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Dossier Silvia/”Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar

Il primo articolo del dossier sulla liberazione di Silvia Romano e sugli intrighi internazionali,
sugli inspiegabili ritardi e sugli inequivocabili silenzi lo trovate qui. Ora spieghiamo perché il Qatar
ha avuto questo importante ruolo nella liberazione di Silvia.
Gli affari tra Roma e Doha sono imponenti. Ecco perché in fondo nessuno ha dato grande importanza
alla vita di una ragazzina che – come abbiamo spiegato –  avrebbe potuto essere liberata molto prima.

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
24 maggio 2020

Si chiama Barzan Holdings ed è una specie di cassaforte da cui l’emirato del Qatar attinge i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo, la produzione e la compravendita di nuovi sistemi d’arma e per “rafforzare le capacità militari delle forze armate nazionali”. Fondata solo due anni fa, la società è quotata in borsa ed è interamente controllata dal Ministero della difesa. “Barzan Holdings” agisce pure come porta d’ingresso commerciale in Qatar per le industrie militari e offre l’opportunità alle compagnie internazionali di collaborare nella produzione e il trasferimento di tecnologie innovative nel settore della difesa e della sicurezza”, spiegano i suoi amministratori.

La sede principale è a Doha, all’interno del Parco scientifico e tecnologico realizzato dalle autorità qatarine accanto all’Education City, il grande complesso universitario, con lo scopo di facilitare lo scambio di conoscenze tra le industrie militari e il mondo accademico-scientifico. Da qualche mese, il gruppo italiano a capitale pubblico-privato Fincantieri ha stretto con essa un’alleanza strategica per poter accrescere affari e profitti nei tempestosi mercati d’armi mediorientali e africani.

Il 24 gennaio 2020, l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e il presidente di Barzan Holdings Nasser Al Naimi, alla presenza del ministro della Difesa  Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e dei vertici militari del Qatar, hanno sottoscritto un Memorandum of Understanding per “accrescere la partnership attraverso la valutazione e gli studi di nuove tecnologie e capacità in vista dell’acquisizione di nuove unità navali all’avanguardia”.

Il Qatar è una piccola penisola che spunta dall’Arabia Saudita ed è di fronte all’Iran

“L’intesa – aggiunge Fincantieri – implementa una relazione con le forze armate del Qatar e si inserisce nella strategia di sviluppo del business della società in Medio Oriente”. Fincantieri si candida a contribuire alle attività di progettazione, costruzione e gestione delle nuove infrastrutture navali della Marina militare dell’emirato e dell’intera flotta navale; all’implementazione di nuove tecnologie radaristiche e della cyber security; alla fornitura di unità da guerra di superficie e sottomarini. Ci sarebbe in ballo, in particolare, la possibilità di realizzare nello stabilimento del Muggiano, La Spezia, una versione aggiornata dei sommergibili della classe “Todaro” già acquistati dalle forze armate italiane. Per dovere di cronaca, il MoU Fincanteri-Barzan Holdings è stato sottoscritto in gennaio, 48 ore dopo la visita ufficiale in Qatar del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, scopo il potenziamento dei legami politico-militari anche in relazione all’escalation bellica in Libia e la promozione nell’emirato del “sistema Italia”, con Leonardo-Finmeccanica, Fincanteri, Eni, Saipem in testa.

Con il Ministero della Difesa del Qatar, Fincantieri aveva firmato nel giugno 2016 un contratto dal valore di quattro miliardi di euro per la fornitura di sette navi di superficie (quattro corvette, un’unità anfibia d’assalto e due pattugliatori d’altura), più relativi sevizi di supporto per dieci anni. I lavori di costruzione sono stati avviati nel 2018 nei cantieri spezzini di Riva Trigoso-Muggiano.

Una veduta di Education city a Doha

Secondo la rivista specializzata Analisi Difesa, almeno due corvette e i pattugliatori dovrebbero essere consegnati nel 2022, il resto entro la fine del 2024. All’affaire miliardario, con Fincantieri sono interessate altre holding industriali italiane. Con un dislocamento di 3.250 tonnellate, una lunghezza di 107 metri e una velocità massima di 28 nodi, le corvette imbarcheranno 112 marinai e un elicottero pesante multiruolo NFH90 prodotto dal consorzio NH Industries costituito dall’italiana Leonardo, dalla franco-tedesca Eurocopter e dall’olandese Stork Fokker Aerospace. Nella nave anfibia d’assalto LPD (8.800 tonnellate di dislocamento, 13 metri di lunghezza e una velocità di 20 nodi) saranno ospitati sino a 550 marines e due elicotteri NFH 90.

I sistemi radar, da combattimento e missilistici di tutte le unità navali destinate al Qatar saranno invece progettati e prodotti da aziende controllate dall’holding Leonardo e da Elettronica S.p.A, altra importante società del comparto bellico e cyber con sede a Roma.

Determinante anche il contributo dato dalla Marina militare italiana alla formazione e all’addestramento del personale qatarino presso i centri del Comando Scuole e all’Accademia di Livorno e nelle basi navali dell’emirato. Sempre secondo Analisi Difesa saranno impiegati anche i nuovi strumenti computerizzati e i simulatori forniti da una joint-venture costituita dal Centro per gli Studi di Tecnica Navale – Cetena (una controllata di Fincantieri che si occupa di ricerca e consulenza in campo navale e marittimo) e dalla società di software IBR Sistemi di Genova, specializzata in sistemi di simulazione e applicazioni multimediali.

Alla formazione del personale militare qatarino e alla manutenzione delle unità concorreranno i tecnici della Fincantieri Services Middle East LLC, società di proprietà al 100% di Fincantieri, costituita a Doha nel 2018. A determinare la decisione di dar vita a una propria filiale in Qatar, la firma di una lettera d’intenti durante la fiera dei sistemi navali da guerra DIMDEX (marzo 2018) del direttore Navi Militari di Fincantieri, Angelo Fusco, e del responsabile business development di Barzan Holdings, Abdulrahman Fakhro.

Nello specifico i due gruppi s’impegnavano a studiare possibili forme di collaborazione negli ambiti della sorveglianza marittima e delle coste, della ricerca e sviluppo nel settore delle imbarcazioni navali a pilotaggio remoto e relative stazioni di controllo e dell’implementazione di nuove tecnologie e gestione nell’ambito dei futuri programmi navali della Marina del Qatar.

