23.9 C
Nairobi
sabato, Aprile 25, 2026

Libano: libertà di saccheggio per i soldati israeliani

Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 25 Aprile 2026 I...

Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress Malabo, 24 aprile 2026 Il Santo Padre...

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...
Home Blog Page 246

Silvia, la cultura somala non è disumano terrore, ma amore, gioia e felicità

Speciale per Africa Express
Maryan Ismail
Milano, 16 maggio 2020

Ho scelto il silenzio prima di scrivere questa lettera a Silvia.

Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa.

Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosidetto volto “perbene” . Gente capace di trattare, investire, fare lobbing, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo. Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi.

Ora la giovane volontaria Silvia Romano, che, è bene ricordare, NON ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa.

Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo FB. Sapevo a cosa stava andando incontro.

Vestiti tradizionali somali

Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare?

Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.

Comprendo tutto di Silvia. Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo.

Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee… Nossignore. E’ un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti.

Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito ( che per cortesia non ha nulla di SOMALO, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.

La sua non è una scelta di LIBERTA’, non può esserlo stata in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.

Questa è la performance di un gruppo musicale somalo

E poi quale Islam ha conosciuto Silvia? Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?

No, non è Islam questa cosa. E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE. E’ puro abominio. E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime.

I simboli, sopratutto quelli sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.

Quando e se sarà possibile , se la giovane Silvia vorrà , mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi.

I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall’italiano). Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.

Adoriamo i colori della terra e del cielo. Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni.

Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai una pratica religiosa, ma di tradizione faraonica) , ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano. Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.

Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..

Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato. Della fierezza e gentilezza del popolo somalo.

E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.

In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle BR o da altre sigle del terrore.

Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..

Soo dhowaw, gadadheyda macaan. 🌹❤️🇸🇴 🇮🇹

Maryan Ismail

Lo scarso giudizio dei media italiani nel gestire il caso di Silvia Romano

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavagio
Filippo Senatore
Milano, 15 maggio 2020

Silvia Romano 24 anni rapita e tenuta prigioniera per 18 mesi è libera. La notizia ha rotto la monotonia di oltre due mesi di bollettini medici per la pandemia del secolo. Tutto il nostro sistema di informazione è ruotato intorno al Covid-19  Non solo. C’è la mesta coincidenza della rievocazione di un rapimento finito male 42 anni  fa. Cinque uomini della scorta e Aldo Moro uccisi Dalle Brigate Rosse. Tristezza che si aggiunge al dolore. Adesso  c’è la notizia  meravigliosa.

Tre giornalisti uccisi in Centrafrica

L’ostaggio è libero e in buona salute. Non comprendiamo la gestione dell’evento mediatico che è andato oltre ogni ragionevolezza. Silvia Romano, 24 anni , una vita davanti andava tutelata nella sua sfera privata e intima. Normalmente in altri Paesi per fatti analoghi non fanno vedere l’ostaggio liberato anche per non darla vinta ai delinquenti sequestratori. La Rai e le altre tv hanno esagerato. Innanzitutto il collegamento in diretta dell’arrivo a Ciampino dell’aereo   e lo sbarco di Silvia l’hanno esposta a curiosità morbose. L’abito, le anticipazioni sulla conversione religiosa.

E poi il collegamento dalle case dei vicini a Milano, quartiere Casoretto. Insomma una informazione strombazzata con noterelle superflue da talk show. Silvia per prima cosa dovrebbe stare in quarantena con i suoi familiari . Anche qui la stampa a insinuare  subdolamente che i genitori sono separati e lei starà nella casa della mamma. Si poteva evitare questa notizia?

Poi ci sono gli odiatori sulla rete che la minacciano di morte. Il solerte magistrato milanese l’ha convocata in una caserma  milanese di via Lamarmora  nonostante il vicolo sanitario già detto. Poteva farne a meno?  Alla Rai 3 non è sfuggita la notizia della sua uscita  e ha fatto un servizio dove ha ripreso anche l’abitazione della ragazza al Casoretto. E i giornali sono usciti con il fotogramma del portone  di casa di Silvia. Se i cosiddetti anonimi odiatori della rete volessero colpirla i media  avrebbero fatto a costoro un bel servizio. Parafrasando  il grande Gino  Bartali  questo tipo di informazione è tutto sbagliato  è tutto da rifare . Un po’ di rispetto del cronista soprattutto in questo periodo di Ramadan.

Filippo Senatore

Il goffo tentativo del circo mediatico di trasformare Silvia da vittima in carnefice

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
14 maggio 2020

Leggere i giornali e vedere le televisioni in questi giorni sembra di piombare direttamente al festival dell’ignoranza. I denigratori di professione, quelli che al posto del cuore hanno una pietra, stanno tentando un’operazione di mistificazione, di cui ci ricorderemo per decenni. Il tentativo, per nulla nascosto, è quello di trasformare la vittima in carnefice. Quelli che fino a ieri si sgolavano chiedendo la liberazione di Silvia Romano, oggi solo perché è scesa dall’aereo con una veste islamica, accusano la ragazza di tradimento.

Questa crisi da coronavirus ci ha mutato: prima siamo diventati tutti medici, poi addirittura specializzati in virologia e abbiamo discettato con grande competenza sulle caratteristiche di questa bestia letale. Naturalmente subito dopo ci siamo trasformati in ingegneri, capacissimi di costruire un meraviglioso ospedale in una settimana, dando dell’incompetente a chi non ci riusciva.  Al momento di discutere di chi fosse il portatore del virus eccoci diventati zoologi, esperti in pipistrelli e affini. Ancora poi tutti  a dire la nostra sugli effetti del plasma dei guariti. Infine non ci è parso vero al momento della liberazione di Silvia lanciarci nella diatriba sulla sua tunica.

