Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
11 giugno 2020
“Non è in atto nessun colpo di Stato nello Zimbabwe. Il governo è stabile. E’ assolutamente falsa la notizia che il presidente Emmerson Mnangagwa stia per essere rimosso dal suo incarico”. Lo hanno affermato i ministri della Difesa, Sicurezza dello Stato, Affari Interni e i capi della Sicurezza durante una conferenza stampa congiunta che si è tenuta ieri a Harae, la capitale del Paese, mercoledì.
Voci di un imminente golpe sono circolate nelle ultime settimane sui social media; il Consiglio della Sicurezza Nazionale ha smentito categoricamente il fatto, accusando alleati dell’ex presidente Robert Mugabe – deposto nel novembre 2017, e morto lo scorso settembre all’età di 95 anni – e membri dell’opposizione di aver fatto girare notizie in tal senso. Il governo ha puntato anche il dito contro alcuni leader religiosi perchè avrebbero diffuso profezie ingannevoli.
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe
Già a marzo Mnangagwa aveva preso misure drastiche per evitare l’espandersi della pandemia e ancora sono in atto misure severe, anche se pochi giorni fa si è passati alla fase 2, che ha permesso alla maggior parte delle fabbriche e società di servizi e altri a riprendere le attività.
Malgrado ciò, a molte persone è stato negato l’accesso al centro di Harare, la capitale del Paese e oltre 1.300 sono state arrestate nel giro di poche ore. Il capo delle forze dell’ordine, Paul Nyathi, ha giustificato i fermi con il fatto che la maggior parte degli arrestati non indossavano le mascherine, mentre altri non avevano osservato le norme che vietano assembramenti e altro.
Dal 31 marzo, con l’inizio del lockdown che impone anche un coprifuoco, sono finite dietro le sbarre migliaia zimababwiani, tra questi anche figure di spicco che nel 2018 avevano contestato i risultati elettorali di Mnangagwa.Si tratta di tre donne, Joana Mamombe, Cecilia Chimbiri e Netsai Marova, la prima è deputata dell’opposizione, le altre due attiviste, sono state sbattute nelle putride galere del Paese con l’accusa di aver partecipato a proteste nel mese di maggio.
Joana-Mamombe, deputato del partito all’opposizione
Hanno affermato essere state torturate, costrette a bere urina e di aver subito violenze sessuali dalla polizia. Tutte e tre sono poi state trasferite in ospedale con evidenti ferite ovunque. Secondo quanto riferito da Fadzai Mahere, portavoce del partito di opposizione, Movement for Democratic Change Alliance, sono state imprigionate nuovamente. Secondo gli inquirenti le signore avrebbero raccontato solo bugie.
Il nuovo fermo è avvenuto dopo le denunce di 9 relatori speciali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli esperti del Palazzo di Vetro hanno sottolineato che sparizioni forzate volte a sopprimere proteste e dissensi non sono rari in Zimbabwe. Questa tattica è stata praticata sovente sotto il regime di Mugabe ed ora anche da questo governo. Solo lo scorso anno sono stati segnalati ben 49 casi di sparizioni e torture.
Attualmente i casi di coronavirus sono 320, le vittime 4 e i guariti 49. La situazione generale del Paese è catastrofica, l’economia è in ginocchio. Secondo gli ultimi rapporti di Zimbabwe Humanitarian Response Plan, ben 7 milioni di persone si trovano in grave insicurezza alimentare contro i 5.9 dell’agosto 2019.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
giugno 2020
Chi concorre alla formazione delle forze speciali e della guardia personale dell’emiro del Qatar nella “lotta al terrorismo” o nella “gestione dell’ordine pubblico”? L’Arma dei Carabinieri…
Istituita nel 2004 dall’allora sovrano Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani che abdicò a favore del figlio nove anni dopo, la Lekhwiya è il corpo d’élite delle forze di sicurezza qatarine che sovrintende a delicate operazioni d’intelligence e di “controllo interno”. A seguito dell’Accordo tecnico firmato a Doha il 14 marzo 2016 dal generale Fahad Rashed Al-Ali, Comandante della Lekhwiya Security Force, e dall’allora Comandante generale dei Carabinieri, gen. Tullio Del Sette (già Capo di gabinetto della ministra della difesa sen. Roberta Pinotti), Qatar e Italia hanno avviato programmi di “cooperazione nell’ambito dell’addestramento e dello scambio delle migliori pratiche in relazione al servizio di istituto”.
“L’Arma dei Carabinieri, Forza di Polizia con Status Militare, vanta una vasta esperienza e competenza nella gestione dell’Ordine Pubblico e Sicurezza Generale e la forza di sicurezza interna Lekhwiya del Qatar è impegnata nel garantire la Incolumità Pubblica”, si legge nel preambolo all’art. 1 dell’Accordo tecnico. ”Le due Parti – spiega l’art. 3 – assicureranno la condivisione della propria documentazione, pubblicazioni e materiale scientifico in relazione al controllo degli assembramenti, gestione di manifestazioni e raduni, disordini, sempre nel rispetto dei diritti umani, alla gestione dell’Ordine Pubblico in genere, della criminalità informatica, a tecniche di intercettazione nei termini di legge, tecniche di contrasto al terrorismo ed alla criminalità organizzata, comando e controllo, scienze forensi, nuove tecnologie, reparti cinofili, controllo del territorio, gestione del traffico, equipaggiamenti, logistica ed ingegneristica; scambi, inclusi corsi, seminari, gruppi di lavoro, convegni ad hoc, con particolare riguardo all’addestramento del personale di Polizia ed alla mutua assistenza nella formazione di competenze nell’ambito sicurezza”.
La banda dei carabinieri a Doha, Qatar
L’Arma dei Carabinieri e la Lekhwiyasi impegnavano inoltre a promuovere l’organizzazione di incontri e gruppi di ricerca, ancora una volta “in relazione al controllo degli assembramenti, gestione di manifestazioni e raduni, disordini, ecc.”, e a partecipare insieme a “progetti finanziati da controparti nazionali ed internazionali o donatori”. L’accordo è entrato in vigore il giorno stesso della sua firma, senza la ratifica da parte degli organi di governo e/o legislativi (non ci risulta che il Parlamento italiano lo abbia mai discusso) e ha validità temporale illimitata.