A documentare i successi della grande società cantieristica i dati forniti con il bilancio finanziario per l’anno 2019. “L’area di business delle navi militari registra ricavi per euro 1.503 milioni (euro 1.434 milioni al 31 dicembre 2018) con un incremento del 4,8%”, riporta il Consiglio d’amministrazione di Fincantieri. “Proseguono a pieno regime le attività di costruzione relative alle commesse per il Ministero della difesa del Qatar che ha visto l’impostazione di una corvetta e un pattugliatore. Lo scorso anno sono stati forniti pure il pacchetto automazione per i pattugliatori d’altura e l’impianto eliche di propulsione e manovra per la nave anfibia d’assalto”. Da adesso scatta il count-down per le consegne e l’armamento.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia 1:

Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

di Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Covid-19: niente salario per i lavoratori di DENEL, industria bellica del Sudafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 maggio 2020

La pandemia ha messo in ginocchio anche l’industria della difesa sudafricana. Danie du Toit, amministratore delegato di Denel SOC Ltd., società interamente controllata dallo Stato, in un memorandum interno indirizzato al personale, ha ammesso le gravi difficoltà dell’azienda. Senza mezze parole du Toit ha fatto sapere ai 5.000 dipendenti che la liquidità di Denel non è sufficiente per pagare gli stipendi di maggio e anche quelli di giugno e luglio sono in forse.

Dopo l’allentamento del lockdown, solamente il 30 per cento del personale ha potuto riprendere il lavoro. A causa del contenimento dell’emergenza coronavirus, il 19 per cento svolge lo smart working, mentre il restante 51 per cento non può esercitare ancora nessuna attività. E ovviamente la mano d’opera attualmente a disposizione non basta per consegnare le commesse. Il management ha spiegato a Now Solidarity, il sindacato che rappresenta gran parte dei lavoratori del gruppo, che di conseguenza non ha potuto fatturare oltre 5 milioni di euro, perchè le ordinazioni non sono state portate a termine.

E non solo, mancano pure le autorizzazioni necessarie per l’export di armamenti, permessi che vengono approvati da National Conventional Arms Control Committee (NCACC) e poi rilasciati dalla direzione Conventional Arms Control (DCAC). Proprio a causa della pandemia il comitato e la direzione hanno interrotto le loro attività fino al 20 maggio scorso. Difficilmente riusciranno a sbloccare tutto il lavoro pendente in pochi giorni.

Non è la prima volta che l’azienda ha problemi di cashflow e versa gli stipendi dei dipendenti con forti ritardi.  L’anno scorso la situazione si era sbloccata grazie a robuste iniezioni di liquidità da parte del Tesoro sudafricano.

Eppure Denel ha diversificato i suoi investimenti, è tra l’altro partner della Rheinmetall Denel Munition (RDM). Quest’ultima, che ha sede in Sudafrica, è controllata dalla Rheinmetall AG di Dusseldorf, la maggiore industria per armamenti tedesca, con filiali un po’ ovunque nel mondo. In Sudafrica la Rheinmetall AG è associata con la Denel South Africa, società anch’essa controllata dallo Stato, che possiede il 49 per cento delle quote azionarie della RDM, mentre la Rheinmetall AG il 51 per cento.

Nella primavera del 2016 è nata una fabbrica nella capitale saudita, realizzata grazie alla collaborazione tra la Saudi Military Industries Corp. (SAMI) e la società Rheinmetall Denel Munition (RDM).

La Rheinmetall Waffe Munition Italia S.p.A., ha anche uno stabilimento a Ghedi, Brescia, e un secondo in Sardegna, a Domusnovas. Ed è proprio da lì che partivano i carichi di bombe alla volta di Riad, per essere utilizzati nella guerra in Yemen. L’export di armamenti come bombe d’aereo e missili alla volta del regno wahabita e degli Emirati Arabi Uniti sono stati bloccati poco meno di un anno fa dal nostro governo .

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

Il Sudafrica è la nazione del continente africano maggiormente colpita dalla pandemia: i casi confermati sono ben 23.615, mentre le vittime 615. Alla fine di marzo il presidente Cyril Ramaphosa aveva imposto un severissimo lockdown per arginare l’espandersi di Covid-19.

Con il 1° giugno quasi 8 milioni di sudafricani potranno riprendere l’attività lavorativa. Alcuni esperti stimano che da fine marzo a oggi il Paese abbia perso 285 miliardi di rand (poco meno di 15 miliardi di euro). Già prima della pandemia il Sudafrica aveva evidenziato dati allarmanti sull’economia nazionale, il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il 29,1 per cento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Tedeschi e sudafricani aprono una fabbrica d’armi in Arabia Saudita, rischio Al Qaeda

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
Milano, 20 maggio 2020

L’Italia non ha pagato il riscatto per la liberazione di Silvia Romano. A sganciare il denaro è stato il Qatar in una triangolazione di dollari, armi, garanzie politiche e soprattutto uranio. Un intrigo che vede coinvolti, oltre al piccolo Paese del Golfo, anche Turchia, Emirati Arabi Uniti e Iran. La giovane volontaria (che, lo ripetiamo ancora una volta, va lasciata in pace dopo la sua terribile esperienza) si è trovata, suo malgrado al centro di un intrigo internazionale che l’ha costretta a restare prigioniera per 535 giorni.

Probabilmente poteva essere liberata prima, se in Italia si fosse trattato il caso con lungimiranza e saggezza. E se qualcuno avesse preso in considerazione il fatto che gli shebab non sono un gruppo omogeneo di guerriglieri con un capo e un politbureau che elabora un indirizzo politico-strategico e dà ordini e comandi. Al contrario sono entità, cioè cellule, separate una dall’altra, molto spesso senza alcun controllo: più banditi e criminali comuni che terroristi con un obiettivo chiaro. Esiste però una sorta di consiglio d’amministrazione, una specie di holding centrale che gode di una certa influenza sui gruppuscoli spersi.

Ricerche in Kenya

Subito dopo il rapimento, durante le nostre ricerche in Kenya per capire cos’era successo a Silvia, una delle fonti risponde così a una domanda di Africa ExPress sulle reali capacità dell’intelligence italiana nel Corno d’Africa: “In Eritrea, Etiopia, Libia, Somalia eravamo i più forti. La nostra rete è stata smantellata, distrutta e ora in quelle aree contano Cina, Turchia ed Emirati. Ormai il nostro ruolo è ridotto a cercare un partner collegato e chiedere di lavorare in vece nostra. Poi pagheremo il dovuto. La testa della nostra organizzazione di spionaggio è invece rivolta agli affari, cioè a  vendere armi in giro per il mondo.”