Un gruppo di shebab in moto

Con una sicumera che ha pochi precedenti ci siamo trasformati immediatamente tutti in giudici pronti a sputare sentenze: “Il suo vestito è uno schiaffo all’Italia che l’ha salvata”, qualcuno ha blaterato senza attenuanti.

Il massimo della cloaca è stato raggiunto da post volgari e razzisti ottenuti fotomontando immagini pubblicate da Africa ExPress che – secondo il clan dei denigratori – avrebbero dimostrato che Silvia era viva e se la spassava su una spiaggia ai bordi dell’Oceano Indiano.

Ovviamente nessuno ha riflettuto che questa meravigliosa ragazza catturata a 23 anni da un gruppo di criminali comuni ha passato in cattività 535 giorni della sua gioventù. Mentre coloro che giocano con le parole e con i fotomontaggi se la spassavano su qualche spiaggia, lei era priva della sua libertà, lontana dalla sua famiglia. Una banalità: ma per 535 giorni Silvia non ha parlato la sua lingua, l’italiano. Immaginate cosa vuol dire per la psiche di una persona.

La psichiatra Maria Laura Manzone ha spiegato bene su queste pagine quali sono i traumi e lo tsunami che deve essere passato per la testa di Silvia. Nessuno di questa gentaglia ha tentato di capire il suo gesto. Hanno preferito semplicemente demonizzarla. Secondo loro non era salita sul patibolo per essere ghigliottinata. Lei era il boia pronta a ghigliottinare.

La gogna mediatica è certamente stata innescata da una drammatica messa in scena all’aeroporto di Ciampino. Mentre tutti erano attratti dal suo chador i miei occhi erano puntati sui gorilla che l’accompagnavano. Perché erano vestiti rigorosamente di nero con passamontagna che ne celavano le sembianze? Che bisogno c’era di presentarsi così. Non potevano, loro sì, indossare un paio di jeans e una maglietta colorata? E se proprio non volevano farsi vedere per motivi di sicurezza, non potevano restare sull’aereo e scendere una mezzoretta dopo quando tutto era finito?

L’uomo che ha organizzato quella squallida coreografia, aveva deciso che si dovevano mostrare i muscoli e far vedere – come puntigliosamente sottolineato dal premier Giuseppe Conte – che i nostri servizi segreti erano stati efficientissimi e gli artefici della liberazione di Silvia. L’osanna alla nostra intelligence è stata ripresa acriticamente da tutti i media, senza che nessuno andasse a indagare se fosse giustificata o no.

Poliziotti in perlustrazione a Mogadiscio

Subito dopo lo show di Ciampino è scattata la gogna mediatica. Conte ha rubato la scena agli altri politici e si è preso il merito della liberazione? Bene dobbiamo reagire e facciamo scontare a Silvia la colpa di essere scesa dall’aereo con quel vestito. “Come ti  permetti tu ragazzina di tornare in patria conciata così? “ Abbiamo pagato un riscatto di 4 milioni di euro e tu ci insulti?”.

Smessi così i panni di medici, ingegneri, zoologi e quant’altro abbiamo indossato le toghe dei giudici. Pronti a condannare con sentenze inappellabili e senza cercare di capire cosa fosse successo.

Ha cambiato nome, ha preso un nome islamico! E’ uno scandalo, vergogna! A parte il vezzo di non farsi mai i fatti propri, la macchina del fango – come la definisce con un’immagine azzeccata Roberto Saviano – ha cominciato il suo lavoro giocato approfittando dell’ignoranza crassa dell’opinione pubblica. Se qualcuno avesse indagato avrebbe scoperto che è assolutamente normale per chi è ospite di una comunità musulmana, anche suo malgrado com’era il caso di Silvia, prendere uno dei loro nomi.

Anch’io quando sono andato a pregare in una moschea di Al Qaeda a Mogadiscio, ho dovuto prendere un appellativo islamico. Anzi da oggi, per cominciare a capire come funziona, chiamatemi come mi chiamavano li: Al Barassi,  nome giocato sul mio cognome che significa messaggero, portatore di notizie. Nomen omen.

Se avessi chiesto di portarmi un Corano sarebbero andati a comprarmelo in libreria. Come sappiamo tutti la Somalia e Mogadiscio in particolare sono piene di librerie i cui scaffali sono colmi di Corani in italiano e in inglese. Vanno a ruba.

Se avessi chiesto di imparare l’arabo sarei stato subito accontentato. Come sa chiunque abbia frequentato il Paese, in Somalia pochissimi parlano l’arabo, lingua che ha solo una lontanissima parentela con il somalo.

Siccome però i giudici in cui ci siamo trasformati sanno tutto di islamismo e di Somalia abbiamo cominciato a intasare giornali, blog, Facebook e altri social di false notizie, fotomontaggi, video. Tanto Silvia è un ottimo punching ball da utilizzare nel depravato l’agone politico del nostro Paese.

Qualche sociologo, per favore, ci aiuti a capire cosa sta succedendo. Noi di Africa ExPress, ci siamo battuti contro tutti perché Silvia fosse liberata e ora lotteremo perché sia lasciata in pace. Nello tesso tempo, poiché non ci accontentiamo delle fonti ufficiali e conosciamo bene la Somalia, il Kenya e tutto il Cormo d’Africa e le sue interferenze esterne (io stesso sono stato catturato dagli islamisti e sono stato loro ostaggio), vogliamo capire quali errori e omissioni sono stati commessi dall’Italia in questa vicenda, a cominciare dal fatto che avevamo quasi individuato i rapitori e il loro covo. Perché chi indagava ci ha messo un anno e mezzo a trovare e liberare Silvia?