La partnership tra i Carabinieri e le forze armate e di sicurezza qatarine aveva preso il via con la visita ufficiale alla Scuola Allievi dei Carabinieri di Roma, il 4 ottobre 2010, di una delegazione militare dell’emirato capeggiata dal generale Rashed Abdullah Al-Obaid. Tre anni più tardi la Lekhwiya veniva ammessa nell’Associazione Internazionale delle Forze di Gendarmeria e di Polizia con Status Militare, istituzione nota con l’acronimo “FIEP” dalle iniziali in lingua francese dei quattro paesi che la fondarono nel 1994 (Francia, Italia, Spagna e Portogallo). Attualmente FIEP riunisce le forze di polizia militare di 17 paesi: ai fondatori e al Qatar si sono aggiunti Turchia, Olanda, Romania, Giordania, Marocco, Tunisia, Palestina, Ucraina, Argentina, Cile, Brasile e Gibuti. Nell’aprile 2018, al Qatar è stato affidata l’organizzazione del meeting annuale di FIEP, interamente dedicato allo sviluppo di nuove tecnologie, logistica e sistemi d’informazione “nella lotta al terrorismo”.
Nell’autunno 2015 veniva stipulato un agreement tra il Comando Generale dei Carabinieri, la Qatari Lekhwiya e Studiare Sviluppo (società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che svolge attività di assistenza nell’ambito di programmi di cooperazione interregionale) per organizzare a Livorno un corso di formazione a favore dei qatarini su “Tecniche di protezione ravvicinata delle Autorità” (11-24 ottobre). L’anno successivo, presso il Center of Excellence for Stability Police Units – CoESPU di Vicenza (Centro di formazione delle unità di polizia dei paesi africani e asiatici, cofinanziato e gestito dall’Arma dei Carabinieri e dal Comando di US Army Africa), venivano ospitati 20 rappresentanti della Lekhwiya per un corso di due settimane su Fighting in built – up areas.
Sempre al CoESPU di Vicenza, ufficiali della gendarmeria qatarina partecipavano nel novembre 2018 all’11th International Military Police (insieme a colleghi provenienti da Albania, Italia, Burkina Faso, Mauritania, Corea del Sud e Ucraina) “per scambiare dottrine e creare un nuovo concetto di MP, con meno M e più P”; e al 6th Course on Stability Policing in International Crisis Management Operations (con Italia, Mauritania e Ucraina) “per conoscere meglio le dottrine d’intervento delle forze multinazionali, Nato, Ue e Onu”. Ancora la Qatari Lekhwiya era tra gli “ospiti” del Centro di formazione Carabinieri-Us Army per la 12^ edizione dell’International Military Police Course, con le gendarmerie di Armenia, Bosnia ed Erzegovina, Burkina Faso, Ciad, Corea del Sud, Italia, Mali, Mauritania, Pakistan, Senegal e Ucraina.
Da un paio di anni i poliziotti-militari qatarini compaiono anche tra i frequentatori dei corsi internazionali offerti dall’Istituto Superiore di Tecniche Investigative (ISTI) della Scuola marescialli dei Carabinieri di Velletri, in collaborazione con le agenzie Onu, l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e il nostro ministero degli Affari esteri e la cooperazione internazionale. Lo scorso anno, oltre che dal Qatar, sono giunti a Velletri rappresentanti delle gendarmerie di Albania, Serbia, Macedonia, Bosnia, Montenegro, Francia e Uganda, mentre nel caso degli Emirati Arabi, sono stati i carabinieri-istruttori dell’ISTI a recarsi ad Abu Dhabi per impartire lezioni di polizia scientifica.
Giovanni Nistri, a sinistra con Hazza bin Khalil Al Shahwan, a destra, a Doha, Qatar
Di particolare rilievo è stata pure la visita ufficiale in Qatar, il 10 maggio 2018, dell’allora Comandante Generale dell’Arma, generale Giovanni Nistri. In compagnia dell’ambasciatore italiano a Doha, Pasquale Salzano, il Capo dei Carabinieri incontrava, tra gli altri, “per uno scambio di vedute su diverse questioni di mutuo interesse”, il Primo ministro e responsabile del dicastero dell’Interno Sheikh Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al-Thani.
Il 17 dicembre dello stesso anno, il generale Giovanni Nistri effettuava una seconda visita a Doha per firmare un accordo tecnico di collaborazione militare, stavolta con il Comandante della Guardia dell’Emiro, generale Hazza bin Khalil al Shahwani. Due giorni più tardi l’allora Comandante Generale dell’Arma sedeva nel palco d’onore, con sua altezza reale Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani e i suoi più stretti congiunti, in occasione della solenne parata militare per le celebrazioni della Festa nazionale del Qatar.
“La parata è iniziata con il volo di numerosi tipi di velivoli da guerra, elicotteri da combattimento, aerei da trasporto, e team acrobatici ed è proseguito con l’ingresso dei veicoli corazzati delle forze armate, tank, sistemi missilistici e di telecomunicazione, equipaggiamenti della polizia militare e anti-terrorismo, e con una mostra delle imbarcazioni e dei moderni vessilli delle forze navali dell’Emiro”, riportano le cronache di quel giorno. “Nel corso dell’evento, i paracadutisti della forza di sicurezza interna Lekhwiya hanno effettuato una serie di lanci da aerei”.
Tra gli ospiti VIP, oltre al generale Nistri, i rappresentanti delle forze armate partner dell’Emirato in diverse e controverse operazioni in Nord Africa e nel Golfo Persico: il Capo di Stato maggiore dell’Esercito del Pakistan, gen. Qamar Javed Bajwa; il Comandante dell’US Air Force di stanza nella grande base aerea qatarina di Al Udeid, gen. Joseph Guastella; il vicecomandante delle forze aeree della Gran Bretagna, gen. Stuart Atha; il vicecapo di Stato maggiore dell’Esercito del Kuwait, gen. Sheikh Abdullah al-Nawaf al-Sabah; il Comandante delle forze terrestri d’Algeria, gen. Sidan Ali; il vicecomandante della Royal Moroccan Army, colonnello Jido Abu Zeid; i ministri della Difesa della Tunisia, Abdelkrim Zbidi, e della Turchia, Hulusi Akar.
Per la Festa nazionale dell’Emirato, edizione 2018, l’Arma non si limitava alla sola presenza del suo primo Comandante. Per tre giorni, (17, 18 e 19 dicembre), la Banda Musicale dei Carabinieri si esibiva infatti nei teatri e nelle piazze di Doha con ben 85 musicisti e la direzione del maestro-colonnello Massimo Martinelli. “Questi concerti sono uno dei tanti esempi delle eccellenti relazioni bilaterali e un segno della nostra lunga amicizia basata sulla reciproca fiducia e ammirazione”, le parole dell’ambasciatore Pasquale Salzano. “Ciò che le autorità e il popolo del Qatar apprezzano dei Carabinieri è che essi rappresentano un’istituzione nello tempo innovativa ed ancorata ai suoi valori e tradizioni. Dedizione, impegno e passione inspirano sempre i membri dell’Arma nei loro compiti di protezione e assistenza delle persone, in Italia e all’estero”.