Infatti durante le nostre indagini non abbiamo incontrato sul campo nessuno degli 007 italiani. Ma la zona è piena di informatori al servizio degli americani che nella regione keniota dove è stata rapita Silvia – nei pressi di Lamu – hanno una piccola ma efficiente base militare. Vuoi che in ogni villaggio non ci sia una spia americana pronta a monitorare le mosse di eventuali terroristi?

Infatti Africa ExPress riceve una soffiata: “Silvia è tenuta prigioniera in Somalia in un villaggio nella zona alle spalle della città portuale di Kisimaio”. Invano chiediamo prove dell’esistenza in vita della ragazza, una foto, un audio, un video…Non ci passano nulla. Noi scriviamo che potrebbe essere stata portata anche nelle isole Bajuni, un arcipelago di fronte alle coste somale, o in un qualunque paesino ma siamo convinti che, a dispetto di chi giura che è morta, lei è ancora viva, altrimenti in Africa nessuno sarebbe stato in grado di mantenere segreta la notizia del suo decesso.

Senza notizie

E’ passato poco meno di un anno dal rapimento di Silvia e le autorità italiane non hanno la più pallida idea di dove sia stata portata la ragazza. E’ per questo che si trincerano dietro il più stretto riserbo: non per paura di nuocere alla sua incolumità (motivazione ufficiale) ma per due motivi. Il primo perché non sanno se sia viva o morta e il secondo per avere le mani libere nel caso di eventuali trattative, non solo sul piano finanziario (pagamento di un riscatto), ma anche sul piano politico (cessione di materiale bellico o liberazione di prigionieri).

Una camionetta carica di militari in perlustrazione

L’opinione pubblica dorme perché i giornali parlano della vicenda sporadicamente ma a questo punto, dopo la lettera di Africa ExPress a Giuseppe Conte, la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio scorsi, qualcuno dei servizi segreti italiani si rivolge ai suoi colleghi degli Emirati Arabi Uniti che in Somalia hanno costruito una importante rete di informatori. Abu Dhabi risponde più o meno così: “Siamo in grado di cercare e trovare la giovane e vi aiuteremo, ma a patto che voi cambiate alleanza in Libia. Smettetela di appoggiare il governo di Al Serraj. Sostenete invece con noi il generale Kalifa Haftar”. Una richiesta troppo complicata e difficile per l’Italia, cambiare alleanze, soprattutto per gli affari (leggi forniture di armamenti) conclusi con Qatar, Turchia e Iran, gli alleati del presidente libico. In fondo cos’è la vita di una ragazzina in confronto al lucroso business per miliardi di euro?

Gli americani sanno in quale zona è Silvia, ma non vogliono/possono rivelarlo. Però consigliano: “Rivolgetevi ai turchi, che hanno una cospicua presenza in Somalia”. La risposta di Ankara è positiva a condizione che Roma cessi gli attacchi a Erdogan, considerato un dittatore che viola i diritti umani e sbatte in galera i giornalisti, e accresca l’appoggio a Serraj in Libia. La Turchia in Somalia ha un contingente miliare, ma la rete di intelligence è piuttosto scarsa.

Gioco internazionale

Ecco che il rapimento di Silvia entra in un gioco internazionale che merita il più totale riserbo. Gli italiani non intendono pagare alcun riscatto. Salvini è ancora molto forte (siamo prima della crisi del coronavirus) e sai la buriana che verrebbe fuori se si scoprisse che Roma ha versato milioni di dollari ai rapitori.

Si può però chiedere aiuto al Qatar, che in Somalia ha creato una notevole rete di informatori. Alleata dei turchi e degli italiani in Libia, amica dell’Iran, con cui Roma intrattiene ottimi rapporti (vedi i voli che in piena crisi sanitaria Covid-19 continuano a collegare Teheran a Malpensa) , Doha appare subito come ottimo strumento per cavare le castagne dal fuoco. E poi il Qatar ha appena ordinato a Leonardo (la vecchia Finmeccanica) materiale bellico per oltre 5 miliardi di euro e la Fincantieri deve consegnare battelli militari per quattro miliardi circa di euro. Ma c’è anche un altro piccolo, ma non insignificante, dettaglio: il generale Luciano Carta, capo dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, leggi servizi segreti) dal 20 maggio prenderà il posto di presidente di Leonardo.

Miniere di uranio

E’ lui direttamente che prende contatti con Doha. Per suggellare la cooperazione con l’Italia, il presidente Sergio Mattarella a metà gennaio vola in Qatar e sul suo aereo c’è Luciano Carta. Incontrano il capo di Stato qatariota. Ma cosa chiede in cambio, tra le atre cose, lo sceicco Tamin bin Hamad al-Thani emiro del piccolo Paese arabo? Il Qatar da tempo ha messo le mani in Somalia sulle miniere di uranio presenti nelle due regioni centrali del Mudug e Galgadug (ora riunite in un’entità politica il Galmudug), abitate dal clan Haber Gidir e in particolare dal sottoclan Aer, che rappresenta la spina dorsale degli shebab.

Il Galmudug, entità politica che riunisce Mudug e Galgadug

In cambio delle mani libere sulle miniere di uranio, lo sceicco al-Thani è disposto a concedere il suo aiuto e a coinvolgere il nucleo centrale della holding Shebab (con cui ha buoni rapporti) per la liberazione di Silvia. Al-Thani conta poi sul fatto che le commesse con Fincantieri, Fimeccanica, Beretta sono in dirittura di arrivo. Gli italiani, quindi vanno aiutati senza problemi.

Affare fatto quindi e apparentemente nessuno si pone il problema di dove finirà quell’uranio una volta estratto. Il Qatar non ha centrali nucleari, né ha intenzione di fabbricare una bomba ma – unico Paese arabo – è alleato dell’Iran e Teheran è alla spasmodica ricerca del prezioso metallo, necessario a implementare per il suo programma nucleare, pacifico, come sostiene il suo governo, militare, come invece sospetta l’amministrazione americana.

