L’aereo keniota in missione per il trasporto di materiale sanitario per la lotta contro Covid-19 è stato abbattuto dalle truppe etiopiche di AMISOM (missione dell’Unione africana in Somalia).
L’ammissione è stata resa pubblica poche ore fa dal comando delle forze del III settore di AMISOM. Nel rapporto della Missione dell’UA ha specificato che le truppe etiopiche impegnate del controllo nella zona di Bardale non sono state informate dell’arrivo di alcun aereo civile per quell’ora. Inoltre l’avvicinamento all’aeroporto sarebbe avvenuto in modo anomalo, da ovest-est, mentre di regola l’atterraggio viene effettuato da est-ovest.
E’ nato dunque il sospetto che potesse trattarsi di un attacco kamikaze e l’aereo è stato abbattuto dai soldati etiopici.
Aereo keniota abbattuto in Somalia
In un primo momento la società keniota African Express Airways, proprietaria dell’Embraer bimotore turboelica, aveva comunicato che a bordo ci fossero 6 persone, mentre invece risulta che ce ne fossero solo 5. I corpi sono già stati ritrovati: si tratta di tre cittadini kenioti e di due somali.
AMISOM è presente in Somalia dal 2007, l’attuale comandante della missione è l’etiope Tigabu Yilma Wondlmhunean. Nel comunicato di poche ore fa rilasciato dal comando generale di Mogadiscio viene sottolineato che soldati di Ethiopian National Defence Forces (ENDF) stanziati nella zona di Bardale non sarebbero tutti militari accreditati a AMISOM. Tale ammissione potrebbe creare non pochi problemi legali e giudiziari. L’Etiopia è presente in Somalia con 4.395 uomini, la maggior parte di questi sono impegnati nel settore III della missione dell’UA.
Il più grande birrificio sudafricano, SA Breweries (SAB), produttore di Castle Lager, Hansa e Black Label, dovrà distruggere oltre 130 milioni di litri di birra (oltre 400 milioni di bottiglie) se il governo non autorizza il trasporto della produzione nei depositi.
Durante il lockdown imposto da Pretoria dalla fine di marzo per arginare l’espandersi della pandemia, il trasporto e la vendita di qualsiasi tipo di bevanda alcolica sono tassativamente vietati, eccetto quelle destinate all’export.
SAB ha sospeso gran parte della produzione il 23 marzo e dall’inizio della quarantena scattata il 27 dello stesso mese, non ha più potuto trasportare le bottiglie già pronto per la vendita nei propri magazzini. Secondo le leggi vigenti, lo stoccaggio all’interno delle fabbriche non può superare un tot di litri, ormai ampiamente superato.
Se Pretoria non dovesse rilasciare i permessi per il trasferimento dell’ingente quantitativo di casse di birra, SAB dovrà eliminare le giacenze, un’immensa perdita non solo per la fabbrica, ma anche per il governo. Perchè i birrifici lavoreranno al 50 per cento delle proprie capacità per i mesi a venire e saranno costretti a licenziare 2.000 operai, circa la metà del personale, e infine lo Stato stesso perderà oltre 25 milioni di euro in introiti fiscali.
SAB ha fatto notare che ci vorranno mesi per eliminare una tale quantità di birra e non esclude il rischio di gravi danni ambientali.
Il Sudafrica è il Paese maggiormente colpito dalla pandemia con 8.232 casi positivi e ben 161 vittime, mentre le persone guarite sono oltre 3.153.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 7 maggio 2020
Ufficialmente il Mozambico, per il Coronavirus, è a livello 3, quello arancione, avendo saltato la fase rossa del lock down. Così risulta dai documenti pubblici, aggiornati al 6 maggio, del Ministero della Salute dell’ex colonia portoghese.
Coronavirus, situazione epidemiologica in Mozambico: è in fase arancione
Significa che il Paese rimane sempre in emergenza ma ora sono permessi gruppi fino a un massimo di dieci persone, anche se fonti mozambicane ci dicono 20 persone. Con obbligo di mascherina. Sono però vietati assembramenti nelle attività commerciali ed eventi sportivi e religiosi.