Il 13 settembre 2019 era il comandante della Guardia dell’Emiro, Hazza bin Khalil al Shahwani, a recarsi in visita in Italia per incontrare il generale Giovanni Nistri. “La visita avviene a poco di un anno dalla firma dell’accordo di cooperazione congiunta tra Italia e Qatar, nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due paesi nel comparto militare”, riportava la nota emessa dall’ambasciata italiana a Doha. “La cooperazione tra Italia e Qatar ha assistito negli ultimi anni ad un particolare slancio nel comparto della difesa come rappresentato dal contratto firmato nel giugno 2016 da 5 miliardi di euro per la fornitura, in cinque anni, di sette unità navali destinate alla Marina militare dell’emirato”.
Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani a Doha nel gennaio 2020
C’è un post sul profilo istituzionale di facebook del Comando Generale dei Carabinieri che la dice lunga su come e quanto sia legata l’Arma al sovrano del Qatar e ai suoi reparti d’élite. La sua pubblicazione risale al 21 gennaio scorso, in occasione della missione nel Golfo del Presidente della repubblica, Sergio Mattarella. “La dimensione internazionale dell’Arma non è data solo dalle competenze nella protezione e costruzione di sicurezza all’estero, ma anche dalla capacità di aver ben impressionato altri Paesi col modello Carabinieri, come accaduto in Qatar dove il Presidente Mattarella è in visita ufficiale”, si legge. “Oggi, nel corso di un incontro, l’emiro Tamim bin Hamas al Thani ha ricordato di quando il padre, visitando l’Italia nel 2000, incontrò proprio Mattarella, allora Ministro della Difesa, e rimase colpito dall’Arma dei Carabinieri, al punto da creare un corpo simile nello Stato qatariota”. Un apparato di controllo e pronto intervento (custode della sicurezza interna, così come si autodefinisce), che risponde in tutto e per tutto al Capo di un regime ancora assai distante dai principi democratico-liberali o dal rispetto degli standard base in tema di diritti umani.
Il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, è deceduto ieri pomeriggio nell’ospedale Cinquantenaire de Karuzi, città al centro del Burundi.
Le autorità governative hanno precisato che il capo dello Stato sarebbe morto in seguito a un infarto; aveva accusato un malore mentre assisteva a una partita di volley-ball a Karuzi. Ne è seguito l’immediato ricovero.
Da fonti mediche è però trapelato che Nkurunziza è risultato positivo al test Covid-19.
Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi
La moglie Denise è stata ricoverata il 31 maggio nella clinica privata dell’Aga Khan a Nairobi, dove è giunta in piena notte in aereo, sistemata su una barella di biocontenimento, accompagata da guardie del corpo e uno stuolo di medici.
Secondo le norme vigenti per contrastare l’espandersi della pandemia, il Kenya vieta l’entrata nel Paese a persone positive al coronavirus. Ma si sà, per gli amici le eccezioni confermano la regola. Infatti solo pochi giorni prima anche il ministro della Sanità di Gitega (la capitale politica), Thaddée Ndikumana, è stato ospedalizzato nella capitale keniota per la stessa patologia. Eppure pochi giorni prima della tornata elettorale aveva defenestrato gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per interferenze inaccettabili nella gestione di COVID-19.
Subito dopo la partenza della moglie, il presidente, il cui mandato scade il 20 agosto, ha esclamato: “Possiamo nuovamente riunirci senza le mascherine, Dio purifica l’aria del nostro Paese”.
Pierre Nkurunziza con la moglie Denise
Il Burundi che conta poco più di 11 milioni di abitanti, ha preso poche misure volte a contrastare l’espandersi del virus, tant’è vero che nemmeno la Primus Ligue (che corrisponde alla nostra Serie A) non si è mai fermata. Assembramenti, matrimoni, funerali e altre cerimonie non sono vietate. Nessun distanziamento sociale, chiusi solamente aeroporti e le frontiere, rimangono aperte quelle con la Tanzania per il trasporto di merci.
Si fa finta che il virus non esista. A tutt’oggi sono stati confermati ufficilamente 83 casi con una sola vittima. Certo, la seconda non si conta. Il presidente non è morto a causa di Covid-19.
L’ex leader del Paese, al potere dal 2005, a sorpresa non si è ricandidato per un nuovo mandato. Eppure, grazie al referendum del 2018, il presidente, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese, avrebbe potuto presentarsi per altre due legislature. Nel 2015 aveva vinto per la terza volta le presidenziali. Il periodo pre- e post-elettorale era stato segnato da un clima di forte tensione sociale, durante il quale sono morte oltre 1.200 persone. Altre 400.000 sono fuggite dal Burundi in seguito alle violenze.
Evariste Ndayishimiye, neo-eletto presidente del Burundi
Con la dipartita imprevista dell’attuale capo dello Stato, ora si presenta pure un problema istituzionale. Anche se il mandato di Nkurunziza stava per concludersi, il 20 agosto appunto, secondo l’articolo 81 della Costituzione dell’ex protettorato belga, dovrebbe assumere l’incarico ad interim il primo vice-presidente Gaston Sindimwo fino all’investitura del neo-eletto presidente Évariste Ndayishimiye.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
giugno 2020
I cantieri di La Spezia, la vicina stazione elicotteri di Sarzana Luni e l’Arsenale di Venezia; l’Accademia di Livorno e la grande base navale di Taranto; l’arcipelago della Maddalena e lo scalo aereo di Catania Fontanarossa. Sono le infrastrutture strategiche della Marina militare dove da quattro anni vengono formati e addestrati ufficiali, sottufficiali e tecnici dei reparti di guerra navale del Qatar, il ricco e potente emirato sempre più armato dalle industrie belliche del Belpaese. La cooperazione in ambito navale è una delle più rilevanti dell’asse strategico-militare Roma-Doha. Essa scaturisce da un Memorandum of Understanding sottoscritto il 16 giugno 2016 dall’allora ministra della Difesa piadina Roberta Pinotti e dal Ministro per gli Affari della Difesa del Qatar, Khalid bin Muhammad Al Attiyah.
Nel corso del vertice i due ministri firmarono con gli amministratori delegati di Fincantieri S.p.A. e MBDA Italia (industria missilistica parzialmente controllata da Leonardo-Finmeccanica) una lettera d’intenti per la fornitura all’emirato di mezzi navali e sistemi d’arma per 5 miliardi di euro. “La cooperazione nel settore della Difesa con il Qatar è molto forte già da diversi anni e la firma dell’accordo di oggi rafforza ancor di più una collaborazione che riteniamo molto importante e che creerà numerosi posti di lavoro per l’intero sistema Paese”, dichiarò Roberta Pinotti nell’occasione.“Nel settore delle costruzioni navali l’Italia ha maturato una profonda esperienza e competenza, sia dal lato militare che industriale. È un grande onore e privilegio poter mettere a disposizione del Qatar le nostre professionalità tecniche e poter condividere le avanzate tecnologie che sono state sviluppate”.
