Coronavirus: Cina scatena xenofobia nei confronti degli africani

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
27 aprile 2020

Mentre in Italia ci si prepara alla cosiddetta “Fase due”, la Cina è già in stadio di ripresa. Ciò che si teme, però, è una nuova grande ondata di contagi da COVID-19 che potrebbe arrivare in autunno.

Ma facciamo un passo indietro. Quando il virus ha iniziato a propagarsi, i cinesi si trovavano in vacanza, nel bel mezzo dei festeggiamenti per l’anno nuovo. Questa coincidenza è stata fondamentale nella diffusione del virus. Tutti si sono spostati dalle città verso le zone rurali, o partiti per l’Europa e tornati dall’Occidente verso casa, per celebrare l’avvento del nuovo anno con le proprie famiglie. La nostra fonte a Shanghai afferma che, in città, il giorno di capodanno non c’era nessun allarme governativo, così, tutti si sono potuti riunire tra amici e parenti.

Little Africa a Gouangzhou

Ma dopo quei giorni la situazione è cambiata: improvvisamente il Paese si è ritrovato letteralmente invaso da un nemico invisibile. Anche se, come noto, il coronavirus circolava già da dicembre. Infatti, una commissione di accademici e scienziati aveva scritto al governo centrale, avvisandolo di aver rilevato un nuovo virus sconosciuto. Ma i mittenti, insieme ad altri medici, sono stati zittiti e minacciati. Sicuramente si credeva di arginare il problema senza fare clamore, infatti il 25 gennaio, due giorni prima dell’anno nuovo cinese, la città di Wuhan era già in lockdown.

Inizialmente si ignorava che il contagio potesse passare dall’animale all’uomo, perciò la situazione è sfuggita di mano. Il governo cinese ha agito tardi, ma appena è scattato l’allarme, tutta la nazione si è dedicata con diligenza alla sconfitta del virus. In questo momento, mentre si sta cercando di tornare alla normalità, il governo e l’opinione pubblica attribuiscono il contagio ad un soldato americano, che per primo avrebbe portato il COVID-19 nel Paese. Mentre, la versione della comunità scientifica è differente: si presume che il virus sia sfuggito da un laboratorio, in cui da anni i ricercatori fanno ricerche sui pipistrelli, vicinissimo al mercato del pesce di Wuhan.

È importante non dimenticare che la Cina ha un territorio sconfinato, perciò la situazione cambia da regione a regione. Secondo i dati dichiarati dal governo, sarebbero 84.325 i casi confermati nel Paese e 4.642 i decessi. Shanghai è la città meno colpita: le cifre ufficiali parlano di 500 contagi e 7 morti, su una popolazione di 25 milioni di persone. Adesso la preoccupazione maggiore riguarda i “contagi di ritorno”, ossia i casi di COVID-19 importati dall’estero. A Shanghai mercati e ristoranti sono stati riaperti, si è già deciso che gli esami di maturità saranno svolti regolarmente e in presenza a luglio; ma tutto comunque con l’obbligo di portare la mascherina.

Intanto la popolazione è stata dotata di un chip collegato al cellulare, che certifica gli spostamenti e la positività presente o passata al coronavirus. In questo clima di ricerca della stabilità, come speso accade, ciò che sta emergendo è la paura per lo straniero; e uno in particolare: quello dalla pelle nera. Nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale, risiede la comunità africana più grande dell’Asia.

Africani in Cina costretti a dormire all’addiaccio

Il territorio, nel corso degli anni, è divenuto un centro economico molto importante, dal cui porto passano grossi traffici commerciali. Sembrerebbe che, con l’avvento del COVID-19, sia cresciuta la tensione tra la popolazione locale e i lavoratori africani. Tutto è iniziato con un litigio, non provato, tra un’infermiera e un nigeriano che si sarebbe rifiutato di fare il tampone.

Tre giorni dopo, avendo constatato cinque casi positivi in un ristorante, la polizia locale avrebbe fatto irruzione nelle case di alcuni africani, con regolare visto e impiego qualificato, costringendoli a stare per strada o negli hotel. In un locale della catena McDonald’s sarebbe stato vietato l’accesso alle persone di colore.

Intanto il governo centrale nega ogni responsabilità, affermando anzi che questi episodi siano stati inventati e montati ad arte. Ma la nostra fonte ci parla anche di una persona africana, già risultata negativa al test, costretta ad abbandonare la propria abitazione, al contrario di sua moglie, canadese con la pelle bianca, che non ha dovuto abbandonare la loro abitazione.

Non è un mistero l’esistenza di un certo pregiudizio cinese, culturale ed estetico, non razziale, sulle persone di colore. Basti pensare al caso di una pubblicità su una nota marca di lavatrici in cui, per mostrarne l’efficacia, un bambino nero veniva gettato nel cestello per poi uscirne pulito e bianco. Insomma, insieme al virus si diffonde anche il panico verso “Calimero”, che non sarebbe in grado di proteggere se stesso e gli altri dal contagio.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it