Basso numero di contagi da Coronavirus
Una cosa che colpisce è il basso numero di contagi e di ricoveri e, fortunatamente, nessun decesso. I dati del Ministero della Salute parlano di 81 casi confermati in due province su dieci: Cabo Delgado e Maputo. La maggioranza dei casi, 58 (equivale al 72 per cento) è stato registrato a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico, dove imperversa il terrorismo jihadista. I restanti 23 contagi sono divisi tra la capitale, Maputo, che ne conta 18 (22 per cento) e la provincia di Maputo con cinque casi (6 per cento).
La conferenza stampa via Facebook
Ormai pare che sia diventato normale, anche per le istituzioni, utilizzare Facebook come piattaforma per comunicare. Lo ha fatto anche il Ministero della Salute del Mozambico. Alla conferenza stampa pomeridiana del 7 maggio, Rosa Marlene, della Direzione nazionale della Salute pubblica ha confermato gli 81 casi di Covid-19 senza alcun aumento nelle ultime 24 ore. Di questi, 72 sono locali e nove provenienti dall’estero. I ricoveri sono 24 (+3 nelle 24 ore: 2 da Maputo e 1 da Cabo Delgado).
Covid-19, conferenza stampa su Facebook di Rosa Marlene del Ministero della Salute
Cinquantatre dei contagiati sono mozambicani e 28 sono stranieri, la maggior parte dei quali a Cabo Delgado. Sono stati eseguiti oltre 596.742 controlli 12.663 sono stati messi in quarantena; di questi, 1.287, rimangono ancora in quarantena.
Dalla platea dei giornalisti presenti sono stati chiesti chiarimenti su 200 persone che sono entrate clandestinamente dal Sudafrica. Il passaggio sarebbe avvenuto, durante la notte, da Punta de Ouro, lungo la frontiera, 130 km a sud di Maputo. “Non abbiamo conferma del numero di persone – ha risposto Marlene. “Una sessantina sono ferme a Catembe (dalla parte opposta delle baia di Maputo, di fronte alla capitale ndr) in attesa dei test”.
#Malawi confirm 2 more cases of #CoronaVirus. The first case is a 41 year old man from Area 23 who returned from Beira Mozambique on May. The other case is a 38 year old man from Bvumbwe who returned from Tanzania.
Nel confinante Malawi (43 contagi e 3 decessi), il governo ha confermato altri due contagi. Il primo è un autista 41enne di ritorno da Beira, in Mozambico dove non sono segnalati contagi; il secondo un 36 enne di ritorno dalla Tanzania.
Ma in molti si chiedono se i numeri sono reali, specialmente a Cabo Delgado, area del Paese colpita da oltre 30 mesi dal terrorismo. Negli ultimi mesi a causa degli attacchi a villaggi indifesi ci sono stati 156 mila sfollati e un’epidemia di colera con almeno 20 morti. Fonti mediche contattate da Africa ExPress ci dicono che per il momento l’epidemia è a macchia di leopardo. Probabilmente c’è la preoccupazione di una eventuale complicazione del contagio ma in Sudafrica si stanno muovendo in questo modo si vedranno i risultati. Nel momento in cui scriviamo, secondo dati OMS-WHO, nel Paese di Mandela si registrano 7.808 contagi e 153 morti.
Sito di autovalutazione per Coronavirus. Schermata per smartphone e per computer
Una buona pratica da imitare
Intanto in Mozambico è attivo il sito del Ministero della Salute per l’autotest per il rischio di contaminazione da Coronavirus. Ogni cittadino, da computer o da smartphone, con pochi passaggi può capire se è contagiato. Nella home page si legge: “Attenzione! Questo strumento digitale consente di effettuare un’autovalutazione del rischio di contaminazione da parte di Covid-19, sulla base delle risposte che l’utente fornirà. Questo non è un test medico né sostituisce la visita alla struttura sanitaria se si hanno sintomi di questa o altre malattie”.