Il 2 marzo 2017, l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli e il Comandante delle forze navali dell’emirato, generale Mohammed Nasser Al Mohannadi, firmarono a Roma tre “accordi tecnici” che formalizzavano la partecipazione ai corsi di addestramento presso i Centri della Marina italiana degli equipaggi che saranno imbarcati nelle unità in via di acquisizione; l’invio di un ufficiale di collegamento della Marina presso lo Stato Maggiore del Qatar a Doha; l’imbarco di personale della Marina qatarina a bordo delle navi militari italiane.
Accordo tecnico marina militare Italia-Qatar: Valter Girardelli e Mohammed Nasser Al Mohannadi
“La cerimonia per la firma dei tre accordi è stata anche occasione per un incontro informale tra i vertici delle due Marine per discutere di ulteriori possibili aree di cooperazione quali, ad esempio, un possibile supporto della Marina Italiana per l’avvio dei centri di formazione e addestramento della Marina del Qatar; la partecipazione del Comandante della Marina Qatarina al Regional Seapower Symposium 2017 che sarà organizzato nella cornice dell’Arsenale di Venezia e l’adesione del Qatar al VRMTC (Virtual Regional Maritime Traffic Center)”, si legge nella nota dell’Ufficio stampa del Ministero della difesa. Il Virtual Regional Maritime Traffic Centre è costituito da una rete virtuale gestita dal Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) di Santa Rosa, Roma, che consente la condivisione con le Marine miliari partner delle informazioni non classificate sul traffico mercantile. Al Centro virtuale regionale aderiscono 28 paesi dell’area mediterranea, dell’Africa sub-sahariana e del Mar Nero (tra essi Algeria, Giordania, Israele, Libia, Marocco, Mauritania, Senegal, Tunisia, Turchia, Ucraina, ecc.), a cui potrebbero aggiungersi, oltre al Qatar, anche Ghana, Costa d’Avorio e Giappone.
In occasione del vertice tra l’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano e l’omologo qatarino Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani, il 2 agosto 2017 fu firmato un accordo politico-militare-industriale che autorizzava il Qatar ad acquistare da Fincantieri sette navi di superficie (quattro corvette multiruolo, una nave anfibia e due pattugliatori d’altura). Secondo l’agreement, la società italiana s’impegnava a realizzare tutte le unità nei propri cantieri di La Spezia e a fornire i servizi di supporto e manutenzione nei bacini qatarini per un periodo di 10 anni dalla loro consegna. La produzione delle navi da guerra ha preso il via ufficialmente il 31 luglio 2018 nel corso di una cerimonia a cui erano intervenuti, tra gli altri, il Comandante delle forze navali dell’Emirato, generale Abdullah Bin Hassan Al Sulaiti e l’allora Capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli.
Angelino Alfano (ex ministro Esteri italiano) con il suo omologo quatarino Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani
“A partire dalla stipula di un contratto tra la ditta Fincantieri e le Qatar Emiri Naval Forces, la Marina Militare ha avviato un’intensa attività di cooperazione nei confronti della controparte qatarina, mirata a garantire supporto tecnico durante la costruzione delle unità e la formazione professionale dei futuri equipaggi”, riportava il Ministero della Difesa. “Tale iniziativa impegnerà per un periodo di circa 10 anni gran parte della articolazioni della Forza Armata preposte alla selezione, formazione ed addestramento nonché all’erogazione di moduli specialistici ad hoc (quali ad esempio tirocini per la guardia in plancia, sessioni di scuola Comando, Flight Operational Training, ecc).
A fronte dell’elevatissima valenza strategica e della complessità dell’impresa, a partire dal 1° gennaio 2018 è stato istituito presso lo Stato Maggiore Marina l’Ufficio di Programma Qatar, responsabile di coordinare in maniera omnicomprensiva il supporto della Forza Armata. A partire dal settembre 2018 la prima aliquota dei futuri equipaggi delle unità che saranno consegnate (circa 130 militari) ha iniziato l’iter addestrativo che proseguirà dal settembre 2019 presso il Centro di Addestramento della Marina militare di Taranto (Maricentadd)”.
In tale contesto, tre mesi prima era stato realizzato un nuovo simulatore per condurre le attività “formative”. Alla sua presentazione ufficiale, oltre a una delegazione delle forze navali del Qatar, partecipavano l’allora Comandante in Capo della Squadra Navale, ammiraglio Donato Marzano, il Qatar Program Manager di Fincantieri, Marco Costa e gli ingegneri delle società costruttrici del simulatore (Leonardo e due controllate da Fincantieri con sede a Genova, il Centro per gli Studi di Tecnica Navale “Cetena” e Seastema S.p.A.). “Il Simulatore Navale Integrato è composto da una Plancia primaria e una secondaria per la conduzione della navigazione, da un Combat Operation Center per la condotta operativa dell’unità al combattimento e da una postazione elicottero, per l’addestramento all’impiego tattico degli aeromobili imbarcati”, specificava la Marina italiana.
“L’ammiraglio Marzano, al termine del giro illustrativo di tutte le componenti del sistema, ha riconosciuto il lavoro fatto dalla Fincantieri nella realizzazione del Simulatore, strumento di notevole portata tecnologica non solo per gli equipaggi delle unità del Qatar, ma anche per quelli italiani e di altre marine estere, negli anni a venire. La sua attivazione è un passo importante nell’impegnativo processo addestrativo degli equipaggi di una marina, come quelle del Qatar, che sta perseguendo un percorso di sviluppo capacitivo e che si affida alla Marina Militare Italiana per raggiungere la propria prontezza operativa. La collaborazione con Fincantieri, conferma ancora una volta l’efficacia dell’interazione tra il mondo militare e quello industriale del paese, nel perseguire obiettivi comuni a supporto del Sistema Paese nel mondo”.
