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Nuova strage in una galera del Burkina Faso: 12 morti per soffocamento

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 maggio 2020

Tanwalbougou, cittadina nell’est del Burkina Faso, nel dipartimento di Fada N’gourma, fino a poche settimane fa era persino sconosciuta alla maggior parte dei burkinabè. Il piccolo centro è salito alla ribalta delle cronache per la misteriosa morte di 12 presunti terroristi nelle celle della gendarmeria locale.

L’11 maggio i dodici,  insieme a altri uomini (25 in tutto), erano stati arrestati  al mercato e poi portati nelle celle delle forze dell’ordine per essere interrogati.

 

Tribunale di Fada N’gourma, Burkina Faso

Il fatto sembra la fotocopia di quanto è successo in Ciad alla fine di aprile, anche allora erano morti ben 44 presunti miliziani di Boko Haram nelle celle di una gendarmeria.

I dodici presunti jihadisti sono morti poche ore dopo il loro arresto, durante la notte tra l’11 e il 12 maggio. Solo il 13, Judicael Kadéba, procuratore di Fada N’Gourma, ha reso noto l’accaduto.

La Magistratura burkinabè ha ascoltato questa settimana i sopravvissuti – 3 di loro erano rinchiusi nella stessa cella dei deceduti – e il capo della gendarmeria. I presunti terroristi hanno affermato di non aver sentito esplodere alcun colpo di arma da fuoco quella notte.

Subito dopo la mattanza un agente della gendarmeria ha confidato in modo anonimo a Radio France Internationale (RFI) che erano deceduti per soffocamento.

Morti in una cella della gendarmeria in Burkina Faso

Nessuna autopsia è stata effettuata sui corpi, l’inumazione è stata effettuata due giorni dopo il decesso. Il procuratore ha precisato che in tutto il dipartimento non ci sono medici legali; sarebbe stato anche del tutto inutile chiedere a Ouagadougou, la capitale, l’invio di uno specialista in materia, dal momento che a causa del gran caldo i corpi delle vittime erano in stato di decomposizione già il giorno dopo la strage. Secondo gli esperti si potrebbero esumare le salme fra tre mesi per una necroscopia volta a determinare le cause della morte.

A Tanwalbougou – che in lingua gualmacena significa “pozza d’acqua per lavare i cavalli” – non si pulisce più il bestiame da tempo. Fa troppo caldo, i pozzi sono praticamente vuoti, come tutta Pencangou, una periferia della cittadina dove sono stati effettuati gli arresti: il mercato e i pochi negozi e attività commerciali sono tutti chiusi, sprangati. La maggior parte degli abitanti è fuggita. Un centinaio di loro ha trovato rifugio presso un leader religioso molto influente del luogo.

Alcune tra le persone ospitate nell’abitazione del religioso sono stati testimoni dell’arresto dei 25 sfortunati. Un anziano racconta: “Gli agenti ci chiedono di collaborare, ma noi abbiamo paura di loro nella stessa maniera come siamo terrorizzati dai jihadisti. Vedete quell’uomo laggiù? Ha una sessantina d’anni; durante la strage ha perso suo fratello minore di 50 e suo figlio di 20 anni. Quando un vecchio come me vive tutti giorni nel panico è spacciato, sono un morto vivente”.

Diverse fonti hanno rivelato all’Agenzia di stampa francese (AFP) che la morte delle persone in custodia è certamente dovuta a un “incidente” provocato dagli agenti, in quanto la maggior parte dei detenuti era di etnia fulani, regolarmente accusati di collaborare con i jihadisti. E “incidenti” simili sono già accaduti nel recente passato in Burkina Faso.

Nel luglio 2019 sono morte 11 persone nei locali dell’anti-droga nazionale; gli agenti avevano il sospetto che si trattasse di narcotrafficanti. I responsabili sono stati sospesi dal loro incarico e un’inchiesta è tutt’ora in corso.

Recentemente le forze di sicurezza sono state più volte accusate di “incidenti” e/o “abusi” nei confronti della popolazione di etnia fulani. Qualcuno è stato ritrovato morto, altri sono semplice spariti. Tra dicembre e gennaio è stata accertata la sparizione forzata di 4 persone a Ouagadougou, e guarda caso erano tutti fulani.

L’esercito burkinabè e i gruppi di autodifesa – spesso di etnia mosso, che rappresentano il 40 per cento della popolazione della ex colonia francese – per contrastare gli attacchi jihadisti, sono anche responsabili di massacri di civili fulani nel nord e nell’est del Paese. Spesso vengono confusi con membri del gruppo terrorista Ansarul Islam – vi aderiscono per lo più persone di etnia fulani – particolarmente attivo nel nord del Burkina Faso. Il loro leader è Jafar Dicko, fratello di Ibrahim Malam Dicko, predicatore burkinabé ucciso nel 2017. La formazione terrorista è legata a Ansar Dine.

Proprio ieri lo Stato maggiore dell’esercito burkinabè ha fatto sapere che sono stati uccisi 10 jihadisti  a Worou, nella provincia di Sourou, nell’ovest del Paese. Mentre qualche giorno prima hanno fatto la stessa fine altri 8 pesone durante un’operazione congiunta delle forze armate del Burkina Faso e della Costa d’Avorio al confine tra le due nazioni. Altri 38 sono stati arrestati.

Specie in zone remote dove lo Stato è poco presente, proliferano oltre ai terroristi anche bande di criminali, non di rado si comportano in modo molto simile durante gli attacchi. Sta di fatto che entrambi cercano corridoi per poter svolgere indisturbatamente i loro loschi affari: contrabbando di armi, sigarette, droga e quant’altro. Ora cercano di conquistare un nuovo varco nell’ovest, al confine con la Costa d’Avorio.

I soldati dell’esercito burkinabè sono mal equipaggiati e poco addestrati. Non riescono far fronte alle incursioni e attacchi dei terroristi, malgrado il sostegno delle forze francesi dell’operazione Barkhane, presente in tutto il Sahel con 5.100 uomini. Dall’inizio delle sanguinarie incursioni sono morte oltre 850 persone, quasi 850mila sono sfollati, altri cercano protezioni in Stati confinanti per fuggire alle violenze.

Burkina Faso: scuole chiuse

In un suo recente rapporto Human Rights Watch ha evidenziato che proprio a causa della crescente insicurezza sono state chiuse oltre 2.500 scuole in Burkina Faso. 350mila alunni o forse più vengono privati dell’istruzione e 11.200 insegnati hanno perso il loro posto di lavoro. Le lezioni in questi presidi sono state sospese ben prima dell’arrivo della pandemia. La maggior parte degli istituti scolastici su tutto il territorio nazionale sono  non operanti al momento attuale, misura imposta dal governo per contrastare l’espandersi di Covid-19.

Anche il Burkina Faso non è stato risparmiato dalla pandemia: 847 casi positivi e 53 vittime. Il già fragile sistema sanitario per contrastare Covid-19 è al collasso. Per contrastare il temibile virus sono stati arruolati 15mila volontari che supporteranno l’équipe del coordinamento per contrastare il coronavirus e i Comuni nella gestione sanitaria e delle attività commerciali.

Cornelia I. Toelgyes
coneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Dossier Silvia/Sfilata della politica italiana in Qatar per sponsorizzare l’industria bellica

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
maggio 2020

12 Marzo 2018. A Doha, capitale del Qatar, è in corso “Dimdex”, la fiera internazionale dei sistemi di guerra navali. Lo stand italiano è uno dei più grandi e frequentati: a fare bella mostra di sé ci sono gli ultimi ritrovati tecnologici del complesso militare-industriale prodotti.

La Farnesina e il Ministero della Difesa hanno fatto le cose in grande e come migliore ambasciatrice del made in Italy è stata trasferita nell’emirato la fregata multiruolo classe FREMM “Carlo Margottini”, unità della Marina realizzata da Fincantieri e super-armata da Leonardo-Finmeccanica.

In rada nel porto di Hamad, la “Margottini” ospitava il vertice tra l’allora ministra (uscente) Roberta Pinotti e il ministro per gli Affari della difesa del Qatar, Khalid Bin Mohammed Al Attiyah, pure presidente di Barzan Holdings, la società di governo incaricata della ricerca, produzione e commercializzazione di armi e sistemi strategici.

Roberta Pinotti, allora ministro della Difesa, in visita in Qatar

“Con il Qatar stiamo costruendo un rapporto sempre più importante sui temi della sicurezza che ci consente di rafforzare e consolidare la cooperazione bilaterale militare”, dichiarava Roberta Pinotti. “Con il ministro Al Attiyah abbiamo condiviso la preoccupazione circa la crisi in Libia e ci siamo soffermati sugli sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente, scenario geo-strategico di comune interesse”.

Dopo l’incontro, ancora sulla “Margottini”, l’ambasciatore italiano in Qatar, Pasquale Salzano, il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli e il responsabile della Direzione Armamenti Navali (Navarm), ammiraglio Matteo Bisceglia, invitavano i vertici delle forze armate qatarine e i giornalisti presenti a “Dimdex” a un meeting-party.

Tra gli ospiti d’onore a bordo dell’unità, l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo e l’allora presidente dell’associazione delle aziende italiane aerospaziali AIAD, Guido Crosetto, già sottosegretario alla Difesa nel IV governo Berlusconi e attuale coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia. Tra un drink e gli abituali scambi di saluti e ringraziamenti veniva annunciata la firma di un accordo per la costituzione di una joint venture nel settore delle armi leggere tra lo storico gruppo bresciano Beretta e la Barzan Holdings.