Quando si arriva alla fine invece avverte che “le informazioni saranno condivise con il Ministero della Salute per l’analisi dei dati al fine di tenere sotto controllo il Coronavirus”. Un esempio di buona pratica da imitare.
(Ultimo aggiornamento: 10 maggio alle 21:32)
Sei persone sono morte lunedì pomeriggio in Somalia nell’attentato contro un aereo che trasportava aiuti umanitari. Il velivolo, un Embraer bimotore turboelica, di proprietà della società keniota African Express Airways, era impegnato in una missione per il trasporto di materiale sanitario per la lotta contro Covid-19.
Incidente aereo in Somalia
L’aereo era in fase di atterraggio a Bardale, distretto nel sud della Somalia, a 180 chilometri a nord-ovest dalla capitale Mogadiscio quando è caduto improvvisamente al suolo, avvolto dalle fiamme. Finora sono stati recuperati 5 cadaveri delle sei persone a bordo.
Il governo di Nairobi ha chiesto a Mogadiscio di aprire immediatamente un’inchiesta per chiarire le cause dell’incidente. Intanto sono stati messi allerta gli altri aerei che operano in missione umanitaria nella zona.
Il gruppo terrorista al-Shebab è attivo nel sud della Somalia, ma la zona dove è precipitato l’aeromobile è sotto il controllo del governo e delle truppe etiopi.
Secondo quanto riferito all’agenzia di stampa Associated Press da Ahmed Isaq, un funzionario amministrativo del South West State, un proiettile partito dal suolo ha colpito il bimotore mentre si stava avvicinando alla pista di atterraggio.
Recentemente il Kenya ha accusato le truppe somale di un attacco ingiustificato oltre i proprio confini vicino a Mandera definendo l’incidente come inutile provocazione. Dal canto suo la Somalia ha criticato più volte i suoi vicini di immischiarsi negli affari internazionali di Mogadiscio, critica che Nairobi ha sempre respinto.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
6 maggio 2020
Il coronavirus ha fatto il suo prepotente ingresso nella terribile galera militare di Ndolo a Kinshasa. Si parla di oltre 40 infetti, tra questi anche un soldato addetto alla sorveglianza. Si teme che man mano che saranno disponibili i risultati dei test, ai quali sono sottoposti i quasi 2000 detenuti del carcere, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente.
Detenzione in condizioni disumane esovraffollamento sono un denominatore comune delle prigioni africane. Se in tempi “normali” la sopravvivenza quotidiana in questi luoghi è difficile, ora che Covid-19 è riuscito a penetrare anche nelle anguste carceri del continente nero, si teme il peggio.
Prigione militare Ndolo, Kinshasa, Congo-K
Anche Makala, la più grande prigione della Repubblica Democratica del Congo si trova nella capitale. All’epoca era stata concepita per ospitare 1.000 detenuti. Lo stringer di Africa ExPress ha rivelato che quest’ “albergo a cinque stelle” ne custodisce quasi 9.000. Spazi ristretti inimmaginabili per ognuno.
Prigionieri stipati a Makala
In un suo recente rapporto Human Rights Watch precisa che proprio a Makala in uno dei padiglione un’area prevista per un massimo 100 prigionieri, ne sono stipati 850, meno di un metro quadrato per ciascuno durante la notte. Il ministero della Giustizia ha voluto precisare che finora nessuno è affetto da coronavirus.
Se dovesse essere contagiato anche uno solo dei prigionieri, le conseguenze sarebbero inimmaginabili. Un ex professore universitario, un detenuto politico sbattuto in galera dall’ex presidente Jospeh Kabila una decina di anni fa ha raccontato al nostro stringer: “Siamo tutti calmi, cerchiamo di leggere, guardare un pochino di TV quando è possibile, altri trovano svago negli spazi esterni e i più sembra che non sappiano nemmeno che una terribile pandemia ha colpito il mondo intero, che potrebbe passare da un momento all’altro attraverso le porte impenetrabili e blindate di Makala”.