In scena gli shebab

Ed è solo a questo punto che entrano in azione gli Shebab, quelli veri, non quei criminali comuni che con i terroristi hanno poco a che vedere e che tenevano Silvia prigioniera. Con loro comincia la vera trattativa condotta dai qatarioti, che non ci mettono molto a coinvolgere i leader dei terroristi i quali a loro volta convincono i loro amici a rilasciare la ragazza catturata, in cambio di un bel pacco di dollari, ma un po’ meno dei 4 milioni sbandierati un po’ da tutti in Italia.

E quando Silvia arriva a Mogadiscio, nell’enorme base dell’ONU che ospita tra l’altro anche l’ambasciata italiana, indossando un giubbotto antiproiettile con in bella vista lo stemma del vecchio impero ottomano, scatta la protesta americana e britannica:”Perché non siamo stati avvisati?” Gli americani a quel punto comprendono che armamenti e uranio hanno come destinazione ultima l’Iran.

A Ciampino chi c’è all’aeroporto accanto a Silvia? Luciano Carta a prendersi i complimenti di Giuseppe Conte che è costretto a modificare il twitt con cui dà notizia del rilascio. Nel primo messaggino, infatti, il premier ringrazia l'”intelligence”  nel secondo compare la correzione: “intelligence esterna”, cioè l’AISE, l’agenzia di Carta.

Una miniera uranio

Poi per confondere le acque basta attivare il circo mediatico e non c’è di meglio che far partire un bel colloquio finto. Immediatamente dopo la liberazione di Silvia, molti  giornalisti italiani si attivano per procurarsi un’intervista dal portavoce degli shebab Ali Dehere. Mentre ad Africa ExPress il suo entourage dice che non è a Mogadiscio ed è senza telefono (cosa normale per evitare di essere individuato e centrato da un missile) a Pietro del Re di Repubblica, qualcuno concede una chiacchierata. Conoscendo Pietro e la sua correttezza, immaginiamo che sia stato ingannato: il suo interlocutore che lui crede sia Ali Dehere  sostiene di aver rapito Silvia e svela che con i soldi del riscatto comprerà armi.

Non armi ma grattacieli

L’intervista fa il pari con quello che scrivono i giornali e che si vuol far credere all’opinione pubblica, e cioè che l’Italia avrebbe irresponsabilmente permesso ai terroristi di comprare un arsenale. Nulla di più assurdo. In Somalia ci sono più armi che persone. Il Paese potrebbe vendere armi più che comprarle. Quei soldi – che comunque non sono stati versati dall’Italia – finiranno nelle cassaforti di finanzieri che a loro volta li investiranno in grattacieli, in palazzi o in interi quartieri a Londra, Dubai, New York ma anche a Roma e a Milano, dove magari coloro che hanno costruito la gogna mediatica contro Silvia andranno ad abitare, felici e sorridenti.

Succedeva con le navi sequestrate al largo delle coste somale per il cui rilascio sono stati pagati centinaia di milioni di dollari, senza che nessuno si scandalizzasse. Dove finivano? In armi? No, in grattacieli, con la complicità di lobby occidentali.

Massimo A. AlberizziMonica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com
twitter @malberizzi @monicamistretta

Dossier Silva 2:

“Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar
di Antonio Mazzeo

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Israele autorizza l’arrivo degli ultimi 119 falascia dall’Etiopia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 maggio 2020

Avevano quasi accantonato ogni speranza, vivevano da anni in condizioni precarie e di povertà nei campi di transito di Addis Ababa e Gondar, ieri per 119 falascià il sogno di una vita si è trasformato in realtà: sono atterrati giovedì all’aeroporto Ben-Gurion vicino al Tel Aviv, accolti dal ministro per l’Immigrazione Pnina Tamano-Shata.

Nei loro occhi si legge la felicità, malgrado le mascherine in volto, un must per arginare l’espandersi della pandemia.

Arrivo in Israele di un gruppo di falascia

A fine marzo, poco prima che l’Etiopia chiudesse le sue frontiere per Covid-119, erano già arrivati 14 nuclei familiari falascià (72 persone in tutto). Poi il governo dello Stato ebraico avevo sospeso i voli per motivi sanitari. Tempo fa la Knesset aveva approvato e pianificata per marzo 2020 l’immigrazione per 250 ebrei etiopi.

Per la prima volta nella storia di Israele è stato nominato un ministro di origine etiopica. Si tratta dell’avvocato Pnina Tamano-Shata, che dal 17 maggio è a capo del dicastero per l’Immigrazione. La neo-ministra si trova nel Paese dall’età di 3 anni, grazie agli interventi top-secret “operazione Mosè”, “ operazione Giosuè” e “operazione Salomone”, effettuati dall’allora governo di Tel Aviv tra l’84 e il ’91.

Pnina Tamano-Shata, di origine etiope, neo-ministro per l’Immigrazione in Israele

Alla fine degli anni settanta, minacciati da carestie e repressione del governo etiope, molti Beta Israel, come preferiscono farsi chiamare, visto il significato negativo che la parola falascià ha assunto nella lingua amarica (emigrato o straniero), passarono in Sudan. Purtroppo il governo musulmano sudanese fu altrettanto ostile nei loro confronti. Israele prese allora la decisione di trasportarli nel proprio territorio tramite ponti aerei.

Attualmente nello Stato ebraico vivono 140.000 falascià, per lo più in miseria, soggetti a discriminazioni di ogni genere, ma ciò che contestano maggiormente è il crescente razzismo. Solo la metà dei giovani ebrei di origine etiopica riesce ad ottenere il diploma, contro il sessantatré per cento del resto della popolazione.

Anche se alcuni di loro hanno raggiunto posizioni importanti nell’esercito, nel pubblico impiego, altri sono diventati politici di rilievo e occupano una poltrona alla Knesset, la loro vita in Israele non è semplice e in linea di massima guadagnano un terzo in meno rispetto alla media.

Dall’inizio della pandemia Israele ha registrato 16.670 casi, tra questi 13.617 sono guariti, mentre le vittime sono 279. In Etiopia le persone ufficialmente infette sono 399 con 123 guarigioni e 5 decessi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Israele accetta l’immigrazione degli ultimi falascià dall’Etiopia

Israele cancella il piano di rimpatrio degli ultimi falascià ancora in Etiopia

Terrorizzavano il nord, il più colpito dal virus: uccisi in Mozambico 50 jihadisti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 maggio 2020

La conferma dell’uccisione di decine di jihadisti è stata data dal ministro dell’Interno mozambicano, Amade Miquidade. “Le Forze di difesa e sicurezza (FDS) hanno ucciso 50 terroristi in due azioni militari. L’obiettivo di questi gruppi è rendere impossibile la vita dei mozambicani, attraverso il terrore e la paura. Il terrorismo impedisce di costruire una nazione prospera sulla base delle ricche risorse che abbondano in quella parte del paese” – ha dichiarato il ministro.