A noi non interessa discutere sul suo vestito (che tra l’altro non è islamista come ci vogliono far credere, ma tagliato e cucito in una bottega “alla moda” di Hamarwyne quartiere semidiroccato di Mogadiscio vecchia; le donne della jihad usano abiti rigorosamente neri) e il perché lo sfoggiasse al suo arrivo. La storia non è questa. La storia è altra, non quella che sta sul palcoscenico, ma quella che sta dietro le quinte.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

 

La psichiatra: la segregazione è un dramma Troppo semplicistiche le critiche a Silvia

Capire Silvia: così al Cairo mi sono salvata dal ricatto degli islamisti

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

 

Silvia Romano libera grazie alla Turchia impegnata alla conquista dell’Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 maggio 2020

La liberazione della volontaria italiana Silvia Romano si deve grazie e soprattutto all’intervento dei servizi di intelligence turchi che negli ultimi anni hanno costruito una rete capillare di agenti e informatori che si sono sostituiti a quella che l’Italia aveva costruito a partire dagli anni 60, quelli delle indipendenze africane.

Grazie a ingenti investimenti e alla diffusione capillare della sua compagnia di bandiera, Turkish Airlines, ma anche dei suoi operatori commerciali, la Turchia ha battuto la concorrenza occidentale in Somalia timida e assonnata. Probabilmente in silenzio e senza clamore la penetrazione Turca è cominciata nel 1993 quando capo della missione internazionale UNISOM II (United Nations Operation in Somalia II) divenne l’ingegnere turco Çevik Bir.

Più recentemente, nel 2011 Recep Tayyip Erdogan, allora primo ministro della Turchia, si reca in Somalia, in ginocchio da fame e carestia. Dopo 20 anni è il primo capo di governo non africano a vistare Mogadiscio, accompagnato da moglie e figlia e una folta delegazione di ministri e membri di gabinetto. Pochi giorni prima di questa visita, Ankara e altre nazioni musulmane avevano stanziato 350milioni di dollari per combattere fame e siccità nel Paese.

Erdogan vuole conquistare il cuore dei somali, capire le reali necessità della ex colonia italiana. E l’allora ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, definito da molti osservatori dell’epoca come “il cervello che sta dietro al risveglio globale della Turchia”, aveva annunciato di voler aprire l’ambasciata nella capitale somala per sfatare il mito di una città off limits.

Il presidente turco Erdogan, a destra, e il presidente somalo, Farmajo

Durante questo soggiorno è stato annunciato che Ankara avrebbe ricostruito la strada che porta da Mogadiscio all’aeroporto internazionale, ripristinato un ospedale, costruito scuole e trivellato pozzi d’acqua.

Nel 2014 viene affidato al gruppo turco Albayrak la ricostruzione e la manutenzione del porto di Mogadiscio con un contratto della durata di 20 anni.

Un anno dopo Ankara agisce in qualità di mediatore tra la Somalia e il Somaliland, ex protettorato britannico che nel 1991 ha proclamato la propria indipendenza.

Nel 2016 Erdogan apre la nuova ambasciata sul lungomare di Mogadiscio, la più grande e più moderna sede diplomatica turca in tutta l’Africa. E, in tale occasione il presidente afferma: “I nostri progetti nel Paese procedono”.

Camp Turksom, Mogadiscio,Somalia

Dopo due anni di lavori, nell’autunno del 2017 viene inaugurata a Mogadiscio la più grande base militare turca all’estero, costruita su 4 chilometri quadrati, è ubicata vicino al mare e non lontana dall’aeroporto per un costo complessivo che ha superato 50 milioni di dollari. Un insediamento importante nel Paese; Ankara si era focalizzata finora su aiuti umanitari e scambi economici. La costruzione di un’altra base militare in Africa era prevista in Sudan, accordo preso con Omar al Bashir nel 2018. Progetto ora in stand-by dopo la caduta dell’ex dittatore sudanese.

Per rafforzare i suoi legami con il Qatar, Erdogan ha fatto realizzare una nuova base militare vicino a quella turco-qatariota Tariq ibn Ziyad, già attiva dal 2015. La presenza dei turchi nel Golfo Persico e l’amicizia con il Qatar non è per nulla gradita dalle altre nazioni dell’area: Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e dal loro alleato Abdel Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto.
Nel Cipro Nord, invece, è presente militarmente dal 1974.

L’infrastruttura di Mogadiscio è stata progettata per la formazione delle forze armate somale per poter contrastare i terroristi di al- Shebab e può accogliere oltre 1.000 soldati contemporaneamente; l’addestramento viene effettuato da personale militare turco.

Negli anni i turchi hanno speso oltre un miliardo di dollari in aiuti per la Somalia. Insomma, grazie ai contributi umanitari e all’intervento dei diplomatici, Ankara ha saputo imporsi militarmente e economicamente in Somalia. Tantoché all’inizio di quest’anno il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo ha invitato Erdogan a cercare petrolio nei suoi mari, precisando: “Visto che lo fai in Libia, puoi farlo pure qui”. Infatti accordi in tal senso sono stati firmati a fine novembre a Istanbul tra Fayez al Serraj, presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto dall’ONU e la sua controparte turca.

Bilal Erdogan, terzogenito del presidente della Turchia

I rapporti Italia-Turchia si sono nuovamente stabilizzati dopo una parentesi di tensione nel 2016 perchè il terzogenito di Erdogan, Bilal era stato indagato dalla Procura di Bologna per riciclaggio di denaro. All’epoca il giovane si trovava in Italia per motivi di studio. L’indagine era partita da un esposto presentato dal Muran Hakan Huzan, imprenditore e oppositore del partito islamico-conservatore di Erdogan, Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo).