Ridurre la popolazione carceraria
Ieri il Consiglio dei ministri ha incaricato i capi dei dicasteri della Giustizia e dei Diritti Umani di procedere immediatamente alla riduzione della popolazione carceraria, in particolare quella civile di Makala, ma anche quelle militari sono menzionate nel decreto. Dal punto di vista giudiziario si prevede di applicare diverse soluzioni: per alcuni la libertà vigilata, per altri quella provvisoria. Tra gli scarcerati ci sarà certamente anche Vital Kemerhe ex capo di gabinetto del presidente Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi. Kemerhe è finito in galera il mese scorso perché accusato di corruzione, di sottrazione di fondi pubblici, destinati al finanziamento di grandi opere.
Detenuti nella prigione di Makala, Kinshasa, Congo-K
Già nel mese di aprile a Makala dovevano essere rilasciati 1.200 reclusi. Il nostro stringer ci aveva fatto sapere che ne sono stati rilasciati non più di 200. E negli ultimi mesi ne erano deceduti parecchi per la mancanza di cibo, letteralmente morti di fame, perché lo Stato non ha saldato i debiti con fornitori. La nostra fonte ha spiegato che a tutt’oggi la situazione è sempre grave, il cibo è poco perché i carcerati nel frattempo sono aumentati, ma la quantità di rancio destinata a Makala è sempre la stessa. Ora la situazione è particolarmente grave nel padiglione 9, ala riservata alle donne, che avvertono una severa carenza di vitto.
Il Congo-K registra a tutt’oggi 705 casi positivi a Covid-19, tra questi anche 32 vittime, mentre altri 90 sono guariti.
Questa sera alle 20,30 il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, sarà in diretta streaming a parlare di Coronavirus in Kenya. Si affronterà anche la misteriosa sparizione di Silvia Romano, la ragazza rapita nell’ex colonia britannica il 20 novembre 2018.
La diretta andrà in onda sul sito di Frontiere News e sarà visibile al link:
https://bitly.com/viaggiadacasa_kenya
Oppure su Youtube:
L’intervista ad Alberizzi sarà condotta da Luca La Gamma e Joshua Evangelista. Al pubblico connesso sarà possibile intervenire con domande all’ospite
Dal Nostro Corrispondente Giorgio Maggioni
Antananarivo, 5 maggio 2020
Covid-Organics, bevanda contro Covid-19 a base di artemisia (artemisia annua), prodotta in Madagascar, è stata declassata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che avverte di non utilizzare farmaci di automedicazione, detti anche OTC (dall’inglese Over the Counter n.d.r.) come prevenzione contro il coronavirus.
Un duro colpo per Andry Rajoelina, il giovane presidente malgascio, che ha presentato Covid-Organics al mondo intero come rimedio contro la pandemia. Gli allievi delle scuole sono costretti e ingurgitare il miracoloso liquido tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni.
Il presidente del Madagascar Andry Rajoelina beve il Covid-Organics
Il rimedio a base di erbe è stato messo a punto dall’Istituto Malgascio di Ricerche Applicate (IMRA), ma la stessa Accademia di medicina del Paese ha messo in dubbio l’efficacia della bevanda.
Prolungato stato di emergenza
Ma Rajoelina non demorde, domenica scorsa durante un’intervista diffusa dalla televisione nazionale, ha annunciato che presto inizieranno i test clinici sui nuovi malati di coronavirus con iniezioni a base di artemisia.
Lo Stato insulare conta 151 malati di COVID-19 e lo stato d’emergenza sanitaria è stato prolungato sabato scorso per altre due settimane. Tre regioni sono state particolarmente colpite dal virus (Analamanga, regione della capitale Antananarivo, Alta Matsiatra, nel centro e Atsinanana, nell’est. In queste aree già da metà aprile il governo ha messo in atto un parziale lockdown: dalle 13.00, vietati assembramenti con oltre 50 persone, scuole aperte la mattina solamente per gli studenti che dovranno sostenere esami di fine ciclo/corso e l’obbligo di mascherine.