Mappa di Cabo Delgado che indica gli scontri tra Forze armate mozambicane e jihadisti
Mappa di Cabo Delgado che indica gli scontri tra Forze armate mozambicane e jihadisti

Due scontri a fuoco tra jihadisti e Forze armate

Le azioni militari delle Forze armate mozambicane sono avvenute tra il 13 e il 14 maggio. La prima, nel distretto di Mocimboa da Praia, l’area maggiormente colpita dai jihadisti 170 km a sud di Palma, dove operano ENI, ExxonMobil e Total. I militari mozambicani hanno sorpreso in gruppo di terroristi con tre auto, tre moto e un camion cisterna. Nello scontro sono morti 42 ribelli.

Il secondo scontro tra FDS e jihadisti è avvenuto nel distretto di Quissanga, un centinaio di km a nord di Pemba, capoluogo della provincia. Il gruppo di terroristi si stava dirigendo nuovamente nel distretto di Quissanga per invadere la cittadina. Nello scontro a fuoco sono morti otto jihadisti e altri sono rimasti feriti. Il 23 marzo scorso un gruppo di terroristi islamisti, dopo aver invaso Quissanga, aveva issato la bandiera dello Stato islamico nella stazione di polizia locale e facendosi fotografare.

Distrutti undici villaggi in dieci giorni

Solo nel mese di maggio, fra il 3 e il 13, le autorità mozambicane hanno registrato la distruzione di 11 villaggi da parte dei gruppi armati. Sono state rapite 16 persone e 14 sono disperse; è stato distrutto un ospedale di nuova costruzione e vandalizzate le linee di telefonia mobile. Il terrorismo a Cabo Delgado, dal 2017 ad oggi ha causato 550 morti, oltre 160 mila profughi e un’epidemia di colera con almeno 20 morti.

Ibraimo Abú Mbaruco
Ibraimo Abú Mbaruco (foto: courtesy dal suo profilo Facebook)

Area off-limits per i giornalisti

Queste le informazioni ufficiali diramate dal governo mozambicano, impossibili da verificare dai media sul campo. Infatti, dall’ottobre 2017, quando sono iniziate le azioni jihadiste a Cabo Delgado, l’area pare essere off-limits per i giornalisti.

Amade Abubacar, giornalista di Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia è stato arrestato nel gennaio 2019. Abubacar, che è anche attivista per i diritti umani, è stato fermato mentre intervistava persone sfollate a causa degli attentati jihadisti contro i civili. Poi è stato incarcerato senza capi d’accusa per 90 giorni ed è in attesa del processo.

Lo scorso 7 aprile è sparito un altro giornalista: Ibraimo Abú Mbaruco che lavora per la Stazione Radio Comunitaria di Palma. Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato che, prima di essere dichiarato scomparso, via SMS diceva che vicino a casa sua c’erano dei militari. Un messaggio che fa pensare a una scomparsa forzata.

A Cabo Delgado il numero maggiore di contagi da Covid-19


E mentre a Cabo Delgado spariscono giornalisti
, oltre al terrorismo jihadista, si fanno i conti anche con il Coronavirus. Il tutta l’ex colonia portoghese al momento in cui scriviamo, delle dieci le province, quelle contagiate sono quattro Cabo Delgado, Inhambane, Sofala e Maputo. La provincia dell’estremo nord del Mozambico è la più colpita dal virus: su 146 contagi, 85 provengono da Cabo Delgado. Il maggior focolaio dell’infezione pare essere la penisola di Afungi, a Palma, sede della multinazionale petrolifera Total. Qui è stato diagnosticato il contagio da Covid-19 al 79° lavoratore di Total.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

Mozambico, giornalista imprigionato da novanta giorni senza capi d’accusa

Mozambico, senza decessi da Coronavirus, ora fase arancione ma in attesa del picco

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Tentano di ammazzare il presidente: 19 arresti alle Comore

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
maggio 2020

Le autorità dell’Unione delle Comore hanno arrestato 19 persone ieri mattina, con l’accusa di appartenere a una “organizzazione prettamente terrorista”, altri componenti del gruppo sono attualmente ricercati in Francia e Madagascar.

Secondo quanto riportato da un magistrato dello Stato insulare – che comprende 3 isole (Grandi Comore, Anjouan e Moheli) e si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano – l’organizzazione avrebbe tentato di far esplodere l’aereo presidenziale lo scorso 19 aprile.

Comore: arresto di 19 persone, coinvolti anche due militari

Mohamed Abdou, procuratore alla Corte per la sicurezza dello Stato ha fatto sapere che gli arrestati avrebbero tentato di introdurre una bomba artigianale, provvista dispositivo azionabile a distanza, nell’aeromobile che il 19 aprile portava il dittatore Azali Assoumani dall’isola di Anjouan a quella di Moheli.

“Per puro caso”, ha detto Abdou, “gli agenti addetti alla sicurezza, totalmente all’oscuro del possibile attentato, hanno negato il permesso di caricare un pacco. E era proprio quello contenete la bomba”.

Tra gli arrestati ci sono anche due militari, uno di questi è il vice capo della gendarmeria di Anjouan. Ora è caccia all’uomo sia nello Stato insulare che all’estero. Sempre secondo quanto riportato dal magistrato, è stato scoperto anche un vero e proprio arsenale con mine di fabbricazione artigianale, detonatori, un grosso quantitativo di dinamite e munizioni.

Azali Assoumani, presidente delle Comore

Nelle Comore si respira un clima di terrore, in particolare dopo il referendum costituzionale del 2018, che ha dato ampi poteri al presidente, trasformandolo in dittatore.

L’opposizione non ha mai riconosciuto i risultati elettorali dello scorso anno e ha accusato il despota di brogli elettorali, confermati dalla maggior parte degli osservatori stranieri e dalla comunità internazionale. Il tiranno non apprezza gli oppositori. Molti di loro sono stati arrestati, alcuni condannati ai lavori forzati a vita.