La vicenda aveva scatenato l’ira del presidente turco a un tal punto da attaccare la nostra magistratura con testuali parole: “L’Italia si occupi piuttosto della mafia”, precisando che il fatto avrebbe potuto mettere a rischio i rapporti con il nostro Paese. Ne è seguita una risposta secca dell’allora presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, e una nota dell’Associazione nazionale magistrati. L’indagine è stata infine archiviata nel gennaio 2017 in quanto l’autore dell’esposto non poteva essere sentito dagli inquirenti, perchè residente in Francia con lo status di rifugiato politico.

Il nostro Paese è il quarto partner commerciale di Ankara; in Italia operano 50 aziende turche, mentre quelle italiane presenti in Turchia sono ben 1.400; i principali settori degli scambi economici sono quello automobilistico, difesa e  infrastrutture.

La presenza di Ankara in Africa è imponente. Basti pensare che le sue rappresentanze diplomatiche sono presenti in 40 Paesi e la sua compagnia aerea, la Turkish Airlines, copre 58 destinazioni nel continente nero. E non per ultimo l’Agenzia di cooperazione e di sviluppo turca (Tika) è attiva in molti Stati africani anche con lo scopo di promuovere investimenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

 

Capire Silvia: così al Cairo mi sono salvata dal ricatto degli islamisti

Speciale per Africa ExPress
Monica A. Mistretta
Milano, 13 maggio 2020

È la fine di maggio del 2013. Al Cairo gli uomini di Hamas si muovono come a casa: il presidente egiziano è un loro stretto alleato. Mohammad Morsi è legato alla Fratellanza Musulmana e all’organizzazione islamica che governa Gaza. Ancora poco più di un mese e un colpo di stato porterà al potere Abdel Fattah Al Sisi, nemico acerrimo degli islamisti e di tutti loro.

Per il soggiorno nella capitale egiziana gli uomini di Hamas, alcuni dei quali con un regolare passaporto italiano in tasca, non hanno scelto una delle stamberghe delle periferie affollate, dove le strade non sono nemmeno asfaltate. Se ne stanno seduti ai tavoli all’aperto, in giacca e cravatta, a bordo della piscina di uno degli hotel più lussuosi de Il Cairo.

Ci sono anch’io con loro mentre facciamo insieme la colazione: siamo di ritorno da Gaza, dove sono stata una settimana nel tentativo di fare luce, con alcune interviste, sulla morte di un attivista italiano, Vittorio Arrigoni, avvenuta nella primavera del 2011 e ancora senza risposta.

Uomini di Hamas nella striscia di Gaza 14 novembre 2019 REUTERS/Ibrahim Abu Mustaf

La sera prima quegli uomini mi hanno chiesto di consegnare loro il file con tutte le fotografie che ho scattato nella settimana trascorsa nella Striscia di Gaza: ho dovuto dargli tutto perché so cosa vuol dire essere nelle loro mani. Adesso, prima di salire sulla macchina che mi porterà all’aeroporto per il rientro in Italia, mi chiedono ancora un’ultima cosa: di nascondere un pacchetto di soldi in contanti da qualche parte addosso a me o nei miei bagagli e portarlo in Italia per poi consegnarlo a uno di loro quando me lo chiederà. È così che hanno imparato a reclutare gli occidentali?

Quanti soldi contenesse quel comune sacchetto della spesa non lo so, ma le banconote in euro erano davvero tante. In quei momenti, quando ti rendi conto che sei davvero in pericolo, non è facile fare la scelta giusta. Non sai nemmeno se si tratti di una scelta. È la paura, secca e primordiale, ad avermi salvato quando ho risposto di no. Ed è in frangenti come questi che impari la cosa più importante di tutte: non giudicare nessuno che sia costretto a prendere una decisione mentre si trova nelle loro mani.

Non sappiamo come Silvia Romano sia finita ostaggio degli jihadisti che l’hanno convinta a convertirsi all’Islam. Il passo per diventare uno strumento a loro uso e consumo può essere brevissimo. Sappiamo che la maggioranza degli occidentali che diventano ostaggi, quasi sempre inconsapevoli, viene utilizzata da stati e organizzazioni criminali come garanzia nei traffici di armi.

Il meccanismo è semplice e spietato: uno stato vende a un altro armi e lo fa non direttamente, ma utilizzando come intermediari organizzazioni criminali di variegata estrazione: è così che fanno affari gli jihadisti, non con i riscatti. Nel lasso di tempo in cui avviene il pagamento e le armi devono ancora essere consegnate serve un ostaggio, possibilmente occidentale, come garanzia. Un pegno, insomma, finché la merce non arriverà nelle mani del destinatario.  Le vendite che contano davvero non sono quelle di fucili e carri armati, ma di tecnologie sofisticate che vanno anche collaudate con tecnici ed esperti: anche per questo i tempi dei rapimenti sono lunghi.

Silvia è rimasta nelle mani dei suoi rapitori per 18 mesi. Nelle polemiche di queste ore, tra ipotesi di gravidanza, veli e Corani, nessuno mette a fuoco il fattore chiave: cosa c’era in gioco in questi due anni di permanenza di Silvia in Kenya o in Somalia?

Monica A. Mistretta
monica.mistretta@gmail.info

La psichiatra: la segregazione è un dramma Troppo semplicistiche le critiche a Silvia

Speciale per Africa ExPress
Maria Laura Manzone
Chiavari, 12 maggio 2020

In un’epoca come questa in cui viviamo dove si vuole semplificar tutto, siamo portati a cercare soluzioni lineari e a scartare percorsi più difficili e complessi. E’ la situazione in cui ci si trova oggi quando  leggiamo gli articoli dei giornali che  si occupano del caso di Silvia Romano dal punto di vista della psicologia. E’ un peccato perché il cervello, il miglior personal computer che esista, sarebbe in grado di elaborare prospettive ad ampio spettro e e mettere a punto giudizi conclusivi tanto armonici quanto contrastanti tra loro.