Artemisia annua
Anche se l’OMS ha espresso perplessità sull’efficacia di Covid-Organics, il governo malgascio ha già mandato campioni in Guinea Equatoriale e in Guinea Bissau, mentre il presidente della Tanzania, John Magufuli, ha fatto sapere che la prossima settimana invierà in Madagascar un aereo per importare alcune casse della bevanda . Anche il Congo-Brazzaville ha promesso di voler far ingurgitare ai sui cittadini il rimedio OTC prodotto in Madagascar.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
4 maggio 2020
Abubakar Shekau, capo di Boko Haram dal 2009, in una registrazione audio di giovedì scorso, ha fermamente negato che il suo gruppo sarebbe vicino alla disfatta e ha messo a tacere una volta per tutte le voci che i miliziani sarebbero in procinto di arrendersi all’esercito ciadiano o nigeriano. “Non è assolutamente vero – ha aggiunto – che i miei uomini siano stanchi di restare nella nostra base operativa nella foresta di Sambisa”. La fitta selva si trova nel Borno State, nel nord-est della Nigeria, lungo il confine tra Niger e Camerun.
Ahmad Salkida, considerato il giornalista meglio informato sulle questioni dei terroristi nigeriani, ha riportato nel suo blog la registrazione della durata di 8 minuti e 22 secondi. “Stiamo tutti bene, non ci è successo nulla. I militari vanno dicendo che sono entrati nella foresta e hanno bombardato i nostri fratelli. Sono menzogne. Nessuno dei militanti ha intenzione di arrendersi alle autorità ciadiane o nigeriane. E’ una bugia e sta a significare che non avete capito un bel niente di noi”, ha aggiunto Shekau.
E poi ha specificato che un eventuale un dialogo può essere aperto solamente con musulmani in una posizione di potere e i loro oppositori devono adeguarsi e accettare termini e condizioni. Praticamente ha preteso dal governo la resa.
Shekau fa riferimento alla recente Opération Colère de Bohoma, lanciata dal governo ciadiano contro i terroristi in risposta all’attacco alla base di Bohoma dove sono stati uccisi oltre 90 soldati. Il presidente del Ciad, Idriss Déby, aveva affermato che durante la campagna militare sarebbero stati ammazzati un migliaio di miliziani Boko Haram. L’esercito ha anche catturato e arrestato una cinquantina di presunti membri del sanguinario gruppo, 44 dei quali sono poi morti misteriosamente in una galera della capitale N’Djamena.
Nel sottofondo della registrazione si sente una canzone in lingua hausa: esorta i miliziani a essere pazienti e forti anche nei momenti difficili.
Infine il capo dei terroristi nigeriani si è preso gioco di tutte le misure messe in atto dai governi, volte a contrastare la pandemia. Già qualche settimana fa aveva affermato che i membri di Boko Haram sono immuni al virus. “Preghiamo insieme, beviamo dalla stessa brocca, nessuno di noi vive in isolamento e siamo in perfetta salute”.
La ex colonia britannica registra ben 2.288 casi positivi al coronavirus con 85 vittime, tra questi anche Mallam Abba Kyari, capo dello staff del presidente Muhammadu Buhari.
Alcuni osservatori ritengono l’osservazione “momenti difficili” menzionata da Shekau stia per indicare che la campagna dell’esercito nigeriano ancora in atto abbia messo i miliziani in grande difficoltà. Che sia la volta buona? Appena insediatosi nel maggio 2015 Buhari aveva promesso che avrebbe sconfitto i terroristi entro il 31 dicembre dello stesso anno. Nel frattempo il presidente e ex golpista del 1983 è stato rieletto per un secondo mandato nel 2019, eppure i miliziani di Boko Haram continuano a terrorizzare la popolazione.
Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria
Dal 2009 a oggi a causa dei continui attacchi dei jihadisti sono morte oltre 27mila persone, più di 2 milioni di nigeriani sono fuggiti dalle loro case, poco più di 297mila camerunensi, 208mila ciadiani, 129.603 nigerini; i miliziani sono ugualmente attivi nei Paesi confinanti (i dati sono stati pubblicati nel rapporto dell’UNHCR del 31 marzo 2020).