L’agreement prevedeva che la società presieduta da Pietro Gussalli Beretta collaborasse con le autorità militari dell’emirato alla realizzazione di uno stabilimento nel parco tecnologico-scientifico di Doha (con annessi laboratori e centro di ricerca), per la produzione di fucili d’assalto e pistole e lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma. Al gruppo bresciano veniva attribuita la quota minoritaria della joint venture denominata “Bindig”, il termine con cui in Qatar vengono chiamati i fucili.

“Vorrei sottolineare come quest’accordo è estremamente importante perché è la prima volta che viene stabilita una joint venture di questo tipo in un paese arabo e Beretta ha scelto il Qatar per il progetto”, dichiarava l’ambasciatore Pasquale Salzano, tra i più impegnati intermediari dell’affaire. Sarzano, nel dicembre 2019 è rientrato in Italia per dirigere il settore affari internazionali della Cassa Depositi e Prestiti del Ministero dell’Economia e assumere pure la presidenza di Simest S.p.A., società a capitale pubblico-privato che promuove gli investimenti dell’imprenditoria italiana all’estero.

“Beretta Group e Barzan Holdings hanno messo insieme le loro risorse per lanciare un progetto industriale che possa rispondere alle richieste delle forze armate del Qatar di equipaggiarsi con gli armamenti individuali più aggiornati e poter sviluppare in futuro nuovi sistemi di armi leggere”, aggiungeva il segretario generale di AIAD, Carlo Festucci.

Grazie alla joint venture, il gruppo bresciano punta ad ampliare i propri affari nel floridissimo mercato arabo. “Porteremo nel Qatar una parte della nostra produzione, l’accordo è strategico per l’intera area del Medio Oriente e dimostra quanto siamo un partner affidabile”, il commento a caldo del management di Beretta.

Pronti alla produzione i fucili d’assalto AR160A3 calibro 5,56 × 45 mm NATO (già in forza alle truppe italiane in Afghanistan), le pistole semiautomatica 92A1 calibro 7.62 e le nuove semiautomatiche APX progettate nei laboratori della “Pietro Beretta” di Gardone Valtrompia. Un primo lotto di armi prodotte da “Binding” è destinato all’esercito qatarino: 30.000 fucili ARX-160, più un numero imprecisato di pistole ARX-200, valore stimato della commessa 200 milioni di dollari.

Per il munizionamento, il ministero della Difesa dell’emirato ha invece dato vita a Doha ad un’altra jont venture tra la controllata Barzan Holdings e il colosso tedesco Rheinmetall, ben radicato nel nostro paese grazie agli stabilimenti di Rheinmetall Italia S.p.A. a Roma (ex Oerlikon-Contraves), specializzati in sistemi radar e puntamento, e quelli di RWM Italia S.p.A. a Ghedi (Bs) e Domusnovas in Sardegna, noti per produrre le testate utilizzate in Yemen dai cacciabombardieri dell’Arabia saudita. Le pistole automatiche Beretta 92 e i fucili d’assalto ARX200 sono già stati consegnati lo scorso anno alle forze armate dell’emirato. Il battesimo di fuoco degli ARX è avvenuto nel corso della maxi-esercitazione internazionale “Eager Lion” tenutasi nell’agosto 2019 in Giordania e a cui hanno partecipato 8.000 militari provenienti da 30 paesi tra cui l’Italia (le forze speciali del 4° e 185° Reggimento paracadutisti dell’Esercito e una compagnia del 1° Reggimento “San Marco” della Marina).

Contro la Beretta-Qatar connection sostenuta in maniera unanime dalle forze politiche e dell’establishment industriale-militare, è stato puntato il dito dai ricercatori dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia, fortemente preoccupati che la produzione a Doha possa sfuggire ai controlli sull’export bellico previsti dalle normative. “Il Qatar non ha firmato il Trattato sul commercio di armi in vigore alle Nazioni Unite dal 24 dicembre del 2014”, riportava OPAL in una nota della primavera 2018. “Tale trattato ha stabilito criteri rigorosi per regolamentare i trasferimenti leciti di armi, per prevenire esportazioni di armi che possono minacciare la sicurezza comune e, soprattutto, per cercare di prevenire la loro diversione verso il mercato illecito e per finalità ed impieghi finali non autorizzati, tra cui la commissione di atti terroristici”.

La possibilità di disporre di tecnologie e armi leggere prodotte da parte di un controverso regime come quello qatarino non può che moltiplicare infatti i pericoli di triangolazioni e trasferimenti a paesi belligeranti e/o gruppi armati criminali che operano in Medio oriente e nel continente africano.
Il tutto in palese violazione della stessa legge n. 185 del 1990 che regola tutte le autorizzazioni all’esportazione o alla produzione all’estero di materiali militari, le quali “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia (…) secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Matteo Salvini, allo vice premier e ministro degli Interni in Qatar

All’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia il governo si è guardato bene di fornire alcuna assicurazione e/o giustificazione sull’accordo Beretta – Barzan Holdings. A benedire la nuova frontiera dell’export di fucili e pistole ci ha però pensato un paio di mesi dopo ancora una volta l’ambasciata italiana in Qatar. La Fabbrica d’armi Pietro Beretta è stata chiamata a fare da gold sponsor della Festa della Repubblica Italiana organizzata a Doha il 2 giugno 2018, presenti le massime autorità civili e militari dell’emirato.

Il 31 ottobre 2018, il sistema Italia avrebbe onorato nel migliore dei modi un’altra kermesse industriale-militare qatarina, “Milipol”, sui sistemi di sicurezza interna e “difesa civile”, con la visita ufficiale a Doha del neoministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini. “Il Ministro Salvini ha incontrato l’Emiro del Qatar, Sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, il Primo Ministro e Ministro dell’Interno, Sceicco Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al Thani, e il Ministro degli Esteri, Sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani”, si legge nel comunicato della Farnesina. “Al centro dei colloqui anche i dossier regionali di maggior interesse, compresa la situazione in Libia. Il Ministro ha pure incontrato i rappresentanti delle aziende italiane presenti alla fiera internazionale Milipol, tra cui Beretta, Elettronica e Cristanini, e successivamente il cantiere della metropolitana di Salini Impregilo.

La visita del Ministro Salvini si è conclusa con una cerimonia a bordo della fregata Federico Martinengo, la nave della Marina Militare italiana impegnata nell’operazione antipirateria Atalanta dell’Unione Europea, dove ha incontrato la comunità italiana residente in Qatar”. Si ribaltano i governi ma la musica è sempre la stessa: assist a tutto campo a favore della produzione di morte made in Italy. Anche se gli introiti e i guadagni delle aziende finiscono sempre più spesso in qualche paradiso fiscale.

Beretta Holding, ad esempio, ha trasferito la propria sede ufficiale in Lussemburgo, dove ha pure fondato la società Upifra, vera e propria cassaforte finanziaria delle aziende armiere bresciane. Per Beretta Holding il bilancio 2018 si è chiuso con un volume d’affari pari a 678,2 milioni di euro e un utile netto di 57,5 milioni (erano stati 30 milioni nel 2017). Il 10% degli affari ha interessato l’Italia, il resto il mercato mondiale: 145,1 milioni di euro di fatturato in Nord America, 79,6 milioni in Europa e 93,5 milioni “in altri Paesi”. Solo la controllata Fabbrica d’Armi Pietro Beretta S.p.A. nel 2018 ha fatto affari per 213,9 milioni di euro (+23% rispetto all’anno precedente), “trainata dal settore difesa e ordine pubblico grazie a una rilevante fornitura in Medio Oriente, quale prima fase di un importante contratto pluriennale”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia/Qatar gets the Uranium and Pays the Ransom that will be used to Build Skyscrapers

Special for Africa Express
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
Milan, May the 2oth 2020

Italy did not pay the ransom for Silvia Romano’s release. The money was released by Qatar in a triangulation of dollars, weapons, political guarantees and above all uranium. In addition to the small Gulf country, an intrigue involving Turkey, the United Arab Emirates and Iran. The young volunteer (who, we repeat once again, must be left alone after her terrible experience) found herself, unwillingly, at the center of an international intrigue that forced her to remain prisoner for 535 days.

Probably she could have been freed earlier, if in Italy the case had been treated with foresight and wisdom. And if anyone had taken into consideration the fact that the Al Shebab are not a homogeneous group of guerrillas with a leader and a politbureau who elaborate a political-strategic direction and give orders and commands. On the contrary, they are entities, that is cells, separated from each other, very often without any control: more bandits and common criminals than terrorists with a clear objective. However, there is a sort of board of directors, a kind of central holding company that enjoys a certain influence on the scattered groups.

Investigation in Kenya

Immediately after the kidnapping, during our investigation in Kenya to understand what had happened to Silvia, one of the sources answers a question to Africa ExPress on the real capabilities of Italian intelligence in the Horn of Africa: “In Eritrea, Ethiopia, Libya, and Somalia we were the strongest. Our network has been dismantled, destroyed and now in those areas China, Turkey and the Emirates count. By now our role is reduced to looking for a partner who is connected and asking them to work for us. Then we will pay what is due. The head of our intelligence organization has instead turned to business, that is to sell weapons around the world. ”

In fact, during our investigations we did not meet any from the Italian intelligence on the ground. But the area is full of American informants, who in the Kenyan region where Silvia was kidnapped – near Lamu -, have a small but efficient military base. Would you not expect to see an American spy in every village ready to monitor the moves of any terrorist?