Come sia possibile, per un essere umano, sopravvivere a mesi di segregazione inflitta a tradimento, senza morirne, resta un mistero. La segregazione di un ostaggio è una condizione di dramma inimmaginabile. Eppure la storia è piena di biografie. Le abilità di adattamento dell’uomo, fisiche e psichiche, sono straordinarie.  Lo si capisce non certo semplificando ma anzi guardando le immagini di Silvia Romano che, colorata, scende le scale dell’aereo a Fiumicino e poi, sorridente, saluta.

Il caso della giovane volontaria milanese va analizzato senza semplificazioni, altrimenti si rischia – come sta accadendo – di complicare assai le cose.

Il trauma è un evento imprevisto ma possibile e, per semplificare, si può dire sia l’unico accadimento esterno che la scienza psichiatrica ufficiale, ateorica, quella dell’American Psychiatric Association, ammette come causa identificabile di malattia psichica.

Del resto tutti, dallo scienziato più rigoroso al buon senso comune, accettano che l’irrompere di un accadimento violento inatteso sia in grado di scardinare il sistema mente cervello, dai meccanismi biologicamente determinati all’architettura emotiva più intima e personale.

E tuttavia, anche in questo caso, parlare in automatico di malattia sarebbe una semplificazione.

La diagnosi in medicina corrisponde a criteri che solo gli esperti devono maneggiare. Ciò a dispetto di un linguaggio attuale che tende alla medicalizzazione, anch’esso semplificando in modo non certo casuale, la “fobia” del virus, il “delirio” del contagio, la “mania” dei tamponi.

La patologica reiterazione del trauma, i disturbi della memoria e del sonno, i flash backs, l’insostenibile sentimento di colpa, i disturbi del comportamento tipici delle sindromi post traumatiche sono stati descritti nella letteratura scientifica così come nei romanzi e nel cinema, come vite condotte nell’angoscia e concluse nella disperazione.

L’abbruttimento dell’animo umano in condizioni di deprivazione è talora inevitabile. Ed anche è stata identificata la Sindrome di Stoccolma, una versione soft della patologia che forse la sfiora, ne ricalca alcuni segni ma con un significato diverso, non ascrivibile alla malattia vera, tanto da non essere classificata fra i disturbi psichici, in fondo una creazione di chi la osserva più che di chi la vive.

Ed è questo il punto. Osservare Silvia Romano viva e luminosa ha spiazzato tutti noi.

Siamo stati scardinati non dal trauma ma dall’empatia che non si può semplificare, non si può etichettare, non è una malattia, né un disturbo, né una sindrome, non si può curare ma smuove l’intera psiche, mente e cervello, e, ci piaccia o no, rimanda ad argomenti complessi che avevamo tentato di tralasciare quali la condivisione, il rispetto ed il silenzio.

Maria Laura Manzone
Primario di psichiatria all’ospedale di Chiavari

Silvia è tornata, lasciamola in pace ma le autorità chiariscano i lati oscuri del rapimento

Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
11 maggio 2020

Silvia Romano è tornata a casa tra la felicità di tutta Italia e un po’ di commozione generale.

Quando tutti ci dicevano che era stupido continuare a sperare, noi abbiamo caparbiamente e puntigliosamente continuato a cercare. Ora Silvia va lasciata in pace.

Silvia è tornata ma alcuni dettagli di questa vicenda appaiono abbastanza strani e forse meritano un chiarimento. L’enfatizzazione del ruolo degli 007 italiani appare eccessivo. Certo forse è un dovere istituzionale ma lascia un po’ sorpresi. Il presidente Giuseppe Conte ha annunciato la liberazione della ragazza con due twitt praticamente identici tranne che per la parola “esterna” aggiunta accanto a intelligence. Nel primo messaggio si ringrazia infatti semplicemente l’intelligence, nel secondo l’intelligence esterna cioè l’AISE. Una puntualizzazione necessaria? Forse sì, ma non certo diretta al grande pubblico.

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri e Silvia Romano

Un’altra informazione curiosa l’ha fornita lo stesso Conte quando ha sottolineato il ruolo svolto dalle intelligence somala e turca nella ricerca e liberazione di Silvia Romano. Una fonte confidenziale ha riferito ad Africa ExPress che ormai da tempo la rete di informatori che l’Italia aveva tessuto nel Corno d’Africa è stata praticamente smantellata. Ce la invidiavano tutti e Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna chiedevano ai nostri servizi quelle informazioni che non riuscivano a ottenere da soli: “Se esistesse ancora quel network non avremmo avuto bisogno della Turchia, che comunque in Somalia è un Paese straniero anche se a maggioranza islamica. Saremmo invece andati direttamente dai capi dei servizi segreti somali incaricandoli a trattare il rilascio della ragazza. I costi anche quelli politici sarebbero stati assai minori”.

Se è vero vogliamo capire chi e perché ha smantellato quella rete. I servizi segreti non possono essere al di sopra della democrazia e fuori da ogni controllo. Abbiamo ancora viva la vicenda dei servizi deviati. Non vorremmo ritornare a quel passato da dimenticare. Personalmente ho un dato che conferma la distruzione di quella rete. Un giorno un agente il cui nome in codice era “L’Avvocato” venne da me e, parole testuali mi disse: “Da Roma non mi pagano più. Per favore può farmi assumere lei dal Corriere della Sera?”