Abubakar Shekau nasce a Shekau, un villaggio dello Yobe State. Negli anni Novanta si trasferisce a Maiduguri, capoluogo del Borno State per studiare teologia e religioni locali; in questa città incontra Ustaz Mohammed Yusuf, una guida spirituale e fondatore nel 2002 di Boko Haram che tradotto dalla lingua hausa significa: “l’educazione occidentale è peccato”. Ben presto il giovane diventa il braccio destro di Yusuf, nonchè il suo più stretto e fedele collaboratore; iniziano i primi attentati a basi militari e posti di polizia. Nel 2009 le forze dell’ordine nigeriane attaccano una delle basi della setta: catturano e uccidono il fondatore e altri 700 adepti. In un primo momento anche il braccio destro viene dato per morto, ma qualche mese dopo appare in un video e fa sapere al mondo di essere il nuovo capo di Boko Haram.
Abubakar Shekau, leader di Boko Haram
Anche prima del gruppo terrorista odierno sono apparsi altri personaggi inquietanti sulla scena nigeriana. Negli anni Settatanta miete successo tra le masse diseredate un predicatore, Mohammed Marwa, un hausa, meglio conosciuto come Maitatsine. Con i suoi sermoni violenti contro lo Stato, corrotto e inefficiente, infiamma la folla.
Originario di Mawra, nel nord-est del Paese, in una regione che un tempo faceva parte del Camerun, sosteneva che chi leggesse un altro libro all’infuori del Corano fosse un pagano. Durante il colonialismo era stato mandato in esilio, ma subito dopo l’indipendenza era rientrato a Kanu. Era contrario alle biciclette, agli orologi, alle automobili e sosteneva che era peccato possedere più denaro del necessario per vivere.
Durante le sue prediche attaccava tutti: autorità civili e islamiche. Erano attratti dalle sue teorie e dalla sua ideologia soprattutto i giovani, diseredati e senza una speranza per il futuro. Man mano che cresceva il numero dei suoi seguaci, aumentavano anche i confronti con la polizia. Agenti e soldati, era il 1980, intervennero per sedare alcune dimostrazioni violente. La repressione costò la vita a cinquemila persone. Fu ucciso anche Maitatsine.
Dopo la sua morte ci furono altri sporadici tumulti nei primi anni Ottanta. In particolare i militanti di Yan Tatsine nel 1982 insorsero a Bukumkutta, vicino a Maiduguri, e a Kanu, dove molti adepti si erano trasferiti dopo la morte del leader. Intervennero le forze dell’ordine che uccisero più di tremila persone. Allora molti membri sopravvissuti si spostarono a Yola, dove, guidati da Musa Makanik, un discepolo del maestro, nel 1984 organizzarono svariati attacchi violenti.
Negli ultimi scontri ci furono un migliaio di morti e metà dei sessantamila abitanti di Yola persero la loro casa. Makanik scappò prima a Gombe, la sua città natale, dove fino al 1985 si susseguirono sanguinosi attacchi mortali, e poi in Camerun dove rimase per molti anni. Nel 2004 fu arrestato in Nigeria.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
I saloni dei parrucchieri a Nairobi, capitale del Kenya, hanno visto i loro guadagni contrarsi vistosamente a causa della pandemia che ha colpito pesantemente anche il continente africano. E per cercare di risollevare il loro business hanno pensato bene di lanciare la pettinatura a “Coronavirus”. Un’acconciatura che imita l’aspetto del virus come appare al microscopio: una sfera con aculei pungenti.
Le ragazze devono entrare dal parrucchiere e accomodarsi sulla poltrona indossando le mascherine di protezione. Poi chinano la testa tra smorfie e sorrisi e lasciano che il “maestro” lavori in pace per un’oretta giocando con la loro chioma.
Parrucchieri all’opera in un salone di Nairobi
Il nuovo stile è stato “inventato” a Kibera, il più grande e desolato slam della capitale keniota, ma si è subito diffuso in tutto il Paese.