Pick up patrolling the street of Mogadishu

In fact, Africa ExPress receives a tip: “Silvia is held captive in Somalia in a village in the area behind the port city of Kisimaio.” In vain we ask for proof of the existence of the girl alive – a photo, an audio, a video..nothing is sent. We write that she could also have been brought to the Bajuni islands, an archipelago facing the Somali coast, or to any village, but we are convinced that, in spite of those who swear that she died, she is still alive, otherwise in Africa nobody would have been able to keep the news of her death secret.

Without news

Just under a year has passed since Silvia’s kidnapping and the Italian authorities have no idea where the girl was taken. This is why they entrench themselves behind the strictest confidentiality: not for fear of harming her safety (official motivation) but for two reasons. The first is that they do not know whether she is alive or dead and the second to have complete freedom in the event of any negotiations, not only on the financial level (payment of a ransom), but also on the political level (transfer of war material or release of prisoners).

Public opinion sleeps as newspapers speak about the story sporadically but, at this point, after the letter from Africa ExPress to Giuseppe Conte, the night between December 31 and January 1 last year, some of the Italian secret services turn to their colleagues from the United Arab Emirates who built an important network of informants in Somalia. Abu Dhabi responds more or less like this: “We are able to search and find the young woman and we will help you, but on condition that you change alliance in Libya. Stop supporting the Al Serraj government. Instead, support General Kalifa Haftar with us. ” A request that is too complicated and difficult for Italy to change alliances, especially for business (read arms supplies) concluded with Qatar, Turkey and Iran, the allies of the Libyan president. After all, what is the life of a young girl compared to the lucrative business for billions of Euros?

The Americans know where Silvia is, but they don’t want to or can reveal it. But they advise: “Turn to the Turks, who have a conspicuous presence in Somalia”. Ankara’s response is positive on condition that Rome cease attacks on Erdogan, considered a dictator who violates human rights and throws journalists in jail, and increases support for Serraj in Libya. Turkey in Somalia has a military contingent, but the intelligence network is rather scarce.

International game

Here is where the kidnapping of Silvia enters an international game that deserves the most complete reserve. The Italians do not intend to pay any ransom. Salvini is still very strong (we are before the Covid-19 crisis) and you know the chaos that would unravel if it came out that Rome paid millions of dollars to the kidnappers.

However, help can be sought from Qatar, which has created a remarkable network of informants in Somalia. Ally of the Turks and Italians in Libya, a friend of Iran, with whom Rome has excellent relationships (see the flights that in the midst of the health crisis Covid-19 continue to connect Tehran to Malpensa), Doha immediately appears as an excellent ally to save the situation. And then Qatar has just ordered Leonardo (the old Finmeccanica) war material for over 5 billion euros and Fincantieri must deliver military boats for about four billion euros. But there is also another small, yes significant, detail: General Luciano Carta, head of the AISE (External Information and Security Agency, read secret services) from the 20th of May will take the place of President of Leonardo.

Uranium mines

He is the one who directly contacts Doha. To seal cooperation with Italy, President Sergio Mattarella flies to Qatar in mid-January and Luciano Carta is on his plane. They meet the Qatari head of state. But what does Sheikh Tamin bin Hamad al-Thani Emir of the small Arab country ask in return? Qatar has long had its hands in Somalia on the uranium mines in the two central regions of Mudug and Galgadug (now united in a political entity, the Galmudug), inhabited by the Haber Gidir clan and in particular by the subclan Aer, which represents the backbone of Al Shebab.

Galmudug is  a political entity that join together Mudug and Galgadug

In exchange for free access to the uranium mines, Sheikh al-Thani is willing to give his help and involve the central core of the Shebab holding (with whom he has good relations) for the release of Silvia. Al-Thani then counts on the fact that the orders with Fincantieri, Fimeccanica, Beretta are in the pipeline. The Italians, therefore, must be helped without problems.

Deal made therefore and apparently no one asks the question of where that uranium will end once extracted. Qatar has no nuclear power plants, nor does it intend to manufacture a bomb but is an ally of Iran and Tehran is frantically searching for the precious metal needed to implement its peaceful nuclear program, as claimed by its government or military program, as the American administration suspects.

Al Shebab take the stage

It is only at this point that the Shebabs come into action, the real ones, not those common criminals who have little to do with terrorists and who kept Silvia prisoner. With them begins the real negotiation conducted by the Qatariots, who do not take long to involve the leaders of the terrorists who in turn convince their friends to release the captured girl, in exchange for a nice pack of dollars, but a little less of the 4 million publicized by everyone in Italy.

And when Silvia arrives in Mogadishu, in the huge UN base that also houses the Italian embassy, wearing a bulletproof vest with the coat of arms of the old Ottoman empire in plain sight, the American and British protests start: “Why were we not warned? ” The Americans then understand that armaments and uranium have Iran as their final destination.

In Ciampino airport, where Silvia arrives,  who is next to her? Luciano Carta to take the compliments of Giuseppe Conte who is forced to change the tweet with which he gives news of the release. In fact, in the first message, the Prime Minister thanks the “intelligence” in the second the correction appears: “external intelligence”, that is, the AISE, the Carta agency.

Then to confuse the waters, the media circus is activated and there is nothing better than starting a fake interview. Immediately after Silvia’s release, many Italian journalists try to get an interview from the Shebab spokesperson Ali Dehere. While Africa ExPress’ entourage says that he is not in Mogadishu and is without phone (normal thing to avoid being identified and hit by a missile) to Pietro del Re of Repubblica newspaper, someone gives an interview. Knowing Pietro and his ethics, we imagine that he has been deceived: his interlocutor whom he believes is Ali Dehere claims to have kidnapped Silvia and reveals that with the ransom money he will buy weapons.

Not weapons but skyscrapers

The interview corroborates what the newspapers write and they want people to believe, namely that Italy would have irresponsibly allowed terrorists to buy an arsenal. Nothing more absurd. In Somalia there are more weapons than people. The country could sell weapons rather than buy them. That money – which in any case has not been paid by Italy – will end up in the safes of financiers who in turn will invest it in skyscrapers, buildings or in entire neighborhoods in London, Dubai, New York but also in Rome and Milan, where perhaps those who built the media pillory against Silvia will go to live, happy and smiling.

It happened with the ships seized off the Somali coast for whose release hundreds of millions of dollars were paid, without anyone being shocked. Where did the money end up? In arms? No, in skyscrapers, with the complicity of western lobbies.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com
Twitter @malberizzi @monicamistretta

Dossier Silvia/Ricucci il buon giornalismo salvato da Africa ExPress

Speciale per Africa ExPress
Amedeo Ricucci
Roma, 27 maggio 2020

Magari sono un nostalgico del giornalismo d’altri tempi, ma ho trovato francamente un po’ umiliante dover constatare, ieri, che una buona fetta della stampa italiana aveva sguinzagliato i suoi intrepidi reporter sulle tracce di Silvia Romano e di sua madre che andavano dall’estetista, dopo i canonici 14 giorni di quarantena.

Ed è stato altrettanto sconcertante, almeno per me, vedere che dal giorno del rientro di Silvia a casa, il 10 maggio, i giornalisti di casa nostra non abbiano trovato niente di meglio da fare che bivaccare da mattina a sera sotto casa Romano, monitorare i suoi messaggi privati e frugare a mani basse nella sua vita, per alimentare con i pretesti più assurdi questo gossip allucinante sulla sua conversione.

Eppure ce n’erano di inchieste degne di questo nome, legate al caso Silvia Romano, su cui poter lavorare. Sì, perché è stato evidente a tutti che in molte fasi di questo sequestro – e nella narrazione ufficiale che ne è stata fatta dalle nostre autorità – c’erano diverse cose che non tornavano. A partire dal giubbotto anti-proiettile con impressa la mezzaluna turca e un motto in turco che abbiamo tutti visti addosso a Silvia, in una delle foto scattate a Mogadiscio e che sono state subito diffuse.

Come mai? Vuol dire che il rilascio di Silvia è stato gestito in piena autonomia dai servizi di intelligence turca e che sono stati loro a portare Silvia all’Ambasciata italiana di Mogadiscio? Se fosse vero, beh, andrebbe quanto meno ridimensionato il ruolo attribuito all’AISE, la nostra intelligence esterna, che invece era in prima fila a Ciampino a prendersi i ringraziamenti del nostro Presidente del Consiglio, come se l’AISE fosse stata in prima linea a Mogadiscio e avesse liberato lei Silvia, coadiuvata da altri partner. E in ogni caso ci sarebbe un bel po’ di trippa per gatti: provare cioè a capire chi c’era veramente nelle fasi cruciali del rilascio, chi ha gestito i contatti coi rapitori e, soprattutto, chi aveva con sé le valigie con i soldi.

Amedeo Ricucci sul campo

E invece niente. Molte testate hanno addirittura provato a inventarsi strane storie su quel giubbotto anti-proiettile dalla provenienza evidente – “sembra turco ma non lo è”, questo il succo della bugia diffusa – e nessuno ha dedicato la dovuta attenzione allo strano balletto che c’è stato sui soldi del riscatto: a Ciampino c’è stata fra le nostre Autorità una sorta di ammissione implicita che un riscatto era stato pagato – e non era mai successo, finora – poi si è provato a fare marcia indietro.

Subito dopo è scoppiata la grana dell’intervista al portavoce degli Shebab somali, Ali Dehere, il quale dichiarava a Repubblica che sì, il riscatto era stato pagato, e che i soldi sarebbe stati usati per comprare nuove armi. Le sue parole sono sembrate a molti esperti inusuali e poco convincenti, al punto da suscitare non poche dietrologie, suffragate da una smentita ufficiale arrivata dagli stessi Shebab. Un bel vespaio, no?