I costi politici del coinvolgimento della Turchia in questa storia vengono riassunti così: “In Libia Turchia e Italia sono schierati dalla stessa parte, in difesa del governo di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, ma l’Italia è molto più tiepida e anche critica nei confronti di Ankara, sia per gli atteggiamenti liberticidi del governo Erdogan, sia per le forniture di armi che il Paese Nato ha riversato in Libia. L’aiuto fornito dai turchi all’Italia si farà sentire sui campi di battaglia libici”.

Camp Turksom, Mogadiscio,Somalia

Questo ragionamento è suffragato da un altro indizio. Come confermato da fonti autorevoli a Mogadiscio interpellate alcuni mesi fa, nell’affannosa ricerca di notizie sulla ragazza, i nostri 007 si erano rivolti anche ai loro colleghi degli Emirati Arabi Uniti. La loro rete è abbastanza radicata nell’ex colonia italiana. Ma Abu Dhabi, che in Libia è schierata contro Serraj e sostiene il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, aveva posto a Roma condizioni inaccettabili: “Vi aiutiamo a trovare Silvia Romano se in Libia ribaltate le alleanze”. In altre parole avrebbero voluto che l’Italia si schierasse a fianco del generale Haftar sostenuto dalla Francia, della Russia e dall’Egitto, oltre che dagli Emirati.

La proposta era stata respinta e Roma si è messa alla ricerca di un nuovo possibile consulente e l’ha trovato nella Turchia. I turchi sono presenti in forze in Somalia; a Mogadiscio  hanno una grande base, Camp TurkSom, dove vengono addestrati 10 mila soldati somali. La sua intelligence è capillare ma non come quella creata dal generale somalo Abdullahi Gafow, guarda caso addestrato e amico degli italiani. Gafow ha lasciato l’incarico un paio d’anni fa ma conosce perfettamente tutta la rete d’intelligence dell’ex colonia italiana. A lui ci si sarebbe potuti rivolgere senza aver bisogno della mediazione turca.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Silvia libera, abbiamo insistito a indagare anche contro chi ci invitava a smettere

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

 

Silvia libera, abbiamo insistito a indagare anche contro chi ci invitava a smettere

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
10 maggio 2020

Silvia Romano è libera arrivata all’aeroporto di Ciampino oggi pomeriggio, puntualissima, e noi di Africa ExPress ne siamo particolarmente felici. Ci abbiamo creduto e abbiamo continuato a crederci assieme ai nostri lettori – che non finiremo mai di ringraziare anche per il sostegno finanziario che ci hanno assicurato in questi mesi – e ai colleghi del Fatto Quotidiano che ci hanno appoggiato con entusiasmo.

Quando tutti ci dicevano che era stupido continuare a sperare, noi abbiamo caparbiamente e puntigliosamente continuato a cercare. E abbiamo proceduto con la nostra inchiesta. Sapevamo che solo tenendo accesi i riflettori a dispetto di tutti, Silvia sarebbe tornata. Sapevamo che era viva. E l’abbiamo sempre detto con il coraggio dell’ottimismo.

Silvia appena arrivata sorride al ministro degli esteri Di Maio (foto di Costanza Troini per Africa Express)

 

Due i motivi che ci permettevano di credere e sperare.

Primo, un ostaggio è prezioso e se succede qualcosa non ha più alcun valore. I rapitori, quindi, hanno tutto l’interesse a tenerlo in vita.

E poi se a Silvia fosse accaduto qualcosa, le mille bocche della savana ce l’avrebbero raccontato. In Somalia, Paese dove chi ha una certa età parla ancora italiano, Africa ExPress può contare su diversi amici e informatori che in questi mesi si sono comportati come vedette per capire se ci fossero stati danni alla giovane “gal” (termine che in Somalia sta per “infedele” oppure “bianca”). Perfino gli shebab che mi hanno rapito qualche anno fa a Mogadiscio mi avevano fatto sapere che se Silvia avesse perso la vita loro l’avrebbero saputo e mi avrebbero informato.

Silvia all’arrivo saluta chi l’aspetta in aeroporto (foto di Costanza Troini per Africa ExPress)

In mancanza di notizie inequivocabili abbiamo sempre avuto la fiducia e la certezza che Silvia ce l’avrebbe fatta. Qualcuno, quando proseguivamo nelle indagini, ci ha anche accusato di essere affetti dalla sindrome “ossessione per Silvia Romano”.

E poi le sue amiche e amici. Grazie a tutti voi, ragazze e ragazzi. Leali verso Silvia che avete guardato con grande ammirazione. Ce l’avete sempre descritta come una ragazza tosta, determinata e mossa da grandi ideali. Non si sarebbe mai piegata ai suoi rapitori, se non come strategia per soffrire meno pretesti per eventuali angherie. Solo il giornalismo dello scandalo che ora va tanto di moda ma che non informa può sostenere che Silvia si sia convertita con convinzione all’islam. Se qualche reporter avesse investigato un pochino più a fondo avrebbe scoperto che la ragazza è atea. Perché quindi ancor prima del suo arrivo in Italia arzigogolare ipotesi – anzi certezze – di una sua convinta adesione alla religione di Allah? Per qualche click in più? Non è questo il giornalismo che vogliamo.

Grazie Alice, Giulia, Jessica, Lilian, Maria Sole, Maurizio, Sara 1, Sara 2, Andrea, Tiziana e sicuramente ho scordato qualcuno. Parlare con voi, ci ha sempre spinto e incoraggiato a continuare l’indagine. A non mollare.