Semplice ed economico
I tre parrucchieri che l’hanno messo a punto sono i proprietari del Mama Brayo Beauty Salon. Iniziano la loro opera dividendo i capelli delle loro clienti in una dozzina di ciuffetti ciascuno dei quali viene attorcigliato e avvolto con uno spesso filo nero, in modo che possa restare dritto in una continua sfida con la forza di gravità. Le ciocche che risultano assomigliano alle proteine dei picchi del coronavirus come appaiono al microscopio.
“È semplice ed economico si può fare sulla testa di chiunque”, ha spiegato alla Reuters la stilista Diana Andayi. Una acconciatura simile è stata lanciata non successo anche il Nigeria. Il costo di questo lavoro d’artista è più o meno equivalente a un euro. Prezzi tagliati a causa dei budget impoveriti da virus.
Altre due ragazzine con un’acconciatura da coronavirus
In Kenya il coronavirus ha infettato 384 persone e ne ha uccise 15 e ha provocato il caos dell’economia, in particolare per i lavoratori precari e con bassi salari.
I saloni di parrucchiere possono rimanere aperti ma con forti restrizioni. Pochi hanno aderito alla richiesta delle autorità di chiudere volontariamente.
Anche in Kenya i loro affari sono crollati. Prima dello scoppio dell’epidemia, una buona giornata portava in cassa 3000 scellini (più o meno 28 euro). Ora, la cifra è scesa a un quarto, ha raccontato la proprietaria del salone Leunita Abwala. “Stiamo ancora soffrendo perché la domanda è molto bassa – ha poi spiegato – Ma speriamo che lo stile ‘Coroavirus’ incrementerà il business”. E già nei negozi di parrucchieri cominciano ad arrivare i poster con le prime foto per lanciare la nuova moda.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 2 maggio 2020
La mancanza di preservativi è l’ultima disgrazia che colpisce l’Africa. Un altro tsunami attacca il grande continente che segue all’invasione delle locuste e al contagio delCoronavirus. Una situazione che potrebbe far sorridere se non fosse tragica. La mancanza del prezioso strumento di lattice significa – oltre alle gravidanze indesiderate – soprattutto un aumento dei casi di HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili.
Lubrificazione di profilattici
Le aziende che producono profilattici sono ferme
Perché i preservativi sono spariti dal continente africano? Semplice. In questo mondo iperglobalizzato che ha permesso la diffusione esponenziale del Covid-19, le maggiori aziende che li producono sono ferme. Soprattutto in Malesia il maggior produttore al mondo dell’anticoncezionale più usato nel pianeta.
Il governo malese, a causa della pandemia ha imposto la chiusura della Karex Bhd di proprietà di Goh Miah Kiat. I suoi tre stabilimenti, che fabbricano un quinto dei preservativi prodotti a livello globale, lavorano a produzione ridotta. La più grande azienda di profilattici della Terra produce oltre tre miliardi di pezzi all’anno con il 75 per cento della produzione per conto terzi.
Dati 2018 HIV/AIDS sull’Africa (OMS-WHO)
Preoccupazione per i programmi umanitari
Kiat ha dichiarato all’agenzia Reuters che farà fatica a tenere il passo con la domanda a metà della sua capacità. Ha anche espresso la sua preoccupazione per i programmi umanitari in Africa. Secondo la Karex, per diversi mesi nel Continente nero potrebbe esserci una carenza di quel prezioso strumento di protezione.
In tutto il continente africano, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS-WHO), ci sono 25,7 milioni di persone colpite da HIV. Un milione e 100 mila hanno contratto l’infezione 2018 e, nello stesso anno, 470mila persone sono morte a causa di malattie collegate all’AIDS.
Danielle, prostituta di Goma, mostra come usare una busta di plastica come un profilattico (Courtesy VPRO Metropol)
C’è chi si arrangia
Intanto, vista la crisi, c’è chi si arrangia. Una di queste è una prostituta congolese della regione di Goma, ad est della Repubblica Democratica del Congo (Congo-K). Intervistata dal canale Youtube, VPRO Metropolis si chiama Danielle e ha spiegato che preferisce usare sacchetti di plastica.
Anche perché non si fida del preservativo. D’altronde, dopo le fregature cinesi in Zimbabwe e Ghana, chi lo farebbe?
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