Assoumani è diventato presidente nel 1999 dopo aver condotto un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002. A maggio dello stesso anno vince le elezioni e rimane alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo riesce nuovamente a farsi rieleggere; nel 2019 si ricandida per un secondo mandato consecutivo che ovviamente vince con il 60,77 per cento dei consensi.

L’Unione delle Comore ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte dell’Unione ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.

La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.

Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E sono molti i comorani che cercano di raggiungere Mayotte, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, quindi ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate, ignorate dalla comunità internazionale tutta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Paradiso Comore: i brogli si fanno prima. Si vota domenica in un clima di terrore

Democrazia azzoppata alle Comore: ampi poteri al presidente islamico ex golpista

Antigovernativi eritrei citano in giudizio la UE: “I finanziamenti violano i diritti umani”

Africa ExPress
20 maggio 2020

Un’associazione di attivisti eritrei in esilio ha citato in giudizio l’Unione Europea per aver elargito un finanziamento di 80 milioni di euro dal Fondo Fiduciario per l’Africa per la realizzazione e il rifacimento della rete stradale in Eritrea.

La società eritrea impegnata nella realizzazione delle infrastrutture è di proprietà del regime di Asmara, che, come è ben noto, impiega come mano d’opera personale costretto al servizio militare/civile.

Giovani eritrei costretti ai lavori forzati

Gli avvocati di Human Rights for Eritreans (FHRE) con sede in Olanda tempo fa avevano già scritto una lettera a Bruxelles, specificando, appunto che la dittatura costringe i propri cittadini ai lavori forzati e con questo finanziamento l’UE avalla tale pratica.

Il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato resta la principale causa perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa. Infatti chi non è impegnato nelle caserme, deve svolgere lavori forzati per uno stipendio misero nelle miniere o presso imprese di costruzioni, ditte gestite da privati.

Il silenzio della Commissione ha indotto la Fondazione a agire per vie legali. Una prima tranche di 20 milioni del finanziamento è stata stanziata lo scorso anno e nel mese di febbraio l’ambasciatore degli Stati membri dell’UE e quello della Gran Bretagna, insieme alle autorità eritree hanno ispezionato il primo tratto della strada Nefasit e Dekamhare, che una volta terminata dovrebbe far parte della più grande arteria stradale che connette Massawa con il confine etiopico.

Il progetto è stato implementato grazie a un accordo con UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi e i Progetti). E secondo l’UE le nuove infrastrutture dovrebbero contribuire allo sviluppo economico e commerciale, creare nuovi posti di lavoro nel Paese.

Gli avvocati incaricati dall’associazione, Emil Jurjens e Tamilla Abdul-Alyeva, hanno depositato glia atti al Tribunale di Amsterdam il 13 maggio scorso. Nell’ istanza hanno altresì chiesto che il finanziamento europeo venga dichiarato illegittimo e contestualmente l’ordine di immediata sospensione dei lavori.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

I rappresentanti legali hanno fatto leva sul diritto internazionale che non solo non ammette, ma sanziona i lavori forzati. All’uopo si ricorda che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona del 2009 viene stabilito tra l’altro l’obbligo di promuovere e consolidare i diritti umani nell’azione esterna dell’UE.

Nella nostra ex colonia non esiste un sistema giudiziario indipendente, tanto meno un parlamento eletto democraticamente oppure un’assemblea legislativa, figuriamoci partiti all’opposizione o giornali liberi; è dunque ovvio che non c’è spazio per i diritti fondamentali dei cittadini, che continuano a scappare da questa prigione a cielo aperto. Dunque non sarà il lavoro a fermare i giovani nella più atroce delle dittature africane, la miglior gioventù continuerà a scappare, non ci sarà verso di fermare l’esodo e il traffico di esseri umani finchè non sarà ristabilita la democrazia. Uno Stato, che nel 2018 ha raccolto consensi nel mondo intero per aver firmato accordi di pace con l’Etiopia, fino a poco fa il suo peggiore nemico, ma è semplicemente un Paese il cui governo dimostra giornalmente di non essere ancora pronto per riconciliarsi con il proprio popolo.

Africa ExPress
@africexp

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Sahara Occidentale: dai micidiali campi minati simbolo di morte a un bosco di alberi

Speciale per Africa ExPress
Alice Pistolesi
19 maggio 2020

Una terra martoriata in cui le mine antiuomo, armi micidiali, ma anche cambiamenti climatici e mancata autodeterminazione del popolo saharawi si intersecano in un connubio letale per chi la abita.

La porzione di terra in questione è quella tra Algeria, Mauritania e Sahara Occidentale, dove la sabbia del deserto è stata ed è simbolo di morte.

L’area che circonda il muro di 2.700 chilometri che divide i campi profughi saharawi in terra algerina dal Sahara Occidentale è una delle più minate del mondo.

Le mine rendono il territorio inospitale potenzialmente per sempre: con le piogge gli ordigni tendono infatti a spostarsi sotto la sabbia, rendendo l’operazione di bonifica estremamente complicata.

Berm, il muro e lungo 2700 Km costruita dal Marocco per dividere il suo territorio dai campi profughi dal Sahara Occidentale. © Maria Novella De Luca

Si stima che intorno al muro siano presenti da uno a due milioni di mine. Lo sbarramento, costruito dal Marocco a partire dal 1980, divide gli abitanti del Sahara Occidentale, dai campi profughi abitati dai saharawi che con l’inizio dell’occupazione marocchina nel 1974 fuggirono nel deserto. Lungo la divisione, ogni quattro o cinque chilometri, si trova una compagnia militare. In totale sono circa 100mila i soldati marocchini stanziati a presidio della linea difensiva. Ogni 15 chilometri è poi installato un radar che fornisce dati alle vicine batterie di artiglieria.

Ordigno ritrovato nella zona est del Berm, la fortificazione lunga 2700 Km costruita dal Marocco per dividere il suo territorio dai campi profughi dal Sahara Occidentale. © Maria Novella De Luca

La zona Est del muro, anche detto Berm, presentava, alla fine del 2016, 252 km quadrati di contaminazione da mine, mentre la contaminazione a Ovest del Berm non è nota. Secondo i dati forniti dal Landmine and Cluster Munition Monitor, un’iniziativa che fornisce materiali e ricerche nell’ambito della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo e la Cluster Munition Coalition, quantificare il territorio compromesso è in questa area particolarmente difficile. La zona a Est del Berm è contaminata anche da munizioni a grappolo ovvero l’eredità della guerra tra l’esercito reale marocchino e il Fronte popolare per la liberazione della Saguia el Hamra e il Rio de Oro (Fronte del Polisario).