Durante questi mesi ci hanno indignato quanti invece di preoccuparsi della sorte di Silvia continuavano a ripetere il raccapricciante ritornello, “Se l’è cercata”. Giornali spazzatura che non meritano neppure di essere citati, e giornalisti che non cercano la verità ma meri interessi di parte. La fantasia si sbizzarrisce e galoppa nel mondo dell’incerto dove tutto diventa scialbo e senza contorni. Quando Silvia avrà voglia di raccontare il suo incubo vedremo se verranno a galla le certezze di certo giornalismo: è stata costretta a imparare il Corano a memoria… A sposare un jihadista.

Silvia abbraccia forte suo padre (foto Costanza Troini per Africa ExPress)

Mentre noi con la nostra lunga inchiesta cercavamo di stimolare le autorità a intervenire più in fretta possibile c’erano giornalisti che si accontentavano di riportare le scarne note delle fonti ufficiali che di tanto in tanto – senza spiegare alcunché – si auguravano una pronta conclusione positiva del caso.

Qualcuno è arrivato addirittura ad additarmi come “irresponsabile” perché osavo fare il mio lavoro di giornalista, perché Africa ExPress voleva che l’opinione pubblica sapesse ciò che stava accadendo a Silvia.

E poi siamo stati oggetto di denigrazione da parte di siti intenti a tutelare più gli interessi turistici della costa keniota che la vita della ragazza. Nessun giornale oltre ad Africa ExPress, il Fatto Quotidiano e sporadicamente la RAI si è peritato di seguire a Malindi il processo ai tre dei presunti rapitori. E persino i diplomatici sono scomparsi. L’ambasciata solo in un caso ha inviato una gentile e cordiale funzionaria a seguire il processo.

Silvia è tornata ma a noi restano stampate nel cervello e nel cuore alcune domande ancora insolute.

Per esempio, perché non è stato dato seguito a una richiesta di riscatto – com’è scritto nelle carte processuali – giunta una ventina di giorni dopo il rapimento? Secondo quanto ci hanno raccontato alcune fonti diplomatiche autorevoli dall’Italia era arrivato un ordine perentorio: non si paga. E’ vero o no? Al governo allora c’era una forza politica normalmente intransigente su queste cose non è poi così strampalato pensare che un ordine del genere sia realmente partito da Roma.

E poi perché pochi giorni dopo il sequestro il gruppo di ranger che stava per mettere le mani sul bivacco dove si erano fermati a riposare rapitori e rapita, è stato fermato? Forse la difficile vicenda si sarebbe conclusa in brevissimo tempo.

Ma la domanda clou è un’altra. Quando sono cominciate le trattative? E’ importante per sapere se si è negoziato sul prezzo del riscatto che dalla Somalia assicurano sia stato pagato. Un riscatto che non è solo pecuniario ma potrebbe essere stato anche politico

Infine, mi ha sorpreso assai l’enfatizzazione del ruolo dell’Aise, cioè i servizi di intelligence esterni.  Curioso che il presidente Giuseppe Conte abbia dato l’annuncio con due twitter praticamente identici tranne che per la parola “esterna” aggiunta accanto a intelligence. Una fonte confidenziale inoltre ha riferito ad Africa ExPress che ormai da tempo la rete di informatori che l’Italia aveva tessuto nel Corno d’Africa è stata praticamente smantellata: “Infatti, perché servirsi della mediazione della Turchia? Non avremmo potuto incaricare direttamente i somali a trattare il rilascio della ragazza. I costi anche quelli politici sarebbero stati assai minori”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Ecco il rapporto della nostra fotografa Costanza Troini
andata a Ciampino ad accogliere Silvia

Sono da poco passate le due in un pomeriggio di tarda primavera e Silvia Romano esce dal buio di una prigionia durata diciotto lunghi mesi. Scende dall’aereo militare, sempre scortata dai rappresentanti dei reparti speciali, e cammina con passo deciso – forse si sforza di non correre – verso i suoi genitori, laggiù nel terminal. Senza rallentare saluta chi la stava aspettando a distanza di sicurezza . È un gesto spontaneo, senza alcuna enfasi, che raddoppia la forte emozione dell’attesa sulla pista di questa parte dell’aeroporto di Ciampino riservata all’aeronautica. Il suo “ciao a tutti” arriva al cuore. Chissà che cosa starà provando questa ragazza che sorride sotto la mascherina obbligatoria… Poi un momento di libertà, di gioia profonda, in pochi secondi è tra le braccia della madre, Francesca Fumagalli; l’unico abbraccio permesso in questo periodo, proprio sotto gli occhi di Giuseppe Conte, che forse approva con un cenno e sicuramente fa un passo indietro, presente ma discreto. Anche il padre Enzo la stringe a sé in una scena che finora avevamo solo potuto sognare, ma che era nella mente si chi ha sempre creduto che Silvia fosse viva e che questo 10 maggio 2020 sarebbe arrivato.

Costanza Troini

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
9 maggio 2020

Silvia e libera e oggi pomeriggio sarà in Italia. Altro che una ragazzina. Silvia è una grande donna a giudicare dalle prime parole: “Ho stretto i denti e ho resistito”. In attesa di conoscere i dettagli della sua liberazione cerchiamo di capire cosa c’è dietro il suo sequestro.

Una cosa è certa: Ibrahim Adhan Omar, Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wario fanno parte del commando che il 20 novembre 2018 ha rapito Silvia Romano nel povero villaggio di Chakama, in Kenya a un centinaio di chilometri da Malindi. Con loro altre quattro o cinque persone da allora irreperibili. Balordi Moses e Abdulla, capobanda invece Ibrahim Adhan Omar che avrebbe pianificato l’assalto e il rapimento.