Alle attività “formative” della Marina del Qatar concorrono altri centri d’eccellenza italiani, in particolare l’Accademia navale di Livorno (ente di livello universitario che si occupa della preparazione militare degli allievi ufficiali) e, più recentemente, la Scuola Sottufficiali ospitata nell’isola de La Maddalena, in Sardegna. “Tra le numerose iniziative per dare impulso all’immagine della Scuola va segnalato lo sviluppo dell’attività formativa per il personale della Marina libica nonché la collaborazione posta in essere, per il quadriennio 2019-2022, con la Marina del Qatar, soprattutto nella condotta di mezzi nautici, nella manutenzione degli apparati motore e nell’istruzione velico-marinaresca”, annunciava nel maggio 2018 l’allora Comandante delle Scuole della Marina italiana, ammiraglio Alberto Bianchi. Il primo stage per una sessantina di militari dell’emirato si è tenuto dal febbraio al luglio 2019.
Sempre lo scorso anno hanno preso il via le attività addestrative all’ammaraggio forzato del personale del Qatar presso il nuovo centro della Stazione elicotteri della Marina militare di Sarzana Luni (La Spezia). Un gruppo di ufficiali delle forze aeree del Qatar è stato invece ospite nell’ottobre 2019 di un’altra importante Stazione elicotteri della Marina, quella di Catania-Fontanarossa, per prepararsi alla conduzione e alla manutenzione dei velivoli da trasporto e combattimento.
Anche le unità da guerra italiane concorrono all’addestramento dei militari qatarini, offrendo contestualmente un’ottima occasione al complesso militare-industriale nazionale ed europeo per piazzare i propri prodotti bellici nel florido mercato mediorientale. Dal 27 aprile al 1° maggio 2017, ad esempio, la fregata Carabiniere ha effettuato una lunga sosta nel nuovo porto di Hamad, il principale scalo marittimo del Paese, poco a sud di Doha. L’unità della Marina militare italiana – realizzata nell’ambito del cosiddetto programma FREMM (Fregata europea multi-missione) da Orizzonte Sistemi Navali (società controllata da Fincantieri e Leonardo-Finmeccanica) e dalla francese Armanis – era impegnata in una crociera intercontinentale per “promuovere le eccellenze imprenditoriali italiane, oltre a sostenere il made in Italy su mercati in espansione”, dichiarava la Farnesina. A promuovere e co-finanziare il tour della fregata le maggiori aziende produttrici di armi (Fincantieri, Leonardo, MBDA Italia, Elettronica, Telespazio, Drass) con tanto di “media partner” (Rai Italia e RTV San Marino).
Fregata Carabinieri in Qatar
“Durante la sosta in Qatar la Carabinieri ha preso parte ad un’esercitazione in mare a cui hanno partecipato anche dei militari qatarini, tra cui piloti dell’aviazione navale che hanno avuto modo di apprezzare le caratteristiche peculiari dell’elicottero NH90, velivolo d’interesse per la marina qatarina che potrebbe utilizzarlo a bordo dei pattugliatori in acquisizione dall’industria italiana”, riferiva lo Stato maggiore della Difesa. Da lì a poco, l’interesse si sarebbe trasformato in un altro affare miliardario per Leonardo S.p.A. e le industrie europee partner: l’emirato acquisterà infatti ben 28 elicotteri multiruolo NH90 in versione da trasporto tattico e navale.
I primi di novembre del 2018 era un’altra unità della classe FREMM, naveMartinengo, ad approdare a Doha per presentare gli ultimi “gioielli” della produzione bellica italiana. Schierata nel Golfo Persico nell’ambito della controversa operazione Ue “Atalanta” finalizzata al “contrasto della pirateria”, la Martinengo effettuava “un fitto programma di attività addestrative congiunte con le Forze Navali del Qatar, a testimonianza dell’interoperabilità che esiste tra le due Marine”, riportava la Difesa.
“Inoltre, durante la sosta in porto, gli equipaggi di due pattugliatori del Qatar – unitamente ai vertici della Marina locale – hanno visitato l’Unità italiana, anche per prendere contatto diretto con la realtà delle fregate classe FREMM, di cui buona parte della tecnologia verrà mutuata dalle prossime costruzioni navali qatariote presso gli stabilimenti di Fincantieri. Il 2 novembre è stata invece condotta una esercitazione con assetti aeronavali della marina qatariota. Hanno partecipato due pattugliatori Classe Barzan, un fast patrol boat classe Combattante e due velivoli alfajet”.
Doha, Qatar, DIMDEX 2018
In Qatar approdava il 2 marzo 2019 pure la fregata “europea multi-missione” Carlo Margottini, impegnata anch’essa in un tour promozionale delle tecnologie e dei sistemi da combattimento prodotti dalle holding a capitale pubblico-privato Fincantieri e Leonardo-Finmeccanica. “La campagna del Margottini nei Paesi del Mar Arabico è sia emblema del dialogo e della cooperazione internazionale, sia occasione, rinnovata di porto in porto, di effettuare esercitazioni con le marine locali al fine di incrementare la reciproca conoscenza delle capacità operative, attività che difatti è stata svolta anche con tre unità della Qatar Emiri Naval Force”, riferiva la Difesa. Per la Margottini si trattava della seconda missione in Qatar in 12 mesi. Nel marzo 2018 la fregata era approdata a Doha in occasione della fiera internazionale dei sistemi da guerra “Dimdex” per organizzare conferenze e meeting sul made in Italy. Ospite d’onore della nave da guerra, l’allora ministra della Difesa Roberta Pinotti.
The United States under the aggressive and divisive leadership of Donald Trump is turning into a misnomer. ‘Disunited’ would be a more apt name. At home the country is split. The fracture is multifold. America, as the contemporary social historian Studs Terkel explained in his classical volume is the land of “The Great Divide”.
The divide is not only geographical as in the series of mountain ranges that crosses the North American continent. More fundamentally, it is the deepening American chasm between the haves and have-somewhat and the have-nots. It is also the split of race, that at times appears to close and then casually widens and flares, triggered (or politically manipulated) by frustrating disparities and chaotic migrations.
Such is the background of the conflagrations erupted in Minneapolis and then rapidly extended throughout the US after the killing by police of an unarmed American black. George Floyd was accused of a trivial offense. He had tried to buy a packet of cigarettes using a forged $ 20 dollar bill. Promptly arrested, he was forced to the ground by a policeman who placed his knee on his neck. Eight minutes later the suspect was dead: murdered by strangulation.
The event quickly escalated coming on top of two epochal crises: the seriously mismanaged Covid-19 pandemic where America is now leading the world for deaths and infections; and the economic toll of the lockdown. All of a sudden, with the US longest boom grinding to a halt, over 30 million became unemployed. America’s deepest recession since 1929, given the size of the US economy, has the potential of causing a large-scale depression worldwide.
This video show the moment of the killing of George Lloyd
On the international front America, although it still has the largest economy and the most powerful military in the planet, is suffering from an identity crisis. It is a problem that Britain, France, Spain and even the old Roman Empire, knew only too well. World dominance is never forever.