Ma quasi tutte le testate italiane hanno preferito lasciare i loro giornalisti sotto casa di Silvia Romano per darci tutte le informazioni sul colore del suo hijab e solo una, Il Foglio, ha deciso di vederci chiaro, mettendo al lavoro il suo migliore esperto d terrorismo islamico. Daniele Raineri. Al quale gli Shabab hanno confermato ufficialmente che nessuna intervista era mai stata concessa a un giornale italiano dal loro portavoce, Ali Dehere. A complicare le cose c’è stato però un possibile, probabile errore di omonimia, che forse ha ingannato il giornalista di Repubblica e su cui da più parti si è speculato.

Mi sono dilungato sulla questione del riscatto perché attorno ad essa ruotano diverse questioni delicate, su cui le testate italiane mainstream tacciono e su cui invece Africa ExPress sta facendo un ottimo lavoro, nel silenzio più assordante. E’ stata Africa ExPress a chiarire infatti, meglio di tutti, gli interessi della Turchia in Somalia ed il lavoro che da anni sta facendo da quelle parti, in tandem con il Qatar.

Ed è stata Africa ExPress a dare la notizia che è stato proprio il Qatar a pagare probabilmente il riscatto per Silvia Romano, con una complicata triangolazione in cui sono entrati dollari, armi, garanzie politiche e soprattutto uranio, sì uranio, minerale di cui la Somalia è ricca. La serie degli approfondimenti legati a questo dossier continua, su Africa ExPress, ed è una boccata di ossigeno per chi come me crede, con Horacio Verbinsky, che “giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia. Tutto il resto è propaganda”.  Attendo con ansia

Amedeo Ricucci
amedeo.ricucci@rai.it

*Amedeo Ricucci è inviato della RAI

Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 maggio 2020

“Il vertice straordinario della troika ha impegnato e sollecitato gli Stati membri SADC a sostenere il governo del Mozambico. Un impegno nella lotta contro i gruppi terroristici e armati che operano in alcuni distretti di Cabo Delgado”. È tiepida la posizione della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC- Southern African Development Community) sul terrorismo jihadista a Cabo Delgado, provincia settentrionale mozambicana.

Summit SADC sulla sicurezza
Summit straordinario SADC sulla sicurezza (Courtesy SADC)

Le risorse dei Paesi SADC impegnate con il Covid-19

Probabilmente perché non può fare diversamente. Purtroppo la SADC non ha un esercito permanente e non può intervenire. Per reprimere le minacce alla sicurezza in altri Paesi membri, ognuno dovrebbe schierare le proprie Forze armate, cosa improbabile al momento a causa del Covid-19.

Dal presidente mozambicano Filipe Nyusi era stato sollecitato un vertice straordinario, sulla violenza jihadista, subito accolto dal suo omologo, Emmerson Mnangagwa. Al summit, ad Harare (Zimbabwe) oltre al Mozambico erano presenti i leader della troika, composta da Zambia, Botswana e Zimbabwe guidata da Mnangagwa. La troika è l’organo della SADC che si occupa della Politica per la difesa e la sicurezza dei 16 Paesi membri.

SADC si è accorta tardi del problema jihadismo

Il vertice suggerisce che la Community si sia finalmente resa conto della gravità del fenomeno jihadista. Ciò che sta succedendo a Cabo Delgado è diventato preoccupante per tutta l’Africa Australe, soprattutto per quelli confinanti con il Mozambico. Tanzania in primis.

I mercenari sudafricani fanno meglio di quelli russi

Dopo il fallimento a Cabo Delgado dei mercenari del Gruppo Wagner portati dagli accordi tra Mosca e Maputo, è tornato il Dyck Advisory Group (DAG). La società privata di contractor, con sede in Sudafrica, ha aiutato le Forze di sicurezza mozambicane a combattere i jihadisti, utilizzando anche elicotteri da combattimento.

Il risultato dell’appoggio di DAG all’esercito di Maputo, negli ultimi due mesi, è stato l’eliminazione di un centinaio di jihadisti. In soli due giorni, le Forze armate mozambicane hanno rivendicato l’uccisione di una cinquantina di terroristi.

Mappa dei Paesi membri SADC (Courtesy SADC)
Mappa dei Paesi membri SADC (Courtesy SADC)

La situazione a Cabo Delgado peggiora

Dall’ottobre 2017, quando è iniziata l’attività sovversiva jihadista a Cabo Delgado, le cose sono peggiorate notevolmente. Non solo si sono intensificati gli attacchi degli estremisti islamici ma la è aumentata anche la sicurezza degli insorti. I jihadisti di Al Sunna wa-Jama sono arrivati vicini agli impianti del bacino di Rovuma al largo di Cabo Delgado. Qui operano ENI, Total ed ExxonMobil che dal 2022 dovrebbero iniziare l’estrazione di enormi riserve di gas naturale.

Il 23 marzo scorso, dopo l’attacco alla cittadina di Quissanga, i jihadisti si sono fatti fotografare davanti alla caserma occupata della polizia con bandiera nera dell’ISIS . Da questo episodio si parla di un altro salto di qualità sia per le armi in dotazione (AK-47 e lanciagranate) che per i collegamenti. Molti dei tagliagole che stanno massacrando Cabo Delgado sono stati formati nella regione dei Grandi Laghi e in Somalia. Pare che siano collegati con il gruppo che nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo abbia creato lo Stato islamico della provincia dell’Africa centrale (ISCAP).

Al momento non si hanno numeri certi sui decessi causati dagli attacchi jihadisti a Cabo Delgado: si parla tra i 700 e i 1.100 morti. Si conosce però il numero degli sfollati causati dal terrore: oltre 160 mila. Tutti scappati dal villaggi distrutti. Moltitudine che ha perso tutto e vittima di enormi problemi igienico-sanitari che hanno causato un’epidemia di colera con almeno 20 morti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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Guerra ai Boko Haram: la Nigeria fa shopping di elicotteri dall’ex Fimeccanica

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
27 Maggio 2020

Le forze armate della Nigeria intensificano la campagna bellica contro Boko Haram ed altre organizzazioni jihadiste ricorrendo alle armi prodotte dal complesso militare industriale italiano.

Con un comunicato emesso dal Capo di Stato Maggiore della Marina militare nigeriana, ammiraglio Ifeola Mohammed, è stata annunciata la consegna di un nuovo elicottero da trasporto AgustaWestland AW139 da parte della Divisione elicotteri Leonardo (ex Finmeccanica). Il velivolo che può trasportare sino a 15 persone, era stato ordinato nel settembre 2016 dal Ministero della difesa nigeriano. L’accordo prevedeva la realizzazione di altri tre elicotteri della stessa tipologia, più la fornitura da parte di Leonardo di componenti e parti di ricambio e dei servizi di manutenzione.

Nigerian Navy – AgustaWestland AW139

L’AW139, classificato con matricola sperimentale CSX81969, era stato avvistato con la livrea della Nigerian Navy lo scorso novembre 2019 sopra i cieli di Venegono, in provincia di Varese, dove sorgono gli stabilimenti di Leonardo. Qualche mese fa la Marina militare nigeriana aveva ricevuto un altro elicottero AW139 dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la sicurezza navale che lo aveva acquistato da Leonardo nel settembre 2018.

A gennaio, inoltre, le forze armate nigeriane avevano confermato l’acquisto di due elicotteri Leonardo A-109 LUH Light Utility armati con mitragliatori e lanciatori di missili per “supportare la lotta in corso contro l’insorgenza e le organizzazioni criminali nel paese”.

Secondo il Capo dello staff dell’Aeronautica, Sadique Abubakar, i due elicotteri A-109 erano giunti insieme ad altri equipaggiamenti nell’aeroporto internazionale “Nnamdi Azikwe” di Abuja a bordo di un Boeing 737-400 di Cargolux Airline decollato dallo scalo di Milano Malpensa il 15 gennaio. Ad attendere il cargo un team dell’Aeronautica militare guidato dall’Air Commodore Halim Adebowale e i manager di Leonardo Helicopetrs in Nigeria. I tecnici militari, insieme agli ingegneri italiani hanno poi provveduto all’assemblaggio delle componenti elicotteristiche. Gli AW109 LUH sarebbero già stati utilizzati in missioni di combattimento contro le milizie jihadiste nel nord-est della Nigeria e per l’addestramento tattico degli allievi-piloti di elicotteri.

Terroristi jihadisti Boko Haram

Sempre secondo quanto dichiarato dalle autorità nigeriane, nel dicembre 2018 erano stati ordinati anche 6 elicotteri A-109 versione “Power” per svolgere un ampio spettro di missioni miliari, compreso il pattugliamento e la sorveglianza dei confini e delle acque territoriali e la ricerca e il soccorso.

La Nigerian Air Force ha presentato i primi due velivoli di Leonardo in occasione delle celebrazioni per il 55° anno della fondazione della forza aerea, il 29 aprile 2019 ad Abuja. Il terzo A-109 è stato consegnato a fine maggio 2019, dopo una serie di test aerei realizzati a Venegono alla presenza di ufficiali e tecnici nigeriani. Per l’acquisto dei nuovi mezzi di guerra di Leonardo-Finmeccanica e l’aggiornamento dei velivoli già in dotazione alle forze armate e ad altri apparati dello Stato, nel bilancio federale del 2018 era stata stanziata una prima tranche di 19 milioni di dollari.