L’unico veramente pericoloso, Ibrahim è stato arrestato a metà dicembre 2018 in un villaggio vicino Garissa. Nel suo covo i poliziotti hanno trovato un kalashnikov e un paio di casse di munizioni. Non è riuscito a dare una spiegazione plausibile ed è stato arrestato. Le prime indagini hanno appurato che era un cittadino somalo che aveva ottenuto i documenti kenioti corrompendo la commissione preposta a concedere naturalizzazioni e cittadinanze.

Silvia con la sua amica Alice

Nonostante un cospicuo  curriculum pieno di reati di tutto rispetto, in galera c’è rimasto poco: infatti dopo aver pagato una cauzione pari a 25 mila euro (una cifra esorbitante da quelle parti) è stato rilasciato. Ha partecipato a un’udienza del processo e poi è sparito.

La decisione della Corte del tribunale di Malindi e della giudice Julie Oseko di concedere la libertà su cauzione era stata criticata duramente dalla rappresentante della pubblica accusa, Alice Mathagani, e dal capo della polizia, incaricato delle indagini, Peter Gachaja Murithi, che in un colloquio con  Africa ExPress avevano esclamato quasi all’unisono: “Ma è una violazione della legge concedere la possibilità di pagare e uscire di galera. L’incriminazione è troppo grave e non permette una scappatoia di questo genere”.

Infatti una volta fuori di galera Ibrahim aveva fatto perdere le sue tracce. Peter Gachaja, aveva sommessamente avanzato l’ipotesi che l’accusato potesse essere stato ucciso per non farlo parlare e raccontare i dettagli del rapimento. Dal canto suo Alice Mathagani aveva definito il sequestro “su commissione”.  A tutt’oggi di lui non si sa più nulla.

Silvia e la sua amica del cuore Alice in piscina a Milano nell’estate del 2017

Anche la fedina penale di Moses Luari Chende è di tutto rispetto. Era stato trovato con le mani nel sacco con una banda di bracconieri a caccia di elefanti. Probabilmente per questo è stato arruolato dai rapitori. Lui conosce molto bene i territori che sono a cavallo tra la Somalia e il Kenya e si muove come un pesce nell’acqua nell’impenetrabile foresta di Boni che è al confine tra i due Paesi e dove è stata portata Silvia subito dopo il rapimento. Per i suoi servigi Moses avrebbe dovuto essere ricompensato con 100 mila scellini, più o meno 900 euro ma invece gli altri banditi, la notte del rapimento, l’avevano abbandonato nelle foresta con un “Ci vediamo domani” e invece erano spariti. Questo racconto l’ha fatto alla polizia quando a metà dicembre era stato catturato e gettato in guardina. Anche lui ha pagato la cauzione (sempre 25 mila euro), è tornato in libertà, ma a differenza di Ibrahim non è scappato. “L’abbiamo messo sotto torchio – avevano raccontato alla polizia – ma non ci ha raccontato nulla”.

Il terzo uomo Abdulla Gababa Wario, sembra invece sia stato arruolato come pura manovalanza. Conosciuto dalla polizia keniota per piccoli furti e altri reati è l’unico che non è riuscito a trovare un amico pronto a pagare la cauzione. E così è rimasto in galera tutto il tempo senza riuscire neanche a spiegare perché faceva parte del commando.

Durante l’inchiesta svolta da Africa ExPress (resa possibile dal determinante aiuto finanziario dei nostri lettori) e dal Fatto Quotidiano erano emerse due tesi sulla sorte di Silvia: quella catastrofista dell’esercito secondo cui la ragazza era morta e c’era da mettersi l’animo in pace e quella degli inquirenti, la pubblica accusa e la polizia, che non hanno mai smesso di pensare che Silvia fosse viva.

Secondo la loro opinione subito dopo il rapimento la volontaria di Africa Milele è stata tenuta prigioniera in Kenya. Le frontiere erano sigillate. Quando la sorveglianza si è allentata è stata trasferita in Somalia a un primo gruppo ma è rimasta nel sud dell’ex colonia italiana. Solo più tardi è stata portata verso Mogadiscio, nella zona della città portuale di Merca. Ed è lì che turchi e somali l’hanno trovata.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

N.B. Le foto pubblicate in quest’articolo erano conservate nell’archivio di Africa ExPress. Non le abbiamo pubblicate prima proprio per rispetto a Silvia e per evitare che qualcuno potesse usarle per qualche secondo recondito fine. Ora sono sul nostro sito visibili a tutti 

Kenya-Somalia: Silvia Romano libera

Africa ExPress
Mogadiscio, 9 maggio 2020

Finalmente libera.

Silvia Romano la giovane volontaria milanese, sequestrata il 20 novembre 2018 a Chakama in Kenya è stata liberata oggi in Somalia. La ragazza è stata consegnata dai rapitori a un emissario del governo somalo ma alla sua liberazione ha contribuito lo spionaggio turco. Silvia Romano si trovata nelle mani di un gruppo shebab che a sua volta l’aveva presa in consegna dal gruppo islamista chiamato Ras Chiamboni. Per la liberazione – hanno spiegato ad Africa ExPress fonti shebab – è stato pagato un riscatto.

Silvia era stata rapita in Kenya da un gruppo di criminali comuni che poi l’avevano ceduta agli shabab. L’ambasciatore italiano in Somalia ha spiegato che l’ex ostaggio è in buone condizioni di salute e in forma: “Ho stretto i denti e ho resistito tutto questo tempo”, ha spiegato.

Nel primo pomeriggio di domani, la festa della mamma, Silvia dovrebbe atterrare all’aeroporto di Ciampino. La sua liberazione è stata resa nota dal presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte sul suo account Twitter.

Africa ExPress
@africexp