Meanwhile, while America is struggling to adjust to the diminished realities of a multilateral balance of power, the effects are predictably serious worldwide – in particular in the long-suffering African continent, as well as in Asia and the other emerging countries. And in Europe.
Renzo Cianfanelli *
*Renzo Cianfanelli, began to work as journalist at the BBC in London, afterwards he became international correspondent of Corriere della Sera, currently is based at the UN Headquarters in New York, is president of RAC Associates Media LLC and a consultant of USA-Italy Forum, CSIS Johns Hopkins University, Washington DC.
Gli Stati Uniti sotto la guida aggressiva e divisiva di Donald Trump si stanno trasformando in un termine improprio. “Disuniti” sarebbe un nome più appropriato. In patria il Paese è diviso. La frattura è multiforme. L’America, come spiega lo storico sociale contemporaneo Studs Terkel nel suo volume classico, è la terra del “The Great Divide”.
Lo spartiacque non è solo geografico come nella serie di catene montuose che attraversano il continente nordamericano. Più fondamentalmente, è l’abisso americano sempre più profondo tra chi ha e chi non ha. È anche la spaccatura razziale, che a volte sembra chiudersi e poi si allarga e si allarga casualmente, innescata (o politicamente manipolata) da frustranti disparità e migrazioni caotiche.
Questo è lo sfondo delle conflagrazioni scoppiate a Minneapolis e poi rapidamente estese in tutti gli Stati Uniti dopo l’uccisione da parte della polizia di un nero americano disarmato. George Floyd è stato accusato di un reato banale. Aveva cercato di comprare un pacchetto di sigarette usando una banconota da 20 dollari falsificata. Arrestato prontamente, è stato costretto a terra da un poliziotto che gli ha messo il ginocchio sul collo. Otto minuti dopo il sospetto era morto: assassinato per strangolamento.
Questo video mostra il momento in cui George Lloyd è stato ammazzato
La protesta per l’omicidio si è rapidamente diffusa e si è sommata a due crisi epocali: la gravemente mal gestita pandemia di Covid-19, in cui l’America è ora in testa al mondo per morti e infezioni; e il tributo economico al lockdown.
All’improvviso, con il boom più lungo della storia degli Stati Uniti che si è arrestato, oltre 30 milioni di persone si sono ritrovate disoccupate. La più profonda recessione dell’America dal 1929, date le dimensioni dell’economia statunitense, ha il potenziale di causare una depressione su larga scala in tutto il mondo.
Sul fronte internazionale l’America, pur avendo ancora la più grande economia e il più potente esercito del pianeta, soffre di una crisi d’identità. È un problema che la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna e persino il vecchio Impero romano conoscevano fin troppo bene. Il dominio mondiale non è mai per sempre.
Nel frattempo, mentre l’America sta lottando per adattarsi alla realtà ridotta con un nuovo equilibrio di potere multilaterale, gli effetti sono prevedibilmente gravi in tutto il mondo – in particolare nel continente africano, che da tempo soffre, così come in Asia e negli altri Paesi emergenti. Ma anche in Europa.
Renzo Cianfanelli
* Renzo Cianfanelli, ha cominciato a lavorare come giornalista a Londra alla BBC, poi è passato al Corriere della Sera dove è diventato corrispondente da New York. Ora il suo ufficio è presso la sede dell’ONU a New York. E’ presidente del RAC Associates Media LLC e consulente di USA-Italy Forum, CSIS Johns Hop-kins University, Washington DC.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
7 giugno 2020
Il leader jiadista Abdelmalek Droukdal e alcuni suoi stretti collaboratori sarebbero stati uccisi. L’ha annunciato tramite il suo account twitter il ministro della Difesa francese, Florence Parly, due giorni fa: “Un grande successo nella lotta contro il terrorismo nel Sahel”, ma il condizionale è d’obbligo. Non sarebbe la prima volta che un capo terrorista dato per morto, “risorge”. Abdelmalek Droukdal e alcuni altri miliziani sono stati neutralizzati – secondo il ministro – con un blitz dei soldati francesi dell’operazione Barkhane – presente nei Paesi del G5 Sahel (Mali, Niger, Mauritania, Ciad e Burkina Faso) con un contingente di 5.100 uomini – con il supporto di altre truppe presenti sul territorio.
Secondo quanto è stato riportato dal portavoce dello Stato maggiore delle forze armate di Parigi, Frédéric Barbry, l’operazione militare si è svolta con l’intervento di truppe da terra, l’impiego di elicotteri e con l’appoggio dell’aviazione.
Abdelmalek Droukdel. capo di AQMI, ucciso dai francesi in Mali
Parigi ha detto di aver effettuato un test del DNA, che ha convalidato l’identità del leader di AQMI. Si attende – se ci sarà – la conferma da parte del gruppo terrorista. Generalmente i jihadisti non nascondono la morte dei loro miliziani, tanto meno quella dei loro capi. Se è stato fatto fuori davvero, lo si saprà nei prossimi giorni. La prudenza in questi casi è d’obbligo.
Droukal è il leader di AQMI, acronimo francese per al-Qaida au Maghreb Islamique. Nel marzo 2017 diverse formazioni armate già attive nel Sahel, si sono unite dando vita a un nuovo raggruppamento (tra questi anche AQMI, Fronte per la liberazione di Macina, Ansar Dine, Al-Mourabitoun, guidato da Mokhtar Belmokhtar e altri ancora), che è stato chiamato: “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”. E’ capeggiato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – e è alleato con al Qaeda e i talebani afghani.
Dunque il merito è soprattutto della Francia, che il 19 maggio scorso ha anche rivendicato la cattura di Mohamed el Mrabat, importante esponente jihadista di EIGS, acronimo francese per Etat islamique dans le Grand Sahara (Stato Islamico nel Grande Sahara), capeggiato da Abou Walid El Sahraoui. EIGS e GSIM sono gruppi rivali, ma sembra che da qualche mese le due formazioni abbiano siglato un accordo di non belligeranza, anzi, secondo alcuni analisti non si esclude che possano pianificare azioni comuni in futuro.
Il terrorista Abdelmalek Droukdal è algerino di nascita e è considerato il nemico numero uno nel suo Paese. La formazione armata AQMI da lui capeggiata, è responsabile di molti attentati e sequestri, tra questi anche l’uccisione, nel 2013, di 2 giornalisti francesi dell’emittente Radio France International (Rfi), Ghislaine Dupont e il suo cameraman Claude Verlon, rapiti da uomini armati mentre stavano facendo un reportage a Kidal, nel nord-est del Mali.