Sahara Occidentale, zona di Tifariti, territorio liberato dal Marocco e controllata dal Fronte Polisario. Nella foto Mohamed-Bashir Aleiat Rayaa, uno sminatore. © Maria Novella De Luca

Per bonificare l’area, nel 2013 l’autorità nazionale saharawi ha fondato, con il sostegno delle Nazioni Unite, l’ufficio Saharawi di coordinamento dell’azione contro le mine (Smaco).

Sahara Occidentale, zona di Tifariti, territorio liberato dal Marocco e controllata dal Fronte Polisario. Nella foto Mohamed-Bashir Aleiat Rayaa mentre pianta una alberello di Acacia raddiana. © Maria Novella De Luca

In sette anni di attività l’organizzazione sostiene di aver liberato o sminato 148.8 milioni di metri quadrati di area pericolosa, bonificato 37 dei 61 campi di mine conosciuti e 459 aree contaminate da bombe, neutralizzato 7870 mine terrestri, 8830 resti di esplosivi di guerra, 24.494 munizioni, di aver formato 73.269 persone con “l’educazione del rischio” e aver assistito 252 persone (28 sopravvissuti e 224 i familiari). Smaco rileva poi che le vittime sono state 1024.

Il territorio minato intimidisce. La gente sa che percorrerlo è rischioso e capita che la fiducia vacilli anche nelle aree sminate. “Hanno paura anche nelle aree bonificate ­- dice Gaisi Nah, ufficiale operativo di Smac -. Per questo dobbiamo trasmettere fiducia e voglia di vivere il territorio. Crediamo che un modo per farlo sia piantare alberi. Gli alberi invogliano la gente a uscire, a fare pic nic, a passare giornate fuori dalle proprie tende. Sono un riparo di ombra per i cammellieri e per la popolazione nomade. L’albero è il nostro contrappeso alla paura”.

Sahara Occidentale, zona di Tifariti, territorio controllato dal Fronte Polisario. Nella foto Mohamed-Bashir Aleiat Rayaa, uno sminatore che osserva i rami di un’acacia raddiana. © Maria Novella De Luca

“Un arbol por cada mina”, un progetto nato con l’obiettivo di rendere il territorio più ospitale e verde, è portato avanti dal 2017 dalla Onlus Reseda, insieme a Smaco. Per ogni mina, un albero, per sostituire così la vita con la morte. L’obiettivo è quello di piantare 7milioni di alberi e creare un ‘muro’ speculare a quello marocchino: un muro verde. Gli alberi piantati sono autoctoni perché le aree prima della guerra, dell’abbandono e dagli effetti del cambiamento climatico, non erano completamente desertiche.

Una delle piante utilizzate nel progetto è l’Acacia Raddiana, una pianta simbolo per il popolo saharawi che può sopravvivere senza acqua per tre anni. Da questa si estrae l’elk, una resina che viene utilizzata come medicinale mentre con il legno si ricavano oggetti tradizionali e le foglie diventano foraggio per gli animali.

Rabouni-Tindouf, Sahara Algerino. Museo della Liberazione: mina antiuomo. © Maria Novella De Luca

Oltre a piantare un albero per ogni mina il progetto si occupa di rendere più verdi anche i campi profughi saharawi in terra algerina, organizzati in cinque wilaya che prendono il nome da cinque città del Sahara Occidentale.

“Abbiamo donato alberi da frutto e piante che fungono da integratori alimentari – racconta Roberto Salustri, presidente di Reseda e agronomo – come melograni, olivi e moringa alle famiglie che hanno avuto vittime da mine. Gli alberi in aree desertiche hanno funzioni specifiche che aiutano l’agricoltura: proteggono le coltivazioni dal sole, forniscono biomassa e foraggio”.

Nei campi profughi verrà piantato un albero anche per ciascuno dei 500 desaparecidos saharawi, persone di cui si è perso le tracce dall’occupazione marocchina del Sahara Occidentale, fino ad oggi.

Proprio la sede dell’associazione delle famiglie dei prigionieri e desaparecidos saharawi (Afapedresa), ospita infatti il primo vivaio realizzato nelle wilaya dei campi profughi.

Alice Pistolesi

 

 

Aumento del bracconaggio in Africa per una pandemia di Covid-19, ma per Survival è fakenews

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 maggio 2020

Un servizio della BBC sul possibile aumento del bracconaggio in Africa a causa della pandemia da Covid-19, scatena la polemica di Survival International. Il reportage dell’emittente televisiva britannica del 7 maggio scorso, analizza la situazione del Lewa Concervancy in Kenya dove il Coronavirus ha messo in crisi il turismo. Anche il New York Times, una settimana dopo, ha ripreso l’argomento trattando la situazione dell’Ol Peteja Conservancy.

Rinoceronte nero a rischio bracconaggio
Rinoceronte nero a rischio bracconaggio

Senza turismo aumenta il bracconaggio

Secondo il parere degli esperti di conservazione e delle guardie forestali la chiusura del turismo da safari sta portando ad un aumento del bracconaggio. Migliaia di disoccupati a rischio fame cacciano antilopi per nutrire le proprie famiglie e possono essere tentati di cacciare i Big Five. Elefanti, leoni, leopardi, bufali e rinoceronti potrebbero essere le “vittime illustri” della pesante crisi economica arrivata con Covid-19 a vantaggio delle multinazionale del bracconaggio.

A rischio soprattutto i rinoceronti, ammazzati per il loro corno, venduto fino a 75 mila euro al chilo, al mercato nero cinese e asiatico. Per la medicina tradizionale cinese, senza prove scientifiche, la polvere di corno di rinoceronte è utilizzata contro il cancro, l’impotenza e altre patologie.

Il Coronavirus ferma un’industria miliardaria

In Africa, l’industria turistica vale quasi 28 miliardi di euro all’anno e dà lavoro a quasi quattro milioni di persone. Senza turisti non entrano i fondi per la protezione dei parchi e della fauna selvatica a rischio estinzione. Secondo quanto scritto dal NYT, la sola protezione di un rinoceronte di Ol Pejeta costa 9.300 euro all’anno. Il parco ne ospita 130 con un costo annuo di 1,85 milioni di euro, quindi la capacità di prendersi cura dei rinoceronti è compromessa.