In dotazione delle forze armate nigeriane c’erano già 12 elicotteri AW109 LUH (in servizio con la Nigerian Air Force) e 4 elicotteri A109E (con la Marina militare). In passato, le aziende del gruppo Finmeccanica, poi confluite in Leonardo, avevano venduto alla Nigeria anche altri velivoli da guerra, tra cui 6 aerei da trasporto G-222 “Aeritalia”, 12 caccia-addestratori biposto MB.339A “Alenia-Aermacchi”, 2 pattugliatori aerei ATR 42MP di “Alenia Aeronautica” e 2 elicotteri AgustaWestland AW101 per il trasporto Vip.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Presidenziali in Burundi: vittoria di Evariste Ndayishimiye, l’opposizione denuncia brogli

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 maggio 2020

Una vittoria ampiamente prevista, se non certa: il nuovo presidente del Burundi è il candidato del partito al potere (Conseil National pour la Défense de la Démocratie – Forces pour la défense de la démocratie), Evariste Ndayishimiye.

Ex generale e ex ministro alla Difesa – precedentemente è stato a capo anche di altri dicasteri – e, particolare da non trascurare, uomo di fiducia del presidente uscente Pierre Nkurunziza.

L’ex leader del Paese, al potere dal 2005, a sorpresa non si è ricandidato per un nuovo mandato. Eppure, grazie al referendum del 2018, il presidente, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese, avrebbe potuto presentarsi per altre due legislature. Nel 2015 aveva vinto per la terza volta le presidenziali. Il periodo pre- e post-elettorale è stato segnato da un clima di forte tensione sociale, durante il quale sono morte oltre 1.200 persone. Altre 400.000 sono fuggite dal Burundi in seguito alle violenze.

Evariste Ndayishimiye vince le presidenziali in Burundi

Ndayishimiye ha vinto elezioni al primo turno con il 68,72 per cento delle preferenze, mentre Agathon Rwasa, candidato di Congrés National pour la Liberation, maggiore partito all’opposizione, ha raccolto il 24 per cento dei consensi. Secondo il comitato nazionale elettorale la partecipazione al voto è stato dell’ 88 per cento. I risultati definitivi saranno pubblicati il 4 giugno dalla Corte Costituzionale.

Già durante lo spoglio Rwasa ha contestato il voto per brogli elettorali. Salvo ricorsi, che quasi certamente saranno respinti dalla Corte Costituzionale, Ndayishimiye sarà il prossimo presidente del Burundi e presterà giuramento alla fine di agosto, che rappresenta il termine del mandato del presidente uscente.

Rwasa è un ex capo ribelle di Forces nationales de libération (FNL) durante la guerra civile (1995-2005) ha trasformato FNL in un partito politico, Conseil national pour la liberté, era arrivato secondo anche nelle elezioni del 2015.

Il suo partito e lui stesso godono di ampio consenso in diverse aree del Paese, in particolare in due province: Bujumbura rural e Cibitoke. Persino in queste due roccaforti i voti in suo favore sono stati davvero pochi. E Rwas ha apostrofato la tornata elettorale come farsa; non sembra intenzionato a presentare ricorso, viste le scarse probabilità di spuntarla contro il protetto di Nkurunziza.

Agathon Rwasa, leader del maggiore partito all’opposizione in Burundi

Le elezioni si sono svolte il 20 maggio, in piena pandemia, con le frontiere chiuse, senza pubblicazione delle liste elettorali e senza la presenza di osservatori internazionali, giacchè sono stati avvisati che se fossero giunti in Burundi, sarebbero stati messi in quarantena per due settimane, come previsto dal protocollo dell’OMS. In questa occasione il governo ha osservato senza battere ciglio i consigli dell’Agenzia dell’ONU, i cui consiglieri sono stati dichiarati “Persone non grate” dal ministro degli esteri Ezechiel Nibigira pochi giorni prima delle presidenziali.

I residenti all’estero – e non sono pochi – non hanno potuto partecipare alla tornata elettorale per evitare assembramenti davanti a consolati e ambasciate. Fatto fortemente criticato dall’opposizione, che aveva chiesto a più riprese l’autorizzazione del voto telematico per permettere alla diaspora burundese di esprimere la propria preferenza.

Ndayishimiye è un pilastro del governo dal oltre 15 anni, dapprima come ministro degli Interni e in seguito a capo del dicastero della Difesa. E’ un fervente cattolico e un fedelissimo dell’ex presidente. Alla fine degli anni Novanta entrambi gli uomini occupano posti chiave al vertice di CNDD, un gruppo ribelle di etnia Hutu in Burundi (in seguito trasformato in partito politico), al quale Ndayishimiye ha aderito nel 1995, dopo essere scappato a un massacro di studenti hutu perpetrato da estremisti tutsi.

Poco dopo Ndayishimiye  diventa uno dei principali capi militari dei ribelli e nel 2003 partecipa alla firma del trattato per il cessate il fuoco che mette fine alla guerra civile; da allora ha proseguito la sua carriera all’ombra di Nkurunziza. Nel 2016 viene eletto segretario generale del partito al potere e lascia l’esercito perchè aspira alla carriera di giudice della Corte suprema. Il 26 gennaio 2020 viene scelto come candidato alle presidenziali.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

Pierre Nkurunziza avrebbe preferito candidare il presidente dell’Assemblea nazionale, Pascal Nyabenda, ma ha dovuto cedere alle pressioni di un gruppetto di generali che non gradivano un civile come capo di Stato. Chissà se Ndayishimiye riuscirà a governare in modo autonomo o se sarà vittima dell’influenza dei militari e/o del suo predecessore e se sarà in grado di dare una svolta al suo Paese che vive una profonda crisi da oltre 5 anni.

Una volta terminato il suo mandato, Nkurunziza non vivrà nell’ombra: gli verrà conferito il titolo di “suprema guida” e riceverà una buona uscita di oltre mezzo milione di dollari, nonchè una lussuosa villa.

Covid-19 ha colpito anche il Burundi. Ufficialmente sono stati confermati 42 casi con 20 guarigioni e una sola vittima.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

Burundi: scoperte fosse comuni con i resti di oltre 6000 vittime uccise tra il 1885 e il 2005

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Dossier Silvia/Altre armi vendute dall’Italia al Qatar per oltre 6 miliardi di euro

Mentre la stampa italiana perde il suo tempo a seguire Silvia Romano dall’estetista,
noi di Africa ExPress portiamo a galla la fitta rete di interessi che coinvolge oggi la Somalia
e che non è estranea al rapimento di Silvia: c’ è il Qatar, che ha pagato il riscatto,
c’è la Turchia che l’ha liberata.  Altro che l’AISE.
Sono questi, ma anche altri, come spiega bene quest’articolo gli inconfessabili
interessi che ruotano attorno alla vicenda.

a.r.

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
27 maggio 2020

Sistemi di guerra per 6 miliardi e 144 milioni di euro. Ammonta a tanto il valore complessivo delle autorizzazioni governative all’esportazioni di armamenti italiani al Qatar nel solo biennio 2017-2018. L’emirato sin troppo condiscendente con le fazioni e milizie jihadiste salafite è uno dei partner commerciali di punta del complesso militare-industriale nazionale.

Cacciabombardieri ed elicotteri pesanti; corvette, navi d’assalto e sottomarini; missili aria-terra e anti-nave; cannoni e mitragliatori; sistemi radar e sofisticate apparecchiature di telecomunicazione. L’Italia vende di tutto e di più al Qatar con la benedizione del ministero della Difesa e dei vertici delle forze armate.

In pole position nell’indigesta classifica dei produttori e mercanti di morte la maggiore holding del comparto, Leonardo (ex Finmeccanica), controllata per il 30,2% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. A Doha, Leonardo è di casa da decenni e i suoi manager hanno anche fatto da testa di ponte per la penetrazione nel mercato qatarino di altre importanti aziende produttrici di armi, nazionali e internazionali.

L’11 settembre 2018, MBDA, il principale consorzio europeo nella realizzazione di sistemi missilistici (tra gli azionisti i colossi Airbus, BAE Systems e per il restante 25% Leonardo) ha firmato un contratto del valore di 640 milioni di euro per la fornitura alla Marina Militare del Qatar di un sistema di “difesa costiera” dotato di missili anti-nave Marte ER ed Exocet MM40 Block 3 con un raggio d’azione fino a 180 chilometri di distanza. A sottoscrivere l’accordo, il direttore di MBDA Italia Antonio Perfetti e l’ammiraglio Ibrahim Saad Al Kubaisi, vicecapo di Stato maggiore dell’emirato.

Finmeccanica – Qatar

Qualche settimana prima erano stati i manager di un’altra grande holding nazionale del comparto bellico, Fincantieri S.p.A., a sottoscrivere con le forze armate del Qatar un maxi-accordo di 4 miliardi di euro per la realizzazione di quattro corvette, due pattugliatori d’altura e una nave anfibia d’assalto.

Con l’agreement è ancora MBDA ad essere scelta per la fornitura dei sistemi missilistici destinati alle unità navali di Fincantieri. Le autorità di Doha hanno richiesto una partita di missili anti-aerei Aster 30 Block 1 e VL Matra Mica e antinave Exocet MM40 Block 3, costo complessivo un miliardo e 100 milioni di dollari. Al consorzio europeo sono stati affidati pure i test, le attività addestrative del personale militare qatarino, la manutenzione delle componenti belliche e il supporto logistico integrato. Sempre nell’ambito dell’accordo MBDA-emirato, Leonardo-Finmeccanica si assumeva la responsabilità diretta nella fornitura di radar, sonar e sensori di bordo, dei sistemi d’arma di medio e piccolo calibro (cannoni mitragliatori) e delle apparecchiature di protezione antisiluro.

“La nostra offerta ha registrato un ulteriore importante successo in un’area geografica dal fondamentale valore strategico, in termini di opportunità di business e dello sviluppo di collaborazioni”, commentava entusiasta l’allora amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, Mauro Moretti. “L’accordo siglato testimonia il grande impegno delle istituzioni ed in particolare del ministro della Difesa Roberta Pinotti e rafforza la collaborazione con Fincantieri, segnando una considerevole affermazione del nostro sistema Paese”.

Perché il ringraziamento all’esponente Pd? Perché le maxi-commesse sulla rotta Europa-Qatar erano state formalizzate nel corso di un vertice intergovernativo, protagonisti appunto Roberta Pinotti e l’allora ministro per gli Affari alla Difesa dell’emirato, Khalid Bin Muhammad Al-Attiyah.

Dicembre 2017 ed era un altro consorzio industriale-militare europeo, Eurofighter, a dare notizia del contratto di vendita al Qatar di 24 cacciabombardieri “Typhoon” in occasione dell’incontro a Doha tra il ministro della Difesa britannico Gavin Williamson e il suo omologo collega.

Titolari del programma Eurofighter-Typhoon l’holding ispano-tedesca EADS, la britannica Bae Systems e, per una quota del 21%, l’italiana Leonardo. Ancora una volta MBDA veniva sub contrattata per la fornitura di missili “Brimstone” e “Meteor” per armare i cacciabombardieri, mentre per i radar e i sistemi elettronici di bordo, venivano preferiti gli stabilimenti di Leonardo a Luton ed Edimburgo (Gran Bretagna). Poco meno di 7 miliardi di euro l’ammontare della commessa, addestramento di tecnici e piloti dell’Aeronautica del Qatar compreso.

Doha, Qatar, DIMDEX 2018

Non passano nemmeno tre mesi che al salone internazionale dei sistemi navali militari di Doha (Dimdex), il 14 marzo 2018 la Barzan Holdings, società intermante controllata dal Ministero della Difesa del Qatar, firmava un ordine del valore di 3 miliardi di euro con il consorzio NHIndustries (Airbus 62,5%, Leonardo 32% e Fokker 5,5%) per la fornitura di 28 elicotteri multiruolo NH90 in versione da trasporto tattico e navale, più addestramento e supporto logistico.

Per la loro consegna veniva fissato un arco temporale compreso fra il giugno 2022 e la fine del 2025. “Leonardo agirà in qualità di prime contractor per l’intero programma NH90 e sarà responsabile dell’assemblaggio nel suo stabilimento di Venezia-Tessera, della consegna e del supporto di 12 dei 28 elicotteri, versione NFH, destinati a missioni navali”, riporta il comunicato emesso dall’holding italiana.

“Il programma potrebbe essere ampliato in futuro con l’aggiunta di ulteriori 12 unità. L’elicottero scelto sarà dotato di un’ampia gamma di sensori e sistemi integrati sviluppati e forniti da Leonardo per soddisfare i più rigorosi standard operativi”. Alla Divisione Elicotteri di Leonardo era affidata pure la fornitura di mitragliatrici, siluri e missili aria-superficie antinave e dei servizi di assistenza, addestramento per equipaggi e tecnici e manutenzione dei velivoli per otto anni. Top secret l’ammontare del denaro finito nelle casse dell’azienda. Nell’ultima relazione annuale finanziaria approvata dal Consiglio d’amministrazione di Leonardo, agli elicotteri venduti all’emirato è dedicato un breve passaggio: “Le acquisizioni di nuovi ordini si attestano nel 2019 a circa 14 miliardi di euro, mentre gli ordini del 2018 includevano l’acquisizione degli NH90 dal Qatar per circa 3 miliardi di euro”. Ad essi di dovrebbe aggiungere la quota-percentuale che spetterà a Leonardo con la fornitura dei missili Marte ER (MBDA) che equipaggeranno i velivoli da guerra.

Ma è poi stato davvero un affare per l’holding a capitale statale quello degli elicotteri al Qatar? Dubbi e inquietudini sono stati sollevati dopo un’inchiesta de il Fatto Quotidiano da parte di alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle e da un senatore di Forza Italia, Luigi Vitali, membro della Commissione antimafia, firmatari di due distinte interrogazioni al ministro della Difesa e a quello dell’Economia e delle Finanze.

“Leonardo ha firmato con l’emirato un contratto di vendita di 16 elicotteri NH90 ad assetto terrestre, prodotti da Airbus (valore stimato per le sole macchine: 579 milioni di euro) più 12 per missioni navali, prodotti da Leonardo (per un valore di 564 milioni di euro), più decine di optional e servizi annessi elencati nel contratto, per un valore totale di circa 3 miliardi di euro”, scrivono i deputati di M5S, primo firmatario Elio Iannutti. “Il 26 febbraio 2018, due settimane prima della firma, una lettera del capo divisione elicotteri Gian Piero Cutillo avrebbe offerto al Qatar: 16 elicotteri H125 da addestramento, che sarebbero stati pagati da Leonardo ma non ancora consegnati e fabbricati da Airbus; 3 elicotteri AW109 per il trasporto VIP, prodotti da Leonardo (già segretamente consegnati); la messa a disposizione di 2 piloti a spese di Leonardo in Europa; 20.650.000 euro di fondo spese per gli allievi qatarini a carico di Leonardo. Valore complessivo dei benefit pari a 120 milioni di euro, come si legge su un articolo de il Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2020”.

“Il 26 gennaio 2018 – proseguono i parlamentari – dopo un incontro con gli italiani, il generale di brigata Mishwat Faisal Al Hajr, presidente del comitato per l’acquisizione degli elicotteri, avrebbe chiesto a Profumo (Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, NdA) di scrivere una lettera formale chiara e diretta in inglese, semplice senza zone grigie che aderisca alle condizioni fissate dalle autorità del Qatar.

La lista dei benefit confermati (che non avrebbe contenuto ancora i 16 elicotteri H125 ma incluso i tre AW109) sarebbe stata accettata da Cutillo l’8 febbraio, ma il generale Al Hajr avrebbe chiesto che la lettera venisse firmata da Profumo e non altre persone. Le condizioni venivano accettate da Profumo con l’impegno a firmare una lettera di intenti il 13 febbraio cui far seguire la stipula del contratto durante Dimdex 2018.

Il 26 febbraio Cutillo avrebbe scritto al Qatar che Leonardo accetta la fornitura dei 16 H125 nella configurazione richiesta, gratuitamente ma senza supporto e manutenzione. Un anno dopo la firma del contratto, il 22 marzo 2019, il capo della divisione forniture elicotteri Fabio Castiglioni avrebbe scritto che, in cambio dell’impegno dei qatarini di chiudere alcune questioni controverse, avrebbe impegnato Leonardo a fornire altri benefit come 8 istruttori in Qatar, militari o con un background militare”.

Per i deputati di M5S si sarebbe trattato di “un modo elegante per dire che Leonardo avrebbe potuto pagare militari italiani da inviare a Doha a istruire gratis per loro i qatarini o impiegare piloti civili alla bisogna”. Nella sua missiva, il manager Fabio Castiglioni avrebbe promesso al Qatar anche “corsi, manuali di volo, tre anni di supporto e mantenimento degli AW109 dalla fine del 2019” e persino due modellini in scala 1:10 degli NH90 per la festa nazionale dell’emirato. “Si tratta di una prassi per contratti governativi di questo tipo”, ha spiegato Leonardo a il Fatto Quotidiano. “I 16 elicotteri H125 prodotti da Airbus rappresentano una quota minima rispetto alla componente core del programma basato sui 28 NH90. La quota di competenza di Leonardo è superiore al 40% dell’ammontare della commessa e il programma è sicuramente profittevole per l’Azienda, anche nel lungo periodo”.

La mancata comunicazione sui benefit concessi all’emirato, sempre per Leonardo, sarebbe invece dovuta al “necessario e consueto rispetto del principio di riservatezza definito a livello contrattuale su richiesta del cliente anche per evidenti motivi di sicurezza”.

Alessandro Profumo. Amministratore delegato di Leonardo

In Qatar l’azienda italiana è fortemente presente anche nel mercato elicotteristico privato e commerciale: un numero notevole di velivoli sono stati venduti in particolare alla società Gulf Helicopters che svolge attività di trasporto, eliambulanza e supporto alle operazioni offshore e, per conto della stessa Leonardo, anche funzioni di tipo addestrativo.

Il 29 gennaio 2020 la Gulf Helicopters ha annunciato di aver acquistato dall’holding italiana la nuova variante dell’elicottero bimotore AW189K che a partire dalla seconda metà dell’anno sarà impiegata per il trasporto offshore, la ricerca e il soccorso, l’impiego antincendio, ecc.. Sempre in ambito “civile”, Leonardo ha fornito recentemente il radar per il controllo del traffico aereo dell’aeroporto internazionale di Doha.

Nell’ambito della commessa per la progettazione e costruzione dello stadio Al Bayt di Al Khor City in vista dei Mondiali di calcio 2022, il general contractor (Galfar Misnad Engineering di Doha e le italiane Salini-Impregilo S.p.A. e Cimolai S.p.A.), ha affidato nel settembre 2016 l’intero pacchetto relativo alle componenti elettroniche e meccaniche dell’infrastruttura e ai sistemi di sorveglianza e comunicazioni ad una joint venture costituita da Leonardo e dalla PSC S.p.A. di Roma, società controllata dalla famiglia Pesce e, per il restante 40%, da Fincantieri e dalla Cassa Depositi e Prestiti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

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Dossier Silvia/Si allarga la mappa degli intrighi e ora passa anche per la Germania

La psichiatra: la segregazione è un dramma Troppo semplicistiche le critiche a Silvia

 

 

Dossier Silvia/Si allarga la mappa degli intrighi e ora passa anche per la Germania

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
24 maggio 2020

Silvia esce solo velata, Silvia mette like ai predicatori islamisti, Silvia riceve video messaggi dalla Fratellanza Musulmana. Sono le voci che in queste ore fanno da rumore di fondo a una vicenda, quella del suo sequestro in Somalia, i cui contorni vanno ben oltre la sfera (discutibile) del pettegolezzo e della sua conversione religiosa. Mai farsi ingannare dal brusio. Anzi il brusio spesso cancella il refrain portante.

Mentre siamo distratti da notizie da cabaret mediatico, cinque petroliere iraniane stanno per raggiungere le coste del Venezuela: una ha già attraccato oggi. Trasportano 1,53 milioni di barili di petrolio e alchilato, un derivato petrolifero che serve per la produzione di benzina.

Cosa c’entra questo con la vicenda di Silvia? La trama è complicata, ma proviamo a seguirla pazientemente. Sappiamo che una fonte dei servizi segreti italiani ha rivelato che a pagare il riscatto per la liberazione di Silvia è stato il Qatar, Paese mediorientale da sempre ponte con l’Iran. E il Qatar in qualche modo è entrato anche nella questione delle petroliere: quando sabato il presidente iraniano Hassan Rouhani ha minacciato di ritorsioni gli americani in caso di attacco alle sue navi al largo delle coste del Venezuela, lo ha fatto pur sempre nel corso di una conversazione telefonica con l’emiro di Doha.

Una petroliera iraniana

Ed è una dichiarazione del segretario di Stato americano Mike Pompeo ad aggiungere un altro tassello.  Il Venezuela non può pagare l’Iran con transazioni bancarie, visto che i due Paesi sono entrambi sotto embargo, ma in lingotti d’oro trasportati clandestinamente a Teheran con gli aerei della Mahan Air, la compagnia dei Pasdaran iraniani. E forse, aggiungiamo noi, i lingotti sono stati già trasbordati con i grossi boeing della compagnia nazionale Iran Air che in aprile e maggio hanno fatto scalo almeno due volte alla settimana tra Teheran e l’aeroporto Sabana de Mar a Santo Domingo, paese vicinissimo al Venezuela, se non altro perché ne importa il petrolio.

Ora, se l’oro serve a Teheran per aggirare le sanzioni statunitensi, nell’ultimo periodo ne deve aver usate davvero grosse quantità. Decine di voli tra Teheran, Caracas e Sabana del Mar vogliono dire tonnellate d’oro. Teheran nega. Ma questo è avvenuto mentre Silvia era ancora nelle mani dei suoi rapitori e prima che avvenisse il pagamento del Qatar per la liberazione. C’è da domandarsi cosa l’Italia abbia dato in cambio e a chi.

Anche gli Shebab, sunniti, flirtano con l’Iran sciita, oltre che con il Qatar: quando il 3 gennaio gli americani hanno ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, il gruppo terroristico è stato il primo a rispondere due giorni dopo con l’attacco contro la base statunitense a Lamu. La Somalia è centrale nelle vicende dell’Iran di questi ultimi mesi. Una dimostrazione, tra l’altro. di come le fedeltà religiose possano essere allegramente accantonare quando ci sono business lucrosi da realizzare.

Ma torniamo alle petroliere. Partono dall’Iran nella prima settimana di maggio dal porto commerciale di Shahid Rajaee a nord di Bandar Abbas. In quei giorni lo scalo viene colpito da un attacco informatico che fonti americane attribuiscono pochi giorni dopo a Israele. Ed è qui che, per una serie di connessioni, emerge un altro Paese: la Germania, primo partner commerciale europeo dell’Iran. Sì, perché a costruire il porto Shahid Rajaee nel 2016 per una commessa di 104 milioni di euro è stata una società tedesca. E perché proprio nei giorni precedenti la partenza delle petroliere, il 30 aprile, la Germania si trova costretta, dietro pressioni statunitensi, a mettere fuori legge nel suo territorio Hezbollah, l’organizzazione sciita che in città come Amburgo e Monaco ha sempre fatto da ponte finanziario con l’Iran nei periodi più duri delle sanzioni americane. Le petroliere salpano da Shahid Rajaee pochissimi giorni dopo la decisione del governo tedesco di mettere al bando Hezbollah: coincidenze che pesano.

La polizia tedesca fa irruzione gli uffici di Hezbollah a Berlino

Ora, se volessimo chiudere il cerchio, andremmo a vedere cosa fa la Germania in Somalia: dal 2017 ha cominciato a trasferire milioni di euro in aiuti nel Paese. Solo nel 2019 Berlino ha investito in Somalia 73 milioni di dollari. Di contro, il Qatar nei prossimi cinque anni investirà in Germania 10 miliardi di euro in vari progetti, senza contare i 25 miliardi di dollari con cui ha finanziato società come la Volkswagen o la Deutsche Bank. La stretta cooperazione militare tra i due paesi ha creato più di una controversia nel parlamento tedesco.

Silvia Romano è stata liberata in Somalia il 9 maggio, il giorno del cyber attacco israeliano al porto di Saheed Rajaee. Quello stesso porto da cui in quei giorni sono partite le petroliere iraniane dirette in Venezuela. Oro, petrolio, attacchi informatici, riscatti pagati da paesi terzi: la vicenda di Silvia è qui, non nella sua conversione. Cerchiamo di restare lucidi.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com 
Twitter @malberizzi @monicamistretta

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Speciale per Africa ExPress
Emanuela Provera
maggio 2020

Il contrario del fondamentalismo non è l’ateismo ma la fede; ben venga quindi la conversione di Silvia, ma essendo maturata in una condizione di prigionia e in uno stato mentale di paura, può essere autentica?

È difficile pronunciare una parola definitiva su Silvia Romano perchè abbiamo ancora poche informazioni e alcune sono sguaiate o immaginifere. Lo svelamento mediatico della sua “conversione” ha suscitato qualche domanda interessante: il fenomeno della conversione si limita ad una dimensione individuale soggettiva oppure riconduce ad uno spazio planetario che lega l’Oriente economico-religioso all’Occidente affaristico? E qual è il ruolo della politica rispetto al fondamentalismo religioso? Proviamo a rispondere.

La professione di fede

Il nostro ordinamento giuridico consente l’esercizio della professione di una fede religiosa, così come la sua propaganda con l’unico limite della contrarietà al buon costume . D’altro canto, non prevede alcuna tutela per gli individui che si sono convertiti ad una fede religiosa o ad un credo, in seguito a condizionamenti che hanno compromesso la loro libertà di pensiero. Come l’amore anche la fede è politica.

Il reato di plagio non esiste, più. Se Silvia scoprisse che la sua conversione non è stata sincera, scoprirà anche che non esiste una pena in qualche modo risarcitoria a carico di coloro che hanno indotto la sua scelta religiosa manipolando o costringendo il suo pensiero.

Quando, in Italia, notizie relative a casi di abuso psicologico arrivano in tribunale, non c’è niente da fare; il pubblico ministero può eventualmente condurre l’inchiesta per individuare una circonvenzione di incapace, una violenza privata, episodi di stalking, la presenza di una truffa; ma nessun caso di abuso spirituale o manipolazione mentale potrà essere perseguito, perché non ha alcuna rilevanza penale, seppure sia l’anticamera di comportamenti crudeli.

Condizionamenti psicologici

Questa situazione di improcedibilità (presente in alcuni stati) non ha mai impedito a giornali di tutto il mondo e all’opinione pubblica, più attenta, informata e sensibile, di prendere posizione in difesa di chi ha subito condizionamenti psicologici o abusi di potere, anche in assenza di reati contro il patrimonio. Lo sdegno che ne deriva non produce solo parole di indignazione ma anche il sorgere di associazioni o gruppi che si battono per arginare l’attività delle organizzazioni, le quali attraverso campagne proselitistiche e di reclutamento continuano ad attrarre giovani adepti, e lo fanno sostituendo l’autorità spirituale con l’esercizio del potere [spirituale].

Ma qui viene il bello: non sono gruppi terroristici di matrice islamista, sono per esempio i membri della “Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni” comunemente conosciuti come Mormoni, che per contenere il contagio da covid-19 hanno invitato credenti e non credenti a fare due digiuni mondiali il 29 marzo e il 10 aprile u.s., oppure sono confessioni religiose che siglano intese con lo Stato come, per esempio, le Assemblee di Dio in Italia (ADI) o l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG) e ciò avviene in ossequio alla libertà religiosa costituzionalmente garantita.

Comunione e Liberazione e Opus Dei

Cristiani quindi, e buddisti. E tra i cristiani si annoverano i movimenti ecclesiali provenienti dal mondo cattolico, come Comunione e Liberazione, l’Opus Dei, il Movimento dei Focolari, i Neocatecumenali, i Legionari di Cristo ciascuno dei quali ha ottenuto, nella Chiesa, una propria configurazione giuridica e una presenza non marginale all’interno del mondo politico e finanziario. Ogni gruppo ritiene di essere la manifestazione autentica di Gesù Cristo: «Questa non è la Chiesa di Joseph Smith (il fondatore dei mormoni, ndr) e neppure la chiesa di Mormon. Questa è la Chiesa di Gesù Cristo» . Ma se capita che il capo di un gruppo venga processato e dichiarato colpevole, i difensori della libertà di culto giurano che la condanna di uno solo “non fa dei suoi fedeli una massa di delinquenti come lui”.

È su questo terreno di forte divergenza delle opinioni in tema di persuasione coercitiva che interviene o dovrebbe intervenire la politica: da una parte gli studiosi favorevoli alla penalizzazione della manipolazione mentale, dall’altra quelli che la combattono strenuamente. È una battaglia che solo apparentemente ha scopi filantropici o ideologici, perché coinvolge il favore elettorale di importanti organizzazioni.

A coloro che si accostano con scetticismo ai movimenti abusanti capita di essere apostrofati addirittura come nazisti che accusavano gli ebrei di essere una setta; si auspica addirittura che siano processati: “…speriamo che un giorno ne debbano in qualche modo rispondere”, ha ribattuto una mia interlocutrice, che è ambasciatrice di pace di una associazione della Chiesa del reverendo Moon.

Sono gli apologeti dei culti, i quali ritengono che i nuovi movimenti contribuiscano all’integrazione religiosa nelle società democratiche e che i metodi utilizzati nella formazione dei propri membri siano solo leciti strumenti di persuasione; il plagio semplicemente non esiste perché ogni situazione di dipendenza psichica ed emotiva, come quella del rapporto tra due amanti, o tra genitori e figli è di per sé un po’ manipolativa e prevede uno stato di subordinazione affettiva, accettabile.

Persuasione coercitiva

Il sociologo delle religioni Massimo Introvigne riferisce di condividere la posizione di Robert Jay Lifton secondo cui «la persuasione coercitiva funziona se si accompagna alla carcerazione, cioè è praticata in un contesto dove ci sono barriere fisiche e non solo mentali che impediscono di scappare, di cui un campo di rieducazione cinese è un buon esempio». Introvigne concorda in particolare con Lifton nella «distinzione fra prigionia mentale (su cui si può discutere sul piano teorico ma che non può essere sanzionata penalmente perché la difficoltà di provarne l’esistenza apre agli arbitri) e prigionia fisica, con sbarre molto materiali. Il caso di Silvia Romano è il secondo».

Pianificazione geopolitica

Il tema della libertà religiosa apre sempre uno spazio di ambiguità laddove si trasforma in un alibi per nascondere obiettivi di pianificazione geopolitica. L’Occidente, con l’avvallo della Chiesa cattolica che, alla fine del secolo scorso, ha avuto un ruolo importante nella legittimazione dei nuovi movimenti, è un terreno che coltiva certi integralismi istituzionali che producono forme di populismo dalla chiara matrice estremista. Motivi sacri, come la sconfitta dell’ateismo, ma anche nobili istanze, più laiche, come la difesa dei diritti umani si intrecciano con il potere e i suoi apparati. Una storia vecchia come l’uomo ma dalle nuove configurazioni.

Sulle ceneri di un’Europa dei popoli sorge un primo ministro come Viktor Mihály Orbán in Ungheria o un presidente come Volodymyr Zelens’kyj in Ucraina.

Intrappolati dalla paura

E cosa dire del sodalizio che si è creato tra Donald Trump e il gruppo religioso Falun Gong? il movimento spirituale costituitosi negli anni ’90 che, anche in Italia, conduce una severa campagna anti-cinese; il gruppo utilizza come organo di stampa il giornale filotrumpiano The Epoch Times che dal 2017 ha raddoppiato le sue entrate.

Quello che potrebbe essere accaduto a Silvia Romano non è così distante da quello che, in Occidente, succede a chi resta intrappolato in sistemi che utilizzano la paura per l’esercizio del controllo. “La sua non è una scelta di libertà”, ha scritto Maryan Ismail in una lettera del 16 maggio 2020 indirizzata alla giovane volontaria; e se quella di Silvia/Aisha fosse stata (solo) una scelta personale e intima l’avrebbe comunicata, come scrive Cinzia Sciuto nel suo blog , con calma “dapprima ai familiari, con la serenità necessaria e senza il favore delle telecamere e dei fotografi”. Proprio questa esposizione ha fatto sì che il suo apparire con la divisa islamista (non era un abito somalo!) sia stato letto come una forma di propaganda politico-religiosa e sia stato avvertito addirittura come l’anticipazione di un programma eversivo.

Paura, di questo si tratta. La fede non c’entra. La privazione della libertà fisica, come nel caso di Silvia Romano e la fascinazione verso un leader religioso, come nel caso di giovani reclutati nei gruppi settari, diventano i momenti iniziatici di un programma esistenziale che si nutrirà progressivamente della paura e sul quale molte organizzazioni costruiranno vere e proprie strutture di dominio, ambienti dove tutto è permesso: dalla violenza nelle sue diverse forme, al traffico di esseri umani fino a quello delle armi o al contrabbando di avorio.

Senza escludere interessi “alla nostra portata” che vanno da cospicui conti in banca fino alla costruzione di enormi patrimoni finanziari. Ecco perché Silvia/Aisha è vittima due volte: la prima in quanto è stata privata della libertà con un atto di costrizione fisica, la seconda in quanto potrebbe essere stata indotta alla conversione in modo manipolativo e strumentale, all’interno cioè di un piano più grande che travalica la dimensione della sfera individuale.

Una pletora di esorcisti

La paura viene alimentata in modo strumentale, ed è l’esperienza comune di un lessico globalizzato: la paura del diverso è alimentata dalla politica, la paura del diavolo è utilizzata dalla religione (occidentale ma non solo) allo scopo di fornire un rimedio e trattenere a sé le persone che ci credono. L’Italia è il Paese con il maggior numero di esorcisti al mondo, e la sede dell’Associazione Internazionale Esorcisti [A.I.E.] costituita nel 1992 proprio in Italia.

Le sue attività principali consistono nella divulgazione della “dottrina ufficiale della Chiesa cattolica in merito alla possessione demoniaca” e nella formazione di nuovi esorcisti che solo attraverso il conferimento di uno specifico mandato autorizzato dal vescovo, possono esercitare il ministero.

Piace così tanto liberare le persone dal demonio che si registrano casi di “esercizio abusivo della “professione”. L’esistenza del diavolo (sulla cui fondatezza non entro nel merito) minaccerebbe la vita dei fedeli trascinandoli nel vortice dell’ateismo, della profanazione, del peccato. Ecco che il diavolo diventa un business: i corsi annuali dell’A.I.E. sono promossi dall’ateneo Regina Apostolorum gestito dai Legionari di Cristo e si svolgono a Roma presso la loro sede.

Bibbia e Corano

La Bibbia e il Corano, moltissime persone in buona fede che aspirano al paradiso: è questo lo scenario rassicurante che fa leva sui buoni sentimenti delle persone, le quali in un momento di difficoltà esistenziale si affidano ad un leader carismatico che le condurrà, attraverso un piano inclinato, a fare e a pensare cose che mai la vittima avrebbe pensato o fatto prima. Accade infatti che i familiari dei “convertiti” dichiarino di non riconoscere più il loro figlio/a, marito/moglie.

Quale probabilità c’è che una ragazza si converta alla religione islamica, essendo milanese di nascita, cresciuta nelle strutture di una città occidentale, partita per l’Africa magari atea, ma avendo interiorizzato i principi di una educazione cristiana cattolica? Lo abbiamo chiesto a Luigi Corvaglia «Le probabilità sarebbero tendenti allo zero se il riferimento fosse ad una esperienza, anche duratura, di semplice immersione nella cultura ospitante. Crescerebbero, ma non troppo, se questa ragazza fosse sottoposta ad un “indottrinamento” da parte di figure amicali o carismatiche.

Il quadro cambierebbe, invece, drammaticamente nel caso in cui quest’opera persuasiva fosse svolta in una condizione di isolamento, secondo modalità graduali e, soprattutto, in un quadro psicologico che muta sensibilmente il valore e la salienza di premi e punizioni, costi e benefici, come quando si rischia la vita. Ogni passaggio verso l’acquisizione della nuova identità verrebbe probabilmente compiuto in modo “volontario”, benché l’esito finale avesse possibilità minime di essere scelto all’inizio del processo».

A conclusione di questi pensieri suonano bene le parole di Alessandro Perduca che sui social, a commento di una notizia su Silvia Romano, ha scritto “La Jihad è un fenomeno più occidentale di quanto appaia sia nella genesi che nelle modalità di comunicazione e i riscatti servono anche a non avere attentati in casa”

Ma allora l’attenzione mediatica posta sull’abbigliamento di Silvia, sulla sua conversione, sulla religione non sarà un alibi per distogliere lo sguardo da altre questioni?

Emanuela Provera*
emanuela.provera@libero.it
twitter@dentrolod

*Emanuela Provera è stata numeraria (cioè dirigente) dell’Opus Dei. Conosce molto bene le pratiche dell’indottrinamento religioso e della soggezione verso organizzazioni fondamentaliste della Chiesa cattolica, di cui è diventata studiosa. Ha scritto per Chiare Lettere due libri in cui spiega pratiche di vita abusanti e il funzionamento dei centri di recupero per preti ‘in difficoltà’: “Dentro l’Opus Dei” e “Giustizia Divina”.

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