per la mancanza di denaro. Psicologicamente siamo distrutti”.

E’ un comune sentire, da una confine all’altro. Bolaji Simeon Sakin, 27 anni, nigeriano attaccante dell’Horoya FC di Konakry, in Guinea, non ha lacrime per piangere: “Sono sposato, ho figli ma devo pensare anche al mantenimento di mamma, di fratelli e sorelle – dice – Non giocando, non incassiamo i bonus previsti”. Bolajj non tocca palla da metà marzo, quando il campionato è stato fermato. Proprio quando la squadra era prima in classifica e proprio quest’anno che era giunta in semifinale della Caf Confederations Cup, torneo rinviato a chissà quando.

Nessuno è esente dallo tsunami pandemico.

Sono nei guai Sud Africa e Nord Africa, che in genere elargiscono stipendi abbastanza alti rispetto al resto del continente. In Egitto il ministro degli Sport ha invitato che le compagini più forti, in particolare la più titolata dell’Africa intera, Al Ahly, (ribattezzata “la squadra del secolo”) a dare una mano a quelle delle divisioni inferiori. In settimana si iniziano i colloqui fra staff, giocatori e dirigenti per decidere la riduzione delle paghe a favore delle serie meno ricche. Anche gli altri top club egiziani come El Gounah, e Al-Mokawloon al-Arab , noto come Arab Contractors, di Nasr City, i Pyramids FC di Asyut, hanno annunciato tagli. Abdallah Mahmoud El Said Bekhit, 37 anni, centrocampista dei Pyramids, ha dichiarato che devolveranno una parte dei loro guadagni per l’acquisto di materiale medico. Di questa società fa parte John Antwi, 25 anni, ghanese, il giocatore più caro del continente: valutato un milione di euro

Un’altra compagine, Lo Smouha Sporting Club, di Alessandria, ha comunicato che all’allenatore Hamada Sedki verrà dimezzato il salario. Per fronteggiare la crisi generale la Fifa, l’organismo che governa il calcio mondiale, ha annunciato la creazione di un fondo di emergenza di cui hanno usufruito diverse federazioni africane. Queste da parte loro hanno dato fondo alle loro (spesso misere) risorse. Secondo un’inchiesta della BBC sport Africa, la Sierra Leone Football Association ha donato oltre 67 mila dollari di aiuto alle società di serie A e B, la Liberia 4200 dollari. Il Sud Africa ha stanziato 8 milioni di dollari per supportare gli atleti e gli artisti. Il Sud Africa si aspettava molto dal calcio: dopo molti anni, aveva conquistato il diritto partecipare alla Coppa delle Nazioni Africane prevista per il 2021, che non si sa se si potrà svolgere. Mark Twinamatsiko, allenatore del Kitara Football Club (in serie B), in Uganda, ha promesso metà dei suoi proventi ai suoi giocatori mentre la società ha donato loro 5 chili di cibo a testa. Sempre in Uganda la Federazione calcistica locale ha distribuito 12 tonnellate di cibo a giocatori, dirigenti e spesso anche ai tifosi.

FUFA, la Federazione calcistica ugandese, distribuisce riso ai calciatori

In questo panorama desolante brilla solo un magnate kenyano, Ricardo Badoer, padre e padrone dell’equipe del Kenya, Wazito FC, di una squadra minore in Spagna (Ursaria) di una canale televisivo online a Nairobi (Madgot tv)

Ricardo Badoer, in realtà è un affarista svedese domiciliato a Dubai, ed è un fanatico del calcio noto anche per le sue intemperanze verbali quando la squadra perde. E quest’anno gli è successo spesso, dato che la squadra non ha brillato particolarmente fino al momento in cui il campionato è stato sospeso per il virus: 13° su 18! Ha comunque garantito che tutti. I dipendenti della società continueranno a ricevere la retribuzione per intero. “So che cose vuol dire restare senza lavoro – ha dichiarato – Non voglio che gli altri soffrano quello che ho passato io. Penso che se hai gente che lavora per te, non puoi decidere di lasciarla senza paga perché c’è un virus che imperversa nel mondo. Sarebbe ingiusto, hanno famiglia, hanno bisogno di cibo e io ho sempre messo da parte il denaro sufficiente per affrontare queste situazioni critiche. Se riesci a sopravvivere ai tempi duri, tornerai più forte”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

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