Survival è la voce fuori dal coro

Davanti al problema del probabile aumento del bracconaggio in periodo di Covid-19 c’è una voce fuori dal coro: quella di Survival International. Arriva con un tweet di Stephen Corry, direttore generale dell’ong che protegge i diritti dei popoli indigeni.

“La BBC parla di impennata di bracconaggio in Kenya: è una fakenews” – scrive Corry. “La BBC non riporta mai le posizioni contrarie alla fortezza della conservazione. Non è mai imparziale sull’argomento”. Nel filmato allegato al tweet, Mordecai Ogada, ecologista keniota e consulente di Survival aggiunge: “Il turismo non protegge la fauna selvatica. È un business. Chi potrebbe prendere dei trofei faunistici in questo momento? Non si può viaggiare e non si può esportare nulla, quindi non capisco come potrebbe aumentare il bracconaggio. È strano che queste notizie riguardino l’Africa; non si parla di picchi di bracconaggio in India, Brasile o Sud America”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Rinoceronte nero
Di IkiwanerOpera propria, GFDL 1.2, Collegamento

Scienziati creano falsi corni di rinoceronte per combattere il bracconaggio

Ogni giorno ammazzati di frodo in Sudafrica tre rinoceronti. C’è chi li vuole in Australia

Lo Zimbabwe dichiara guerra ai bracconieri e amputa i corni ai rinoceronti

Sudafrica, la lucrosa industria dei leoni allevati in cattività venduti a pezzi

Botswana: “Riapriamo la caccia agli elefanti”, diventeranno cibo per cani e gatti

Burundi: a pochi giorni dal voto il governo silura 4 esperti Covid-19 dell’OMS

Africa ExPress
17 maggio 2020

Il 12 maggio scorso il governo del Burundi ha chiesto al proprio ministero degli Esteri di espellere con effetto immediato i rappresentanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I quattro esperti dell’OMS, consiglieri delle autorità di Gitega durante questo periodo di pandemia, hanno dovuto lasciare il Paese entro venerdì, cioè l’altro ieri. Si tratta di Walter Kazadi Mulombo, rappresentante dell’Organizzazione in Burundi, Tarzy Daniel, esperto in esami di laboratorio, Ruhana Mirindi, specializzato in malattie infettive e Jean Pierre Mulunda, coordinatore per il coronavirus nel Paese.

Aeroporto internazionale di Bujumbura, capitale economica del Burundi

Già in aprile i quattro funzionari dell’OMS hanno rischiato la defenestrazione dall’ex protettorato belga; la faccenda è stata poi messa a tacere dopo chiarimenti tra il presidente Pierre Nkurunziza e il direttore generale dell’OMS, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il ministro degli Esteri, Ezechiel Nibigira, non ha voluto rilasciare commenti, tanto meno dare spiegazione sull’espulsione.
Da altre fonti ufficiali, invece, si apprende che il ministro della Sanità pubblica, Thaddée Ndikumana, avrebbe accusato OMS di interferenze inaccettabili nella gestione di COVID-19.

Africa Centres for Disease Control and Prevention ha espresso grande rammarico per la dura presa di posizione del governo di Nkurunziza, in quanto esperti in pandemia sono davvero indispensabili in tutti i Paesi del continente, dove il sistema sanitario è fragile e mancano delle necessarie infrastrutture, volte a combattere il temibile coronavirus e John Nkengasong, direttore di Africa CDC ha aggiunto: “Non possiamo davvero permetterci di silurare l’OMS”.

Mancano pochi giorni alle elezioni generali in Burundi, previste per il 20 maggio. Il governo è stato fortemente criticato dalla comunità internazionale per non aver posticipato le votazioni in questa fase di emergenza sanitaria mondiale.

Nkurunziza, al potere dal 2005, a sorpresa non si è ricandidato per un nuovo mandato. Eppure, grazie al referendum del 2018, il presidente, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese, avrebbe potuto presentarsi per altre due legislature.

Il candidato del partito al potere, Conseil National pour la Défense de la Démocratie – Forces pour la défense de la démocratie (Cndd-Fdd) è Evariste Ndayishimiye, attualmente ministro degli Affari Militari (in passato è stato a capo di altri dicasteri) e è l’uomo di fiducia del presidente uscente. Mentre il maggiore partito all’opposizione, Congrés National pour la Liberation, ha messo in campo il proprio leader, Agathon Rwasa, ex comandante hutu durante la guerra civile. Altri 4 sfidanti, tra questi due indipendenti, tenteranno la scalata alla poltrona più ambita del Paese. Se nessuno dei candidati dovesse raggiungere il 50 per cento, è previsto il ballottaggio tra i 2 candidati più votati. In tal caso si tornerebbe alle urne il 19 giugno.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

In base agli accordi di Arusha, nella Costituzione è prevista la divisione dei poteri tra hutu e tutsi secondo le quote etniche: nelle forze armate e nei corpi di pubblica sicurezza sono rappresentati in parti uguali (50 per cento hutu e 50 per cento tutsi); 60 per cento hutu e 40 per cento tutsi, per quanto concerne il governo e il parlamento. Con la riforma della Costituzione del 2018 queste quote sono ora estese anche alla magistrature e alla società civile.

I residenti all’estero – e non sono pochi – non potranno partecipare alla tornata elettorale per evitare assembramenti davanti a consolati e ambasciate. Fatto fortemente criticato dall’opposizione, che aveva chiesto a più riprese l’autorizzazione del voto telematico per permettere alla diaspora burundese di esprimere la propria preferenza.

Il Burundi che conta poco più di 11 milioni di abitanti, ha preso poche misure volte a contrastare l’espandersi del virus, tant’è vero che nemmeno la Primus Ligue (che corrisponde alla nostra Serie A) non si è mai fermata. Assembramenti, matrimoni, funerali e altre cerimonie non sono vietate. Nessun distanziamento sociale, chiusi solamente aeroporti e le frontiere, rimangono aperte quelle con la Tanzania per il trasporto di merci. Si fa finta che il virus non esista. Finora sono stati registrati ufficialmente 15 casi e una sola vittima.

Africa ExPress
@africexp

Burundi: referendum farsa per trasformare il presidente Pierre Nkurunziza in dittatore

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus