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Dossier Silvia/The Map of Intrigues Widens and now also Passes through Germany

Special forAfrica ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
24 May 2020

Silvia comes out only veiled, Silvia puts like to Islamist preachers, Silvia receives video messages from the Muslim Brotherhood. These are the voices that in these hours are the background noise to a story, that of her kidnapping in Somalia, whose contours go well beyond the (questionable) sphere of gossip and her religious conversion. Never be fooled by the buzz. On the contrary, the buzz often cancels out the carrier refrain.

While we are distracted by media cabaret news, five Iranian oil tankers are about to reach the coasts of Venezuela: one has already docked today. They are carrying 1.53 million barrels of oil and alkylate, an oil derivative used to produce gasoline.

What does this have to do with the Silvia affair? The plot is complicated, but we try to follow it patiently. We know that a source in the Italian secret service has revealed that it was Qatar, a Middle Eastern country that has always been a bridge with Iran, that paid the ransom for Silvia’s liberation. And Qatar somehow also got into the issue of oil tankers: when on Saturday Iranian President Hassan Rouhani threatened the Americans with retaliation in the event of an attack on his ships off the coast of Venezuela, he did so during a telephone conversation with the Emir of Doha.

An Iranian tank

And it is a statement by US Secretary of State Mike Pompeo to add another piece.  Venezuela cannot pay Iran with banking transactions, since the two countries are both under embargo, but in gold bars transported clandestinely to Tehran with the planes of Mahan Air, the Iranian Pasdaran company. And perhaps, we might add, the bars have already been transhipped with the big boeings of the national company Iran Air, which in April and May stopped over at least twice a week between Tehran and the Sabana de Mar airport in Santo Domingo, a country very close to Venezuela, if only because it imports oil.

Now, if the gold is used in Tehran to circumvent US sanctions, it must have used a lot of it in the last period. Dozens of flights between Tehran, Caracas and Sabana del Mar mean tons of gold. Tehran denies it. But this happened while Silvia was still in the hands of her kidnappers and before Qatar was paid for her release. One has to wonder what Italy gave in exchange and to whom.

Even the Shebab, Sunnis, flirt with Shiite Iran, as well as Qatar: when the Americans killed the Iranian general Qassem Soleimani on January 3, the terrorist group was the first to respond two days later with the attack on the US base at Lamu. Somalia is central to the events in Iran in recent months. A demonstration, among other things, of how religious allegiances can be cheerfully set aside when there are lucrative businesses to be made.

But back to the tankers. They leave Iran in the first week of May from Shahid Rajaee’s trading port north of Bandar Abbas. In those days the port of call is hit by a cyber attack that American sources attribute a few days later to Israel. And it is here that, for a series of connections, another country emerges: Germany, Iran’s first European commercial partner. Yes, because it was a German company that built the Shahid Rajaee port in 2016 for a 104 million euro order. And because precisely in the days preceding the departure of the oil tankers, on 30 April, Germany finds itself forced, under American pressure, to outlaw Hezbollah, the Shiite organization that in cities like Hamburg and Munich has always acted as a financial bridge with Iran during the hardest periods of American sanctions. The oil tankers set sail from Shahid Rajaee very few days after the decision of the German Government to ban Hezbollah: coincidences that weigh heavily.

German police raid Hezbollah’s offices in Berlin

Now, if we wanted to close the circle, we would go and see what Germany is doing in Somalia: since 2017 it has started to transfer millions of euros in aid to the country. In 2019 alone,

invested $73 million in Somalia. On the other hand, Qatar will invest 10 billion euros in various projects in Germany over the next five years, not counting the 25 billion dollars with which it has financed companies like Volkswagen or Deutsche Bank. The close military cooperation between the two countries has created more than one dispute in the German parliament.

Silvia Romano was released in Somalia on 9 May, the day of the Israeli cyber attack on the port of Saheed Rajaee. The same port from which Iranian oil tankers bound for Venezuela left in those days. Gold, oil, cyber attacks, ransoms paid by third countries: Silvia’s story is here, not in her conversion. Let’s try to keep a clear head.

Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com 
twitter: @malberizzi @monicamistretta

 

Dossier Silvia/Qatar gets the Uranium and Pays the Ransom that will be used to Build Skyscrapers

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Dossier Silvia/ Religious fundamentalism and democracy, contradiction in terms

 

Congo-K: Coronavirus, ebola, morbillo, gruppi armati e morti per avvelenamento

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 giugno 2020

Lo spettro del virus ebola riappare nuovamente forte e potente nel nord della Repubblica Democratica del Congo. Eteni Longondo, ministro della Sanità, ha annunciato ufficialmente il 1° giugno l’XI epidemia, il cui epicentro è attualmente a Mbandaka, capoluogo della provincia dell’Equatore, sulle rive del fiume Congo, dove la febbre emorragica ha già fatto 5 vittime. Altri casi sono stati segnalati a Bikoro, che dista 128 chilometri da Mbandaka.


L’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha già inviato i suoi esperti sul luogo; nella stessa zona era stata registrata l’8 maggio 2018 la IX propagazione del virus, poi rientrata il 24 luglio dello stesso anno. Allora sono morte 33 persone, i casi registrati sono stati 54. I centri per la cura del terribile virus nella zona erano stati chiusi con la fine dell’epidemia nel 2018; ora stanno riprendendo la loro attività e alcune donne stanno già falciando le erbacce, ormai cresciute alte davanti all’entrata del padiglione abbandonato all’ospedale di Wangata; gli operai stanno rimettendo in funzione il generatore e il grande serbatoio dell’acqua. Si ricomincia a lottare, a sperare di poter vincere la battaglia anche questa volta.

La prima epidemia di ebola è scoppiata il 26 agosto, 1976, a Yambuku, città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire e ora RDC. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976. I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella Valle dell’Ebola, furono 280.

Poi nel 1995 il micidiale virus ha colpito Kikwit, in Congo, e nel 2000 Gulu in Uganda.

Il direttore di Africa ExPress a Gulu in Congo-K, nell’ospedale Lacor, dove erano ricoverati gli ammalati di ebola, mentre si fa disinfettare la suola delle scarpe (foto di Tomoaki Nakano)

E ancora non sono state nemmeno dichiarate “ebola free” le altre due province nell’est della ex colonia belga, dove è scoppiata la X epidemia il 1° agosto 2018 (Ituri e nel Nord-Kivu). Il 14 maggio scorso il ministero della Sanità di Kinshasa ha fatto sapere che ora bisogna attendere 42 giorni per poter mettere un punto finale a questo importante focolaio, durante il quale sono decedute 2.279 persone.

Il virus dell’ebola, visto al microscopio

Per combattere l’ebola non bastano i vaccini; bisogna circoscrivere il contagio e per questo è necessario abbattere barriere culturali come sepoltura corretta dei cadaveri, registrazione degli ammalati, seguire attentamente chi è venuto in contatto con la malattia, per fare solo alcuni esempi.

Anche Covid-19 non ha risparmiato la ex colonia belga, dove finora sono stati ufficialmente segnalati 3.643 casi infetti, le persone guarite invece sono 495 e 77 le vittime. La maggior parte dei malati sono stati registrati a Kinshasa (3.306).

Come se ebola e coronavirus non bastassero, nel Paese si sta ancora combattendo la più grande epidemia di morbillo, anche se negli ultimi mesi i casi mortali sembrano essere diminuiti, grazie alla vasta campagna di vaccinazioni tutt’ora in atto. Dal 1° gennaio 2019 alla fine di marzo 2020 si sono verificati 348.153 contagi con 6.504 vittime su tutto il territorio nazionale.

Nel Congo-K, che conta poco più di 89 milioni di abitanti, non si muore solamente di epidemie. In diverse zone sono tutt’ora attivi gruppi armati che minacciano e terrorizzano la popolazione. Lo scorso fine settimana sono entrati nuovamente in azione miliziani del gruppo terrorista Allied Democratic Forces (ADF), un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995, in due villaggi nel territorio di Beni, Nord-Kivu. Secondo un primo bilancio ancora provvisorio, sono state uccise almeno 4 persone, altre sono state portate via con la forza.

Mentre nella notte tra martedì e mercoledì sono state brutalmente ammazzate altri 16 civili nel territorio di Djuga, nella provincia di Iuturi da combattenti apparteneti al gruppo armato CODECO (acronimo per Coopérative pour le développement du Congo). Tra le vittime anche donne e 5 bambini sotto i cinque anni.

Raphaël Yanyi Ovungu, giudice congolese

A Kinshasa preoccupano inoltre parecchie morti sospette nell’entourage del presidente, Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi. Ufficialmente la scomparsa di alcuni personaggi dei piani alti del governo sarebbero dovuti al coronavirus, ma si vocifera che siano stati avvelenati.

In particolare ha suscitato molto clamore la morte improvvisa di Raphaël Yanyi Ovungu, giudice che si stava occupando di un grave caso di corruzione; tra gli accusati anche il direttore del gabinetto del Capo dello Stato. Vital Kamerhe è indagato per corruzione, sottrazione di fondi pubblici, destinati al finanziamento di grandi opere. La magistratura ha aperto un’inchiesta e ha ordinato l’autopsia sulla salma del loro collega. E dai primi risultati emersi dall’esame necroscopico sembra che il giudice sia stato avvelenato. Si attendono ora ulteriori dettagli, i medici legali devono ancora determinare quale sostanza letale abbia provocato il suo decesso e forse anche di altri funzionari governativi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Dossier Silvia/ Religious fundamentalism and democracy, contradiction in terms

Special for Africa ExPress
Emanuela Provera
May 2020

The opposite of fundamentalism is not atheism but faith; therefore, Silvia’s conversion is welcome, but having matured in a condition of imprisonment and in a state of fear, can it be authentic?

It is difficult to pronounce a definitive word about Silvia Romano because we still have little information and some of it is unheard of or imagined. The media unveiling of her “conversion” has raised some interesting questions: is the phenomenon of conversion limited to a subjective individual dimension or does it lead back to a planetary space that links the economic-religious East to the business West? And what is the role of politics with respect to religious fundamentalism? Let us try to answer.

The profession of faith

Our juridical system allows the exercise of the profession of a religious faith, as well as its propaganda with the only limit of being contrary to morality. On the other hand, it does not provide any protection for individuals who have converted to a religious faith or creed, as a result of conditioning that has compromised their freedom of thought. Like love, faith is also political.

The crime of plagiarism no longer exists. If Silvia discovers that her conversion was not sincere, she will also discover that there is no punishment in any way compensatory for those who have induced her religious choice by manipulating or forcing her thought.

When, in Italy, news of cases of psychological abuse arrive in court, there is nothing to be done; the public prosecutor can eventually conduct the investigation to identify a circumvention of incapacity, private violence, episodes of stalking, the presence of a fraud; but no case of spiritual abuse or mental manipulation can be prosecuted, because it has no criminal relevance, even if it is the antechamber of cruel behavior.

Psychological conditions

This situation of impossibility (present in some states) has never prevented newspapers all over the world and the more attentive, informed and sensitive public opinion from taking a stand in defence of those who have suffered psychological conditioning or abuse of power, even in the absence of crimes against property. The resulting outrage not only produces words of indignation but also the emergence of associations or groups fighting to stem the activities of organizations, which through proselytizing and recruitment campaigns continue to attract young followers, and they do so by replacing spiritual authority with the exercise of [spiritual] power.

But here comes the good news: they are not terrorist groups of Islamist matrix, they are for example the members of the “Church of Jesus Christ of the saints of the last days” commonly known as Mormons, who in order to contain the contagion from covid-19 have invited believers and non-believers to make two world fastings on March 29 and April 10, or are religious confessions that sign agreements with the State such as, for example, the Assemblies of God in Italy (ADI) or the Italian Buddhist Institute Soka Gakkai (IBISG) and this is done in accordance with the constitutionally guaranteed religious freedom.

Comunione e Liberazione (Communion and Liberation) and Opus Dei

Christians then, and Buddhists. And among the Christians there are the ecclesial movements coming from the Catholic world, such as Communion and Liberation, Opus Dei, the Focolare Movement, the Neocatechumenals, the Legionaries of Christ, each of which has obtained, in the Church, its own juridical configuration and a not marginal presence within the political and financial world. Each group believes they are the authentic manifestation of Jesus Christ: “This is not the Church of Joseph Smith (the founder of the Mormons, ed.) nor is it the Church of Mormon. This is the Church of Jesus Christ. But if it happens that the leader of a group is tried and found guilty, the defenders of freedom of worship swear that the conviction of just one “does not make his faithful a mass of criminals like him.

It is on this ground of strong divergence of opinion on the subject of coercive persuasion that politics intervenes or should intervene: on the one hand, scholars in favour of penalizing mental manipulation, on the other, those who fight it strenuously. It is a battle that only apparently has philanthropic or ideological aims, because it involves the electoral favour of important organizations.

Those who approach the abusing movements with scepticism happen to be apostrophetized even as Nazis who accused the Jews of being a sect; it is even hoped that they will be tried: “…we hope that one day they will have to answer for it in some way”, replied one of my interlocutors, who is peace ambassador of an association of the Reverend Moon’s Church.

They are the apologists of cults, who believe that the new movements contribute to religious integration in democratic societies and that the methods used in the formation of their members are only lawful instruments of persuasion; plagiarism simply does not exist because any situation of psychic and emotional dependence, such as the relationship between two lovers, or between parents and children, is in itself a bit manipulative and provides a state of emotional subordination, acceptable.

Coercive persuasion

The sociologist of religions Massimo Introvigne reports that he shares Robert Jay Lifton’s position that “coercive persuasion works if it is accompanied by imprisonment, i.e. it is practiced in a context where there are physical and not only mental barriers preventing escape, of which a Chinese re-education camp is a good example”. Introvigne agrees in particular with Lifton in the “distinction between mental imprisonment (which can be discussed on a theoretical level but which cannot be criminally sanctioned because the difficulty of proving its existence opens up to referees) and physical imprisonment, with very material bars. The case of Silvia Romano is the second”.

Geopolitical planning

The theme of religious freedom always opens up a space of ambiguity where it becomes an alibi to hide geopolitical planning objectives. The West, with the support of the Catholic Church which, at the end of the last century, played an important role in the legitimation of the new movements, is a land that cultivates certain institutional fundamentalisms that produce forms of populism with a clear extremist matrix. Sacred motives, such as the defeat of atheism, but also noble, more secular demands, such as the defense of human rights are intertwined with power and its apparatuses. A history as old as man but with new configurations.

On the ashes of a Europe of peoples stands a prime minister like Viktor Mihály Orbán in Hungary or a president like Volodymyr Zelens’kyj in Ukraine.

Trapped by fear

And what about the fellowship between Donald Trump and the religious group Falun Gong? The spiritual movement formed in the 1990s which, in Italy too, conducts a severe anti-Chinese campaign; the group uses the philotrumplane newspaper The Epoch Times as its print media, which has doubled its revenue since 2017.

What might have happened to Silvia Romano is not so far removed from what happens in the West to those trapped in systems that use fear to exercise control. “Hers is not a choice of freedom”, Maryan Ismail wrote in a letter dated May 16, 2020 addressed to the young volunteer; and if Silvia/Aisha’s choice had been (only) a personal and intimate one she would have communicated it, as Cinzia Sciuto writes in her blog, calmly “first to her family, with the necessary serenity and without the favor of the cameras and photographers”. Precisely this exhibition meant that her appearance in Islamist uniform (it was not a Somali dress!) was read as a form of political-religious propaganda and was even perceived as the anticipation of a subversive program.

Fear, that’s what this is all about. Faith has nothing to do with it. The deprivation of physical freedom, as in the case of Silvia Romano and the fascination towards a religious leader, as in the case of young people recruited in sectarian groups, become the initiatory moments of an existential program that will progressively feed on fear and on which many organizations will build real structures of domination, environments where everything is allowed: from violence in its various forms, to the trafficking of human beings up to arms or ivory smuggling.

Without excluding interests “within our reach” ranging from large bank accounts to the construction of huge financial assets. This is why Silvia/Aisha is victimized twice: the first because she has been deprived of her freedom by an act of physical constraint, the second because she may have been induced to conversion in a manipulative and instrumental way, within a larger plane that goes beyond the dimension of the individual sphere.

A plethora of exorcists

Fear is fed in an instrumental way, and it is the common experience of a globalized lexicon: the fear of the different is fed by politics, the fear of the devil is used by religion (western but not only) in order to provide a remedy and to keep people who believe in it. Italy is the country with the largest number of exorcists in the world, and the headquarters of the International Association of Exorcists [A.I.E.] founded in 1992 in Italy.

Its main activities consist in the dissemination of the “official doctrine of the Catholic Church on demonic possession” and the formation of new exorcists who can exercise their ministry only through the granting of a specific mandate authorized by the bishop.

It pleases so much to free people from the devil that there are cases of “abusive exercise of “profession”. The existence of the devil (the merits of which I do not go into) would threaten the lives of the faithful by dragging them into the vortex of atheism, profanation, sin. Here the devil becomes a business: the annual courses of A.I.E. are promoted by the Regina Apostolorum University run by the Legionaries of Christ and are held in Rome at their headquarters.

Bible and Koran

The Bible and the Koran, many people in good faith who aspire to paradise: this is the reassuring scenario that leverages the good feelings of people, who in a moment of existential difficulty rely on a charismatic leader who will lead them, through an inclined plane, to do and think things that the victim would never have thought or done before. In fact, it happens that the family members of “converts” declare that they no longer recognize their son/daughter, husband/wife.

What probability is there that a girl converts to the Islamic religion, being born in Milan, raised in the structures of a western city, left for Africa maybe atheist, but having internalized the principles of a Christian Catholic education? We asked Luigi Corvaglia: “The probability would tend to zero if the reference was to an experience, even lasting, of simple immersion in the host culture. They would grow, but not too much, if this girl was subjected to an “indoctrination” by friendly or charismatic figures.

The picture would change dramatically, instead, if this persuasive work was carried out in a condition of isolation, in a gradual manner and, above all, in a psychological framework that significantly changes the value and salience of rewards and punishments, costs and benefits, as when you risk your life. Every step towards the acquisition of the new identity would probably be made in a “voluntary” way, although the final outcome would have minimal chances of being chosen at the beginning of the process”.

At the end of these thoughts, Alessandro Perduca’s words sound good, commenting on a news item about Silvia Romano, wrote “Jihad is a more western phenomenon than it appears both in its genesis and in the ways of communication, and ransoms also serve to avoid attacks at home”.

But then, won’t the media attention paid to Silvia’s clothing, her conversion, and religion be an alibi to divert our attention from other issues?

Emanuela Provera*
emanuela.provera@libero.it
twitter@dentrolod

*Emanuela Provera was a numerary (i.e. executive) of Opus Dei.
She knows very well the practices of religious indoctrination and subjection to fundamentalist organizations
of the Catholic Church, of which she has become a scholar.
She has written for Chiare Lettere publisher two books in which she explains
abusing practices of life and the functioning of recovery centers
for priests ‘in difficulty’: “Inside Opus Dei” and “Divine Justice”.

Dossier Silvia/Italia e Qatar: le due intelligence riunite a tavola in villa romana

Il questi giorni abbiamo publicato numerosi articoli sulle “curiose” relazioni tra Italia e Qatar.
 Relazioni che hanno giocato un ruolo essenziale nella liberazione di Silvia Romano
per la quale il Paese mediorientale ha pagato una sorta di riscatto
circa tre milioni di dollari. Insomma un bakshish, una mancia.
Proseguiremo con la nostra lunga inchiesta finché la verità non verrà a galla.

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
3 giugno 2020

Solo un ufficio di rappresentanza delle forze armate del Qatar per potenziare le relazioni con il complesso militare-industriale italiano? O anche una centrale d’intelligence per accelerare la penetrazione nello scenario geostrategico mediterraneo e dell’Africa sub-sahariana e sancire la leadership dell’emirato nel fronte islamico-radicale e combattente? Due anni fa, in un villino della via Salaria a Roma, il sovrano del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani ha insediato una propria roccaforte per “monitorare” i progressi in campo bellico degli apparati militari italiani e Nato e le nuove tecnologie sviluppate dalle industrie d’armi pubbliche e private.

Agli agenti qatarini sarebbe stato assegnato però anche un ampio ventaglio di operazioni top secret in nome della “lotta al terrorismo internazionale”. E ciò nonostante gli analisti indipendenti e i servizi di numerosi paesi stranieri nutrano pesanti sospetti che il Qatar non sia del tutto estraneo dall’alimentare ideologicamente, finanziare e armare più di una fazione jihadista.

Di una cosa siamo certi: se si volessero approfondire le spericolate connection tessute dalle petromonarchie in Italia e nel Mediterraneo o se si cercassero ulteriori news sulle trame Roma-Ankara-Doha-Mogadiscio nella liberazione della cooperante Silvia Romano, un meeting con gli ospiti della villa romana potrebbe rivelarsi opportuno.

In rete è possibile recuperare le foto scattate alla festa d’inaugurazione dell’ufficio-bunker, l’11 maggio 2018. Invece delle pose e dei rituali riservati agli eventi politico-militari di questo genere, i partecipanti sono stati immortalati mentre al ricevimento si ingozzano di canapè, frutta tropicale e pasticcini. Immagini che fanno a pugni con il ruolo istituzionale degli ospiti d’onore, ma sin dalla notte dei tempi, si sa, il riposo dei guerrieri è fatto di lauti banchetti e ludiche socialità. La lista VIP all’open-party dell’Ufficio difesa del Qatar in Italia?

Da sinistra a destra: Ghanim Bin Shaeen Al-Ghanim, capo di Stato Maggiore della Difesa del Qatar, Claudio Graziano, allora capo di Stato maggiore della Difesa, oggi presidente del Comitato militare dell’Unione europea, Abdulaziz Bin Ahmed Al Malki, ambasciatore del Qatar a Roma

Ovviamente l’ambasciatore dell’emirato Abdulaziz Bin Ahmed Al Malki Al Jehani e il Capo di Stato maggiore delle forze armate qatarine, generale Ghanim Bin Shaheen Al Ghanim. E gli ambasciatori in Italia di due importanti Stati partner nel Golfo: Sheikh Ali Khaled Al Jaber Al Sabah (Kuwait) e Ahmed Salem Mohammed Baomar (Oman).

A rappresentare l’Italia gli uomini ai vertici delle forze armate e dell’Arma dei carabinieri: l’allora Capo di Stato maggiore della Difesa, gen. Claudio Graziano; i Capi di Stato maggiore dell’Esercito, gen. Salvatore Farina; della Marina militare, ammiraglio Valter Girardelli (ora in pensione); dell’Aeronautica, gen. Enzo Vecciarelli (oggi a capo dello Stato maggiore della Difesa); il Comandante Interforze per le operazioni delle Forze Speciali – COMFOTER, gen. Nicola Zanelli; il Sottocapo di Stato maggiore dei Carabinieri, gen. Gaetano Angelo Antonio Maruccia. All’evento in pole position pure il decano degli Addetti militari esteri in Italia, il generale Shech Aues Maò’mahad, portavoce Difesa dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Somalia.

“Questa cerimonia sottolinea la crescente amicizia dei nostri Paesi e dà ancora più slancio al già eccezionale livello di cooperazione nel campo della Difesa”, dichiarava il gen. Claudio Graziano subito dopo il taglio del nastro della centrale d’intelligence dell’Emirato. “In qualità di Capo di Stato Maggiore sottolineo che la cooperazione con il Qatar è una priorità per la difesa italiana e, per questo motivo, le nostre forze armate stanno promuovendo lo sviluppo di una più ampia intesa”.

“La cooperazione tra Roma e Doha ha raggiunto settori strategici come quelli energetici e militari e i nostri scambi commerciali hanno toccato i 3 miliardi di euro l’anno”, riferiva l’ambasciatore qatarino. “L’apertura dell’Ufficio difesa dello Stato del Qatar in Italia è volto a rafforzare i rapporti tra i nostri due paesi in tutti i settori di interesse comune, in particolare in quello della difesa e dell’antiterrorismo”, le parole del generale Hilal Ai Almuhannadi, addetto alla sicurezza dell’ambasciata. “Quello di Roma è il terzo in Europa e segue in ordine temporale i già attivi uffici di Francia e Gran Bretagna. Abbiamo inoltre un quarto Ufficio difesa a Washington e altri nuclei in alcuni paesi africani e asiatici…”.

L’apertura del centro d’intelligence militare è giunta dopo numerosi vertici, meeting operativi, visite ufficiali ed esercitazioni belliche tra Italia e Qatar. A metà aprile 2018, l’allora Capo di Stato maggiore Claudio Graziano si era recato nell’Emirato per incontrare l’omologo-collega generale Ghanim Bin Shaeen Al Ghanim e visitare il National Security Shield, il Centro delle forze armate preposto al  monitoraggio e al controllo delle acque territoriali e dei confini terrestri del Qatar. “Al centro della missione la situazione geostrategica in Medio Oriente e i possibili ambiti futuri di collaborazione tecnica-militare tra le Forze Armate italiane e quelle qatariote”, specificava la nota emessa dal Ministero della Difesa.

“Al termine della visita, il generale Graziano ha sottolineato che Italia e Qatar stanno incrementando la cooperazione nel settore della sicurezza, specialmente in questo momento attuale di profonda instabilità, in cui dobbiamo affrontare crisi complesse, multidisciplinari e globali che necessariamente devono coinvolgere tutti gli attori della comunità internazionale”.

Nei mesi precedenti era stata l’allora ministra della Difesa Roberta Pinotti (Pd) a recarsi due volte in Qatar. Durante la prima missione, il 18 ottobre 2017, la ministra aveva incontrato il vice Emiro, Sheikh Abdullah bin Hamad Al Thani, il Primo ministro Sheikh Abdullah bin Nasser Al Thani e il ministro della Difesa Khalid bin Mohammad Al Attiyah. “L’obiettivo della visita è stato quella di condividere con la leadership del Qatar comuni propositi in termini di sicurezza nella Regione mediorientale”, riferiva il governo italiano. Il 14 marzo 2018, prima di lasciare il dicastero per la debacle elettorale del centrosinistra, Roberta Pinotti tornava a Doha per incontrare ancora il ministro per gli Affari della Difesa dell’emirato.

“Con il Qatar stiamo costruendo un dialogo sempre più importante che ci consente di rafforzare e consolidare la cooperazione bilaterale militare”, spiegava l’esponente politica Pd. Roberta Pinotti si recava inoltre in visita alla Defence International Maritime Exhibition and Conference (Dimdex 2018), la kermesse sui sistemi d’arma avanzati organizzata in Qatar ogni due anni. “A Dimdex partecipano numerose imprese italiane che presentano il meglio della nostra industria e tecnologia per la difesa”, la nota dell’ufficio stampa della Difesa.

“I due Ministri Pinotti e Al Attiyah hanno poi presenziato alla firma del contratto tra il governo qatarino e Leonardo – presente l’amministratore delegato Alessandro Profumo – per l’acquisto di 28 elicotteri NH90. Un accordo di grandissima importanza, che dimostra come i rapporti di grande amicizia tra Qatar e Italia adesso sono diventati rapporti di fiducia profonda,  ha commentato la titolare del Dicastero”.

Ultima tappa della missione della Pinotti in Qatar, la conferenza stampa e l’immancabile cocktail party a bordo della fregata multi missione (Fremm) della Marina militare italiana “Carlo Margottini”, in rada a Doha per Dimdex 2018. Ad accogliere sull’unità da guerra la ministra, le autorità politiche e militari qatarine e i giornalisti internazionali, il Capo di Stato maggiore della Marina Valter Girardelli e l’ambasciatore Pasquale Salzano. “La solidità delle relazioni tra Italia e Qatar è ulteriormente confermata dal Memorandum of Understanding per la cooperazione nel settore navale siglato il 16 giugno 2016 dai Ministri Pinotti e Khalid bin Muhammad Al Attiyah e dall’accordo sottoscritto con il gruppo Fincantieri per la consegna di sette unità navali e l’addestramento della Marina dell’Emirato”, aggiungeva il ministero della Difesa.

Il partenariato politico-militare italo-qatarino si è strutturato a partire del 2002 ed è stato formalizzato con l’Accordo di cooperazione bilaterale firmato a Doha nel 2010 e ratificato dal Parlamento italiano – con voto bipartisan – il 29 settembre 2011, subito dopo i bombardamenti in Libia della coalizione internazionale a guida Usa-Nato, presente anche il Qatar.

L’Accordo prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad “operazioni umanitarie e di peacekeeping” e lo “scambio” di una lunga lista di sistemi bellici: armi automatiche e di medio e grosso calibro, bombe, mine, missili, siluri, carri armati, aerei, elicotteri, esplosivi e propellenti, sistemi fotografici ed elettronici, satelliti, sistemi di comunicazione ed attrezzature digitali, ecc..

A cadenza annuale gli Stati Maggiori dei due Paesi sottoscrivono poi i Piani di Cooperazione in particolari settori tecnico-operativi, come ad esempio “l’addestramento congiunto dei paracadutisti dell’esercito, dei piloti dell’aviazione qatariota e la formazione dei Carabinieri per costituire in Qatar una forza di polizia a status militare per attività di ordine pubblico, protezione VIP e antiterrorismo”.

I due governi del premier Giuseppe Conte hanno contribuito anch’essi a consolidare l’asse strategico Roma-Doha. Lo stesso Conte si è recato in Qatar il 3 aprile 2019 per incontrare l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e partecipare all’inaugurazione della nuova sede dell’ambasciata italiana. “All’evento era presente anche una rappresentanza di imprenditori italiani e del contingente militare stanziato in Qatar”, riportano le cronache. Pochi giorni dopo, il 16 aprile, era il ministro degli Esteri del Qatar, lo Sceicco Mohammed al Thani, ad essere ricevuto a Roma dal Presidente del Consiglio e dall’allora ministro degli Affari esteri, Enzo Moavero Milanesi “per discutere i recenti sviluppi libici”.

Un altro vertice si era tenuto ancora una volta in Italia il 18 ottobre 2018 tra l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta e il vice Primo ministro e ministro della Difesa Khalid bin Mohammed Al Attiyah. “Un incontro cordiale che ha confermato i già eccellenti rapporti esistenti tra Italia e Qatar, durante il quale è stata sottoscritta l’intesa tecnica per la formazione di personale militare qatariano”, la nota della Difesa. “Al Ministro Al Attyah – in Italia per la preparazione della visita di Stato dell’Emiro Tamim Bin Hamad Al Thani, che si terrà il 27-28 novembre – la titolare del Dicastero ha confermato la disponibilità ad effettuare ulteriori corsi di istruzione e formazione all’interno delle Accademie militari italiane e corsi specialistici in altri Istituti e centri. All’incontro – il primo tra i due Ministri – hanno preso parte anche l’allora Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano, e il Segretario Generale della Difesa/Direzione Nazionale degli Armamenti, generale Nicolò Falsaperna”.

Ancora Elisabetta Trenta visitava il Qatar il 27 marzo 2019 per rincontrare il ministro Al Attiyah e il Comandante della Marina qatariota, Abdullah bin Hassan Al Sulaiti. “Diversi i temi al centro del colloquio: rafforzamento del dialogo per la stabilità regionale, relazioni industriali, cooperazione bilaterale nei settori della formazione e dell’addestramento”, riporta la Difesa. “La Ministra ha pure visitato il Centro di simulazione e addestramento navale dell’Emirato”.

Una missione di tre giorni quella effettuata invece a fine ottobre 2019 dal sottosegretario alla Difesa on. Angelo Tofalo (M5S), ingegnere-progettista di opere strategiche nel settore telecomunicazioni e video-sorveglianza con un Master in Intelligence e Sicurezza alla Link Campus University di Roma. “Sono a Doha, in Qatar, dove ho aperto i lavori del workshop Italian Cyberprotection of the Defense Sector and of Critical Infrastructure”, annotava Tofalo sul suo profilo social.

“Accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia Pasquale Salzano, ho partecipato alla Quatar Information Technology Conference & Exibition (QUITCOM) 2019. In questa occasione ho avuto modo di incontrare autorità locali di spicco nel panorama della cybersecurity tra cui il Consigliere per la Sicurezza Nazionale in primis, il responsabile del Signal Technology & Information Corps del Ministero della Difesa ed il Sottosegretario e il Ministro per i Trasporti e le Comunicazioni.

Nel corso della giornata ho altresì avuto modo di visitare il Padiglione Italia allestito all’interno di QUITCOM, con 12 startup e 2 incubatori. All’esito di questa intensa collaborazione tra panorama pubblico e privato si è inteso, poi, organizzare proprio qui il seminario Italian Cyberprotection of the Defense Sector che ho avuto l’onore di aprire insieme al dott. Carmine America, Consigliere del Ministro degli Affari Esteri e il Prof. Roberto Baldoni, vicedirettore generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) con delega alla cyber security. Hanno preso parte al workshop Trenitalia, Terna, Intesa-San Paolo, STMicroelectronics, Leonardo, Fincantieri, CY4 Gate (Elettronica Group), Telsy, il CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica)”.

Il 31 ottobre 2019, il sottosegretario s’incontrava con il Capo di Stato maggiore qatarino, generale Ghanim Al Ghanim. “Nella base di Al Udeid, ho poi incontrato e salutato i nostri ragazzi impiegati nella cellula italiana inserita nel Combined Air Operations Centre, il Centro di comando delle operazioni aeree in Iraq, Siria, Afghanistan nell’ambito della missione internazionale Inherent Resolve a guida Statunitense”, riportava Tofalo.

“Rientrato a Doha ho visitato la Hamad bib Khalifa University, una nicchia d’eccellenza soprattutto nel settore della ricerca cibernetica e dell’innovazione dove operano alcune delle nostre migliori intelligenze nell’ambito di una cooperazione tra Accademia e aziende. Ho avuto il piacere infine di trascorrere alcuni momenti con i ragazzi e le ragazze che nei giorni scorsi avevano preso parte all’esercitazione NASR19 in Qatar che ha visto personale dell’Esercito italiano operare al fianco di militari dell’Esercito Qatarino”. Missioni politico-militari-diplomatiche o affari pubblico-privati?

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Libia: da oltre 10 mesi nessuna notizia di Seham Sergiwa, parlamentare libica rapita a Bengasi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 giugno 2020

E’ passato poco meno di un anno dal rapimento di Seham Sergiwa, parlamentare libica: dal 17 luglio 2019 non si hanno più notizie della donna. E’ successo durante la notte, verso le 2 del mattino. Numerosi uomini armati con il volto coperto sono entrati nella sua casa a Bengasi (Libia) e hanno portato via con la forza Seham, molto conosciuta nel Paese anche come attivista per i diritti delle donne, contro le violenze esercitate nei loro confronti nel Paese. Durante l’incursione i rapitori hanno sparato e ferito a una gamba il marito, Ali, e picchiato selvaggiamente il figlio sedicenne della coppia.

Seham Sergiwa, parlamentare libica sequestrata nel luglio 2019

I familiari residenti all’estero temono per la vita della loro 57enne congiunta, che potrebbe essere stata sottoposta a violenze, stupri e troture. Sono convinti che il sequestro sia stato messo in atto da forze vicine a Khalifa Haftar, leader della Cirenaica e a capo di Libyan National Army.

Poche ore prima che si consumasse il tragico fatto, Seham aveva rilasciato un’intervista televisiva a un’emittente pro Haftar, criticando gli “estremisti” vicini al generale. In tale occasione aveva chiesto che nel nuovo governo di unità nazionale venissero inclusi anche i fratelli musulmani . Un vero e proprio affronto, visto che il leader della Cirenaica li considera i suoi peggiori nemici.

L’onorevole, che ha in tasca una laurea in psicologia clinica conseguita al Kings College di Londra, ha sempre criticato i sanguinosi attacchi dell’esercito di Haftar a Tripoli.

Con le lacrime agli occhi, la nipote della rapita, Nicole, residente negli USA ha detto che Seham era tornata in Libia poco prima della caduta di Mu’ammar Gheddafi. “E’ una persona che dice quello che pensa, ha principi saldi. Non ha mai nascosto il suo dissenso nei confronti dell’operato di Haftar”, ha aggiunto. In un comunicato congiunto la famiglia ha descritto la loro parente come una donna moderata e progressista. Aveva lasciato la Gran Bretagna per aiutare il proprio Paese”.

Il generale Kalifa Haftar

Alcuni familiari hanno specificato che membri della 106esima brigata, comandata da uno dei figli del generale, sono stati visti nell’abitazione della rapita al momento del sequestro. Testimoni oculari hanno affermato che c’erano pure miliziani di un gruppo armato, conosciuto come particolarmente violento e brutale nei confronti dei civili.

E sulla facciata della casa è anche apparsa la scritta “the army is a red line” (l’esercito è una linea rossa): un chiaro avvertimento che significa “vietato criticare Haftar”.

Jalel Harchaoui dell’Istituto Chlingendael, un centro di ricerca con base all’Aja, ha precisato: “La Sergiwa è una donna molto colta, si è sempre impegnata e ha lottato per il rispetto dei diritti umani. Non ha mai condotto una crociata contro Haftar, ma ha voluto dimostrare al mondo che c’è un modo per essere indipendenti; riflessioni che non hanno trovato molta approvazione nell’attuale atmosfera che regna in Libia”.

Tarek El-Kharraz, ministro degli Interni del governo di Bengasi ha fatto sapere che le indagini sono in corso, un fascicolo in tal senso è stato aperto subito dopo il suo rapimento, ma esclude categoricamente il coinvolgimento delle forze della Cirenaica.

La Missione ONU per il Sostegno in Libia (UNSMIL), aveva espresso grande preoccupazione per la sparizione della deputata di Bengasi e aveva chiesto alle autorità libiche di accelerare le indagini e contemporaneamente aveva lanciato l’ennesimo monito sugli arresti extragiudiziali, sparizioni di persone a causa di divergenze politiche.

Tristi eventi che si ripetono frequentemente, quasi sempre a opera di gruppi armati. Innumerevoli famiglie attendono mesi, anni, per avere notizie dei loro cari.

Tim Eaton, analista di Chatam House (centro studi britannico, specializzato in analisi geopolitiche e delle tendenze politico-economiche globali) è convinto che il rapimento della donna indica chiaramente che Haftar e i suoi alleati non tollerano dissensi sull’offensiva di Tripoli.

Come in Siria e nello Yemen, il conflitto libico si è inasprito anche grazie a interferenze esterne. Qatar e Turchia supportano le forze di Tripoli, mentre Emirati Arabi Uniti, Egitto e in tono minore anche Arabia Saudita, Haftar – il loro intervento si colloca all’interno di una più ampia competizione per espandere la loro influenza su scala regionale e contrastare la fratellanza musulmana – con il silenzioso beneplacito della Francia. Roma e Parigi sono quindi schierati su fronti opposti.

Poche settimane fa Fatou Bensouda, procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja ha fatto sapere di aver finalmente ricevuto informazioni sull’identità dei sequestratori della parlamentare libica.

La Bensouda ha anche annunciato che il suo team sta preparando nuovi mandati d’arresto per sparizioni forzate, torture, violenza sessuale, crimini commessi indiscriminatamente su uomini, donne e persino bambini.

Fatou Bensouda, procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja

 

Occorre bloccare  l’impunità per questi reati e non solo sui civili libici. Gran parte delle vittime sono migranti detenuti nei lager dove si muore di stenti, fame torture, violenze inimmaginabili.

Basti pensare alla mattanza di qualche giorno fa. Ventisei bengalesi e 4 uomini di origine subsahariana sono stati brutalmente assassinati, altri 11 sono stati gravemente feriti a Mizdah, a 180 chilometri a sud di Tripoli. Il fatto è stato reso noto dal Governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto dalla comunità internazionale. Dai primi accertamenti sembra che si sia trattato di una vendetta della famiglia di un trafficante di uomini che da mesi teneva in ostaggio i poveracci. Secondo alcune fonti il criminale è stato ucciso dagli stessi migranti, stanchi delle torture, angherie e continue richieste di denaro.

Anche la Libia non è stata risparmiata dal coronavirus. Difficile stabilire i reali contagi e morti in un Paese in guerra. Le cifre ufficiali parlano di 168 casi e di 5 vittime. Altri 52 sarebbero guariti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Dossier Silvia/”Italians are good people”, Italy’s lucrative arms business in Qatar

 

The first article in the dossier on the liberation of Silvia Romano, annexed international intrigues,
on the unexplained delays and unequivocal silences is available here. Now we explain the central role Qatar
played in Silvia’s liberation.
The business between Rome and Doha is impressive. That’s why, after all, no one has given  much importance
to the life of a young girl who – as we explained – could have been set free long before.

Special for Africa ExPress
Antonio Mazzeo
24 May 2020

It is called Barzan Holdings and is a kind of safe from which the Emirate of Qatar draws funding for research, development, production and sale of new weapon systems and to “strengthen the military capabilities of the national armed forces”. Founded only two years ago, the company is listed on the stock exchange and is wholly owned by the Ministry of Defence. “Barzan Holdings” also acts as a commercial gateway to Qatar for the military industries and offers the opportunity for international companies to collaborate in the production and transfer of innovative technologies in the defense and security sector,” explain its directors.

The headquarters is in Doha, inside the Science and Technology Park built by the Qatari authorities next to the Education City, the large university complex, with the aim of facilitating the exchange of knowledge between the military industries and the academic-scientific world. For some months now, the Italian public-private group Fincantieri has formed a strategic alliance with it in order to increase business and profits in the stormy Middle Eastern and African arms markets.

On 24 January 2020, Fincantieri’s CEO Giuseppe Bono and Barzan Holdings Chairman Nasser Al Naimi, in the presence of Defence Minister Khalid Bin Mohammed Al Attiyah and Qatar’s military leadership, signed a Memorandum of Understanding to “enhance the partnership through the evaluation and study of new technologies and capabilities with a view to the acquisition of new state-of-the-art naval units”.

Qatar is a small peninsula off of Saudi Arabia in front 0f Iran

“The agreement – adds Fincantieri – implements a relationship with the armed forces of Qatar and is part of the company’s business development strategy in the Middle East”. Fincantieri is a candidate to contribute to the design, construction and management of the new naval infrastructure of the Emirate Navy and the entire naval fleet; to the implementation of new radar and cyber security technologies; to the supply of surface warfare units and submarines. In particular, there would be the possibility of building in the Muggiano plant, La Spezia, an updated version of the “Todaro” class submarines already purchased by the Italian armed forces. For the record, the Fincanteri-Barzan Holdings MoU was signed in January, 48 hours after the official visit to Qatar of the President of the Republic Sergio Mattarella, with the aim of strengthening political and military ties also in relation to the escalation of war in Libya and the promotion of the “Italian system” in the emirate, with Leonardo-Finmeccanica, Fincanteri, Eni, Saipem in the lead.

In June 2016, Fincantieri signed a contract worth four billion euros with the Qatar Ministry of Defence for the supply of seven surface ships (four corvettes, one amphibious assault unit and two deep-sea patrol vessels), plus related support services for ten years. Construction work started in 2018 at the Riva Trigoso-Muggiano shipyard in La Spezia.

Education city a Doha

According to the specialist magazine Analisi Difesa, at least two corvettes and patrol boats should be delivered in 2022, the rest by the end of 2024. Other Italian industrial holding companies are interested in the billionaire business with Fincantieri. With a displacement of 3,250 tons, a length of 107 meters and a maximum speed of 28 knots, the corvettes will board 112 sailors and a heavy multi-role NFH90 helicopter produced by the NH Industries consortium formed by the Italian Leonardo, the Franco-German Eurocopter and the Dutch Stork Fokker Aerospace. Up to 550 marines and two NFH 90 helicopters will be housed in the amphibious assault vessel LPD (8,800 tonnes displacement, 13 metres long and a speed of 20 knots).

The radar, combat and missile systems of all the naval units destined for Qatar will be designed and produced by companies controlled by the holding company Leonardo and by Elettronica S.p.A, another important company in the war and cyber sector based in Rome.

The contribution given by the Italian Navy to the training and education of Qatar’s personnel in the centres of the School Command and Academy of Livorno and in the naval bases of the Emirate is also decisive. According to Defence Analysis, new computerised instruments and simulators will also be used, provided by a joint venture formed by the Centro per gli Studi di Tecnica Navale – Cetena (a Fincantieri subsidiary that deals with research and consultancy in the naval and maritime fields) and the software company IBR Sistemi di Genova, specialised in simulation systems and multimedia applications.

The training of Qatar’s military personnel and the maintenance of the units will be carried out by the technicians of Fincantieri Services Middle East LLC, a company 100% owned by Fincantieri, established in Doha in 2018. The decision to set up its own subsidiary in Qatar was determined by the signing of a letter of intent during the DIMDEX naval systems fair (March 2018) by Fincantieri’s Director of Military Ships, Angelo Fusco, and Barzan Holdings business development manager, Abdulrahman Fakhro.

Specifically, the two groups were committed to studying possible forms of collaboration in the areas of maritime and coastal surveillance, research and development in the field of remotely piloted vessels and related control stations and the implementation of new technologies and management in the future naval programs of the Qatar Navy.

To document the successes of the large shipbuilding company the data provided with the financial statements for the year 2019. “The naval ship business area recorded revenues of Euro 1,503 million (Euro 1,434 million at 31 December 2018) with an increase of 4.8%”, reports Fincantieri’s Board of Directors. “Construction activities relating to orders for the Ministry of Defence of Qatar, which has seen the setting up of a corvette and a patrol vessel, continue at full capacity. Last year, the automation package for the offshore patrol vessels and the propulsion and manoeuvring propeller system for the amphibious assault vessel were also provided”. From now on, the count-down for deliveries and armament will take place.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

This article in Italian

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Dossier Silvia 1:

Qatar gets the Uranium and Pays the Ransom that will be used to Build Skyscrapers

Dossier Silvia/Qatar gets the Uranium and Pays the Ransom that will be used to Build Skyscrapers

 

Mozambico, jihadisti occupano la città di Macomia per tre giorni

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 giugno 2020

In novanta jihadisti hanno attaccato e occupato la città di Macomia, (35mila abitanti) 200km a nord di Pemba, capoluogo della provincia settentrionale di Cabo Delgado. È successo lo scorso 28 maggio quando un folto gruppo di ribelli islamisti è riuscito mantenere il controllo della città per tre giorni.

Macomia, occupara dai jihadisti per tre giorni e le aree dei rubini e del gas (Courtesy GoogleMaps)
Macomia, occupata dai jihadisti per tre giorni e le aree dei rubini e del gas (Courtesy GoogleMaps)

Occupazione jihadista prima dell’alba

L’occupazione dei terroristi è iniziata prima dell’alba con colpi d’arma da fuoco sparati in aria. La popolazione, terrorizzata, ha abbandonato la cittadina fuggendo nella foresta o verso Pemba. Mentre, dal distretto di Mocimboa da Praia, dove si ritiene ci sia un’altra base jihadista, arrivavano rinforzi ai ribelli.

Esercito e Forze speciali mozambicane sono intervenute, anche con elicotteri da combattimento, per catturare gli insorti e dopo una battaglia durata fino a sabato 30 maggio sono riusciti a liberate la città.

Un’incursione jihadista che mostra maggiore tracotanza contro il potere centrale di Maputo e soprattutto, nelle ultime settimane, ulteriore sicurezza militare: oggi sono armati di kalashnikov (AK47) e lanciagranate. Secondo quanto riferito da Luiz Fernando Lisboa, vescovo di Pemba, centinaia di persone in fuga da Macomia sono arrivate nel capoluogo. Tra queste molti bambini separati dalle famiglie.

Attacchi rivendicati dallo Stato islamico

È la prima volta che il governo mozambicano conferma un attacco jihadista, questa volta a Macomia. Le azioni terroristiche sono attribuite a una formazione conosciuta come Al Sunnah Wa-Jama e chiamati dalla popolazione al Shebab. Gli attacchi dello scorso mese sono però stati rivendicati dallo Stato islamico che ha collegamenti con lo Stato islamico della provincia dell’Africa centrale (ISCAP), in Congo-K.

Il presidente mozambicano Filipe Nyusi, ha dichiarato che le forze governative si sono impegnate in estesi combattimenti contro gli insorti. Alle emittenti di Stato, Radio Moçambique e TV Moçambique, ha confermato che i quadri più importanti della formazione terroristica sono stati eliminati.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Morte e distruzione a Macomia

Ancora non si conosce il numero definitivo dei morti degli scontri di Macomia. Si parla di otto civili tra i quali almeno tre bambini e di una decina di militari mozambicani ma non si sa quanti jihadisti siano deceduti.

Il mercato è stato completamente distrutto, è stata assaltata la banca e sono state sabotate le torri di telecomunicazione mobile. Anche la sottostazione elettrica di Macomia ha subito danni lasciando isolati e senza elettricità vari distretti a nord della cittadina occupata.

Area di rubini e gas

Macomia è a metà strada tra il distretto di Montepuez e Palma. A Montepuez si trova il più grande giacimento di rubini del mondo; a Palma uno dei maggiori giacimenti africani di gas (LNG). ENI, ExxonMobil e Total, a Palma, dovrebbero iniziare la produzione di gas nel 2022. Se la situazione non peggiora.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

 

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

 

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

 

Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

 

 

Mozambico, per la prima volta i jihadisti si firmano Stato Islamico nel Nord del Paese

Ennesimo attacco jihadista in Mozambico pericolosamente vicino all’ENI: 11 morti

Dossier Silvia/Nasr 19, giochi di guerra dei bersaglieri spediti in Qatar

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
maggio 2020

Lo Stato Maggiore dell’Esercito lo ha definito “il più importante rischieramento di forze terrestri da combattimento italiane in Medio Oriente dal ritiro del contingente Antica Babilonia schierato in Iraq tra il 2003 e il 2006”.

All’inizio del settembre 2019, 800 militari e più di un centinaio di mezzi pesanti tra carri armati, blindati e cannoni sono stati inviati ad esercitarsi nell’arido deserto del Qatar, insieme alle truppe d’assalto qatarine.

I war games si sono svolti per oltre un mese nel maxi-poligono di Al Ghalail, a sud della capitale Doha. Nome in codice della maxi-esercitazione bilaterale, NASR 19, protagonisti i bersaglieri della Brigata “Garibaldi” di stanza in Campania e in Calabria e la 2° brigata delle Forze Terrestri del Qatar. A coordinare l’intera operazione, a fianco dello Stato Maggiore della Difesa, i rappresentanti della Farnesina e l’onnipresente ufficio diplomatico italiano in Qatar.

“Grazie a NASR 19 – riferiva l’allora ambasciatore Pasquale Salzano – si rafforza la collaborazione non solo tra le forze armate, ma complessivamente fra lo Stato del Qatar e la Repubblica italiana”. “Abbiamo accettato rapidamente l’invito del Qatar perché la zona d’esercitazione offre caratteristiche idonee allo svolgimento di attività che, per numero di veicoli cingolati e ruotati impiegati e per volume di fuoco, non sarebbe possibile sviluppare presso aree addestrative presenti sul territorio italiano”, spiegava invece il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Farina, presente alle azioni di fuoco insieme al Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli.

Nasr19 Esercitazione Italia-Qatar

“L’esercitazione rappresenta il momento culminante di un’intensa attività di cooperazione tra i due Paesi che, nel rinsaldare i reciproci rapporti di amicizia, hanno avviato un intenso scambio di visite e addestramenti congiunti. Lo scopo principale di questo importante evento addestrativo, oltre a valutare le modalità di rischieramento nell’area del Golfo Persico di un dispositivo pesante dell’Esercito, è quello di innalzare il livello di integrazione e interoperabilità delle unità affinando sia le procedure da attuare a in ambito Posti Comando, sia i procedimenti d’impiego delle unità”.

L’esercitazione è stata ovviamente anche un’ottima occasione per provare dal vivo la potenza distruttiva dei principali sistemi di guerra terrestre in dotazione alle forze armate italiane anche nella prospettiva di una loro acquisizione da parte del Qatar. “Nell’ambito delle attività addestrative, sono state altresì testate alcune delle capacità che verranno poste in alta prontezza a favore della NATO”, spiega ancora lo Stato Maggiore. “In particolare, le compagini di fanteria pesante della Brigata Garibaldi, hanno impiegato cingolati VCC 80 Dardo, carri armati C1 Ariete, VBM Freccia, mortai da 120 mm e da 81 mm, Veicoli Tattici Leggeri Multiruolo (VTLM) Lince, sistemi contro carro Milan e Spike, obici FH70, lanciatori G-MLRS (Guided Multiple Launch Rocket System), i semoventi PZH 2000, artiglierie di ultima generazione con possibilità d’impiego di munizionamento a guida GPS e a lunga gittata, capaci di colpire obiettivi di dimensioni ridotte…”.

Si tratta in buona parte di armamenti prodotti e/o commercializzati dalle aziende leader del complesso militare-industriale nazionale, Oto Melara – Leonardo (ex Finmeccanica) ed Iveco Defence Vehicles in testa. Made in Italy anche i munizionamenti da 155 mm con gittate elevatissime (sino a 100 km di distanza) sperimentati per la prima volta in un campo di battaglia: i proiettili per cannoni tipo “Vulcano”, progettati e realizzati negli stabilimenti Oto Melara di La Spezia. “Inoltre – aggiunge il portavoce dell’Esercito italiano – la componente Genio della Garibaldi, durante l’incontro con la controparte locale, ha presentato il nuovo veicolo di seconda generazione Orso in alcune sue varianti, con una successiva dimostrazione sul terreno delle capacita dei sistemi robotizzati per l’identificazione di presunti ordigni esplosivi osservati ed individuati sul terreno”.

L’Orso è il Veicolo Tattico Medio Multiruolo (VTMM) realizzato da Iveco DV di Bolzano e dall’azienda tedesca Krauss Maffei Wegmann per il trasporto militari ed obici leggeri, la guerra elettronica, il supporto logistico e l’assistenza sanitaria. Oltre che all’Esercito italiano, il nuovo VTMM è stato venduto alle forze terrestri del Libano. Con NASR 19, Orso e Vulcano sono stati promossi all’attenzione del florido mercato delle petromonarchie del Golfo.

L’esercitazione italo-qatarina si è conclusa il 27 ottobre 2019. In contemporanea all’ultima fase dei cannoneggiamenti, in Piemonte, nel comprensorio di Baudenasca (Pinerolo), gli Alpini del 3° reggimento della brigata “Taurinense” e i genieri guastatori del 32° reggimento davano vita all’esercitazione “Gold Fenix”, unitamente a un centinaio di militari dell’esercito francese e dell’Emirato del Qatar. “L’esercitazione ha avuto lo scopo di elevare la capacità operativa del personale di muovere, vivere e combattere in ambiente urbanizzato, in contesti multinazionali ad alta intensità”, riporta il comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Esercito.

“Attraverso il confronto con realtà militari diverse, sono state applicate e migliorate le capacità di movimento in un ambiente particolarmente difficile, implementandole successivamente con l’addestramento al superamento di ostacoli sia naturali, come ad esempio le falesie di roccia, sia artificiali, tramite le strutture addestrative in dotazione al 3° reggimento Alpini”. Ognuno offre, cioè, quello che ha: i militari qatarini le sabbie del deserto, quelli italiani i grandi agglomerati urbani e le vette alpine. La globalizzazione delle guerre moderne…

Salvatore Farina, capo di Stato maggiore dell’esercito italiano

Un mese dopo il duplice appuntamento, il 19 novembre 2019, il generale Salvatore Farina effettuava una seconda visita ufficiale in Qatar per incontrare il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Ghanim Shaheen Al Ghanim e visitare il Centro di addestramento delle forze terrestri dell’emirato. “Il generale Farina ha potuto osservare i principali mezzi ed i sistemi di simulazione che vengono impiegati dal Centro”, riferiva il Ministero della Difesa.

Successivamente la massima autorità dell’Esercito italiano si recava nell’area addestrativa di Al Ghalail per “assistere” ad un’altra maxi-esercitazione, Eastern Action, protagoniste le forze terrestri qatarine e i militari della 38^ Divisione di fanteria della Guardia nazionale dello Stato dell’Indiana (Usa). “Il generale Farina ha fatto infine visita al Collegio Militare Ahmed Bin Mohammed fondato nel 1996 da Sua Altezza l’Emir Sheikh Hamad Bin Khalifa Al Thani per preparare i cadetti per l’esercito e la polizia”, aggiungeva la nota della Difesa. “Al termine dell’incontro, il Capo di Stato Maggiore Esercito ha espresso parole di stima per lo stabile e duraturo rapporto di collaborazione tra le Forze Terrestri del Qatar e l’Esercito Italiano, sottolineando l’attuale senso di amicizia e cooperazione e confermando la disponibilità ad incrementare – nel prossimo futuro – quelle che sono attività addestrative congiunte, con lo scopo di rendere sempre più interoperabili i due eserciti”.

Per consolidare e strutturare la cooperazione bilaterale tra gli eserciti di Italia e Qatar si era tenuto a Roma il 16 e 17 gennaio 2019 il 1° Steering Committee tra una delegazione dell’Ufficio Attività Internazionali dello Stato Maggiore e i vertici militari dell’emirato. “L’incontro, oltre a costituire l’occasione per incrementare la collaborazione nei settori di reciproco interesse, in primis in quello addestrativo e formativo, ha consentito di gettare le basi per la realizzazione dei primi Army Staff Talks che si terranno in Qatar nel mese di maggio e pianificare l’esercitazione congiunta NASR 2019 prevista per il prossimo autunno”, riferiva la Difesa. “Infine, allo scopo di incrementare la conoscenza della controparte sulle capacità di Comando e Controllo dell’Esercito Italiano, è stata realizzata presso l’11° Reggimento Trasmissioni in Civitavecchia, una dimostrazione capacitiva sull’impiego di tecnologie nazionali all’avanguardia nello specifico settore”.

Un altro meeting si teneva ancora una volta in Italia a fine aprile. L’ospite d’onore era stavolta il generale Mohamed bin Ali Al Ghanem, Comandante delle Forze Terrestri del Qatar. “Durante l’incontro avvenuto a Palazzo Esercito, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Farina, ha espresso parole di stima per lo stabile e duraturo rapporto di collaborazione tra i due eserciti di Qatar e Italia”, si legge nella nota emessa dalla Difesa. “Il generale Farina ha focalizzato l’attenzione sull’addestramento congiunto avvenuto recentemente con i paracadutisti e i piloti dell’aviazione qatariota, a dimostrazione del fatto che la cooperazione bilaterale tra i due Paesi è ormai solida e ben strutturata. L’incontro ha rappresentato anche l’occasione per affinare ed integrare alcuni aspetti riguardanti l’esercitazione NASR 2019 prevista in Qatar nel mese di ottobre (…) nell’ambito di una campagna di combattimento che vedranno interessate unità di Fanteria, Cavalleria e Artiglieria attraverso l’impiego di varie piattaforme quali DardoFrecciaArieteCentauro, MLRS, PZH 2000 e assetti Counter UAS”.

Dopo il vertice, il generale Mohamed bin Ali Al Ghanem si recava in visita alla Scuola Fanteria di Cesano di Roma dove vengono formati i volontari in ferma prefissata e il personale proveniente dai reparti operativi. Obiettivo, la possibilità di ospitare nei “corsi formativi” i fanti dell’esercito qatarino, così come già accade in altri istituti delle forze armate italiane (l’ISSMI – Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze e l’IASD – Istituto Alti Studi della Difesa entrambi con sede a Palazzo Salviati a Roma e l’Accademia Navale di Livorno).

Il 5 novembre 2019 era il Capo di Stato Maggiore della Difesa del Qatar, generale Ghanim Shaheen Al-Ghanim, ad essere ricevuto in pompa magna dai vertici dell’Esercito all’aeroporto di Viterbo, sede del Comando della Brigata Aviazione, del 1° Reggimento AVES “Antares” con gli squadroni elicotteri e gli aerei a pilotaggio remoto Shadow-200 e della Scuola Marescialli dell’Aeronautica militare. “Il comandante dell’Aviazione dell’Esercito, generale Paolo Riccò, ha accolto il Capo di Stato Maggiore del Qatar, giunto a Viterbo per conoscere da vicino la realtà che vede impegnati i suoi uomini in un percorso di formazione e addestramento sugli elicotteri UH-90”, rilevava l’addetto stampa della Difesa.

“L’Aviazione dell’Esercito, nell’ambito degli accordi internazionali tra Italia e Qatar, concorre all’addestramento degli equipaggi di volo e del personale di supporto manutentivo della linea UH-90A delle Forze Armate del Qatar e la visita di ieri ha rappresentato un modo per ripercorrere quanto fatto nel corso di questo primo anno di lavoro insieme”.

Nello specifico, a partire dal marzo 2019, i piloti e i tecnici delle Qatari Emiri Air Force vengono addestrati a Viterbo dal personale del 3° Reggimento Operazioni Speciali “Aldebaran”. L’UH-90A è la versione terrestre (TTH) del NATO Helicopter per gli anni novanta (NH90), l’elicottero multiruolo  medio pesante sviluppato dal consorzio internazionale NHIndustries, costituito dall’italiana Leonardo, dalla franco-tedesca Eurocopter e dall’olandese Stork Fokker Aerospace. Impiegato a partire dal 2007 dalle forze armate tedesche e dall’Esercito italiano, il velivolo è stato poi ordinato da altri paesi, tra qui appunto il Qatar (16 modelli TTH per il trasporto truppe e armamenti e per le operazioni speciali e 12 nella versione navale NFH per la guerra antisommergibile). Gli elicotteri saranno consegnati all’emirato a partire del 2022 e saranno armati con mitragliatrici M143D “Dillon”, missili “Marte” MK2/S (MBDA Italia) e siluri MK 46 (MBDA) ed MU90 “Sting Ray” (BaeSystems). Il consorzio NHIndustries, di cui Leonardo-Finmeccanica detiene il 32% del capitale, ha anche venduto 20 elicotteri UH-90A all’Oman.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia/Alberizzi: “Grazie ai lettori che ci hanno aiutato nell’inchiesta sul rapimento”

I Viaggi di Gulliver per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
31 maggio 2020

Restiamo ancora una volta in Africa, e anche in questa puntata in compagnia di Massimo Alberizzi. Dopo aver parlato di Ebola, affronteremo insieme un fatto di cronaca apparso tra le pagine di tutti i giornali italiani: la liberazione di Silvia Romano. Vi ricordiamo con chi stiamo parlando: giornalista, ha viaggiato per tutta l’Africa coprendo guerre, carestie e calamità naturali. Attualmente è direttore del quotidiano online Africa ExPress (www.africa-express.info), proprio per questo ci siamo rivolti a lui. Africa ExPress è stata la testata che più di qualunque altra si è occupata del caso Romano, per tutta la durata del rapimento, ponendosi come obiettivo non solo informare, ma indagare.

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri e Silvia Romano

Da cosa nasce la decisione di affrontare un’inchiesta così difficile sul campo? «Lo abbiamo deciso per dovere. Nessuno si muoveva, c’erano molti lati oscuri nella vicenda. Noi non siamo una testata ricca, non avremmo potuto affrontare l’inchiesta senza il contributo dei lettori, che ringrazio, perché hanno finanziato più della metà delle spese. In Kenya abbiamo visitato Chakama, il villaggio in cui Silvia operava. Abbiamo visto il suo alloggio e le persone che frequentava».

C’è stata una polemica verso Africa Milele, la Onlus per cui Silvia operava in Africa. Responsabili di altre Organizzazioni hanno sottolineato come i giovani facciano esperienze di cooperazione internazionale con associazioni meno qualificate. Ritieni ci siano responsabilità in questo caso? «Secondo me non c’è nessuna responsabilità di Africa Milele. Hanno rapito persone di qualsiasi organizzazione, anche di quelle più famose e qualificate al mondo».

Continua il racconto sulla vostra inchiesta. «Siamo arrivati fino alle sponde del fiume che Silvia ha attraversato, portata in spalla dai rapitori, visitato gli orfanotrofi in cui lavorava, seguito le sue tracce a Mombasa, fino all’hotel in cui aveva precedentemente soggiornato. Lì abbiamo scoperto che nessun altro inquirente o giornalista vi si era recato per chiedere informazioni, o capire se la ragazza fosse sola o in compagnia. Abbiamo seguito le udienze del processo, cui nessun giornalista italiano assisteva. Avevamo quasi individuato la zona in cui Silvia era prigioniera. Una volta i grandi giornali finanziavano le inchieste. Io stesso, quando ero inviato al Corriere della Sera, restai due mesi in hotel a spese del giornale, per indagare sul sequestro di alcuni italiani in Nigeria. Funzionò: dopo le mie trattative, vennero liberati».

Silvia è stata rapita in Kenya. Perché è stata portata in Somalia? «In principio, Silvia è stata rapita da criminali comuni kenioti. Volevano i soldi del riscatto, inizialmente una cifra molto più bassa di quella che è stata pagata, anche se preciso che la somma data è comunque meno di 4 milioni di euro, come invece si è detto. Per due volte l’Italia non ha pagato il riscatto, questo è agli atti del processo. A quel punto, la ragazza è stata ceduta a criminali comuni in Somalia, e alla fine è arrivata nelle mani di Al-Shabaab. Da quelle parti, la notizia di una bianca prigioniera è importante, non solo perché può fruttare i soldi, ma perché diventa strumento importante nelle trattative internazionali. Silvia si è trovata in un gioco più grande di lei».

Quale gioco? «Gli Emirati Arabi Uniti, in cambio di un aiuto, hanno chiesto all’Italia di cambiare le alleanze in Libia. Il nostro Paese ha rifiutato, così si è rivolto alla Turchia, che ha chiesto all’Italia di allentare la linea dura assunta ultimamente contro Erdoğan, restando sua alleata in Libia. La rete di intelligence turca è intervenuta, insieme al Qatar, che compra armi dalla Turchia e dall’Italia, per trattative che raggiungono anche 5 miliardi di euro. L’intelligence italiana ha fatto ben poco: la nostra rete, un tempo eccellente nel Corno d’Africa, è stata pian piano completamente smantellata».

Durante le tue indagini, la famiglia della ragazza ha tenuto sempre un bavaglio. Le indicazioni governative erano quelle del silenzio, per poter tutelare la sicurezza della ragazza. Ma una volta giunta qui, la protezione è crollata ed è stata data in pasto all’opinione pubblica. «Esattamente. La famiglia seguiva la linea della Farnesina, che preferiva non parlare della vicenda. Ma una volta liberata la ragazza, la politica ha preferito esibirla. Tutto il pubblico si è concentrato sul suo vestito, la mia attenzione è caduta sulle divise dell’Intelligence. È stato uno spettacolo da film 007, non un comportamento da Paese civile».

E la faccenda della conversione all’Islam? «Penso che sia stata una scelta giocata dalla paura. Ma nessuno deve entrare nella speculazione. Quelle sono organizzazioni molto fanatiche. E non esistono solo nel mondo mussulmano, ma in tutte le religioni. I somali sono mussulmani moderati, soprattutto nelle zone remote. Ricordo che, per farsi qualche bevuta, mi prendevano la birra dalla macchina. C’è da dire che questa giovane è rimasta prigioniera di uomini sempre armati. Ha dichiarato di non essere stata trattata male, le credo, ma comunque a livello psicologico ha affrontato una situazione difficile. La mia ipotesi, conoscendo il Paese, è che i somali abbiano preso i soldi non per comprare armi propriamente dette, ma per un mercato che riguarda un controllo più “raffinato”. Probabilmente finiranno in grattacieli costruiti a Londra, Milano, New York, e Dubai. Il Qatar mira al controllo delle miniere di uranio in Somalia, per poi venderlo all’Iran. Tutti i soldi della pirateria somala sono in mano a ricchi uomini d’affari».

Anche tu sei stato rapito in Somalia. «Sì, infatti non mi stupisco di certi meccanismi. Se avessi chiesto di portarmi un Corano, sarebbero andati a comprarmelo in libreria. Tutta la Somalia è piena di Corani in italiano e in inglese. Se avessi chiesto di imparare l’arabo, sarei stato subito accontentato. Anche io, quando sono entrato in una moschea di Al Qaeda ho dovuto prendere un nome islamico: Al Barassi, “portatore di notizie”, poi mi dissero. Nomen omen».

Due parole su come i Media italiani hanno gestito la vicenda. «Un comportamento scandaloso. Lapidare per slogan, senza indagare, fermandosi alle fonti ufficiali e non porre nessuna domanda che vada oltre, non è giornalismo; ma strumento di lotta politica».

Non è stato di sicuro opportuno, per esempio, mostrare l’indirizzo dell’abitazione della ragazza, né trasformare in notizia ciò che sarebbe dovuto comparire a semplice scopo informativo. Oltre al COVID-19, di questi tempi, si diffondono altri tipi di virus ad alto contagio: spesso hanno la forma di titoli altisonanti che rimbalzano nella gogna mediatica, nuova forma moderna della forca col boia. Raccontare la verità, essere prudenti, arricchire il lettore e non avvelenarlo: questo potrebbe essere un vaccino efficace. Gulliver vi saluta, accompagnandosi alle parole del suo grande maestro di etica giornalistica: Joseph Pulitzer.

Joseph Pulitzer
“Un’opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema. Perché ad essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare, o gli errori del governo; una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello.”
Elisabetta Crisponi

Dossier Silvia/Fra fratelli ci si aiuta: Doha invia materiale sanitario, Roma addestra militari del Qatar

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
maggio 2020

Più che un partner un fratello, pronto ad intervenire per fornire tutti i mezzi utili a lenire le disgrazie altrui. E’ l’emiro-sceicco del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani che in nome della consolidata amicizia politico-militare con l’Italia ha promosso e finanziato l’acquisto di 260 tonnellate di dotazioni medico-sanitarie, apparecchiature, ventilatori, mascherine e finanche due ospedali da campo destinati alla Protezione civile e ai medici impegnati nella lotta al Covid-19.

A partire dall’8 aprile, le forze armate qatarine hanno effettuato una decina di voli cargo sulla rotta Doha-Italia per consegnare questi aiuti alle unità specializzate dell’Aeronautica militare che operano negli scali di Pratica di Mare (Roma) e Villafranca-Verona.

“Secondo le direttive dell’Emiro Tamim bin Hamad Al Thani, visti i rapporti stretti di amicizia tra i due popoli e i due Paesi, lo Stato del Qatar ha teso una mano alla Repubblica italiana cui è legata con relazioni strategiche eccellenti, avendo piena fiducia che essa supererà questa emergenza sanitaria”, ha spiegato l’ambasciata del Qatar. “Il Fondo del Qatar per lo Sviluppo (Qatar Development Fund) ha coordinato l’assistenza medica in collaborazione con le forze aeree nazionali per far fronte alle responsabilità comuni contro l’espansione di questa pandemia che rappresenta una minaccia per il mondo intero”.

Luigi di Maio, ministro degli Esteri italiano, a Pratica di Mare all’arrivo degli aiuti dal Qatar

Ad attendere a Pratica di Mare il primo dei Boeing C-17 “Globemaster” del Qatar una delegazione al massimo livello: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio; il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Alberto Rosso; l’ambasciatore dell’emirato in Italia, Abdulaziz bin Ahmed Al Malki Al Jehani; l’addetto militare presso l’ufficio diplomatico, generale Hilal bin Ali Al Mohannadi. Tra le dotazioni giunte da Doha sono risultati particolarmente graditi i due ospedali da campo con tendostrutture rispettivamente di 5.200 e 4.000 metri quadrati, in grado di accogliere complessivamente sino a un migliaio di pazienti.

Il primo è stato destinato al comune di Schiavonia (Padova) ed è stato montato da un team composto da militari del 3° Stormo di Villafranca-Verona e da tecnici-ufficiali del Qatar. I maxi-tendoni del secondo ospedale sono in via di installazione a Potenza e Matera e la loro inaugurazione è prevista per il 2 giugno, festa della Repubblica. Nella lotta alla diffusione del coronavirus in Italia, l’emirato ha messo in campo anche i laboratori, le attrezzature e i medici del “Mater Hospital” realizzato a Olbia grazie alla partnership tra la Qatar Foundation Endowment (organizzazione no-profit fondata nel 1995 dallo sceicco Hamad Bin Khalifa Al-Thani, padre dell’odierno capo di Stato) e la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma, nella titolarità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Per affrontare l’emergenza pandemica, l’emirato ha pure offerto ai ricercatori italiani la collaborazione dell’Hamad Center Corporation, la principale azienda medico-sanitaria del Qatar. A pensar male, più che dal buon cuore, il ponte aereo di “aiuti” sembrerebbe dettato da una lucida strategia di penetrazione del capitale finanziario emiratino nel sistema della sanità e dell’istruzione accademica italiana.

Non è poi casuale che la “generosità” di Doha si sia espressa privilegiando come intermediari e interlocutori proprio le forze aeree di guerra dei due Paesi. Tra le aeronautiche di Italia e Qatar esiste infatti una stretta collaborazione specie nel settore della formazione/addestramento dei piloti e nella sperimentazione di aerei ed elicotteri prodotti dal gruppo leader del complesso militare-industriale italiano, Leonardo (ex Finmeccanica). Il 6 febbraio 2020, ancora il generale Hilal bin Ali Al Mohannadi, accompagnato dal responsabile dei corsi e della formazione dei militari del Qatar, generale Ghanim Alhajri, si era recato in visita ufficiale alla Scuola di Aerocooperazione di Guidonia (Roma).

“Alla delegazione straniera è stata presentata una panoramica dell’offerta formativa della Scuola nei due settori addestrativi del telerilevamento e dell’aerocooperazione, con particolare riguardo agli iter formativi dei Radar-Imaging e del JTAC – Joint Terminal Attack Controller”, recita il comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana. “La visita è stata, altresì, un’opportunità per il gen. Hilal Ali Al Muhannadi di rivolgere un indirizzo di saluto ed un augurio di proficuo apprendimento ai 10 Ufficiali frequentatori del 1° corso JTAC a favore delle forze speciali qatarine il cui iter istruzionale presso la Scuola terminerà il 10 aprile. Tale attività è stata appositamente sviluppata e realizzata dal 3° Reparto dello Stato Maggiore Aeronautica, nell’ambito di un più ampio contesto di collaborazione e cooperazione internazionale”.

L’11 luglio 2019 era stato il Sottocapo di Stato Maggiore della Qatar Emiri Air Force, generale Hazza Nasser Al-Shahwani, ad essere ricevuto a Roma dall’omologo rappresentante dell’Aeronautica italiana, generale Luca Goretti. “Nel corso dell’incontro – scriveva il ministero della Difesa – è stato tracciato un bilancio sull’attuale cooperazione tra le Forze Aeree dei due paesi, principalmente connessa alla formazione e all’addestramento al volo del personale della forza aerea del Qatar che vede già coinvolti in prima linea personale e sistemi addestrativi della 46^ Brigata Aerea di Pisa”.

Sempre nell’ottica del rafforzamento dei legami “formativi”, la delegazione qatarina effettuava pure una visita alla Scuola internazionale di volo del 61° Stormo dell’Aeronautica con sede a Galatina (Lecce).

“La delegazione ha avuto modo di visitare l’ITS – T346, il sistema integrato su cui si sviluppa la parte più avanzata del percorso addestrativo previsto per i piloti destinati alle linee da combattimento, consentendogli di interfacciarsi con ogni tipo di forza/minaccia generata dal computer”, aggiungeva lo Stato maggiore italiano.

“Il sistema di addestramento T-346A non è nuovo alla Qatar Emiri Air Force: nel novembre del 2018,  in occasione del tour in Medio Oriente organizzato dall’Aeronautica Militare in cooperazione con la Leonardo S.p.A., e poi anche il 15 aprile 2019 a Lecce, i rappresentanti della forza aerea qatarina hanno avuto modo di apprezzare le spiccate peculiarità tecnologiche del più avanzato velivolo d’addestramento prodotto dall’industria aeronautica nazionale”.

Nella base aerea di Galatina, le forze armate e Leonardo hanno dato vita nel luglio 2018 alla “International Flight Training School” indirizzata alla formazione dei piloti di aerei dei Paesi Nato ed extra-Nato. Gli ospiti-allievi si addestrano anche a bordo dei caccia-addestratori T-346A prodotti negli stabilimenti di Leonardo-Finmeccanica di Venegono Superiore (Varese) e che poi vengono offerti in acquisto alle aeronautiche partner (sono già stati acquistati da Israele, Polonia e Singapore).

Donne pilota qatarine addestrate in Italia

L’intesa tecnica per il consolidamento delle attività di formazione del personale militare qatariano in Italia è stata sottoscritta il 17 ottobre 2018 nel corso di un vertice tra l’allora ministra della difesa Elisabetta Trenta (M5S) e il vice primo ministro e responsabile delle forze armate del Qatar, Khalid bin Mohammed Al Attiya.

Libia, situazione regionale e cooperazione bilaterale i temi al centro del colloquio”, riportava il comunicato emesso dal Ministero. “Al Ministro Al Attya – in Italia per la preparazione della visita di Stato dell’Emiro Tamim Bin Hamad Al-Thani, che si terrà il 19 e 20 novembre – la titolare del Dicastero ha confermato la disponibilità ad effettuare ulteriori corsi di istruzione all’interno delle Accademie militari italiane e corsi specialistici in altri Istituti e centri. A tal proposito, il Ministro Al Attiyah ha espresso grande soddisfazione per gli eccellenti risultati delle attività di addestramento di personale qatariano in Italia e per il contributo significativo apportato dal nostro Paese ai progetti di sviluppo tecnologico e organizzativo delle Forze armate”.

Meno di un mese dopo, era una delegazione dello Stato maggiore dell’Aeronautica italiana, guidata dal generale Settimo Caputo, a recarsi in visita a Doha per un meeting con il generale Ahmad Ibrahim Al Malki, vicecomandante in capo della Qatar Emiri Air Force. “L’incontro, svoltosi presso il Quartier generale dell’Aeronautica qatariota, ha testimoniato la proficua attività di cooperazione tra le due forze aeree nell’ambito dei già solidi rapporti bilaterali con il Qatar, improntati ad una politica di apertura e cooperazione sia nel campo operativo-addestrativo sia in quello del procurement”, si legge nel ripetitivo dispaccio dell’Aeronautica italiana. “La visita è stata preceduta, il giorno 11 novembre, da un incontro tra il generale Caputo ed il Ministro della Difesa Khalid bin Mohammed Al-Attiyah presso la base di Al-Udeid, durante il quale l’Autorità politica ha avuto modo di apprezzare le potenzialità del velivolo Leonardo M-346, ivi rischierato unitamente ad una delegazione del Reparto Sperimentale di Volo di Pratica di Mare ed ai velivoli della Pattuglia Acrobatica Nazionale”.

A fare da cornice al vertice bilaterale, l’aeroshow nei cieli di Doha con i velivoli del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico di Rivolto-Udine e del “Qatar Display Team” dell’aviazione militare dell’emirato. A organizzare l’evento l’Ambasciata d’Italia in Qatar con tanto di sponsorizzazione e copertura costi da parte dell’holding Leonardo. Tra gli aerei italiani presenti allo show i biposto Aermacchi MB-339 delle “Frecce Tricolori”, gli immancabili caccia-addestratori T-346 e i cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” del consorzio internazionale EADS-Bae Systems-Leonardo, ordinati qualche mese prima anche dal Qatar grazie ad una commessa del valore di 7 miliardi di euro circa.

Un appuntamento-vetrina del peggiore made in Italy, quello di Leonardo e Aeronautica militare, che oltre all’emirato ha interessato pure Bahrein e Kuwait. “Esso si pone a coronamento di programmi di cooperazione rivolti in particolare al settore dell’addestramento e della formazione, che la Difesa ha da tempo avviato con tali Paesi”, riportava lo Stato Maggiore. “La collaborazione con la società Leonardo per la realizzazione del tour mediorientale evidenzia la spiccata sinergia tra l’Aeronautica Militare e l’Industria nazionale in un’ottica di promozione delle eccellenze italiane nel settore della Difesa a sostegno del Sistema Paese consentendo, inoltre, di rafforzare l’immagine dell’Italia quale Paese di elevata affidabilità in termini di know how e capacità tecnologiche”.

Eccellenze di morte da esportare innanzitutto a quei petro-regimi che non fanno mancare il loro sostegno alle peggiori organizzazioni di matrice jihadista.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com