Florence Parly, ministro della Difesa francese con Ibrahim Boubacar Keïta, presidente del Mali
E mentre la Francia esulta per il successo nel Sahel, il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta è stato fortemente contestato venerdì scorso durante una manifestazione che si è svolta a Bamako, la capitale del Paese.
Migliaia di manifestanti giunti anche dall’interno della ex colonia francese, hanno chiesto le dimissioni immediate del presidente, al potere dal 2013. La protesta è stata organizzata da un collettivo di associazioni della società civile e di partiti dell’opposizione, tra questi anche Coordination des mouvements, associations et sympathisants (CMAS) dell’influente imam Mahmoud Dicko.
La popolazione è insoddisfatta del leader del Paese, perchè, secondo loro, incapace di risolvere i molteplici gravi problemi, quali la crescente insicurezza, la galoppante corruzione, la chiusura di molte scuole, il collasso del sistema sanitario e quant’altro.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes @africexp
Dal Nostro Corrispondente Giorgio Maggioni
Antananarivo, 5 giugno 2020
La bevanda miracolosa tanto pubblicizzata da Andry Rajoelina, giovane presidente del Madagascar, fa ancora scalpore anche nei piani alti del governo.
Il capo dello Stato insulare ha silurato il ministro dell’Istruzione, Rijasoa Andriamanana. La signora ha osato ordinare un ingente quantitativo di lecca-lecca da distribuire nelle scuole per lenire il gusto amaro, davvero poco piacevole al palato, dell’intruglio “Covid-Organics”, che i piccoli malgasci sono costretti a ingurgitare ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni. Rajoelina è ancora convinto che tale tonico sia la migliore prevenzione contro la pandemia.
Andriamanana avrebbe voluto offrire ogni mattina tre lecca-lecca ai piccoli, per invogliarli a bere la bevanda. La spesa è stata considerata troppo onerosa: 2 milioni di dollari.
Il rimedio a base di erbe è stato messo a punto dall’Istituto Malgascio di Ricerche Applicate (IMRA), ma la stessa Accademia di medicina del Paese ha messo in dubbio l’efficacia della bevanda e l’Organizzazione Mondiale della Sanità poco meno di un mese aveva messo in guardia sull’utilizzo farmaci di automedicazione, detti anche OTC (dall’inglese Over the Counter n.d.r.) come prevenzione contro il coronavirus.
Esercito malgascio a Taomasina
Ora il Paese deve fare i conti con molteplici problemi legati al lockdown. A Toamasina (Tamatavy in lingua malgascia, che significa “è salato”) – città portuale e capoluogo della provincia omonima e capitale economica del Paese – mercoledì si sono verificati tafferugli con le forze dell’ordine: un uomo è stato picchiato violentemente dalla polizia perchè si era rifiutato di indossare la mascherina. La città è zona rossa, aperta solamente per il trasporto di merci e gli autisti, ogni volta che tornano a casa sono costretti a restare quarantena.
A tutt’oggi la situazione è incandescente; i residenti sono preoccupati per la situazione economica, per il proprio futuro. Per i più le misure messe in atto dal governo per arginare il pericolo del contagio, come, per esempio, il coprifuoco che inizia alle 13.00, sono inaccettabili.
Infatti l’Ambatovy Minerals S.A., la più grande miniera di nichel lateritico al mondo, ha sospeso quasi tutte le attività a tempo indeterminato. L’estrazione del minerale e del relativo indotto è fonte di guadagno per migliaia famiglie residenti nell’area e la momentanea sospensione dell’attività estrattiva ha creato seri problemi nel tessuto socio-economico del territorio: molti sono rimasti disoccupati, altri lavorano solamente part-time.
Ambatovy Minerals S.A: la più grande miniera di nichel lateritico al mondo
L’ex sindaco della città e oggi deputato di Toamasina non ha usato mezzi termini per rispondere al presidente, che la scorsa settimana aveva apostrofato i residenti come “indisciplinati”: “Qui la situazione è esattamente la stessa che a Tana (i malgasci chiamano spesso così la capitale Antananarivo), con la differenza che nella capitale forse il confinamento ha impedito l’espandersi di Covid-19. Mentre qui le misure imposte sono contro la popolazione, contro i medici che si rifiutano di prescrivere la cura Covid-Organics. Il governo non tollera coloro che osano aprire bocca, intimidisce e arresta persino i medici. Una cosa del genere succede solo da noi. Ci avete inviato i blindati, ma non siete venuti per dare una risposta concreta al coronavirus”.
Alla fine di maggio è stato arrestato un medico, Stéphane Ralandison, decano della facoltà di medicina di Taomasina, perchè accusato dell’ omicidio di un collega, affetto da coronavirus. Ralandison è poi stato liberato perchè il fatto non sussiste.
Nella città e dintorni il numero dei malati di coronavirus è in costante crescita, malgrado lo spiegamento dei militari. Ne sono arrivati 500 negli ultimi giorni da Antananarivo, ma il denaro per supportare la popolazione è rimasto nella capitale, nelle casse del governo.
Attualmente si contano 975 malati di Covid-19 nello Stato insulare, i guariti sono 201 e le vittime 7. Lo Stato insulare è tra i più poveri di tutta l’Africa con un alto tasso di malnutrizione infantile.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 5 giugno 2020
“La situazione attuale rimane estremamente allarmante nell’Africa orientale. Kenya, Etiopia e Somalia continuano ad affrontare una minaccia senza precedenti per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza”. Così l’Agenzia ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha definito la piaga della locusta del deserto (Schistocerca gregaria) nel Corno d’Africa.
Mappa con la proiezione della migrazione delle cavallette nei mesi giugno-luglio2020 (Courtesy FAO)
Dopo il Corno a rischio anche l’Africa occidentale
Secondo le proiezioni e i dati delle Nazioni Unite a metà giugno inizierà la formazione di nuovi sciami in coincidenza con l’inizio del raccolto. Significa che le fatiche degli agricoltori verranno annullate e le scorte di cibo divorate in pochi giorni dai famelici ortotteri. La migrazione delle locuste del deserto è previsto che si spinga verso i Paesi dell’Africa occidentale. Sebbene in Africa dell’Ovest la situazione sia attualmente calma, tutto potrebbe mutare con il cambiamento della situazione meteorologica, più instabile a causa dei cambiamenti climatici.
Le previsioni FAO, aggiornate al 4 giugno, dicono che le cavallette favorite delle precipitazioni e i venti potrebbero attraversare Sudan, Sud Sudan, Ciad e Niger. Lo spostamento avverrebbe lungo un corridoio tra il 14° e il 16° parallelo sotto il Tropico del Cancro. L’arrivo degli insaziabili sciami, in Mali e Mauritania, con precipitazioni e venti favorevoli, è previsto tra fine giugno e seconda metà luglio. Qui con la riproduzione estiva continuerebbero ad aumentare le orde di locuste che, nelle aree africane colpite, hanno superato i 200 miliardi di individui.
Donne e bambine in pericolo per fame e violenza
Secondo International Rescue Commitee (IRC), è prevista una perdita del 50-70 per cento nel raccolto e del 20-30 per cento nel migliore dei casi. Ciò potrebbe portare a un esaurimento dei pascoli, costringendo i pastori a migrare a distanze maggiori del normale. I raccolti nazionali al di sotto della media fanno aumentare i prezzi dei generi alimentari e peggiorano la già grave situazione della sicurezza alimentare. In questa situazione le donne e le bambine rappresentano la fascia più debole della popolazione. Situazioni con famiglie che vivono di pastorizia con gli uomini lontani da casa per il bestiame favoriscono l’aumento delle violenze e dei furti provenienti dall’esterno.
Se le locuste dovessero arrivare fino in Mauritania sarebbero a rischio le riserve di cibo di una ventina di milioni di persone. Da Sudan e Somalia è in aumento la consistenza degli sciami che si dirigono anche verso est. Ci sarebbe una notevole crescita del numero di cavallette giunte in Iran e al confine indo-pakistano.
Il Corno d’Africa, dal giugno 2019 si trova di fronte alla peggior invasione di locuste degli ultimi 70 anni. Secondo IRC dal giugno scorso la popolazione degli ortotteri è aumentata di 8mila volte rispetto allo sciame originale. In tutto il Corno e nell’Africa orientale, decine di migliaia di ettari di terreni coltivati e pascoli sono già stati danneggiati.
I dati Covid sono reali?
Anche il Covid-19, nel momento in cui scriviamo, nel continente africano continua il suo inesorabile corso: 169.880 casi confermati e 4.486 morti. Secondo i dati WHO-OMS il Paese maggiormente colpito continua ad essere il Sudafrica: 40.792 casi e 848 decessi. Seguono l’Egitto con 29.767 e 1.126 morti; Algeria con 9.831 casi e 681 morti e Nigeria con 11.516 casi e 323 decessi.
Nell’area attualmente invasa delle locuste la nazione più colpita dal Coronavirus è il Kenya che conta 2.340 casi confermati e 78 morti. In Etiopia si contano 1.636 malati e 18 decessi; in Sudan 5.714 casi e 333 morti; in Sud Sudan 1.317 degenti e 14 morti.
Questi numeri sono i dati ufficiali e alcune fonti mediche dubitano che siano reali in Paesi dove la sanità pubblica è praticamente inesistente e difficilmente viene rispettata la distanza personale. Soprattutto nelle metropoli africane.
Special forAfrica ExPress Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
24 May 2020
Silvia comes out only veiled, Silvia puts like to Islamist preachers, Silvia receives video messages from the Muslim Brotherhood. These are the voices that in these hours are the background noise to a story, that of her kidnapping in Somalia, whose contours go well beyond the (questionable) sphere of gossip and her religious conversion. Never be fooled by the buzz. On the contrary, the buzz often cancels out the carrier refrain.
While we are distracted by media cabaret news, five Iranian oil tankers are about to reach the coasts of Venezuela: one has already docked today. They are carrying 1.53 million barrels of oil and alkylate, an oil derivative used to produce gasoline.
What does this have to do with the Silvia affair? The plot is complicated, but we try to follow it patiently. We know that a source in the Italian secret service has revealed that it was Qatar, a Middle Eastern country that has always been a bridge with Iran, that paid the ransom for Silvia’s liberation. And Qatar somehow also got into the issue of oil tankers: when on Saturday Iranian President Hassan Rouhani threatened the Americans with retaliation in the event of an attack on his ships off the coast of Venezuela, he did so during a telephone conversation with the Emir of Doha.
An Iranian tank
And it is a statement by US Secretary of State Mike Pompeo to add another piece. Venezuela cannot pay Iran with banking transactions, since the two countries are both under embargo, but in gold bars transported clandestinely to Tehran with the planes of Mahan Air, the Iranian Pasdaran company. And perhaps, we might add, the bars have already been transhipped with the big boeings of the national company Iran Air, which in April and May stopped over at least twice a week between Tehran and the Sabana de Mar airport in Santo Domingo, a country very close to Venezuela, if only because it imports oil.
Now, if the gold is used in Tehran to circumvent US sanctions, it must have used a lot of it in the last period. Dozens of flights between Tehran, Caracas and Sabana del Mar mean tons of gold. Tehran denies it. But this happened while Silvia was still in the hands of her kidnappers and before Qatar was paid for her release. One has to wonder what Italy gave in exchange and to whom.
Even the Shebab, Sunnis, flirt with Shiite Iran, as well as Qatar: when the Americans killed the Iranian general Qassem Soleimani on January 3, the terrorist group was the first to respond two days later with the attack on the US base at Lamu. Somalia is central to the events in Iran in recent months. A demonstration, among other things, of how religious allegiances can be cheerfully set aside when there are lucrative businesses to be made.
But back to the tankers. They leave Iran in the first week of May from Shahid Rajaee’s trading port north of Bandar Abbas. In those days the port of call is hit by a cyber attack that American sources attribute a few days later to Israel. And it is here that, for a series of connections, another country emerges: Germany, Iran’s first European commercial partner. Yes, because it was a German company that built the Shahid Rajaee port in 2016 for a 104 million euro order. And because precisely in the days preceding the departure of the oil tankers, on 30 April, Germany finds itself forced, under American pressure, to outlaw Hezbollah, the Shiite organization that in cities like Hamburg and Munich has always acted as a financial bridge with Iran during the hardest periods of American sanctions. The oil tankers set sail from Shahid Rajaee very few days after the decision of the German Government to ban Hezbollah: coincidences that weigh heavily.
German police raid Hezbollah’s offices in Berlin
Now, if we wanted to close the circle, we would go and see what Germany is doing in Somalia: since 2017 it has started to transfer millions of euros in aid to the country. In 2019 alone,
invested $73 million in Somalia. On the other hand, Qatar will invest 10 billion euros in various projects in Germany over the next five years, not counting the 25 billion dollars with which it has financed companies like Volkswagen or Deutsche Bank. The close military cooperation between the two countries has created more than one dispute in the German parliament.
Silvia Romano was released in Somalia on 9 May, the day of the Israeli cyber attack on the port of Saheed Rajaee. The same port from which Iranian oil tankers bound for Venezuela left in those days. Gold, oil, cyber attacks, ransoms paid by third countries: Silvia’s story is here, not in her conversion. Let’s try to keep a clear head.
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com twitter: @malberizzi @monicamistretta
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